Cristiani copti capro espiatoriodegli egiziani
di Dimitri BuffaEsiste da tempo un ben preciso progetto per costringere tutti i cristiani copti d’Egitto a convertirsi all’Islam e per spogliarli di tutti i loro possedimenti. E’ in atto da decenni ma in questi ultimi mesi le azioni paramilitari, delinquenziali e terroristiche contro cittadini egiziani di quella religione si sono fatte più frequenti e più cruente del solito. Il tutto mentre la comunità internazionale fa finta di non vedere e di non sentire persino gli appelli del Papa Copto Shenuda III che qualche giorno fa, rompendo una tradizione di riservatezza decennale, ha fatto sentire la propria voce attraverso un collegamento telefonico in diretta tv per denunciare le aggressioni e i rapimenti di monaci copti nello storico monastero di Abu Fan, considerato patrimonio culturale dell’intera umanità e non solo dell’Egitto di Mubarak. Le azioni crudeli che hanno fatto gridare basta alla piccola ma agguerrita comunità cristiana copta d’Egitto, i cui principali esponenti vivono in esilio in Italia (uno per tutti il dottor Ashraf Ramelah, direttore del newsmagazine “Voice of the copts”), sono avvenute tutte ai primi di giugno: il 4 sei persone di religione copta sono state assassinate a sangue freddo mentre aprivano la propria gioielleria al Cairo.
Il giorno dopo un altro copto, Milad Farah Ibraheem, sempre nella capitale, è stato accoltellato a morte dal proprio vicino di casa islamico e il 6 il monastero di Abu Fan è stato assaltato a colpi di kalashnikov da ignoti terroristi e quattro monaci sono stati rapiti. La cosa che ha accomunato queste tre azioni è che si sono svolte in tutta tranquillità, senza che la polizia intervenisse e senza che neppure le ambulanze si degnassero di arrivare sul luogo dei delitti. Alcuni testimoni, nel caso della rapina alla gioielleria, rapina che in realtà aveva come scopo l’esecuzione a freddo (colpi sparati alla nuca) dei proprietari, hanno detto che i presunti autori erano stati visti poche ore prima prendere il tè caldo con i capi locali della polizia. In quei giorni, per puro caso, il presidente Mubarak si trovava a Roma per una visita di Stato dove si è parlato molto di Medio Oriente, ma sicuramente poco o nulla dei terribili problemi di ordine pubblico ed economici che stanno devastando l’Egitto dopo 25 anni di “dittatura dolce”. Adesso i copti però osano alzare la voce e a da alcuni giorni duemila di loro sono in presidio permanente davanti alla Chiesa di Santa Maria al Cairo. Chiedono giustizia e di essere protetti dalle aggressioni dei Fratelli Musulmani, palesemente tollerate dal regime.
Quando non incoraggiate. L’intervento pubblico del loro Papa, cosa mai accaduta in precedenza, potrebbe essere il segno che anche per Mubarak l’epoca della ambiguità arabe sui diritti civili è a un punto di svolta: o protegge i propri cittadini di qualunque religione essi siano oppure deve gettare la maschera e ammettere di non combattere chi usa la fede come pretesto per partecipare alla spoliazione dei beni economici della comunità copta. Che sono assolutamente non indifferenti in un paese ridotto alla fame dai tre rais che si sono succeduti dagli anni ’50 a oggi: Gamal Abdel Nasser, Anwar el Sadat e da ultimo Hosni Mubarak. Le loro scelte suicide di impostare tutto sul panarabismo e sull’odio verso Israele oltre a tre guerre disastrose hanno portato alla rovina economica. E adesso qualcuno vorrebbe usare i copti come capro espiatorio. Magari approfittando del silenzio della comunità internazionale.
Il giorno dopo un altro copto, Milad Farah Ibraheem, sempre nella capitale, è stato accoltellato a morte dal proprio vicino di casa islamico e il 6 il monastero di Abu Fan è stato assaltato a colpi di kalashnikov da ignoti terroristi e quattro monaci sono stati rapiti. La cosa che ha accomunato queste tre azioni è che si sono svolte in tutta tranquillità, senza che la polizia intervenisse e senza che neppure le ambulanze si degnassero di arrivare sul luogo dei delitti. Alcuni testimoni, nel caso della rapina alla gioielleria, rapina che in realtà aveva come scopo l’esecuzione a freddo (colpi sparati alla nuca) dei proprietari, hanno detto che i presunti autori erano stati visti poche ore prima prendere il tè caldo con i capi locali della polizia. In quei giorni, per puro caso, il presidente Mubarak si trovava a Roma per una visita di Stato dove si è parlato molto di Medio Oriente, ma sicuramente poco o nulla dei terribili problemi di ordine pubblico ed economici che stanno devastando l’Egitto dopo 25 anni di “dittatura dolce”. Adesso i copti però osano alzare la voce e a da alcuni giorni duemila di loro sono in presidio permanente davanti alla Chiesa di Santa Maria al Cairo. Chiedono giustizia e di essere protetti dalle aggressioni dei Fratelli Musulmani, palesemente tollerate dal regime.
Quando non incoraggiate. L’intervento pubblico del loro Papa, cosa mai accaduta in precedenza, potrebbe essere il segno che anche per Mubarak l’epoca della ambiguità arabe sui diritti civili è a un punto di svolta: o protegge i propri cittadini di qualunque religione essi siano oppure deve gettare la maschera e ammettere di non combattere chi usa la fede come pretesto per partecipare alla spoliazione dei beni economici della comunità copta. Che sono assolutamente non indifferenti in un paese ridotto alla fame dai tre rais che si sono succeduti dagli anni ’50 a oggi: Gamal Abdel Nasser, Anwar el Sadat e da ultimo Hosni Mubarak. Le loro scelte suicide di impostare tutto sul panarabismo e sull’odio verso Israele oltre a tre guerre disastrose hanno portato alla rovina economica. E adesso qualcuno vorrebbe usare i copti come capro espiatorio. Magari approfittando del silenzio della comunità internazionale.