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Il «caso serio» della libertà religiosa   Elenco di messaggi  
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Il «caso serio» della libertà religiosa 
Al convegno di Oasis ad Amman il cardinale Scola ha affrontato il nodo delle conversioni


di Maria Laura Conte

Si sono tenuti ad Amman, il 23 e il 24 giugno, i lavori del comitato annuale di Oasis, il centro internazionale di studi e di ricerche, fondato nel 2004 dal cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, e presente in tutto il mondo con una rete internazionale di rapporti. Gli interventi svolti nel corso della riunione ad Amman hanno consolidato e rimotivato l'impegno culturale di Oasis:  ricerca e promozione della conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani.
Un lavoro culturale che "Oasis" porta avanti con uno stile preciso:  il reciproco racconto e testimonianza tra cristiani dell'Occidente e cristiani dell'Oriente, in particolare quelli che vivono in Paesi a maggioranza musulmana, fino ad arrivare a interloquire con rappresentanti dell'islam che "Oasis" chiama "di popolo", espressione che scavalca quella a volte ambigua di islam "moderato".
Questa modalità di lavoro negli anni si è dimostrata capace di favorire lo scambio e la conoscenza reale della vita delle comunità cristiane, dei loro punti di forza e delle difficoltà che vivono, e tale si è confermata anche nell'ultimo incontro in Giordania.
Presso la casa delle Suore del Rosario ad Amman, si sono riunite ottanta persone provenienti da venti Paesi per affrontare il tema "La libertà religiosa:  un bene per ogni società".
I lavori si sono articolati in due giornate. La prima è stata aperta dall'introduzione di monsignor Gabriel Richi Alberti, direttore del centro Oasis, che è intervenuto sulla prospettiva della libertà di culto. È seguita la relazione del cardinale Angelo Scola che si è soffermato sull'approfondimento del nesso verità-libertà e ha spinto la riflessione fino a prendere in esame il "caso serio" della libertà religiosa:  la libertà di conversione. "Parlare di libertà religiosa come espressione culmine della libertà di coscienza e di conversione - ha spiegato il cardinale Scola - appare la strada storicamente più efficace per affrontare il nodo teoretico verità-libertà. Infatti sia la riflessione sull'orientamento intrinseco della libertà alla verità che quella sulla verità della libertà, trova oggi su questi temi scottanti un terreno decisivo di verifica". "Dal punto di vista delle società occidentali - ha osservato il Patriarca di Venezia - la libertà religiosa, la libertà di coscienza e la libertà di conversione si trovano a convivere con un paradosso. Esse sono sicuramente riconosciute dagli ordinamenti giuridici e affermate dalla mentalità comune. Tuttavia due dati ci dicono la fragilità di questo riconoscimento. Da una parte si concepisce la coscienza in termini che possiamo definire "creativi" in senso equivoco, mentre la coscienza non ha il potere di stabilire attivamente da se stessa cosa sia il bene ed il male. Dall'altra queste libertà sono sostanzialmente pensate come una mera prerogativa dell'individuo". Il rischio che ne deriva è che queste due declinazioni della libertà religiosa (e di coscienza) si svuotino di contenuto reale nel loro esercizio pratico, mentre nei Paesi a maggioranza musulmana la situazione è del tutto diversa:  "Sia la dimensione veritativa dell'esperienza religiosa sia quella popolare - ha rilevato il Patriarca - appartengono al dna di questi popoli. Essi mostrano un grande attaccamento alla propria tradizione. Eppure non si può negare un grave deficit nell'ambito della libertà religiosa:  si pensi alle restrizioni al culto, alla questione della cittadinanza per i non musulmani, soprattutto nei Paesi di immigrazione, alla decisiva questione della possibilità di convertirsi. In alcuni Paesi a maggioranza musulmana, mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un'altra religione, l'identità di popolo sembrerebbe minacciata se a chiedere di convertirsi è un musulmano". Il passo che si deve compiere sia in Occidente che in Oriente sta nel mettere meglio a fuoco come il rapporto tra libertà religiosa e identità di popolo incida sulla vita sociale:  "In quest'ottica - ha sostenuto il cardinale - i cristiani non intendono mettere a rischio le basi della convivenza sociale dei Paesi a maggioranza musulmana ma chiedono lo stesso rispetto per la propria tradizione".
Le difficoltà che ovunque si incontrano nell'impostare correttamente la libertà religiosa, la libertà di coscienza e la libertà di conversione mostrano che "il dovuto assenso alla verità è sempre drammatico perché la libertà deve decidere sempre e di nuovo in ogni suo singolo atto". Questo, secondo il Patriarca, avviene attraverso la strada della testimonianza intesa come atteggiamento a un tempo pratico e speculativo a cui nessuno, tanto meno il cristiano, può sottrarsi:  "La testimonianza così intesa - ha concluso il fondatore di Oasis - è per noi la fonte dell'interpretazione culturale degli islam che è il contenuto del lavoro di Oasis. La testimonianza ci costringe a porgere ai nostri interlocutori musulmani quella che crediamo essere l'autentica interpretazione culturale della fede cristiana. E ciò è possibile solo nel reciproco coinvolgimento".
Gli altri interventi, di cui si è già dato ampio resoconto su numeri precedenti de "L'Osservatore Romano", sono stati svolti da Nikolaus Lobkowicz, direttore dell'Istituto per gli studi sull'Europa Orientale Zimos di Eichstätt in Germania, Khaled Al-Jaber, docente alla Petra University di Amman, Hanna Michael, membro della Lega giordana per i diritti umani.
Lobckowicz, ripercorrendo la storia di come si è intesa la libertà religiosa nella vita della Chiesa, ha evidenziato la svolta determinata dalla "Dignitatis humanae" in merito alla questione del riconoscimento dei diritti della persona rispetto alla comunità. Al-Jaber ha invece trattato il rapporto tra libertà e verità nel contesto del dialogo.
La seconda giornata dei lavori è stata caratterizzata dall'incontro con Hasan Abû Ni'mah, direttore del Royal Institute for Inter-faith Studies, che ha discusso sul ruolo, le prospettive e i fondamenti del dialogo a sostegno della vita comune e dei valori condivisi. In un tempo come quello attuale, ha rilevato l'ospite, "soprattutto nella regione araba, gli appelli al dialogo devono necessariamente armarsi di tutto punto per fronteggiare la mentalità della guerra, del fondamentalismo e del non rispetto dell'uomo. Ciò non sarà possibile se non sapremo come relazionarci con la mentalità dello scontro e come sostenere al contrario una mentalità di dialogo e comprensione reciproca e di vita comune tra tutti gli uomini, nella differenza delle loro religioni". E proprio alla religione Hasan Abû Ni'mah ha riconosciuto un ruolo decisivo nel tentativo di rendere efficace il dialogo in quanto "qualsiasi religione, nella sua sostanza è un istituto ("manzûma") fondamentale e un punto di riferimento per la morale, i valori e i principi di comportamento e di vita. Essa incita al bene dell'uomo e dell'umanità".
L'intervento ha sollecitato le domande attuali da parte dei membri di "Oasis":  la questione dei matrimoni misti e l'educazione dei figli, la discriminazione per i cristiani in alcuni Paesi del Medio Oriente, i diritti delle minoranze e le leggi che le tutelano. Ne è nato un confronto che ha fatto emergere sia difficoltà e distanze tra cristiani e musulmani, sia le vie d'incontro.



(©L'Osservatore Romano - 4 luglio 2008)


Gio 3 Lu 2008 10:51 pm

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