L'aereo atterrò in perfetto orario, ma la donna elegantemente vestita
che occupava il sedile n.25 restò immobile, persa nei suoi pensieri,
mentre attorno a lei gli altri passeggeri si preparavano alla
discesa.
Non aveva scambiato una parola con nessuno durante il volo e, di
certo, l'espressione persa e profondamente triste del suo sguardo,
come pure la rigidità del suo atteggiamento, non avevano invogliato i
suoi vicini a interpellarla. Ora restava seduta, chiedendosi se
avesse fatto bene a tornare o se avesse dovuto dare un taglio
definitivo al passato e trasferirsi di nuovo a New York o a
Springfield!
La tentazione era stata forte il giorno prima quando, finalmente, era
tornata libera! Ma poi il pensiero del silenzio, della calma e della
sicurezza di casa sua, di Villa Paker, l'aveva convinta a prendere il
volo per Evanston.
Doveva farsi forza per andare avanti. Lo doveva a sé stessa e,
soprattutto, a lui per il quale era finita.... "Si sente bene?" le
chiese premurosa un'assistente. La donna, risvegliata dai suoi
pensieri, sorrise forzatamente, si alzò e recuperò il piccolo
bagaglio a mano, l'unico che avesse, visto che la sua partenza di
mesi prima non era stata né programmata, né volontaria. Gli abiti che
aveva dovuto indossare in quei mesi li aveva abbandonati lì, tanto li
aveva detestati come ogni singolo istante trascorso in quel posto,
quindi il suo bagaglio era proprio ridotto al minimo.
Si diresse esitante verso la scaletta, guardandosi attorno
nervosamente, come se si aspettasse di vedere apparire quei brutti
ceffi dal nulla, cercando di inspirare ed espirare profondamente come
le avevano insegnato in analisi anni prima. Scese per ultima,
evitando la folla vociante di passeggeri che non vedevano l'ora di
abbracciare amici o parenti in attesa. Lei non avrebbe avuto nessuno
ad aspettarla, perché una sola persona sapeva del suo arrivo ed era
quella che l'aveva "tradita", per cui le aveva fatto sapere che la
sua presenza non sarebbe stata gradita.
Sempre persa nei suoi pensieri arrivò all'uscita.
Il rumore del caotico traffico cittadino la riportò alla realtà.
Lottando contro la disperata voglia di guardarsi intorno per scoprire
se qualcuno la stesse seguendo, salì su un taxi, diede l'indirizzo e
assunse un atteggiamento freddo per far capire al loquace autista che
non era interessata ad intavolare una qualsivoglia conversazione.
Guardando dal finestrino gli edifici scorrere, si fece cogliere dal
rimpianto: se fosse stata meno debole in passato, se fosse stata più
furba e fosse scappata, se avesse assunto più persone per trovare le
prove, se..., se..., se... E invece anche stavolta la sua esistenza
era stata segnata dal dolore, dalla delusione, dalla frustrazione e
dal tradimento da parte di chi le era vicino.
No, non era vero che tutti l'avevano delusa.
Qualcuno aveva continuato a lottare per lei, ma non era servito.
Se solo...
Cercò di non soccombere all'attacco di tristezza e rabbia che le
serrava la gola, facendola quasi soffocare e chiuse gli occhi per
liberare la mente da ogni pensiero.
Le parole del taxista che l'avvisavano di essere giunta a
destinazione la risvegliarono dalle sue meditazioni. Guardò il
maestoso cancello, timorosa, ma felice di essere a casa.
Scese dal taxi quasi commossa, lasciando all'autista una lauta mancia
per farsi perdonare il suo atteggiamento scostante. Si guardò,
quindi, intorno temendo di incontrare i brutti ceffi che la
perseguitavano ancora nei suoi incubi. Non riusciva a credere di
essere arrivata!!!
Si aggrappò all'inferriata, mangiando letteralmente con gli occhi il
viale, il giardino, la villa, quasi vedendo il parco nascosto
dall'edificio.
"Signora Richards!", disse una voce ossequiosa che, però, la fece
sobbalzare impaurita. "Gordon!", esclamò sollevata nel riconoscere la
fedele guardia che si affrettava ad aprirle il cancello e si offriva
di portarle alla villa il piccolo bagaglio. Jennifer rifiutò con
gentilezza e si avviò, godendo il contatto con la natura ad ogni
passo. Respirava a fondo, inalando il profumo dei cespugli fioriti,
il canto degli uccellini, il fruscio dei rami al flebile vento caldo.
Si stava così bene lì!
Avvicinandosi alla facciata, notò dei festoni colorati alla porta. Ma
certo! Era il 4 luglio! Quale giorno migliore per festeggiare
l'Indipendenza ritrovata anche a livello personale!!! La porta si
spalancò prima ancora che riuscisse ad arrivarci e ne uscì Alfred
seguito dalla servitù. Le corsero incontro sorridenti,
abbracciandola, liberandola dalla valigia, facendole mille domande e
congratulazioni.
Li guardò uno ad uno, colta da una profonda commozione: erano la sua
famiglia! Li ringraziò di cuore, mentre in gruppo entravano in casa,
riempendola di premure. A fatica riuscì a convincerli che aveva
bisogno di una doccia e di cambiarsi, ma finalmente raggiunse la cima
del grande scalone di marmo.
Si fermò titubante.
Poi avanzò decisa e girò la maniglia della camera padronale.
Entrò.
Fissò un punto ben preciso e sussurrò emozionata: "Ciao, Matthew!"