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I: [TarantoViva] Discorso del Presidente Vendola alla 69° FIERA DEL   Elenco di messaggi  
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_____

Da: tarantoviva@yahoogroups.com [mailto:tarantoviva@yahoogroups.com] Per
conto di 2005paula
Inviato: lunedì 12 settembre 2005 14.54
A: tarantoviva
Oggetto: [TarantoViva] Discorso del Presidente Vendola alla 69° FIERA DEL
LEVANTE



Sab, 10 Settembre 2005 @ 14:53:20


E' partito dall'infortunio dell'operaio dell'Ilva di Taranto per disegnare
la Puglia che vuole costruire. Con parole di garbata accoglienza verso il
Presidente del Consiglio e con grande tensione verso la terra che
amministra.



Signor Presidente del Consiglio, Autorità, amici e amiche,
ieri mattina, mentre si apprestava a lasciare il suo reparto all’Ilva di
Taranto, un ragazzo di 25 anni è rimasto schiacciato da un pezzo obsoleto di
quegli impianti che in soli 5 giorni hanno prodotto 3 incidenti. Spesso il
diritto alla vita e il diritto al lavoro appaiono come appartenere ad
universi distinti ed inconciliabili. Altri coetanei di questo nostro figlio
caduto sulla trincea minata della grande fabbrica si perdono ogni giorno nei
labirinti oscuri della precarietà occupazionale e della solitudine urbana.
Altri ancora, invece, vanno via, partono per destinazioni lontane, non più
esportatori di braccia nelle metropoli industriali del mondo, bensì
esportatori di cervelli e delle proprie spesso elevate specializzazioni
intellettuali. Ed è questa una nuova generazione che torna, in forme
moderne, a calcare la scena dolente della “questione meridionale”: non un
teatro del folklore, ma questa terra generosa in cui il disagio sociale e la
povertà crescono, ma in cui cresce anche una coscienza nuova della propria
storia e del proprio futuro. Voglio dire che c’è una sofferenza che ormai si
spalma anche su porzioni di ceto medio, un’inquietudine che interroga anche
i ceti possidenti e il sistema di impresa, ma questa sofferenza – ecco la
novità – tenta oggi di sfuggire alle lusinghe del ribellismo imponente e ha
i cedimenti del fatalismo cinico. Vengono alla luce, tumultuosamente, un
nuovo senso civico, un bisogno condiviso di comunità e di cooperazione, una
riconquista serena delle proprie radici meticce e multiculturali, una spinta
corale ad accogliere nuove soggettività e nuove pratiche di libertà. Dopo un
troppo lungo oscuramento, il Sud ha smesso di vergognarsi o di nascondersi
nella tana dei suoi complessi di colpa dinanzi alla baldanzosa egemonia di
una “questione settentrionale” che parlava la lingua della separazione e
della “piccola patria”. Noi ci siamo sempre sentiti una patria aperta e
plurale, terra di transiti e di incroci, crocevia fecondo di commerci e di
grandi narrazioni. Ci siamo sempre percepiti come il luogo speciale in cui
l’Europa abbraccia il Mediterraneo. Oggi, ora, nonostante l’acutizzarsi di
tutti i fattori di crisi economica e sociale che dal mappamondo della
globalizzazione precipitano vieppiù pesanti sulle nostre fragili spalle,
oggi sentiamo maturare una nuova possibilità, una chance epocale, una sfida
che ci appassiona. Quella di non dire più di noi stessi, parafrasando
Montale: “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Cioè di non vivere più
nel recinto asfissiante di una identità in negativo:cosa la Puglia non ha,
cosa la Puglia non è. Oggi si può capovolgere la prospettiva: cosa la Puglia
ha, cosa la Puglia è. Un nuovo popolo meridionale sta mettendo in
discussione un modello tradizionale dello sviluppo e chiede non supplementi
di assistenza e ammortizzatori sociali, rifiuti di inseguire gli altri, di
somigliare agli altri, lasciarsi integrare o colonizzare dagli altri. Come
se il nostro futuro dovesse essere la fotocopia sbiadita del passato di
qualcun altro: docile approdo per archeologiche industriali e scorie
radioattive. Il Sud chiede uno sviluppo che parta da sé, da questa terra, da
questo mare, da questa semina millenaria di culture e di identità, persino
da questa bellezza che resiste agli stupri di una modernizzazione selvaggia.
Quando dico Sud penso alla alleanza indispensabile tra il lavoro, l’impresa
e la cultura.Penso alla costruzione di un patto per il futuro che sappia
recuperare criticamente il passato e soprattutto che sappia scommettere non
sulla competizione a ribasso, fatta di prodotti scadenti e di
dequalificazione lavorativa, ma sulla competizione di qualità, quella che
puoi far camminare sulle gambe della formazione permanente e dell’
innovazione. Su questo il nuovo governo regionale sta puntando quasi tutte
le sue carte. Certo, bisogna provare a mutare la stile della pubblica
amministrazione, bonificandolo dalle sue stratificazioni parassitarie e
corruttive. Bisogna snellire la macchina della burocrazia, che deve essere
guidata dai cittadini, non contro i cittadini. Occorre fare una scelta
strategica in direzione del decentramento amministrativo, della
concertazione permanente, della democrazia orizzontale. Lasciandosi
investire dalle domande ricche di una nuova cittadinanza attiva. Anche
perchè, ripulita da tutte le incrostazioni scandalistiche, la vera
“questione morale” è tutta qui: nel muro burocratico, nella barriera di
potere, che separa la vita istituzionale dalla vita civile. E’ un muro che
opprime il sistema d’impresa, che rallenta i progetti, che mortifica i
talenti, che uccide i più deboli. Noi per questo in 120 giorni abbiamo
smaltito oltre 30 mila pratiche edilizie e urbanistiche giacenti, spesso da
decenni, negli uffici regionali e ci accingiamo a scrivere una riforma
radicale della pianificazione territoriale. Per questo abbiamo affidato a
commissariamenti istituzionali tutti quegli enti che nei prossimi mesi
intendiamo riformare dalla testa ai piedi: enti nati per offrire case
popolari o diritto allo studio o turismo o altro, e spesso volati nei cieli
delle clientele e dello spreco di risorse pubbliche. Se si abbassa il ponte
levatoio che rende invisibile chi governa l’esistenza di chi è governato, si
capisce quanto necessario sia ricostruire la trama dei servizi sociali e il
diritto pubblico alla salute. Anche il taglio drastico dei tickets sanitari
l’abbiamo voluto non per smania demagogica ma come segno di risarcimento a
chi ha sofferto due volte, per la malattia e per i balzelli che
l’accompagnavano. Qui è in gioco la coesione sociale e la qualità della vita
e non si può usare una rigida mentalità calcolistica per misurare i rapporti
costi-benefici quando devi curare un bimbo leucemico o un anziano
cardiopatico: promuovere la salute del territorio è un valore assoluto, ma
anche economico. Per questo chiediamo di chiudere la partita truccata del
rigassificatore che minaccia una città già sfibrata come Brindisi e
proponiamo, viceversa, d’investire sul risanamento del porto e della città.
E quel porto può essere uno degli snodi di un sistema integrato della
portualità mediterranea, uno dei punti di eccellenza di quella complessa
trama dei trasporti, che deve poggiare sull’asse dinamico dell’intermodalità
e deve liberarci dalla paura dell’Oriente. La nostra naturale interlocuzione
con i dirimpettai balcanici ha bisogno di riguadagnare la fitta
progettazione infrastrutturale, commerciale e culturale del Corridoio 8, e i
futuri dei fondi comunitari deve cementare l’architrave trans-adriatico del
nostro continente. Poi c’è l’immenso spazio di un mare che torna al centro
degli scambi e delle idee, quel Mediterraneo dove possiamo sperimentare
nuove reti economiche, a partire dall’agroalimentare e dai beni culturali, e
dove accanto al verbo “competere” - dal suono sempre più predatorio –
possiamo coniugare il verbo “cooperare”: perché sotto qualunque scudo o
sotto qualunque moneta, siamo tutti malati della stessa fragilità che
vediamo emergere a New Orleans come sulla più sventurata zattera di
emigranti alla deriva.
Ho poco tempo e devo concludere. Noi dobbiamo mettere in luce, accanto alle
contraddizione e alle ferite aperte, anche le potenzialità e le eccellenze
del nostro Sud: per intendere bene che il limite principale al nostro
sviluppo è nell’incapacità di fare sistema, di essere una rete della
logistica e della ricerca, di essere un racconto capace di srotolare i
codici del futuro. Fare sistema vuol dire ripensare alle grandi opere: non
piramidi per novelli faraoni, ma riassetto idrogeologico del territorio,
protezione delle coste e dell’acqua, risparmio energetico, infrastrutture
che abbiano il segno dell’incivilimento generale. Vuol dire ergere barriere
contro la precarietà del lavoro e della vita.
Signor Presidente del Consiglio,
a nome di tutti i pugliesi io Le rivolgo sentimenti di sincera cordialità.
Qui Lei è il benvenuto. Oso sognare una Puglia in cui nessuno debba sentirsi
straniero. E credo che la contesa politica non debba mai pregiudicare il
senso delle istituzioni ma anche il valore intrinseco delle persone. La
demonizzazione degli avversari avvelena il dibattito pubblico e lo riduce ad
una penosa telenovela. L’accolgo con il rispetto che merita il Capo del
Governo. L’accolgo in questa terra che è maestra di accoglienza e di
ospitalità, terra di profeti di pace e di visionari che hanno cambiato il
mondo, terra dove i braccianti poveri edificarono democrazia e dove una
borghesia colta e curiosa edificò fucine europee di confronto delle idee.
Qui un uomo mite che non appartiene alla mia tradizione culturale, guardò
alla Puglia lanciandola oltre le onde, nel cuore del Mediterraneo, fin
dentro la casa di altri popoli. Lo fece mentre aiutava l’Europa a progettare
se stessa. Aldo Moro esortò la Puglia ad essere spazio di solidarietà e di
libertà, ma anche laboratorio di grande politica. Da quella tela spezzata,
anche da lì, vorremmo riprendere a tessere le ambizioni di una grande
Puglia.
Nichi VENDOLA




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fabioprincipale
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