Soffrire per Cristo in Cina
ROMA, lunedì, 26 marzo 2007 (ZENIT.org).- Giovedì scorso, studenti e professori, presuli e laici si sono riuniti in un pub di Roma per parlare della libertà religiosa.
“Theology on Tap”, l’iniziativa che consiste nell’avvicinare questioni teologiche ed ecclesiastiche ai giovani in modo informale, ha dato il via a un’altra stagione con una presentazione sulla libertà religiosa in Cina.
Raphaela Schmid, assistente di Filosofia alla Pontificia Università Gregoriana e Direttore della sezione romana del Becket Fund for Religious Liberty, ha parlato della sua esperienza durante le riprese di un documentario sulla Chiesa clandestina in Cina.
La Schmid ha iniziato con un approccio alla Chiesa ufficiale in Cina, riconosciuta dal Governo e guidata dall’Associazione Patriottica, il cui leader è il laico Liu Bai Nian.
Mentre la Chiesa clandestina è fedele al Papa e rifiuta di sottoporsi a qualsiasi tipo di controllo, soprattutto per quanto riguarda la nomina dei Vescovi.
Il progetto congiunto del Becket Fund e di Rome Reports ha portato la Schmid in aree remote della Cina, in cui la gente vive in condizioni di estrema povertà, e dove, nonostante tutte le privazioni, i fedeli aderiscono con gioia al cammino cristiano.
“Le persone che ho intervistato volevano sempre parlare di come Dio fosse entrato nelle loro vite, volevano esprimere quanto significasse per loro essere cristiani”, ha spiegato. “Solo in seguito, quando veniva chiesto loro direttamente, emergeva che erano state in prigione a causa della loro fede”.
“Ritengono la sofferenza secondaria rispetto alla loro esperienza di fede”, ha sottolineato. “Non si sono mai lamentati di aver perso il lavoro o di essere stati arrestati”
I laici non sono gli unici ad affrontare condizioni difficili. I rari e preziosi sacerdoti nella zona dimostrano virtù eroiche nell'arrivare a coprire lunghe distanze pur di assistere il proprio gregge. Un sacerdote, ha ricordato la Schmid, interpellato su dove vivesse, ha detto di avere “23 case”.
In sella a una vecchia motocicletta, il sacerdote gira costantemente per i 23 villaggi che costituiscono la sua parrocchia, rimanendo con le famiglie cattoliche nelle condizioni di più estrema povertà.
ZI07032604
ROMA, lunedì, 26 marzo 2007 (ZENIT.org).- Giovedì scorso, studenti e professori, presuli e laici si sono riuniti in un pub di Roma per parlare della libertà religiosa.
“Theology on Tap”, l’iniziativa che consiste nell’avvicinare questioni teologiche ed ecclesiastiche ai giovani in modo informale, ha dato il via a un’altra stagione con una presentazione sulla libertà religiosa in Cina.
Raphaela Schmid, assistente di Filosofia alla Pontificia Università Gregoriana e Direttore della sezione romana del Becket Fund for Religious Liberty, ha parlato della sua esperienza durante le riprese di un documentario sulla Chiesa clandestina in Cina.
La Schmid ha iniziato con un approccio alla Chiesa ufficiale in Cina, riconosciuta dal Governo e guidata dall’Associazione Patriottica, il cui leader è il laico Liu Bai Nian.
Mentre la Chiesa clandestina è fedele al Papa e rifiuta di sottoporsi a qualsiasi tipo di controllo, soprattutto per quanto riguarda la nomina dei Vescovi.
Il progetto congiunto del Becket Fund e di Rome Reports ha portato la Schmid in aree remote della Cina, in cui la gente vive in condizioni di estrema povertà, e dove, nonostante tutte le privazioni, i fedeli aderiscono con gioia al cammino cristiano.
“Le persone che ho intervistato volevano sempre parlare di come Dio fosse entrato nelle loro vite, volevano esprimere quanto significasse per loro essere cristiani”, ha spiegato. “Solo in seguito, quando veniva chiesto loro direttamente, emergeva che erano state in prigione a causa della loro fede”.
“Ritengono la sofferenza secondaria rispetto alla loro esperienza di fede”, ha sottolineato. “Non si sono mai lamentati di aver perso il lavoro o di essere stati arrestati”
I laici non sono gli unici ad affrontare condizioni difficili. I rari e preziosi sacerdoti nella zona dimostrano virtù eroiche nell'arrivare a coprire lunghe distanze pur di assistere il proprio gregge. Un sacerdote, ha ricordato la Schmid, interpellato su dove vivesse, ha detto di avere “23 case”.
In sella a una vecchia motocicletta, il sacerdote gira costantemente per i 23 villaggi che costituiscono la sua parrocchia, rimanendo con le famiglie cattoliche nelle condizioni di più estrema povertà.
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