Presentata l’edizione aggiornata del libro “Il secolo del martirio”
Roma (Agenzia Fides) – Il secolo XX è stato il secolo dei genocidi e dei totalitarismi, ma anche dei nuovi martiri e dei grandi testimoni. Il mistero dell’iniquità e il mistero dell’equità. È questo il filo conduttore della nuova edizione del libro di Andrea Riccardi “Il secolo del martirio”, presentato dal Cardinale Crescenzio Sepe, dal prof. Adriano Roccucci, dallo scrittore Roberto Saviano e dall’Autore nella Basilica di san Bartolomeo all’Isola. Un luogo altamente significativo, poiché è la chiesa dedicata a tutti i martiri del secolo XX. Il martire è colui che dà testimonianza della propria fede. E questo libro è l’unico saggio-studio che parla di coloro che hanno vissuto fino all’estremo la propria fedeltà al vangelo della vita negli ultimi decenni. “Oggi – ha commentato il Cardinal Sepe – abbiamo un bisogno urgente di etica e di morale, per lottare contro i mali della società e darvi un fondamento solido.” I martiri sono una voce forte, un segnale, una provocazione per tutti gli uomini. La loro vita è una vita vissuta in pieno, e che dona vita, generatrice di vita. “Ecco perché – ha aggiunto il Cardinale – occorrono persone che mostrino con la vita i valori profondi dell’umanità.” “Il legame tra guerra, persecuzione e violenza è stato evidente - secondo il prof. Roccucci – soprattutto nella società sovietica, che è stata emblematica per aver pianificato la chiusura totale a Dio e ai valori spirituali. La lotta contro la fede ha generato il terreno per la violenza e la persecuzione.” Il libro è un racconto di vite, di esperienze di uomini e donne, che hanno vissuto sulla loro pelle l’apertura, l’affidamento a Dio per il bene e la salvezza del mondo. (M.T.) (Agenzia Fides 2/7/2009; righe 22, parole 290)
Sei sacerdoti prigionieri e in isolamento nei campi profughi tamil di Ranil Kumaratunga Sono quattro preti della diocesi di Jaffna e 2 missionari Omi che hanno vissuto tra la popolazione tamil sino agli ultimi istanti della guerra. Le condizioni sono al collasso e le organizzazioni umanitarie hanno le mani legate. L’esercito sorveglia i rifugiati in cerca di tracce delle Tigri tamil.
Chennai (AsiaNews) - Sei sacerdoti cattolici sono tenuti in isolamento nei campi profughi dello Sri Lanka. Il vescovo di Jaffna ha chiesto la loro liberazione, ma non ha ancora ottenuto alcuna risposta dal ministero della Difesa. Un operatore umanitario impegnato nei campi in cui vivono 300mila sfollati della guerra racconta la loro vicenda e denuncia la scomparsa anche di tre medici governativi che avevano diffuso le cifre dei morti durante gli ultimi giorni di guerra tra esercito e Tigri Tamil. Di loro non si hanno più notizie. Ranil Kumaratunga è un nome di fantasia che usiamo per mantenere l’anonimato della fonte di AsiaNews.
Il governo dello Sri Lanka deve rilasciare immediatamente i sei sacerdoti cattolici che sono imprigionati e tenuti nascosti in isolamento nei centri degli Internally displaced persons (IDPs). Quattro sono della diocesi di Jaffna e due appartengono ai missionari Oblati di Maria Immacolata (Omi). Questi sacerdoti hanno aiutato in modo disinteressato la popolazione tamil durante la guerra e sino alle ultime ore in cui i militari hanno intensificato l’attacco. Questi sacerdoti hanno solo aiutato la gente. Il governo dello Sri Lanka li ha messi in isolamento nei campi degli IDPs senza che nessuno possa incontrarli. Si teme per la loro sicurezza, le loro condizioni psicologiche ed emotive, ed anche per la salute fisica. Il vescovo di Jaffna ha chiesto al segretario della Difesa la liberazione dei sei preti, ma finora non c’è stata risposta.
Dopo che l’esercito ha portato a termine l’operazione per eliminare i leader del Liberation Tigers of Tamil Eelam (Ltte), nella zona di guerra erano rimaste poche persone. I militari li hanno prelevati e portati in posti isolati perché erano gli unici testimoni oculari delle brutalità compiute nella zona di sicurezza. Tra queste persone c’erano anche i sei sacerdoti.
Durante l’ultima fase dell’attacco finale, 25mila tamil sono rimasti uccisi. Le autorità di Colombo devono rilasciare i tre medici governativi che hanno diffuso le statistiche delle vittime - cifre che le autorità respingono. I tre medici, dopo essere stati accusati di complicità con l’Ltte, sono scomparsi.
I campi degli IDPs sono sparsi tra Mannar e Vavuniya. Circa 500 ettari di territorio occupato dalla foreste [pari a 5 kmq, ndr] sono stati evacuati e ora gli abitanti dei distretti di Kilinochchi e Mullaitivu e la popolazione di alcune zone di Jaffna, Mannar e Vavuniya è tenuta nei campi profughi.
Circa 300 mila persone vivono nei campi, in tende e alloggi temporanei. Le tende sono da cinque posti, ma in ognuno ci vivono tra le 15 e le 16 persone. C’è una cronica scarsità d’acqua e mancano i servizi sanitari per tutti: per circa 1500 persone ci sono solo due bagni. La richiesta delle agenzie umanitarie di costruire almeno 2500 bagni è un’urgenza assoluta. Tutte i rifugiati vivono in centri di detenzione e internamento in cui manca un’adeguata disponibilità di cibo, medicine e riparo; non c’è accesso all’informazione e possibilità di comunicazione.
A causa della dolorosa situazione nei campi un elevato numero di anziani è morto infezioni come la diarrea e la varicella si diffondono con rapidità.
C’è bisogno urgente di organizzare servizi di assistenza e le organizzazioni umanitarie devono essere ammesse a lavorare nei campi. C’è un bisogno fondamentale di terapie per il sostegno psicologico per aiutare le persone che sono rimaste traumatizzate dalla guerra.
Alle ong non è permesso lavorare tra la gente: possono visitare i campi portando gli aiuti ma devono consegnarli ai militari che sono gli unici a poterli distribuire. Essi controllano i campi e tengono tutti sotto costante sorveglianza. I preti a cui è concesso di celebrare la messa sono sempre accompagnati da personale del’esercito.
Il mondo tace davanti a questa tragedia. Nessun giornalista, nessuna agenzia, nessun attivista per i diritti umani, e nemmeno i parenti degli IDP possono visitare i campi. Le persone che ci vivono sono private della loro libertà e vogliono sapere quando il governo permetterà loro di tornare a casa. Le autorità affermano che le zone da cui provengono i profughi sono cosparse di mine e ci vuole tempo per la bonifica, per cui gli IDP devono restare nei campi.
Il governo tiene segregati i profughi perché non vuole che militanti del Ltte si infiltrino nei campi. Agenti in borghese dei servizi di intelligence girano per i campi e controllano ogni possibile segno che rivela la presenza di cellule o di sostenitori delle Tigri tamil; alcune persone sono sparite.
MESSICO - La Chiesa condanna l’assassinio di un sacerdote e di due seminaristi e chiede un’indagine urgente per individuare i responsabili del crimine
Ciudad Altamirano (Agenzia Fides) - La Conferenza Episcopale Messicana ha condannato il terribile assassinio di un sacerdote e di due seminaristi, avvenuto sabato 13 giugno nella città di Arcelia (Guerrero), e ha espresso le sue condoglianze a Mons. Maximino Martínez Miranda, Vescovo di Ciudad Altamirano, al Seminario e alle famiglie che soffrono per l’irreparabile perdita dei loro cari. “Condanniamo anche - si legge nel testo del comunicato - la violenza che sta colpendo il nostro Paese ed esigiamo dalle autorità competenti, a tutti i livelli di governo, di realizzare un’indagine urgente per individuare i responsabili di questo crimine vigliacco”. Il comunicato si conclude con la richiesta a tutti di unirsi nella preghiera per la Diocesi, per il Seminario e per le famiglie, “affinché il Signore dia loro forza e pronta consolazione”. Le vittime dell’omicidio sono il sacerdote Habacuc Hernández Benítez, 39 anni, coordinatore della pastorale vocazionale nella Diocesi di Ciudad Altamirano, ed i giovani Eduardo Oregón Benítez, 19 anni, e Silvestre González Cambrón, 21 anni, entrambi di Ajuchitlán, Guerrero. I tre sono stati assassinati mentre si dirigevano ad una riunione di pastorale vocazionale, la notte di sabato, nel municipio di Arcelia, a Tierra Caliente (Guerrero). Secondo il direttore della Polizia Investigatrice Ministeriale (PIM), il sacerdote ed i seminaristi sono stati raggiunti da colpi sparati da alcuni individui intorno alle sette del sabato pomeriggio, 13 giugno, mentre viaggiavano su un camioncino in una delle strade centrali di Arcelia. Improvvisamente un altro veicolo li ha raggiunti, li hanno fatti scendere dal camioncino e li hanno colpiti con vari colpi calibro 9. I corpi sono stati vegliati nel Seminario di Ciudad Altamirano e lunedì 15 sono stati trasportati nei loro luoghi di origine. Domenica 14 giugno l’Arcivescovo di Acapulco, Mons. Felipe Aguirre Franco, dopo aver celebrato una Santa Messa nella Chiesa di Nostra Signora della Soledad, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha ribadito che ancora non si conosce la dinamica dei fatti. “Questo è un colpo molto doloroso per Guerrero e per la Chiesa della Diocesi di Altamirano; siamo addolorati per l’assassinio del sacerdote e dei due giovani seminaristi” ha affermato il Vescovo. “Ci trasformiamo in ostaggi in questo scontro violento per il regolamento dei conti dei cartelli che stanno sopra di noi; tutto questo contagia le persone, perché finiscono per emulare queste azioni violente mettendo in atto la legge della giungla” ha affermato Mons. Aguirre Franco. Il Presule ha segnalato anche che in quella regione del Paese prevale la logica di risolvere tutto con la pistola, la logica del regolamento di conti, dello spargimento di sangue, “è una società che si sta cainizzando, dove il fratello ammazza il fratello”. Allo stesso tempo ha indicato che “le forze armate non bastano a risolvere il problema complessivo del narcotraffico e della violenza, per cui è necessario mettere in atto azioni che risolvano in maniera radicale questo problema, poiché si sta entrando in una guerra senza fine”. L’Arcivescovado di Mexico ha anche condannato con forza l’assassinio dei religiosi a Guerrero. “Qualsiasi atto di violenza è deplorevole per se stesso e ancora di più quando si tratta di persone consacrate a Dio, il che aggrava ulteriormente la colpa degli assassini”, si legge nel testo del comunicato. Per questo, chiedono alle autorità competenti di indagare a fondo su questo crimine, per punire secondo la legge i colpevoli, e pregano Dio “per l’eterno riposo delle vittime di questo vigliacco attentato” unendosi al dolore dei fedeli di Ciudad Altamirano e della propria Arcidiocesi di Acapulco. (RG) (Agenzia Fides 16/6/2009)
Etiopia: credenti nascosti accusati e incarcerati ingiustamente
8 giugno 2009 – Etiopia
Quattro “credenti nascosti” ex musulmani, Awel, Suleiman, Abdu e Redwan (nomi fittizi), sono stati incarcerati per 8 giorni in aprile senza nessun processo o accusa formale. A quanto pare un gruppo di musulmani, sospettando che i quattro credenti nascosti si fossero, per l’appunto, convertiti al Cristianesimo e realizzassero attività evangelistiche e non avendo nessun tipo di prove, li hanno accusati di stregoneria. L’accusa ha ricevuto una certa attenzione da parte delle autorità, per via di un caso che ha avuto ampia copertura mediatica riguardante un dottore folle, accusato di stregoneria, che con i suoi riti ha circuito alcuni clienti avvelenandone ben 11.
Il 17 aprile scorso il gruppo di musulmani si è recato dalle autorità locali e ha accusato i credenti nascosti di realizzare rituali di stregoneria. Le autorità, alla luce del caso mediatico di cui sopra, non hanno esitato a mandare la milizia nelle loro case. Awel, Suleiman, Abdu e Redwan sono stati sorpresi durante una riunione di preghiera assieme a dei fratelli e hanno cercato di spiegare che l’unica cosa di cui potevano essere colpevoli era proprio di guidare una riunione di preghiera in casa, ma gli ufficiali non hanno ascoltato ragioni e hanno rispedito a casa gli altri arrestando i quattro uomini. La locale chiesa protestante, venuta a conoscenza dell’ingiusta detenzione, ha mandato una delegazione presso la prigione e, senza creare un collegamento tra gli accusati e la chiesa per garantire loro di rimanere dei credenti nascosti (come sapete, per i musulmani in zone dove la religione più diffusa è l’Islam, convertirsi a un’altra religione crea problemi di ogni sorta a coloro che osano farlo) e presentandosi quindi come una delegazione di parenti e amici, ha formalizzato una richiesta di scarcerazione proprio in virtù della mancanza di prove e di accuse formali. Otto giorni dopo i 4 credenti sono stati rilasciati.
Nonostante il loro rilascio, le pressioni da parte dei musulmani locali non sono diminuite. Infatti nel tentativo di far ammettere pubblicamente il loro abbandono dell’Islam, un capo locale islamico ha offerto loro la possibilità di frequentare una scuola coranica in un altro paese, proposta che è stata gentilmente rifiutata: tutto l’accaduto, però, obbliga i quattro a ritirarsi sempre più nell’anonimato e a enfatizzare la loro condizione di credenti nascosti.
L’Etiopia in generale non è una nazione musulmana, come sapete, ma la zona sud-ovest, teatro di questi avvenimenti, effettivamente lo è e qui i cristiani soffrono una forma più o meno violenta di persecuzione. Le false accuse non sono una novità da queste parti; già negli anni passati alcuni credenti nascosti sono stati accusati dai musulmani di reati non commessi e, dopo un periodo di carcerazione, sono stati rilasciati perché le accuse sono risultate totalmente infondate. In Etiopia i casi di musulmani che si convertono sono in crescita e questo irrita e alimenta l’odio della comunità musulmana, creando tensioni e problemi in queste zone.
Dhaka, cuoco cattolico: “In carcere ho vissuto momenti terribili” di William Gomes È stato rilasciato su cauzione lo chef del Castel Inn, arrestato con l’accusa di possesso di bevande alcoliche illegale. Egli è stato rinchiuso per due settimane in una prigione con altri 240 detenuti, la cella ne può contenere 20. Ora si attende il processo, la comunità cattolica chiede “giustizia”.
Dhaka (AsiaNews) – Ha trascorso più di due settimane nel carcere di Dhaka, rinchiuso in una piccola cella “capace di contenere 20 detenuti mentre noi eravamo 240”, la sua pelle si è ammalata per le “pessime condizioni igieniche” e il cibo servito “non bastava nemmeno a sfamare un bambino”. Sapon D Costa, il cuoco cattolico arrestato la notte del 25 maggio per possesso di alcolici illegali, è libero su cauzione ed è in attesa di processo.
“Ho vissuto momenti terribili – racconta ad AsiaNews – rinchiuso in una piccola cella per 20 persone, anche se i detenuti in realtà erano 240. Per tutto il corpo si è diffusa una malattia della pelle, il cibo che ci davano non bastava nemmeno a un bambino. Le condizioni delle carceri di Dhaka sono davvero disumane”. Sapon D Costa è stato rilasciato su cauzione il 6 giugno scorso; uscito di prigione si è recato con tutta la famiglia nella Chiesa cattolica della città per ascoltare la messa e ringraziare Dio. Onima Corraya, moglie del cuoco, aggiunge di aver “pregato la Madonna” e ringrazia “i sacerdoti e la comunità cattolica per la solidarietà e il sostegno”. La donna auspica che il marito possa “riprendere il lavoro”.
Nelle giornate successive all’arresto numerose associazioni cristiane e attivisti per i diritti umani avevano perorato la sua causa, chiedendo un processo libero e giusto e indagini imparziali sulla vicenda. P. Edmond Cruze, sacerdote della Santa croce, spiega che non basta il rilascio, ma ora “vogliamo che sia fatta giustizia”.
Sapon D Costa spiega che per giorni è rimasto rinchiuso in una cella senza nemmeno conoscere i capi d’accusa a suo carico. Alla base dell’arresto vi sarebbe il possesso di bevande alcoliche proibite, servite durante un party che si è tenuto la sera del 24 al Castel Inn, la struttura di lusso presso la quale lavora. “Un gruppo di ragazzi e ragazze – racconta – sono stati rilasciati dopo aver versato una somma di denaro agli agenti. Io sono povero e non avevo nulla da dare loro”.
Egli aggiunge che solo dopo qualche giorno ha saputo dell’accusa a suo carico. “I clienti – conclude – hanno introdotto le bevande dall’esterno. Solo i ragazzi presenti alla festa e il manager dell’hotel – che avrebbe montato ad arte le accuse per licenziare l’uomo e assumere familiari e amici – erano a conoscenza del contenuto delle bottiglie”.
Card. Zen: È tempo di attuare la Lettera del Papa ai cattolici cinesi, costi quel che costi di Gianni Criveller Il vescovo emerito di Hong Kong afferma che la Lettera del Papa ha segnato una nuova fase nella vita della Chiesa in Cina. Ma i criteri stabiliti dal pontefice sulla libertà religiosa subiscono annacquamenti e ambiguità. Egli teme che si stia scivolando verso un’era di compromessi, che rende vani tutti gli sforzi compiuti finora verso la Chiesa in Cina. La libertà religiosa è più importante dei rapporti diplomatici. Oggi Pechino sembra meno interessata alle relazioni con la Santa Sede, grazie alla distensione con Taiwan.
Hong Kong (AsiaNews) – In un appassionato dialogo con AsiaNews il card. Joseph Zen afferma che è tempo per la Chiesa cinese e per la Santa Sede di non accettare più alcun compromesso con il regime di Pechino ed attuare nella verità le indicazioni date da Benedetto XVI nella sua Lettera, salvaguardando la libertà religiosa della Chiesa. Il card. Zen, che dall’aprile scorso, è vescovo emerito di Hong Kong, è preoccupato soprattutto di un’opaca sottomissione all’Associazione patriottica da parte della Chiesa ufficiale, che sarebbe “uno schiaffo” al papa e alle chiare direttive da lui suggerite nella Lettera ai cattolici cinesi pubblicata due anni fa.
Il porporato relativizza l’importanza delle relazioni diplomatiche cercate a tutti i costi fra Santa Sede e Pechino: esse rischiano di essere un’illusione se non vi è la libertà religiosa nel Paese. Il testo che pubblichiamo oggi fa parte di una lunga intervista che AsiaNews pubblicherà integrale sul suo mensile (nel numero di agosto-settembre).
Nel brano che qui presentiamo il card. Zen ricorda anche l’impegno della Chiesa e della Santa Sede nel riconciliare le due comunità in Cina (l’ufficiale e la non ufficiale, o clandestina) e parla anche del suo futuro come insegnante ad Hong Kong, ma soprattutto in contatto continuo con i cristiani in Cina.
Eminenza, ci racconti del suo impegno per la libertà della Chiesa in Cina
Fin dalla fine degli anni ‘70 e inizio anni ‘80, molti si sono dati da fare per la Chiesa in Cina. Ed è successo che la realtà trovata in Cina si è riflessa fuori della Cina. Mi spiego: la divisione tra le comunità cosiddette aperte o ufficiali e quelle clandestine ha creato, almeno in un primo tempo,due posizioni diverse sia ad Hong Kong che nella Santa Sede. Qui ad HK - parlo sempre dei primi anni dopo l’apertura - coloro che aiutavano la Cina si sono schierati in due gruppi. Vi erano coloro in favore delle comunità clandestine e quasi in ostilità verso quelle ufficiali e, al contrario, c’era un gruppo che aveva più simpatia per la Chiesa ufficiale, e guardava con sospetto a quella clandestina. La gente che aveva più connessioni con la Chiesa in Cina, che ne conosceva le vicende, stava naturalmente dalla parte della Chiesa clandestina, perché più fedele alla Chiesa, e perché aveva sofferto coraggiosamente per la fede. Costoro vedevano con sospetto la Chiesa ufficiale, che giudicavano si fosse arresa al governo. Ma un certo numero di persone di Hong Kong che non conoscevano bene la Cina, o giovani missionari che non avevano mai lavorato in Cina, facilmente si sono entusiasmati per quello che vedevano durante i loro viaggi in Cina: le chiese aperte, la gente che cantava, ecc… Perciò si rallegravano della libertà, che a loro sembrava reale. Di conseguenza consideravano quelli della Chiesa clandestina come gente cocciuta, che non accettava la nuova situazione.
Era così pure nella Santa Sede: si sa che nel passato vi è stato un po’ di attrito tra la Segreteria di Stato, che tende alla mediazione per riallacciare le relazioni diplomatiche, e Propaganda Fide, che tendeva invece ad assicurare alla Chiesa una vera vita ecclesiale e libertà. Dopo un po’ di anni di scambio tra Chiesa cinese e universale, specialmente grazie a noi che siamo andati ad insegnare, abbiamo visto che la Chiesa ufficiale non è affatto scismatica o veramente separata. Ci siamo resi conto che è il governo a tenerla artificialmente separata da Roma. La gente invece nel suo cuore ha conservato la fede cattolica come tutti noi. E così un po’ alla volta le due posizioni si sono abbastanza avvicinate. E questo vale sia per la Santa Sede che per Hong Kong. Naturalmente ci sono ancora dei gruppi che polarizzano la situazione, e stanno solo da una parte o solo dall’altra.
Si può dire che la Chiesa universale, dopo aver conosciuto meglio la realtà concreta, si è aperta ad accettare anche la cosiddetta Chiesa ufficiale. In tal modo è cominciato un processo di recupero da parte di membri della Chiesa ufficiale, per cui molti vescovi anziani si sono presentati al papa per chiedere di essere perdonati e riconosciuti come vescovi. La Santa Sede ha avuto un’attitudine molto aperta: dopo le dovute indagini e il consenso del vescovo legittimo clandestino, essa ha riconosciuto molti dei vescovi, senza esigere che facessero atti pubblici di comunicazione dell’avvenuta legittimazione. Questo infatti, soprattutto all’inizio, avrebbe reso difficile il processo di legittimazione. Alla tolleranza da parte della Santa Sede, ha corrisposto, in un certo senso, tolleranza anche da parte del governo. Quest’ultimo infatti ad un certo punto è venuto a sapere tutte queste cose, ma non ha reagito con atti di ostilità o soppressione nei confronti dei vescovi che avevano ottenuto l’approvazione di Roma.
Allo stesso modo è stata gestita anche una seconda fase, quella di giovani vescovi che dopo essere stati eletti [secondo la procedura dell’elezione “democratica” imposta dal governo - n.d.r.] vogliono essere approvati dal papa prima di essere ordinati. Anche in questo caso la Chiesa è stata generosa ed ha approvato molti di costoro, purché naturalmente fossero accettabili. E il governo, in questo caso, ha chiuso un occhio e non li ha rifiutati per il fatto che sono andati a cercare l’approvazione di Roma. Dunque c’è stata una fase in cui c’erano concessioni e compromessi da entrambi le parti, per cui sembrava che le cose potevano finalmente essere aggiustate in modo ufficiale.
Ma ciò non è avvenuto: non c’è stata continuità di riflessione, siamo andati avanti per inerzia, senza adeguata riflessione e senza cercare di migliorare quella situazione.
Ora siamo arrivati ad un punto in cui non è più possibile e giusto accettare il compromesso, come si faceva prima. È maturato il momento di cominciare una nuova fase. È la Lettera del papa ai cattolici cinesi (del 2007) che deve segnare questo nuovo inizio. Difatti il papa ha parlato chiaro su quali devono essere i principi su cui dare vita ad una nuova fase della vita della Chiesa in Cina[1]. Ma purtroppo in questi due anni non c’è stata questa svolta verso la chiarezza. Anzi a me sembra che si sta scivolando in modo preoccupate lungo la china del compromesso. L’episodio più inquietante di questo continuo compromesso, che va contro le indicazioni del papa, è la celebrazione del 50mo anniversario delle prime consacrazioni illegittime del 1958. Per questo io sono molto preoccupato: sembra assai difficile che ci possiamo fermare dalla china che le cose hanno preso. Davanti alla possibilità della riunione dell’assemblea dei cattolici in Cina, prevista per questo 2009, io davvero sento una grande paura. Quella riunione se, come temo, riuscisse ad ottenere grande partecipazione di vescovi e di preti, sarebbe la fine. Lo ripeto: sarebbe il completo spreco di tutti gli sforzi fatti negli anni precedenti e un insulto al Santo Padre. Si, sarebbe proprio come dare uno schiaffo a lui, perché sarebbe come ignorare completamente la sua Lettera.
Chi è responsabile per la mancata attuazione delle direttive contenute nella lettera del Santo Padre?
Certamente in Cina hanno fatto di tutto per oscurare la Lettera del papa. Ma io penso che anche da parte della Santa Sede si sarebbe dovuto dare più sostegno alla Lettera del papa. La Santa Sede avrebbe dovuto seguirlo di più lungo la linea della chiarezza. A me sembra che ciò non sia avvenuto.
Lo scorso gennaio lei ha scritto un editoriale sul giornale cattolico di Hong Kong in cui chiedeva ai vescovi ufficiali in Cina di avere le stesse virtù di santo Stefano, il primo martire, e non sottostare sempre alle indicazioni dello Stato contrarie alla fede. Lei chiedeva loro di “tener duro”, di resistere alle pressioni dell’Associazione patriottica, per rimanere fedeli al papa[2].
Il discorso che io faccio, riportato anche nell’articolo che ho scritto a gennaio può sembrare un po’ crudele, perché a qualcuno sembra che io spinga al martirio. Ma il martirio non è una cosa che possiamo scegliere noi. Se una situazione richiede il martirio, ci sarà la Grazia del Signore che darà la forza. Il martirio non è frutto della nostra iniziativa, ma se le circostanze lo richiedono, dobbiamo essere pronti al martirio, non c’è scelta. Se le circostanze richiedono il martirio, ma uno si sottrae, allora vuol dire che rinnega la testimonianza di fede che ha il dovere di offrire.
Può sembrare brutta la parola “tenere duro”, ma comunque bisogna essere chiari, essere fermi. Il contrario è la resa. Noi non abbiamo il diritto di arrenderci. Dobbiamo tenere ferma la fede.
Il papa tante volte ha detto che dobbiamo essere fermi nei nostri principi di fede, anche se in un primo momento tutto sembra un fallimento. Purtroppo qualcuno credeche si possa rinunciare ad una parte della fede per poter evangelizzare. Ma questo è assurdo, perciò io chiedo: ma di quale Vangelo parlate? Di un Vangelo dimezzato? Di un Vangelo scontato?
Cosa pensa del dialogo tra Santa Sede e Cina e della prospettiva di rapporti diplomatici?
Qualche volta si dà troppa importanza alle relazioni diplomatiche, ma esse da sole non aggiustano tutto. Anzi, possono essere qualcosa che inganna, perché possono dare la falsa impressione che esista la libertà religiosa. La cosa più importante è la libertà religiosa, e certamente essa può essere facilitata dalle relazioni diplomatiche. Ma non è necessariamente vero che quando ci sia l’una c’è necessariamente anche l’altra. Allora non si può mirare solo alle relazioni senza assicurare una vera libertà. In questo momento la possibilità di instaurare le relazioni diplomatiche sembra meno probabile perché ormai la relazione tra Pechino e Taipei è notevolmente migliorata. Allora per non fare perdere la faccia a Ma Yingjiou (l’attuale presidente di Taiwan) Pechino non affretterà le relazioni con il Vaticano, che comporterebbero la rottura tra Vaticano e Taiwan. Sembra che ci sia un tacito consenso tra le due parti, che Pechino lascerà che Taiwan mantenga le relazioni con una serie di piccoli Stati, mentre fino a qualche tempo fa attuava la politica di strappare questi Stati attraverso la concessione di vantaggi economici. Attualmente su questo punto c’è una tregua tra le due parti.
I suoi programmi per il futuro…
Io ho detto che ero desideroso di ritirarmi dall’ufficio della diocesi per concentrarmi nel servizio verso la Cina. È per questo che il Santo Padre mi ha creato cardinale. Ora sentivo che era impossibile fare bene entrambi i servizi. Ricevevo molte lettere o persone, ma non ho potuto seguire i particolari di ogni diocesi della Cina. Non ci potevo star dietro. Leggevo le lettere e le mettevo da parte, ricevevo un ospite (dalla Cina), dicevo quello che sentivo più giusto, ma poi finiva lì, io non potevo andar oltre. Ora invece spero di poter fare di più. Questo è la linea principale: interessarmi più e meglio della Chiesa in Cina e di ciascuna diocesi in particolare, e così sarò meglio informato per dare qualche consiglio. Per ora sento di essere informato sull’insieme della Chiesa, ma non sulle singole diocesi. Ma molti problemi sono a livello delle singole diocesi.
Inoltre siccome il mio lavoro precedente era sulla formazione nei seminari, ben volentieri continuo questo servizio, che non è incompatibile con quello per la Cina. Per questo quando mons. Tong mi ha chiesto di aiutare nell’insegnamento e vivere in seminario, ben volentieri ho accettato. Altrettanto volentieri sarei andato anche via, per lasciare il campo sgombro, ma anche per recarmi in una casa di studi salesiana in Africa, dove hanno bisogno di insegnanti. Poi c’è da tener conto che ho 77 anni, non so per quanto tempo potrò ancora continuare. Io spero che la salute mi sostenga ancora per qualche anno. E poi quando non potrò più apportare il mio servizio, mi ritirerò in una casa salesiana.
Vietnam - A Ho Chi Minh City, si “spostano” le suore, malgrado abbiano chiesa, asilo, clinica di Emily Nguyen Le autorità si prendono l'ultimo pezzetto di un grande terreno, in gran parte già requisito, ma che con gli anni è cresciuto di valore, malgrado i tanti servizi che le religiose offrono ai poveri e ai bambini della zona.
Ho Chi Minh City (AsiaNews) – Ancora suore private della loro casa, in Vietnam. L’11 giugno, le religiose dell’ordine delle Cross Lovers di Thu Thiem, un suburbio di Ho Chi Minh City, sono state convocate dai responsabili del secondo distretto per un incontro, nel corso del quale sono state informate della decisione delle autorità di “spostarle” dalla loro unica casa, nella quale vivono da almeno 170 anni.
E’ stata una notizia terribile per le suore, così come per i bambini della scuola e per i poveri della zona ai quali offrono la loro opera.
La loro casa è situata in appena 3,5 acri (meno di 15mila metri quadrati) di terreno, quello che resta di quello che è stato lasciato loro per vivere e portare avanti le loro attività caritative dopo che le stesse autorità hanno confiscato 100 acri (oltre 40mila metri quadrati) di terreno con la scuola media e superiore, quando l’allora Saigon è stata presa dai comunisti. Dal 1840, le suore avevano speso un’incalcolabile quantità di tempo per trasformare una zona tropicale, umida e boscosa in case, scuole e fattorie vivibili, nelle quali si mantenevano loro e i poveri della zona.
Molte lacrime sono state versate in silenzio quando ci fu la prima confisca: la loro natura pacifica e amorevole e il timore di subire rappreseaglie se avessero parlato fecero sì che le suore non avanzarono proteste contro l’illegale comportamento delle autorità e accettarono la dura realtà. Col cuore in pezzi si sforzarono di tirare avanti con quallo che restava.
Stavolta, però, non hanno scelta, dal momento che vengono cacciate dalla loro unica casa hanno deciso di rompere il silenzio e di non subire un’altra ingiustizia. Vogliono restare nella loro casa e battersi non solo per i loro diritti, ma anche per il bene di coloro che sono beneficiati dalla loro carità: gli svantaggiati e i bambini della scuola.
In quel piccolo pezzo di terra, infatti, le suore hanno realizzato una chiesa, un convento, una scuola per lo studio e le vocazioni, una fattoria, una casa di assistenza, una clinica e un asilo frequentato da 400 bambini. Tante vite che saranno colpite se le suore saranno spostate in un altro luogo, dal momento ch enssuno potrà seguirle nella nuova sede.
C’è da rilevare che evidentemente negli ultimi anni, insieme con le riforme economiche c’è stata crescita degli affari sui terreni, specialmente nelle zone lungo il fiume Bach Dang, nella periferia di Ho Chi Minh City. Il valore dei terreni in aree come quella dove è il convento delle suore è enormemente cresciuto, per cui il desiderio di spostarle è cresciuto in funzionari pubblici diventati affaristi.
Consegnata in Vaticano la documentazione completa sui 125 martiri coreani di Theresa Kim Hwa-young La Congregazione per le cause dei santi avvia l’indagine che porterà alla beatificazione di 124 martiri laici e di padre Thomas Choe Yang, che si andrebbero ad aggiungere ai 103 martiri coreani canonizzati da papa Wojtyła nel giugno del 1984.
Seoul (AsiaNews) – La Congregazione vaticana per le cause dei santi ha accolto la documentazione della Chiesa coreana per la beatificazione di 125 martiri, morti tra il 1791 e il 1884. La maggioranza di essi è composta da laici. Ma fra essi vi è pure un sacerdote, padre Thomas Choe Yang–eop, definito come “il martire del sudore” per aver percorso 2800 km evangelizzando le zone più remote del Paese.
La delegazione, giunta in Vaticano il 3 giugno scorso, era guidata da mons. Peter Kang U-il, presidente della Conferenza episcopale coreana e accompagnata anche da Francesco Kim Ji-Young, ambasciatore della Repubblica coreana presso la Santa Sede.
Incontrando i delegati mons. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, ha affermato che, finora, le petizioni di beatificazione presentate alla Congregazione da tutto il mondo sono circa 2000. Egli ha detto che “è stata data priorità a quelle provenienti dall’Asia e dai Paesi africani”.
L’ambasciatore Francesco Kim, ha sottolineato che “io come laico, prego affinchéi 124 martiri coreani raggiungano lo stato di beati e santi, il prima possibile. Sono qui a nome di tutti i laici coreani, che condividono con me la stessa speranza”.
La petizione è stata consegnata a mons. Giacomo Pappalardo responsabile per le richieste di beatificazione. L’indagine che condurrà alla beatificazione dei 124 martiri e di padre Chie Yang – eop, avrà inizio con l’approvazione da parte della stessa Congregazione del postulatore in Roma, don John Kim Jong-su, proposto dalla Conferenza episcopale coreana.
Il 6 maggio 2009 i cattolici coreani hanno festeggiato il 25° anniversario della canonizzazione di 103 martiri coreani, composti da 92 laici, tre vescovi e otto sacerdoti fra cui il primo prete coreano Andrea Kim Taegon, conosciuto come il “martire del sangue” e decapitato nel 1846. Essi sono stati canonizzati nel 1984 a Seul daPapa Giovanni Paolo II, in occasione del200mo anniversario della nascita della Chiesa coreana, nata nel 1784 attraverso l’evangelizzazione compiuta da alcuni laici.
Tre anni di prigione a un cristiano protestante: ha stampato e diffuso bibbie gratis La difesa: voleva solo diffondere il Vangelo e aiutare la costruzione della società armoniosa. Ma per la corte questa è “un’operazione commerciale illecita”. Nuovo capitolo per la soppressione delle comunità protestanti sotterranee, che raccolgono sui 50 milioni di aderenti.
Pechino (AsiaNews/Chinaaid.org) – Il tribunale di Pechino ha condannato Shi Weihan, 38 anni, a 3 anni di carcere per “operazioni commerciali illegali” e a una multa di 150 mila yuan (circa 15 mila euro) e cioè stampare e distribuire bibbie gratis. La condanna è avvenuta il 10 giugno. Shi è insieme il proprietario di una libreria e il pastore di una comunità domestica, non riconosciuta dal governo. Con lui sono stati condannati altri due cristiani, soci della casa editrice che stampava le bibbie.
La difesa aveva fatto notare che le accuse erano senza fondamento. “Stampando la bibbia e altri libri religiosi – ha precisato l’avvocato difensore - Shi Weihan non aveva come scopo di accumulare profitti illeciti. Dal punto di vista oggettivo, egli non ha messo in atto un’operazione commerciale, [ma un atto] che non ha la natura di un crimine”. Al contrario, secondo la difesa “diffondendo il Vangelo di Cristo egli può purificare il cuore delle persone, esaltare le ricchezze spirituali della gente e promuovere comportamenti che conducono all’armonia sociale e allo sviluppo stabile”.
Non è ancora chiaro se Shi Weihan ricorrerà in appello. La difesa aveva anche chiesto la sua scarcerazione, a causa del suo grave diabete, ma la corte ha rifiutato.
La stampa delle bibbie è un affare controllato dall’amministrazione statale per gli affari religiosi. La loro vendita è rigorosamente ristretta agli ambienti di chiese riconosciute dal governo. Molte comunità protestanti, però, aiutate da comunità all’estero producono o importano in Cina migliaia di esemplari del libro sacro, che diviene una spinta all’evangelizzazione.
Dal 2007 è in atto in Cina una campagna contro le comunità protestanti sotterranee che, secondo le stime più sobrie, radunano oltre 50 milioni di fedeli. La campagna prevede o l’assorbimento delle comunità nel Movimento delle tre autonomie, che raccoglie le comunità protestanti ufficiali e controllate dal governo, o la soppressione (v. Documento segreto del Partito per “normalizzare” i cristiani protestanti cinesi ).
Un’insegnante cattolica licenziata per aver invitato gli studenti a informarsi sul web di J.B. An Dang L’accusa è di aver diffuso “pensieri controrivoluzionari” e pubblicizzato “siti anticommunisti”. In realtà ha incoraggiato i giovani a leggere racconti e poesie scritti prima dell’avvento del regime. Hanoi controlla strettamente internet, per Reporters sans frontieres è uno dei 15 “nemici” di internet e Amnesty International riferisce di persone arrestate per la loro attività nella rete.
Hanoi (AsiaNews) – Una insegnante cattolica vietnamita è stata allontanata dalla sua scuola e rischia di essere ncriminata per aver incoraggiato i suoi studenti a visitare siti internet contenenti “materiali politicamente sensibili”. L’accusa contro Nguyen Thi Bich Hanh, una giovane di 28 anni (nella foto), è stata lanciata l’1 giugno dal giornale della polizia, il People's Public Security, secondo il quale l’insegnante “approfittando della sua posizione di docente diffonde pensieri controrivoluzionari, parla male dei leader comunisti e distorce le loro immagini nelle menti dei bambini, offende gravemente la politica educativa statale e pubblicizza siti anticomunisti che diffondono calunnie contro il governo”.
Il giornale specifica che Hanh, insegnante di letteratura alla Nguyen Binh Khiem, scuola speciale per studenti dotati, a Tam Ky, nella centrale provincia di Quang Nam, è stata inquisita dopo che i suoi studenti hanno cominciato a cercare informazioni su siti classificati “antirivoluzionari”. L’insegnante, parlando a Radio Free Asia, ha affermato di non aver fatto nulla di illegale e di essere perseguitata in gran parte a causa della sua formazione cattolica. Sono sempre di più, ha spiegato, i giovani vietnamiti che vanno su internet per giocare, scaricare musica, scambiarsi e-mail, chattare e cose simili. Lei semplicemente ha voluto discutere con i suoi studenti dei benefici e delle trappole che internet può presentare. Come docente, si sentiva obbligata a educare i suoi studenti su come usare in modo costruttivo internet per ricerche, analisi e informazioni corrette. Sulla base della sua personale esperienza, li ha incoraggiati a cercare racconti, poemi ed altri scritti pubblicati prima del periodo comunista, quando gli scrittori vietnamiti erano liberi di esprimere i loro pensieri e i loro sentimenti. Opere che è estremamente difficile trovare in patria, ma che sono disponibili sulla rete.
In Vietnam internet sta conoscendo una vasta diffusione: a novembre, secondo dati del Vietnam Internet Network Information Center esso aveva 20.669.285 utenti, il 24% della popolazione, e il governo ha annunciato un piano per portarli al 35% entro il 2010. Insieme al piano per far aumentare il numero degli internauti, il governo applica una politica di stretta censura politica. Misure giuridiche e tecniche sono utilizzate per filtrare siti contenenti materiale giudicato pericoloso dal Partito comunista. Reporters sans frontieres pone il Vietnam tra i 15 “nemici” di internet e Amnesty International riferisce di persone arrestate per la loro attività nella rete. Sono bloccati numerosi sono siti occidentali o tenuti da vietnamiti all’estero.
Non lo erano quelli indicati da Hanh ai suoi studenti. Ma, ha spiegato, “le autorità mi hanno accusato di avere una mentalità diversa, risultato del mio essere cattolica, con una formazione discutibile”. L’insegnante ha poi rivelato che già suo padre ha trascorso più di 20 anni in un campo di rieducazione, a causa della sua attività apostolica e della sua difesa del cattolicesimo. Famoso matematico, Nguyen Quoc Anh, anche in prigione ha scritto articoli che gli hanno valso inviti alla università di Hanoi, ma che non sono mai stati pubblicati dal Ministero dell’educazione.
Quanto alla giovane Hanh, dopo un corso di perfezionamento post-laurea all’università di Dalat, è stata assunta nel 2002 dal Dipartimento provinciale per l’educazione di Quang Nam – Da Nanag nell’ambito di un programma speciale per il reclutamento di persone di talento. Sebbene considerata uno degli insegnanti più stimati della scuola, non ha mai avuto alcun riconoscimento, né promozioni, in quanto è una catechiesta della sua parrocchia.
La vicenda di Hanh è stata vista dai cattolici vietnamiti come segno di un percorso difficile che si apre, un tempo di difficoltà e sofferenza per i cattolici che lavorano nei servizi pubblici. La diffusione della notizia del suo licenziamento da parte del giornale della polizia è ritenuta un avvertimento minaccioso del governo per tutti gli insegnanti che hanno legami con le religioni.
Doha, cristiani in festa per la consacrazione della chiesa di Marthoma La cerimonia presieduta dal metropolita Joseph Mar Thoma. Egli ha ringraziato i politici del Qatar per “lo spazio concesso” e invita i fedeli a “ricordare quanti hanno reso possibile” la costruzione dell’edificio. A maggio inaugurata la chiesa Siro-malabarica di San Tommaso.
Doha (AsiaNews/Agenzie) – La comunità cristiana del Qatar celebra l’apertura di una nuova chiesa. La cerimonia di consacrazione si è tenuta lo scorso 11 giugno ed è stata presieduta dal metropolita Joseph Mar Thoma, capo della Chiesa di Marthoma. Al rito hanno partecipato il vice del metropolita, Zacharias Mar Theophilos, cinque pastori e più di mille fedeli.
Il luogo di culto sorge nel centro interconfessionale (Inter-Denominational Church Complex, Idcc) di Mesaimeer, zona periferica a sud di Doha. La Chiesa di Marthoma è una denominazione cristiana protestante con base nel Kerala, in India, e in comunione con la Chiesa anglicana e la Chiesa Siro-malabarica indipendente. Alla messa di ringraziamento celebrata ieri erano presenti circa 2500 fedeli.
Ringraziando i politici del Qatar “per lo spazio concesso” per la costruzione del luogo di culto, il metropolita Joseph Mar Thoma spiega che l’emirato arabo “è il quinto Paese del Golfo ad avere una chiesa della comunità dopo il Kuwait, il Bahrain, il Sultanato dell’Oman e gli Emirati Arabi Uniti”. Egli ha inoltre invitato i fedeli a “ricordare i contributi e i sacrifici di quanti hanno lavorato duramente per trasformare il luogo di culto in realtà”.
Il 22 maggio scorso a Doha è stata consacrata la chiesa Siro-malabarese di San Tommaso. Alla funzione hanno partecipato il card. Varkey Vithayathil e mons. Paul Hinder, vicario apostolico di Arabia; esso ha sede ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, e ha giurisdizione su tutti i cattolici residenti nella penisola arabica.
Si moltiplicano in Vietnam i casi di violazione della libertà di religione di Emily Nguyen Vietato a un sacerdote di svolgere attività pastorale perché i suoi fedeli “non hanno bisogno della religione”, un altro viene avvisato dai suoi parrocchiani che la sua stesa vita è in pericolo, un altro viene fermato per ore senza motivi all’aeroporto e avvisato che sarà interrogato ancora.
Hanoi (AsiaNews) – A un sacerdote viene vietato di proseguire la sua attività pastorale perché i suoi duemila fedeli “non hanno bisogno della religione”, a un altro i suoi parrocchiani dicono di fare attenzione perché si dice che la sua stesa vita è in pericolo, un altro ancora viene fermato per ore senza motivi all’aeroporto, avvisato che sarà interrogato ancora e intanto subisce il sequestro del computer. Sono preoccupanti segnali di violazioni della libertà religiosa, che arrivano dal Vietnam, ove tale fondamentale diritto, riconosciuto dalla legge, sembra essere messo in discussione.
Il primo caso riguarda un domenicano, padre Peter Nguyen Van Phuong, che finora ha svolto la sua attività nella provincia di Dak Lak, negli Altipiani centrali. Il Comitato del popolo della conta di Lak ha motivato il rifiuto opposto al religioso di poter proseguire nella sua attività, con l’affermazione che “non ci sono istituzioni religiose in queste zone, quindi non c’è bisogno di religione. I fedeli … possono praticare la loro fede a casa”.
In realtà, fino al 1975, quando il Vietnam è stato unificato dal governo comunista, nella contea c’erano tre cappelle: a Quang Trach, Quang Tru e Lac Thien. Quest’ultima ora è usata dalla contea come ufficio legale e le altre due sono in rovina e non possono essere restaurate per un divieto posto dalle autorità locali.
Il caso di padre Peter Nguyen non è unico nella provincia. Da anni viene impedito a padre Nguyen Trung Thoai della diocesi di Hun Hoa di andare a celebrare messa, almeno per Natale e per Pasqua nella provincia di Son La.
Un’altra vicenda accade nella provincia di Nghe An, diocesi di Vinh, nel nord, e riguarda padre Peter Tran Dinh Lai. Il religioso è apprezzato dai suoi 2.500 parrocchiani per la difesa fatta alla campagna di denigrazione lanciata dal governo contro alti esponenti della Chiesa come l’arcivescovo di Hanoi Joseph Ngo Quang Kiet e per l’impegno per proteggere l’integrità dei beni della parrocchia. I suoi fedeli lo hanno avvertito di voci di un complotto che potrebbe mettere in pericolo la sua vita.
Il sacerdote è divenuto un obiettivo soprattutto dopo che si è rifiutato di collaborare con le autorità per fermare le proteste dei parrocchiani relative a vari beni della chiesa. Fallito il tentativo di bloccare la protesta, la polizia ha preso di mira soprattutto donne e studenti, interrogati persino all’interno della scuola. Padre Peter Tran è tra coloro che hanno chiesto alle autorità di indagare sulle accuse di brutalità rivolte contro la polizia, per le quali numerosi giovani della scuola media di Nghi Thach sono così spaventati che soffrono di disturbi nervosi e si rifiutano di tornare nelle loro classi.
L’ultimo caso è quello del redentorista padre Joseph Le Quang Uy. Noto attivista pro-life e oppositore del progetto governativo per l’insensato sfruttamento delle miniere di bauxite negli Altipiani centrali, il 6 giugno è stato fermato senza motivo al aeroporto di Tan Son Nhat. Rilasciato dopo ore, ha avuto l’ordine di ritornare per altre “sessioni di lavoro” e gli è stato sequestrato il computer.
Se chiediamo di ridarci le nostre chiese non ce le danno, se chiediamo di ri-concedercele, forse La “filosofia” suggerita dal vescovo vietnamita di Bac Ninh ai fedeli per i rapporti con le autorità locali. Vescovo dei poveri, dei bambini sfortunati e dei lebbrosi della parrocchia di Thanh Binh.
Bac Ninh (AsiaNews) – “Quando abbiamo chiesto alle autorità di ‘restituirci’ il terreno per le chiese ci hanno detto di no, ma se chiediamo di ‘ri-concedercelo’ per le necessità delle persone, alla fine lo faranno”. E’ la “filosofia” che mons. Cosma Hoang Van Dat, vescovo di Bac Ninh (nella foto) consiglia ai suoi fedeli, che, finora, hanno invano cercato di poter ricostruire i loro edifici sacri.
Mons. Hoang Van Dat, è il vescovo dei poveri, dei bambini sfortunati e dei lebbrosi della parrocchia di Thanh Binh, nel distretto 2 di Ho Chi Minh City. Poca gente sa dell’ospedale dei lebbrosi che è stato offerto prima del 1975, e ha più di 360 persone.
La diocesi di Bac Ninh comprende cinque province: sono Bac Ninh, Bac Giang, Thai Nguyen, Bac Kan, Vinh Phuc e alcuni distretti di altre sette province come Lang Son, Tuyen Quang, Ha Giang, Phu Tho, Hung Yen, Hai Duong. Sono 7.376.504 di abitanti. Oltre ai Kinh, la diocesi comprende minoranze etniche come San Diu, H’mong, Dao, Meo, Cao Lan, Cinesi, Tay e Nung. La maggior parte di loro sono povera gente che vive nelle zone rurali delle isolate aree di montagna.
Il vescovo racconta ad AsiaNews che “in occasione del Natale e della Pasqua vado a dire messa tra le comunità cattoliche povere e isolate. Essendo responsabile della parrocchia “dei lebbrosi” di Thanh Binh, prendo parte alle loro attività pastorali e sociali”.
La diocesi, continua il vescovo, “è stata creata nel 1883. Ci sono circa 125mila laici cattolici e 43 sacerdoti che prstano la loro opera in 47 parrocchie, sparse in un’area di 24.600 chilometri quadrati”. “dopo il 1954, numerosi beni della Chiesa sono divenute ‘proprietà’ delle locali autorità comuniste. I fedeli hanno necessità di avere indietro le chiese per pregare e hanno scritto alle autorità locali: ‘oi chiediamo di restitire I terreni per le nostre chiese’, ma le autorità locali non l’hanno ciìoncesso. Così ora proviamo a crivere: ‘chiediamo al governo locale di ri-concederci i terreni per noi e non non siamo ‘gente smarrita’. Alla fine ‘ridaranno’ la terra per la gente”.
E’ uno dei modi nei quali si può fare missione in Vietnam. Basandosi sulle necessità spirituali della gente, le autorità non possono bloccare lo sviluppo della popolazione. Il Santo Padre ci ha detto: “Noi, le nostre chiese camminiamo e lavoriamo con I poveri”. Ciò prova che abbiamo l’amore di Gesù e l’umanità della Chiesa verso tutti. Noi stiamo in pace nei nostri cuori e lavoriamo per il pieno sviluppo umano nel socialismo.
Tanzania: un'anziana suora aggredita a colpi di machete
Da un gruppo di 25 persone che ha fatto irruzione nel suo monastero
KÖNIGSTEIN, giovedì, 28 maggio 2009 (ZENIT.org).- Non si placano gli attacchi contro le religiose e i religiosi cattolici nel mondo. L'ultima notizia è il ferimento a colpi di machete di un'anziana suora in Tanzania da parte di un gruppo di 25 malviventi che erano entrati nel convento in cui vive a scopo di rapina.
Armati di coltelli, fucili e bastoni, hanno fatto irruzione nel monastero di Santa Maria degli Angeli di Mwanza e hanno colpito più volte alla testa e alla schiena suor Mary Noel con la parte piatta di un machete.
I malviventi hanno picchiato anche alcuni lavoratori del convento delle Clarisse Povere e quattro anziane accudite dalle religiose, rubando denaro e telefoni cellulari.
La polizia è accorsa al monastero, ma non ha trovato nessuno degli assalitori. Nelle 48 ore successive, tuttavia, almeno dodici persone sono state arrestate per l'accaduto.
L'assalto ha reso ancora più vulnerabili le suore, visto che almeno otto porte del convento sono state distrutte o danneggiate.
Suor Mary Assumpta, la badessa incaricata delle 45 suore del monastero, ha fatto appello all'associazione caritativa Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) per sostituire le porte. L'associazione ha disposto l'invio urgente di aiuti per 1.600 euro.
“Quando gli assalitori sono arrivati, sr. Noel non aveva paura – ha scritto la badessa ad ACS –. Ci ha detto: 'Dio ci ha dato il coraggio'”.
ACS ha donato al convento anche 6.000 euro per garantire un sistema che fornisca elettricità al convento sfruttando l'energia solare.
Le condizioni di salute di suor Noel non sono state rese note.
Il neo-premier Kumar assicura giustizia per l’attentato nella cattedrale di Kathmandu di Kalpit Parajuli Giornata di preghiera per le due vittime dell’esplosione nella Chiesa dell’Assunzione. Presente il primo ministro, esponenti dei diversi partiti politici e rappresentanti delle Chiese protestanti. Le confessioni cristiane convocano per domenica 31 maggio una marcia pacifica, aperta ai fedeli di tutte le religioni, per sensibilizzare l’Assemblea costituente sulla situazione della minoranza cristiana.
Kathmandu (AsiaNews) - Anche il neo primo ministro del Nepal, Madhav Kumar, ha partecipato ieri alle celebrazioni nella cattedrale dell’Assunzione di Kathmandu dove si è svolta una preghiera speciale per le due vittime dell’attentato del giorno prima.
Nelle chiesa, teatro dell’esplosione che è costata la vita a Celeste Joseph, studentessa 15enne, e Deepa Patrik, di 30 anni, si sono raccolti circa 300 cattolici. Con loro, diversi rappresentanti dei principali partiti nepalesi e i responsabili delle comunità protestanti. Sull’altare, ad officiare la messa delle 9 di mattina, p. Shilas Bogati, lo stesso sacerdote che si trovava con i fedeli al momento dell’esplosione rivendicata dal movimento fondamentalista indù Nepal Defence Army.
Madhav Kumar, leader del Partito comunista marxista-leninista, ha condannato “l’abominevole attacco” ed esortato le comunità delle minoranze cristiane e musulmane ad essere vigilanti. Il neo primo ministro è entrato in carica da pochi giorni dopo la crisi di governo che ha messo a dura prova la giovane democrazia nepalese. Tra le sue prime disposizioni vi è l’istituzione di una commissione d’inchiesta per far luce sull’attentato che risponderà al ministero degli interni.
I responsabili delle diverse Chiese del Nepal hanno chiesto al governo di aumentare le misure di sicurezza a protezione dei cristiani del Paese. Per sensibilizzare l’Assemblea costituente sulle condizioni in cui vivono hanno indetto una marcia per domenica 31 maggio a cui hanno invitato a partecipare i fedeli di tutte le religioni presenti in Nepal.
L’attentato di sabato ha causato anche diversi feriti. Chirendra Satyal, portavoce dei cattolici nepalesi, ha affermato che “le condizioni dei due più gravi, Buddha Laxmi Joseph e Sun Maya Tamang, sono stabili”. La prima, è madre della 15enne Celeste, morta nell’attentato. I familiari, viste le sue condizioni ancora critiche, hanno deciso di attendere per i funerali della giovane studentessa. La salma di Deepa Patrik è stata invece trasferita nella città indiana di Patna, da cui proviene la donna, per i funerali.
Attentato alla cattedrale di Kathmandu: “una donna ha piazzato la bomba” di Kalpit Parajuli Sacerdote nepalese racconta lo “shock” della comunità cristiana. Nell’attacco sono morte due fedeli cristiane. Nei mesi scorsi la comunità cristiana aveva ricevuto minacce dai fondamentalisti indù. Madhav Kumar Nepal, del partito marxista-leninista nepalese, eletto primo ministro dall’Assemblea Costituente.
Dhobigahat (AsiaNews) – “L’incidente ha scosso l’intera comunità cristiana”. È il primo commento a caldo di p. Shilas Bogati, il sacerdote che officiava le preghiere del mattino quando è esplosa la bomba nella cattedrale dell’Assunzione, a Kathmandu. Un testimone oculare afferma che a piazzare l’ordigno sarebbe stata una donna di mezza età, vestita di nero. Quando la “strana signora” ha lasciato la chiesa “è esplosa la bomba”.
P. Bogati conduceva la preghiera in sostituzione del parroco, p. George, impegnato in un viaggio in India. Anche mons. Anthony Sharma, vicario apostolico per il Nepal, si trova all’estero in questi giorni. “Circa sette mesi fa – continua il sacerdote – abbiamo ricevuto una telefonata minatoria, in cui ci veniva chiesto di fermare le attività e chiudere gli istituti cristiani. In caso contrario avremmo subito pesanti conseguenze”. Egli riferisce che al tempo la minaccia non è stata presa in considerazione, sebbene siano state informate le forze di sicurezza. L’autore del gesto sarebbe un esponente del Nepal Defence Army, movimento legato al fondamentalismo indù che ha rivendicato l’attentato di questa mattina.
Nel frattempo emergono alcuni dettagli sulle vittime e le modalità con le quali è stato architettato l’attentato. Celeste Joseph, studentessa 15enne e Deepa Patrik, di 30, entrambe fedeli cattoliche, sono le due vittime; la prima è deceduta al momento dell’esplosione dell’ordigno, la seconda in ospedale per le gravi ferite riportate. Al momento dell’attacco – alle 8.45 ora locale, a pochi minuti dall’inizio delle celebrazioni del mattino – all’interno della chiesa vi erano tra i 350 e i 450 fedeli.
Il Nepal Defence Army, gruppo legato al fondamentalismo indù, avrebbe fatto scoppiare una pentola a pressione piena di esplosivo, comandata da un timer. L’ordigno è stato piazzato al centro della cattedrale e poteva provocare una strage. Al momento vi sono ancora decine di feriti ricoverati negli ospedali della capitale, tre dei quali versano in condizioni gravissime. Tra questi vi è anche fratel Rakesh, che guida un istituto cattolico.
Fratel Lalit descrive così l’attacco: “Appena abbiamo concluso il primo canto del Gloria, all’improvviso ho udito una forte esplosione, seguita da una fiammata. I feriti hanno iniziato a piangere; tutti si dirigevano di corsa verso le uscite”. Un altro testimone oculare, ancora scosso dalla paura, rivela che “una strana signora di mezza età, con un vestito nero, ha lasciato una borsa da donna dicendo che doveva andare in bagno. Appena è uscita dall’edificio è avvenuta l’esplosione”. In seguito alla deflagrazione, una mazzetta di volantini si è sparpagliata all’interno dell’edificio: i manifestini, siglati dal Nepal Defence Army e contenenti una serie di rivendicazioni, erano contenute all’interno dello zaino. Essi portano la firma di R.K. Mainali, presidente del Nda, e chiedono la nascita di uno Stato indù in Nepal e avvertono tutte le Ong e gli stranieri di “non interferire” con le questioni interne del Paese. Vi erano inoltre slogan induisti e una immagine di Krishna, divinità indù.
L’attentato è stato condannato con forza da diversi leader religiosi, fra i quali il vertice della comunità induista nepalese. Nazrul Hussein, presidente della Federazione islamica nepalese e segretario del Consiglio interreligioso, accorso sul luogo dell’attentato, si è detto “scioccato per l’attacco che ha colpito un luogo sacro. È un attacco che ha colpito noi tutti e lo condanno con forza”. Damodar Pokharel, leader indù, esprime una ferma condanna per il gesto e chiede che “gli attentati ai luoghi sacri siano fermati”. “Siamo scioccati – sottolinea – per questo incidente”. Chirendra Satayal, cattolico, chiarisce che “le attività religiose andranno avanti, non vincerà la paura”.
Interpellato da AsiaNews, l’ispettore generale della polizia Arjun Jang Shahi conferma i “buoni rapporti con la comunità cattolica. Abbiamo raccolto tutte le prove sulla scena del crimine – aggiunge – e dopo un’accurata indagine i colpevoli verranno consegnati alla giustizia”.
Nel frattempo l’Assemblea Costituente ha eletto il nuovo premier del Nepal: è Madhav Kumar Nepal, figura di primo piano del Communist Party of Nepal- United Marxist and Leninist (CPN-UML). Egli era l’unico candidato in lizza per il ruolo di premier del Paese. Ora dovrà formnare la nuova squadra di governo, che sarà composta da uomini del Nepali Congress, CPN-UML, Madhesi Rights Forum e altri partii minori.
Sotto controllo la Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina. La Lettera del papa è oscurata A causa di freni e divieti, le diocesi non hanno organizzato pellegrinaggi al santuario di Sheshan. Poca pubblicità anche nella diocesi di Shanghai. Nell’Hebei i cattolici senza messa perché i sacerdoti sono agli arresti. Sul sito vaticano, la Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi (in cinese) è ancora oscurata.
Roma (AsiaNews) – La Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina si è svolta in tono molto basso in molte diocesi della Cina Popolare. Nell’Hebei, a causa dello stretto controllo, i fedeli delle comunità sotterranee non hanno potuto nemmeno partecipare alla messa per la mancanza di sacerdoti.
Con la Lettera ai cattolici cinesi del giugno 2007, Benedetto XVI aveva lanciato l’idea di una Giornata mondiale di preghiera per la Chiesa in Cina, da tenersi il 24 maggio, festa di Maria Aiuto dei cristiani, che si venera nel santuario mariano di Sheshan, a poche decine di chilometri da Shanghai. L’intenzione del papa è che attraverso la preghiera cresca l’unità della Chiesa in Cina e il legame con il successore di Pietro. Il santuario di Sheshan, meta di pellegrinaggio da oltre un secolo, è un luogo adatto, perché ad esso vanno sia cattolici ufficiali che sotterranei. Ma da quando il pontefice ha istituito la Giornata di preghiera, per i cattolici andare a Sheshan è divenuto difficile. Quest’anno, come l’anno scorso, la polizia ha messo strette regole per il traffico per tutto il mese di maggio e le diocesi sono state sconsigliate di intraprendere pellegrinaggi a Sheshan. Quest’anno perfino la diocesi di Shanghai – l’unica a cui è permesso senza problemi - ha promosso il pellegrinaggio il 23 maggio, ma in tono molto minore, senza pubblicizzarlo. Negli anni precedenti, nel mese di maggio arrivavano fino a 20 mila pellegrini. A tutt’oggi ne sono arrivati solo poche migliaia.
Altre diocesi hanno preferito organizzare pellegrinaggi ai santuari mariani vicini. Fonti di AsiaNews riferiscono che nell’Hebei, la regione a più alta densità di cattolici, le comunità sotterranee non hanno potuto nemmeno celebrare la messa per la mancanza di sacerdoti. Ciò è dovuto a un controllo serrato in atto nella regione, che inibisce ogni raduno, e al fatto che almeno 10 sacerdoti sotterranei sono già in prigione per aver celebrato messe fuori dei luoghi registrati presso l’Ufficio affari religiosi.
Ieri il sito della Santa Sede ha varato il Compendio della Lettera del papa ai cattolici cinesi, che riprende i temi della Lettera in forma di domande e risposte, aiutandone la comprensione (cfr http://www.vatican.va/chinese/pdf/1Compendium_zh-s_en.pdf ) . Le pagine del Compendio sono pubblicate in inglese e in cinese, semplificato e tradizionale. Intanto però, ancora oggi il sito in cinese del Vaticano subisce oscuramenti e rimane impossibile leggere e scaricare nei computer la Lettera del papa in lingua cinese.
P. Sarathjeevan: morto nel giorno della fine della guerra tra i profughi della no fire zone di Melani Manel Perera Sacerdote tamil di 41 anni. Era uno dei sette preti rimasti sino all’ultimo con i profughi intrappolati nella zona di guerra. Il ricordo dell’amico e formatore p. Manuelpillai: ha passato gli ultimi giorni in un bunker ed era preoccupato perché non poteva dire messa.
Colombo (AsiaNews) -È rimasto sino all’ultimo con al sua gente nella No Fire Zone. È morto il 18 maggio, il giorno della fine della guerra tra esercito e Tigri Tamil. Padre Mariampillai T. Sarathjeevan, 41enne sacerdote delle diocesi di Jaffna, è stato stroncato da un attacco di cuore mentre con gli ultimi rifugiati lasciava la zona di guerra, da poche ore sotto il controllo totale dei militari.
Tamil, parrocco a Kilinochchi e coordinatore per la diocesi di Jaffna del Jesuit Rehabilitation Service, p. Sarathjeevan era uno dei sette preti rimasti con la popolazione intrappolata dalla guerra sulla fascia costiera della laguna di Nanthi Kadal. Era rimasto con loro sin dall’inizio delle operazioni dell’esercito nel Vanni. È morto per strada, stremato dai mesi di privazioni e stenti patiti sotto i bombardamenti. A nulla è servito il trasporto all’ospedale di Vavuniya. Dalla città in cui sono raccolti la maggioranza dei 280mila profughi della guerra, il corpo di p. Sarathjeevan è stato portato a Colombo in attesa del trasferimento in aereo a Jaffna per il funerale. Dopo giorni di inutile attesa il vescovo della città a nord dello Sri Lanka, mons. Thomas Savundaranayagam, ha deciso di non aspettare oltre.
Il 26 maggio, confratelli del sacerdote, suore e religiosi di Jaffna insieme ai membri della Caritas Sedec hanno dato l’ultimo addio a p. Sarathjeevan. Prima una messa in forma privata, presieduta da p. James Pathinathan, celebrati in lingua tamil. Poi un momento di preghiera guidato da mons. Oswald Gomis, vescovo di Colombo, accompagnato dai tre vicari della capitale, p. Ivan Perera, p. Marcus Ferdinandez e p. Cyril Gamini Fernando. Il corpo di p. Sarathjeevan è stato cremato al Borella General Cemetery di Colombo e le ceneri verranno seppellite a Jaffna (nella foto un momento dei funerali).
Al termine della celebrazione suor Teresa Ranee, carmelitana, ha letto il ricordo di p. Sarathjeevan scritto dal suo amico e formatore p. David Manuelpillai. “Seguendo i passi del nostro Signore e maestro, Gesù Cristo, egli diceva ‘non abbandonerò il mio popolo’. Queste parole di determinazione e partecipazione, dette da una persona con alle spalle sei anni di sacerdozio sono esemplari”.
P. Manuelpillai ha ricordato che “negli ultimi giorni era preoccupato per non essere in condizione di dire messa essendo costretto a vivere in un bunker senza cibo ne acqua. Alla fine, quando ha potuto uscire da quelle terribili condizioni non ha potuto sopportare oltre l’agonia del suo popolo ed il suo cuore ha ceduto”.
Islamabad: alle minoranze religiose il 5% dei posti nel pubblico impiego di Qaiser Felix Il provvedimento riserva una quota ai non-musulmani. Ministro cattolico per le minoranze, promotore della legge, sottolinea che essa garantirà un miglior livello di vita e maggior peso politico. I cristiani pakistani celebrano l’evento con una speciale giornata di preghiera.
Islamabad (AsiaNews) – Gli uffici pubblici devono avere almeno il 5% del personale appartenente alle minoranze religiose. Lo riferisce Shahbaz Bhatti, Ministro pakistano per le minoranze, il quale illustra un provvedimento notificato ieri dal consiglio dei ministri. Bhatti, parlamentare cattolico, ha presentato la proposta il 20 maggio scorso durante una riunione di governo. La quota minima per le minoranze riguarda gli uffici pubblici, i dipartimenti ad essi collegati, gli enti autonomi, le aziende pubbliche e le compagnie controllate dallo Stato.
“Dal 1947, anno della fondazione del Pakistan, è la prima volta che il governo riserva una quota minima per le minoranze” nei settori del pubblico impiego, spiega ad AsiaNews il ministro, che ricopre anche l’incarico di presidente dell’All Pakistan Minorities Alliance (Apma). “Le minoranze religiose – sottolinea Bhatti – hanno subito emarginazione sociale e discriminazione, sono spesso illetterate e arretrate, non hanno un ruolo politico di primo piano e il loro peso economico è debole a causa dell’alto livello di disoccupazione e povertà”. Il nuovo provvedimento diventa occasione di riscatto sociale e non va ad intaccare la possibilità di essere assunti per meriti personali. Oltre al 5% riservato per legge, sarà infatti possibile ottenere incarichi pubblici per capacità, competenza e curriculum.
Il Ministro cattolico per le minoranze ringrazia “il presidente Zardari e il premier Gilani per il notevole passo compiuto nella direzione di accogliere una domanda avanzata da tempo” dalla minoranza non-musulmana del Paese. “Questa decisione significativa – aggiunge Bhatti – del Pakistan People’s Party [il partito di governo, ndr] giocherà un ruolo vitale nella crescita economica delle minoranze religiose”. Egli è convinto che il provvedimento servirà anche a far diminuire i casi di “discriminazione verso le minoranze”, le quali potranno beneficiare di “nuove fonti di guadagno e migliorare il livello di vita”.
Le minoranze religiose hanno accolto con entusiasmo la risoluzione, ringraziando il premier Gilani e il Ministro federale Bhatti che ha lavorato a lungo per l’approvazione della legge. La comunità cristiana del Pakistan celebrerà l’evento il 31 maggio prossimo con una speciale giornata di preghiera nelle chiese del Paese, durante la quale si invocherà il “progresso della nazione” e il “benessere delle minoranze”.
Kathmandu, 26. C'è amarezza e sconcerto fra i cattolici in Nepal dopo il recente attentato alla cattedrale dell'Assunzione a Kathmandu che ha provocato due morti e decine di feriti. Ieri, nella chiesa si è svolta una preghiera speciale per commemorare le vittime alla quale hanno partecipato circa trecento fedeli. Alla celebrazione era presente anche il primo ministro del Nepal, Madhav Kumar, il quale ha annunciato l'istituzione di una commissione d'inchiesta che risponderà direttamente al ministro degli Interni, per fare luce sul grave episodio che è costato la vita a una studentessa di quindici anni, Celeste Joseph e a una donna di trenta, Deepa Patrik. La paura si è diffusa tra la gente quando si è saputo che l'attentato è stato rivendicato dal movimento fondamentalista indù Nepal Defence Army (Nda). I leader religiosi hanno chiesto al Governo di aumentare le misure di sicurezza a protezione della piccola comunità cattolica in Nepal. Inoltre, per sensibilizzare le autorità civili sulle condizioni in cui vivono i cristiani, è stata indetta per domenica prossima, 31 maggio, una marcia cui sono stati invitati i fedeli di tutte le religioni presenti nel Paese. La bomba, fatta esplodere proprio mentre si stava celebrando la messa, presieduta da padre Shilas Bogati, ha ulteriormente aggravato il clima di tensione già esistente nel Paese. Commentando l'attentato, il vicario delegato in Nepal, padre Pius Perumana, ha detto che "la piccola comunità cattolica è triste, amareggiata e scioccata". "Siamo una comunità non violenta e pacifica - sottolinea padre Perumana - che ama il suo Paese. Quello che ci sorprende è che l'attentato sia stato realizzato senza alcun motivo, senza alcuna provocazione, senza alcun avvertimento". "Crediamo - aggiunge - che dietro questo gesto vi sia il tentativo di creare tensione fra le diverse comunità etniche e religiose e aggiungere caos nella nazione". Il vicario delegato rammenta poi i momenti drammatici dell'accaduto: "Il boato dell'esplosione - specifica - è stato udito a molta distanza. La gente era sotto shock e ha iniziato a fuggire in preda a totale confusione, mentre nessuno comprendeva precisamente cosa stesse avvenendo". Padre Perumana parla anche del pronto intervento della polizia sul luogo che ha provveduto a far evacuare la folla dei fedeli dalla chiesa, consentendo inoltre ai mezzi di soccorso di farsi largo tra le persone che fuggivano terrorizzate. Secondo le ricostruzioni di alcuni testimoni, la bomba potrebbe essere stata piazzata da una donna, vestita con un sari nero, confusa tra i fedeli che in quel momento assistevano alla celebrazione liturgica. La donna portava in mano due borse. Secondo gli inquirenti l'ordigno era in una borsa, mentre nell'altra vi erano dei volantini del Nepal Defence Army, gli stessi peraltro trovati accanto al corpo del salesiano padre John Prakash, ucciso circa un anno fa da membri dello stesso movimento fondamentalista indù. I volantini, alcuni dei quali sono stati rinvenuti sparpagliati nei dintorni della cattedrale, portano la firma del presidente dell'Nda, R.K. Mainali, e riferiscono una serie di rivendicazioni, tra cui quella per la nascita di un regime teocratico nel Nepal. Inoltre, i manifestini avvertono tutte le ong e gli stranieri di "non interferire con le questioni interne della nazione". L'attentato è stato condannato, tra gli altri, dal leader indù, Damodar Pokharel. Il presidente della federazione islamica nepalese e segretario del Consiglio interreligioso, Nazrul Hussein, si è detto scioccato per l'attacco alla chiesa: "È un attacco - ha detto - che ha colpito noi tutti e che condanniamo con forza".
Pakistan, Egitto, Somalia, Ciad, Filippine. È questo il mondo in preda all’islamofobia?
Oggi il problema è piuttosto la cristianofobia. Ma attenzione (e ricordiamolo quando andremo a votare per l’Europa): là dove non c’è libertà per i cristiani non ci sarà libertà per nessuno
diTempi
Come dicono i nostri illusionisti kantiani? Dialogare con i talebani. Infatti, oggi in Pakistan, dopo che gli studenti delle madrasse hanno iniziato a dare la caccia ai cristiani nelle città e a condannarli a morte per una legge di stampo nazista sulla blasfemia varata dal parlamento, milioni di musulmani sono in fuga per valli e campagne dai combattimenti che infuriano tra esercito islamico e combattenti islamisti. Chiuse le scuole, chiuse le fattorie, chiuse le vie di comunicazione. Come dicono i solidaristi nostrani? Razzista è il governo italiano che respinge i clandestini. Infatti, dalle Filippine al Ciad, dalla Somalia all’Egitto (dove a milioni di cristiani copti vengono sequestrati e abbattuti gli animali da cortile, negando così ai poveri dei poveri, con la scusa della febbre suina, ogni possibilità di sussistenza), chi non si adegua alla pratica dell’apartheid coranico è un clandestino, un apostata, un paria. Uno dei maggiori islamologi viventi, Samir Khalil Samir, ha ricordato su questo giornale che nel mondo musulmano i progressi economici e scientifici (così come l’integrazione religiosa e sociale) si arrestarono improvvisamente attorno all’anno Mille, allorché gli indici demografici della tribù di Maometto sopravanzarono quelli delle tribù di Mosè e di Gesù. Mille anni dopo siamo di nuovo in quei flutti che minacciano cambiamenti non solo climatici. Il mondo sarebbe in preda all’“islamofobia” come sostiene l’ineffabile segretario delle Nazioni Unite? Chissà. A noi pare piuttosto che oggi il problema del mondo sia la cristianofobia. Ma attenzione (e ricordiamolo quando andremo a votare per l’Europa e tutto il resto): là dove non c’è libertà per i cristiani non ci sarà libertà per nessuno. Là dove i cristiani sono perseguitati sarà perseguitato ogni essere umano.
Alle 20:30 circa, ora locale del Cairo un’auto bomba e’ esplosa in area presso la chiesa di Santa Maria. La Chiesa si trova nella zona est della Capitale Egiziana, conosciuta col nome Zaitun.
La Chiesa fu costruita sopra le catacombe usate dalla sacra famiglia durante la fuga in Egitto. La stessa Chiesa divenne famosa in Egitto ed all’estero per l’apparizione della Santa vergine che ebbe inizio nel 2 Aprile 1968.
Un’ apparizione che fu testimoniata da centinaia di migliaia di Egiziani e stranieri, e da persone con fede diversa.
L’autobomba è esplosa alcuni minuti primi della fine di un matrimonio Copto, celebrato nella stessa Chiesa. Finora non si hanno notizie di feriti e di danni materiali.
Secondo alcune testimonianze, un forte boato si è sentito fino ad alcuni kilometri di distanza. Al momento la chiesa è stata circondata da centinaia d’uomini delle forze di polizia che hanno chiesto alle persone partecipanti al rito del matrimonio di rimanere all’interno della Chiesa stessa per essere interrogati.
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Le famiglie cristiane di Karachi “chiuse in casa” per terrore dei talebani; pena di morte per il reato di “blasfemia”
Karachi (Agenzia Fides) – Temendo un’escalation della violenza talebana, constatata la debolezza del governo, della polizia e delle istituzioni civili, le famiglie cristiane della città di Karachi, aggredite la scorsa settimana da gruppi talebani armati, sono terrorizzate e rinchiuse nelle loro case. E’ quanto comunica all’Agenzia Fides p. Mario Rodriguez, Direttore delle Pontificie Opere Missionarie (POM) in Pakistan, esprimendo preoccupazione e allarme per l’espandersi della violenza dei gruppi militanti islamici nel paese, non solo nella Provincia della Frontiera di Nordovest, ma anche nelle principali città pakistane. P. Rodriguez afferma: “I talebani si aggirano minacciosi nei quartieri cristiani della città terrorizzando le donne e invitando la gente a convertirsi all’islam, pena la morte. Si susseguono episodi di violenza, percosse e maltrattamenti improvvisi. Sono militanti armati di pistole e kalashnikov. Siamo scioccati da questa situazione e da questa ondata di violenza insensata, che le autorità non dovrebbero permettere: la polizia ha il dovere di difendere tutti i cittadini dalle aggressioni”. Il Direttore delle POM chiede attenzione e sostegno a tutti cristiani del mondo e invita e pregare perché le minoranze cristiane in Pakistan stanno attraversando uno dei momenti più bui e difficili della loro storia. “Speriamo nell’aiuto del Signore e chiediamo al governo di riprendere il controllo della situazione, in tutto il paese, Intanto le famiglie cristiane sono terrorizzate e non escono dalle loro case. Sono costrette all’isolamento”. La Chiesa sta vivendo questa situazione cercando di coinvolgere la società civile (inclusi gruppi musulmani moderati) nel contrastare l’estremismo religioso. S. Ecc. Mons. Lawrence Saldanha, Arcivescovo di Lahore e presidente della Conferenza Episcopale del Pakistan, nelle scorse settimane ha inviato una lettera a tutti i leader politici e istituzionali del Pakistan, segnalando la situazione di terrore e violenza a cui sono sottoposte le minoranze religiose, sotto la pressione dei gruppi integralisti islamici, parlando della presenza di una “macchina omicida di terrore in nome della religione”. Oggi l’Arcivescovo sottolinea: “Esiste un fondato timore che gli episodi di violenza avvenuti a Karachi possano ripetersi in altre parti del paese. I cristiani già subiscono ingiustizie e violenze a causa della iniqua legge sulla blasfemia, usata contro di loro. Ora è in pericolo la loro stessa sopravvivenza”. L’Arcivescovo si chiede preoccupato: “Il governo sarà in grado di salvare i cristiani? Il governo e l’esercito sapranno salvare lo stato democratico del Pakistan?”. Intanto un’altra brutta notizia per le minoranze religiose viene dal sistema giuridico nazionale: per il reato di “blasfemia” (profanare il nome del Profeta Mometto) previsto dall’art 295.C del Codice Penale del Pakistan, ora è prevista la pena di morte, mentre è stata cancellata l’opzione dell’ergastolo. La Corte Suprema infatti, in una recente sentenza, ha reso la pena di morte obbligatoria. La Chiesa da tempo denuncia l’abuso della legge sulla blasfemia e il suo utilizzo per penalizzare o eliminare cittadini di fede non islamica. (PA) (Agenzia Fides 6/5/2009 righe 33 parole 321)
La testimonianza eroica dei Catechisti martiri della Chiesa del Mozambico durante la guerra civile
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Intervenendo al recente Convegno organizzato dal Collegio Missionario Internazionale San Giuseppe (vedi Fides 29 e 30/4/2009), padre Osorio Citora Afonso, IMC, della Chiesa mozambicana, ha ricordato i catechisti martirizzati dal Fronte per la liberazione del Mozambico tra il 1975 e il 1992. “Intendo offrire – ha esordito – un atto di omaggio agli eroici laici-catechisti e missionari del Mozambico che spendono la loro vita, spesso in condizioni difficili e pericolose, perché Cristo sia annunciato e tutti gli uomini ricevano la salvezza. Il compito che mi assumo quindi è non solo raccontare dei casi isolati, ma testimoniare in prima persona, ciò che i cristiani coraggiosi del mio tempo e della mia Chiesa hanno affrontato per adempiere con la vita alla loro vocazione di cristiani impegnati”. Padre Osorio ha ripercorso i momenti cruciali della guerra civile, quando “dopo la dichiarazione dell'indipendenza nel 1975, con l'ascesa al potere del Fronte per la liberazione del Mozambico d'ispirazione marxista-leninista, iniziò un periodo di vera persecuzione contro la Chiesa, con espropriazioni, restrizioni di ogni genere all'attività pastorale, negazione del visto d'entrata nel paese ai missionari stranieri. La Chiesa fu spogliata dei suoi averi e del suo essere. Molte missioni si videro vuote dei loro missionari e sacerdoti. Nacquero allora molte piccole comunità cristiane. Esse furono radunate non più attorno ai sacerdoti e ai missionari, ma a quelli che furono chiamati i 'missionari-laici', cioè i catechisti e gli animatori delle comunità cristiane”. Inizia così il racconto dei catechisti che offrirono eroicamente la propria vita per il Vangelo. “Penso anzitutto a quelli che furono formati nel Centro Catechetico di Anchilo e che svolsero la loro attività missionaria nella zona di Nampula e che furono uccisi nel campo di missione, e in secondo luogo a quelli che furono formati nel Centro Catechetico di Guiùa e che furono uccisi durante la loro formazione e preparazione nel Centro. Il catechista Cipriano, della missione di Mueria (nella provincia di Nampula), venne arrestato dal Fronte di liberazione perché creduto il segretario politico locale. I guerriglieri lo legarono e lo trascinarono lungo il sentiero che conduceva al villaggio di Matibane. Giunti dinanzi al piccolo spiazzo antistante la cappella, Cipriano chiese di poter entrare e pregare per cinque minuti, poi uscì e si consegnò. Lo gettarono a terra e lo finirono col machete. Lasciava moglie e sette figli. Era il 29 agosto 1984. La stessa sorte toccò tre anni dopo a Peres Manuel Chiganjo, della provincia di Tete, battezzato a 24 anni nella Missione di Alto da Manga (Beira) e padre di sette figli”. Quando la guerra civile stava per finire, un episodio agghiacciante si svolse al Centro Catechistico di Guiua, che ospitava 15 famiglie. “I ribelli – racconta padre Osorio – con brutalità condussero le famiglie lontano dal Centro, a circa tre chilometri, e dopo un doloroso interrogatorio cominciarono a uccidere tutti in una radura. Altri catechisti, vedendo la situazione ormai critica e irreversibile, chiesero di poter pregare. Dopo pochi minuti di preghiera, i 23 catechisti furono uccisi. Era la notte del 22 marzo 1992”. Il sacrificio delle famiglie di Guiua – conclude il religioso – “non è stato inutile, perché quel luogo oggi è il fulcro della Diocesi di Inhambane, dove si può toccare e vedere il piede, l'impronta della presenza di Dio nella terra dei Tonga, dei Twas, degli Xopes e degli Ndaus. Voglia Dio aprire gli occhi e la mente di tutti perché possiamo percepire, ricordare e valorizzare debitamente quest'apertura del cuore di Dio per Inhambane”. (A.M.) (Agenzia Fides 6/5/2009; righe 39, parole 577)
WASHINGTON, martedì, 5 maggio 2009 (ZENIT.org).- Felice Gaer, presidente della Commissione statunitense per la Libertà Religiosa Internazionale (USCIRF), ha presentato il 1° maggio il Rapporto Annuale 2009 sulle violazioni della libertà religiosa nel mondo. Per la prima volta, il Venezuela è tra i Paesi vigilati.
Secondo la Gaer, questo Rapporto viene emesso in "un momento critico": "Con gli estremisti associati ai talebani che sono avanzati arrivando a 60 miglia dalla capitale pakistana Islamabad la scorsa settimana, la rilevanza del nostro lavoro è evidente".
"Di fatto - ha aggiunto -, un punto chiave all'attenzione della Commissione durante questo periodo informativo è la minaccia che questo estremismo religioso rappresenta per la libertà di pensiero, coscienza, religione e credo in tutto il mondo, e per la sicurezza globale e regionale".
Tre delle quattro udienze pubbliche della Commissione hanno esaminato questo tema puntando alle politiche nei confronti di Sudan, Bangladesh e Pakistan.
Mentre i leader pakistani hanno acconsentito al ruolo degli estremisti associati ai talebani in alcune regioni, i membri della società civile si sono coraggiosamente opposti.
La copertina del Rapporto mostra le donne pakistane che si levano in protesta contro questi gruppi estremisti violenti. Le loro firme sono scritte in lingua urdu e protestano contro il fanatismo religioso e la distruzione sistematica di scuole per bambine, 150 delle quali sono già state demolite. La Commissione ha documentato come l'aumento dell'estremismo porti ad abusi dei diritti umani.
Compito della Commissione è esaminare i fatti e le circostanze relativi alle violazioni della libertà religiosa in tutto il mondo e presentare raccomandazioni al Presidente e al Segretario di Stato sui Paesi che, ha detto la Gaer, "concludiamo che dovrebbero essere designati Paesi che destano particolare preoccupazione".
Si tratta degli Stati che attuano violazioni gravi, flagranti e in corso della libertà religiosa.
Quest'anno, nelle sue conclusioni, la Commissione ha raccomandato che 13 Paesi siano designati come fonte di particolare preoccupazione: Birmania, Cina, Eritrea, Iran, Iraq, Nigeria, Corea del Nord, Pakistan, Arabia Saudita, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. L'Iraq e la Nigeria sono nuovi nella lista. L'Iraq è stato aggiunto a dicembre, la Nigeria il giorno stesso del Rapporto.
La Commissione ha stabilito anche una lista di vigilanza di Paesi in cui le condizioni non raggiungono il livello dei Paesi di particolare preoccupazione, ma che richiedono di essere seguiti da vicino a causa della natura e dell'estensione delle violazioni della libertà di pensiero, coscienza e credo per iniziativa del Governo o da questo tollerate.
Se la linea di tendenza negativa continua, ci sono probabilità che si verifichino altre violazioni dei diritti umani.
La lista di vigilanza della Commissione è composta da 11 Paesi: Afghanistan, Bielorussia, Cuba, Egitto, Indonesia, Laos, Russia, Somalia, Tagikistan, Turchia e Venezuela. Gli ultimi sei sono nuovi.
Tra la lista dei Paesi che destano particolare preoccupazione e quella dei Paesi sotto osservazione, la Commissione ha nominato sette nuovi Paesi che si aggiungono alla sua lista di Paesi che violano gravemente la libertà religiosa.
L'organismo è anche preoccupato perché dopo più di dieci anni il Dipartimento di Stato non ha promosso - o sono sottoutilizzate - misure chiave della Legge per la Libertà Religiosa Internazionale del 1998, che ha creato la Commissione e la sua attività. "Sia le amministrazioni democratiche che quelle repubblicane non hanno utilizzato adeguatamente le importanti componenti di questa legislazione", ha affermato la Gaer.
Secondo il presidente della Commissione, l'anno scorso ha nominato solo otto Paesi, e nei dieci anni dell'esistenza della Legge non ce ne sono più di 10 o 12 che siano stati designati. Degli otto nominati nel gennaio scorso, negli ultimi giorni della precedente amministrazione, solo uno ha ricevuto una sanzione, l'Eritrea.
Altri due, l'Arabia Saudita e l'Uzbekistan, hanno ricevuto dispense che evitano un'azione degli Stati Uniti. La Commissione spera che la nuova amministrazione adotti un nuovo approccio delle azioni presidenziali in base alla Legge per la Libertà Religiosa Internazionale, ponendo fine alla pratica delle sanzioni che non si riferiscono a specifiche violazioni della libertà religiosa.
Nella presentazione del Rapporto, i membri della Commissione si sono riferiti a vari Paesi in questa situazione, come il Vietnam, che desta particolare preoccupazione, e il Bangladesh, che in genere è nella lista dei Paesi sottoposti a osservazione.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Famiglie cristiane in fuga dal Punjab dopo un presunto caso di blasfemia di Qaiser Felix Accuse ad un attivista sociale per aver macchiato il Corano con inchiostro e gomma da masticare. All’origine del caso anche rivalità politiche all’interno della comunità cristiana. Proteste e minacce fanno fuggire dal villaggio anche amici e parenti del presunto colpevole.
Lahore (AsiaNews/Agenzie) - Dodici famiglie cristiane sono in fuga dalla provincia del Punjab dopo aver ricevuto accuse di blasfemia da parte di musulmani e minacce anche da parte di altri cristiani. Accade nel villaggio di Chak, distretto di Sahiwal, dove la comunità cristiana conta almeno 6500 persone.
Fonti musulmane e locali raccontano che la settimana scorsa uno sconosciuto ha fatto irruzione nella Harrappa Government Community Model Girls, scuola elementare del villaggio. A seguito dell’accaduto alcuni studenti hanno trovato per terra una pagina del Corano macchiata di inchiostro e gomma da masticare e sulla lavagna la scritta: “Io sono don”. Per Zahid Iqbal, parlamentare del Pakistan People’s Party e membro dell’Assemblea nazionale,e per gli ufficiali di polizia locali, la scritta si riferiva ad un cristiano di nome Shani, conosciuto anche come “don”, attivista sociale conosciuto nel villaggio.
Il politico e gli agenti non escludono che la scritta ed il ritrovamento della pagine del Corano siano una macchinazione contro Shani e ipotizzano “si tratti di una cospirazione ai suoi danni”. Fonti locali raccontano infatti che subito dopo l’incidente, un gruppo di famiglie cristiane, già avverse a Shani, lo hanno accusato del fatto per aizzargli contro musulmani e cristiani.
L’inimicizia tra Shani ed alcuni membri della locale comunità cristiana sembra dovuto al fatto che esso sostiene il politico Zahid Iqbal, mentre le altre famiglie parteggiano per un altro, Rai Azizullah.
In seguito all’avvenimento, le moschee della zona hanno iniziato a invocare “il rispetto dell’islam”. Il 30 aprile scorso, Shahbaz Sharif, governatore del Punjab, ha visitato Sahiwal ed un numero considerevole di cristiani e musulmani hanno manifestato chiedendo al leader politico di arrestare Shani. Urlando slogan contro il presunto colpevole, essi hanno poi preso di mira la sua casa minacciando parenti e amici che hanno deciso di abbandonare le loro case per sfuggire alle violenze. L’intervento successivo della polizia ha disperso i manifestanti e riportato la calma nel villaggio. Non si ha notizia di dove siano ora rifugiati parenti e amici di Shani. Fonti locali affermano che sono in custodia presso il locale posto di polizia, ma gli agenti negano.
Venerdì 1 maggio, tuttavia, la scena si è ripetuta con l’arrivo a Sahiwal di un drappello di abitanti dei villaggi vicini anch’essi intenzionati a bruciare la casa di Shani. A fermare il secondo attacco sono state alcune personalità influenti del villaggio intervenute per placare gli animi.
In un incontro tra polizia e rappresentanti delle locali comunità musulmana e cristiana, Zahid e gli agenti hanno assicurato indagini per individuare il responsabile dell’accaduto ed evitare nuove agitazioni. Allah Ditta, ufficiale dei polizia di Harrapa, ha affermato che, grazie all’intervento di alcuni notabili musulmani, è stato possibile anche placare le accuse di blasfemia. Essi hanno infatti affermato che le pagine del Corano rinvenute nella scuola potevano essere state macchiate accidentalmente durante l’irruzione da parte di un ladro che aveva agito nel buio.
ARGENTINA - Minacce di morte ad un sacerdote che ha denunciato la depenalizzazione di fatto delle droghe e l’immobilismo delle autorità nei confronti dei giovani
Buenos Aires (Agenzia Fides) - Il sacerdote José Maria di Paola, conosciuto anche come “padre Pepe”, ha ricevuto minacce di morte a seguito della recente pubblicazione del documento in cui i sacerdoti della Pastorale dei quartieri in emergenza denunciavano che la droga “resta di fatto depenalizzata” negli insediamenti della Capitale (vedi Fides 6/4/2009). Lunedì 27 aprile, il Vescovo Ausiliare Mons. Oscar Guarda, insieme ad una dozzina di sacerdoti membri del gruppo che lavora nei quartieri in emergenza, ha celebrato una Santa Messa per esprimere solidarietà al sacerdote minacciato. Vi hanno assistito oltre 2000 persone. Al termine della Messa, “padre Pepe” ha ribadito che continuerà a portare avanti la sua lotta, perché “vogliamo che tutti i ragazzi crescano nella fede, frequentino la scuola, abbiano delle mete e degli obiettivi”. Don José Maria di Paola ha ricevuto numerosi attestati di stima in questi giorni. Infatti, oltre cento superiore e superiori religiosi, riuniti dal 21 al 24 aprile per la loro Assemblea annuale, hanno reso noto una dichiarazione in cui manifestano la loro adesione al documento “La droga nei quartieri: di fatto depenalizzata”. Hanno inoltre espresso sostegno al gruppo di sacerdoti e al loro impegno in difesa dei più deboli, ripudiando le minacce di morte subite da alcuni membri. Dopo aver manifestato che “molte delle comunità religiose inserite in quegli ambienti sono testimoni e soffrono la realtà che i sacerdoti descrivono tanto chiaramente”, si sono detti dispiaciuti di constatare che “questa situazione non si limita solo alla città di Buenos Aires ma si estende in maniera simile in tutto il Paese”. I religiosi hanno altresì rinnovato il loro “impegno nella difesa di ogni vita minacciata e nella scelta preferenziale per i più poveri”. Anche Cáritas Buenos Aires ha espresso la sua solidarietà ed il suo sostegno al sacerdote, respingendo energicamente “ogni tipo di minaccia, come quella subita dal nostro caro Padre Pepe”. Da parte sua, anche il Partito Democratico Cristiano della Città di Buenos Aires ha espresso il suo ripudio per la minaccia subita da padre di Paola, e ha solidarizzato con lui e con tutti i sacerdoti che lavorano nei quartieri in emergenza. “Quando una persona denuncia la fame, la droga, le armi, tocca interessi di gruppi di potere. La cosa deplorevole è che questi gruppi si sentono intoccabili. Se non c’è complicità da parte dello Stato, per lo meno c’è omissione” ha affermato Javier E. Giangreco, giovane dirigente della Democrazia Cristiana e fratello di uno dei sacerdoti che hanno firmato il documento. Martedì 28 aprile i sacerdoti dell’Arcidiocesi di Buenos Aires hanno convocato una conferenza stampa per esprimere pubblicamente il loro ripudio alla minaccia subita da don José María di Paola, e la “piena adesione” al documento presentato lo scorso 3 aprile. “Questo gesto costituisce una manifestazione fraterna di ognuno dei sacerdoti verso il lavoro pastorale svolto in quei quartieri della città, assumendo e condividendo le medesime preoccupazioni per il flagello della droga nella vita dei giovani” viene sottolineato nella convocazione della conferenza. Anche un altro sacerdote ha reso noto di aver ricevuto simili minacce di morte dopo aver denunciato la crescita del narcotraffico nei quartieri. Padre Pablo Osow ha raccontato che insieme ad altri sacerdoti di Gerli, nel sud di Gran Buenos Aires, “escono nelle strade alla ricerca di giovani che si drogano per offrire loro aiuto, visto che nella parrocchia è presente un trattamento ambulatoriale”, e “pochi giorni fa sono comparse un paio di minacce di morte”. (RG) (Agenzia Fides 28/4/2009)
Sri Lanka: gruppi di buddisti attaccano le chiese da PorteAperte
23 aprile 2009 – Sri Lanka
La scorsa settimana gruppi di estremisti buddisti hanno attaccato diverse chiese in Sri Lanka, minacciando di uccidere un pastore nella provincia del sud di Hambanthota e letteralmente saccheggiando l’antico edificio della chiesa metodista (esiste da 150 anni circa) nella capitale. L’8 aprile scorso un gruppetto di 4 estremisti buddisti si sono recati presso la casa del pastore Pradeep Kumara a Weeraketiya, gli hanno intimato di uscire per poi minacciarlo di morte. Un’ora dopo questo fatto, il pastore Kumara, in compagnia dei suoi due figlioletti, ha ricevuto una telefonata dal leader del gruppetto, con la quale gli si intimava di lasciare entro il mattino seguente il villaggio, pena una morte orrenda.
La notte stessa poi, il gruppetto si è ripresentato per tradurre in fatti la minaccia; tra grida e colpi di pistola contro la casa del pastore, gli aggressori avrebbero concretizzato la loro minaccia se non fosse intervenuta la Polizia. Arrestati in fragranza, sono stati tranquillamente rilasciati la mattina seguente.
Questa preoccupante impunità ha spinto il pastore a prendere molto sul serio le minacce e a prendere difficili decisioni. I figli sono stati trasferiti in una località sicura e le funzioni pasquali in chiesa sono state annullate, per paura che l’intera comunità potesse essere attaccata. Addirittura, gli aggressori, guidati da alcuni monaci buddisti e da altri attivisti, hanno presentato una petizione alle forze dell’ordine con la quale intimano al pastore e alla sua comunità di sgomberare entro la fine del mese.
Il 5 aprile, invece, un altro gruppo di uomini ha fatto irruzione dell’antica Chiesa Metodista Pepiliyana a Colombo dopo che la congregazione aveva finito il culto di Pasqua, saccheggiando tutto, dagli strumenti musicali ai pc, dai libri a tutti gli oggetti di valore, secondo quanto dichiarato dal pastore Surangika Fernando. In Sri Lanka i protestanti sono meno dell’1% della popolazione eppure sono l’obiettivo delle violenze degli integralisti buddisti.
ASIA/INDIA - Nel mese delle elezioni, campagna su web contro i cristiani e le altre minoranze religiose
New Delhi (Agenzia Fides) – “Vuoi forse che l’India sia convertita del tutto in una nazione cristiana? Vuoi che gli indù siano del tutto emarginati? Se non ti auguri tutto ciò, vota per i movimenti che difendono l’India come nazione indù”; o ancora: “Vuoi che i talebani prendano il potere in India e che entri in vigore la sharia? Vuoi che il terrorismo entri nella tua casa? Se la tua risposta è no, vota i partiti indù”. Sono alcune frasi che fanno parte di una massiccia campagna di odio e di falsità che, in occasione delle elezioni politiche indiane (vedi Fides 17/4/2009), i partiti e i movimenti integralisti indù hanno lanciato via web per screditare le minoranze religiose e rinfocolare il nazionalismo religioso nelle masse degli elettori. E’ la denuncia giunta all’Agenzia Fides da diversi movimenti e associazioni cristiane indiane che si stanno opponendo alla circolazione di questi falsi messaggi e stanno portano avanti una campagna di contro-informazione, per far conoscere l’autentico volto della Chiesa cattolica indiana e delle altre comunità cristiane, impegnate nella diffusione di una cultura di armonia e pluralismo religioso, nella sensibilizzazione sui diritti e le libertà fondamentali di ogni uomo, nel riscatto dei poveri e degli emarginati. Nella campagna, gli estremisti indù accusano Sonia Gandhi, leader del Partito del Congresso, di portare avanti una “agenda nascosta” con l’intento di discriminare gli indù, e di “prendere ordini dal Papa”. Inoltre si accusano tutti i cristiani, le loro scuole e le loro istituzioni, di operare conversioni con l’inganno, la frode o il denaro, approfittando soprattutto delle fasce di popolazione più povere e meno istruite. Altrettanto forti le accuse ai musulmani indiani che, secondo gli integralisti indù, sarebbero “avamposto dei talebani del paese”, “difensori dei terroristi” che vogliono sovvertire l’ordine costituito e far trionfare in India il credo di Maometto. Tutto il discorso fa leva sui sentimenti di patriottismo, di nazionalismo e di orgoglio religioso indù, invitando i cittadini a mobilitarsi in massa per difendere la nazione indiana e i credenti indù dagli attacchi delle altre comunità religiose. I movimenti cristiani che stanno contrastando questa campagna (come il “Christian Secular Forum”), notano che essa “risponde esattamente all’ideologia radicale, condita di odio e falsità, che nel recente passato ha acceso gli animi e causato i massacri dei cristiani in Orissa, come dei musulmani in Gujarat”. La Chiesa cattolica ha ribadito che il voto è un “sacro dovere di ogni cittadino”, esercizio di coscienza utile a costruire un paese migliore, dove regnino l’armonia, la pace, la fratellanza. I movimenti integralisti indù autori di questa campagna attentano proprio a questa idea di nazione, dove vigono democrazia, tutela dei diritti umani, rispetto per la libertà di coscienza e di religione. (PA) (Agenzia Fides 29/4/2009 righe 29 parole 296)
Sono 70 i prigionieri cristiani rilasciati dal Campo di Concentramento Militare di Mitire alcuni giorni fa. Questi 70 prigionieri erano stati arrestati nelle città di Asmara, Dekemhare, Keren, Massawa e Mendefera: 11 di loro erano donne, in carcere da 6 mesi perché teoricamente non avevano terminato i loro 18 mesi di servizio militare obbligatorio. In realtà si sa con certezza che i cristiani vengono imprigionati proprio per la loro fede che, se non rientra nelle denominazioni autorizzate (e controllate) dal governo, diventa bersaglio di abusi, vessazioni e violenze.
A tal proposito ricordiamo semplicemente che spesso questi fratelli vengono rinchiusi in container di metallo sotto il sole cocente dell’Africa. Secondo le stime di varie organizzazioni tra cui Porte Aperte sono 2.800 i prigionieri in carcere per la loro fede in Gesù in Eritrea. Comunque, improvvisamente queste 70 persone sono state rilasciate, senza alcuna spiegazione, ma con un semplice: “Andate a casa”.
L’organizzazione Human Rights Watch in un rapporto intitolato "Service for Life: State Repression and Indefinite Conscription in Eritrea", descrive il programma di servizio militare nazionale di Asmara come un vero e proprio crimine. Questo programma prevede 18 mesi di servizio di leva forzato per le persone dai 18 ai 40 anni, ma tale servizio di fatto si può prolungare in maniera indefinita; inoltre per le persone che rientrano in questa fascia d’età e quindi in questo programma e per tutte le donne al di sotto dei 50 anni, esistono restrizioni di ogni tipo, soprattutto nella possibilità di viaggiare all’estero.