Il Corriere della Sera 12.6.2004
«Io, convertito all'islam per amore (e per finta)»
Roberto: «Solo così potevo sposare Fatima. Ma io mi sento un cattolico».
Aumentano i processi di ricristianizzazione
Magdi Allam
ROMA - «Mi sono convertito all'islam per poter sposare Fatima», racconta
Roberto, «lei aveva questa necessità. Le voglio talmente bene che ho
accettato. All'insaputa di mia madre che è molto cattolica e praticante».
Ma, confessa Roberto, non si è trattato affatto di un atto sincero:
«Diciamocelo onestamente: io continuo a considerarmi un cristiano cattolico.
Convertirmi all'islam non mi ha creato nessun problema. Credo in Dio anche
se non sono un cattolico praticante. Ci sono delle cose della religione e
della Chiesa che non condivido. Ma dentro sono rimasto come ero prima. Non
sono minimamente cambiato». Roberto è un nome di comodo. E' uno dei circa 10
mila italiani che risultano convertiti all'islam. Una stima eccessiva,
gonfiata ad arte dagli ambienti integralisti che sognano e minacciano la
conquista islamica del nostro Paese. Ma soprattutto una stima che cela la
vacuità di queste conversioni imposte per ragioni matrimoniali. Roberto
accetta di parlare sotto anonimato perché non vuole creare difficoltà alla
moglie marocchina. Lei secondo un'interpretazione della sharia, il diritto
islamico, deve assolutamente sposare un uomo musulmano. E' deciso a
denunciare l'ipocrisia che domina il fenomeno delle conversioni: «E' tutto
preso alla leggera. Si va dall'imam e si recita a memoria una preghiera.
Sembra quasi di cambiare la squadra di calcio o il partito politico. Per me
è stato un po' difficile imparare a recitare quelle formule in arabo. Ma poi
non si tratta di un ostacolo insormontabile. Il cattolicesimo è molto più
serio». Roberto precisa: «L'ho fatto anche perché ho capito che Fatima non
avrebbe potuto fare diversamente. Se si fosse convertita al cristianesimo,
avrebbe avuto grossissime difficoltà a tornare nel proprio Paese. Ed è così
che alla fine ci siamo rassegnati al male minore».
Convertirsi all'islam è molto semplice. Basta pronunciare in arabo di fronte
a uno o più testimoni musulmani «Ashhadu an la Ilaha illa Allah, Ashhadu
anna Muhammad rasulu Allah» (Attesto che non vi è altro Dio all'infuori di
Allah, Attesto che Mohammad (Maometto) è l'inviato di Dio). Sarebbero circa
trecento, forse quattrocento, gli italiani che ogni anno pronunciano la
shahada , la testimonianza di fede nell'islam. Un dato attendibile è quello
che concerne la grande moschea di Roma, dove annualmente si convertono circa
150 italiani. L'unica certezza è che la stragrande maggioranza delle
conversioni sono fittizie, imposte dalla necessità di sposare una donna
musulmana. Il risultato è che il 95 per cento dei convertiti italiani non
crede affatto nella religione islamica. Sono perlopiù laici o cattolici non
praticanti che non si fanno scrupoli a sottomettersi a una finzione formale
pur di soddisfare la volontà della famiglia della sposa musulmana. «Quelli
che invece si convertono per fede sono una infima minoranza, non più di una
ventina all'anno in tutt'Italia», assicura un responsabile della grande
moschea di Roma che accetta di parlare sotto anonimato. Alcuni sono attratti
dal misticismo delle comunità sufi. La gran parte ha un passato di militanza
nell'estrema destra o nell'estrema sinistra.
«Se uno diventa musulmano soltanto per sposarsi, allora non è un vero
musulmano», prosegue il responsabile della grande moschea di Roma, «la
verità è che tutto finisce dopo un esame davanti all'imam che può durare al
massimo due ore. Ricordo anni fa che si presentò un italiano che chiese di
convertirsi per poter sposare una donna somala. Io capii bene che si sarebbe
trattato di una conversione puramente formale. Feci ciò che ritenni doveroso
per introdurlo alla conoscenza dell'islam. Ma entrambi eravamo consapevoli
che mentivamo». Il nostro interlocutore ricorda divertito l'epilogo
grottesco: «Subito dopo la conclusione della cerimonia di conversione nella
stanza dell'imam, dopo aver ottenuto il certificato di conversione, l'uomo
con un sorriso raggiante esclamò: "Bene, ora possiamo brindare! Andiamo al
bar a farci una birretta!". Ebbene, un attimo dopo essere diventato
musulmano, violava la norma islamica che proibisce il consumo di alcolici.
Ho rivisto questa coppia dopo qualche anno. Hanno tre figli e vivono felici.
Ognuno con il proprio credo e le proprie idee. Siamo sinceri: questa è la
realtà della gran parte delle conversioni all'islam».
Che si tratti di una finzione lo sa bene anche l'imam della grande moschea
di Roma che sottoscrive il certificato di conversione. Talmente bene che ha
incluso nel certificato di conversione una precisazione che dovrebbe
assicurare il ripudio della religione cristiana. E' così che insieme alla
shahada e ai sei punti della aqida , il credo islamico («Credo in Allah, nei
suoi angeli, nei suoi libri, nei suoi inviati, nel Giorno del Giudizio e nel
destino»), l'imam fa pronunciare al convertito la precisazione «Credo che
Issa (Gesù) è il servo di Allah e il suo inviato, e Allah è il migliore dei
testimoni». Ebbene il riferimento a Gesù come «servo di Allah» dovrebbe
garantire, alle orecchie dell'imam, la rinuncia al cristianesimo.
Un caso a parte sono le conversioni tramite l'adesione al sufismo, la
corrente mistica dell'islam. Solitamente più sincere e spontanee. Perché il
passaggio all'islam avviene in modo morbido, trattandosi di comunità
islamiche che predicano l'ecumenismo e la parità salvifica tra le tre grandi
religioni monoteiste rivelate.
La confraternita turca Jerrahi-Halveti, di stanza a Milano, il cui Gran
Maestro per l'Italia è Gabriele Mandel, ha pubblicato lo scorso anno un
elenco di 298 convertiti aderenti alla confraternita. L'altra realtà mistica
di Milano è la Coreis (Comunità religiosa islamica italiana). Il suo
direttore, Sergio Yahya Pallavicini, è musulmano dalla nascita. Dichiara che
sono circa un centinaio gli italiani convertiti inseriti nei quadri della
Coreis. A questi si dovrebbe aggiungere un altro centinaio che i religiosi
della Coreis hanno convertito nel corso degli anni, anche se non fanno parte
in modo organico della comunità.
Contemporaneamente si assiste al processo di ricristianizzazione dei
convertiti. Soltanto a Milano quest'anno si segnalano sei casi di italiani
musulmani che hanno riabbracciato la fede cattolica. Si tratta di casi in
cui le conversioni non erano motivate da ragioni matrimoniali, bensì da un
profondo convincimento: «Avevano individuato nell'islam le risposte ai loro
problemi interiori», spiega un religioso cattolico impegnato nel dialogo con
le comunità musulmane, «ma a un certo punto l'islam si è scontrato con la
loro mentalità e la loro spiritualità». E' un processo che segnala il fatto
che la Chiesa è tutt'altro che inerte di fronte al fenomeno delle
conversioni all'islam. Anche se si muove con estrema circospezione per
evitare di provocare una guerra di religione. Per il momento è un braccio di
ferro in una partita sotterranea che ruota attorno a piccoli numeri. Tutto
sommato il fenomeno degli italiani convertiti è contenuto e marginale. Conti
alla mano la conquista islamica dell'Italia è poco più di un bluff, tutt'al
più un mito.