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Il picco globale   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #6 di 3077 |
Il picco globale
Tratto da “Collasso”, ed. Nuovi Mondi Media
La chiave per comprendere ciò che sta per succederci è contenuta nel
concetto di
picco della produzione globale di petrolio. E’ il punto in cui
abbiamo estratto
la metà di tutto il petrolio esistente nel mondo, la metà più facile
da
ottenere, la metà raggiungibile più economicamente, la metà di
qualità migliore
e meno costosa da raffinare. Il petrolio residuo è quello che si
trova in posti
proibitivi di non facile accesso, come l'Artico e le profondità
dell'oceano.
Molta della metà restante è difficile da estrarre e potrebbe
richiedere, in
effetti, così tanta energia per estrarla da non valerne la pena; se,
per
esempio, ci vuole un barile di petrolio per ottenere un barile di
petrolio,
sarebbe inutile. Se ci vogliono due barili di petrolio per ottenerne
uno,
sarebbe addirittura folle. Molta della metà restante si presenta
sotto forma di
greggio ad alto contenuto di zolfo, difficile da raffinare, o sabbie
bituminose
e catrame di scisto, che non sono liquidi ma solidi che devono essere
scavati e
poi liquefatti per la raffinazione, aggiungendo altre due voci ai
costi per il
loro recupero. Una parte notevole della metà restante delle scorte
originarie di
petrolio mondiali non sarà mai recuperata.
Oltrepassare il picco della produzione petrolifera significa che
tutte le
nazioni della Terra messe insieme non potranno mai più estrarre dal
terreno
tanto petrolio quanto ne estraevano al momento del picco, quale che
sia la
domanda. Ciò ha implicazioni straordinarie per la civiltà industriale
fondata
sul petrolio, basata sull'espansione costante e regolare di tutto:
popolazione,
prodotto interno lordo, vendite, profitti, nuovi alloggi, e chi più
ne ha più ne
metta. Il superamento del picco della produzione petrolifera
rappresenta una
crisi economica senza precedenti che sconvolgerà le economie
nazionali,
rovescerà governi, altererà le frontiere nazionali, provocherà
conflitti
militari e metterà a repentaglio il proseguimento della vita civile.
Al momento
del picco la razza umana avrà generato una popolazione incapace di
sopravvivere
con meno della quantità di petrolio prodotta in quel momento... e una
volta
superato quel punto l'offerta di petrolio diminuirà inesorabilmente.
Quando ciò
accadrà, complessi sistemi sociali e di mercato saranno sollecitati
fino al
punto di rottura, annullando la possibilità di una discesa indolore
dal picco.
Le informazioni migliori di cui disponiamo ci dicono che
oltrepasseremo il picco
della produzione mondiale di petrolio tra il 2000 e il 2008. La data
è inesatta
per diversi motivi. Uno è che le riserve (il petrolio che ancora
rimane nel
sottosuolo) riferite dal settore privato e dalle compagnie
petrolifere
nazionalizzate tendono solitamente a essere sovrastimate, vuoi per
favorire le
quotazioni delle azioni o per ottenere vantaggi per le quote di
esportazione sui
mercati internazionali, come nel caso dei membri dell'Organizzazione
dei Paesi
Esportatori di Petrolio (OPEC).
Un altro motivo è che il "punto di svolta" tenderà a manifestarsi in
vari anni
di oscillazioni del mercato, un periodo di instabilità con ricorrenti
scossoni
nei prezzi e conseguenti recessioni che deprimeranno domanda e
prezzi,
preludendo a un declino fatale. Perciò il picco lo si riconoscerà
soltanto in
uno "specchietto retrovisore" una volta iniziato quel declino fatale.
I segni di
protratta instabilità del mercato, quindi, tendono a suggerire il
raggiungimento
del picco, che non sarà però dimostrabile se non col senno di poi.
In altre parole, il picco potrebbe apparire come una sorta di fase di
ristagno o
di eccedenza delle uscite sulla disponibilità che durerà qualche
anno, mentre la
stagnazione economica (cioè la mancanza di crescita) ridurrà la
domanda. Durante
questo periodo di differimento, i mercati potrebbero ricorrere a
strategie di
assegnazione per continuare a rifornire i clienti migliori
(industrializzati) a
spese delle nazioni "perdenti" a corto di liquidità (una volta
chiamate "nazioni
in via di sviluppo", ma che molto probabilmente diventeranno "nazioni
destinate
a non svilupparsi mai”). Poi, dapprima lentamente e poi accelerando,
la
produzione petrolifera mondiale diminuirà, le economie e i mercati di
tutto il
mondo mostreranno una crescente instabilità, con oscillazioni sempre
più ampie
rispetto alle norme precedenti il picco, ed entreremo in una nuova
era di
un'austerità precedentemente inimmaginabile. Questi corsi sono
irreversibili.
Com'è possibile che una simile catastrofe sia così imminente e
persone civili e
colte in paesi liberi con mezzi d'informazione liberi e istituzioni
trasparenti
siano così disinformate in merito? Non sono uno che vede cospirazioni
ovunque.
Sebbene si siano verificate nella storia, le cospirazioni devono,
quasi
invariabilmente, essere molto piccole e limitate a cerchie ristrette
di
individui.
Gli esseri umani non sono molto bravi a mantenere i segreti;
l'interesse
personale individuale non è intercambiabile con l'interesse di gruppo
e i due
sono spesso in conflitto, soprattutto tra manipoli di cospiratori.
Non credo che
l'ignoranza generale a proposito della prossima fine catastrofica
dell'era del
petrolio a buon mercato sia il prodotto di una cospirazione, da parte
degli
imprenditori, del governo o dei mezzi d'informazione. E’ in larga
misura una
questione d'inerzia culturale, aggravata da un'illusione collettiva e
cresciuta
nel mezzo di cultura del comfort e dell'autocompiacimento. Lo
scrittore Erik
Davis l'ha definita la "trance del consenso".
Semmai ci pensa, la maggioranza degli occidentali sembra convinta che
il
petrolio sia superabbondante, se non illimitato. Crediamo che il
mondo sia pieno
di enormi quantità di giacimenti petroliferi ancora da scoprire e che
le "nuove
tecnologie" di trivellazione ed estrazione faranno miracoli nel
prolungare la
vita dei giacimenti esistenti. Per molti di noi, perfino i meglio
informati, la
riflessione si ferma qui. Le società petrolifere la sanno lunga, ma
sanno anche
che le cattive notizie nuocciono agli affari e poiché non ci sono
sostituti
bell'e pronti del petrolio hanno deciso di andarci piano con le
informazioni
circa il raggiungimento del picco mondiale. Oppure si mostrano
sorridenti e
ottimiste. La British Petroleurn (BP) si è ribattezzata "Beyond
Petroleum"
(oltre il petrolio) per guadagnare qualche punto nella graduatoria
della
responsabilità sociale senza cambiare realmente nulla di ciò che fa.
Colin Campbell, un geologo esperto di petrolio che ha lavorato per
molte delle
principali compagnie petrolifere internazionali, compresa la BE la
mette in
questi termini:
«La parola che proprio non vogliono pronunciare è esaurimento. t un
termine che
puzza nella comunità degli investitori, sempre alla ricerca di buone
notizie e
di immagine, e non è facile per loro spiegare tutte queste cose
piuttosto
complicate, né in effetti hanno alcun motivo o responsabilità di
farlo. Non
spetta a loro badare al futuro del mondo. 1 loro direttori lavorano
per fare
soldi, per se stessi in primo luogo e per i loro azionisti quando
possono.
Perciò penso che sia senz'altro vero che le società petrolifere
rifuggono
dall'argomento, non amano parlarne e sono molto ottuse su ciò che
fanno o dicono
in proposito.
Loro stessi capiscono la situazione chiaramente quanto me e le loro
azioni la
dicono molto più lunga delle loro parole. Se avessero una grande
fiducia in un
aumento della produzione negli anni a venire, perché non hanno
investito in
nuove raffinerie? Si costruiscono pochissime raffinerie nuove. Perché
si
fondono? Si fondono perché non c'è posto per tutti. t un settore che
va
contraendosi. Perché licenziano, perché appaltano lavori all'esterno?
La BP mira
ad avere un 30% del personale a contratto, perché non vuole obblighi
a lungo
termine.
Il petrolio del Mare del Nord sta diminuendo rapidamente. Sono restii
ad
ammetterlo, ma credo che siano stati trivellati soltanto quattro
pozzi
esplorativi quest'anno [20021. Chiuso! Finito! E come possono la BP o
la Shell e
le grandi compagnie europee alzarsi in piedi e dire, beh, spiacenti,
il petrolio
del Mare del Nord è finito? t uno shock che vorrebbero evitare. Non è
malvagità,
né una grande cospirazione, né niente del genere. t semplicemente
pratica
gestione quotidiana. Viviamo in un mondo di immagini e pubbliche
relazioni e lo
sanno fare piuttosto bene, direi»
I dirigenti delle grandi società sono soggetti a varie altre
pressioni che
limitano le loro capacità mentali. Una è che tendono
comprensibilmente a credere
agli economisti del loro settore, che si oppongono con veemenza a
modelli
economici che non siano basati su di una crescita continua. Poiché il
fenomeno
del picco della produzione petrolifera esclude sostanzialmente ogni
ulteriore
crescita industriale del tipo a cui siamo abituati. Le sue
implicazioni non
rientrano assolutamente nel loro modello economico.

www.disinformazione.it







Gio 9 Feb 2006 10:33 pm

ermenegildo1975
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Inoltra Messaggio #6 di 3077 |
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ermenegildo1975
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9 Feb 2006
10:33 pm
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