Una lezione di vita dai testimoni scomodi della fede
GEROLAMO FAZZINI
ell’atmosfera N ovattata delle feste natalizie, la liturgia propone ai credenti – nella memoria di santo Stefano e dei santi innocenti – un momento di riflessione e preghiera sul martirio.
Analogamente, da qualche tempo – in un contesto a dir poco politicamente scorretto: la vigilia dell’ultimo dell’anno – l’agenzia vaticana 'Fides' diffonde un elenco dettagliato degli 'operatori pastorali' che hanno perso la vita in modo violento negli ultimi 12 mesi. Ebbene, anche stavolta, le morti – e, prima ancora, le vite – di questi testimoni della fede raccontano i volti del sacrificio per Cristo che si consuma oggi, primo decennio del terzo millennio dell’era cristiana.
I volti sono quelli di un arcivescovo, di 16 sacerdoti, un religioso e due volontari laici. Un mosaico di volti.
Un’immagine di Chiesa plurale, dove ogni vocazione non è esente dal 'rischio' del sangue. Una Chiesa senza frontiere, dove tutte le comunità – tanto quelle di antica tradizione quanto quelle più giovani – manifestano la loro fedeltà coraggiosa al Vangelo (per la prima volta quest’anno anche il Nepal annovera un sacerdote ucciso). E così, accanto all’anziano missionario inglese ucciso in Kenya ecco un prete colombiano, accoltellato a Medellin, con alle spalle 14 anni di missione in Angola.
I volti di questi testimoni parlano di una fede pagata 'a caro prezzo', spesso in un clima segnato dagli estremismi religiosi; di una carità che si traduce in lotta per la pace e la giustizia; di una tenacia che accetta consapevolmente una quotidianità nel segno della provvisorietà estrema.
Alcuni di questi volti sono finiti sulle pagine dei giornali, molti altri hanno lasciato un segno solo nei cuori di chi li ha conosciuti e nelle comunità di cui hanno fatto parte. Il più noto è certamente quello di monsignor Paulos Faraj Rahho, arcivescovo caldeo di Mosul. Rahho è l’emblema della condizione drammatica che i cristiani iracheni stanno vivendo, bersagli come sono di una vera e propria pulizia etnico-religiosa.
Rodolfo Casadei, autore dell’ultima intervista al vescovo apparsa su un giornale straniero, ha raccolto questa confidenza: «Chiunque può essere colpevole del rapimento di Rahho.
Monsignore era scomodo per tutti».
In quelle parole – «scomodo per tutti» – c’è, in sintesi, il senso del martirio.
Coloro che sono stati uccisi, alle latitudini più diverse, erano in qualche misura 'scomodi' in virtù della forza e genuinità della loro testimonianza. Non tutti hanno vissuto con l’impressione di essere nel centro del mirino (Rahho aveva ricevuto undici lettere di minacce di morte ed era sfuggito a un tentativo di rapimento). Ma ciò che accomuna tanti degli uccisi è l’aver accettato di vivere in un contesto di precarietà a motivo della fede. Vale per i tanti sacerdoti che, in Africa e non solo, hanno trovato la morte al termine di una rapina o di un saccheggio. Vale per don Mariampillai Xavier Karunaratnam che, impegnato per i diritti umani e la riconciliazione, ha fatto la stessa fine di tante persone cui aveva prestato aiuto nello Sri Lanka tribolato da una guerra pluridecennale. Vale per padre Jesus Reynaldo Roda, ucciso nelle Filippine: non si conoscono gli autori della sua uccisione, ma si sa che, pur minacciato dagli estremisti islamici legati ad Abu Sayyaf, aveva scelto di restare alla guida della sua piccola comunità (trenta persone!), rifiutando la scorta. Vale per i preti indiani massacrati dalla furia degli estremisti indù: uno di loro, don Bernard Digal, appena aggredito ha subito perdonato nemici e persecutori.
Proprio come Stefano, lapidato sotto gli occhi di Saulo. Proprio come il Maestro, in croce, ha insegnato a fare a coloro che ne avrebbero seguito le orme lungo i secoli.
GEROLAMO FAZZINI
ell’atmosfera N ovattata delle feste natalizie, la liturgia propone ai credenti – nella memoria di santo Stefano e dei santi innocenti – un momento di riflessione e preghiera sul martirio.
Analogamente, da qualche tempo – in un contesto a dir poco politicamente scorretto: la vigilia dell’ultimo dell’anno – l’agenzia vaticana 'Fides' diffonde un elenco dettagliato degli 'operatori pastorali' che hanno perso la vita in modo violento negli ultimi 12 mesi. Ebbene, anche stavolta, le morti – e, prima ancora, le vite – di questi testimoni della fede raccontano i volti del sacrificio per Cristo che si consuma oggi, primo decennio del terzo millennio dell’era cristiana.
I volti sono quelli di un arcivescovo, di 16 sacerdoti, un religioso e due volontari laici. Un mosaico di volti.
Un’immagine di Chiesa plurale, dove ogni vocazione non è esente dal 'rischio' del sangue. Una Chiesa senza frontiere, dove tutte le comunità – tanto quelle di antica tradizione quanto quelle più giovani – manifestano la loro fedeltà coraggiosa al Vangelo (per la prima volta quest’anno anche il Nepal annovera un sacerdote ucciso). E così, accanto all’anziano missionario inglese ucciso in Kenya ecco un prete colombiano, accoltellato a Medellin, con alle spalle 14 anni di missione in Angola.
I volti di questi testimoni parlano di una fede pagata 'a caro prezzo', spesso in un clima segnato dagli estremismi religiosi; di una carità che si traduce in lotta per la pace e la giustizia; di una tenacia che accetta consapevolmente una quotidianità nel segno della provvisorietà estrema.
Alcuni di questi volti sono finiti sulle pagine dei giornali, molti altri hanno lasciato un segno solo nei cuori di chi li ha conosciuti e nelle comunità di cui hanno fatto parte. Il più noto è certamente quello di monsignor Paulos Faraj Rahho, arcivescovo caldeo di Mosul. Rahho è l’emblema della condizione drammatica che i cristiani iracheni stanno vivendo, bersagli come sono di una vera e propria pulizia etnico-religiosa.
Rodolfo Casadei, autore dell’ultima intervista al vescovo apparsa su un giornale straniero, ha raccolto questa confidenza: «Chiunque può essere colpevole del rapimento di Rahho.
Monsignore era scomodo per tutti».
In quelle parole – «scomodo per tutti» – c’è, in sintesi, il senso del martirio.
Coloro che sono stati uccisi, alle latitudini più diverse, erano in qualche misura 'scomodi' in virtù della forza e genuinità della loro testimonianza. Non tutti hanno vissuto con l’impressione di essere nel centro del mirino (Rahho aveva ricevuto undici lettere di minacce di morte ed era sfuggito a un tentativo di rapimento). Ma ciò che accomuna tanti degli uccisi è l’aver accettato di vivere in un contesto di precarietà a motivo della fede. Vale per i tanti sacerdoti che, in Africa e non solo, hanno trovato la morte al termine di una rapina o di un saccheggio. Vale per don Mariampillai Xavier Karunaratnam che, impegnato per i diritti umani e la riconciliazione, ha fatto la stessa fine di tante persone cui aveva prestato aiuto nello Sri Lanka tribolato da una guerra pluridecennale. Vale per padre Jesus Reynaldo Roda, ucciso nelle Filippine: non si conoscono gli autori della sua uccisione, ma si sa che, pur minacciato dagli estremisti islamici legati ad Abu Sayyaf, aveva scelto di restare alla guida della sua piccola comunità (trenta persone!), rifiutando la scorta. Vale per i preti indiani massacrati dalla furia degli estremisti indù: uno di loro, don Bernard Digal, appena aggredito ha subito perdonato nemici e persecutori.
Proprio come Stefano, lapidato sotto gli occhi di Saulo. Proprio come il Maestro, in croce, ha insegnato a fare a coloro che ne avrebbero seguito le orme lungo i secoli.