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I: operai contro   Elenco di messaggi  
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I: operai contro



-----Messaggio originale-----
Da: operai [mailto:operai@...]
Inviato: domenica 26 novembre 2006 20.56
A: dario.comotti@...
Oggetto: operai contro



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Dom 26 Nov 2006 8:12 pm

fabioprincipale
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26 NOVEMBRE 2006

OPERAI

CONTRO

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www.operai.net 

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GIORNALE PER LA CRITICA, LA LOTTA, L'ORGANIZZAZIONE DEGLI OPERAI CONTRO LO SFRUTTAMENTO

Anno VIII Numero 266

SOMMARIO

26 NOVEMBRE 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.ISCRIVITI ALL'ASLO

Fotocopiato 

ASLO
  Associazione per la liberazione degli operai

Scopo dell’Associazione è la liberazione degli operai dalla sottomissione economica, politica e sociale in cui questa società li costringe.

Gli operai sono sottoposti ad una moderna forma di schiavitù. Sono costretti a vendere le loro braccia ad un padrone che per arricchirsi li consuma nelle fabbriche e nei più disparati luoghi di lavoro. Vivono una vita a malapena sopportabile finché gli affari del padrone vanno bene, cadono sotto la soglia di povertà appena una crisi si fa sentire, perdono il lavoro, vengono licenziati, utilizzati saltuariamente, supersfruttati, licenziati.

Nelle fasi di sviluppo economico la loro condizione sembra migliorare, si propaganda l’idea che ormai gli operai si trovino in una situazione di graduale ma inarrestabile miglioramento: ma basta una crisi e tutto torna in discussione, in forse. Ogni piccola conquista viene travolta, i diritti di cui tanto si parlava cadono uno ad uno sotto i colpi di nuove leggi e regolamenti. Gli operai si ritrovano a fare i conti con la dura realtà di essere schiavi moderni.

La distanza economica e sociale fra gli operai, i produttori diretti a salario, e i padroni che li impiegano diventa un abisso. Trovarsi al limite della povertà di fronte alla ricchezza che le classi superiori possono disporre ed esibire fa della società moderna, la società del più profondo contrasto fra le classi che la storia abbia prodotto.

Operai che vi siete resi conto della situazione sociale in cui vi trovate a vivere e non siete più disposti a sopportare oltre, aderite all’Associazione, decidete di dare, sulla base delle vostre possibilità, un contributo diretto alla causa dell’emancipazione vostra e degli operai che in ogni parte del mondo vivono la stessa condizione.

Attraverso l’Associazione  ogni operaio si addestra a lottare in quanto operaio, non più individuo fra individui ma come componente di una classe sociale che si va ricostituendo in tutto il mondo, la classe degli operai.

L’Associazione , nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nel campo della politica, ovunque sostiene ed organizza la lotta indipendente degli operai contro i governi dei padroni, contro i padroni al governo.

Attraverso l’Associazione  ogni operaio non è più una marionetta nelle mani dei partiti dei ricchi che lo usano per andare al governo e per ringraziarlo poi con una legislazione antioperaia fatta a misura degli interessi dei padroni.

L’Associazione collega  gli operai di tutti i luoghi di lavoro per la difesa della condizioni salariali e normative. Una rete per rimettere l’attività sindacale nelle mani degli operai stessi, per scalzare dalle poltrone dirigenti e funzionari sindacali che della svendita degli interessi immediati degli operai ai padroni hanno ricavato privilegi e buone rendite.

Attraverso L’Associazione gli operai si preparano ad attuare un’azione politica indipendente che punta direttamente alla questione essenziale: chi deve avere il potere? I padroni o gli operai?

 

Compagni che non venite dalle fila operaie aderite all’Associazione, in questa scelta c’è la consapevolezza che se un rivolgimento radicale è necessario per rimettere su nuove basi la società, tale rivolgimento si attuerà solo con la liberazione degli operai dallo sfruttamento.

 

Operai militate nell’Associazione, nessuno ci libererà dalla nostra condizione di sfruttati se non noi stessi. Associatevi.

Il giornale dell’Associazione è:  OPERAI CONTRO

 

Per aderire scrivere a: adesioni@...

oppure, operai.contro@... 

oppure, operaicontro@...

oppure scrivere: Via Falck 44, 20099 Sesto San Giovanni (Mi).



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2. PER UN SINDACALISMO OPERAIO

PUBBLICHIAMO QUESTA PROPOSTA DI DISCUSSIONE SUL SINDACALISMO OPERAIO DELLA RSU DELL'INNSE

 

Per gli operai i tempi stringono, finanziaria, contenimento dei salari, chiusura delle fabbriche, precarizzazione del rapporto di lavoro, aumento dei prezzi , truppe di occupazione militare in Iraq Libano e Afghanistan , questo è il prezzo che la crisi economica sta facendoci pagare, ma quali sono le risposte che come operai siamo in grado di dare a tutto questo ?

Mentre le altre classi hanno reagito o stanno reagendo contro i provvedimenti che il governo con la finanziaria sta portando avanti (vedi tutti i movimenti di protesta degli ultimi tempi dai tassisti agli avvocati, dai ricercatori universitari ai commercialisti)

gli operai sono inebetiti, stretti tra la borghesia sindacale di cgil cisl uil che appoggia pienamente le scelte del governo “amico” per il risanamento del paese, e il massimalismo del sindacalismo di base che organizza scioperi  (che coinvolgono solo ed esclusivamente un numero irrisorio di fabbriche) solo allo scopo di innalzare una bandiera che sventoli più in alto delle altre per solo di rendersi visibili,gli operai sono in balia degli eventi.

Ora, se vogliamo che questi eventi non ci travolgano dobbiamo incominciare a ragionare ed ad agire per nostro conto.

Come RSU della INNSE Iniziative abbiamo organizzato la raccolta di firme tra operai di diverse fabbriche per reintegrare il compagno Jannacone nel suo ruolo di RSU,

lo abbiamo fatto non sapendo nemmeno chi fosse nella realtà Iannacone, quale programma politico rappresentasse o di quale partito facesse parte, lo abbiamo sostenuto solo per il fatto che nel meccanismo dell’aumento dell’intensità dello sfruttamento, come operaio e come delegato, si era reso conto che l’introduzione di un turno di lavoro in più al sabato sarebbe stato per gli operai un altro cappio al collo.

Lo stesso abbiamo fatto con lo sciopero del 17 novembre organizzato dai sindacati di base, abbiamo aderito ad uno sciopero contro la finanziaria pur sapendo che il sindacalismo di base nel suo funzionamento interno è uguale al sindacalismo “ufficiale”,è fatto di piccolo borghesi il cui unico scopo è mantenere il privilegio di non lavorare più in fabbrica e di vendere la pelle degli operai per il proprio tornaconto. Eppure abbiamo aderito lo stesso per dimostrare che anche gli operai non sono allineati e coperti dietro al governo di sinistra.

Quello che per noi è importante e lo abbiamo scritto nell’ultimo volantino sulla finanziaria è il bisogno di un sindacalismo operaio, un sindacalismo fatto e costruito dagli operai che al di la delle sigle di appartenenza riescano a metter in piedi un collegamento stabile che molto lentamente, ma inesorabilmente, riprenda in mano la guida del sindacato, e rimetta al centro di tutto la questione operaia.

Scalzare i borghesi che comandano il sindacato e sono disposti a sottoscrivere qualsiasi accordo, dimostrare che la lotta di resistenza condotta dagli operai nelle proprie fabbriche e l’unico sistema per ottenere dei risultati seri, questo è quello che conta ed è che ci interessa.

Gli operai anche combattivi se isolati non contano, nulla l’unica cosa che conta e l’unificazione di tutte le tendenze operaie che fanno una lotta di resistenza in fabbrica e che sono disposte ad raccogliersi su questo minimo obiettivo,

la costruzione del sindacalismo operaio.

Quello che abbiamo in mente per incominciare su questa strada è continuare il lavoro sino a qui svolto è dare corpo al collegamento di diverse fabbriche in modo che diventi stabile e possa in qualche modo rappresentare una centro di coalizione di tutti gli operai che pensano che il sindacato non può e non deve rimanere nelle mani dei borghesi.

Per queste ragioni vi invitiamo a partecipare ad una riunione per continuare nella costruzione della tendenza sindacale operaia che si unifichi al di la delle sigle sindacali di appartenenza.

Crediamo che la raccolta di firme e l’assemblea di Napoli per sostenere il compagno Jannacone siano stati un passo decisivo ed importante verso questo obiettivo, vogliamo continuare su questo progetto e chiediamo perciò la collaborazione di tutti gli operai che intendono andare su questa strada, costruire una catena solidale tra operai di diverse fabbriche che condividano queste finalità è uno dei primi passi verso l’emancipazione degli operai come classe indipendente.

 

Chiunque intendesse discutere, aderire, contribuire a questo progetto può mettersi in contatto a questo indirizzo:

 

rsu@...

 

 

La RSU della INNSE Iniziative

 

Milano 22 novembre 2006

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3. FIOM
per quanti ancora sostengono che la Fiom si è venduta in questi ultimi tempi, 100 anni fa organizzava il caporalato per i padroni  legando gli operai a contratti che prevedevano  il blocco degli scioperi
 

   

Fiom: il primo contratto, 100 anni fa.

Nell'ottobre 1906, il contratto collettivo firmato con la Itala di Torino apriva la stagione contrattuale. Riportiamo di seguito il testo integrale di quell'accordo

 

Tra la Spettabile Ditta Itala e per essa i suoi legali rappresentanti signori Leone Fubini e Guido Bigio e la Federazione nazionale fra gli operai metallurgici e per essa i signori Ernesto Verzi e Giuseppe Scotti, essi pure debitamente autorizzati, si convengono, per la  durata di un triennio, a partire dalla firma del presente concordato, le norme seguenti:

Art. 1. – Tutto il personale necessario alla Società Italia per tutte le diverse prestazioni di mano d’opera nelle sue officine – esclusi i chauffeurs e gli aiuti-chauffeurs e compresi i capi-squadra, sarà fornito dalla Federazione Nazionale Metallurgici, la quale si impegna di fornire il detto personale a richiesta della Ditta nella quantità occorrente per i varii riparti di metallurgia come da classificazione contenuta nell’articolo 1° del Regolamento sui salari.

Questo impegno andrà in vigore col 3 dicembre corrente anno, entro il quale giorno la Federazione dovrà fornire tutto il personale, richiesto almeno un mese prima della Ditta.

Qualora la Ditta volesse dare attuazione al contratto, in una data anteriore a questa, dovrà in ogni modo presentare le richieste opportune sempre non meno di un mese prima.

Anche per l’avvenire e per tutta la durata del contratto, l’assunzione del personale addetto alla lavorazione, compresi sempre i capi-squadra, sarà fatta per mezzo dell’ufficio di Collocamento, secondo le disposizioni ontenute nell’apposito regolamento accluso nel presente contratto.

Gli operai forniti dalla Federazione Nazionale fra gli operai Metallurgici e per essa dall’Ufficio di Collocamento, dovranno, per venire assunti, essere di gradimento della Ditta.

Art. 2. – Il personale s’intenderà definitivamente accettato dalla Ditta e quindi sottoposto alle disposizioni contrattuali del presente concordato, dopo un periodo di prova di giorni 15, durante i quali si seguiranno le norme stabilite dal Regolamento di fabbrica.

Art. 3. – L’orario di lavoro normale è mantenuto sulla base attuale di dieci ore giornaliere.

Qualora la maggior parte degli operai dipendenti dall’industria automobilistica ottenesse una riduzione di orario dalle proprie Ditte, la Ditta contraente già sin d’ora si dichiara disposta a concedere una uguale riduzione, fermo restando il contratto con tutte le altre condizioni in esso contenute.

Art. 4. – Il salario dell’operaio è costituito di tre elementi: paga oraria, cottimo e percentuale sulle ore straordinarie.

In caso di abolizione stabile del cottimo, la Ditta si impegna – ben s’intende per quelle categorie per quegli operai che lavoravano a cottimo – di aumentare la paga oraria con un supplemento del 25%.

Quando il cottimo venga sospeso per più di 15 giorni consecutivi, oppure in un semestre per più di quattro settimane in varie riprese, tale sospensione si riterrà stabile agli effetti del salario, e fino a che questo non sia ripristinato, godrà della clausola di cui sopra.

In apposito regolamento qui aggregato verranno disciplinate le norme regolanti il salario.

Art. 5. – Gli apprendisti non potranno essere assunti in proporzione superiore al 3% del numero degli operai.

L’apprendisaggio è disciplinato dalle norme contenute nell’art. 25 del regolamento.

Art. 6. – In nessun caso verrà diminuito il salario dell’operaio che, per necessità tecniche, sia dalla Ditta passato da un riparto all’altro.

Art. 7. – La Ditta si obbliga di ritenere sul salario degli operai le quote da essi dovute alla Federazione Nazionale fra gli operai Metallurgici, nella misura e colle modalità stabilite.

La Ditta farà conoscere alla Federazione quegli tra gli operai che eventualmente si rifiutassero di rilasciare tali quote e per queste mancate esazioni non assume alcuna responsabilità.

Art. 8. – Apposito regolamento, allegato al presente contratto, stabilisce le norme disciplinari, gli orari, i riposi e quanto concerne il funzionamento interno della fabbrica.

Detto regolamento non potrà venire modificato che con il consenso delle parti.

Art. 9. – L’Itala si impegna a favorire la costruzione di abitazioni popolari a favore dei propri operai da parte di una Cooperativa di lavoratori, con le modalità che verranno in apposito contratto stabilite.

Art. 10. – La Federazione Nazionale fra gli operai Metallurgici, si impegna alla esecuzione scrupolosa del presente contratto, fornendo operai scelti, sia come moralità, sia come abilità tecnica. Si impegna inoltre che per nessuna ragione avverrà mai alcuno sciopero, né alcuna sospensione di lavori, parziale o totale, né un intralcio all’andamento normale della fabbrica, sotto pena di risarcire i danni materiali e morali che alla Ditta derivassero, con facoltà in questa di rivalersi sulla cauzione.

Non sarà però causa di conflitto, né di risoluzione del contratto presente, la astensione dal lavoro, causata in uno sciopero generale della classe lavoratrice in Torino.

Art. 11. – Non saranno motivo di risoluzione del presente concordato gli eventuali accordi industriali di qualsiasi natura, contratti dalla Ditta con altre Società congeneri, anche se per essi la Ditta mutasse denominazione o assumesse il titolo portato da altra Società. In caso di assorbimento o di accordi basati sullo scambio o su conglobamento unico degli operai, le disposizioni del presente contratto verranno estese a tutti gli operai indistintamente, qualora la Itala assorbisca altre Società e sarà invece limitato ai soli operai della Itala, quando questa sia incorporata da altra Società.

Art. 12. – Tutti gli operai della Ditta che non abbiano oltrepassato i 10 anni di età saranno nel momento della loro conferma, iscritti per una quota ciascuna, e nel terzo anno della loro assunzione, per due quote a cura e a carico della Ditta, alla Cassa Mutua Cooperativa Italiana per le Pensioni con sede in Torino.

La ditta sosterrà a sue spese il pagamento continuativo di dette quote a trimestri anticipati, sino a che gli operai sono al servizio della fabbrica.

Gli operai che abbiano oltrepassato i 40 anni di età saranno mantenuti nei ruoli nelle medesime proporzioni – e sempre per cura e a spese della Ditta – iscritti alla Cassa Nazionale di Previdenza per la invalidità e la vecchiaia degli operai.

Art. 13. – A garanzia della esatta osservanza del presente concordato, la Federazione Nazionale fra gli operai Metallurgici, entro un mese dalla sottoscrizione del medesimo, farà un versamento di L. 60.000 che verrà depositato, con le modalità da determinare, alla Sede della Banca d’Italia.

A completare la cauzione stabilita per operaio e per aiuto-operaio, la Ditta riterrà su salario di ciascuno di essi, e nel termine di due anni, la somma di L. 0,50 per settimana colle modalità stabilite dal regolamento.

Tanto l’importo del primo semestre, quanto quello delle ritenute settimanali, sarà – quando sia costrutto il primo blocco delle case operaie – investito nel pagamento parziale delle case stesse, nelle quali l’Itala potrà iscrivere ipoteca per egual valore.

Art. 14. – Alla Commissione arbitrale, di cui più oltre, sarà domandata la risoluzione di tutte le controversie che potessero sorgere da ambo le parti sul diritto e sulla misura della rivalsa sulle cauzione, per danni materiali-morali che venissero causati ad una delle parti. Per infrazioni al presente concordato il minimo della penalità è fissato in L. 50.

Art. 15. – La perdita totale o parziale della cauzione da parte della Federazione Nazionale fra gli operai Metallurgici avverrà anche nel caso in cui venga volontariamente intralciato il normale funzionamento della fabbrica.

Non potranno costituire il diritto di rivalsa sulla cauzione a favore della ditta le mancanze individuali.

A sua volta la Ditta non sarà obbligata al risarcimento totale o parziale dei danni causati individualmente dal personale tecnico o dirigente, con infrazione al presente contratto e agli annessi regolamenti.

Art. 16. – L’Ufficio di Collocamento dovrà provvedere normalmente tutto il personale richiesto dalla Ditta, entro un mese da detta richiesta, qualora la domanda non superi il 20% degli operai già impiegati.

Qualora l’Ufficio di collocamento non adempisse a tale obbligo, la Ditta avrà diritto a risarcimento sulla cauzione, in ragione di L. 50 per ogni operaio non fornito.

Se la richiesta della Ditta superasse il 20% predetto e lo Ufficio di Collocamento per la parte eccedente non fosse in grado di provvedere alla richiesta, la Ditta potrà procurarsi tale personale direttamente, dando preferenza agli operai federati ed escludendo in ogni caso gli espulsi dalla Federazione Nazionale Metallurgica.

Gli espulsi dalla Federazione che lavorassero entro la fabbrica, saranno immediatamente licenziati e non potranno usufruire delle disposizioni contemplate nell’articolo 18 del presente concordato.

Tale disposizione verrà applicata anche a quelli operai assunti direttamente dalla Ditta, i quali non intendessero, entro due mesi dal loro ingresso nella fabbrica, inscriversi alla Federazione Nazionale degli operai Metallurgici.

Art. 17. – All’operaio licenziato per cause disciplinari a nessuna delle quali siano applicabili le sanzioni del codice penale per reato di azione pubblica ed esclusi sempre i reati politici, verrà corrisposta l’indennità stabilita dal regolamento di fabbrica.

Dal beneficio di tale indennità sono esclusi coloro che verranno licenziati per motivi di cui al precedente articolo e al regolamento di fabbrica.

Art. 18. – I licenziati – non per loro colpa – saranno indennizzati coll’importo delle ultime 70 giornate di lavoro – esclusi soltanto i casi di trasformazione radicale e generale dell’industria, e di chiusura dell’officina per forza maggiore (incendi, terremoto, ecc.).

Sono compresi nei casi con indennizzo, i licenziamenti per esigenza di trasformazione di lavorazione dei singoli reparti.

Art. 19. – Tutte le controversie e tutti i conflitti di qualsiasi natura, nascenti dalla interpretazione e dalla applicazione del presente contratto come dai regolamenti allegati, sia fra operai e Ditta, nonché le possibili divergenze riguardanti gli eventuali aumenti di salario ai singoli operai, saranno risoluti d’accordo fra la Commissione interna e la Direzione.

La Commissione interna sarà nominata di cinque operai della fabbrica. Essa delega a rappresentarla uno dei suoi membri per le piccole divergenze.

Tale Commissione durerà in carica fino alla scadenza del presente contratto.

In caso di disaccordo, giudicheranno i delegati della Federazione Metallurgica e uno o più delegati del Consiglio d’Amministrazione della Ditta.

Perdurando il disaccordo, la questione sarà risoluta dal Collegio arbitrale.

Tale Collegio che durerà per tutto il contratto, è composto di due rappresentanti della Federazione Metallurgica, di due rappresentanti della Ditta e del signor Avvocato Senatore Secondo Frola, che funge da Presidente.

Il Collegio arbitrale giudicherà senza spese né formalità di sorta, con lodo inappellabile.

In nessun caso durante le trattative per derimere le controversie si potrà addivenire ad una sospensione totale o parziale di lavoro.

Art. 20. – Il presente contratto dovrà essere denunciato per iscritto da una delle parti o da entrambe almeno sei mesi prima della scadenza.

In caso di mancata denuncia si intenderà rinnovato alle stesse condizioni di tre in tre anni.

 


Al contratto è annesso il regolamento dei salari, il quale stabilisce, come il precedente, le condizioni finanziarie della classe entro la fabbrica, gli eventuali aumenti e tutte le garanzie riflettenti il personale come aiuti operai ed apprendisaggio:

Art. 1. – Le paghe orarie al personale verranno stabilite in base a quelle risultanti dal libretto paga all’atto della sua ammissione, aumentate del 10 per cento, dopo 4 mesi dall’assunzione.

Qualora la maggioranza delle altre fabbriche aumentasse l’attuale media dei salari, la clausola del regolamento che importa il 10 per cento d’aumento sul libretto paga degli operai nuovi assunti, verrà abolita o diminuita in proporzione degli aumenti fatti nelle fabbriche sopracitate.

In nessun caso però potranno essere inferiori ai minimi stabiliti nella seguente tabella:

Motori                                                                          Cent. 45    all’ora

Preparazione del materiale pei motori                                «   40        «

Montaggio delle vetture                                                     «   40        « 

Sala di prova                                                                   «   55        « 

Preparazione del materiale per il montaggio                       «   37        « 

Cambi di velocità                                                             «   40        « 

Differenziali                                                                     «   40        «

Attrezzisti                                                                        «   45        «

Tornitori                                                                          «   43        «

Tracciatori                                                                       «   40        «

Macchine (Frese, pialle, ecc.)                                             «   40        «

Trapanatori                                                                      «   35        «

Pulitori e smerigliatori                                                       «   45        «

Fucinatori                                                                         «   45        «

Aiutanti e battimazza                                                         «   30        «

Lattonieri                                                                         «   40        «

Sbavatori                                                                         «   35        «

Fonditori                                                                          «   50        «

Manovali L. 90 mensili, con orario non superiore alle ore 70 settimanali.

I minimi sopra indicati non sono applicabili ai capi squadra né agli operai specialisti, per i quali la mercede sarà contrattata per ogni singolo caso.

Art. 2. – Nella proporzione del 25 per cento del numero degli operai, la Ditta avrà diritto di richiedere alla Federazione Metallurgica degli aiuti operai con paghe minori dei minimi sopra indicati.

Il minimo della paga per gli aiuti operai non potrà essere inferiore ai centesimi 20 all’ora.

L’aumento della paga oraria per gli aiuti operai verrà determinata dall’anzianità da speciali attitudini e dal merito.

In nessun caso e per nessun motivo l’aiuto operaio potrà essere escluso dal beneficio di raggiungere il minimo di paga oraria stabilita nella precedente tabella dopo 18 mesi di servizio come aiuto operaio.

Art. 3. – Tutti gli operai attualmente esistenti nella fabbrica godranno l’aumento del 10 per cento sulla paga attuale eccettuati quelli che raggiungono già i 55 centesimi di paga.

In più quegli operai che non raggiungono il minimo della paga, ma che hanno una paga non inferiore al 25 per cento del minimo stesso, godranno immediatamente un aumento del 10 per cento ed entro un anno dalla firma del presente contratto, verranno portati al minimo di cui all’articolo 2°.

Gli aiuti operai attualmente esistenti nella fabbrica, la cui paga oraria non sia inferiore ai centesimi 25 all’ora, verranno considerati operai dopo 18 mesi dalla firma del contratto.

Art. 4. – Per gli operai apprendisti la mercede normale s’inizia per tutti nella misura di cent. 5 all’ora e sarà aumentata di 5 in 5 cent. Sino a raggiungere  il massimo di cent. 20.

Raggiunto tale massimo gli apprendisti verranno considerati come aiuti operai e godranno delle disposizioni dell’art. 2.

L’aumento di cent. 5 all’ora verrà accordato per speciali attitudini e merito.

Dopo 18 mesi di effettivo servizio, verrà corrisposto agli apprendisti la paga oraria stabilita come minimo agli aiuti operai.  

 

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4. LA GUERRA AGLI OPERAI

E' La guerra che i padroni conducono senza mai averla dichiarata contro gli operai.

I morti di questa guerra aumentano ogni giorno. Oltre 2500 morti solo nel  2005.

Appena eletti Napolitano e Bertinotti si impegnarono a convocare commissioni d'inchiesta.

Chi ha mai visto le commissioni? Chi ha mai visto i provvedimenti?

I padroni possono ammazzare sicuri che lo Stato e il governo borghese li difenderranno.

E' di quattro operai morti il pesante bilancio di un'esplosione avvenuta intorno alle 13 di sabato 24 Novembre nello stabilimento Umbria Olii, in provincia di Perugia. La fabbrica sorge a Campello sul Clitumno, ai margini della vecchia statale tra Foligno e Spoleto. Un altro addetto è riuscito a uscire indenne e ha raccontato ai soccorritori che gli operai deceduti stavano facendo dei lavori di saldatura 

Gli operai sono bruciati vivi in un incendio che si vedeva a chilometri di distanza e che dopo 24 ore i vigili del fuoco non erano ancora riusciti a spegnere.

I parenti non potranno riavere neanche le salme dei 4 operai.

E' il prezzo che gli operai pagano ogni giorno al profitto dei padroni.

 


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5.PRECARI ATESIA

OCCUPATA DAI PRECARI ATESIA LA SEDE DEL DIRETTIVO NAZIONALE DELLA CGIL
Nel pomeriggio di oggi, in occasione del Direttivo nazionale CGIL, il collettivo PrecariAtesia si è recato davanti alla sede della CGIL, per manifestare dissenso e contrarietà nei confronti dell’Avviso Comune, siglato il 4 ottobre scorso da CGIL, CISL e UIL e Confindustria, alla presenza del Ministro del Lavoro Cesare Damiano.
Avviso Comune che, ancora prima dell’approvazione della Finanziaria, ricalca in toto l’art. 178 della stessa e si preoccupa di facilitarne e velocizzarne le procedure.
L’art. 178 e l’Avviso Comune sono il palese tentativo di Governo e confederali di favorire la classe padronale contro gli interessi dei lavoratori, ignorando del tutto il lavoro dell’Ispettorato e tentando di soffocare una lotta, reale e genuina, nata dal basso da e per i lavoratori.
Richiedere ed applicare contratti di subordinazione (contratti a termine di inserimento e apprendistato) e accettare l’inesistente distinzione fra in-bound ed out-bound,  non vuol dire realizzare stabilizzazione reale.
Condonare ai padroni i reati passati, presenti e futuri, privare i lavoratori dei diritti pregressi e ricattarli obbligandoli a firmare una liberatoria per poter continuare a lavorare: questo è l’Avviso Comune firmato anche dalla CGIL, il sindacato dei lavoratori.
Oggi il Collettivo PrecariAtesia ha chiesto al sindacato il ritiro della firma dall’ Avviso e dai vergognosi accordi firmati nel maggio del 2004 e nell’aprile del 2006 che altro non sono che un susseguirsi di forme di precarietà, sfruttamento e ricattabilità per chi lavora, mentre sono fonte di sostanziosi fatturati per le aziende.
Di fronte all’occupazione della sede CGIL il segr. Naz. G. Epifani ha dovuto tenere una assemblea con le precarie ed i precari. In tale assemblea il segr. Naz. G. Epifani ha sostenuto, negando l’evidenza, che l’avviso comune non precarizza ed anzi ha affermato che in Atesia “non verrà superato quello che è stato l’esito dell’Ispettorato del lavoro” e dunque verranno tutte e tutti assunti con contratto a tempo indeterminato. Il collettivo precariAtesia ha messo in luce le contraddizioni fra le affermazioni ed il contenuto dell’avviso comune tanto che un esponete della CGIL ha dichiarato “ci potete dire che siamo venduti ma non ignoranti”. Il Collettivo PrecariAtesia ha terminato l’occupazione della sede CGIL evidenziando da un lato gli indubbi risultati che la lotta sta realizzando e dall’altra smascherando i tentativi che sindacati-governo ed azienda mettono in atto per cercare di bloccare le istanze delle lavoratrici e dei lavoratori.
Non possiamo più accettare né riforme, né aggiustamenti, né false promesse; possiamo solo estendere la lotta di Atesia a tutti i call center e più in generale a tutti i precari.
 
COLLETTIVO PRECARIATESIA
http://precariatesia@...
Roma, 21 novembre 2006

 

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6. L'INCUBO LIBANESE

Notiziario del Campo Antimperialista ... 20 novembre 2006 ... http://www.antiimperialista.org

D’ALEMA E L’INCUBO LIBANESE
Hezbollah esce dal governo

Guai in vista per i missionari (e per D’Alema). Sei ministri del governo libanese guidato da Siniora si sono dimessi nei giorni scorsi. Sono quelli della Resistenza nazionale e alleati. Non si tratta solo di uomini di Hezbollah infatti, ma pure dell’altro partitito sciita, AMAL di naibib Berri, e del movimento cristiano capeggiato dal generale Michel Aoun. Dietro essi hanno il pieno sostegno sia delle sinistre libanesi che di gran parte delle comunita’ palestinesi dei campi profughi. Le forze delle Resistenza hanno accusato il primo ministro Siniora di doppio gioco, di essere al servizo degli Stati Uniti, di inciuciare con i nemici del Libano per isolare e disarmare la Resistenza. Questa ha chiesto la formazione di un nuovo governo che sia espressione effettiva dell’unita’ nazionale, oppure immediate elezioni anticipate. Americani, italiani, francesi e israeliani sanno benissimo che in caso di nuove elezioni Siniora (uomo della borghesia sunnita, legato a doppio filo agli Stati Uniti e ai pesi arabi ad essi alleati) se ne andrebbe a casa e che l’alleanza che fa capo ad Hezbollah conquisterebbe la maggioranza assoluta andando al potere. Siniora, spalleggIato dai paesi occidentali e da Israele, rifiuta di dimettersi, nonostante l’esplicita richiesta del Presidente della Repubblica, il cristiano Emile Lahoud. Il rifiuto di Siniora di rassegnare le sue dimissioni, l’arrogante pretesa di evitare elezioni anticipate hanno acceso lo scontro politico nel paese dei cedri. In questo contesto la Missione UNIFIL 2 viene a perdere la principale fonte di legittimazione politica, che non era affatto quella delle Nazioni Unite, che era invece quella fornita da un governo di cui facevano parte anche i movimenti guerriglieri che avevano dato una lezione agli israeliani. E’ un fatto che ora i soldati francesi e italiani non godono affatto dell’avallo della resistenza libanese, che la missione UNIFIL 2 e’ in mutande e non ha alcun alibi che consenta essa di apparire superpartes. E’ anche un fatto che i soldati francesi e italiani potrebbero trovarsi invischiati nello scontro politico in atto. Intervistato da Maurizio Caprara sul Corriere del 16 novembre, D’Alema non ha esitato a dichiararsi seriamente preoccupato, e ha confessato che l’Italia e’ dalla parte di Siniora, ammettendo che i suoi missionari non sono neutrali e svelando la vera funzione della Missione UNIFIL 2, che e’ appunto quella di contrastare Hezbollah, di puntellare il governo Siniora e, all’occorrenza, di tenerlo al potere con ogni mezzo. La gatta frettolosa fa sempre figli ciechi. L’ambizione personale da una parte e la smania di ricavare un posticino all’Europa nei nuovi equilibri neocoloniali in Medio Oriiente, hanno spinto D’Alema nel ginepraio libanese, il tutto sulla base di una valutazione completamente errata sia dei rapporti di forza, sia delle reali dinamiche interne al Libano —dinamiche radicalmente mutate negli ultimi dieci anni. I francesi, ben piu’ informati, non a caso esitarono ad inviare propri soldati, e furono tirati per i capelli proprio da D’Alema e Prodi. Da apprendisti stregoni essi hanno pensato bene di usare il Libano per poter ostentare i muscoletti italiani, anzitutto al fine di rafforzare il loro governo, sia in chiave interna che esterna. D’Alema ha legato le sue sorti a quelle di Siniora. Non e’ escluso che finisca per cadere nella polvere con lui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7. IRAQ

Dopo quattro anni di occupazione l'esercito più potente del mondo deve scappare. Per poter scappare dall'Iraq gli USA di Bush sono costretti a chiedere l'aiuto di Iran e Siria. Iran e Siria erano gli stati che gli USA minacciavano di bombardamenti. In quattro anni gli USA e i loro alleati nell'occupazione dell'Irak hanno ucciso più di mezzo milioni di irakeni. Chi dovrebbe essere processato come  criminale di guerra? Forse assieme a Saddam sul banco degli imputati dovrebbero sedere anche Bush, Blair, Berlusconi e Prodi.

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8. AFGHANISTAN

Il governo sostiene che la missione militare in Afghanistan a cui l’Italia partecipa – ISAF – non è una missione unilaterale “di guerra” come “Enduring Freedom”, bensì una missione multilaterale ONU “di pace” dalla quale non possiamo uscire per non venire meno ai nostri impegni internazionali. Ma non dice che la natura della missione ISAF è completamente cambiata, poiché si è “fusa” con Enduring Freedom diventando anch’essa una missione di guerra contro i talebani.
Da ciò consegue che l’accordo internazionale preso dal governo italiano il 10 gennaio 2002 con la firma a Londra del “Memorandum of Understanding” per la creazione della missione ISAF autorizzata dalla risoluzione Onu n.1386 del 20 dicembre 2001 (accordo approvato dal Parlamento solo a posteriori, il 27 febbraio 2002, e implicitamente, con la “conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 dicembre 2001, n. 451, recante disposizioni urgenti per la proroga della partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali”) non può più essere ritenuto valido, essendone completamente cambiata la ratio, la natura della missione in oggetto.
Vediamo perché.
 
La metamorfosi della missione ISAF. Con l’apertura dell’impegnativo fronte di guerra iracheno nel 2003, gli Usa decidono di lasciare l’allora più tranquillo fronte afgano agli alleati della Nato. Per fare questo, però, non chiedono loro di entrare in Enduring Freedom, ma impongono un cambiamento strutturale della missione ISAF. Nell’agosto 2003, la missione ISAF diventa a comando Nato: alleanza militare formalmente in guerra a fianco degli Usa in virtù del richiamo all’art. 5 del Trattato dell’Alleanza Nord-Atlantica.
Pochi mesi dopo, la risoluzione Onu 1510 del 13 ottobre 2003 stabilisce l’espansione della missione ISAF dalla sola Kabul a tutto il territorio nazionale afgano, prevedendo per il 2006 un’espansione anche nelle zone meridionali e orientali del paese.
Ma nel 2005, dopo un anno di relativa quiete, proprio quelle regioni vengono riconquistate dalla resistenza talebana.
Nei quartieri generali della Nato si inizia a parlare dell’esigenza di “irrobustire” le regole d’ingaggio per la missione ISAF visto l’impegno in un teatro “ostile”. Polemiche e dibattiti scuotono le cancellerie di tutta Europa. Non una parola in Italia.
Come ha spiegato il generale Fabio Mini (ex comandante della missione KFOR in Kosovo), invece di espandersi, come previsto, in zone che dovevano essere già state pacificate e ‘bonificate’ dai soldati Usa, nel 2006 la missione ISAF si è trovata essa stessa impegnata, a fianco e al posto delle forze Usa, nella ‘bonifica’ di queste zone, ovvero nella guerra ai talebani.
Così, la missione ISAF è diventata una missione di guerra, sovrapponendosi e confondendosi con Enduring Freedom.
Confermare la partecipazione ad ISAF ignorando i cambiamenti che invece ci sono stati, significa far prevalere la prassi sul diritto, mentire all’opinione pubblica e calpestare l’articolo 11 della nostra Costituzione.

 Il trabocchetto della “riduzione” delle truppe. Il governo ha prospettato, come contentino alla sinistra pacifista, la riduzione delle truppe in Afghanistan (si è parlato di 2-300 uomini in meno). Ma essa è riferita al tetto massimo raggiunto in passato, ovvero circa 2.400 uomini, non al numero di soldati attualmente dispiegati: circa 1.350. Ciò significa che pur parlando di “riduzione”, il governo avrebbe comunque la possibilità di inviare in Afghanistan diverse centinaia di soldati in più.

L’Afghanistan come l’Iraq. Dopo una fase decrescente del conflitto durata tre anni (1.500 morti nel 2002, 1.000 nel 2003, 700 nel 2004), la guerra in Afghanistan è ricominciata più violenta che mai (2.000 morti nel 2005, 2.500 nella prima metà del 2006). Emblematico l’aumento delle perdite tra le forze di occupazione Usa e Nato: 68 nel 2002, 57 nel 2003, 58 nel 2004 e poi 129 nel 2005 e 84 nella prima metà del 2006.
I talebani rifugiatisi in Pakistan si sono infatti riorganizzati e hanno ripreso il controllo di tutte le province del sud, sferrando attacchi su vasta scala e ricorrendo anche ai kamikaze.
Le forze Usa di Enduring Freedom hanno ricominciato a bombardare con l’aviazione le zone considerate roccaforti talebane e poi a sferrare massicce offensive terrestri (la maggiore è quella in corso, “Avanzata di Montagna”). Centinaia i civili, spacciati dai comandi Usa per combattenti, uccisi in queste operazioni.
Nelle ultime settimane il bilancio dei morti in Afghanistan ha spesso superato quello dei morti del macello iracheno.

 Due conti in tasca. La missione militare italiana in Afghanistan ISAF costa ai contribuenti circa 300 milioni di euro all’anno. Solo per le spese di mantenimento truppe e mezzi.
Mantenere 3 ospedali di standard occidentale, un centro di maternità, 27 cliniche e posti di pronto soccorso e un programma di assistenza sanitaria nelle carceri, costa a una Ong italiana 6 milioni di euro all’anno.
Quanti ospedali, scuole e orfanotrofi si potrebbero aprire in Afghanistan con le decine di milioni di euro spesi per pagare gli stipendi dei nostri soldati e i pieni di benzina dei nostri blindati?

 Le Ong e i militari. Alle critiche di chi definisce ISAF una missione di guerra travestita da missione di pace, il governo risponde rivendicandone lo scopo umanitario, dichiarando che essa contribuisce alla ricostruzione del Paese: direttamente con le Squadre di Ricostruzione Provinciale (Prt) e indirettamente con la protezione garantita alle Ong che altrimenti non potrebbero operare sul territorio.
Ma le stesse Ong italiane, tutte quelle che hanno lavorato o che lavorano a tutt’oggi in Afghanistan, insorgono contro quella che giudicano una strumentalizzazione politica e una confusione di ruoli che finisce con l’ostacolare e rendere pericoloso, invece che facilitare, il lavoro di cooperazione e assistenza umanitaria.
Le Ong chiedono al governo di non usare la scusa dell’umanitarismo per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica decisioni di politica estera che nulla hanno a che vedere con il bene della popolazione afgana, e di valutare seriamente l’opportunità di continuare a partecipare a una missione “di pace” ormai indistinguibile dall’operazione di guerra Enduring Freedom. Alcune, tra le più importanti Ong, chiedono esplicitamente il ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan.

 Dovevamo portare democrazia… Washington ha installato al potere a Kabul il fedele ex consulente locale della compagnia petrolifera Usa Unocal e del Pentagono, Hamid Karzai, e nel 2004 gli ha procurato la vittoria elettorale sostenendolo apertamente come unico candidato possibile e pagandogli la campagna elettorale.
Ciononostante, l’autorità del suo governo non si è mai estesa fuori da Kabul.
Le province sono rimaste sempre in mano ai signori della guerra e dell’oppio: sanguinari criminali e fondamentalisti conservatori che, avendo fatto da ascari agli Usa contro i talebani, si sono garantiti l’intoccabilità e nel 2005 – con la violenza e la corruzione e con il placet Usa – sono finiti anche in Parlamento.
“Gli Stati Uniti hanno abbattuto un regime criminale solo per sostituirlo con un altro regime criminale”, ha detto la parlamentare afgana Malalai Joya, che recentemente ha parlato anche a Montecitorio. “La comunità internazionale deve smetterla di sostenere quei signori della guerra che per vent'anni hanno bombardato le nostre case, ucciso la nostra gente, calpestato i nostri diritti e rovinato le nostre vite, e che ora siedono al Governo e in Parlamento”.

 Dovevamo difendere i diritti umani… La triste condizione delle donne non è affatto migliorata, perché essa è un prodotto della cultura afgana. I talebani l’avevano solo “istituzionalizzata”. Ora è tornata, com’è sempre stata, un affare “privato”, gestito dai capi famiglia invece che dai mullah.
La tortura nelle medievali carceri afgane continua a essere pratica comune. In più avviene anche nelle strutture detentive militari Usa sparse per il paese: il “sistema Abu-Ghraib” è stato inventato in Afghanistan (a Bagram nel 2002) e solo poi esportato in Iraq. Nonostante lo scandalo suscitato dalla morte per tortura di molti prigionieri in mano Usa, Washington si è sempre rifiutata di consentire ispezioni e inchieste indipendenti.
Le violenze contro i civili, gli stupri delle donne e i saccheggi durante i rastrellamenti dei villaggi da parte delle milizie mercenarie afgane e delle truppe straniere sono realtà quotidiane.
L’assenza di ogni rispetto per la vita dei civili da parte delle truppe Usa è continuamente confermata anche dagli incidenti stradali causati dai blindati militari che hanno l’ordine di non fermarsi se investono qualcuno.
Tutto ciò provoca un crescente risentimento popolare nei confronti delle truppe straniere, con conseguente allargamento della base di consenso della resistenza talebana.

 Dovevamo sradicare la piaga dell’oppio… Invece che diminuire, in questi 5 anni la produzione di oppio afgano (che arriva da noi come eroina) è vertiginosamente aumentata, polverizzando il record storico talebano del 1999 di 91 mila ettari di piantagioni in 18 province su 32, con oltre 130 mila ettari coltivati a oppio in 32 province su 32.
Un business intoccabile perché gestito dai signori della guerra alleati degli Usa (che altrimenti si rivolterebbero in armi) e dallo stesso governo Karzai (lo stesso fratello del presidente, Walid Karzai, è uno dei maggiori trafficanti d’oppio del paese).
Il boom della coltivazione dell’oppio è stato anche l’effetto degli scellerati programmi Onu di sostegno alimentare. L’agricoltura tradizionale afgana è entrata in crisi a causa dell’afflusso di derrate gratuite che hanno abbattuto i prezzi di mercato dei prodotti agricoli, mandando sul lastrico migliaia di famiglie contadine che per questo sono state costrette ad abbandonare le colture legali per darsi a quella illegale dei papaveri da oppio, l’unica in grado di garantire la sussistenza.

 Dovevamo portare sviluppo economico e benessere… Al di là della poverissima economia di sussistenza tradizionale basata su agricoltura (legale e illegale), pastorizia e piccoli commerci (con un reddito medio che non supera i 10 dollari al mese), non esistono nuovi sbocchi lavorativi per gli afgani. L’unica novità, per sua natura transitoria, è rappresentata dagli impieghi per le Ong straniere e per le organizzazioni internazionali (autisti, guardiani, ecc).
La massiccia presenza nel paese, e in particolare a Kabul, di stranieri pieni di dollari, ha avuto un devastante effetto inflazionistico (soprattutto per il mercato immobiliare urbano) che ha ulteriormente ridotto il già infimo potere d’acquisto della popolazione. Senza contare la comparsa di piaghe sociali come la prostituzione, tossicodipendenza e malattie come l’Aids, prima inesistenti, frutto del degrado sociale ma anche della presenza straniera.

Dovevamo ricostruire il paese… Il business della ricostruzione è un affare da 15 miliardi di euro in piena espansione, gestito in gran parte dagli Stati Uniti (tramite UsAid). Peccato che questi soldi o sono tornati indietro come profitti delle aziende appaltate (quasi tutte Usa) – che per guadagnarci hanno gonfiato i conti e risparmiato su tutto costruendo scuole e ospedali che ora sono chiusi perché pericolanti – o sono finiti in ‘spese di gestione’ di Ong e organizzazioni internazionali (stipendi stratosferici, vitto e alloggi di standard occidentale e fuoristrada di lusso per il personale espatriato) o ancora sono finiti nelle tasche di funzionari afgani corrotti. L’unica opera di ricostruzione è stata l’asfaltatura della “superstrada” Kabul-Kandahar, eseguita a scopo di propaganda pro-Karzai durante la campagna elettorale del 2004 (oltre che per facilitare i movimenti via terra delle truppe d’occupazione).
Il fallimento della ricostruzione internazionale ha causato un forte risentimento popolare verso gli stranieri, considerati ormai dei bugiardi che fanno solo il loro interesse.
 

 

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9. CGIL SCUOLA AL SERVIZIO DI PRODI

I sindacati della Scuola sono impazziti. Sono due volte che minacciano lo sciopero contro il governo e per due volte lo revocano. In particolare i dirigenti della CGIL Scuola non sanno più come fare per coprire il  culo al loro amico Prodi.  E' passata appena una settimana da quando i dirigenti della CGIL consideravano una vittoria l'assunzione nel triennio di 25.000 ATA a fronte degli 80.000 posti vuoti. Era una balla la realtà è che nel triennio il Governo Prodi taglierà 23000 posti di lavoro nella scuola. Ora cosa faranno i dirigenti della CGIL? Quale frottola racconteranno?

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10. SOMALIA

DAL Notiziario del Campo Antimperialista ... 6 novembre 2006 ... http://www.antiimperialista.org

SOMALIA: GLI ASCARI ALLE PORTE
E la scandalosa scelta di campo italiana

Sono islamiche, sono antiamericane, quindi le Corti somale sono tacciate di qaedismo. Sono mesi, sin da quando il variegato movimento guerrigliero unitosi nel fronte che va sotto il nome di Unione delle Corti Islamiche ha cacciato dalla capitale gli ultimi signori della guerra foraggiati dagli occidentali, che la stampa occidentale insiste con questa ignobile campagna di disinformazione e criminalizzazione. La stessa stampa tenta disperatamente di accreditare il Governo di Baidoa (TFG) come legittimo. Per loro e’ legittimo infatti solo chi si vende agli interessi dell’imperialismo euroamericano. Un imperialismo che gia’ invase la Somalia e se ne dovette andare con la coda tra le gambe—non senza aver compiuto ogni sorta di sopruso e crimini (nessuno dimentichi quelli di cui si macchiarono i soldati italiani, le raccapriccianti immagini di giovani somali seviziati e torturati dai nostri gloriosi Para’ ). Con soldati impegnati a prendere legnate su troppi fronti, impossibilitati quindi a orchestrare una nuova invasione, gli occidentali, memori della tecnica fascista di arruolare al proprio servizio tribu’ locali contro il movimento indipendentista etiope, per una crudele nemesi storica, adoprano oggi l’Etiopia per stroncare sul nascere la rinascita della Somalia. Truppe etiopiche sono infatti penetrate da mesi in Somalia e si sono installate nella cittadina di Baidoa, dove il governo mafioso e fantoccio TFG, privo di ogni legittimita’ popolare,  ha il suo quartier generale



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