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Rispondi | Inoltra Messaggio #10 di 3066 |
Vi prego di aiutarmi a far conoscere questo nostro Gruppo o Sangha
Virtuale perche io pir troppo non potendo divulgarlo bene ho le
mie ... limitazioni !

Ora vi mando un testo preso dal web site dell' Istituto Samantabhadra
di Roma ( http://www.samantabhadra.org/index.html ) , spero sia di
vostro agrado.

Oscar.


TIBET CULTURA


L'Impero tibetano

Mitologia e leggenda situano le origini del popolo tibetano nella
valle dello Yarlung, e lo fanno discendere dalle nozze di uno
scimmione (forse emanazione di Cenresig) con un demone femmina. Nella
realtà il Tibet, come entità politica, iniziò a formarsi quando le
tribù e i clan nomadi furono unificati da un clan di guerrieri
residenti appunto nella valle dello Yarlung.
Gradualmente la dinastia andò consolidando il suo potere nel Tibet;
successivamente con l'imperatore Songtsen Gampo, riuscì ad allargare
ulteriormente i suoi domini.
Songsten Gampo (620-649), il trentatreesimo re di questa dinastia, e
il primo dei sovrani tibetani per il quale gli storici abbiano potuto
determinare delle date, sia pure approssimative. L'imperatore spostò
la capitale a Lhasa ed inviò una serie di spedizioni contro le ricche
città commerciali poste lungo la Via della Seta: nel bacino di
Tarim, oltre il Karakorum e a nord del lago KokoNor. In questo
periodo il Tibet dominava sul Turkestan cinese, sulle regioni
settentrionali del Kashmir, su tutte le regioni alle pendici
dell'Himalaya. 1 regni del Nepal centrale riconoscevano la sua
sovranità e spedirono a nord una principessa come segno d'amicizia.
In Cina regnava la dinastia Tang che per secoli con alterne fortune
fu impegnata a contenere i tibetani. Dopo che, durante il suo regno,
i tibetani occuparono la capitale imperiale cinese Chang-an, venne
inviata in sposa a Songstan Gampo una principessa cinese, per
stabilire un'alleanza fra i due imperi. Le due principesse, cinese e
nepalese, seguivano il Buddhismo, e ben presto convertirono a questa
religione il re loro sposo.
Songsten Gampo ha anche il merito di aver commissionato la creazione
del primo alfabeto scritto della lingua tibetana, che rese possibile
la scrittura e la traduzione dei testi sacri del Buddhismo e dei
commentari.
Songtsen Gampo aveva forse intuito che il buddhismo poteva cementare
il suo impero, composto da popoli diversi; e il suo successore
Trisong Detsen (755-797) rese il Dharma religione di stato, con
l'aiuto di due grandi maestri indiani Santarakshita e Padma Sambhava.
La tradizione situa nel 792-94 la famosa disputa fra Kamalashila,
esponente della tradizione indiana di Nalanda, e il monaco cinese
Mahayana, sostenitore del "cammino breve"; Kamalashila venne
proclamato vincitore e da quel momento il buddhismo Tibetano si
ispirò alla tradizione dell'India. Trisong Detsen e, dopo di lui,
Ralpachen edificarono i primi monasteri e finanziarono la venuta
dall'India di maestri e studiosi, testi e traduttori; Ralpachen anzi
prese egli stesso i voti di monaco, il che contribuì ad accrescere
l'importanza del buddhismo nello stato.
Tuttavia non mancarono contrasti politici e religiosi. "La vecchia
nobiltà feudale dei capi clan", scrive Petech, "aveva conservato il
potere, spesso esautorando la monarchia per lunghi periodi e in vaste
regioni. L'introduzione del buddhismo minava il suo potere". Da ciò
una reazione che nel 836 portava all'assassinio dell'ultimo re
buddhista Ralpachen e alla salita al trono del re Langdarma, suo
fratello maggiore, che ordinò la chiusura dei monasteri e mandò molto
monaci in esilio. Tuttavia nel 841 anche questi venne assassinato.
L'assassinio di Langdarma accelerò il crollo della dinastia Yarlung e
il declino dell'autorità centrale.

La divisione politica e la seconda diffusione del buddhismo
Il paese si divise in una serie di staterelli e principati senza
forti legami, impegnati in lotte locali per il potere; il buddhismo
fu perseguitato resistendo solo nel regno di Guge (ZhangZhung), nel
Tibet occidentale, fondato da un figlio di Langdarma. Nell'XI secolo
il buddhismo stava scomparendo in India, schiacciato dal risorgente
induismo e dall'intolleranza musulmana. I monaci e i maestri delle
grandi Università monastiche trovarono rifugio nel Kashmir, nel
Ladakh e nel regno di Guge; di qui tornarono nel Tibet centrale,
spesso ospitati e aiutati dai principi locali. Il Tibet assistette
quindi alla seconda diffusione dei buddhismo, che ebbe come centro la
regione di Sakya e l'omonimo monastero.
Su invito di uno dei re di Guge, Yeshe Od, nel 1042 giunse in Tibet
il grande maestro indiano Atisha; il suo discepolo Dromtompa fu tra i
fondatori della scuola Kadampa.

I mongoli

Nel frattempo una nuova forza si andava affermando nell'Asia
centrale: i mongolo di Gengis Khan estendevano il loro dominio nelle
regioni a nord dell'altopiano e minacciavano i deboli principati
tibetani. all'inizio del XIII secolo i tibetani fermarono
l'incombente invasione di Gengis Khan accettando di pagare un
tributo. Tuttavia nel 1240 il tributo non venne versato, e i mongoli
tornarono a minacciare il Tibet. Il compito di mediazione fu affidato
all'abate del monastero di Sakya, che riuscì pienamente nel suo
intento tanto che Kublai Khan, successore di Gengis, intorno al 1256
lo nominò propria guida spirituale e reggente per il Tibet. Veniva
così stabilita la relazione yoncho (lama-patrono) che avrebbe per
lungo tempo regolato i rapporti fra il Tibet e i forti imperi
confinanti mongolo e cinese.
Questo fatto mutò radicalmente la storia dei Tibet: i monaci Sakya
divennero consiglieri spirituali dell'lmperatore che, attraverso
loro, esercitava una sorta di protettorato sul Tibet. I monaci
godevano di un'ampia autonomia che consentì loro d'unificare e
controllare gran parte del Tibet centrale e di sottometterlo al loro
potere politico e spirituale. Anche dopo la caduta dell'Impero
mongolo nel 1368, la nuova dinastia cinese Ming instaurò gli stessi
rapporti con i monaci della scuola Kagyupa e, nel 1400, con la
nascente scuola dei Riformatori Gelugpa.

I berretti gialli

Nel XIV secolo ebbe origine il movimento riformista buddhista dei
Gelugpa, fondato da Tsong Khapa (1357-1419), che proponeva il ritorno
alla semplicità monastica del Buddhismo. Il movimento si affermò nel
Tibet centrale intorno ai monasteri di Sera, Drepung, Ganden e
Tashilhumpo, e trovò subito la protezione dei Mongoli, fermi alle
frontiere settentrionali. Nel 1587 Altan Khan, dei mongoli Tumed,
conferì a Sonam Gyatso, abate di Drepung, il titolo di Dalai Lama
("Oceano di saggezza"), che verrà poi esteso ai suoi due
predecessori. Successivamente i Dalai Lama vennero riconosciuti come
incarnazioni di Cenresig, il Buddha della compassione, protettore del
Tibet.

Dall'influenza mongola a quella cinese
Nello Tsang (Tibet centro-occidentale) i Kagyupa erano alleati dei
Mongoli Ciagar di Ligden Khan, che nel 1641 vennero sconfitti in
battaglia dai mongoli Kosciot di Gushri Khan. Costui nominò re del
Tibet il quinto Dalai Lama, Lobsang Gyatso, detto "il Grande Quinto".
Politico raffinato e grande diplomatico, questi riuscì ad esercitare
piena autorità sul Tibet, mentre i Mongoli si accontentarono di
fornire appoggio militare in cambio di una autorità nominale. Dal
canto loro, probabilmente i cinesi vedevano nell'influsso dei monaci
tibetani un salutare effetto di contenimento dell'aggressività e
dell'espansionismo mongolo, nonche una dispersione del loro esercito
sull'altopiano.
Il quinto Dalai Lama pacificò ed unificò il Tibet sotto l'autorità
della scuola Gelugpa, e costituì un prototipo d'organizzazione
statale centrale il cui simbolo fu l'imponente palazzo del Potala,
segno della forza materiale e spirituale del nuovo sovrano.
Alla morte del Grande Quinto, nel 1682, il reggente si inimicò i
Mongoli Kosciot, precedenti alleati del Dalai Lama e benvisti dai
cinesi; questi per ritorsione invasero il Tibet, incendiarono molti
monasteri, e ritirandosi portarono con loro il controverso VI Dalai
Lama, che morì ai confini del Tibet, forse proprio per mano dei
cinesi.
Latsang Khan (dei Mongoli Kosciot) cercò allora di imporre come
reincarnazione del Grande Quinto un proprio figlio naturale. Il Tibet
intero si ribellò, chiedendo aiuto ai Mongoli Tsungar, i quali
uccisero in battaglia Latsang Khan, mentre i Tibetani riconobbero il
VII Dalai Lama in Kelsang Gyatso.
Per vendicare Latsang Khan i cinesi invasero il Tibet, conquistarono
Lhasa nel 1720 ed insediarono un reggente fedele alla Cina, fino alla
maggiore età del Dalai Lama, allora dodicenne. Il reggente tuttavia
venne ucciso da una cospirazione di nobili tibetani; i cinesi allora
rapirono il Dalai Lama e lo tennero prigioniero per quattro anni. Dal
1723 i rappresentanti dell'lmpero cinese (Amban), dotati di poteri
assoluti su ogni atto dell'amministrazione, iniziarono a risiedere a
Lhasa.

Buco temporale

Qualche tempo dopo, nel 1788, l'VIII Dalai Lama si trovò costretto a
chiamare i Cinesi nel Tibet per fronteggiare una invasione nepalese.
I cinesi, all'insaputa dei tibetani, si accordarono col Nepal che si
ritirò in cambio di tributi quinquennali.
Il prestigio cinese cresceva in Tibet, e quindi anche il controllo
cinese sui successivi Dalai Lama; i quattro che seguirono (dal 1806
al 1875) ebbero vita breve e non riuscirono ad esprimere né la
propria personalità né il proprio potere.

Il Grande Gioco

Il Tibet era divenuto una Terra Proibita, impenetrabile ad ogni
influenza esterna, mentre nel paese si moltiplicavano le lotte fra
famiglie nobili, monasteri e scuole religiose per spartirsi il potere
concesso dai cinesi.
Gli inglesi nel frattempo miravano ad estendere la loro influenza
commerciale e politica nell'Asia centrale, per contrastare gli
analoghi progetti russi che coinvolgevano l'Afghanistan, la Mongolia
e il Tibet; questo Paese divenne una delle scacchiere su cui si giocò
Il Grande Gioco (The Great Game) fra Russia e Impero britannico.
Lord Curzon, viceré dell'India, temendo che il Tibet passasse
dall'egemonia cinese a quella russa, dopo trattative andate a vuoto
inviò una spedizione diplomatico-commerciale guidata dal colonnello
Francis Younghusband a capo di un seguito numeroso e ben armato. Le
conseguenze per la popolazione furono assai gravi: le truppe inglesi
che nel marzo 1904 entrarono a Lhasa dopo furiosi e sanguinosi
combattimenti, segnarono la fine di un'epoca. Il Paese Proibito si
aprì ai commerci degli inglesi, un residente si stabili a Lhasa; il
XIII Dalai Lama dovette fuggire in Mongolia.
Dopo aver assicurato il transito libero delle loro merci, gli inglesi
riconobbero alla Cina il controllo del Tibet; nel 1910 i Manciù, il
cui impero era ormai allo stremo, inviarono un'armata d'occupazione.
Il Dalai Lama, appena tornato dopo sei anni d'esilio, dovette
nuovamente rifugiarsi in India, proprio sotto la protezione dei
precedenti invasori. Per la prima volta nella storia il dominio
cinese sul Tibet era diretto, non più mediato da protetti tibetani.
Questa situazione fu di breve durata: nel 1911 l'impero cinese crollò
a seguito della rivoluzione repubblicana di Sun Yat-sen; nel 1912 il
Dalai Lama tornò a Lhasa e dichiarò l'indipendenza del Tibet.
Tuttavia il Trattato di Simla del 1914, al quale partecipò anche il
Tibet, decretò per il Tibet interno l'autonomia sotto la "sovranità
relativa e non assoluta" della Cina, che ne avrebbe curato gli affari
militari e i rapporti con l'estero; comunque il trattato non venne
ratificato dalla Cina, che continuò a mantenere una propria
delegazione a Lhasa.
Il XIII Dalai Lama iniziò una seria e profonda riforma dei paese:
riorganizzò i ministeri, le province, l'esercito e l'amministrazione
seguendo modelli più moderni. Clero e nobiltà rimasero i padroni del
paese ma era iniziata una sorta di "rivoluzione francese", con la
creazione di un'Assemblea nazionale responsabile del governo che
doveva portare ad un'organizzazione dello stato meno oligarchica.
Queste riforme furono però in gran parte solo sperimentali, perchè
non ebbero l'appoggio della nobiltà e delle istituzioni monastiche
che si sentirono minacciate dal cambiamento. Tutto si fermò nel 1933,
quando il Dalai Lama morì e il paese ripiombò nelle tradizionali
lotte fra gruppi di potere.
L'attuale XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, fu posto sul trono nel 1940.
Era un bambino piccolo e venne tenuto, per anni, estraneo alle sorti
del suo paese e del resto dei mondo. Il Tibet tornò al suo splendido
isolamento, tanto più che le grandi potenze, Gran Bretagna, Cina e
Unione Sovietica combattevano la seconda guerra mondiale.

L'occupazione cinese

Nel 1947 l'India conquistò l'indipendenza; per conseguenza
l'Inghilterra perdeva ogni interesse ad opporsi ad una invasione
cinese del Tibet. Al termine della seconda guerra mondiale, la nuova
repubblica popolare cinese di Mao Tse Tung iniziò a avanzare
rivendicazioni; nel gennaio 1950 Pechino reclamava il Tibet
come "parte integrante della Cina".
Senza alcun preavviso ruppe cinesi occuparono le province orientali
del Tibet: Amdo e Kham "per liberare i tibetani dall'oppressione
imperialista". Gli appelli del governo di Lhasa alle Nazioni Unite,
all'lndia, agli Usa e alla Gran Bretagna restarono lettera morta: il
Tibet pagava il proprio secolare isolamento. Nel settembre 1951, le
artiglierie cinesi bombardarono i grandi monasteri della capitale.
Il giovanissimo Dalai Lama, allora quindicenne e senza nessuna
esperienza d'affari di stato, assunse su nomina dell'Assemblea
nazionale i pieni poteri, dando inizio ad un periodo di mediazione
con le autorità occupanti che portò addirittura ad una visita del
Dalai Lama a Pechino, dove incontrò Mao. Per i cinesi il Tibet
rivestiva un enorme interesse dal punto di vista economico e
militare; tutto ciò fu chiaro nel '62 quando da questa posizione la
Cina lanciò un attacco contro le frontiere settentrionali dell'lndia
ed installò basi missilistiche nucleari nei deserti del Tibet.
I cinesi iniziarono la propria opera di azzeramento della civiltà e
della religione del Tibet: vennero costruite strade che collegavano
l'altopiano alla Cina, templi e monasteri vennero sconsacrati e
riconvertiti a stalle e granai, monaci e lama costretti allo stato
laicale.
Nelle regioni orientali, specialmente nel Kham, sorse un movimento di
resistenza tibetano che inizialmente ottenne qualche vittoria; alcuni
combattenti furono addestrati nei campi americani della CIA e la
rivolta iniziò a estendersi alle regioni centrali. Fra il 1954 e il
1959 fu tutto un susseguirsi di rivolte, spesso assai sanguinose.
I cinesi facevano pressione sul Dalai Lama perchè inviasse l'esercito
contro i ribelli Khampa, ma egli rifiutava: sarebbe equivalso a
scatenare una guerra civile. Nel marzo 1959 si sparse per Lhasa la
notizia che i cinesi volevano rapire il Dalai Lama, trasferirlo in
Cina e farlo sparire. Una grande folla si radunò presso il Parco del
Norbulinka dove viveva il Dalai Lama, per proteggerlo. "lo mi sentivo
al centro di due vulcani", ricorda il Dalai Lama, "entrambi pronti ad
eruttare ad ogni momento. E mio dovere più urgente era evitare uno
scontro disastroso fra il mio popolo disarmato e l'esercito cinese".
Anche in città scoppiarono dimostrazioni anticinesi, duramente
soffocate: la situazione stava precipitando. Il 17 marzo 1959 il
Dalai Lama fuggì travestito dal Norbulinka, e dopo settimane di duro
viaggio giunse a rifugiarsi in India.
Ben presto la situazione precipitò. I cinesi rasero al suolo,
bombardandoli, monasteri, templi, edifici sacri; anche il Potala fu
bombardato, mentre nelle strette strade della città infuriavano
feroci combattimenti. Pare che almeno 12.000 persone siano state
uccise ed altrettante deportate.
Una volta pacificata la regione, le riforme che si era iniziato ad
introdurre gradualmente, e che dovevano cinesizzare il paese,
subirono un'accelerazione: vennero confiscate le proprietà dei
ribelli, espropriate le altre, venivano colpiti soprattutto i
monasteri; la società tibetana fu completamente sconvolta. Fu
vietato anche solo avere una foto del Dalai Lama; corsi di
rivoluzione culturale comunista vennero tenuti un anno sì e un anno
no per decenni. Venne imposto l'insegnamento della lingua cinese e
l'indottrinamento nel pensiero maoista, tutti gli individui abili
vennero arruolati in brigate di lavoro, squadre di lavoro, unità di
produzione, e così via. Tutte queste misure hanno provocato la morte
di circa 1,3 milioni di persone, distrutto tutti i tesori
architettonici e artistici della nazione e sradicato interamente la
classe intellettuale, a eccezione di poche persone che sopravvivono
nei campi di prigionia o che sono fuggite all'estero.
Profughi a decine di migliaia cominciarono a varcare le frontiere
dell'Himalaya cercando rifugio in India, nel Bhutan, nel Nepal,
spesso in condizioni disastrose: ha inizio la diaspora tibetana.
Nel 1965 il Tibet viene ribattezzato Regione Autonoma dello Xizang,
dalla quale tuttavia rimangono escluse ampie aree abitate da
popolazioni di cultura e tradizione tibetana, accorpate alle
provincie cinesi dello Szechuan e del Ch'ing-hai.

La rivoluzione culturale

Nel decennio successivo la Rivoluzione culturale si estese anche al
Tibet: le famigerate Guardie rosse iniziarono la loro attività a
Lhasa nell'agosto del 1966. La città venne tappezzata di bandiere
rosse e ritratti di Mao, vennero rinominate strade e piazze,
praticamente tutte le istituzioni culturali e religiose vennero
distrutte sistematicamente, e fu completata l'opera di demolizione
dei monasteri e di tutte le opere d'arte religiosa rimaste. Si
salvarono solo pochi edifici, perchè presidiati dall'esercito cinese
che non condivideva l'azione delle Guardie rosse: ad esempio il
Potala, parte del Kum-Bum di Gyantse, e poche altre. Ben presto
iniziarono anche i processi, le perquisizioni in cerca di oggetti
proibiti - prime fra tutti le foto del Dalai Lama, le sedute di
rieducazione; i monaci ed i dissidenti vennero incarcerati,
torturati, sottoposti a interminabili sessioni di rieducazione.
Migliaia vennero gettati in carcere solo per aver rifiutato di
denunciare il Dalai Lama.
Nel suo libro "Tibet: il fuoco sotto la neve" il monaco Palden
Gyatso, incarcerato a 28 anni per aver preso parte ad una
dimostrazione anticinese e rilasciato nel 1992 dopo trentadue anni,
ben racconta le torture, gli stenti, i maltrattamenti patiti da
migliaia di tibetani nelle famigerate prigioni cinesi, prima fra
tutte quella di Drapchi.

Dopo Mao

Dopo la morte di Mao nel 1976 i cinesi riconobbero ufficialmente "che
erano stati compiuti degli errori"; la nuova politica di Deng
Xiaoping portò alla ricostruzione di alcuni monasteri e a una certa
tolleranza per la pratica religiosa, inoltre il Paese venne aperto al
turismo anche occidentale; tuttavia non mancarono sollevamenti
spontanei di segno anti-cinese, come nel 1987, ai quali han fatto
generalmente seguito periodi di feroce repressione; dall'estate del
1989, per oltre un anno, fu in vigore la legge marziale.
Nel 1989 al Dalai Lama viene conferito il premio Nobel per la pace. A
partire da quel momento, la situazione del Tibet cominciò ad essere
conosciuta in occidente, anche per merito delle campagne lanciate da
Amnesty International per la liberazione del piccolo Panchen Lama e
contro la struttura autoritaria dello stato cinese e le sistematiche
violazioni dei diritti umani, civili e religiosi in quel Paese.
Vengono prodotti una serie di film di successo sul Tibet e sul Dalai
Lama, che contribuiscono a sensibilizzare la società civile; nascono
in tutto il mondo gruppi di supporto alla causa del Tibet.
Lo stesso Dalai Lama continua con estrema pazienza e perseveranza ad
incontrare rappresentanti dei governi, dei parlamenti e delle
istituzioni mondiali, denunciando la situazione del suo Paese e
chiedendo l'appoggio della comunità internazionale; spesso tuttavia
i governi hanno rifiutato di prendere chiaramente posizione, e ceduto
alle minacce ed ai ricatti del governo cinese, nel timore di perdere
quell'immenso mercato. Non sono tuttavia mancate pronunce di condanna
della Cina da parte di singoli governi, del Parlamento Europeo, delle
Nazioni Unite.
Da parte del governo cinese, alcune piccole aperture sono finora
state seguite da subitanei irrigidimenti e dalla completa chiusura al
dialogo ed alla trattativa. Sua Santità teme che questa tetragona
chiusura possa dare forza a quelle frange della resistenza tibetana
che, insofferenti dei tempi ormai lunghi delle trattative e della
diplomazia, premono per l'adozione di metodi violenti di lotta e di
pressione.

Un genocidio culturale

Prosegue intanto la cinesizzazione forzata del paese, specialmente
delle aree urbane, anche a mezzo di immigrazioni di massa; ormai
Lhasa ha pi๠residenti cinesi che tibetani, il cinese e la lingua
ufficiale mentre il tibetano e sceso al rango di dialetto, e viene
insegnato nelle scuole ma spesso da insegnanti cinesi. Interi
quartieri della capitale sono stati rasi al suolo, le caratteristiche
abitazioni tibetane, così adatte al clima dell'altopiano, sono state
sostituite da scatoloni di cemento in stile cinese, torride d'estate
e gelide d'inverno. Pare inoltre che nelle città si stia velocemente
diffondendo la prostituzione.


http://www.samantabhadra.org/tibet_cultura/tibet_cultura.html







Lun 20 Feb 2006 5:25 pm

ermenegildo1975
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Oscar Teobaldo Ermene...
ermenegildo1975
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20 Feb 2006
5:26 pm
Avanzata

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