Anno VIII Numero 260
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SOMMARIO
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9 OTTOBRE 2006
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1.ISCRIVITI
ALL'ASLO
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Fotocopiato
ASLO
Associazione per la liberazione degli operai
Scopo
dell’Associazione
è
la liberazione degli operai dalla sottomissione economica, politica e
sociale in cui questa società li costringe.
Gli
operai sono sottoposti ad una moderna forma di schiavitù. Sono
costretti a vendere le loro braccia ad un padrone che per arricchirsi
li consuma nelle fabbriche e nei più disparati luoghi di lavoro.
Vivono una vita a malapena sopportabile finché gli affari del padrone
vanno bene, cadono sotto la soglia di povertà appena una crisi si fa
sentire, perdono il lavoro, vengono licenziati, utilizzati
saltuariamente, supersfruttati, licenziati.
Nelle
fasi di sviluppo economico la loro condizione sembra migliorare, si
propaganda l’idea che ormai gli operai si trovino in una situazione
di graduale ma inarrestabile miglioramento: ma basta una crisi e tutto
torna in discussione, in forse. Ogni piccola conquista viene travolta,
i diritti di cui tanto si parlava cadono uno ad uno sotto i colpi di
nuove leggi e regolamenti. Gli operai si ritrovano a fare i conti con
la dura realtà di essere schiavi moderni.
La
distanza economica e sociale fra gli operai, i produttori diretti a
salario, e i padroni che li impiegano diventa un abisso. Trovarsi al
limite della povertà di fronte alla ricchezza che le classi superiori
possono disporre ed esibire fa della società moderna, la società del
più profondo contrasto fra le classi che la storia abbia prodotto.
Operai
che vi siete resi conto
della
situazione sociale in cui vi trovate a vivere e non siete più
disposti a sopportare oltre, aderite all’Associazione, decidete di
dare, sulla base delle vostre possibilità, un contributo diretto alla
causa dell’emancipazione vostra e degli operai che in ogni parte del
mondo vivono la stessa condizione.
Attraverso
l’Associazione
ogni
operaio si addestra a lottare in quanto operaio, non più individuo
fra individui ma come componente di una classe sociale che si va
ricostituendo in tutto il mondo, la classe degli operai.
L’Associazione
,
nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nel campo della politica, ovunque
sostiene ed organizza la lotta indipendente degli operai contro i
governi dei padroni, contro i padroni al governo.
Attraverso
l’Associazione
ogni
operaio non è più una marionetta nelle mani dei partiti dei ricchi
che lo usano per andare al governo e per ringraziarlo poi con una
legislazione antioperaia fatta a misura degli interessi dei padroni.
L’Associazione
collega
gli
operai di tutti i luoghi di lavoro per la difesa della condizioni
salariali e normative. Una rete per rimettere l’attività sindacale
nelle mani degli operai stessi, per scalzare dalle poltrone dirigenti
e funzionari sindacali che della svendita degli interessi immediati
degli operai ai padroni hanno ricavato privilegi e buone rendite.
Attraverso
L’Associazione
gli
operai si preparano ad attuare un’azione politica indipendente che
punta direttamente alla questione essenziale: chi deve avere il
potere? I padroni o gli operai?
Compagni
che non venite dalle fila operaie aderite all’Associazione, in
questa scelta c’è la consapevolezza che se un rivolgimento radicale
è necessario per rimettere su nuove basi la società, tale
rivolgimento si attuerà solo con la liberazione degli operai dallo
sfruttamento.
Operai
militate nell’Associazione, nessuno ci libererà dalla nostra
condizione di sfruttati se non noi stessi. Associatevi.
Il
giornale dell’Associazione è:
OPERAI
CONTRO
Per
aderire scrivere a: adesioni@...
;
oppure,
operai.contro@...
oppure,
operaicontro@...
oppure
scrivere: Via Falck 44, 20099 Sesto San Giovanni (Mi).
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| 2,
LA FINANZIARIA DI D'ALEMA |
D'Alema è una persona seria.
D'Alema ha
dichiarato che la Finanziaria è equa e che la
famiglia media in un anno avrà 500 - 600 euro in più
in busta paga. Per famiglia media s'intende un
lavoratore che guadagna al netto 1200 euro al mese e
che ha moglie e due figli a carico. Con 1200 euro al
mese con moglie e due figli a carico vuol dire 50 euro
in più al mese in busta paga. C'è da fare follie.
Solo l'aumento di luce e gas gli porteranno via oltre
400 euro l'anno. Poi ci sono i tichet sanitari,
l'aumento dell'ICI e dell'IRPEF Comunale e Regionale,
l'aumento della tassa della spazzatura, l'aumento
della tassa sull'auto, l'aumento del costo del cibo.
Alla fine dell'anno si troverà con oltre 1500 euro in
meno. Altro che 500 euro in più in busta paga alla
fine dell'anno. Se per sfortuna in famiglia lavorano
in due allora sono guai.
D'Alema ha lo
stipendio da deputato, l'indennità di ministro, può
mantenersi una barchetta, ha la casa che paga quasi
niente, ha il barbiere gratis, i viaggi gratis,
ecc....
D'Alema si che è una
persona seria.
Ma chi è un giovane
operaio che cosa avrà in più? Non ha la detrazione
per moglie e figli a carico, dovrà pagare l'aumento
di gas e luce,dovrà pagare i tichet sanitari, dovrà
pagare l'aumento dell'ICI e dell'IRPEF Comunale e
Regionale, dovrà pagare l'aumento della tassa della
spazzatura, dovrà pagare l'aumento della tassa
sull'auto, l'aumento del costo del cibo. Alla fine
dell'anno si troverà con oltre 2000 euro in meno
sulla busta paga.
D'Alema ha lo stipendio da
deputato, l'indennità di ministro, può mantenersi
una barchetta, ha la casa che paga quasi niente, ha il
barbiere gratis, i viaggi gratis, ecc....
D'Alema si che è
un..............................
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| 3.
CAPRI |
Tommaso Padoa-Schioppa, difende, davanti ai
giovani industriali riuniti a Capri, la sua Finanziaria.
«Sopra 75 mila euro di reddito ci sono meno del 2% dei
contribuenti. Quindi non condivido la critica di vendetta
sociale» fatta da più parti alla manovra ha detto
Padoa-Schioppa.
Padoa Schioppa ha ragione il governo della sinistra
borghese non mette le mani nelle tasche degli industriali.
Il governo della sinistra borghese è al loro
servizio.
A questo proposito il ministro, parlando alla platea
dei giovani di Confindustria, ha fatto riferimento tra
l'altro alla spesa sanitaria, che «nel 2007 sarà un pò
più bassa che nel 2006, e che proseguirà cosi».
La sanità pubblica in Italia serve solo a pagare i
medici e gli infermieri, ora il governo agli operai gliela
farà pagare ancora più cara.
Tommaso Padoa-Schioppa e i giovani industriali non potevano
scegliere un posto migliore di Capri per ridere alle spalle degli operai
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4.
TRE ANNI
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Con la sinistra
borghese al governo, i padroni italiani
finanziano le loro guerre per tre anni
il presidente del Senato Franco
Marini, dopo l’accordo sulla
giustizia tra maggioranza e
minoranza, auspica che avvenga lo
stesso per la Finanziaria.
Perché
questo accordo tra maggioranza e
minoranza?
L ’articolo 118 della
Finanziaria provvede a stabilire 3
miliardi per i prossimi tre anni per
il finanziamento delle missioni militari
all'estero
I borghesi di sinistra di PRC
e PDCI temono di perdere
completamente la faccia. Hanno già
votato il finanziamento delle
missioni militari all'estero per un
anno. Se votassero la
finanziaria approverebbero il
finanziamento per tre anni.
Come farebbero a prenderci per
il culo per tre anni?
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5.ASSUNTI
TUTTI: DAVVERO
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ASSUNTI TUTTI ASSUNTI DAVVERO
VENERDI’ 6 OTTOBRE
SCIOPERO DEI PRECARI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E APPALTI
MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA
ORE 9.30 PIAZZA DELLA REPUBBLICA
FINANZIARIA: SCOPERTO L’IMBROGLIO
LE BUGIE DEL GOVERNO PRODI SULLA STABILIZZAZIONE DEI PRECARI DELLA P.A.
HANNO LE GAMBE CORTE!!
E’ ora di fare chiarezza su numeri e risorse
indicate nella legge Finanziaria decisa dal Governo Prodi per la
stabilizzazione dei lavoratori precari della P.A.
Il Governo Prodi in realtà non ha
stanziato neanche un euro per la stabilizzazione dei lavoratori
precari della Pubblica Amministrazione
· La Finanziaria del precedente Governo
Berlusconi aveva stanziato risorse sufficienti a stabilizzare circa 5000
precari, ( il famoso provvedimento dell’ex Ministro Baccini) inoltre era
stato istituito un Fondo finalizzato alle assunzioni di personale a tempo
indeterminato per gli ani 2005,2006, 2007 per tutto il Pubblico Impiego.
· Il Governo Prodi ,con la Finanziaria
appena approvata dal Consiglio dei Ministri, non ha fatto che confermare le
ridicole disposizioni del precedente Governo, oltre che stornare dal Fondo
per le assunzioni nel Pubblico Impiego una somma sufficiente a stabilizzare
circa 1000 lavoratori precari, per un totale generale di circa 6000
precari.
· Così come nella Scuola dove il piano di
stabilizzazione dei lavoratori precari, definito dal Governo Prodi, non
rimpiazzerà neanche tutti i docenti che andranno in pensione dall’anno
prossimo.
E’ questa la stablizzazione definitiva dei precari?
E’ questa la chiusura definitiva del problema precariato nella P.A.?
Tutto questa operazione è stata propagandata alla grande con l’appoggio
di giornali e televisioni e con il plauso di Cgil Cisl Uil che non hanno
perso tempo a comunicare ai precari che “ è tutto a posto”
CONTRO L’IMBROGLIO DELLA FINANZIARIA
PER L’ASSUNZIONE DI TUTTI I PRECARI DELLA P.A.
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6.
GIUSEPPE IANNACCONE
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Mi
sono convinto di fare un ricorso al “Collegio
di Verifica della FIOM Nazionale” contro la
mia espulsione dalla RSU dell’Avio.
Mi
sono convinto prima di tutto perché è giusto
farlo, è giusto coinvolgere le strutture
centrali della FIOM rispetto ad un atto di
prevaricazione attuato dalla segreteria
provinciale di Napoli, su indicazione di alcuni
individui della FIOM presenti nella RSU dell’Avio
che hanno voluto accanitamente un provvedimento
contro la mia persona.
Io
sono convinto delle mie ragioni, che sono poi le
ragioni degli operai, e se devo effettivamente
rimanere fuori dalla RSU, deve essere
la FIOM
nazionale a dirlo. Deve essere
la FIOM
nazionale a dire che in questo sindacato non
c’è più posto per gli operai combattivi, ma
solo per coloro che si allineano alle richieste
padronali.
Sono
convinto nel sostenere le mie ragioni anche per
la solidarietà che mi è stata dimostrata da
tanti operai metalmeccanici, non solo dell’Avio,
che hanno firmato l’appello dell’RSU INNSE
di Milano alla segreteria FIOM per la mia
riammissione nella RSU.
Nel
ricorso affermo che la mia espulsione è
illegittima rispetto alle stesse regole dello
Statuto della FIOM.
Primo,
perché lo Statuto della FIOM, diversamente
dagli altri sindacati “rappresentativi”,
stabilisce che l’incarico di delegato RSU per
la quota di un terzo deve essere assegnata “secondo
il criterio delle maggiori preferenze accordate
dai lavoratori/ci” e io sono il quarto per
numero di voti, quindi il posto di delegato
spetta a me.
Secondo,
la mia destituzione si configura come un
provvedimento disciplinare, ma nessuna procedura
disciplinare è mai stata avviata nei miei
confronti.
Terzo,
nessuna regola dello Statuto della FIOM imponeva
a me, o agli altri delegati FIOM, di firmare per
forza l’accordo sui turni dopo la vittoria dei
SI al referendum. Sono stati Santorelli e gli
altri a volerlo fare, ma non erano obbligati a
farlo. Né, quindi, potevano obbligare me.
Quarto,
io non posso essere sostituito nella RSU nei sei
mesi precedenti le nuove elezioni per le
rappresentanze sindacali unitarie e, questo,
sempre per l’Accordo FIM-FIOM-UILM di
regolamentazione sulla costituzione e il
funzionamento delle Rappresentanze Sindacali
Unitarie e la democrazia nei luoghi di lavoro
del 14 Dicembre 1993.
Ma,
infine, io non posso ammettere che si possa
procedere ad una ripetizione a catena dei
referendum, e quindi della famigerata democrazia
nei luoghi di lavoro, fino a quando non si
ottiene il risultato che chiude poi il capitolo.
E’ questa la motivazione che ha guidato la mia
condotta. Non ritengo di essere un burattino
nelle mani di qualcuno, e tanto meno la stessa
cosa vale per i lavoratori.
Questa
mia battaglia può essere sembrata una battaglia
individuale, ma non lo è affatto, perché ho
voluto far capire che, quando si ritiene che
qualcosa non è giusta, bisogna mettersi in
discussione e dimostrare la giustezza delle
proprie azioni. La capacità delle persone è un
qualcosa che si valuta, ma che non può non
essere sorretta dalla coerenza, perché
altrimenti si finisce di essere dei falsi
ideologi, e soprattutto dei falsi
“rappresentanti dei lavoratori”.
La
mia espulsione dalla RSU dell’Avio è quindi,
anche alla luce delle stesse regole fondamentali
della FIOM, un atto illegittimo.
.
Napoli,
06/10/2006
FIRMA
Giuseppe Iannaccone
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7.
LA SINISTRA E I MIGRANTI
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CONTINUAVANO A CHIAMARLA "LA
SINISTRA"
Secondo il ministro dell'interno Giuliano Amato la
responsabilità della ripresa degli sbarchi dei migranti a
Lampedusa non è di un Sistema iniquo come questo, che per
assicurare profitti sempre maggiori ai soliti noti, devasta
interi continenti e porta alla fame e alla miseria miliardi
di persone, ma di quelli che lui definisce "trafficanti
di carne umana".
Sia chiaro che noi non siamo teneri con questi personaggi
che si arricchiscono sulle miserie di persone, che per un
briciolo di speranza, sono costrette a disfarsi di quel poco
che gli era rimasto, per raggiungere i lidi della speranza,
ma per essere più precisi, vogliamo chiamare quei loschi
personaggi col loro vero nome, e cioè nuovi caporali; e
visto che non sono personaggi isolati, ma ormai organizzati
in maniera sistematica, li potremmo chiamare "Adecco
dell'immigrazione".
Infatti, se, come dice il Ministro Amato, i migranti sono
disposti ad attraversare il deserto per raggiungere le coste
libiche, vuol dire che non sono deportati dal loro Paese, e
che quindi i "traghettatori" non sono negrieri,
che vanno a prelevare di forza quei poveri cristi, per
venderli a qualche schiavista di professione, ma
semplicemente loschi personaggi, che seguendo le regole del
mercato capitalista mettono in rapporto la domanda di
"merce-mano d'opera" con l'offerta della medesima,
insomma quello che una volta facevano i caporali nel
meridione, e che oggi, in forma legalizzata fanno ovunque le
agenzie interinali, che però non vengono accusate di essere
trafficanti di carne umana; anzi, secondo qualche
procuratore della repubblica sono "il Potere economico
dello Stato".
E di fatto non c'è alcuna differenza tra i mediatori di
regime-Potere economico dello Stato e "i trafficanti di
carne umana"
Infatti cosa fanno le agenzie interinali? Mettono a
disposizione delle imprese milioni di persone e a condizioni
sempre più favorevoli alle imprese, che sempre più
riescono a decidere non solo le condizioni economiche del
rapporto di lavoro, ma anche la durata del medesimo. E
naturalmente su questa "mediazione" le Adecco
varie si arricchiscono!
N.B. Abbiamo messo tra virgolette il termine mediazione
perché di fatto non esiste la mediazione, visto che con le
nuove Leggi (Treu, Biagi ecc.) i lavoratori sono sempre più
ricattabili e quindi non hanno alcun potere contrattuale.
E cosa fanno invece "i trafficanti di carne
umana"? Mettono a disposizione delle imprese milioni di
persone a condizioni sempre più favorevoli alle imprese.
Nessuna differenza quindi tra "il Potere economico
dello Stato" e "i trafficanti di carne
umana".
O meglio due differenze ci sono, ma non sono differenze nate
dalla cattiveria dei traghettatori: sono differenze dettate
dall'ordinamento del Sistema capitalistico. La prima
differenza l'abbiamo già accennata, ed è che mentre le
agenzie interinali sono state legalizzate e quindi
trafficano sugli esseri umani con l'avallo del Potere
politico, i traghettatori non sono legalizzati e quindi
agiscono nella "clandestinità". In sostanza se
domani le imprese avessero bisogno di un afflusso continuo
di migranti potremmo veder legalizzati anche quelli che oggi
vengono definiti trafficanti di carne umana e, magari, in
caso qualcuno volesse organizzare una qualche forma di
protesta contro questo traffico (un domani che sarà
legalizzato) potrebbe trovarsi incriminato per
"cospirazione contro il Potere economico dello
Stato", un pò come è successo con le agenzie
interinali legalizzate dalle leggi suddette.
La seconda differenza è dovuta dal fatto che mentre le
agenzie interinali prendono i soldi dalle imprese che
"assumono" i traghettatori prendono i soldi da chi
viene da noi a cercare uno spiraglio di sole; cioè mentre i
primi vengono pagati dai padroni, i secondi vengono pagati
dagli aspiranti lavoratori.
Qualcuno dirà che non è una differenza di poco conto, ma,
se ci pensiamo bene, non è che cambia granché, visto che
con quello che risparmiano le imprese grazie ai servigi resi
dalle Adecco varie, ci rendiamo subito conto che anche in
questo caso a pagare sono i lavoratori.
Ma poi anche ammesso che questa sia una differenza, non è
una differenza dovuta alla cattiveria di certa gente, ma
alle regole di mercato: gli aspiranti lavoratori hanno
bisogno di essere traghettati e si rivolgono a chi è
disposto a farlo, e siccome non esiste una concorrenza in
questo tipo di lavoro mentre esiste una grande concorrenza
fra chi vuole usufruire di questo tipo di lavoro è logico
che il prezzo è fissato da chi non ha concorrenti.
TUTTO SECONDO LE REGOLE DI MERCATO, quindi!!!
Ma allora perché questa differenza di trattamento fra
questi due esempi di trafficanti di carne umana?
La risposta è come al solito nell'anarchia del Capitale,
che ha bisogno di deregulation per ristabilire il dominio
delle Imprese sul Lavoro, e quindi legalizza i caporali
chiamandoli agenzie interinali, ma poi si ritrova ad
invocare altre regole quando a causa di questa deregulation
si ritrova con un'offerta di lavoro che non riesce più a
gestire.
Ma un'altra risposta su questa differenza di trattamento sta
nel fatto che il Capitale, sempre per ristabilire il proprio
dominio nella Società ha bisogno di frantumare l'esercito
nemico, e cioè dei lavoratori, il Proletariato insomma.
Ed allora ha bisogno di incrementare la guerra tra poveri,
ha bisogno di convincere la parte del proletariato in
attività (soprattutto quello autoctono) che le loro
condizioni di vita sono peggiorate non perché le imprese,
per aumentare i profitti precarizzano il lavoro, ma perché
ci sono i migranti che rubano il lavoro e quindi devono
fronteggiare il nuovo nemico, che minaccia la loro
sicurezza. E siccome non possono sul serio dire (come faceva
qualche leghista non molto tempo fa) che bisogna prendere a
cannonate le imbarcazioni dei migranti, addossano tutto ai
"trafficanti di carne umana".
Sanno benissimo che questo problema è irrisolvibile, ma
almeno lo usano mediaticamente.
Tutto secondo copione, quindi, almeno per chi, come noi, non
pensava certo che i sinistri di governo avrebbero avuto un
approccio diverso al problema. Ma l'intervento di Amato
dovrebbe far pensare chi pensava che cacciando il nano di
Arcore, ci sarebbe stato un futuro di pace, di cooperazione,
di solidarietà.
E' vero: in mezzo a queste dichiarazioni il ministro di
polizia ha fatto pure la sua dichiarazione "di
sinistra" e cioè che la soluzione sta nel ridurre le
disparità tra paesi ricchi e paesi poveri, ma questa è una
dichiarazione di intenti in mezzo a quelle altre che sono
dichiarazioni programmatiche. E le dichiarazioni di intenti
sono un po come l'ONU, che sulla carta è la massima
espressione di Potere internazionale, mentre, come si sa,
non conta un cazzo.
Ma poi cosa vuol dire ridurre le distanze?
Vuol dire che bisogna ridurre i profitti delle imprese, o
che tocca avvicinare (al ribasso) le condizioni di vita dei
proletari nel mondo? Se la risposta è come al solito la
seconda che ho detto, allora niente di nuovo sotto i ponti:
lo stanno già facendo, non solo con le agenzie interinali,
e cioè con i trafficanti di carne umana legalizzati, ma
anche con nuove leggi tipo la Bolkenstein, che introduce il
principio secondo cui il rapporto di lavoro non viene
fissato secondo i regolamenti vigenti nel Paese dove si
produce, ma secondo i regolamenti vigenti nel Paese dove è
ufficialmente ubicata l'impresa.
Ma in questo caso il problema non si risolve, perché se uno
vive in Africa e muore di fame o di guerra o di ambedue, non
si preoccupa del fatto che in Italia i lavoratori guadagnano
di meno: lui guadagna di meno in ogni caso!!! e quindi...
Ridurre le disparità: ma come può un Sistema che è
fondato proprio sulle disparità muoversi in quest'ottica?
Ma sul serio qualcuno crede in questa favola ultramoderna?
Al massimo questo Sistema pensa a delocalizzare qualche
impresa da quelle parti, anzi già lo fanno, visto che (remember
Nike?) già molte multinazionali producono in quei Paesi coi
subappalti, che gli assicurano ancora più profitti con le
condizioni di lavoro schiavistiche utilizzate.
Ma questo non riduce le disparità, semplicemente assicurano
alle Imprese profitti ancora maggiori!!!
E quindi le traversate proseguono e proseguiranno. E
naturalmente verrà incrementato il pattugliamento delle
coste, che non diminuirà il flusso delle navi, ma ridurrà
il numero degli sbarcati, visto che quelli che si salveranno
dalle condizioni della traversata rischieranno (ed è
successo anni fa con la Sibilla nell'Adriatico, ed in questi
giorni al largo di Lampedusa) di essere speronati "per
sbaglio"(?) dai pattugliatori.
Nessuna soluzione possibile dunque, almeno in un mondo
dominato da questo Sistema.
Semmai se una soluzione di sinistra esiste è quella di
cominciare una volta per tutte a studiare quali strumenti
usare per abbattere questo Sistema, perché solo un Sistema
basato non sul profitto e sul denaro, ma sui bisogni e il
soddisfacimento di questi bisogni può non ridurre, ma
azzerare le disparità. Solo un Sistema altro può eliminare
le guerre, la miseria la devastazione di interi continenti e
soprattutto può garantire
PACE SOLIDARIETA' LIBERTA'
huambo
L'Avamposto degli Incompatibili
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8.
RICORSO IANNACCONE
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Al Collegio di Verifica della FIOM
Nazionale
e p. c. Alla Segreteria Nazionale FIOM
Cari
compagni,
Mi
chiamo Iannaccone Giuseppe e sono nato a Napoli il 20/05/1977.
Sono un operaio dell’Avio di Pomigliano d’Arco (NA),
tesserato alla Fiom con tessera n° 2112631 e sono stato
delegato RSU per la quota dell’1/3 in quanto sono risultato
nell’ultima elezione il quarto dei votati FIOM.
Ultimamente,
sono stato destituito dall’incarico con comunicazione
all’azienda firmata dal Segretario Provinciale in data
02/06/2006 e sostituito dall’operaio Della Greca Giuseppe, che
è risultato sempre nelle ultime elezioni RSU il quinto dei
votati nella lista FIOM.
Né
tale decisione, né i motivi che l’hanno determinata mi sono
mai stati ufficialmente comunicati, tanto che io, ignaro della
situazione, ho anche usufruito dei regolari permessi sindacali
come RSU durante tutto il mese di giugno, esponendomi ad
eventuali ritorsioni aziendali. Sembra però che la mia
destituzione come RSU sia legata alla mia decisione di non
sottoscrivere l’accordo del 13/04/2006 tra FIM, UILM, FISMIC e
Avio sull’introduzione dei 17 turni, accordo contro cui si era
schierata ufficialmente
la FIOM
, ma che era passato a maggioranza col referendum del
12/05/2006.
CHIEDO AL COLLEGIO DI VERIFICA
ai
sensi dell’art. 28 dello Statuto di
svolgere indagini e controlli sulle procedure e sugli atti
della segreteria provinciale della FIOM di Napoli che hanno
portato alla mia destituzione da RSU in relazione alla loro
rispondenza alle norme statutarie e regolamentari.
CHIEDO INOLTRE AL COLLEGIO DI VERIFICA
l’annullamento
totale dell’atto di destituzione del sottoscritto
dall’incarico di RSU FIOM operato dalla segreteria provinciale
di Napoli, per i seguenti motivi:
1.
Secondo
le Norme comportamentali in merito alle RSU quota 1/3 di nomina FIOM
allegate allo Statuto, essendo io il quarto dei votati della
lista FIOM nell’elezioni dell’attuale RSU ed essendo 4 i
delegati FIOM presenti in tale RSU (3 eletti ed 1 per la quota
di 1/3 di nomina sindacale) è mio pieno diritto svolgere tale
incarico che, proprio secondo tali Norme, viene affidato secondo
“il criterio delle
maggiori preferenze accordate dai lavoratori/ci”.
2.
L’atto
della mia destituzione si configura di fatto come un
provvedimento disciplinare, senza che però sia stata attivata
nei miei confronti formalmente nessuna procedura disciplinare.
In questo modo l’erogazione della sanzione non è opera del
Comitato di Garanzia competente ed è stata preclusa al
sottoscritto ogni possibilità di difendersi e di ricorrere al
secondo grado di giudizio previsto dallo Statuto.
3.
In
nessun caso il mio comportamento è mai stato passibile di
azione disciplinare. La decisione di non sottoscrivere
l’accordo tra le altre sigle sindacali e l’azienda, accordo
contro cui la stessa FIOM si era schierata, invitando a votare
NO al referendum, non è in nessun caso una violazione dello
Statuto, in particolare del punto e) dell’art.
7, in
quanto tale punto fa esplicito riferimento a piattaforme
formalizzate e ad accordi conseguenti e, per l’accordo in
questione, manca sia la formalizzazione della piattaforma (anzi
la stessa piattaforma di contrattazione di secondo livello del
14/12/2004 pone la questione del superamento del sabato
lavorativo unilateralmente imposto dall’azienda) sia
l’accordo da parte della FIOM. In nessun modo il risultato
referendario in questione pone dunque l’obbligo al singolo
delegato FIOM di sottoscrivere tale accordo. Vale qui la pena di
ricordare i punti 4.2 e 4.3 della Delibera Regolamentare N. 4
della CGIL in cui si parla precisamente, in situazioni
particolari, del “divieto, per la nostra organizzazione, della presentazione della
piattaforma o sottoscrizione dell'accordo, anche in presenza
dell'esercizio pieno della democrazia di mandato”.
4.
La
decisione del sottoscritto di non sottoscrivere l’accordo,
malgrado l’opinione opposta degli altri 3 RSU FIOM si
configura in questo caso come un normale esercizio del diritto
di lotta interna, ampiamente garantito dallo Statuto stesso e in
nessun caso punibile con una sanzione disciplinare o con un atto
di destituzione operato in aperta violazione dello Statuto.
5.
L’atto
di sostituzione dell’RSU Iannaccone con Della Greca Giuseppe
è formalmente nullo in quanto l’RSU attuale è alla scadenza
del suo mandato, per cui non è più possibile operare
sostituzioni, che secondo l’art. 9 dell’Accordo
FIM-FIOM-UILM di regolamentazione sulla costituzione e il
funzionamento delle Rappresentanze Sindacali Unitarie e la
democrazia nei luoghi di lavoro del 14 Dicembre 1993 sono
esplicitamente escluse nei 6 mesi precedenti la fine del
mandato.
Fiducioso
di una risposta in tempi brevi che mi consenta di continuare la
battaglia a favore degli operai nel posto che mi spetta come
delegato RSU, Vi saluto,
Napoli
05/10/2006
FIRMA
Giuseppe
Iannaccone
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9.
L'OPPORTUNISMO INFURIA
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Notiziario
del Campo Antimperialista ... 2 ottobre 2006 ... http://www.antiimperialista.org
1.
L’OPPORTUNISMO INFURIA/ LA COERENZA MANCA/SUL
PONTE SVENTOLA BANDIERA BIANCA
Riflessioni critiche sulla manifestazione del 30
settembre a Roma
Poteva andare peggio. Diecimila persone hanno
partecipato alla manifestazione nazionale del 30
settembre a Roma. Certo, il boicottaggio di coloro
che a vario titolo hanno deciso di nascondersi
sotto la sottana del governo Prodi ha avuto un
peso rilevante. Ma non solo per questo la
manifestazione non e’ stata di massa come
sarebbe stato necessario. Le centinaia di migliaia
di persone che fino a un anno fa calcavano le
piazze contro la guerra, non sono soldatini che
ubbidiscono al comando dei commisari politici del
Presidente (della Camera). E’ vero che questa
volta D’Alema, memore delle sue tragiche e
impopolari scelte nel conflitto iugoslavo, e’
stato piu’ abile nella comunicazione.
Un’attenta regia mediatica ha saputo
effettivamente presentare una decisione
militarista infame come “equivicina missione di
pace”. Ma neanche questo spiega tutto. Molti
degli assenti non hanno effettivamente condiviso i
contenuti forti della manifestazione, tra cui la
condanna dell 1701 e la solidarieta’ con le
Resistenze. L’opinione oggi maggioritaria tra
coloro che per anni si sono generosamente
mobilitati per la pace e’ che la missione in
Libano, se non e’ proprio di pace, non e’
comunque come quelle del precedente governo. E
poi, queste Resistenze non scherzano, sono
combattenti, ammazzano gente, hanno anch’esse le
mani sporche di sangue. La cultura della
non-violenza e’, purtroppo, oramai egemone, e
questa cultura impedisce non solo di guardare in
faccia la cruda realta’, stronca la
possibilita’ di un movimento di massa che sia
solidale con chi combatte contro imperialismo e
sionismo. Il solo movimento di massa che oggi come
oggi possa darsi in Italia e’ dunque quello del
“letargo”, del tanto deprecato sonno della
ragione e delle volonta’.
Il fatto che assieme a noi, altri tra i promotori
avessero pronosticato questo esito sciagurato, non
poteva, di per se’, fare premio. I processi di
disincanto, della delega e dell’esodo
dell’impegno politico sono piu’ forti delle
piu’ azzeccate previsioni. V’e’ poi
un’altra causa del movimento per il letargo di
massa, la sindrome del “governo amico”. Essa
e’ la conseguenza di una patologia seria: l’antiberlusconismo
sfegatato da ultras per cui, mentre le scoreggie
del Cavaliere facevano una puzza malefica, quelle
odierne di Prodi sarebbero invece profumate.
Questo ci conduce ad un altro punto
dell’analisi: il bipolarismo ha irretito anche I
tanti a cui non piace affatto. Il
bipolarismo e’ considerato come una calamita’
naturale contro cui nulla si puo’ ormai.
Di questo e altro parlava dunque la manifestazione
del 30 settembre, mica solo della 1701! Chi e’
sceso in piazza ha detto un No sonoro non solo
alla poltica estera di D’Alema, ha detto No
tondo tondo al governo, al bipolarismo e quindi
alla drammatica deriva della sinistra
“radicale”. Per questo, pero’, essa e’
stata davvero importante: ha chiamato a raccolta
le forze reali dell’opposizione non solo
antimperialista ma pure anticapitalista. Se ci
sara’ una futura opposizione a Prodi e al
bipolarismo oligarchico, alla deriva borghese
delle sinistre, essa maturera’ anche grazie alla
coraggiosa manifestazione del 30 settembre.
Ci domandiamo: il blocco di forze politiche che
con spirito unitario ma combattivo ha percorso le
strade di Roma si allarghera’? Accrescera’ la
sua influenza? Sapra’ dare vita ad una nuova e
inclusiva opposizione anticapitalista? Cio’
dipendera’ da molti fattori, uno di questi e’
se questo blocco resistera’ agli attacchi
divisori, alle sirene del ceto politico governista,
come pre alle apparentemente piu’ rassicuranti
pulsioni settarie. Se osera’ scommettere e
investire sul proprio futuro.
E’ cio’ che ci auguriamo.
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10.
TAGLIO DELLE PENSIONI
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COMUNICATO STAMPA
NO ALL'ENNESIMO TAGLIO DELLE PENSIONI
NO ALL'AUMENTO DELL'ETA' PENSIONABILE
Apprendiamo che Cgil-Cisl-Uil e governo hanno
sottoscritto un memorandum per la riforma del sistema
previdenziale in cui si definiscono gli obbiettivi
relativi all'aumento dell'età pensionabile e la
riduzione del coefficiente di calcolo in relazione
all'età.
Obbiettivi che definiscono come condiviso un nuovo e
pesante taglio delle pensioni.
Cgil-Cisl-Uil hanno firmato senza nessun mandato, né di
organizzazione, né tanto meno delle lavoratrici e dei
lavoratori.
Chiediamo che le organizzazioni sindacali ritirino la
firma, sospendano qualsiasi trattativa con il governo e
chiedano il mandato con una consultazione vincolante nei
luoghi di lavoro.
CGIL-CISL-UIL RITIRINO LA FIRMA E CHIEDANO IL MANDATO
ALLE LAVORATRICI ED AI LAVORATORI
Lunedì 9 ottobre ore 11.30 conferenza stampa presso
Sala Parentelli Palazzo d'Accursio p.zza Maggiore, 6
Bologna
Lunedì 9 ottobre ore 14.30 Assemblea autoconvocata
presso sala Parentelli Palazzo d'Accursio p.zza
Maggiore, 6 Bologna
Primi firmatari
1) Roberto Santi Direttivo
Filcams-Cgil E.R.
2) Marco Tartari RSU
Ipercoop-Nova Bologna
3) Gianluca Muzzu RSU
Ipercoop-Nova Bologna
4) David Muñoz RSU Coop
Adriatica Bologna
5) Teresa Plescia RSU Coop
Adriatica Bologna
6) Giulio Tiberio Direttivo
FP-Cgil Bologna
7) Andrea Tesini Direttivo
CdLM-Bologna
8) Luca Montebugnoli RSU
Eurodent Bologna
9) Davide Bacchelli Direttivo
CdLM-Bologna
10) Luciano Monari Direttivo CdLM-Bologna
11) Orlando Maviglia RSU Minarelli Bologna
12) Gianplacido Ottaviano RSU Bonfiglioli Bologna
13) Gianpietro Montanari RSU Cesab Bologna
14) Roberto Bozzi RSU Fatro Bologna
15) Stefano Bozzi RSU Fatro Bologna
16) Ferruccio Benedetto Direttivo Fiom-Bologna
17) Marco Odorici RSU KPL Packaging Bologna
18) Maurizio Patelli RSU KPL Packaging Bologna
19) Giuseppe Gambardella RSU Frigosec Bologna
20) Raffaella Rondolini Direttivo Cgil-E.R.
21) Simona Bolelli Rsu Sps Modena
22) Paolo Brini Rsu Smalti Modena
23) Francesco Santoro Rsu Terim Modena
24) Piero Ficiarà Rsu Terim Modena
25) Bougaleb Bouchcha Rsu Terim Modena
26) Giuliano Cocco Rsu Terim Modena
27) Renzo Ferri Rsu Ferrari Modena
28) Paolo Ventrella Direttivo Fiom-Mo Ferrari
29) Daniele Manzini Rsu Ferrari Modena
30) Elvisi Fischetti Rsu Ferrari Modena
31) Silvano Merighi Rsu Ferrari Modena
32) Remo Di Legge Direttivo Fiom-Mo Tekmea
33) Fabrizio Bertoni Rsu Ferrari Modena
34) Sauro Palazzi Rsu Ferrari Modena
35) Giovanni Parente Rsu Ferrari Modena
36) Iannicelli Rsu Ferrari Modena
37) Ambrosino Fortunato Rsu Ferrari Modena
38) Giuffrida Santo Rsu Ferrari Modena
39) Giuseppe Riccio Rsu Ferrari Modena
40) Giuseppe Bianca Rsu Ferrari Modena
41) Claudio De Cicco Rsu Maserati Modena
42) Giuseppe Violante Direttivo Fiom-Mo Maserati
43) Giovanni Iozzoli Rsu PFB Modena
44) Simone Morselli Rsu PFB Modena
45) George Galli Rsu PFB Modena
46) Maurizio Cocerio Rsu New Holland Modena
47) Santo Carderopoli Rsu Autogru PM Modena
48) Michele Roncaglia Rsu Smalti Modena
49) Leonardo Roverati Rsu Smalti Modena
50) Giovanni Colletta Rsu GSM Modena
51) Renato Guarino Rsu Atos Spa Modena
52) Antonio Serena Rsu Sirti Modena
53) Ugo Bertinelli Rsu Sma
54) Gianni Pistonesi RSU Sig. Manzini Parma
55) Biancamaria Ianni RSU Simonazzi
56) RSU Mingazzini Parma
57) Cinzia Dondi RSU Wittur
58) Antonio Oriolo RSU Metalsider Ravenna
59) Antonio Luordo FP
60) Giona Di Giacomi Direttivo Cgil-E.R.
Per contatti: Roberto Santi cell. 349.8421347
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Newsletter di del sito Rete28aprile.it
web: http://www.rete28aprile.it
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11.ASSEMBLEA
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Con
la complicità di Cgil-Cisl-Uil
Prodi,
Bertinotti e D’Alema
RUBANO LA
LIQUIDAZIONE,
tagliano
servizi sociali e pensioni,
mantengono il precariato,
AUMENTANO LE SPESE MILITARI
Dopo
le belle parole della campagna elettorale, il Governo Prodi ha varato una
finanziaria che colpisce come al solito lavoratori e pensionati.
In
cambio di pochi euro al mese in busta paga per il cuneo fiscale e di qualche
propagandistico provvedimento come quello contro chi possiede i Suv (nel
mentre aumentano tutti gli altri bolli auto), ARRIVA UNA MAREA DI SOLDI AI
PADRONI, e sui soliti lavoratori e pensionati piove una stangata peggiore di
quelle fatte da Berlusconi:
- PENSIONI
– Il giorno prima del varo della finanziaria, Governo e Cgil-Cisl-Uil si
sono accordati che taglieranno le pensioni a marzo: chi ha 35 anni di
contributi, se andrà in pensione prima dei 60 anni, avrà taglieggiata la
pensione stessa.
Da subito salta una finestra per andare in pensione.
·
TFR
– Anche Bertinotti e Ferrero sono saliti sul carro dei fondi pensione; dare
un po’ di Tfr all’Inps (ma allora perché non ci teniamo la normale
pensione Inps?) è solo fumo negli occhi per nascondere che eliminano la
liquidazione e danno i nostri soldi agli speculatori di Borsa. E la somma tra
la pensione pubblica taglieggiata e il fondo pensione privato non eguaglierà
neanche la vecchia pensione Inps!
·
SANITA’
– Ticket a volontà, anche su prestazioni ospedaliere. Vogliono introdurre i
fondi sanitari privati (assicurazioni) come per le pensioni e come negli Usa,
ove chi non ha soldi sufficienti non è curato e lo lasciano crepare.
·
PRECARIATO
– L’eliminazione del precariato è stata lasciata alla campagna
elettorale. Rimangono sia la legge Treu (lavoro in affitto, ecc...) che la
legge 30 (lavoro a progetto, ecc..), e vengono zittiti gli stessi ispettori
del lavoro che un mese fa hanno ordinato all’Atesia di Roma (call center del
gruppo Cos con 5.000 precari) di stabilizzare tutti i lavoratori.
·
ENTI
LOCALI e PUBBLICO IMPIEGO – I grossi tagli ai fondi per i comuni e la
pubblica amministrazione peseranno non solo su chi lavora in quei comparti
(taglio organico e pochi soldi per i contratti) ma -con il taglio dei servizi
sociali- su tutti i lavoratori e i pensionati.
AUMENTANO INVECE LE SPESE PER L’ESERCITO E LE GUERRE.
·
FISCO
– A lavoratori e pensionati, alleggeriti di 100 con la stangata di cui
sopra, viene restituito 5 con aliquote e detrazioni fiscali. Da decenni le
tasse sono pagate solo da lavoratori e pensionati, e da anni non hanno più
neanche il fiscal drag (calcolo dell’inflazione): per dare un colpo a
un’evasione fiscale e contributiva di almeno 250 miliardi di € all’anno
bisognava introdurre una tassa sui grandi patrimoni e sulle grandi ricchezze;
dire che “anche i ricchi piangono” perché si è cambiata qualche virgola
sul fisco vuol dire prendere in giro chi paga le tasse!
E per di più c’è il via libera ad aumentare l’Irpef regionale e
comunale!
Sui padroni invece piovono decine di miliardi di € con il cuneo fiscale, la
legge 488, i rimborsi Iva per le auto aziendali (13 mld di € in tre anni
solo questo!), ecc.. ecc..
E’ una vergogna! Basti dire che, solo nei primi sei mesi del 2006, le sole
prime 30 società quotate alla Borsa di Milano hanno avuto 23,6 miliardi di
€ di utili netti (+ 27,7% sul 2005) e oltre 10 volte tanto di ricavi (utile
netto meno ammortamenti e tasse).
Ø
ORGANIZZIAMO
ASSEMBLEE IN TUTTI I POSTI DI LAVORO E CITTA’
Ø
PREPARIAMO
PER NOVEMBRE UNA MOBILITAZIONE GENERALE UNITARIA
28
OTTOBRE – MILANO - ASSEMBLEA NAZIONALE
Esecutivo
Nazionale SLAI
COBAS
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12.
L'IMPERO SI E' FERMATO A BAGDAD
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PER IL DIBATTITO
Il "Nuovo Secolo Statunitense", così come lo hanno progettato
gli estensori del famoso documento del settembre 2000 [1] che definiva le
linee guida dell'espansionismo militare americano, rischia di essere molto
breve e avere un epilogo inglorioso. L'attivismo bellico dell'amministrazione
Bush che, riaffermando la propria egemonia militare ed acquisendo il controllo
su scala globale dei flussi dell'energia, intende stabilire una indiscussa
sovranità sulle risorse economiche mondiali e con essa la necessaria
universalizzazione del proprio modello politico, non sta procedendo secondo le
previsioni. Dopo l'infelice campagna afghana, la cui conclusione è ancora
lontana e che non permette ai suoi promotori di trarre alcun significativo
vantaggio, l'aggressione all'Iraq si sta trasformando in una guerra di lunga
durata e di esito incerto, evidenziando la mancanza di profondità di visione
della strategia americana.
A
mettere in crisi la potenza egemone del capitalismo mondiale e a fermare i
suoi disegni di moderna colonizzazione planetaria non è una forza militare
istruita e diretta da oligopoli internazionali e non è la coalizione delle
rappresentanze politiche ad essi soggetta, non è l'Europa dell'euro con il
suo nuovo modello di difesa e i sui eserciti mercenari, non è la più
sofisticata e abile diplomazia continentale di vecchia tradizione
imperiale-coloniale – vale a dire quella francese – non è la tanto
invocata quanto geneticamente primomondista ONU. Ad avere disarcionato
l'alfiere della democrazia esportata con le armi, pregiudicando concretamente
la già programmata estensione della guerra preventiva ad altri Paesi del
Medioriente e creando effettivi ostacoli alla ricomposizione del fronte
imperialista euroatlantico contro i Paesi del sud del mondo, è stata la
prevedibile, ma non prevista, Resistenza armata irachena. Una Resistenza
predisposta da tempo, lungamente preparata, frutto politico della storia di
una rivoluzione.
Uno degli scopi di questo scritto è appunto quello di dare un quadro
sintetico ma intelligibile di questa storia.
Era evidente che l'aggressione all'Iraq apriva una prospettiva di guerra
generalizzata condotta dal cartello petrolifero-militare americano per
l'egemonia globale. Una guerra che avrebbe investito le centrali dell'economia
europea, costringendole a difendere le proprie prospettive di crescita, legate
tanto ad un conveniente accesso al petrolio mediorientale quanto alle
possibilità di espansione della moneta e della capacità di investimento
diretto all'estero. La rete di corridoi petroliferi gestita dai consorzi
europei, che ha nei Paesi dell'Europa dell'Est la sua principale direttrice di
estensione, e il sistema di infrastrutture logistiche ad essa collegate,
risulterebbero inoperanti e sterili in assenza di una capacità reale di
contenere l'influenza economica e politica statunitense nelle aree in via di
sviluppo del Medioriente e dell'Asia Centrale alle quali quei corridoi sono
destinati a connettersi.
Giganti concorrenti tra loro, i consorzi della finanza e dell'economia di
Stati Uniti ed Europa hanno un nemico in comune: l'autodeterminazione dei
popoli che intendono stabilire e mantenere la sovranità sulle proprie risorse
(non rinunciando allo sviluppo delle proprie capacità produttive), piuttosto
che perseguire una crescita monodimensionale strettamente dipendente dalle
richieste di rifornimento energetico, di materie prime e manifatture a basso
prezzo da parte delle economie capitaliste occidentali.
Non bisogna dimenticare che nei Paesi nei quali, grazie alla sete occidentale
di oro nero e ai profitti che ne derivano tanto per gli investitori in
Occidente quanto per una ristrettissima classe proprietaria araba, l'economia
è stata spinta sul binario unico della produzione ed esportazione di
petrolio, invariabilmente povertà e degrado sociale e ambientale sono
cresciuti in modo esponenziale in pochi anni.
Georges Corm, ex ministro delle Finanze della Repubblica Libanese, esprime con
chiarezza e semplicità questa situazione: "In Oriente la 'ricchezza'
petrolifera distrugge nel disordine il tessuto sociale, crea deficit
alimentari gravi e una dipendenza pressoché totale rispetto alla produzione
petrolifera, mettendo delle economie scheletriche in una situazione di
estroversione totale verso i Paesi sviluppati, in particolare occidentali, e
dunque in una posizione di assoluta vulnerabilità. (...) Il mondo arabo, sino
alla metà degli anni sessanta, era esportatore netto di prodotti alimentari.
Nel 1980, importa più della metà dei prodotti che consuma". [2]
La politica petrolifera dell'Iraq, invece, ha inteso salvaguardare le risorse
nazionalizzate ed investirne la rendita in infrastrutture, diversificazione
produttiva e redistribuzione sociale della ricchezza: non poteva quindi che
confliggere con i disegni del capitalismo occidentale. Per quanto interessi
contingenti abbiano indotto i governi occidentali a scegliere alternativamente
atteggiamenti di relativa tolleranza o di radicale intransigenza verso il
regime iracheno, è "necessario" per tutti gli oligopoli del
capitale transnazionale, siano essi concentrati negli Stati Uniti come in
altre potenze occidentali, che l'Iraq cessi di essere un Paese indirizzato al
socialismo.
L'ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger, in merito, si era espresso
così: "Il rovesciamento del regime iracheno e, come minimo, lo
sradicamento delle sue armi di distruzione di massa, avrebbe anche potenziali
benefici politici: il cosiddetto mondo popolare arabo potrebbe concluderne che
le conseguenze negative della jihad superano qualsiasi beneficio. Potrebbe
incoraggiare un nuovo corso in Siria; consolidare le forze moderate in Arabia
Saudita; aumentare le pressioni per un'evoluzione democratica in Iran;
dimostrare all'Autorità palestinese che l'America è seria circa la sua
volontà di rovesciare tiranni e portarsi dietro una migliore bilancia nella
politica petrolifera del l'Opec". [3] Non si può fare a meno di notare
che Kissinger interpreta il termine jihad (guerra santa) come guerra di
liberazione, le attribuisce cioè lo stesso significato che la parola ha
acquistato per molta parte delle masse oppresse del mondo arabo.
Se per l'Europa è vitale mantenere un rapporto di scambio ineguale (petrolio
contro tecnologia e prodotti finiti) con i Paesi in via di sviluppo, e in
particolar modo con il Medioriente, per i padroni dell'economia statunitense
è urgente tagliare le vie dirette di rifornimento energetico per i Paesi
europei, oltre a quelle che mettono in connessione tra loro i Paesi dell'area
mediorientale secondo direttrici autonome, per assicurarsi il trasferimento
costante di ricchezza e il flusso ininterrotto di capitali.
Se gli Stati Uniti, potenza egemone sul piano militare, scelgono la via della
ricolonizzazione manu militari della Mesopotamia prima e del Grande
Medioriente in prospettiva, gli europei non possono che intraprendere la via
della trattativa per una ricolonizzazione morbida, Washington permettendo. Il
voto negativo all'ONU dei rappresentanti dei governi francese e tedesco in
merito alla guerra contro l'Iraq trova in questo la sua ragione. Analogamente
nelle pressioni dei vertici degli apparati finanziari e militari-industriali,
interessati tra l'altro agli affari della "ricostruzione", si
scoprono le ragioni del successivo cedimento di fronte all'occupazione
dell'Iraq.
Quanto all'Italia, il cui attuale governo di centro-destra si presta
volentieri a tener mano al disegno statunitense di spaccare il già
difficoltoso processo di unificazione europea, la sua classe imprenditoriale
non prova imbarazzo a far passare come "interesse nazionale" il suo
proprio interesse ad entrare nella spartizione della torta mediorientale
attraverso il ruolo significativo che le banche nazionali si sono aggiudicate
per la gestione del credito nella fase post-bellica.
Partecipe a tutti gli effetti dell'aggressione, avendo inviato i propri
servizi di intelligente militare a condurre operazioni coperte in appoggio
alle forze militari anglo-americane durante le prime fasi della guerra,
l'Italia è stata la base logistica fondamentale per la guerra aerea e i
bombardamenti ed è parte attiva dell'occupazione. L'Italia potrà ritirare
gran parte delle sue truppe, in caso di cambio di governo, senza turbare la
sensibilità dell'iperpotenza dominante: lascerà infatti sul terreno, insieme
a contingenti del "nuovo esercito iracheno" addestrate dai suoi
istruttori militari, tecnici e consiglieri, inquadrati nella NATO e legati
dall'accordo di cooperazione bilaterale militare fresco di firma secondo
l'intesa del giugno 2004 nell'ambito della MultiNational Force (MNF) che
agisce sul terreno. E rimangono a disposizione per il proseguimento delle
avventure belliche le oltre 140 basi militari americane e NATO sul territorio
italiano. Contrariamente a quanto si vuole far credere, il governo italiano è
stato pienamente complice del genocidio in Iraq.
Non c'è stato dunque nessun asse europeo realmente deciso a contrastare
l'attuazione della guerra preventiva (o guerra infinita, guerra al terrorismo,
guerra contro tutte le dittature, come di volta in volta è stata definita),
come grande parte della sinistra occidentale ha voluto credere o ha finto di
credere. C'è stato piuttosto un riposizionamento delle maggiori potenze in
vista di futuri confronti interimperialistici che, opponendo interessi dei
diversi blocchi del Primo Mondo, coinvolgeranno Paesi del cosiddetto Terzo
Mondo. Come nota Sergio Finardi "in un mondo multipolare di potenze
nucleari, la guerra convenzionale è possibile solo perché la politica e i
legami economici la consentono". [4]
Solamente la diplomazia francese, con le sue manovre nel Consiglio di
Sicurezza dell'ONU, ha ottenuto una significativa vittoria: non ha certo
fermato la guerra, ma è riuscita a debellare il cosiddetto "unilateralismo"
dell'establishment statunitense imponendo in agenda il "multilateralismo"
delle potenze concorrenti.
Non si è formato però un vero asse russo-franco-tedesco di opposizione
all'aggressione, asse che, se fosse esistito, avrebbe potuto mettere in atto
misure di pressione diplomatica e militare per impedirla (come era avvenuto
durante gli anni della "Guerra fredda"). Ed avrebbe anche
controbattuto con un'informazione corretta e razionale alla megalitica
campagna di disinformazione, studiata e fatta diffondere su tutti i media del
pianeta dalle centrali della propaganda bellica statunitense. La diffamazione
sistematica, giunta sovente ai livelli del grottesco da trivio, del sistema
politico iracheno e del suo governo, l'occultamento delle ragioni della
storia, la mistificazione della cultura e della coscienza nazionale delle
popolazioni arabe, sono state invece promosse dalle TV e dalla stampa di tutto
il mondo democratico e dei suoi satelliti. Sostenitori e oppositori della
guerra, organizzazioni della destra e della sinistra, maggioranze silenziose e
"pacifisti" hanno così condiviso lo stesso immaginario collettivo:
per tutti Saddam Hussein è diventato il "male assoluto" e il popolo
iracheno una vittima afona e incapace di esercitare l'autodeterminazione, una
vittima cui portare la democrazia con le bombe o con il cosiddetto dialogo
costruttivo. Per alcuni settori della sinistra, la Resistenza armata, pure se
legittima, sarebbe "responsabile di atti terroristici" o, quanto
meno, non sarebbe portatrice di valori (occidentali) di libertà; per altri,
la "resistenza del popolo iracheno", considerata fuori da ogni
contesto storico e politico, è diventata un soggetto virtuale ridisegnato in
base ai propri modelli.
Tra gli intenti di queste pagine c'è quello di contribuire a ripristinare
alcune linee interrotte nella trasmissione della storia e di dare conto di
fatti e presupposti che la manipolazione mediatica ha nascosto o alterato.
Prima vittima della mala informazione è stato il movimento contro la guerra
che, fuorviato dalla manipolazione mediatica, ha mancato di raggiungere un
importante obiettivo, quello cioè di costruire attorno al popolo iracheno un
fronte di solidarietà consapevole.
Il 15 febbraio 2003, un mese prima dell'inizio dell'aggressione armata
statunitense contro l'Iraq, 110 milioni di persone manifestavano nelle piazze
di tutto il mondo contro la guerra che si annunciava. [5] In Italia quel
giorno più di 4 milioni di manifestanti hanno invaso le piazze: le stime
della questura di Roma ammettevano una partecipazione di 3 milioni di persone
nella sola capitale.
L'avversione spontanea che larga parte della società italiana provava di
fronte al massacro programmato della popolazione irachena e la spinta
propulsiva che questo sentimento ampiamente condiviso esercitava sulla
disponibilità individuale alla mobilitazione rappresentavano un grandissimo
potenziale che la sinistra nel suo complesso, e quella istituzionale in
particolare, avrebbe potuto raccogliere se si fosse fatta carico delle istanze
espresse.
Il fatto che la sinistra istituzionale abbia invece deciso di condurre
un'opposizione di facciata, di limitarsi ad una condanna di principio dell'unilateralismo
americano, di introdurre contenuti ambigui (no alla guerra e al terrorismo),
di promuovere il disimpegno delle organizzazioni dei lavoratori e di guidare
il riflusso del movimento, rinunciando così a capitalizzarne l'impulso
emotivo, evidenzia come, dietro questa scelta, non stia semplicemente una
valutazione opportunistica riguardo ad una propria futura collocazione
all'interno della compagine governativa, ma un preciso indirizzo strategico.
L'assunzione, da parte delle sinistre europee, del principio della difesa del
sistema democratico, cioè del pluralismo politico parlamentare, come
carattere peculiare proprio e irrinunciabile, porta necessariamente alla
difesa dell'egemonia dei Paesi cosiddetti democratici su quelli che sviluppano
sistemi diversi, ma non per questo necessariamente meno democratici. Questo
atteggiamento, che delegittima ogni forma di autodeterminazione dei popoli che
non passi per il filtro dell'ordine sociale configurato nelle democrazie
occidentali, produce inevitabilmente una frattura con le lotte antiegemoniche
che questi conducono in contrasto con l'Occidente capitalista.
Il punto di vista secondo il quale "la democrazia è un bene in sé",
facendo astrazione dal processo storico che l'ha prodotta, subordina questa
sinistra al progetto capitalista di espansione illimitata del suo modello
economico e politico e limita il terreno della contraddizione a questioni di
modalità di intervento. Il risultato è che se, e non sempre, si condanna
l'opzione armata, si promuove invece, senza alcuna remora, quella della
pressione economico-finanziaria e diplomatica.
All'interno della contraddizione tra il modello di espansione statunitense,
fondato sull'egemonia militare e sull'intervento armato diretto nelle aree di
crisi (e cioè contro i Paesi che intendono sottrarsi al suo dominio) e quello
europeo, incentrato sulla mediazione politica in funzione della assimilazione
progressiva dei Paesi e dei mercati esteri oggetto dei propri flussi di
investimento, la "sinistra" opta per un sostegno alla forma di
ingerenza europea. Ciò equivale, in definitiva, a schierarsi in difesa degli
interessi della propria borghesia, rinnegando ogni riferimento teorico alla
critica del capitalismo e dell'imperialismo e abbandonando il principio e la
pratica dell'unità tra le lotte dei lavoratori e quelle dei popoli oppressi.
Al di là della buona o cattiva fede di uomini politici o giornalisti che
hanno occultato i fatti e le ragioni della storia, diffuso informazione falsa
e subornato le coscienze - politici e giornalisti ai quali, peraltro, non va
riconosciuta alcuna presunzione di innocenza - questa scelta di campo della
sinistra è alla base dell'adesione all'operazione mediatica di demonizzazione
del regime iracheno, dei suoi rappresentanti e delle minoranze che hanno
assunto posizioni a sostegno alla Resistenza.
La Resistenza irachena sta invece impegnando sul terreno, da quasi tre anni,
il più potente esercito del pianeta e gli impedisce di acquisire il controllo
del territorio, ha dimostrato di avere l'appoggio di massa della popolazione,
non è stata indebolita né dal tentativo statunitense di "irachenizzazione"
del conflitto tramite l'addestramento e l'impiego di corpi militari arruolati
tra le fazioni collaborazioniste, né dall'artificio tattico delle elezioni
svolte sotto occupazione militare che si è dimostrato un infelice espediente
giuridico per dare copertura formale agli occupanti attraverso l'insediamento
di un governo fantoccio. Come ricorda Fulvio Grimaldi [6], "analoghe
elezioni vennero tenute durante la guerra in Vietnam, a supporto dei fantocci
fascisti di Saigon: non fornirono né sovranità, né autogoverno, né
fermarono la Resistenza, né ne impedirono la vittoria (anche allora si era
ubriacata l'opinione pubblica con la fanfara dell'83% dei votanti), contro la
violenza dei terroristi Vietcong".
Il progetto statunitense è quello di ridisegnare la carta geopolitica del
Medioriente tagliando le linee regionali di interscambio e isolando così gli
uni dagli altri i Paesi mediorientali, per realizzare un grande mercato comune
dal Marocco all'Afghanistan – il cosiddetto Grande Medioriente – che metta
tutte le vie di transito dell'energia sotto tutela americana e faccia afluire
il petrolio del Kirkuk al terminale israeliano di Haifa, per parlare solo
della parte più appariscente di questo piano. Ma la realizzazione di questo
progetto, che prevede un attacco preventivo contro la Siria e l'Iran e la
liquidazione definitiva della "questione paletinese", dovrà
aspettare: l'esercito degli Stati Uniti è inchiodato in Iraq.
Oggi, nel momento in cui la Resistenza ha la forza per mettere gli Stati Uniti
nella condizione di dover cambiare le proprie strategie di conquista del mondo
arabo, oggi, nel momento in cui si prospetta l'urgenza di una soluzione
alternativa al proseguimento dell'occupazione, si cerca di mettere in campo
una nuova operazione per escludere da un futuro assetto dell'Iraq le forze
progressiste e quelle che realmente guidano la lotta armata. Le agenzie
statunitensi e le diplomazie europee sono entrambe impegnate nella costruzione
di "referenti politici della Resistenza" pronti a trattare in suo
nome, pronti cioè ad approfittare delle vittorie militari della Resistenza
unico interlocutore legittimo per un eventuale negoziato in quanto soggetto
storico che porta avanti la guerra di liberazione nazionale contro le potenze
che hanno aggredito e occupato il Paese senza peraltro sconfiggerlo per
sottrarle la vittoria politica e guadagnarsi una fetta di potere
democraticamente garantito dagli accordi di spartizione tra le grandi potenze.
Entro questa prospettiva, la Casa Bianca privilegia alcune tra le fazioni più
reazionarie e oscurantiste, quelle legate agli aspiranti califfi delle
correnti islamiche, che siano o meno integrate nell'attuale governo fantoccio.
Dei resto le dirigenze dei "rnondo islamico", nella storia
dell'ultimo secolo, sono sempre state alleate agli interessi capitalisti e
imperialisti, ai quali sono legate gran parte delle loro fortune finanziarie,
e sono organicamente interne al processo di estensione planetaria dello
sfruttamento dei popoli e dei lavoro. La sharia (legge isiamica) non
contraddice il principio dei profitto privato.
Grazie alla protezione angio americana, nelle città irachene le milizie
isiamico fondamentaliste filo iraniane, ma anche di ispirazione whaabita,
impongono con il terrore la legge isiamica e praticano l'assassinio
sistematico dei sostenitori dei vecchio ordinamento politico e dei
nazionalismo progressista.
Le democrazie europee sono invece orientate a trattare con le componenti
laiche di opposizione al governo baathista, spesso sinceramente ostili
all'imperialismo americano e autenticamente avverse all'occupazione, ma
provenienti nella maggior parte dei casi dall'emigrazione di lunga data, del
tutto estranee alla Resistenza armata e prive di qualsiasi rappresentatività
all'interno del Paese. Loro obiettivo primario non può che essere, anche
quando non si tratti di autentici traditori, quello di recuperare per sé e
per la propria corrente un posto al sole in una futura compagine governativa.
Il loro programma per un futuro Iraq liberato è fondato in effetti quasi
esclusivamente sull'istituzione di un sistema pluripartitico e sulla
democrazia politica. I loro sponsor europei, cui fa riferimento la sinistra
socialdemocratica italiana, non rinuncerebbero del resto a sviluppare una
certa influenza in materia di politica economica, gestione delle risorse,
condizionamento del credito, servitù militari. Non rinuncerebbero, in altre
parole, ad una propria politica imperialista.
La pacificazione prefigurata dagli anglo-americani, cioè un nuovo assetto
politico che realizzi un improbabile patto federativo liquidando la sovranità
nazionale irachena e completando la distruzione del suo modello sociale
multietnico e multiconfessionale, non può che passare attraverso lo scontro
per la spartizione del potere e del territorio tra consorterie settarie,
attraverso la radicalizzazione delle azioni armate del separatismo curdo e,
soprattutto, attraverso pratiche brutali per ottenere la sottomissione della
popolazione.
Non si può definire questo scenario "guerra civile", come fa
praticamente tutta la stampa italiana. Descrivere così la proliferazione di
conflitti tra fazioni che gli occupanti hanno interesse a scatenare può solo
avere come scopo quello di equiparare le forze combattenti della Resistenza,
che sono invece del tutto estranee a queste rivalità, alle milizie dei
partiti collaborazionisti, in modo da poter sostenere che tutte le parti
politiche in causa, sia resistenti che compromesse con gli aggressori, hanno
uguali titoli da far valere in una futura ricomposizione dello o degli Stati
iracheni.
Non possiamo predire se, in una guerra di lunga durata, la Resistenza irachena
potrà prevalere sul complesso degli interessi delle grandi potenze
occidentali e delle luogotenenze locali. E non possiamo nemmeno prevedere oggi
se la competizione tra i diversi modelli dell'islam politico, cui la guerra in
Iraq ha fornito un primo terreno di confronto, riuscirà ad annullare le
conquiste, in termini di progresso sociale e indipendenza politica, frutto
della rivoluzione in una parte del mondo arabo (in Iraq come in Siria,
Palestina, Libano, Libia, e come era stato in Algeria), secolarizzato e
indirizzato verso il socialismo.
Possiamo però mantenere fermo un punto di vista critico che ci permetta di
riconoscere la differenza tra le forze che sono espressione del grado di
autonomia, maturità politica ed evoluzione sociale raggiunta nella sua storia
dalla società irachena, laica e multietnica, e quelle fazioni che sono il
prodotto dei regimi islamici reazionari legati agli interessi del capitalismo
occidentale o creazione dei servizi segreti e delle diplomazie occidentali.
In Iraq questa differenza coincide in larga parte con la divergenza tra la
scelta collaborazionista delle dirigenze filo-occidentali e islamiche e
quella, oggettivamente antimperialista, delle forze resistenti impegnate a
contrastare, sul proprio territorio, il progetto di ricolonizzazione di vaste
aree del pianeta portato avanti non solo dalla destra neocon [7] americana
(peraltro perfettamente integrata nella linea di continuità
storico-ideologica che ha informato i governi degli Stati Uniti), ma
perseguito anche dalle altre potenze capitaliste concorrenti con l'impero
americano.
La guerra per il controllo delle aree strategiche ha preso l'avvio in
Medioriente, ma promette di estendersi ben oltre i confini del Golfo Persico e
di coinvolgere tutto l'Occidente in una serie di aggressioni ai Paesi non
normalizzati prima, e a quelli coinvolti nel ridisegno della mappa
dell'economia mondiale poi. Comunque venga mascherata - guerra al terrorismo,
guerra di civiltà, guerra contro l'islam radicale - questa guerra vede in
prospettiva contrapposti gli interessi delle ristrette élites dirigenti dei
Paesi a capitalismo avanzato a quelli dei popoli dei Paesi esportatori di
energia e di materie prime e produttori di beni e di merci. All'interno di
questo già inquietante scenario, il confronto interno tra diversi blocchi
imperialisti, confronto al quale l'abile diplomazia francese ha aperto la
strada mettendo in discussione l'egemonia statunitense e riportando all'ordine
del giorno il sistema dell'equilibrio multipolare tra potenze comparabili per
livello di sviluppo e aggressività dell'economia espansionista, non può
escludere l'opzione armata.
L'onere del conflitto ricade già sulle condizioni di vita e di lavoro delle
popolazioni dei Paesi "avanzati", non soltanto nei termini economici
dello sfruttamento del lavoro (abbattimento del monte-salari, precarizzazione,
restrizione dei diritti, cancellazione progressiva della spesa sociale), ma
anche nei termini di una accresciuta soggezione delle classi subalterne agli
indirizzi politici dell'economia di guerra.
I guasti prodotti dalle politiche di delocalizzazione (conseguenti alla
neocolonizzazione delle aree sottratte all'influenza sovietica e
all'intensificazione dello sfruttamento nelle regioni a sviluppo dipendente
dell'America Latina, dell'Asia e dell'Africa), cioè disgregazione sociale,
insicurezza sul territorio e peggioramento della qualità della vita,
cominciano già a manifestarsi.
In Paesi come l'Italia, soggetti a pesanti servitù militari regolate anche da
clausole segrete in ambito NATO, il danno derivante dall'aumento della spesa
militare e dal riorientamento della produzione dall'ambito civile a quello
militare è già evidente, ma i rischi possono essere anche peggiori.
Se le popolazioni occidentali possono ottenere dal processo di
ricolonizzazione un temporaneo vantaggio nei termini di una maggiore
disponibilità di beni di consumo a basso costo, il prezzo da pagare potrebbe,
nel tempo, rivelarsi molto alto.
I "popoli ribelli" oggetto dell'attacco imperialista hanno
cominciato ad opporre una inevitabile, e forse irriducibile, resistenza: non
è detto che questa si trasformi in una forza capace di determinare il corso
degli eventi nella storia, ma è certamente l'unica forza reale credibile che
oppone le ragioni dell'umanità a quelle del profitto.
Note:
[1] II Project for the New American Century (PNAC), fondato da esponenti
neoconservatori (neocoservativ o neocon) nella primavera del 1997 durante il
periodo dell'amministrazione Clinton, è un istituto collegato alle
istituzioni della Difesa e dei servizi segreti, al partito repubblicano ed al
Council on Foreign Relations (CFR), ente che ha grande influenza nella
formulazione della politica estera americana. Scopo dichiarato del PNAC è
promuovere la leadership globale degli Stati Uniti. Nel settembre 2000, pochi
mesi prima dell'inizio del mandato di George W. Bush alla presidenza, il PNAC
pubblicava il suo programma "Rebuilding America's Defenses" che
delinea la strategia per stabilire l'egemonia americana sul pianeta supportata
dalla superiorità militare e tecnologica, impedire l'emergere di qualsiasi
potenza mondiale o regionale in grado di competere con gli Stati Uniti, e per
esercitare azioni armate preventive contro qualunque nazione o organizzazione
venisse avvertita come una minaccia per gli interessi statunitensi nel mondo.
Il testo della National Security Strategy, documento adottato dalla Casa
Bianca nel settembre 2000, ne ha acquisito le direttive. Presidente del PNAC
è William Kristol; altri estensori del progetto sono Robert Kagan, Devon
Gaffney Cross, Bruce P. Jackson and John R. Bolton. Tra i sottoscrittori
figurano Dick Cheney, Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz. (cfr. |
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