Ciao Annalisa
Provo a rispondere alle tue domande.
Riguardo alle prima (se riesco ad applicare le
tecniche di defusione) devo dire che effettivamente,
leggendole per la prima volta, anche io mi sono
spaventato all’idea di proporle ai pazienti.
Sinceramente mi è capitato di consegnare quel foglio
solo in quattro occasioni (una oggi dopo aver letto la
tua mail… poi ti informerò sui risultati!). Comunque,
come hai sottolineato, prima è importante lavorare su
quelle che tu chiami “abilità metacognitive”. Ad
esempio sul fatto che il controllo non funziona ed è
controproducente con esercizi di soppressione del
pensiero (non pensare a una jeep gialla, tigre verde,
orso bianco…). Sul fatto che la nostra “mente”
continua a lavorare, spesso contro il nostro stesso
interesse. Altri esercizi sono utili per iniziare a
vedere gli evento psicologici verbali come “oggetti
esterni”. Io spesso faccio anche esercizi di
meditazione e provo a distinguere con il paziente tra
lo stato in cui è “dentro i propri pensieri” e quello
in cui riesce a osservarli a essere nel presente. Le
etichette verbali che uso sono “guardare da dentro un
pensiero” vs “guardare a un pensiero”. Ma non è
necessario fare esercizi di meditazione: nell’ACT la
mindfulness comprende tutta una serie di esercizi e
metafore che non sono la pratica meditativa formale ma
che sono volte a fornire quelle che tu chiami “abilità
metacognitive” (es io non sono i miei pensieri, sono
qualcosa di più). Una metafora che mi piace molto è
quella della scacchiera, un’altra, tradotta da
Giovanni Miselli, è quella della casa e dei mobili:
“È come se è come s'è tu fossi una casa piena di
mobili. Il mobilio non è, e non potrà mai essere, la
casa. Il mobilio è il contenuto della casa, o quello
che c'è all'interno di essa. La casa semplicemente
possiede o contiene i mobili e fornisce il contesto in
cui i mobili possono essere mobili. Nota come quanto
il mobilio sia considerato buono o cattivo non si dice
nulla sul valore della casa. Pensa di essere più
simile alla casa che al mobilio. Così come il mobilio
non è la casa, pensa che in un qualche senso profondo
i tuoi pensieri e sentimenti non sono te.”
Riguardo all’idea di modificare il contesto per
modificare la funzione di un evento psicologico posso
dire che, certo, l’ho già applicata. La applichiamo
tutti giorni nella nostra vita privata: ci sono
persone che parlano di certe cose con me e non con
altri o, al contrario, non si comportano con me come
si comportano con altri (mi sono stupito quando pochi
mesi fa, a casa della mia ragazza, mi sono accorto che
“costringeva” la madre a non mettere né aglio né
cipolla nel soffritto; la madre mi ha detto lei non
mangia cipolla ne aglio, io che le ho preparato
moltissimi piatti con aglio e cipolla, ho pensato
‘perché tu lo hai reso possibile’). In ogni
interazione che abbiamo con un paziente creiamo un
contesto. Quello degli approcci o terapie contestuali
è però un argomento complesso che, sinceramente, non
sono in grado di spiegarti in una mail (forse neanche
di persona). Per farti un esempio, comunque, una
visione contestuale di un problema psicologico cerca
di modificare il contesto in cui si manifesta questo
problema (possiamo andare dalla desensibilizzazione
sistematica alle “campagne di informazione” o
“pubblicità progresso”) e non sul problema stesso o su
eventi interni al soggetto. Così, da questo punto di
vista, è più utile cercare di fare emergere e fare
stare il paziente in un contesto diverso (in generale
quello della terapia e nello specifico esercizi come
“milk milk, milk”) con qualcosa che gli crea
sofferenza (es. il fatto di sentirsi un fallito)
piuttosto che cercare di convincerlo che non è un
fallito “ristrutturandolo”. Questo è invece ciò che
precisamente avviene in quasi tutti i contesti non
terapeutici e nella maggior parte di quelli
terapeutici.
Scusa se mi sono dilungato
A presto
GZ
--- phoenix_esmeralda <phoenix_esmeralda@...> ha
scritto:
>
>
> Giovanni Zucchi:
>
> >>Ciao a tutti.
> Una delle cose che accomuna l'ACT ad altri
> approcci di terza generazione (in particolare
> alla MBCT, Mindfulness Based Cognitive Therapy) è
> l'enfasi sulla "defusione" cognitiva.
>
>
> Ho dato un'occhiata agli esercizi di defusione che
> hai caricato e una domanda mi è sorta spontanea: con
> i tuoi pazienti riesci ad applicarli? Trovo che per
> riuscire a mettere in atto esercizi di quel tipo,
> una persona debba avere una motivazione altissima e
> molte - ma proprio molte - abilità metacognitive.
> L'idea di agire sul contesto per modificare la
> funzione di un evento psicologico mi sembra quasi
> esaltante, ma nello stesso tempo difficilmente
> praticabile. Sai dirmi se nel concreto l'hai già
> utilizzata?
>
> Annalisa
> .
>
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