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OASIS N. 4 - settembre 2007 - Versione Italiana   Elenco di messaggi  
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N. 4 - settembre 2007 - Versione Italiana

Direttore: Maria Laura Conte


L'editoriale
Il profilo ambiguo dell'Islam "moderato"

La cronaca drammatica dal mondo musulmano ci aggiorna ogni giorno sul processo di accesa dialettica in corso da Est a Ovest, dall'arcipelago indonesiano al Marocco, tra radicalismo e ammodernamento. Di fronte a tale provocazione qualcuno reagisce in chiave fondamentalista, come accade per i gruppi estremisti e inaccettabili dei terroristi o per aggregazioni di radicalismo identitario rigido, seppure non violento. Altri, per lo più singole personalità, si spendono per applicare la distinzione tra sfera civile e religiosa, un tentativo però che ancora pare non aver sfondato a livello di popolo. Alla luce di questa dialettica, che assume tagli diversi in una realtà che per la sua complessità non si lascia mai catturare da facili schemi, appare necessario superare il concetto ambiguo del cosiddetto Islam "moderato". Troppe volte, infatti, esso viene identificato con intellettuali nati e cresciuti in Paesi a maggioranza musulmana, che però dopo anni e anni trascorsi in Occidente non sono più percepiti come appartenenti al loro mondo dagli stessi musulmani. Entrare in relazione con queste personalità è certamente prezioso e positivo, ma sarebbe un'illusione credere che in loro si riassuma un Islam "moderato" da opporre a un Islam "radicale". Appare invece sempre più realistico e urgente riscoprire gli Islam "di popolo", che si riconoscono nell'esperienza elementare di uomini e donne impegnati negli affetti, nelle dimensioni del lavoro e del riposo, incalzati da domande sulla vita e sulla morte, su come crescere ed educare i figli, con in cuore il bisogno di un rapporto quotidiano con Dio. A questo livello di conoscenza, ascolto e scambio di esperienza, cristiani e musulmani possono entrare pazientemente in rapporto.

Il Centro Oasis

In questo numero
Prospettiva da New York

Settembre porta Oasis a New York. Mentre The Globe e NYTimes invitano a scrollarsi di dosso la sindrome della vittima, la città da un lato affronta ogni giorno su ampia scala la sfida della "partecipazione" di diverse comunità religiose, dall'altro ospita il Palazzo delle laiche Nazioni Unite, chiamate ad affrontare la "questione religiosa": illuminano questi aspetti gli articoli di Matthew Weiner, direttore dell'Interfaith Center di New York, e di Anne Peregrini.
La rete di Oasis conduce questo mese di nuovo in Turchia, da dove S.E. Mons. Luigi Padovese, Vescovo di Monteverde e Vicario dell'Anatolia, esprime un cauto ottimismo per la stagione nuova, pare, apertasi dopo la tribolata stagione elettorale; in Iraq, dove i domenicani - racconta padre Jean Jacques Pérennès - con pazienza geologica restano e chiedono al mondo lucido realismo nell' affrontare la situazione; in Benin, una striscia d'Africa che secondo Mons. Francesco Follo, Osservatore della Santa Sede presso l'Unesco e consulente di Oasis, ha da insegnare in fatto di ecumenismo secolare; infine in Pakistan, dal quale Padre Miguel Angel Ruiz racconta di come una scuola cattolica salesiana sia riuscita ad ottenere il riconoscimento e il plauso delle istituzioni statuali.


La New York delle diverse comunità religiose

Matthew Weiner

Nel mondo attuale, urbanizzato, sovrappopolato e globalizzato, è ancora più probabile che le comunità religiose si ritrovino faccia a faccia. Ci sono ancora villaggi separati buddisti e hindù in Sri Lanka, e villaggi cristiani e musulmani in Nigeria, ma in contesti urbani è più facile che queste religioni s'incontrino. Qui a New York l'incontro sarà con hindù, ebrei e sikh, come anche con correligionari da più di cento paesi. Un incontro religioso effettivo è per molti fonte di inquietudine. I liberali vedono la religione conservatrice come inutilmente suscettibile e causa di problemi quando deve confrontarsi con il diverso. I conservatori temono che il contatto costante con la differenza conduca a perdere la particolarità. La paura di conversioni, sincretismo e liberalizzazione è vecchia quanto la differenza religiosa. Ma oggi dobbiamo riflettere più attentamente su quel che accade realmente sul terreno. Quando le comunità religiose si incontrano, le cose non sono semplici. A volte l'incontro acuisce il senso di differenza e estraneità. A volte invece esso porta benefici all'interazione tra fedi e a entrambe le comunità, dal loro punto di vista. Un esempio in questo senso è offerto da un prete etiope ortodosso, Padre Tibebu. Tibebu ha preso in affitto una piccola cappella in una chiesa cattolica a Manhattan, nella zona di Midtown. «Non abbiamo preso in affitto nemmeno una chiesa, solo un seminterrato», racconta. «Siamo in esilio, siamo poveri. Facciamo una nuova esperienza»... Tibebu partecipa anche al lavoro interreligioso attraverso lo Interfaith Center di New York. Qui si trova spesso in mezzo a buddisti, hindù e musulmani. Ma ritiene che tutto ciò lo incoraggi a chiarire chi è nella sfera pubblica, dove anche gli altri devono essere diversi. «Abbiamo una comprensione di Dio differente. E va bene. So chi sono, e so che anche i fratelli sono diversi uno dall' altro». Nel caso dei sociologi urbani che suppongono che la creazione di sottogruppi conduca a una visione negativa degli altri, di nuovo il quadro è troppo semplice. Con lo Interfaith Center i gruppi religiosi interagiscono positivamente in un modo che approfondisce la loro identità e contemporaneamente chiarifica la loro differenza rispetto agli altri attori del dialogo e ne migliora le relazioni reciproche. A New York, durante il Ramadan, alcuni gruppi musulmani in città invitano non-musulmani a rompere insieme il digiuno. Gli ospiti sono buddisti, ebrei, hindù e cristiani, tra impiegati statali laici. In casi di questo tipo, i musulmani agiscono oltre la differenza religiosa proprio per il fatto di essere diversi. Si presentano come cittadini che sono diversi e che lo rimarranno, ma costruiscono rapporti positivi attraverso un pasto o una conversazione. Di fatto i leader religiosi con cui lavoriamo allo Interfaith Center riferiscono nella grande maggioranza dei casi che gli incontri interreligiosi approfondiscono la loro fede e danno loro nuovo slancio, mentre nello stesso tempo aprono importanti prospettive sulla religione dei loro vicini e aiutano a trovare punti di consonanza con le loro tradizioni morali e sociali. Nel frattempo, persone di diversa religione spesso lavorano bene insieme, qui a New York e in altri luoghi. Possono essere liberali o conservatori in politica e teologia. Possono credere in un Dio, in molti dei, in nessuno. Entrano in relazione per motivi importanti e per una vicinanza molto stretta. I loro rapporti di fatto li mantengono diversi. Imparano uno dall'altro a lavorare insieme e spesso fanno amicizia. Non è né quella religiosità polarizzata né quella pace armonizzata che ci si potrebbe immaginare. Certe volte i rapporti sono impacciati. Raramente lisci, a volte traballanti, mai noiosi. Questo è quel che succede quando delle comunità religiose decidono di condividere una città. Malgrado tutto, ci sono forse motivi per sperare. Vai al testo integrale>>>


L'Onu "laica" a confronto con le religioni

Anne Peregrini

Il mondo del dopo Undici Settembre torna a porre al centro della vita pubblica e diplomatica la religione quale fenomeno universale non più relegabile alla semplice dimensione privata, ma coinvolgente anche la vita pubblica di miliardi di persone. Spesso rappresentata dai media come fonte di divisione e conflitto, la religione inquieta, al punto che viene discussa da alcuni come una dimensione da contenere e da "neutralizzare", da altri come una realtà inevitabile, che riguarda tutti, credenti e non credenti, e con cui bisogna fare i conti, da altri ancora come possibilità unica per la soluzione dei conflitti ed essenziale nei vari programmi e progetti di sviluppo. Tale fenomeno è particolarmente evidente all'interno dell'Onu. Qui per anni il contributo offerto dalle varie religioni è stato quasi del tutto relegato a questioni particolari come, ad esempio, l'aborto, il controllo delle nascite, la libertà della pratica religiosa, ecc, sulle quali tra le comunità religiose e gli uffici Onu sono nate collaborazioni, ma anche forti contrasti. Ma oggi l'orizzonte è cambiato: la religione è vista in sede Onu come un utile strumento per lo sviluppo, per cui il dialogo interreligioso percepito come interessante dalla diplomazia è sempre più promosso. Si tratta di un aspetto di grande novità, che apre a nuove opportunità di collaborazione come anche a nuovi problemi. Primo fra questi la tendenza a ridurre la religione e il dialogo interreligioso a mezzi immediatamente utilizzabili. Ciò accade perché al fondo manca una comprensione adeguata di ciò che costituisce la dimensione religiosa, la sua ragion d'essere, che non può essere trattata con lo stesso metodo utilizzato per altre dimensioni come quella economica, politica, sociale, in quanto contiene per natura aspetti non misurabili che, avendo a che fare con la ricerca della verità, trascendono qualsiasi risvolto funzionale. Ma tale tendenza a ridurre tutto a elementi pratici si riscontra anche in altri aspetti della vita diplomatica e delle politiche di sviluppo. Come il concetto di sicurezza è diventato uno dei criteri chiave per misurare il successo delle politiche in corso, o la stabilità è usata come parametro dell'efficacia dei progetti in atto, al punto che si arriva ad equiparare pace e sviluppo a sicurezza e stabilità, così il dialogo interreligioso e il coinvolgimento di rappresentanti religiosi vengono spesso considerati in funzione di vari scopi: garantire un certo livello di sicurezza attraverso, ad esempio, la condanna ufficiale di atti di terrorismo in nome della religione, o ancora ottenere il sostegno a progetti per la lotta contro l'AIDS, anche se questi possono contenere idee contrarie al loro credo. Ecco dunque che immersa in questo nuovo scenario, l'organizzazione delle Nazioni Unite si trova di fronte a domande non più rinviabili: può e deve occuparsi di questo tema? Se sì, entro quali limiti? In quanto organizzazione tra governi, come può assumere questa responsabilità rispettando la propria natura? E le religioni stesse fino a che punto possono e devono coinvolgersi con il lavoro dell'Onu? Se l'Onu decidesse di affrontare radicalmente la questione religiosa e di ripensare a un dialogo tra l'ONU e le grandi religioni del mondo, ciò avrebbe risvolti molto complessi per gli attori in gioco, cui si richiederebbe grande senso di responsabilità collettiva, ma aprirebbe una stagione di nuove grandi opportunità per tutti i popoli. Vai al testo integrale>>>



Turchia: "cauto ottimismo" dei cristiani post-elezioni

Intervista a S.E. Mons. Luigi Padovese

A cura di Maria Laura Conte

Alcuni quotidiani di paesi arabi come El Watan e Le Maghreb in in Algeria, the Daily Star in Libano, hanno posto in evidenza la "grande lezione" per il Medio oriente che viene dalle ultime elezioni in Turchia. I turchi secondo vari commentatori avrebbero scelto la moderazione, la stabilità, la pace sociale e il dialogo, preferendole al conflitto. Crede che questa descrizione corrisponda alla realtà?

Senz'altro il fatto che le elezioni abbiano premiato il governo di Erdogan è un segnale positivo fondato sulla considerazione che la situazione economica del paese è migliorata. Vista nella sua globalità la Turchia ha fatto passi in avanti in rapporto alla stabilità politica e ciò ha permesso ai mercati europei, specie tedeschi ed italiani, di fare investimenti nel paese. Dal momento che l'economia è un acuto sensore delle situazioni in atto, ritengo che tali investimenti non ci sarebbero stati se il rischio di una destabilizzazione politica fosse stato grande. La possibilità di un intervento militare a salvaguardia della laicità dello stato mi sembra, almeno per il momento, evitato. Mi pare che la sponda laica sostenuta dall'esercito dinanzi al nuovo quadro parlamentare con la stragrande maggioranza di deputati dell'AKP preferisca stare alla finestra e guardare anziché adottare atteggiamenti interventisti.

Raffi Hermonn, armeno, vice presidente dell'associazione dei diritti dell'uomo ha dichiarato che per la prima volta dei cristiani hanno votato per dei cosidetti islamisti perchè sperano in un possibile accordo tra le minoranze turche non musulmane e lo Stato. Come guarda la vostra comunità cristiana a questa stagione di cambiamento?

Vorrei precisare che se la presenza cristiana in Turchia è quasi scomparsa, ciò è avvenuto sotto regimi che difendevano la laicità. È pur sempre vero che rimangono ancora alcune perplessità sull'orientamento filoislamico di Erdogan, d'altra parte il doppio filo con il quale cerca di legarsi all'Europa mostra una volontà di democrazia che dovrebbe riflettersi anche sulle minoranze. La recente legge circa la restituzione dei beni confiscati alle comunità religiose potrebbe essere un primo segnale. Evidentemente i passi da fare sono ancora molti e, comunque, non riguardano soltanto le minoranze cristiane. Si tratta di vedere come la situazione si evolverà nell'immediato futuro. Per usare un'immagine, direi che prima di aprire la porta di casa, occorre accontentarsi di tenere aperta la finestra e guardare quanto avviene. Se i problemi delle minoranze saranno affrontati con il solito sistema del "domani vedremodobbiamo procedere lentamente, ecc.", allora capiremo che non è cambiato nulla. Per ora da parte dei cristiani turchi parlerei dunque di un 'cauto ottimismo' nei confronti dell'AKP.

Un cauto ottimismo anche perché pare sia in crisi l'idea stessa della laicità alla "turca"?

La storia recente della Turchia ha mostrato come un Islam politico non sia riuscito ad imporsi nel paese. Forte di questa esperienza Erdogan sembra percorrere una via alternativa dove la politica non è a servizio della religione, ma dove la religione non sarebbe strettamente sottoposta alla ragione di stato. A questo riguardo non vedrei nel fatto che sua moglie indossa il velo un attentato alla laicità dello stato, quanto la volontà di esprimere la propria identità religiosa. Personalmente ritengo che il concetto di laicità quale si è venuto a formare nella Turchia del secolo scorso debba essere rivisto alla luce dello sviluppo sociale in atto, in cui democrazia e pluralismo cercano di convivere. Resta comunque da vedere se questi due valori varranno anche per le minoranze. Da una loro applicazione generale si potrà capire dove il nuovo governo vuole portare la Turchia.



Recensioni

C. Cardia, Le sfide della laicità, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2007

La laicità è da considerarsi, dalla Modernità in poi, l'elemento fondante l'intera evoluzione storica dell' Occidente. Essa assume il valore di caposaldo della convivenza civile, oltre la pretesa terrena di un'egemonia da parte del potere spirituale, nella consapevolezza tuttavia che la dimenticanza del trascendente pone in serio dubbio la comunità umana. Se il totalitarismo in diversi modi lungo il Novecento ha combattuto la laicità - a destra come a sinistra, nella deriva nazi-fascista, indulgente verso la religione instrumentum regni, così come nella deriva comunista, fautrice dell'ateismo pratico -, la ripresa di una sana laicità indica per l'oggi diverse frontiere, dall'etica al multiculturalismo. Nel primo campo è quanto mai richiesta moderazione rispetto al duplice rischio per un verso della retorica dei diritti umani, che confina l'eticità su un piano astratto in contrapposizione ad una moralità solamente privata, e, per altro verso, della ricaduta in nuove forme di Stato etico, normatore dei comportamenti individuali. Famiglia, procreazione ed eutanasia sono gli argomenti di frontiera per un'etica della moderazione. Nel secondo campo l'autore individua nel rapporto con l'Islam la frontiera più incerta e delicata: l'Europa indifferente verso i suoi principi laici rischia di "suicidarsi" di fronte alle sfide imposte dal dialogo multiculturale con altre fedi e visioni del mondo, dialogo perseguibile solo avendo coscienza delle proprie radici storico-culturali.

Leopoldo Sandonà




F. Laplantine - A. Nouss, Le métissage, Flammarion, Paris 1997; tr. it. Il pensiero meticcio, Elèuthera, Milano 2006.

Se malinteso, il meticciato implicherebbe l'esistenza di due individui originariamente puri, o, più in generale, di un insieme omogeneo che, a un certo punto, avrebbe incontrato un altro insieme, dando così luogo a un fenomeno "impuro" o "eterogeneo". Contro ogni rassicurante illusione di una purezza originaria, gli autori di questo libricino sostengono invece l'idea che il meticciato si contrappone alla polarità omogeneo/eterogeneo. Il meticciato, in breve, è una composizione le cui componenti mantengono la propria integrità, in un confronto e dialogo costante, talvolta conflittuale e doloroso. A questa premessa, segue una prima parte descrittiva in cui si suggeriscono alcuni esempi notevoli a sostegno del fatto del meticciato: (la storia del Mediterraneo, l'invenzione delle Americhe latine, le lingue creole...). A questo punto si introduce una seconda e ultima parte, in cui il piano diventa, per certi versi, prescrittivo: rivendicare il meticciato come paradigma interpretativo in grado di sostituire la vecchia e ormai insostenibile finzione dell'identità. I riferimenti filosofici, utilizzati talvolta alla rinfusa, non stupiscono: lo Zarathustra di Nietzsche, il "rizoma" di Deleuze, ma anche Foucault, Lyotard e Derrida. Se non c'è origine, non c'è appartenenza, ma solo bricolage interminabili, non resta che l'elogio dell'«equivoco infinito», una situazione perennemente transitoria che - secondo Laplantine e Nouss - è addirittura la base di un'etica meticcia: praticare il métissage così come Nietzsche invita a immergersi nell'innocenza del divenire. Quale sia il significato politico di questa pratica, resta però una questione senza risposta.

Paolo Gomarasca




Ivo H. Daalder, Beyond Preemption Force and Legitimacy in a Changing World (tr. it. oltre la guerra preventiva), Brookings Institution Press 2007

Le recenti guerre degli Stati Uniti in Kosovo, Afghanistan e Iraq hanno sollevato profonde domande circa la forza militare: quando ne è giustificabile l'uso? A che scopo? Chi deve decidere se andare in guerra? Beyond Preemption porta avanti questo dibattito attraverso una meditata discussione di quali dovrebbero essere queste linee guida e come si potrebbero applicare di fronte alle sfide geopolitiche più urgenti del presente: il terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa e le emergenze umanitarie. Ivo H. Daalder e i suoi colleghi mettono a frutto tre anni di dialogo sopranazionale con politici, ufficiali e strateghi dell'esercito e avvocati internazionali, presentando proposte specifiche su come formare un nuovo consenso internazionale circa la prevenzione delle guerre e il corretto uso della forza nel mondo presente.

Marco Bardazzi




Michele Zanzucchi, Cristiani nelle terre del Corano, viaggio nei Paesi musulmani del Mediterraneo, Città Nuova, 2007

Quasi un manuale utile a conoscere il profilo sociale, culturale e religioso dei Paesi a maggioranza musulmana (presentati tutti con utili schede sintetiche) che sono bagnati o fortemente influenzati dal Mar Mediterraneo, dal Marocco all'Albania, il libro si sfoglia come un rapido reportage di viaggi nelle terre puntellate di minareti. Sono percorsi cadenzati da incontri e interviste che, come delle foto istantanee, avvicinano il lettore ai testimoni cristiani e musulmani (molti tra l'altro sono partecipanti e collaboratori di Oasis) di vicende a volte violente e dolorose, a volte espressione di grande carità e solidarietà umana, che hanno tratteggiato la storia di questi paesi. Attraverso i dialoghi e le veloci pennellate offerte dall'autore sui luoghi visitati, si è come invogliati a saperne ancora di più, si accolgono queste pagine come l'inizio della conoscenza, che va approfondita, di società percepite ancora come "altre" e per questo temute.

Maria Laura Conte

Serve "pazienza geologica" per restare in Iraq

Jean-Jacques Pérennès

Come vicario provinciale per i Domenicani del Medio Oriente da ormai 15 anni visito annualmente l'Iraq. Dopo gli ultimi sviluppi parlo con i miei confratelli quasi ogni giorno e da loro mi viene un continuo appello: «Noi adesso non possiamo parlare, ma voi avete l' obbligo di denunciare la situazione in cui viviamo, drammaticamente peggiorata negli ultimi mesi». Oggi, molti cristiani hanno la tentazione di fuggire, e si capisce bene perché. Molti di loro sono già in Giordania, Siria o Turchia. La nostra presenza in Iraq, come domenicani, iniziata 250 anni fa, ora è estremamente a rischio. C'è una sfida molto importante: rimanere sul posto, come Chiese orientali, che hanno radici antiche e costituiscono una ricchezza per la Chiesa universale. Ora la Chiesa si interroga su dove andare, se muoversi verso il Kurdistan, dove pare ci sia più tranquillità, ma con il rischio di finire sotto il controllo dei curdi. Certo è che non bisogna cadere nella trappola del pessimismo. La sopravvivenza è un problema anche per gli iracheni musulmani che vogliono una società aperta, tollerante, pluralista. Non è solo un problema per i cristiani. Dobbiamo continuare a pensare ai fratelli iracheni, senza perdere la volontà di analizzare con lucidità la situazione e cercare soluzioni nel realismo della speranza. Quella speranza che viene per esempio da esperienze come quella che viviamo all'IDEO (Institut Dominicain d'Etudes Orientales www.ideo-cairo.org) al Cairo: giungono qui ricercatori quasi tutti musulmani, nella maggioranza dei casi molto tradizionalisti. Nel loro modo di lavorare, porre domande e fare ricerca riscontro il vivo desiderio di cambiare le cose nella loro società, come è stato all'inizio della modernità in Occidente; studiano Hobbes e diversi autori per capire qual è stato il nostro percorso. Per noi è un lavoro molto interessante accompagnare questi ricercatori, lasciarci interrogare e sorprendere dalla loro curiosità, ma sempre rispettando la loro libertà. Rilancio una formula nota: «Cerchiamo di muovere le frontiere». Il nostro confratello Anawati usava dire che nel campo del dialogo interreligioso ci vuole una "pazienza geologica". Con questa pazienza e speranza, messo da parte il pessimismo, possiamo compiere piccoli passi avanti.



Dal Benin una traccia di lavoro per l'Unesco

Mons. Francesco Follo

L'Africa non è al di fuori della storia, ma fa la storia, ed il Benin, terra di ecumenismo secolare, dove coabitano e coagiscono religioni endogene, il Cristianesimo e l'Islam, è stato il luogo simbolico e adeguato che ha contribuito a chiarire che le culture autentiche non sono chiuse in se stesse, né pietrificate in un determinato punto della storia, ma vivono di una fecondità reciproca. Inoltre in una terra di incontro come il Benin si impara a riconoscere in che misura le religioni contribuiscano all'umanizzazione dell'uomo: l'uomo è pienamente tale quando riconosce Dio come il senso della proprio vita. È quanto ho potuto mettere a fuoco durante i lavori del Colloquio Internazionale su "Il dialogo delle Religioni endogene, del Cristianesimo e dell'Islam al servizio della cultura della pace in Africa", svoltosi alla fine di agosto a Cotonou, capitale del Benin e promosso dal governo dello stesso Paese in collaborazione con l'UNESCO. In questo dialogo tra i 140 rappresentanti dei tre "gruppi" religiosi, provenienti soprattutto dall'Africa francofona, come Osservatore della Santa Sede presso l'Unesco, ho rilevato alcuni punti chiave per la riflessione posta a tema: il dato che i fanatici di ogni religione non solo sfruttano le popolazioni, ma distruggono la verità su Dio, che viene da loro, di fatto, trasformato in un idolo; la necessità di avviare corsi di filosofia e teologia della Religione nell'ambito delle Cattedre Unesco per il Dialogo interreligioso, sempre più promosse e richieste anche in Africa, al fine di favorire una più chiara definizione e comprensione del fatto religioso, oggi più che mai indispensabile a un effettivo lavoro in comune; l'importanza di esporre se stessi per avviare un vero dialogo, volto non solo a farsi conoscere e tollerare, ma a conoscere Dio e il prossimo. Il contesto di questo colloquio, la ricca terra d'Africa, ha lasciato intravedere con evidenza che il dialogo per essere veramente tale non può accontentarsi di ripercorrere il cammino dalla ricerca in materia di storia delle religioni, come accadeva nel XIX e nel XX secolo, quando molti studiosi in quanto "liberali" e "razionalisti" si ponevano volutamente al di fuori o al di sopra della religioni, nella pretesa di giudicarle con le certezze della ragione illuminata. Oggi, infatti, non è più pensabile un tale punto di vista: per comprendere la religione, si deve viverla dall'interno e solamente attraverso questa esperienza, necessariamente particolare e legata al suo punto di partenza, si può giungere sia a una comprensione dell'altro, sia all'approfondimento e alla purificazione della religione. Tutti vorremmo dire una parola che ogni uomo possa comprendere. Il testimone, cioè il "martire", è proprio colui che non teme di esporsi, che dà la vita per questa Parola e che dimostra che è possibile vivere una vita, nella quale l'esistenza di ciascuno sia, per l'altro, dono puro.

Il Pakistan sconosciuto: la scuola cattolica di Lahore

Fr. Miguel Angel Ruiz

Quando sette anni fa i Salesiani iniziarono la loro attività nella città di Lahore, a soli 53 chilometri dal confine con l'India, non si immaginavano certo la velocità con la quale il loro Centro Tecnico sarebbe cresciuto, in un paese ben noto all'estero per la violenza e l' estremismo religioso che lo contraddistingue. Il Don Bosco Technical and Youth Centre è oggi una solida realtà con ogni anno più di 150 giovani iscritti, ripartiti in quattro corsi: automeccanica, refrigerazione, saldatura ed elettricità. Il centro ha un convitto solo per giovani cattolici, che ospita 110 dei 150 studenti. Il resto dei ragazzi sono cristiani di diverse denominazioni e anche musulmani. I nostri ragazzi hanno conseguito eccellenti risultati negli ultimi esami di stato, fino al record del 100% di diplomati in due dei quattro ambiti. Per continuare questo servizio alla comunità cristiana locale e al dialogo interreligioso a livello della base, stiamo già attuando un piano triennale che vedrà tutti i nostri corsisti frequentare un corso di educazione fondamentale prima di passare alla formazione tecnica (più di 100 ragazzi hanno alle spalle storie di abbandono scolastico). Si stanno costruendo nuovi vasti locali per permettere una collaborazione con l'industria locale; alcuni dei nostri giovani vengono formati all'estero, ci sarà un aggiornamento sistematico del nostro personale e vedremo l'arrivo di molti attrezzi e macchine dall'estero per fare del nostro Centro uno dei più avanzati del paese al servizio dei poveri! Forse la cosa più notevole è che non abbiamo mai incontrato alcun problema tra gli studenti o con i funzionari governativi. Abbiamo sempre sentito il rispetto e l'ammirazione di tutti quelli che sono venuti a farci visita. Di quasi tutti. Un aspetto che intendiamo mantenere negli anni a venire è la nostra forte identità cattolica. Penso che siamo una delle poche scuole cattoliche in Pakistan a iniziare il giorno con un momento comune che comprende la preghiera del Padre Nostro e dell'Ave Maria. I nostri studenti musulmani assistono insieme agli altri studenti pur restando in silenzio, in segno di rispetto per il nostro momento di preghiera. Si tratta di una pratica che abbiamo visto nella realtà locale: non c'è infatti alcun avvenimento accademico nelle scuole governative che non inizi con la recita del Corano. Perciò, se il nostro centro è cattolico, perché dovremmo rinunciare a esprimere la nostra fede come tale? Ovviamente il numero degli studenti musulmani è ridotto. L'atmosfera nel nostro Centro Tecnico è essenzialmente familiare: è curioso vedere ogni anno come la minoranza musulmana si senta "timida" nell'interagire con gli altri studenti. Non c'è da stupirsene, se si pensa che nelle scuole di campagna gli studenti cristiani non possono neppure bere l'acqua dai pozzi o partecipare a giochi che richiedano contatto fisico (il contatto fisico con un non musulmano è ancora considerato come impuro in molte aree rurali). Si può immaginare la portata della sfida d'integrare nella nostra scuola i due gruppi di studenti: i nostri allievi musulmani iniziano chiamandoti "Sir" (Signore) e finiscono chiamandoti "Father" (Padre), il giorno del diploma, e i nostri studenti cristiani li accettano nei giochi e anzi ascoltano con attenzione i loro interventi all'assemblea del mattino quando si avvicinano le festività musulmane. Un po' alla volta, senza esibizioni eclatanti ma con molto amore, continuiamo a costruire questa istituzione, chiamata a essere un segno di speranza per migliaia di giovani locali. Ci sono molte più cose belle in questo paese dell'immagine normale che se ne ha.



Segnalazioni

In ottobre in libreria il nuovo numero di Oasis, rivista semestrale del Centro

Continuando un percorso cominciato al Cairo (ripreso in Oasis n. 5), quando è stato affrontato il tema dei diritti e delle democrazie e il concetto di cittadinanza, il prossimo numero di Oasis cercherà di approfondire le domande scatenate da una delle questioni più controverse: il meticciato. Ciò che avviene oggi nel mondo, sull'onda delle migrazioni dei popoli e della globalizzazione tecno-economica, può essere definito come un gigantesco, caotico e drammatico incrociarsi di civiltà e di culture? E questa categoria è utile per capire i processi del cambiamento?
La rivista si trova in libreria o si riceve tramite abbonamento (informazioni su come abbonarsi si trovano alla pagina web:www.cisro.org/pages/abbonamenti_it.htm l)

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