Un musulmano può abbandonare l'islam, ma solo nel modo stabilito dalla sharia
Lo afferma il capo della Giustizia malaysiana, che appoggia il verdetto della Corte federale sul caso Lina Joy, convertita al cristianesimo ma costretta ad essere giudicata dalla legge islamica. Il premier Badawi esclude pressioni politiche sui giudici e ammette la necessità di affrontare, in sede di governo, i problemi dei cittadini non musulmani con i tribunali islamici.
Lina Joy: “In Malaysia è a rischio la libertà di coscienza”
Parla la cristiana, cui la Corte federale rifiuta di riconoscere la conversione dall’islam. La sentenza di ieri la obbliga praticamente a rimanere musulmana e a sposare un uomo della stessa fede. Vescovo malaysiano: “Decisione disumana e incivile”. Anche le altre comunità religiose di minoranza esprimono “preoccupazione”. Parlamentare cattolica: “Il governo chiarisca ogni dubbio circa la superiorità della Costituzione sulla sharia”.
Lo afferma il capo della Giustizia malaysiana, che appoggia il verdetto della Corte federale sul caso Lina Joy, convertita al cristianesimo ma costretta ad essere giudicata dalla legge islamica. Il premier Badawi esclude pressioni politiche sui giudici e ammette la necessità di affrontare, in sede di governo, i problemi dei cittadini non musulmani con i tribunali islamici.
Kuala Lumpur (AsiaNews) – “Abbandonare l'islam non è proibito, solo che va fatto con modalità e procedure precise, stabilite dalla sharia”. Ad affermarlo è il capo della Giustizia malaysiana, Ahmad Fairuz Sheikh Abdul Halim, che interviene nell’acceso dibattito sulla libertà religiosa in Malaysia dopo la sentenza della Corte federale sul caso Lina Joy. Lo scorso 30 maggio, due giudici su tre hanno respinto l’appello della donna, convertita al cristianesimo, che da anni chiede all’anagrafe di cancellare la parola “islam” dalla sua carta d’identità, non essendo più musulmana.
Il più alto tribunale civile del Paese ha così rimesso la decisione alla Corte islamica, alla quale l’anagrafe chiede una dichiarazione di apostasia della donna per procedere con la modifica del documento.
Di fatto nel Paese esistono due legislazioni: quella islamica e quella costituzionale che spesso entrano in conflitto. Nel caso di Lina Joy è evidente: la Costituzione garantisce la libertà di religione; la legge islamica punisce la conversione a un'altra religione.
Ora più che mai le minoranze religiose in Malaysia si sentono minacciate e denunciano l’imposizione della sharia anche a cittadini non musulmani.
Come riporta il quotidiano nazionale The Star, il capo della Giustizia ha appoggiato con forza il verdetto della Corte federale e spiegato: “Non è appropriato dire che Lina Joy non è sotto la giurisdizione del tribunale islamico, perché non professa più l’islam, (in quanto) anche il modo con cui si lascia la religione è stabilito dalla religione stessa”. La semplice dichiarazione con cui un musulmano rinuncia all’islam - conclude - non basta per rimuovere la voce “islam” dalla sua carta d’identità, “l’apostasia è infatti è una questione su cui ha competenza la sharia”.
Intanto ieri il premier malaysiano Abdullah Badawi ha chiarito che “nessuna pressione politica è stata esercita sui giudici della Corte federale" e ha ammesso che i problemi dei cittadini non musulmani con i tribunali islamici sono un argomento, che il governo dovrà trattare. Da tempo la comunità cristiana chiede che le autorità ribadiscano la supremazia della Costituzione sulla legge islamica.
Lina Joy: “In Malaysia è a rischio la libertà di coscienza”
Parla la cristiana, cui la Corte federale rifiuta di riconoscere la conversione dall’islam. La sentenza di ieri la obbliga praticamente a rimanere musulmana e a sposare un uomo della stessa fede. Vescovo malaysiano: “Decisione disumana e incivile”. Anche le altre comunità religiose di minoranza esprimono “preoccupazione”. Parlamentare cattolica: “Il governo chiarisca ogni dubbio circa la superiorità della Costituzione sulla sharia”.
Kuala Lumpur (AsiaNews) – “Nel contesto attuale in Malaysia sembra estremamente difficile esercitare piena libertà di coscienza”. Sono le prime parole di Lina Joy, dopo la sentenza della Corte federale che ieri ha rifiutato di riconoscerne la conversione dall’islam al cristianesimo. “Sono affranta – confessa al quotidiano The Star - dal fatto che il più alto tribunale civile del Paese non sia in grado di garantire un semplice e fondamentale diritto di tutti i cittadini: quello di scegliere la propria fede e la persona da sposare”.
Tutti i principali quotidiani nazionali aprono oggi in prima pagina con la notizia della sentenza sul caso che ha infiammato l’opinione pubblica nazionale e ha messo in discussione la reale garanzia di libertà religiosa nella pluralistica Malaysia. Da anni Lina Joy, 42 anni, di etnia malay, chiede che venga tolta la parola "islam" dalla sua carta d'identità (che esprime la religione di appartenenza) prima all'anagrafe e poi alla Corte di appello. Solo così può sposare il fidanzato, un cristiano di origine indiana. Entrambe le istanze hanno rifiutato e la Joy si è rivolta infine alla Corte federale, che ieri ha respinto il caso rimandandolo al tribunale islamico. Ma la sharia punisce gli apostati con la "riabilitazione" forzata, con il carcere e multe salate. Probabilmente la donna sarà costretta ad emigrare per poter rifarsi una vita normale all’estero.
Ad AsiaNews mons. Paul Tan Chee Ing, SJ, presidente della Federazione dei cristiani della Malaysia (CFM) - in prima linea per la lotta contro il dilagare della legge islamica e la sua applicazione anche ai non musulmani - non trattiene la sua frustrazione: “Negare ad una persona la possibilità di scegliere la propria fede è usurpare il potere di Dio e violare un diritto fondamentale, è qualcosa di disumano e incivile”. Teresa Kok Suh Sim, parlamentare cattolica di origine cinese e membro del Democratic Action Party (DAP), invita il governo a “prendere misure immediate per emendare la Costituzione federale in modo da evitare errate interpretazioni circa la superiorità dei tribunali civili su quelli islamici”. Posizioni simili sono contenute in comunicati ufficiali diffusi ieri dal Malaysian Consultative Council of Buddhism, Christianity, Hinduism and Sikhism (MCCBCHS) e dal Consiglio delle Chiesa della Malaysia (CCM).
Non solo i cristiani, ma tutte le comunità religiose di minoranza in Malaysia si dicono “preoccupate e scosse” dal verdetto della Corte federale. Pur garantendo formalmente piena libertà religiosa, Kuala Lumpur stabilisce che tutte le questioni di fede dei malay vadano giudicate dalla Corte islamica e non dalle leggi civili. Di fatto nel Paese esistono due legislazioni: quella islamica e quella costituzionale che spesso entrano in conflitto. Nel caso della cristiana è evidente: la Costituzione garantisce la libertà di religione, mentre la legge islamica proibisce la conversione di musulmani. Tra questi ultimi c’è chi, in forma anonima, dichiara che con questa sentenza si “nega ai fedeli dell’islam il diritto a scegliere la propria religione e abbracciarne una nuova”.