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I: operai contro





Dom 24 Set 2006 9:20 pm

fabioprincipale
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24 SETTEMBRE 2006

OPERAI

CONTRO

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GIORNALE PER LA CRITICA, LA LOTTA, L'ORGANIZZAZIONE DEGLI OPERAI CONTRO LO SFRUTTAMENTO

Anno VIII Numero 258

SOMMARIO

24 SETTEMBRE 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.ISCRIVITI ALL'ASLO

Fotocopiato 

ASLO
  Associazione per la liberazione degli operai

Scopo dell’Associazione è la liberazione degli operai dalla sottomissione economica, politica e sociale in cui questa società li costringe.

Gli operai sono sottoposti ad una moderna forma di schiavitù. Sono costretti a vendere le loro braccia ad un padrone che per arricchirsi li consuma nelle fabbriche e nei più disparati luoghi di lavoro. Vivono una vita a malapena sopportabile finché gli affari del padrone vanno bene, cadono sotto la soglia di povertà appena una crisi si fa sentire, perdono il lavoro, vengono licenziati, utilizzati saltuariamente, supersfruttati, licenziati.

Nelle fasi di sviluppo economico la loro condizione sembra migliorare, si propaganda l’idea che ormai gli operai si trovino in una situazione di graduale ma inarrestabile miglioramento: ma basta una crisi e tutto torna in discussione, in forse. Ogni piccola conquista viene travolta, i diritti di cui tanto si parlava cadono uno ad uno sotto i colpi di nuove leggi e regolamenti. Gli operai si ritrovano a fare i conti con la dura realtà di essere schiavi moderni.

La distanza economica e sociale fra gli operai, i produttori diretti a salario, e i padroni che li impiegano diventa un abisso. Trovarsi al limite della povertà di fronte alla ricchezza che le classi superiori possono disporre ed esibire fa della società moderna, la società del più profondo contrasto fra le classi che la storia abbia prodotto.

Operai che vi siete resi conto della situazione sociale in cui vi trovate a vivere e non siete più disposti a sopportare oltre, aderite all’Associazione, decidete di dare, sulla base delle vostre possibilità, un contributo diretto alla causa dell’emancipazione vostra e degli operai che in ogni parte del mondo vivono la stessa condizione.

Attraverso l’Associazione  ogni operaio si addestra a lottare in quanto operaio, non più individuo fra individui ma come componente di una classe sociale che si va ricostituendo in tutto il mondo, la classe degli operai.

L’Associazione , nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nel campo della politica, ovunque sostiene ed organizza la lotta indipendente degli operai contro i governi dei padroni, contro i padroni al governo.

Attraverso l’Associazione  ogni operaio non è più una marionetta nelle mani dei partiti dei ricchi che lo usano per andare al governo e per ringraziarlo poi con una legislazione antioperaia fatta a misura degli interessi dei padroni.

L’Associazione collega  gli operai di tutti i luoghi di lavoro per la difesa della condizioni salariali e normative. Una rete per rimettere l’attività sindacale nelle mani degli operai stessi, per scalzare dalle poltrone dirigenti e funzionari sindacali che della svendita degli interessi immediati degli operai ai padroni hanno ricavato privilegi e buone rendite.

Attraverso L’Associazione gli operai si preparano ad attuare un’azione politica indipendente che punta direttamente alla questione essenziale: chi deve avere il potere? I padroni o gli operai?

 

Compagni che non venite dalle fila operaie aderite all’Associazione, in questa scelta c’è la consapevolezza che se un rivolgimento radicale è necessario per rimettere su nuove basi la società, tale rivolgimento si attuerà solo con la liberazione degli operai dallo sfruttamento.

 

Operai militate nell’Associazione, nessuno ci libererà dalla nostra condizione di sfruttati se non noi stessi. Associatevi.

Il giornale dell’Associazione è:  OPERAI CONTRO

 

Per aderire scrivere a: adesioni@...

oppure, operai.contro@... 

oppure, operaicontro@...

oppure scrivere: Via Falck 44, 20099 Sesto San Giovanni (Mi).



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2,L'IMPERIALISMO ITALIANO

L’imperialismo italiano alla ricerca di un proprio ruolo nel Mediterraneo

Operazioni militari

Senza i se e senza i ma

Assieme a Francesi, spagnoli, 3000 soldati italiani partono per il Libano, dietro la foglia di fico della bandiera dell’ONU.

Prima questione. Da dove inizia la storia del contrasto fra Israele e i palestinesi o Israele e gli hezbollah ? Dai due soldati fatti prigionieri da questi ultimi o dai razzi israeliani su Gaza? Oppure dallo Stato d’Israele rubato ai palestinesi o piuttosto dalla dominazione inglese? Ognuno scelga secondo i suoi interessi. Noi scegliamo quello dei popoli oppressi. La storia comincia con l’oppressione dei palestinesi ad opera della borghesia israeliana, ancora in corso.

Seconda questione. Dal punto di vista militare l’azione di hezbollah al confine di Israele aveva il compito di alleggerire la pressione giornaliera dell’esercito israeliano contro i palestinesi nei territori. Uno stillicidio di morti fra i civili coperto da un semplice “erano militanti di hamas”, che è un partito politico liberamente eletto, al governo, dai palestinesi. L’ONU è forse intervenuto contro quest’aggressione a mano armata, qualcuno ha imposto un freno alla borghesia israeliana? Nessuno. Gli hezbollah, nelle cui file militano tanti profughi palestinesi in Libano, hanno fatto ciò che potevano per contenere l’esercito israeliano sul fronte del Nord.

Terza questione. L’esercito israeliano attacca il sud del Libano, pensa ad un’azione rapida contro coloro che considera quattro straccioni. Il colpo non gli riesce e non ha altra scelta che accanirsi: bombarda e distrugge villaggi ed interi quartieri, deve impaurire la popolazione, colpire gli sciti, bambini e donne. Ma, hezbollah resiste, i loro missili continuano a cadere, più l’aviazione israeliana bombarda strade e ponti più la resistenza reagisce. L’esercito israeliano è di fronte ad una scelta per farla finita: invadere il libano, farne terra bruciata e seppellire tutto e tutti. Entrano in ballo gli USA e i Francesi. C’è l’Iraq con la guerra in corso e il governo fantoccio guidato dagli sciti. Un governo, che a malapena riesce a coprire l’occupazione militare americana e che la distruzione dei quartieri sciti di Beirut mette ancora più in difficoltà. C’è la Francia, per i legami storici col Libano non può permettere che venga messa in discussione l’integrità territoriale del paese e chiede all’ONU che Israele venga fermata.

Quarta questione. Cosa c’è di meglio per la borghesia israeliana uscire dall’angolo in cui si era messa  accettando il cessate il fuoco con l’impegno che al confine Nord, in Libano, si dispieghi una forza militare che impedisca agli hezbollah di agire? Israele si può di nuovo occupare senza rischi dei palestinesi di Gaza, colpirli dove e come vuole. Il confine Nord è presidiato da 15000 uomini a nome dell’ONU. La borghesia israeliana esce dall’angolo, ha distrutto infrastrutture, ammazzato migliaia di persone, ma non è successo niente, si ritira, anche se mantiene il blocco navale. Il popolo libanese, i profughi palestinesi non subiranno per ora più i bombardamenti ma dovranno assistere impotenti agli assassini mirati, all’uso dei carri armati dei missili contro i loro fratelli palestinesi dei territori.

Quinta questione. L’Italia si inserisce nel gioco militare e come sempre la storica ambiguità è d’obbligo. Manda 3000 soldati con lo scopo dichiarato di affiancare l’esercito e le popolazioni libanesi mentre in realtà dovrà coprire le spalle all’esercito israeliano che potrà con tutte le sue forze occuparsi dei  palestinesi senza l’incognita degli hezbollah. Dietro i soldati in campo, naturalmente gli affari della ricostruzione che dovranno dividersi con i padroni francesi.

Sesta questione. Chi manda il contingente è il governo di centrosinistra diretto da Prodi. I pacifisti di governo si sono subito allineati, la spedizione in Libano è armata, sparerà se è necessario, ma non fa la guerra. Il sublime ripudio della violenza come base della guerra che ha tanto riempito i cieli di Assisi è andato a farsi benedire. Prodi ha preso la palla al balzo per ristabilire un ruolo dell’imperialismo italiano nel mediterraneo, un ruolo in qualche modo formalmente autonomo dagli USA e nell’ambito dell’unità europea. Avere soldati nei teatri di guerra prepara buoni affari per la ricostruzione e sono un sostegno agli industriali impegnati nelle produzioni militari. La tanto decantata autonomia dagli usa che tanto è servita a Prodi per differenziarsi da Berlusconi è in realtà una formalità, è innegabile che l’intervento in Libano gli è stato chiesto tramite l’ONU dagli Stati Uniti e da Israele. La troppa fretta di correre ha messo il governo italiano nel rischio di doverci andare da solo. Prodi, ha dovuto faticare per convincere gli altri europei, la Francia per prima; i francesi conoscono bene la situazione e sanno che l’equilibrio al confine libano-israeliano dipende dalla questione palestinese e dalle vicende irachene. Tant’è, i francesi hanno voluto conservare il comando sul terreno.

In conclusione. Coloro che fanno più impressione sono i rappresentanti di sinistra, di Rifondazione che sono al governo: mandano soldati sotto la bandiera di fico dell’ONU a svolgere una guerra di posizione, per gli interessi dei padroni italiani e della borghesia israeliana, senza pudore ed ombra di dubbio.

Che non fossero comunisti  si sapeva, ma che diventassero sostenitori dell’azione militare dell’imperialismo italiano in Medio Oriente lo stanno ampiamente dimostrando in questi giorni.

   

Associazione per la Liberazione degli Operai

    

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3. IL COSTO DELLA MISSIONE IN LIBANO
IUnifil
Cara missione: i conti dell'operazione Libano
La portaerei Garibaldi costa 3 milioni di euro al mese, un maresciallo costa
12mila euro... Fatti i conti, con la missione libanese le spese per la
difesa diventano uguali all'ultima finanziaria

Manlio Dinucci
«Sono passate due settimane da quando, sul ponte di volo di Nave Garibaldi,
ho rivolto il saluto al contingente che aveva iniziato a muoversi alla volta
delle coste libanesi»: così ha ricordato il ministro della difesa Parisi
nella visita in Libano il 12 settembre. Non ha però detto agli italiani che
in queste due settimane, solo per tenere in navigazione la portaerei
Garibaldi, si è speso oltre un milione e mezzo di euro. Il suo costo mensile
di esercizio ammonta a 3.080.650 euro, equivalenti a 5,8 miliardi delle
vecchie lire. Questo e altri dati sulla spesa per la missione sono contenuti
nel disegno di legge, presentato dal governo e approvato dalle commissioni
esteri e difesa della Camera.
Solo come «costo esercizio mezzi» si prevede in settembre-ottobre, oltre a
quella per la Garibaldi, una spesa mensile di 1,2 milioni per i mezzi
blindati e 1,8 per gli aerei che, insieme ad altre voci, portano il totale
mensile a 12,6 milioni di euro. Aggiungendo le spese per alloggiamento,
viveri e servizi, il «totale spese funzionamento» supera i 14 milioni di
euro mensili. Vi sono poi gli «oneri una tantum», soprattutto per
l'«approntamento in patria della marina militare», che ammontano a 15,5
milioni.
Molto maggiori sono le spese per il personale. La «Early entry force» conta
295 ufficiali, 1.250 sottufficiali e 951 volontari. Essa è quindi composta
per circa il 62% da ufficiali e sottufficiali, ossia dal personale meglio
pagato. Ad esempio un maresciallo capo, la cui retribuzione mensile ammonta
a circa 2.900 euro, costa quale «trattamento economico aggiuntivo» per la
missione in Libano 9.450 euro al mese. Questo sottufficiale costa quindi
allo Stato oltre 12mila euro al mese. Complessivamente, solo per il
«trattamento di missione» dei 2.496 militari in Libano, si prevede una spesa
mensile di 22,3 milioni.
Il costo mensile della missione, nel periodo settembre-ottobre, sfiora
quindi i 52 milioni di euro. Salirà ancora quando, a novembre, subentrerà la
«Follow on force», composta da 2.680 militari: 335 ufficiali, 1.290
sottufficiali e 1.055 volontari. Solo per il loro «trattamento di missione»
si spenderanno circa 24 milioni di euro al mese che, con gli oltre 14 del
«costo esercizio mezzi», porteranno il totale a oltre 38 milioni mensili. Si
aggiungeranno 18,4 milioni per gli oneri, inspiegabilmente definiti anche in
questo caso «una tantum». Il costo della missione salirà così in novembre di
4,6 milioni, arrivando a 56,6 milioni mensili. Per dicembre invece, abolita
l'«una tantum», dovrebbe scendere a circa 35 milioni mensili. Questo nelle
previsioni. Ma se la situazione dovesse complicarsi, il costo sarebbe
sicuramente maggiore.
La missione in Libano e le altre (soprattutto in Afghanistan) comportano,
oltre alla spesa immediata, un costo indotto. L'Italia impegna all'estero
nell'arco di un anno oltre 30mila militari su base rotazionale, più 3mila
pronti a intervenire. Ma per mantenere e potenziare tale capacità occorre
assumersi ulteriori oneri anche in termini di bilancio: come ha sottolineato
Parisi, vi è una «carenza di risorse» che può incidere sulle capacità
operative delle forze armate, il cui personale assorbe oltre il 70% del
bilancio della difesa. Ciò può portare a «inaccettabili situazioni debitorie
nei programmi internazionali», come quello del caccia statunitense Jsf cui
partecipa l'Italia. Occorre quindi «un flusso di risorse costante e coerente
con gli obiettivi», che farà crescere la spesa militare italiana, già al 7°
posto mondiale con oltre 27 miliardi di dollari annui in valore corrente e
30 a parità di potere d'acquisto.
Sommando la spesa militare al costo delle missioni si raggiunge una cifra
annua equivalente a quella della finanziaria 2006. E poiché i soldi (denaro
pubblico) da qualche parte devono venir fuori, occorre «tagliare» in altri
settori. Come hanno documentato Cgil Cisl e Uil, la finanziaria 2006 prevede
tagli alle spese sociali di 12,7 miliardi, che colpiscono soprattutto sanità
ed enti locali. Si mettono così a rischio i servizi erogati ai cittadini
nonché posti di lavoro. Sono previsti inoltre tagli per 27 miliardi per la
costruzione e l'ammodernamento delle reti metropolitane, tranvie e passanti
ferroviari. Nella finanziaria si propone inoltre, per il 2006, un drastico
taglio dei fondi destinati agli aiuti per i paesi in via di sviluppo, 152
milioni di euro in meno rispetto ai 552 stanziati nel 2005. Siamo così
intorno allo 0,1% del pil rispetto a un obiettivo dell'1%. E mentre nella
finanziaria 2006 si destina un miliardo di euro per la «proroga» delle
missioni militari all'estero, si stanziano nientemeno che 30 milioni annui
per la cancellazione del debito dei paesi poveri altamente indebitati.
Quanto si spende in due settimane e mezzo per la missione militare in
Libano.



HTTP://WWW.ECN.ORG

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4. I GALOPPINI DEI PADRONI

Gli operai dell'Alfa ricordano che un certo Romano Prodi, oggi celebrato capo della sinistra borghese, regalo l'Alfa alla FIAT per cinque lire. Oggi con le polemiche per la TELECOM veniamo a conoscenza degli altri favori.

1. Nel 1997, con Prodi, c’è stata la privatizzazione Telecom: un’azienda senza debiti è finita gratis in mano alla Fiat, che controllava lo 0,6% del capitale;


2. Nel 1999, con D’Alema, la Telecom passa sotto il controllo di Gnutti, Colaninno, Mps ed Unipol: i 100.000 miliardi di lire occorrenti furono prestati generosamente dalle banche, riempiendo di debiti la stessa Telecom;


3. nel 2001, con Berlusconi, Tronchetti Provera (assieme a Benetton, Banca Intesa, Unicredit e poi Gnutti), dà un assegno di 14.000 miliardi di lire allo stesso Gnutti e soci e rileva la Telecom - compresi 80.000 miliardi di lire di debiti - controllando la società telefonica con Olimpia, che ha il 18% della stessa Telecom; i soldi sono stati quasi tutti prestati dalle banche;


4. dal 2001 al 2006 Tronchetti e soci vendono decine di società del gruppo Telecom, liquidano Gnutti e, continuando l’opera dei predecessori, si sbarazzano –con i soldi dello Stato (prepensionamenti, mobilità, ecc…)- di 70.000 lavoratori (!!!), incassando ogni anno montagne di utili (1,49 mld € solo nei primi 6 mesi del 2006). Ma nonostante ciò i debiti attuali superano i 45 mld di €.

 


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5. IL DESTINO DEGLI OPERAI

Dopo pochi giorni dalla loro elezione, Bertinotti e Napolitano, si ritrovarono a dire la loro su uno spaventoso "incidente sul lavoro" in Sicilia. Promisero che con loro non sarebbero capitate mai più simili incidenti. Promisero di convocare una, due, cento commissioni di controllo. Passata una settimana tutto torno come prima. I padroni pur di far profitti continuano ad ammazzare operai. Bertinotti e Napolitano a farsi il culo caldo e largo sulle loro poltrone. A Licata questa volta è toccato morire a Spirodan Mircea operaio rumeno di 32. Lavorava in nero, come manovale, per una ditta edile. La palazzina che stavano ristrutturando è crollata seppellendo Spirodan. Il padrone della ditta non ha denunciato la presenza di Spirodan sotto le macerie. A insistere che sotto le macerie c'era Spirodan è stata unicamente la moglie. Dopo due giorni i vigili del fuoco lo hanno trovato ancora in vita. Aveva i piedi incastrati sotto le macerie. I medici gliele hanno amputati. Ma dopo l'arrivo in ospedale è morto. E' il destino degli operai. Vivi sono gli schiavi dei padroni. Da morti sono le vittime di incidenti.

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6. GLI OPERAI DEVONO LAVORARE DI PIU'

Il Governo Prodi per sanare i conti dello stato  non farà sconti agli operai con la finanziaria 2007. I sindacati sbavano per la concertazione con il governo del centro sinistra di Prodi. Vista l'amtosfera il presidente della Confindustria aprendo i lavori del centro studi dei padroni rilancia e vuole il patto per la produttività. A CGIL, CISL e UIL, chiede di modificare la contrattazione collettiva per consentire più flessibilità degli orari e una "maggiore quantità complessiva di ore di lavoro. Cosa vuole Montezemolo? Gli operai devono lavorare di più con salari sempre più bassi. Occorre innalzare la competitività dell'industria italiana. Per farlo non basta la concertazione occorre anche la politica dei redditi che porti" ad una più forte correlazione tra risultati d'impresa e retribuzioni". 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7. LA SINISTRA E I MIGRANTI

CONTINUAVANO A CHIAMARLA "LA SINISTRA"


Secondo il ministro dell'interno Giuliano Amato la responsabilità della ripresa degli sbarchi dei migranti a Lampedusa non è di un Sistema iniquo come questo, che per assicurare profitti sempre maggiori ai soliti noti, devasta interi continenti e porta alla fame e alla miseria miliardi di persone, ma di quelli che lui definisce "trafficanti di carne umana".
Sia chiaro che noi non siamo teneri con questi personaggi che si arricchiscono sulle miserie di persone, che per un briciolo di speranza, sono costrette a disfarsi di quel poco che gli era rimasto, per raggiungere i lidi della speranza, ma per essere più precisi, vogliamo chiamare quei loschi personaggi col loro vero nome, e cioè nuovi caporali; e visto che non sono personaggi isolati, ma ormai organizzati in maniera sistematica, li potremmo chiamare "Adecco dell'immigrazione".
Infatti, se, come dice il Ministro Amato, i migranti sono disposti ad attraversare il deserto per raggiungere le coste libiche, vuol dire che non sono deportati dal loro Paese, e che quindi i "traghettatori" non sono negrieri, che vanno a prelevare di forza quei poveri cristi, per venderli a qualche schiavista di professione, ma semplicemente loschi personaggi, che seguendo le regole del mercato capitalista mettono in rapporto la domanda di "merce-mano d'opera" con l'offerta della medesima, insomma quello che una volta facevano i caporali nel meridione, e che oggi, in forma legalizzata fanno ovunque le agenzie interinali, che però non vengono accusate di essere trafficanti di carne umana; anzi, secondo qualche procuratore della repubblica sono "il Potere economico dello Stato".
E di fatto non c'è alcuna differenza tra i mediatori di regime-Potere economico dello Stato e "i trafficanti di carne umana"
Infatti cosa fanno le agenzie interinali? Mettono a disposizione delle imprese milioni di persone e a condizioni sempre più favorevoli alle imprese, che sempre più riescono a decidere non solo le condizioni economiche del rapporto di lavoro, ma anche la durata del medesimo. E naturalmente su questa "mediazione" le Adecco varie si arricchiscono!
N.B. Abbiamo messo tra virgolette il termine mediazione perché di fatto non esiste la mediazione, visto che con le nuove Leggi (Treu, Biagi ecc.) i lavoratori sono sempre più ricattabili e quindi non hanno alcun potere contrattuale.
E cosa fanno invece "i trafficanti di carne umana"? Mettono a disposizione delle imprese milioni di persone a condizioni sempre più favorevoli alle imprese. Nessuna differenza quindi tra "il Potere economico dello Stato" e "i trafficanti di carne umana".
O meglio due differenze ci sono, ma non sono differenze nate dalla cattiveria dei traghettatori: sono differenze dettate dall'ordinamento del Sistema capitalistico. La prima differenza l'abbiamo già accennata, ed è che mentre le agenzie interinali sono state legalizzate e quindi trafficano sugli esseri umani con l'avallo del Potere politico, i traghettatori non sono legalizzati e quindi agiscono nella "clandestinità". In sostanza se domani le imprese avessero bisogno di un afflusso continuo di migranti potremmo veder legalizzati anche quelli che oggi vengono definiti trafficanti di carne umana e, magari, in caso qualcuno volesse organizzare una qualche forma di protesta contro questo traffico (un domani che sarà legalizzato) potrebbe trovarsi incriminato per "cospirazione contro il Potere economico dello Stato", un pò come è successo con le agenzie interinali legalizzate dalle leggi suddette.
La seconda differenza è dovuta dal fatto che mentre le agenzie interinali prendono i soldi dalle imprese che "assumono" i traghettatori prendono i soldi da chi viene da noi a cercare uno spiraglio di sole; cioè mentre i primi vengono pagati dai padroni, i secondi vengono pagati dagli aspiranti lavoratori.
Qualcuno dirà che non è una differenza di poco conto, ma, se ci pensiamo bene, non è che cambia granché, visto che con quello che risparmiano le imprese grazie ai servigi resi dalle Adecco varie, ci rendiamo subito conto che anche in questo caso a pagare sono i lavoratori.
Ma poi anche ammesso che questa sia una differenza, non è una differenza dovuta alla cattiveria di certa gente, ma alle regole di mercato: gli aspiranti lavoratori hanno bisogno di essere traghettati e si rivolgono a chi è disposto a farlo, e siccome non esiste una concorrenza in questo tipo di lavoro mentre esiste una grande concorrenza fra chi vuole usufruire di questo tipo di lavoro è logico che il prezzo è fissato da chi non ha concorrenti.
TUTTO SECONDO LE REGOLE DI MERCATO, quindi!!!
Ma allora perché questa differenza di trattamento fra questi due esempi di trafficanti di carne umana?
La risposta è come al solito nell'anarchia del Capitale, che ha bisogno di deregulation per ristabilire il dominio delle Imprese sul Lavoro, e quindi legalizza i caporali chiamandoli agenzie interinali, ma poi si ritrova ad invocare altre regole quando a causa di questa deregulation si ritrova con un'offerta di lavoro che non riesce più a gestire.
Ma un'altra risposta su questa differenza di trattamento sta nel fatto che il Capitale, sempre per ristabilire il proprio dominio nella Società ha bisogno di frantumare l'esercito nemico, e cioè dei lavoratori, il Proletariato insomma.
Ed allora ha bisogno di incrementare la guerra tra poveri, ha bisogno di convincere la parte del proletariato in attività (soprattutto quello autoctono) che le loro condizioni di vita sono peggiorate non perché le imprese, per aumentare i profitti precarizzano il lavoro, ma perché ci sono i migranti che rubano il lavoro e quindi devono fronteggiare il nuovo nemico, che minaccia la loro sicurezza. E siccome non possono sul serio dire (come faceva qualche leghista non molto tempo fa) che bisogna prendere a cannonate le imbarcazioni dei migranti, addossano tutto ai "trafficanti di carne umana".
Sanno benissimo che questo problema è irrisolvibile, ma almeno lo usano mediaticamente.
Tutto secondo copione, quindi, almeno per chi, come noi, non pensava certo che i sinistri di governo avrebbero avuto un approccio diverso al problema. Ma l'intervento di Amato dovrebbe far pensare chi pensava che cacciando il nano di Arcore, ci sarebbe stato un futuro di pace, di cooperazione, di solidarietà.
E' vero: in mezzo a queste dichiarazioni il ministro di polizia ha fatto pure la sua dichiarazione "di sinistra" e cioè che la soluzione sta nel ridurre le disparità tra paesi ricchi e paesi poveri, ma questa è una dichiarazione di intenti in mezzo a quelle altre che sono dichiarazioni programmatiche. E le dichiarazioni di intenti sono un po come l'ONU, che sulla carta è la massima espressione di Potere internazionale, mentre, come si sa, non conta un cazzo.
Ma poi cosa vuol dire ridurre le distanze?
Vuol dire che bisogna ridurre i profitti delle imprese, o che tocca avvicinare (al ribasso) le condizioni di vita dei proletari nel mondo? Se la risposta è come al solito la seconda che ho detto, allora niente di nuovo sotto i ponti: lo stanno già facendo, non solo con le agenzie interinali, e cioè con i trafficanti di carne umana legalizzati, ma anche con nuove leggi tipo la Bolkenstein, che introduce il principio secondo cui il rapporto di lavoro non viene fissato secondo i regolamenti vigenti nel Paese dove si produce, ma secondo i regolamenti vigenti nel Paese dove è ufficialmente ubicata l'impresa.
Ma in questo caso il problema non si risolve, perché se uno vive in Africa e muore di fame o di guerra o di ambedue, non si preoccupa del fatto che in Italia i lavoratori guadagnano di meno: lui guadagna di meno in ogni caso!!! e quindi...
Ridurre le disparità: ma come può un Sistema che è fondato proprio sulle disparità muoversi in quest'ottica? Ma sul serio qualcuno crede in questa favola ultramoderna? Al massimo questo Sistema pensa a delocalizzare qualche impresa da quelle parti, anzi già lo fanno, visto che (remember Nike?) già molte multinazionali producono in quei Paesi coi subappalti, che gli assicurano ancora più profitti con le condizioni di lavoro schiavistiche utilizzate.
Ma questo non riduce le disparità, semplicemente assicurano alle Imprese profitti ancora maggiori!!!
E quindi le traversate proseguono e proseguiranno. E naturalmente verrà incrementato il pattugliamento delle coste, che non diminuirà il flusso delle navi, ma ridurrà il numero degli sbarcati, visto che quelli che si salveranno dalle condizioni della traversata rischieranno (ed è successo anni fa con la Sibilla nell'Adriatico, ed in questi giorni al largo di Lampedusa) di essere speronati "per sbaglio"(?) dai pattugliatori.
Nessuna soluzione possibile dunque, almeno in un mondo dominato da questo Sistema.
Semmai se una soluzione di sinistra esiste è quella di cominciare una volta per tutte a studiare quali strumenti usare per abbattere questo Sistema, perché solo un Sistema basato non sul profitto e sul denaro, ma sui bisogni e il soddisfacimento di questi bisogni può non ridurre, ma azzerare le disparità. Solo un Sistema altro può eliminare le guerre, la miseria la devastazione di interi continenti e soprattutto può garantire

PACE SOLIDARIETA' LIBERTA'

huambo
L'Avamposto degli Incompatibili

 

 

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8. LE MAZZETTE DEI PADRONI

Tronchetti Provera: mazzetta di 1.000 miliardi

Nel 2000 la Pirelli ha venduto le "attività nei sistemi e nei componenti
ottici alle aziende americane Cisco e Corning".

Per questi "due affari a stelle e strisce" tre dirigenti della Pirelli hanno
incassato un "premio" di quasi 1.000 miliardi attraverso la vendita delle
"stock option", cioè una marea di azioni (che in precedenza erano state a
loro intestate) delle società vendute agli americani.
"Per la precisione, al numero uno del gruppo - Marco Tronchetti Provera - è
andato un premio, al lordo delle tasse, di circa 450 miliardi di lire,
mentre il compenso di Carlo Buora (l' amministratore delegato della Pirelli)
ha sfiorato i 200 miliardi".
"Un' altra stock option da quasi 300 miliardi è invece andata a Giuseppe
Morchio, che portava i gradi di direttore generale"
(CorrierEconomia,5-4-01).
Secondo la Consob, l'organo di controllo della borsa, «non c' è stata alcuna
violazione della legge».
E dopo i premi, ecco lo stipendio "normale"...

Tronchetti Provera inoltre, tra stipendi, bonus ed emolumenti vari, nel 2000
ha incassato altri 70 miliardi, di cui 30 dati in ... beneficenza.

"Il bilancio record della Pirelli, con i suoi 7 mila miliardi di profitti,
si è trasformato in una pioggia d' oro per la squadra di dirigenti guidata
da Marco Tronchetti Provera":
Luciano Gobbi, che porta i gradi di direttore generale della holding Pirelli
& C .. è stato gratificato di un premio di oltre 30 miliardi per la vendita
a Corning delle attività nella componentistica ottica".
"Giuseppe Morchio, direttore generale della Pirelli spa (ha avuto) un
superstipendio da 22 miliardi di lire".
... "Morchio avrebbe incassato altri 60 miliardi come buonuscita
supplementare" (all' inizio di quest' anno ha dato le dimissioni dalla
Pirelli).
Anche Alessandro Puri Negri, Giovanni Ferrario e Carlo Buora hanno avuto
stipendi plurimiliardari.
"Messi insieme, i sei uomini Pirelli hanno guadagnato nel 2000 qualcosa come
135 miliardi di lire" (CorrierEconomia,9-4-01).

"Anche i semplici amministratori non operativi della Pirelli hanno fatto
incetta di compensi. Infatti una norma di statuto del gruppo milanese
prevede che gli amministratori abbiano diritto a spartirsi l' 1% dei
profitti netti. E così Carlo De Benedetti, Alberto Falck, Eugenio Coppola di
Canzano, Angelo Marchiò, Luigi Orlando e Giampiero Pesenti hanno incassato
quasi due miliardi ciascuno, in qualità di semplici consiglieri d'
amministrazione".
"Sono cifre in stile Usa, dove i grandi manager riescono a spuntare compensi
di centinaia di miliardi".
"Il primatista assoluto è Steven Jobs (Apple Computer). In premio, ha
ottenuto l' anno scorso una retribuzione di 775 milioni di dollari, quasi
1.700 miliardi di lire. Più del doppio dei 315 milioni di dollari intascati
dal Ceo di Citigroup, Sanford Weill , e più del triplo di Lawrence Ellison,
boss di Oracle, società di software e servizi informatici, che si è piazzato
al terzo posto nella classifica dei dirigenti meglio pagati d' America con
oltre 216 milioni di dollari. John Welch, Ceo di General E lectric e icona
del management Usa, è soltanto quinto, con 144,5 milioni di dollari,
superato anche da Dennis Kozlowski che, alla guida di Tyco International,
conglomerata industriale, ha guadagnato più di 205 milioni".

In Italia il "modello americano" non è arrivato solo nelle tasche dei
"manager" della Pirelli;
Lorenzo Pellicioli, ad esempio, numero uno di Seat-Pagine Gialle, ad agosto
dell' anno scorso "è passato alla cassa liquidando il bonus in azioni Huit,
la finanziaria lussemburghese che controlla la società delle Pagine Gialle.
L' operazione gli ha fruttato un guadagno di 166 miliardi"
(CorrierEconomia,9-4-01).
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Beneficenza ...

"Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora, rispettivamente presidente e
amministratore delegato della Pirelli , hanno deciso di devolvere in
beneficenza una parte dei loro compensi. Un gesto senza precedenti nel mondo dei top manager italiani ...... Tronchetti ha destinato circa 30 miliardi a una fondazione nata pochi gior ni fa e intitolata a suo padre, Silvio
Tronchetti Provera. Buora, invece, ha girato oltre 8 miliardi all'
Associazione italiana per la ricerca sul cancro" (Corsera,5-4-01).

I tre figli di Tronchetti Provera sono nel Cda della Fondazione, che
"finanzierà progetti di ricerca nei settori delle scienze e delle
tecnologie".Possiamo scommettere che la Fondazione chiederà finaziamenti pubblici per le proprie attività, ed usufrierà delle agevolazioni fiscali previste.
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Tronchetti Provera:
«Senza fondi pensione mercato instabile»

Secondo Marco Tronchetti Provera "i FONDI PENSIONE ... garantiscono un
flusso costante e abbondante di capitali" a Lorsignori (5-4-01, LaStampa).
Va quindi accelerato al massimo il loro sviluppo...
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Articolo pubblicato da cobasalfaromeo
(http://spazioinwind.libero.it/cobas/econosua/mazzettaTronchetti.htm) il
30-4-2001.





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9.ATESIA

                            

COMUNICATO STAMPA
Apprendiamo da alcuni organi di informazione il contenuto di una lettera recapitata, il 13/9/2006, dall’associazione FITA, presieduta dal signor Alberto Tripi proprietario di Almaviva/Atesia, al Governo nelle persone dei  Ministri del lavoro e Previdenza sociale, per lo Sviluppo economico, per le Riforme e innovazione nella Pubblica Amministrazione, per gli Affari Regionali e Autonomie Locali, dell’Economia e Finanze, della Solidarietà sociale ed al Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio.
Apprendiamo inoltre che in una riunione del 14/9/2006 le ragioni di questa lettera sono state motivate, dallo stesso presidente della FITA A. Tripi, ai suoi colleghi “in considerazione dei continui e irresponsabili attacchi alla flessibilità del rapporto di lavoro, in generale, e ai contratti di lavoro a progetto, in particolare, da parte di alcuni esponenti della politica e delle parti sociali... Credo, quindi, sia opportuno mettere in campo tutte le possibili azioni di lobby, in ottica sinergica, convergendo verso l’unico obiettivo di garantire operatività alle nostre imprese.”
Le sole motivazioni, riportate, rendono tale lettera farneticante e pericolosa, ci risulta infatti che nel sistema democratico Italiano sia vietata l’azione lobbistica , oltre che provocatoria verso la condizione materiale vissuta da migliaia di falsi collaboratori sottopagati, mobbizzati e stressati.
Ma entrando nel merito di quanto espresso nella lettera della FITA non può sfuggire il tentativo di “ricattare” il Governo facendo presagire una volontà di delocalizzazione in caso si chieda alle aziende di rispettare la legge (fra l’altro una minaccia/bluff vista la realtà produttiva odierna dei call center), il tentativo addirittura di dettare l’agenda del programma governativo sul lavoro pretendendo l’estensione della legge 30, fino al cuore della lettera stessa: “sia espressamente esclusa qualunque forma di retroattività contributiva relativa a collaborazioni lavorative pregresse e contrattualizzate in applicazione della Legge Biagi o della Legge Treu”. Con questa espressione - manifestamente falsa (visto che non esiste alcun provvedimento di alcun genere che applichi una presunta retroattività contributiva) – si svela l’origine della lettera e cioè le recenti risultanze ispettive dell’Ispettorato del lavoro di Roma in merito ad Atesia, infatti quel che si chiede al Governo è un provvedimento che condoni la condizione di illegalità che continua a caratterizzare la tipologia contrattuale applicata in Atesia.
E’ vergognoso che - mentre il paese è chiamato ad una finanziaria di sacrifici per sanare il deficit pubblico, mentre si discute su come intervenire sulle pensioni perché sono pochi i versamenti contributivi per far fronte agli impegni contratti con le lavoratrici ed i lavoratori - la FITA, ispirata dal suo presidente, chieda al Governo un provvedimento per poter condonare la truffa contrattuale e contributiva operata in questi anni ai danni delle lavoratrici e dei lavoratori di Atesia, e più in generale ai danni dei lavoratori di tutti i call center, ed ai danni dell’INPS e degli altri istituti previdenziali.
Nel denunciare tale tentativo esigiamo dal Governo, a cominciare dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale On. Cesare Damiano, una chiara presa di posizione che respinga al mittente perché manifestamente irricevibile la lettera di cui sopra, tanto più che nel programma del Governo è stato più volte ribadito che è finita l’epoca dei condoni.
La manifestazione delle lavoratrici e dei lavoratori dei call center convocata a Roma per il 29 settembre prossimo – alle ore 17 da P.zza della Repubblica - sarà una ulteriore occasione nella quale affermeremo con forza la nostra determinazione a sconfiggere la precarietà nel settore ed in tutto il mondo del lavoro, ma l’atteggiamento del Ministero del lavoro verso la richiesta di incontro con una delegazione di manifestanti sarà anche un utile banco di prova sulle reali intenzioni del Governo verso il mondo del lavoro.
 
p.s. tale è il signor A. Tripi che non ha neanche il coraggio di mettere la propria firma nella lettera citata nascondendosi dietro tale “Vice Presidente Vicario Luisa Silvestri Bandini” e questo la dice tutta sulla stoffa del personaggio.
 
Roma, 20 settembre 2006
Collettivo PrecariAtesia
Confederazione Cobas
Assemblea coordinata e continuativa contro la precarietà

 


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10. ASPEN INSTITUTE


 
di Stefano Olivieri


Al numero civico 49 di piazza SS. Apostoli a Roma, molto vicino alla
sede nazionale dell'Unione, c'è una associazione che ha fra i suoi
iscritti la crema dell'Italia che conta. Politica, finanza,
economia, giornalismo, e tutta l'industria a cominciare dai media.
Vi trovate dentro il vecchio ministro dell'economia Tremonti ma
anche il nuovo, Tommaso Padoa Schioppa. Il meglio dell'industria
italiana, delle banche e delle assicurazioni, non c'è settore che
manchi all'appello: dalle Generali alla Fincantieri, da
Confindustria alla Rai a Mediaset; da Pirelli alle Poste Italiane,
dalla società Autostrade all'Enel, dalla Fiat alla IBM Italia, dalla
Italtel alla Banca nazionale del lavoro, impossibile enumerare tutte
le adesioni, visto che la Aspen accoglie indifferentemente persone
fisiche e giuridiche, singoli pezzi grossi e società intere. E
questo solo per rimanere nel bel paese, perché se appena facciamo
capolino fuori dai nostri confini i nomi diventano pesantissimi, da
Condy Rice al "filantropo" Soros, dalla Albright a Kissinger.

Ma che cosa è Aspen e chi sono, soprattutto che cosa vogliono fare
gli "aspeniani"? Non è una domanda oziosa perché, seppure con grande
discrezione, l'Aspen Institute italiano è diventato negli ultimi
tempi sede di dibattiti politico economici che, data la levatura dei
personaggi che circolano lì dentro, rischiano di condizionare o
quanto meno influenzare scelte e decisioni dello stesso esecutivo.
Perché è membro Aspen anche Romano Prodi naturalmente, e perfino il
presidente della Repubblica Napolitano, vecchio comunista. Ma allora
che paura c'è? - direte voi - se dentro ci sta tutta la destra e la
sinistra che conta, tutt'al più tenteranno l'inciucio. Ipotesi
legittima ripresa fra l'altro da "Panorama" nella sua pagina web con
il titolo "Grande coalizione? Ci lavorano all'Aspen" e sotto una
bella immagine di Enrico Letta che molti indicano come successore di
Tremonti nella presidenza di Aspen Italia.

Il punto è che Aspen non è propriamente l'associazione delle dame di
S. Vincenzo. Non fa beneficenza ed è lecito pensare che persone del
calibro dei suoi membri non si riuniscano soltanto per scambiare
quattro chiacchiere e prendere un the. C'è altro, ma è difficile
penetrare la discreta cortina che protegge quel salotto buono dagli
sguardi indiscreti.

Al tempo stesso non possiamo definirla una associazione segreta, e i
suoi membri non sono incappucciati, tutt'altro: sono il massimo che
si può pretendere dalla vipperia nazionale e internazionale, gente
conosciutissima, fotografatissima e inseguita giorno e notte dalla
stampa. E poi hanno addirittura un sito web da cui si può scaricare
perfino lo statuto e approfondire identità, missione e metodo
seguiti da Aspen Italia. E allora vediamo meglio:

Alla voce "identità" si legge: "Aspen Institute Italia è una
associazione privata, indipendente, internazionale, apartitica e
senza fini di lucro dedicata alla discussione, all'approfondimento e
allo scambio di conoscenze, informazioni, valori". Insomma pare
davvero una benemerita congregazione di supereroi che si affannano a
migliorare questo mondaccio schifoso.
Ma andiamo avanti e alla voce "missione" leggiamo: "la missione
dell'Istituto è la internazionalizzazione della leadership
imprenditoriale, politica e culturale del paese e la promozione del
libero confronto fra culture diverse, allo scopo di identificare e
valorizzare idee, valori, conoscenze ed interessi comuni. L'Istituto
concentra la propria attenzione verso i problemi e le sfide più
attuali della società e della business community, e invita a
discuterne leader del mondo industriale, economico, finanziario,
politico, sociale, culturale in condizioni di assoluta riservatezza
e di libertà espressiva". Come a dire venite qui e sentitevi liberi
di esprimervi al di fuori dei condizionamenti politici e di parte,
qui siamo tutti buoni e pensiamo soltanto a migliorare le cose. Ci
verrebbe da chiederci come si può mettere tanta carne al fuoco e non
buttarla poi in politica, ma lasciamo perdere per il momento, perché
ciò che attira la nostra attenzione è il metodo utilizzato, e
dichiarato a chiare note, dalla associazione: " Il "metodo Aspen"
privilegia il confronto e il dibattito "a porte chiuse", favorisce
le relazioni interpersonali e consente un effettivo aggiornamento
dei temi in discussione. Lo scopo non è quello di trovare risposte
unanimi o semplicemente rassicuranti, ma di evidenziare la
complessità dei fenomeni del mondo contemporaneo e stimolare
quell'approfondimento culturale da cui emergano valori ed ideali
universali capaci di ispirare una leadership moderna e consapevole.

Ecco qui. Massima riservatezza, opportunità di stringere relazioni
interpersonali e di tessere rapporti e colloqui capaci di ispirare
(o magari partorire direttamente) una leadership moderna e
consapevole. A porte chiuse, naturalmente.

Il democratico che è in me sente puzza di bruciato e cerco a questo
punto di capire come si diventa membri Aspen, e quali requisiti
occorre soddisfare. Per facilitarmi il compito parto dalla categoria
più facile, quella delle new entrioes, cioè i giovani. Alla Aspen li
chiamano "Junior Fellows" e ne danno anche il dettagliato profilo:
gli Aspen Junior Fellows sono un network internazionale di giovani
ad alto potenziale formato dai ragazzi che hanno preso parte ai
progetti "Aspen per la Nuova Leadership" nel 1999 e nel 2001, a cui
sono aggiunti 22 nuovi membri nel 2004". Come abbiano fatto questi
fortunati ragazzi a partecipare a questi progetti non è mica
spiegato, perché a questo punto è del tutto evidente che non stiamo
parlando di corsi di formazione regionali aperti a tutti. Qui si
costruisce la classe dirigente, diamine, mica si gioca.

Girovago un po' per il web rimuginando l'idea - un po' inquietante a
dire la verità - di un network internazionale di giovani rampolli
allevati fin da bambini con la pappa reale del potere. Scopro che è
membro Aspen anche Mario Draghi, il nuovo capo della Banca d'Italia.
E pure Lucia Annunziata - ricordiamo, ex presidente Rai voluto dalla
sinistra a garanzia del pluralismo, che dirige addirittura il
magazine "Aspenia". E poi anche gli ex presidenti Cossiga e Ciampi,
Paolo Mieli, Bruno Tabacci dell'UDC molto corteggiato dall'Unione, e
chissà quanti altri. Essere membri Aspen a questo punto deve pur
significare qualcosa di più che avere la semplice opportunità di
dibattere ad alto livello. Pensate che il presidente mondiale della
associazione (la cui sede naturalmente è negli USA) è Walter
Isaacson, che per l'Aspen ha rinunciato nientemeno alla presidenza
della CNN.

Diciamoci la verità, non è la massoneria ma le somiglia molto
davvero. Non ci sono cappucci e spade posate sulla testa dei
neoiscritti, ma la cortina di discrezione che circonda gli associati
e le loro riunioni ad altissimo livello ci destano molta
preoccupazione. Non siete convinti? Bene, provate ad andare a questo
indirizzo web:
http://www.difesa.it/SMD/CASD/Istituti+militari/CeMISS/dettaglio-
news.htm?DetailID=3108

E' una pagina web del portale istituzionale del ministero della
Difesa, dove si da notizia di un seminario congiunto fra il CASD
(Centro Alti Studi per la Difesa, l'organismo di studio di piu' alto
livello nel campo della formazione dirigenziale del ministero
medesimo), il CEMISS (Centro Militare di Studi Strategici), l'Aspen
Italia appunto e - udite udite! - il PNAC ( Project for the New
American Century) l'associazione statunitense capeggiata dai più
fanatici estremisti neoconservatori del calibro di Paul Wolfowitz
(messo da qualche tempo a capo da Bush alla Banca Mondiale) e di
Ronald Rumsfeld, attuale ministro della difesa statunitense e
teorico della guerra preventiva, fra i principali responsabili del
disastro umanitario, politico, economico e sociale dell'Irak a
seguito della "liberazione" a opera Usa e degli altri "willings"
(fra cui ahinoi anche l'Italia).

Chi non conosce il PNAC e le sue farneticanti teorie può cercare
informazioni in rete. Chi lo conosce sa che al confronto il "piano
di rinascita democratica" di Licio Gelli e della loggia P2 sembrano
un banale gioco di ruolo per ragazzi. Venire al corrente che
l'associazione Aspen (sulla cui trasparenza e apartiticità nutriamo
già fortissimi dubbi) e addirittura il ministero della difesa
italiano abbiano recentemente tenuto (per la precisione l'11 marzo
del 2005, a palazzo Salviati, ore 10) un convegno insieme ai teorici
della americanizzazione (anche a mano armata) dell'intero globo
terracqueo non ci rende per niente tranquilli. E sapere che
dell'Aspen, una associazione elitaria che dibatte a porte chiuse,
fanno parte le persone - di destra e di sinistra - che contano di
più nella politica italiana ci rende ancora più inquieti. A chi
affidiamo il nostro paese, la nostra stessa sicurezza democratica?
Forse al generale Jean ( anche lui naturalmente aspeniano) attuale
capo della SOGIN (società gestione impianti nucleari) nonché
scrittore di testi come " L'uso della forza: Se vuoi la Pace
comprendi la guerra" e molto vicino politicamente agli ambienti di
estrema destra. A lui fra l'altro è affidato il compito di
individuare i "siti" per lo smaltimento dei rifiuti e appaltare le
opere di costruzione necessarie, come ricorda la pagina web a questo
indirizzo.

Preferisco fermarmi qui, è finita la carta per la stampante ma i
links su Google per Aspen sembrano infiniti, quasi come quelli per
la voce "massoneria". Speriamo bene.


Linkografia:

http://www.aspeninstitute.it
http://www.nwo.it/aspen_genna.html
http://fondazione.camera.it/attivita/824/850/868/880/second.asp
http://www.kelebekler.com/occ/vaticano3.htm
http://www.panorama.it/italia/politica/articolo/ix1-A020001037221
http://www.archivionucleare.com/index.php/2006/03/22/patto-
energetico-aspen-institute-italia
http://www.mclink.it/com/inform/art/06n10214.htm
http://www.difesa.it/SMD/CASD/Istituti+militari/CeMISS/dettaglio-
news.htm?DetailID=3108
http://stopimperialism.be/American_Enterprise_Institute.php
http://www.fisicamente.net/index-200.htm
http://www.criticalpoint.it/news.php?cod=679

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11. MANIFESTAZIONE

 

Notiziario del Campo Antimperialista ... 21 settembre 2006 ... http://www.antiimperialista.org

CHI TOCCA PRODI SCHIOPPA

Molti, il prossimo 30 settembre, non ci saranno.
Si sono nascosti sotto la sottana del governo Prodi.
Essi ritengono che questa «missione» sia diversa da quella in Iraq o Afganistan.
Che quello D’Alemiano della «equivicinanza» tra Resistenza libanese e Israele e’ un inganno,
Non lo dice solo la storia recente (Iugosliava 1999), lo dimostrano quattro fatti principali:
(1) si chiede il disarmo della Resistenza libanese ma non quello di Israele;
(2) si inviano quindi truppe solo nelle zone controllate dalla Resistenza ma non nel nord di Israele;
(3) non si condanna l’illegale e devastante aggressione israeliana, che viene anzi considerata una reazione sproporzionata ma «legittima»;
(4) Vengono confermati i patti militari di mutua assistenza tra NATO e Israele e tra Italia e Israele (per non parlare del fronte di ferro tra Il Pentagono e Tsahal).
Altri, a giustificare la loro assenza il 30 settembre, affermano che il nuovo protagonismo imperialistico europeo andrebbe visto con simpatia,
poiche’ contrasterebbe con l’unilateralismo americano. E’ vero questo? No, e’ falso. Italiani e francesi, agendo da truppe ausiliarie,
non vanno solo in soccorso di Israele (dopo che ha preso esemplari legnate), vanno a togliere le castagne dal fuoco a Bush.
E’ certo vero che l’Europa sgomita per rifarsi spazio in Medio Oriente, ma queste ambizioni non sono meno imperialistiche e colonialistiche di quelle americane.
Spettegolano che verranno alla manifestazione solo i sostenitori delle Resistenze.
Neanche questo e’ vero.
Verranno tutti quelli che in questi anni si sono mobilitati contro ogni guerra, non solo contro quelle di Berlusconi.
Che non sacrificano i loro principi sull’altare di questo governo e non accettano di essere trattati da servi.
Verranno, infine, tutti coloro che non hanno portato la testa all’ammasso e sentono l’urgenza di un’opposizione a tutto campo al governo Prodi.
Per questo saremo in tanti.


LA PIATTAFORMA DELLA MANIFESTAZIONE

Per il ritiro delle truppe da tutti i fronti di guerra.
No alla missione militare ONU in Libano
Fine dell'occupazione della Palestina, rientro di tutti i profughi
Chiusura di tutte le basi militari NATO ed USA.
Disarmo nucleare, a partire dai paesi che hanno già le atomiche.
Basta con le minacce ai paesi non sottomessi agli USA
Con la resistenza dei popoli libanese, palestinese, iracheno, afgano
No alla campagna anti-islamica
Contro il taglio della spesa sociale e il finanziamento di missioni militari e armamenti

promuovono:
Confederazione COBAS, RdB-CUB, Forum Palestina,
Partito Comunista dei Lavoratori, Rete dei Comunisti,
Unione Democratica Arabo-Palestinese, Comitato per il ritiro dei militari italiani,
Campo Antimperialista, Comitati Iraq Libero, Red Link, Utopia Rossa


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12. L'IMPERO SI E' FERMATO A BAGDAD

PER IL DIBATTITO

Il "Nuovo Secolo Statunitense", così come lo hanno progettato gli estensori del famoso documento del settembre 2000 [1] che definiva le linee guida dell'espansionismo militare americano, rischia di essere molto breve e avere un epilogo inglorioso. L'attivismo bellico dell'amministrazione Bush che, riaffermando la propria egemonia militare ed acquisendo il controllo su scala globale dei flussi dell'energia, intende stabilire una indiscussa sovranità sulle risorse economiche mondiali e con essa la necessaria universalizzazione del proprio modello politico, non sta procedendo secondo le previsioni. Dopo l'infelice campagna afghana, la cui conclusione è ancora lontana e che non permette ai suoi promotori di trarre alcun significativo vantaggio, l'aggressione all'Iraq si sta trasformando in una guerra di lunga durata e di esito incerto, evidenziando la mancanza di profondità di visione della strategia americana.

A mettere in crisi la potenza egemone del capitalismo mondiale e a fermare i suoi disegni di moderna colonizzazione planetaria non è una forza militare istruita e diretta da oligopoli internazionali e non è la coalizione delle rappresentanze politiche ad essi soggetta, non è l'Europa dell'euro con il suo nuovo modello di difesa e i sui eserciti mercenari, non è la più sofisticata e abile diplomazia continentale di vecchia tradizione imperiale-coloniale – vale a dire quella francese – non è la tanto invocata quanto geneticamente primomondista ONU. Ad avere disarcionato l'alfiere della democrazia esportata con le armi, pregiudicando concretamente la già programmata estensione della guerra preventiva ad altri Paesi del Medioriente e creando effettivi ostacoli alla ricomposizione del fronte imperialista euroatlantico contro i Paesi del sud del mondo, è stata la prevedibile, ma non prevista, Resistenza armata irachena. Una Resistenza predisposta da tempo, lungamente preparata, frutto politico della storia di una rivoluzione.
Uno degli scopi di questo scritto è appunto quello di dare un quadro sintetico ma intelligibile di questa storia.
Era evidente che l'aggressione all'Iraq apriva una prospettiva di guerra generalizzata condotta dal cartello petrolifero-militare americano per l'egemonia globale. Una guerra che avrebbe investito le centrali dell'economia europea, costringendole a difendere le proprie prospettive di crescita, legate tanto ad un conveniente accesso al petrolio mediorientale quanto alle possibilità di espansione della moneta e della capacità di investimento diretto all'estero. La rete di corridoi petroliferi gestita dai consorzi europei, che ha nei Paesi dell'Europa dell'Est la sua principale direttrice di estensione, e il sistema di infrastrutture logistiche ad essa collegate, risulterebbero inoperanti e sterili in assenza di una capacità reale di contenere l'influenza economica e politica statunitense nelle aree in via di sviluppo del Medioriente e dell'Asia Centrale alle quali quei corridoi sono destinati a connettersi.
Giganti concorrenti tra loro, i consorzi della finanza e dell'economia di Stati Uniti ed Europa hanno un nemico in comune: l'autodeterminazione dei popoli che intendono stabilire e mantenere la sovranità sulle proprie risorse (non rinunciando allo sviluppo delle proprie capacità produttive), piuttosto che perseguire una crescita monodimensionale strettamente dipendente dalle richieste di rifornimento energetico, di materie prime e manifatture a basso prezzo da parte delle economie capitaliste occidentali.
Non bisogna dimenticare che nei Paesi nei quali, grazie alla sete occidentale di oro nero e ai profitti che ne derivano tanto per gli investitori in Occidente quanto per una ristrettissima classe proprietaria araba, l'economia è stata spinta sul binario unico della produzione ed esportazione di petrolio, invariabilmente povertà e degrado sociale e ambientale sono cresciuti in modo esponenziale in pochi anni.
Georges Corm, ex ministro delle Finanze della Repubblica Libanese, esprime con chiarezza e semplicità questa situazione: "In Oriente la 'ricchezza' petrolifera distrugge nel disordine il tessuto sociale, crea deficit alimentari gravi e una dipendenza pressoché totale rispetto alla produzione petrolifera, mettendo delle economie scheletriche in una situazione di estroversione totale verso i Paesi sviluppati, in particolare occidentali, e dunque in una posizione di assoluta vulnerabilità. (...) Il mondo arabo, sino alla metà degli anni sessanta, era esportatore netto di prodotti alimentari. Nel 1980, importa più della metà dei prodotti che consuma". [2]
La politica petrolifera dell'Iraq, invece, ha inteso salvaguardare le risorse nazionalizzate ed investirne la rendita in infrastrutture, diversificazione produttiva e redistribuzione sociale della ricchezza: non poteva quindi che confliggere con i disegni del capitalismo occidentale. Per quanto interessi contingenti abbiano indotto i governi occidentali a scegliere alternativamente atteggiamenti di relativa tolleranza o di radicale intransigenza verso il regime iracheno, è "necessario" per tutti gli oligopoli del capitale transnazionale, siano essi concentrati negli Stati Uniti come in altre potenze occidentali, che l'Iraq cessi di essere un Paese indirizzato al socialismo.
L'ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger, in merito, si era espresso così: "Il rovesciamento del regime iracheno e, come minimo, lo sradicamento delle sue armi di distruzione di massa, avrebbe anche potenziali benefici politici: il cosiddetto mondo popolare arabo potrebbe concluderne che le conseguenze negative della jihad superano qualsiasi beneficio. Potrebbe incoraggiare un nuovo corso in Siria; consolidare le forze moderate in Arabia Saudita; aumentare le pressioni per un'evoluzione democratica in Iran; dimostrare all'Autorità palestinese che l'America è seria circa la sua volontà di rovesciare tiranni e portarsi dietro una migliore bilancia nella politica petrolifera del l'Opec". [3] Non si può fare a meno di notare che Kissinger interpreta il termine jihad (guerra santa) come guerra di liberazione, le attribuisce cioè lo stesso significato che la parola ha acquistato per molta parte delle masse oppresse del mondo arabo.
Se per l'Europa è vitale mantenere un rapporto di scambio ineguale (petrolio contro tecnologia e prodotti finiti) con i Paesi in via di sviluppo, e in particolar modo con il Medioriente, per i padroni dell'economia statunitense è urgente tagliare le vie dirette di rifornimento energetico per i Paesi europei, oltre a quelle che mettono in connessione tra loro i Paesi dell'area mediorientale secondo direttrici autonome, per assicurarsi il trasferimento costante di ricchezza e il flusso ininterrotto di capitali.
Se gli Stati Uniti, potenza egemone sul piano militare, scelgono la via della ricolonizzazione manu militari della Mesopotamia prima e del Grande Medioriente in prospettiva, gli europei non possono che intraprendere la via della trattativa per una ricolonizzazione morbida, Washington permettendo. Il voto negativo all'ONU dei rappresentanti dei governi francese e tedesco in merito alla guerra contro l'Iraq trova in questo la sua ragione. Analogamente nelle pressioni dei vertici degli apparati finanziari e militari-industriali, interessati tra l'altro agli affari della "ricostruzione", si scoprono le ragioni del successivo cedimento di fronte all'occupazione dell'Iraq.
Quanto all'Italia, il cui attuale governo di centro-destra si presta volentieri a tener mano al disegno statunitense di spaccare il già difficoltoso processo di unificazione europea, la sua classe imprenditoriale non prova imbarazzo a far passare come "interesse nazionale" il suo proprio interesse ad entrare nella spartizione della torta mediorientale attraverso il ruolo significativo che le banche nazionali si sono aggiudicate per la gestione del credito nella fase post-bellica.
Partecipe a tutti gli effetti dell'aggressione, avendo inviato i propri servizi di intelligente militare a condurre operazioni coperte in appoggio alle forze militari anglo-americane durante le prime fasi della guerra, l'Italia è stata la base logistica fondamentale per la guerra aerea e i bombardamenti ed è parte attiva dell'occupazione. L'Italia potrà ritirare gran parte delle sue truppe, in caso di cambio di governo, senza turbare la sensibilità dell'iperpotenza dominante: lascerà infatti sul terreno, insieme a contingenti del "nuovo esercito iracheno" addestrate dai suoi istruttori militari, tecnici e consiglieri, inquadrati nella NATO e legati dall'accordo di cooperazione bilaterale militare fresco di firma secondo l'intesa del giugno 2004 nell'ambito della MultiNational Force (MNF) che agisce sul terreno. E rimangono a disposizione per il proseguimento delle avventure belliche le oltre 140 basi militari americane e NATO sul territorio italiano. Contrariamente a quanto si vuole far credere, il governo italiano è stato pienamente complice del genocidio in Iraq.
Non c'è stato dunque nessun asse europeo realmente deciso a contrastare l'attuazione della guerra preventiva (o guerra infinita, guerra al terrorismo, guerra contro tutte le dittature, come di volta in volta è stata definita), come grande parte della sinistra occidentale ha voluto credere o ha finto di credere. C'è stato piuttosto un riposizionamento delle maggiori potenze in vista di futuri confronti interimperialistici che, opponendo interessi dei diversi blocchi del Primo Mondo, coinvolgeranno Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Come nota Sergio Finardi "in un mondo multipolare di potenze nucleari, la guerra convenzionale è possibile solo perché la politica e i legami economici la consentono". [4]
Solamente la diplomazia francese, con le sue manovre nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ha ottenuto una significativa vittoria: non ha certo fermato la guerra, ma è riuscita a debellare il cosiddetto "unilateralismo" dell'establishment statunitense imponendo in agenda il "multilateralismo" delle potenze concorrenti.
Non si è formato però un vero asse russo-franco-tedesco di opposizione all'aggressione, asse che, se fosse esistito, avrebbe potuto mettere in atto misure di pressione diplomatica e militare per impedirla (come era avvenuto durante gli anni della "Guerra fredda"). Ed avrebbe anche controbattuto con un'informazione corretta e razionale alla megalitica campagna di disinformazione, studiata e fatta diffondere su tutti i media del pianeta dalle centrali della propaganda bellica statunitense. La diffamazione sistematica, giunta sovente ai livelli del grottesco da trivio, del sistema politico iracheno e del suo governo, l'occultamento delle ragioni della storia, la mistificazione della cultura e della coscienza nazionale delle popolazioni arabe, sono state invece promosse dalle TV e dalla stampa di tutto il mondo democratico e dei suoi satelliti. Sostenitori e oppositori della guerra, organizzazioni della destra e della sinistra, maggioranze silenziose e "pacifisti" hanno così condiviso lo stesso immaginario collettivo: per tutti Saddam Hussein è diventato il "male assoluto" e il popolo iracheno una vittima afona e incapace di esercitare l'autodeterminazione, una vittima cui portare la democrazia con le bombe o con il cosiddetto dialogo costruttivo. Per alcuni settori della sinistra, la Resistenza armata, pure se legittima, sarebbe "responsabile di atti terroristici" o, quanto meno, non sarebbe portatrice di valori (occidentali) di libertà; per altri, la "resistenza del popolo iracheno", considerata fuori da ogni contesto storico e politico, è diventata un soggetto virtuale ridisegnato in base ai propri modelli.
Tra gli intenti di queste pagine c'è quello di contribuire a ripristinare alcune linee interrotte nella trasmissione della storia e di dare conto di fatti e presupposti che la manipolazione mediatica ha nascosto o alterato.
Prima vittima della mala informazione è stato il movimento contro la guerra che, fuorviato dalla manipolazione mediatica, ha mancato di raggiungere un importante obiettivo, quello cioè di costruire attorno al popolo iracheno un fronte di solidarietà consapevole.
Il 15 febbraio 2003, un mese prima dell'inizio dell'aggressione armata statunitense contro l'Iraq, 110 milioni di persone manifestavano nelle piazze di tutto il mondo contro la guerra che si annunciava. [5] In Italia quel giorno più di 4 milioni di manifestanti hanno invaso le piazze: le stime della questura di Roma ammettevano una partecipazione di 3 milioni di persone nella sola capitale.
L'avversione spontanea che larga parte della società italiana provava di fronte al massacro programmato della popolazione irachena e la spinta propulsiva che questo sentimento ampiamente condiviso esercitava sulla disponibilità individuale alla mobilitazione rappresentavano un grandissimo potenziale che la sinistra nel suo complesso, e quella istituzionale in particolare, avrebbe potuto raccogliere se si fosse fatta carico delle istanze espresse.
Il fatto che la sinistra istituzionale abbia invece deciso di condurre un'opposizione di facciata, di limitarsi ad una condanna di principio dell'unilateralismo americano, di introdurre contenuti ambigui (no alla guerra e al terrorismo), di promuovere il disimpegno delle organizzazioni dei lavoratori e di guidare il riflusso del movimento, rinunciando così a capitalizzarne l'impulso emotivo, evidenzia come, dietro questa scelta, non stia semplicemente una valutazione opportunistica riguardo ad una propria futura collocazione all'interno della compagine governativa, ma un preciso indirizzo strategico.
L'assunzione, da parte delle sinistre europee, del principio della difesa del sistema democratico, cioè del pluralismo politico parlamentare, come carattere peculiare proprio e irrinunciabile, porta necessariamente alla difesa dell'egemonia dei Paesi cosiddetti democratici su quelli che sviluppano sistemi diversi, ma non per questo necessariamente meno democratici. Questo atteggiamento, che delegittima ogni forma di autodeterminazione dei popoli che non passi per il filtro dell'ordine sociale configurato nelle democrazie occidentali, produce inevitabilmente una frattura con le lotte antiegemoniche che questi conducono in contrasto con l'Occidente capitalista.
Il punto di vista secondo il quale "la democrazia è un bene in sé", facendo astrazione dal processo storico che l'ha prodotta, subordina questa sinistra al progetto capitalista di espansione illimitata del suo modello economico e politico e limita il terreno della contraddizione a questioni di modalità di intervento. Il risultato è che se, e non sempre, si condanna l'opzione armata, si promuove invece, senza alcuna remora, quella della pressione economico-finanziaria e diplomatica.
All'interno della contraddizione tra il modello di espansione statunitense, fondato sull'egemonia militare e sull'intervento armato diretto nelle aree di crisi (e cioè contro i Paesi che intendono sottrarsi al suo dominio) e quello europeo, incentrato sulla mediazione politica in funzione della assimilazione progressiva dei Paesi e dei mercati esteri oggetto dei propri flussi di investimento, la "sinistra" opta per un sostegno alla forma di ingerenza europea. Ciò equivale, in definitiva, a schierarsi in difesa degli interessi della propria borghesia, rinnegando ogni riferimento teorico alla critica del capitalismo e dell'imperialismo e abbandonando il principio e la pratica dell'unità tra le lotte dei lavoratori e quelle dei popoli oppressi.
Al di là della buona o cattiva fede di uomini politici o giornalisti che hanno occultato i fatti e le ragioni della storia, diffuso informazione falsa e subornato le coscienze - politici e giornalisti ai quali, peraltro, non va riconosciuta alcuna presunzione di innocenza - questa scelta di campo della sinistra è alla base dell'adesione all'operazione mediatica di demonizzazione del regime iracheno, dei suoi rappresentanti e delle minoranze che hanno assunto posizioni a sostegno alla Resistenza.
La Resistenza irachena sta invece impegnando sul terreno, da quasi tre anni, il più potente esercito del pianeta e gli impedisce di acquisire il controllo del territorio, ha dimostrato di avere l'appoggio di massa della popolazione, non è stata indebolita né dal tentativo statunitense di "irachenizzazione" del conflitto tramite l'addestramento e l'impiego di corpi militari arruolati tra le fazioni collaborazioniste, né dall'artificio tattico delle elezioni svolte sotto occupazione militare che si è dimostrato un infelice espediente giuridico per dare copertura formale agli occupanti attraverso l'insediamento di un governo fantoccio. Come ricorda Fulvio Grimaldi [6]



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