IL CASO
Non si ferma in Iraq il calvario dei cristiani: il j'accuse dell'arcivescovo di Baghdad. Ma con Saddam non andava meglio
I dhimmi del XXI secolo
Una condizione d’inferiorità che è l’effetto dell’applicazione della «sharia» islamica.
In tre anni i fedeli di Cristo sono passati da 1,5 milioni a 500.000. Ma è una favola che col regime precedente i cristiani fossero protetti
Di Lorenzo Fazzini
I cristiani d'Iraq come l'anello debole di quella spirale di violenza che un regime dispotico prima, una guerra di "liberazione" poi e adesso il terrorismo islamista sembrano alimentare all'infinito. Credenti in Cristo dalle antiche origini che si sentono frustrati da un Occidente dimentico della loro comunità che, tra il Tigri e l'Eufrate, è spesso stata sinonimo di cultura e armonia sociale.
È una vivida rappresentazione del dramma iracheno e al tempo stesso una disamina anticonformista quella che l'arcivescovo latino di Baghdad Jean Benjamin Sleiman offre nelle pagine di Nella trappola irachena, in uscita a giorni per le edizioni Paoline. Sleiman descrive con chiarezza quanto accade nel martoriato Paese mediorientale grazie ad una doppia visuale "esterna": anzitutto, in quanto straniero - è libanese e residente a Baghdad dal 2001 -, l'autore coglie le contraddizioni della frammentata società irachena. Inoltre, grazie alla preparazione accademica (è stato docente di scienze sociali all'università Saint Joseph di Beirut), Sleiman è capace di intravedere i «tumori» maligni della società irakena, che la recente occupazione anglo-americana non ha creato ex novo, ma solo fatto riesplodere. In tal modo l'autore dà il nome ai mali dell'Iraq attuale, che si chiamano settarismo e leggi dei clan più forti dello stato di diritto: «Religione e tribalismo mantengono la loro tradizionale alleanza. Gli iracheni si dividono così in arabi, curdi, assiri, armeni, turkmeni e altri ancora, distinguendosi in musulmani (sunniti o sciiti), cristiani (di una dozzina di denominazioni), yezidi, mandei...».
Ma è sul fenomeno della dhimmitudine dei cristiani che Sleiman adduce le sue osservazioni più importanti, indicando in tale prassi «un atteggiamento e delle disposizioni giuridiche che si rifanno alla sharia», ovviamente in senso restrittivo per non musulmani. Il presule smonta la nomea - spesso adottata acriticamente dai mass media - secondo cui, regnante Saddam Hussein, i cristian i erano protetti: per Sleiman, questa è «una leggenda»: «Anche sotto Saddam la società era regolata dalla sharia islamica. Dietro la facciata benevola del sovrano, si sono svolti numerosi drammi: l'emigrazione dei cristiani al nord (dal 1961); l'embargo e le conseguenti privazioni; la persecuzione e la condanna a morte di molti cristiani, l'esproprio forzato dei loro beni da parte dei figli di Saddam»; il giornale "Babel" (di proprietà di Uday, uno dei rampolli del rais) era ferocemente anticristiano.
Nel racconto, che alterna testimonianze sul campo e un'efficiente analisi di taglio sociologico, Sleiman si concentra sul «calvario» attuale dei cristiani iracheni, ridotti negli ultimi 3 anni da 1,5 milioni a 500 mila. Il problema attualmente più stringente si chiama «fervore islamista»: «I cristiani sono le vittime designate dai musulmani radicali, che li accusano di collaborare con «l'invasione dell'esercito dei crociati» o li tacciano come «infedeli».
In tal senso gioca a sfavore un fatto spesso sottaciuto: la presenza di missionari «d'assalto» di marca evangelical e americana, giunti in Iraq insieme ai marines: «Saliti sul carro dell'invasore, gli evangelici sfruttano l'influenza politica che gli anglo-americani esercitano sull'Iraq». Secondo Sleiman questo proselitismo arrembante «provocherà i musulmani e aumenterà le divisioni tra i cristiani».
Come uscire da tale situazione? Sleiman ha il coraggio, di fronte alla domanda spesso formulatagli («gli americani devono andarsene o no?»), di una presa di posizione chiara: «Ritengo sia prematuro lasciare sola l'autorità irachena nell'affrontare i gravissimi problemi interni ed esterni». Certo, la presenza militare non basta, serve anche un sostegno internazionale fattivo perché anche a Baghdad si formi «una cultura della concordia» e «un'antropologia della persona». E supportare la piccola comunità cristiana non è mero comunitarismo religioso - sottolinea il vescovo -, bensì è come dare ossigeno ad una delle comp onenti più culturalmente impegnate e socialmente feconde dell'Iraq: «La prima tipografia del Paese è stata aperta dai domenicani; i primi istituti tecnici sono stati creati dai carmelitani; la prima grande università è stata opera dei memorabili gesuiti».
Sleiman dice di sognare per l'Iraq un futuro come la Germania postnazista o il Giappone vinto dagli Alleati: società capaci di superare lo shock della sconfitta ancorandosi a valori culturali e spirituali propri, che hanno dato al vivere sociale quella spinta in più in grado di progettare un domani migliore.