Il Kosovo è come una grossa e pericolosa
caldaia. Dentro i confini della provincia
- grande soltanto un terzo del Belgio
ma fittamente popolata da due milioni di
persone di etnie diverse - la pressione sta
salendo così in fretta che la zona minaccia
di saltare in aria.
Secondo gli
analisti geopolitici - che hanno dato notizia
della distruzione di 150 tra chiese, seminari,
conventi e residenze di vescovi, e della
parallela costruzione di 200 moschee tra il
1999 e il 2004 - l'intervento internazionale
per fermare la persecuzione dei fedeli cristiani
in Kosovo è un "completo fallimento".
Molte delle chiese contenevano affreschi
e mosaici bizantini di valore inestimabile,
e altre opere d'arte d'ispirazione religiosa
risalenti al XIII secolo, ma sono state
ridotte in cenere. La provincia kosovara,
vale la pena notare, è sempre stata considerata
uno dei gioielli dell'eredità cristiana,
il "Vaticano della Chiesa Serbo ortodossa"
a partire dal XII secolo. Gli incendi
e le attuali persecuzioni sono considerati
un attacco intenzionale ai simboli della civiltà
cristiana europea. "Grazie a i filmati
girati sul posto - dice l'ex ambasciatore
americano Thomas Melady, riferendosi all'ultima
ondata di violenza nel corso della
quale è stato appiccato il fuoco a 34 chiese
- sappiamo bene come vanno le cose. La
folla muove all'assalto indisturbata, strappa
le croci dai tetti e le calpesta, poi distrugge
i luoghi sacri". I video mostrano anche
la presenza inerte di soldati e di blindati
della Kfor. Francesi e tedeschi si sono
giustificati dicendo che il loro mandato
prevede l'uso della forza soltanto per proteggere
persone, non proprietà. Tuttavia,
secondo gli osservatori, "i soldati americani
e italiani della Kfor rischiano le loro vite
non solo per trarre in salvo le persone,
ma anche per tutelare i siti". L'ambasciatore
Melady riferisce che suore e monaci del
monastero di Pec non possono neanche
mettere fuori il naso dalla porta senza una
scorta militare, perché sono fatti a segno
dai cecchini. L'analista della Difesa Frederick
Peterson punta il dito contro l'Arabia
Saudita. Le nuove moschee, costruite mentre
le chiese sono date alle fiamme, sono finanziate
dalle nazioni wahabite, dando motivo
di temere che lo spettro dell'islamismo
radicale stia covando alle porte dell'Europa,
in una regione turbolenta dove dominano
il traffico di armi e di droga. Per ora,
spiega l'analista, le moschee sono ancora
vuote, ma è chiara l'intenzione di indottrinare
i musulmani locali.
Daniele Raineri
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