Bostom: la schiavitù che la jihad lascia in eredità.
Andrew Bostom scrive sulle pagine dell’American Thinker (ringraziamo tutti coloro che ce l’hanno segnalato) a proposito di una protesta contro la schiavitù islamica, e di alcune sue implicazioni.
Il 5 aprile scorso, una manifestazione nelle strade di Washington ha messo in luce la condizione in cui versano i neri della Mauritania, schiavi dei padri spirituali arabi. Negli ultimi decenni del XX secolo, si è inoltre assistito ad un vero e proprio genocidio -in alcuni casi ad una schiavizzazione di massa- in nome della jihad, perpetrato dal governo arabo-musulmano di Khartoum, nei confronti dei cristiani neri e degli animisti del Sudan meridionale; la stessa sorte toccò anche agli animisti musulmani neri del Darfur. La tragica attualità di questi eventi dimostra ancora una volta come la schiavitù islamica sia un’eredità arrivata sino ai giorni nostri.
La schiavitù islamica
Il forte legame che unisce la jihad – un’istituzione islamica tuttora in vigore e unica nel suo genere – e la schiavitù dà una spiegazione efficace sul perché quest’ultima persista e sia anzi in aumento nei territori e nelle società musulmane. Un’attenta osservazione riconduce inoltre a forme “specializzate” di schiavitù, quali il reclutamento e l’impiego degli eunuchi e dei soldati-schiavi (soprattutto tra gli adolescenti), altre forme di schiavitù infantile e la reclusione delle donne negli harem. La schiavitù della jihad, nelle sue molteplici manifestazioni, è divenuta un potente strumento di espansione dell’Islam e uno scudo per le società musulmane, mantenuto dalla gerarchia sociale…
Le manifestazioni attuali della schiavitù islamica – senza dubbio le incursioni fatte dalle milizie arabo-musulmane contro i fedeli cristiani di colore, gli animisti e gli animisti musulmani nel Sudan meridionale e nel Darfur – e, benché in un contesto a parte, il persistere della schiavitù in Mauritania – ancora una volta, capi arabi contro schiavi neri -, riflettono il deleterio impatto che ha la schiavitù della jihad in quanto istituzione musulmana ancora attuale. Neppure la società ottomana, forse la più progressista nella storia musulmana, e recentemente difesa in una conferenza delle Nazioni Unite come forma di ecumenismo islamico, ha mai dato vita ad un William Wilberforce, e tantomeno ad un movimento abolizionista della schiavitù che fosse ampio, basato su principi religiosi e guidato dagli ulema musulmani interessati. Sono infatti soltanto i moderni liberi pensatori musulmani, anacronisticamente chiamati “apostati”, ad aver avuto il coraggio e l’integrità morale di rinunciare alla jihad, incluse le sue forme di schiavitù, con convinzione e riconoscendo onestamente gli aspetti devastanti della sua storia militare e sociale. Quando le voci di questi liberi pensatori musulmani sono messe a tacere – con la reclusione, la tortura o la morte – il risultato è tragico, ma facilmente prevedibile. Il fatto che queste voci forti e coraggiose vengano messe in disparte o completamente ignorate in Occidente è altrettanto tragico e riflette la preoccupante ignoranza delle élites politiche occidentali.
Cfr il testo integrale per più complete informazioni di interesse storico.