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Egitto - Al Cairo tra i cristiani della discarica   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #25 di 1605 |
Al Cairo tra i cristiani della discarica
Centomila «zibellin» vivono di scarti. Le loro chiese scavate nella roccia

Di Aristide Malnati
Avvenire 17-7-2004

<Benvenuti all'inferno, nel girone dei cristiani». Ci accoglie con queste
parole suor Emmanuelle, l'angelo ormai anziano che ha svolto un lungo
apostolato a sostegno delle masse di diseredati del quartiere degli
zibellin, i raccoglitori di rifiuti del Cairo. La strada è fangosa, e man
mano che si procede la fanghiglia aumenta sempre più, si diparte dall'
arteria principale per addentrarsi in un quartiere fetido e a dir poco
scioccante: qui abitano almeno 100.000 cairoti di religione cristiano-copta
indaffarati a raccogliere il pattume di 16 milioni di abitanti e a vedere
cosa possa essere riutilizzato. Cercano spasmodicamente nella massa informe
dei rifiuti, ormai ridotti quasi a poltiglia, incuranti del fetore che
promana dai sacchi e si entusiasmano quando possono recuperare qualche
oggetto. Più in là bambini e animali da cortile razzolano nella montagna
sempre più consistente dei sacchi di spazzatura, che deborda sulla strada
fangosa al di fuori dei magazzini; sono spesso piccoli abbandonati dai
genitori, a volte orfani, per lo più malati, che le sisters di Madre Teresa
di Calcutta raccolgono e assistono nel loro centro religioso nel cuore del
quartiere.
In questo eremo di speranza medici, religiosi, volontari, persino psicologi
curano chiunque ne abbia bisogno e ne faccia domanda; «e come ci si può ben
immaginare - commenta suor Emmanuelle - le domande superano la disponibilità
dei letti tanto che siamo costretti a prevedere una turnazione dei degenti,
non riuscendo così ad assisterli fino in fondo».
Gli zibellin, umili spazzini del Cairo, si accendono e quasi si infiammano
in un'occasione particolare: il 7 gennaio, ricorrenza del Natale copto. Quel
giorno è tutto un brulicare di formichine umane in festa; luci, stelle
filanti, scoppi reiterati di mortaretti: tutto il quartiere partecipa al
gran giorno dimenticando almeno una volta all'anno i gravi problemi che lo
affliggono. Alla sommità dell'arteria principale, una strada impastata di
pattume, i fetidi miasmi lasciano spazio a un più gradevole profumo di
incenso: è il primo sentore delle due grandi e moderne chiese ricavate in
una roccia, che dominano il quartiere.
«In questo luogo di pace accogliamo e diamo assistenza spirituale e
materiale a chi ne faccia domanda», spiega Abuna Morcos, giovane prete
cristiano tra gli zibellin da qualche anno. «Il governo - continua con
amarezza - non fa nulla per questi poveracci, anche perché appartengono a
una religione diversa e per loro inferiore a quella islamica. Anche nelle
scuole, dove l'insegnamento del Corano è impartito regolarmente, si ha
crescente difficoltà a leggere o solo a presentare il Vangelo».
Se gli zibellin nuotano e quasi si nutrono di spazzatura, non stanno molto
meglio gli abitanti della città dei morti, un vasto quartiere cimiteriale
non molto distante. Cimiteriale nel senso letterale del termine: qui
musulmani, e oggi anche numerosi cristiani, si sono adattati a vivere con la
tomba in casa. È una pratica iniziata nel 1500, quando i guardiani di questo
grande cimitero islamico abitavano con i propri familiari a fianco delle
sepolture che dovevano sorvegliare (per l'islam ogni cimitero è sacro e va
sorvegliato). Poi, col passare del tempo e soprattutto dopo la
nazionalizzazione nasseriana del 1952, le masse rurali, disperati di tutte
le confessioni costretti a fuggire dalle campagne egiziane a causa di una
miseria incontrollabile e devastante, si sono installate in questo quartiere
edificando misere baracche sopra tombe antiche e moderne.
Con il passare degli anni il rione ha preso forma ed ha acquistato una
propria fisionomia: è diventato una città nella città, con l'imam a fare da
guida spirituale e organizzativa; intorno alla moschea di Qait Bey, centro
nevralgico di tutto la zona, è un brulicare di gente, voci che si levano per
estenuanti trattative pseudocommerciali, i bambini pronti ad inseguire gli
sparuti turisti con la richiesta di qualche caramella o di una penna o
ancora di un semplice bakshish di pochi centesimi. Lo straniero che si
avventura sin qui entra in una sorta di dimensione atemporale in cui i ritmi
della giornata sono ancora scanditi dagli inviti regolari alla preghiera
urlati dal muezzin in cima al minareto.
Il governo e le associazioni internazionali si interessano sempre più alle
pesanti difficoltà di chi in simili contesti vive o meglio sopravvive; si
occupano con attenzione sempre maggiore di agglomerati urbani, dove la
sussistenza minima è garantita dal riciclo dei rifiuti o dove un'umanità
disperata vive con il caro estinto nella cantina di casa o a fianco della
porta d'entrata. Meritevole di segnalazione è l'opera di Anna Tozzi, una
sociologa napoletana che abita in questi paraggi da tempo, per studiare e
aiutare, per aiutare più che per studiare i locali. «All'inizio - spiega
Anna - come donna occidentale sola ero malvista ed evitata; poi pian piano
ho conquistato la fiducia di alcuni membri di riferimento della città dei
morti e degli "zibellin" e il mio operato è diventato più agevole. Posso
dire di aver verificato con una certa sorpresa che il nostro non è uno dei
quartieri più poveri del Cairo: alcuni studiano all'università, molti
posseggono un televisore e un'automobile, con cui ingolfa ulteriormente il
già intasato traffico cairota. È solo un quartiere anomalo, unico al mondo».

Avvenire 17-7-2004





Sab 24 Lu 2004 11:12 am

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Inoltra Messaggio #25 di 1605 |
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