Anno IX Numero 271
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SOMMARIO
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15 GENNAIO 2007
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1.ISCRIVITI
ALL'ASLO
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Fotocopiato
ASLO
Associazione per la liberazione degli operai
Scopo
dell’Associazione
è
la liberazione degli operai dalla sottomissione economica, politica e
sociale in cui questa società li costringe.
Gli
operai sono sottoposti ad una moderna forma di schiavitù. Sono
costretti a vendere le loro braccia ad un padrone che per arricchirsi
li consuma nelle fabbriche e nei più disparati luoghi di lavoro.
Vivono una vita a malapena sopportabile finché gli affari del padrone
vanno bene, cadono sotto la soglia di povertà appena una crisi si fa
sentire, perdono il lavoro, vengono licenziati, utilizzati
saltuariamente, supersfruttati, licenziati.
Nelle
fasi di sviluppo economico la loro condizione sembra migliorare, si
propaganda l’idea che ormai gli operai si trovino in una situazione
di graduale ma inarrestabile miglioramento: ma basta una crisi e tutto
torna in discussione, in forse. Ogni piccola conquista viene travolta,
i diritti di cui tanto si parlava cadono uno ad uno sotto i colpi di
nuove leggi e regolamenti. Gli operai si ritrovano a fare i conti con
la dura realtà di essere schiavi moderni.
La
distanza economica e sociale fra gli operai, i produttori diretti a
salario, e i padroni che li impiegano diventa un abisso. Trovarsi al
limite della povertà di fronte alla ricchezza che le classi superiori
possono disporre ed esibire fa della società moderna, la società del
più profondo contrasto fra le classi che la storia abbia prodotto.
Operai
che vi siete resi conto
della
situazione sociale in cui vi trovate a vivere e non siete più
disposti a sopportare oltre, aderite all’Associazione, decidete di
dare, sulla base delle vostre possibilità, un contributo diretto alla
causa dell’emancipazione vostra e degli operai che in ogni parte del
mondo vivono la stessa condizione.
Attraverso
l’Associazione
ogni
operaio si addestra a lottare in quanto operaio, non più individuo
fra individui ma come componente di una classe sociale che si va
ricostituendo in tutto il mondo, la classe degli operai.
L’Associazione
,
nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nel campo della politica, ovunque
sostiene ed organizza la lotta indipendente degli operai contro i
governi dei padroni, contro i padroni al governo.
Attraverso
l’Associazione
ogni
operaio non è più una marionetta nelle mani dei partiti dei ricchi
che lo usano per andare al governo e per ringraziarlo poi con una
legislazione antioperaia fatta a misura degli interessi dei padroni.
L’Associazione
collega
gli
operai di tutti i luoghi di lavoro per la difesa della condizioni
salariali e normative. Una rete per rimettere l’attività sindacale
nelle mani degli operai stessi, per scalzare dalle poltrone dirigenti
e funzionari sindacali che della svendita degli interessi immediati
degli operai ai padroni hanno ricavato privilegi e buone rendite.
Attraverso
L’Associazione
gli
operai si preparano ad attuare un’azione politica indipendente che
punta direttamente alla questione essenziale: chi deve avere il
potere? I padroni o gli operai?
Compagni
che non venite dalle fila operaie aderite all’Associazione, in
questa scelta c’è la consapevolezza che se un rivolgimento radicale
è necessario per rimettere su nuove basi la società, tale
rivolgimento si attuerà solo con la liberazione degli operai dallo
sfruttamento.
Operai
militate nell’Associazione, nessuno ci libererà dalla nostra
condizione di sfruttati se non noi stessi. Associatevi.
Il
giornale dell’Associazione è:
OPERAI
CONTRO
Per
aderire scrivere a: adesioni@...
;
oppure,
operai.contro@...
oppure,
operaicontro@...
oppure
scrivere: Via Falck 44, 20099 Sesto San Giovanni (Mi).
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| 2.
IN CAMMINO |
La
guerra oggi viene chiamata missione di pace. Le
missioni di pace aumentano. I paesi capitalisti
hanno uomini armati in molte nazioni. Nessuna
missione di pace viene risolta. Dopo i Balcani il
Medio Oriente, dopo il medio oriente l'Africa. In
cambio delle mani libere in Cecenia il russo Putin
ha dato mano libera agli USA in Iraq. Nei Balcani il
Kossovo è ancora occupato dalla NATO. I russi
continuano ad assassinare il popolo Ceceno. Israele,
in barba a qualsiasi risoluzione dell'ONU, continua
a massacrare il popolo Palestinese ma non riesce ad
eliminare la resistenza popolare dei Palestinesi. Le
democrazie occidentali per dare man forte ad Israele
occupano il Libano. In Iraq gli USA hanno impiccato
Saddam violando qualsiasi legge. I marines impegnati
in Iraq passano da 120 mila a 140 mila ma non
riescono a controllare il paese. In Afganistan
"la missione di pace" continua ad
assassinare la popolazione civile. Ora una nuova
guerra internazionale si è aperta in Somalia.
L'esercito Etipico ha invaso la Somalia. L'aviazione
USA bombarda i paesi uccidendo donne e bambini.
Negli ultimi 10 anni le missioni di pace hanno messo
sottoterra più di un milione di bambini, donne e
uomini. Ogni volta i paesi capitalisti inventano i
pretesti che li costringono a intervenire.
L'esportazione della democrazia, la lotta al
terrorismo islamico, la difesa delle minoranze.
Guardando meglio si vede che l'unico motivo è il
profitto. Il mondo cammina lentamente e
inesorabilmente verso una nuova guerra mondiale.
Nuovi grandi paesi si affacciano alla ribalta della
storia: Cina e India. I pacifisti nostrani in nome
di una poltrona nel parlamento dei padroni italiani
hanno sposato la politica delle missioni di pace.
Per gli operai di tutto il mondo non può esserci
che una sola parola d'ordine: Lotta ai padroni del
proprio paese.
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| 3.
TFR ADDIO |
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Perché addio? Non
si perde, si deve solo scegliere dove destinarlo, all’INPS o ai vari
fondi. Gli amici dei lavoratori ci sanno fare, indubbiamente.
Introducono cambiamenti che presentano come miglioramenti o solo come
modifiche formali in modo che non sollevino nessuna obiezione
sostanziale, in fondo il TFR passa solo di mano. Allo stesso modo
l’abolizione della scala mobile avrebbe aperto nuove possibilità di
difesa dei salari che in questi anni abbiamo ben potuto verificare. In
realtà il loro obiettivo è l’utilizzo del TFR per integrare le
pensioni che tendenzialmente riducono. Lo Stato deve usare i soldi per
altro, per gli stipendi da capogiro dei grandi manager, per finanziare
le spedizioni militari, per mantenere un ceto politico centrale e
locale. Le pensioni dovranno scendere a meno della metà dell’ultimo
stipendio e si capisce in che condizioni vivrà gli ultimi anni chi
percepirà un miserabile salario operaio che oggi è di circa mille euro
al mese. Il TFR si era sedimentato storicamente come un “malloppo”
che ci apparteneva e si ritirava dal proprio padrone alla fine
dell’attività lavorativa e serviva per spese straordinarie, o come
fonte di riserva per eventuali spese accidentali. La pensione invece
doveva servire per condurre una vecchiaia decente, fino alla fine.
Avevano funzioni diverse. Il colpo di mano di oggi fa del TFR la
possibile fonte di integrazione della pensione, in parole povere
dobbiamo coprire col TFR la riduzione di pensione che lo Stato mette in
atto. Lo Stato risparmierà sulle pensioni mettendoci davanti al
quesito: o morite di fame quando sarete pensionati o usate il vostro TFR
per costruirvi una pensione integrativa. Una massa di denaro finirà
nelle mani della finanza che lo investirà a suo piacimento dandoci in
cambio una rendita. Una rendita proporzionale
al livello del TFR, inutile dire che per gli operai sarà comunque una
miseria. Una volta che il TFR è scardinato dal rapporto fra operai e
rispettivi padroni, un rapporto in cui la forza degli operai poteva
veramente contare diventa qualcosa di aleatorio. Quattro soldi, che
messi a disposizione del mercato finanziario finiranno per seguirne
tutti i cicli con i rischi connessi, o messi in mano ad un ente statale
che potrà dall’alto definirne utilizzo o modalità di liquidazione.
Non ci sono dubbi che ad oggi giurino che non c’è nessun pericolo,
che ci sono garanzie di ogni tipo, ma faranno presto a ricordarci che se
i rendimenti calano è colpa del mercato ed una crisi non si può
prevedere. Oppure che l’INPS, per risanare i conti, quell’anno non
potrà saldare i TFR maturati. Se poi ci lamenteremo delle pensioni
basse ci potranno sempre dire che è colpa nostra perché non abbiamo
aderito ai fondi garantendoci una pensione complementare. Le assemblee
fra gli operai per illustrare la riforma sono già iniziate, in nome
della democrazia ci diranno che i soldi accantonati del TFR hanno già
cambiato destinazione, hanno deciso loro per il nostro bene. Non solo, i
funzionari sindacali si sono trasformati tutti in consulenti finanziari,
ci indicheranno dove è meglio investire il TFR, e se nella gestione ci
sono anche loro è ancora meglio. Il passo è compiuto, gli operai
ricordino chi ha liquidato il TFR, va messo in conto al governo amico
dei lavoratori.
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4.PENSIONI
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Il
“sestetto governativo” presieduto dal capo Prodi, alla sua
destra il ministro del lavoro Cesare Damiano, alla sinistra il
ministro dell’economia Padoa Schioppa, insieme ai tre caporali
CGIL CISL E UIL, ha firmato un patto sul TFR e sulla previdenza.
Il
sindacato naturalmente è andato a firmare il memorandum senza
il mandato degli operai, abituato ormai a firmare prima gli
accordi, e sottoporli poi alla discussione nelle fabbriche.
Ma
entriamo nel dettaglio. Il motivo principale su cui si poggia il
memorandum è la sostenibilità finanziaria delle future
pensioni, non certo un ragionamento sul consumo che gli operai
hanno dopo oltre 35 anni di lavoro nelle fabbriche.
Il
memorandum, diviso in nove punti, inizia con un elogio alle
riforme che dagli anni ‘90, la famosa riforma Dini promossa
sempre da un governo di centro-sinistra, ha portato equità
sociale.
Viene
confermato il carattere contributivo, che significa praticamente
un abbassamento della pensione che si riuscirà ad ottenere,
perché è ormai noto a tutti che una
buona parte di operai passa svariati anni in condizione di
precarietà nella sua vita lavorativa, e in queste condizioni i
versamenti fatti all’INPS sono inferiori, e poi, a bassi
salari corrispondono bassi versamenti.
Il
punto 3 invece riconosce la presenza di “cittadini” in
condizione di disagio nei servizi assistenziali e sanitari e
promette a parole una integrazione al reddito, ma il tutto è
legato al reperimento delle risorse. Non solo parole che non
definiscono in sostanza niente, ma anche quel niente viene
legato alla disponibilità finanziaria. Se la situazione non
fosse così tragica, si potrebbe anche ridere.
Ed
eccoci al punto 4, che possiamo mettere insieme al 5 e 6.
Secondo il “sestetto”, dopo la riforma Dini del 1995, è
cambiato il quadro demografico, in altre parole l’aspettativa
di vita della popolazione italiana è in forte aumento.
Ma
come al solito parlare di aspettativa di vita, di vita media,
senza specificare i dati conferma il solito sistema delle
semplificazioni. Intanto le persone con oltre 64 anni sono circa
il 17% della popolazione, la parte non produttiva si attesta
invece sul 15/20%, e si riferisce alle persone con meno di 20
anni, quindi mantenute dallo stipendio del 60% circa dei
produttivi, non certo dallo stato.
Dal
95 ad oggi (secondo l’ISTAT) la vita media è aumentata di due
anni e questa sinistra vorrebbe addirittura creare “un mercato
del lavoro meno ostile ai lavoratori più anziani”.
Nel
punto 7 invece si prende atto della bassa adesione ai precedenti
fondi pensione, e quindi ecco la prospettiva di una manovra più
decisiva e coercitiva.
Il
sindacato accetta la
mistificazione che l’aspettativa di vita della popolazione
media sia aumentata, ed ormai questo sembra diventato un fatto
acquisito e confermato dai leccapiedi dei media.
Quello
che non si dice è per chi è aumentata la vita media. La solita
balla come quella del reddito medio.
Tutti
gli uomini devono morire, ma gli operai muoiono di più e prima.
Lo sa bene chi si è consumato per 35 anni nelle fabbriche, dove
se non è tra i circa 1400 morti all’anno, se è sopravvissuto
alle malattie professionali, all’amianto e agli acidi di tutti
i tipi, gli spetta qualche anno di riposo.
L’ISTAT,
si guarda bene dal diffondere i dati sulla durata media di vita
in base alla classe sociale. Difficile trovare questo dato tra
le migliaia di tabelle di dati statistici. Troviamo un dato dal
Canton Ticino che, per determinare come affrontare il carico
pensionistico, analizza quali sono gli aspetti della condizione
sanitaria della propria popolazione dividendola in classi
sociali.
Tutte
le balle sull’aumento della prospettiva di vita, vengono
ignorate, e per la prima volta, secondo questa ricerca, in
occasione della “Indagine Svizzera sulla Salute” del 1997 (ISS
del 1997), vengono diffusi i dati sulla durata media della vita
in base alla classe socioeconomica.
Un
grafico semplice dovrebbe chiudere la bocca per sempre a tutti
quelli che la menano con l’aumento medio della vita, basta
poco per sapere chi ha diritto ad andare in pensione prima…
S.D.
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5.
IL FRONTE DELLE PENSIONI
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La pensione a noi operai la devono
diminuire. Tutto sta a trovare il modo per salvare la faccia
a Bertinotti e ai sindacati. Quando l'avranno trovato ci
verranno a raccontare che abbiamo fatto un nuovo passo
avanti
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ROMA — Riacciuffata da Tommaso Padoa-Schioppa, confermata in
agenda da Romano Prodi e sostenuta come ineludibile anche da
Giuliano Amato e da Cesare Damiano, la riforma previdenziale
ritorna sul tavolo dell’esecutivo. Naturalmente insieme alle
tensioni politiche che da sempre accompagnano ogni tentativo
di rimettere le mani sulle pensioni. Per Rifondazione e
Comunisti italiani la discussione è tutto meno che urgente,
mentre il vice ministro dello Sviluppo, Sergio D’Antoni,
della Margherita, chiede di «evitare fughe in avanti». I
sindacati, da parte loro, sono pronti a rispettare l’impegno
di sedersi al tavolo del negoziato, ma sono ben poco disposti
ad accettare la revisione dei coefficienti di trasformazione
delle pensioni. Che è, invece, uno dei punti chiave della
riforma che i ministri dell’Economia e del Lavoro hanno in
mente.
Per Tommaso Padoa-Schioppa è addirittura un punto dirimente.
Se non altro perché la mancata revisione dei coefficienti che
servono per determinare l’entità della pensione, che doveva
essere fatta per legge nel 2005, è già scontata nei conti
tendenziali della previdenza. Per il ministro dell’Economia
disattendere ancora quell’impegno rischia, insomma, di
compromettere la credibilità del Paese rispetto ai mercati e
all’Europa. E l’unica cosa che è disposto a concedere sul
punto è la trattativa, benché la legge Dini del ’95 non la
preveda. I sindacati, però, hanno già alzato un muro. «Per
la riforma c’è tempo, prima il governo apra il tavolo sullo
sviluppo», ha detto ieri il leader della Cisl, Raffaele
Bonanni, appoggiato da Cgil e Uil.
Così, preso atto delle resistenze dei sindacati ad accettare
una decurtazione degli assegni tra il 6 e l’8% che
scatterebbe tra una decina d’anni (applicando i nuovi
coefficienti calcolati a luglio dal Nucleo di Valutazione
sulla base dell’allungamento dell’età media di vita), a
palazzo Chigi già si studia il sistema per rendere la pillola
meno amara. E tra le ipotesi messe a punto dai tecnici c’è
quella di introdurre una sorta di clausola di salvaguardia per
le pensioni più basse. Sterilizzando i tagli per i redditi più
bassi, o prevedendo sgravi fiscali che li compensino. Dalla
revisione, comunque, non si scappa. «È uno dei punti
fondamentali della riforma Dini.
Va applicata negoziandola con le parti sociali», ha detto
ieri il ministro del Lavoro Damiano. Certo, la riforma non è
tutta lì. Ci saranno i nuovi ammortizzatori sociali «da
collegare — ha detto Damiano—alla formazione e
all’accettazione delle proposte di reimpiego», il
superamento dello scalone del 2008, l’aumento degli assegni
più bassi. E, per Amato, anche il potenziamento della
previdenza complementare, mettendo i fondi in concorrenza tra
loro. «Sono stufo di sentir predicare la riforma delle
pensioni come l’ingrediente essenziale del riformismo. Il
problema è che nel 2015, quando andranno in pensione i primi
sulla base della riforma del ’95, questi avranno, senza una
previdenza complementare, un trattamento miserabile», ha
detto il ministro dell’Interno.
Mario Sensini
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6.
NIGERIA
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L’ultimo
intervento sociale dell’ENI
in
Nigeria, 269 morti bruciati
E
intanto si vuol far passare come banditi chi si
oppone alle rapine realizzate dalle multinazionali
nel Delta del Niger
Lo scoppio
dell’oleodotto
del quartiere Abule Egba di Lagos ha provocato 269
vittime, tutti poveri che si sono buttati su una
perdita delle tubazioni per recuperare un po’ di
petrolio e con esso un po’ di cibo per sfamarsi.
Una cortina di silenzio s’è
stesa sul fatto, cancellato da televisioni e
giornali. L’ENI in Italia è potente. E’
proibito chiedersi dove finiscono i soldi pompati
col petrolio, cosa ci fa l’ENI in Nigeria, perché
tanta miseria e morte intorno ai pozzi così
ricchi, perché i nigeriani devono rischiare la
vita per mangiare, perché non hanno nemmeno
l’ospedale per curarsi.
Parlano di lotta alla
fame e al sottosviluppo,
ma intanto intascano profitti miliardari. Solo nel
2005, l’italiana ENI, che investe, insieme alla
Shell, all’Elf e alla Chevron, da oltre quaranta
anni nel Delta del Niger, ha dichiarato un utile
netto di 8.788 milioni di Euro, mentre oltre 20
milioni di abitanti del Delta vivono con meno di
un dollaro al giorno.
Dichiarano di perseguire
lo sviluppo sostenibile,
ma per estrarre 2,5 milioni di barili di petrolio
al giorno distruggono e saccheggiano interi
territori, scacciandone gli abitanti.
Difesa dell’ambiente,
ma per risparmiare sui costi di estrazione
bruciano per 24 ore al giorno i gas naturali,
inquinando così l’aria di tutta la regione.
Tutela dei lavoratori,
ma gli operai locali, approfittando della fame e
della disperazione degli abitanti, sono i peggio
pagati, con salari bassissimi.
Rispetto dei diritti
umani,
ma la polizia privata al soldo delle
multinazionali e le forze armate nigeriane
reprimono ogni tentativo, anche pacifico, di
ribellarsi all’oppressione, assassinando e
torturando oppositori, bruciando interi villaggi.
Solo poche briciole dei profitti intascati vengono
restituiti dalle multinazionali alla borghesia
nigeriana, a patto che questa tenga a bada col
terrore le popolazioni locali.
Questo è il vero volto
del “codice di comportamento”, della
“responsabilità sociale d’impresa” tanto
decantati dall’ENI. Solo barbarie e
sfruttamento.
E’ merito indiscusso dei
rivoltosi nigeriani l’aver smascherato con la
loro lotta le menzogne dell’amministratore
delegato dell’ENI, Paolo Scaroni, e del governo
italiano. Compito immediato degli operai italiani
è sostenere la lotta delle popolazioni del Delta
del Niger.
Un popolo che opprime
altri popoli non sarà mai libero.
Se lasceremo libero il
governo e le multinazionali italiane di opprimere
e sfruttare in Nigeria, saremo anche noi più
schiavi, nelle fabbriche, sotto il dominio dei
padroni.
Associazione per la Liberazione degli Operai
fip
30/12/06
Per contatti scrivere: Via Falck, 44 20099
Sesto San Giovanni (MI)
http://www.asloperaicontro.org
http://www.operaicontro.it
e-mail:
operai.contro@...
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7.
IL BARATRO DEL CONFLITTO TOTALE
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|
| gli
articoli - 13.1.2007 |
| Moni
Ovadia |
| Se
l’escalation dovesse proseguire, il baratro del
conflitto totale si aprirebbe sotto i nostri piedi |
![../mioweb7/italia/pixelsfondo.jpg]() |
|
La grande stampa anglosassone
ha l’indiscutibile merito della chiarezza.
Quando è necessario evita l’uso di perifrasi e
congeda l’abituale understatement britannico.
Giovedì 11 gennaio, The Independent, ha
titolato a piena pagina: “Il ritorno di
Terminator” e con la stessa schiettezza ha
proseguito nel sottotitolo: “Così dentro il
cimitero dell’Iraq, George Bush, comandante in
capo, sta per inviare altri 21.000 dei suoi
soldati. La marcia della follia continua…”. Il
Terminator che siede alla Casa Bianca, non mostra
nessun segno di resipiscenza. Nessuna catastrofe,
nessun fallimento lo inducono ad un’analisi
critica.
Le migliaia di innocenti
vittime irachene, il sangue dei tremila e più
soldati statunitensi morti per le sue bugie,
l’evidente disfatta e l’impossibilità di
realizzare i suoi progetti, l’aumento
esponenziale delle attività terroristiche, sono
per lui semplici dettagli. Bush riuscirà a fare
rimpiangere a tutto il mondo il periodo della
guerra fredda, l’equilibrio del terrore che ha
impedito il peggio. Ma non basta. Da che questo
presidente ha assunto la sua carica, si è
impegnato a riattizzare la vocazione militarista,
ha dato fiato al pensiero reazionario che vuole
dividere il mondo in impero del male e impero del
bene e ha devastato il terreno della politica.
Pretende di imporre al miliardo di mussulmani, un
modello di società estraneo e di impiantarlo con
tecniche da laboratorio con un delirio di
onnipotenza degno del dottor Mabuse. Uomini di ben
altro calibro, da Napoleone in avanti, hanno
fallito in tentativi simili.
Milioni e milioni di arabi e
musulmani non hanno la minima intenzione di
sottomettersi ad un progetto di sedicente
democrazia portata con le armi, si opporranno con
ogni mezzo e finiranno per avere ragione della
potenza occupante come sempre accade alla fine e
faranno polpette dei governi impostigli, anche se
è la superpotenza a imporli.
Il senatore democratico Edward,
ha già dichiarato che l’Iraq è il Vietnam di
Bush e non è difficile prevedere che in
Afganistan, la bandiera stelle e strisce farà la
stessa fine del vessillo rosso con la falce e
martello dell’Unione Sovietica.
E se l’escalation dovesse
proseguire, pur di fare quadrare il cerchio fino a
prevedere l’uso dell’arma nucleare, il baratro
del conflitto totale si aprirebbe sotto i piedi di
ciascuno di noi in questo piccolo pianeta.
In questo clima inaugurato dal
cow-boy texano, il ricorso alla bomba atomica,
magari tattica, viene preso in considerazione da
altri. Alcune sere fa, la nostra televisione
pubblica ha trasmesso un’agghiacciante
intervista con lo storico israeliano Benny Morris,
che con piglio asciutto da esperto serio di
conflitti dell’aria mediorientale, spiegava che
il governo israeliano avrebbe dovuto considerare
di distruggere gli impianti nucleari iraniani non
con un attacco convenzionale - che non otterrebbe
lo scopo di privare l’Iran della capacità di
proseguire il suo programma di arricchimento
dell’uranio - ma con un attacco nucleare che
toglierebbe a quel paese per anni la possibilità
di fabbricare un ordigno atomico.
Benny Morris giustifica la sua
idea con l’assoluta certezza che l’Iran si
prepari a lanciare la bomba su Israele non appena
l’avrà fabbricata perché i leader fanatici
iraniani sono così fanatici e pazzi al puntò da
non preoccuparsi minimamente se il loro paese sarà
raso al suolo da una prevedibile rappresaglia.
Il mondo intero manifesterebbe
esecrazione nei confronti di Israele e pazienza,
ma almeno lo Stato Ebraico sarebbe salvato
dall’olocausto nucleare.
Ho avuto modo di conoscere
personalmente Benny Morris a Milano in occasione
di un incontro sul dramma israelo-palestinese, al
quale ero stato invitato come moderatore. Morris
è uno storico serio; la sua opera, Vittime,
pubblicata in Italia nel 2001, è una pietra
miliare.
Ma dopo lo scoppio della
seconda intifada, sembra aver perso la testa
imboccando le posizioni più oltranziste fino ad
arrivare a queste dichiarazioni che mi paiono
farneticanti. Ha perso la testa al punto di
definire esecrazione, l’incubo da terza
guerra mondiale in cui il mondo precipiterebbe se
Israele facesse uso dell’arma atomica contro
l’Iran. L’”esecrazione” costringerebbe
israeliani, ebrei, statunitensi e occidentali in
genere, a rifare la civiltà occidentale in bunker
sotterranei e il pianeta diventerebbe un inferno
di odio e morte.
Diamoci da fare tutti perché
il prossimo presidente Usa sia almeno un politico
pragmatico che faccia ritornare la superpotenza al
senso della politica. Altrimenti
l’”esecrazione” ci seppellirà tutti.
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8.
AFGHANISTAN
|
| Afghanistan
- 12.1.2007 |
| Afghanistan,
un inverno caldo |
| Niente
pausa invernale per la guerra: nuove stragi Usa di
civili. Negroponte minaccia il Pakistan |
![../mioweb7/italia/pixelsfondo.jpg]() |
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Contrariamente a quanto è sempre avvenuto nella
storia dell’Afghanistan, quest’anno la guerra
non conosce pause invernali. Anzi, negli ultimi
giorni si sono verificati i combattimenti e i
bombardamenti aerei più violenti degli ultimi mesi,
con molte vittime tra i civili.
Intanto gli Stati Uniti sembrano aver
definitivamente perso la pazienza con l’ambiguo
partner pachistano, che da “alleato strategico
nella guerra al terrorismo” è sul punto di finire
nella lista nera degli “Stati canaglia”,
addirittura come base di al Qaeda.
Nuove stragi di civili. Almeno
sedici civili, oltre a tredici combattenti talebani,
sono stati uccisi giovedì dalle bombe Gbu-38 da 250
chili sganciate dai bombardieri Usa B-1 su presunti
nascondigli dei talebani ai margini del Deserto
della Morte, nel sud della provincia di Helmand. La
Nato ha smentito, ma è la stessa polizia afgana a
confermare l’accaduto. Sono giorni che
l’aviazione statunitense e britannica sta
martellando quella zona, così come i distretti
montani nel nord della provincia (Musa Qala, Sangin
e Naw Zad), ormai divenuti buchi neri dai quali non
escono più notizie indipendenti (solo bollettini
Nato) e dove quindi analoghe stragi di civili
rimangono del tutto ignote.
Ma la battaglia più violenta degli ultimi mesi è
avvenuta, mercoledì notte, molto più a est, nella
provincia di Pakitka. Le truppe Usa, affiancate da
quelle afgane e supportate dall’artiglieria
pesante e dall’aviazione, hanno attaccato una
colonna di talebani che, proveniente dal Waziristan
pachistano, aveva appena varcato il confine,
entrando nel distretto di Bermel. La Nato ha parlato
inizialmente di 150 talebani uccisi, poi il governo
afgano ha ridimensionato la cifra a 80.
Negroponte minaccia il Pakistan.
Per Washington, la battaglia di Bermel è
l’ennesima dimostrazione che la radice del
problema afgano sta in Pakistan, nelle regioni
tribali di confine come il Waziristan, dove i
guerriglieri talebani hanno le loro basi e i leader
di al Qeada i loro nascondigli. Basi dalle
quali, la prossima primavera, partirà l’offensiva
talebana per la conquista di Kandahar e poi di
Kabul. Per gli Usa e per la Nato è quindi vitale
riuscire a neutralizzare al più presto le retrovie
talebane pachistane.
Finora, all’intervento diretto Usa in Pakistan, si
è preferito quello dello stesso governo di
Musharraf, considerato “alleato strategico”
nella lotta al terrorismo. Ma così non è stato e
ora i “falchi” dell’amministrazione Bush
stanno perdendo la pazienza.
Dopo alcuni infuocati editoriali apparsi sulla
stampa Usa filo-governativa, in cui si auspicava un
cambio di rotta nei confronti del deludente e
ambiguo “alleato” pachistano, questo cambio è
arrivato per bocca del potente supercapo
dell’intelligence Usa (e presto vice della Rice)
John Negroponte che, giovedì sera parlando al
Senato, ha apertamente accusato il Pakistan di
essere l’attuale paese-rifugio della leadership di
al-Qaeda. Parole che, normalmente,
precedono il fischio delle bombe. Il messaggio tra
le righe per Musharraf è chiaro: “O agisci in
fretta o il Pakistan diventerà il prossimo
obiettivo degli Usa”.
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9.
ERBA
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Per l'onesta e operosa borghesia
italiana è stato un colpo. Era tutto spiegato e chiaro. L'orrendo
crimine non poteva che essere opera del marito Tunisino. Era
mussulmano e aveva avuto problemi con la giustizia italiana. Era lui
il miserabile assassino di Erba: tre donne uccise e un bambino
sgozzato. I giornalisti avevano già iniziato la campagna contro i
mussulmani. Mancava solo l'articolo di Magdi Allam sul Corriere
della Sera contro gli arabi antidemocratici. Invece è andato tutto
a rotoli. Il marito, il mussulmano era al suo paese. Allora se non
era stato il marito erano stati delinquenti che avevano conti da
saldare con il marito. I giornalisti inventavano. La realtà
era ben diversa. Gli assassini erano due poveri cristi di Erba che
odiavano a morte gli extra comunitari, le loro mogli e i loro figli.
I mostri di Erba sono il prodotto della società borghese. I mostri
sono stati creati dalla propaganda borghese. E' un mussulmano non
può che essere un poco di buono. E' italiana e a sposato un
mussulmano. Non può che essere una poco di buono. Per la borghesia
l'unico extracomunitario che va bene è quello che si integra nella
società italiana e ne assorbe tutti i valori borghesi.
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10.
SPIE
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I preti polacchi hanno fatto una
bella figura. Gli eroici oppositori dei cattivi comunisti erano
spie al servizio del regime comunista polacco
VARSAVIA (Polonia) - Tutti i vescovi
polacchi hanno accettato di sottoporsi ad una verifica sul loro
passato durante il regime comunista. Tale verifica avverrà
attraverso la commissione storica della Chiesa di Polonia e su
precise indicazioni del Vaticano.
LETTERA AI FEDELI - L'Episcopato polacco, nella
riunione straordinaria avvenuta oggi, venerdì, a Varsavia dopo
lo scandalo di monsignor Stanislaw Wielgus, che ha ammesso
di essere stato una spia al servizio del regime comunista, ha
deciso inoltre di rivolgere una lettera aperta ai fedeli della
Polonia per esprimere la propria volontà di avviare un processo
di «trasparenza» e «purificazione». Tale lettera sarà
presentata in tutte le chiese del Paese domenica prossima. Le
conclusioni della riunione sono state rese note oggi dal
presidente della conferenza episcopale polacca, monsignor Jozef
Michailik.
«IL PAPA NON SAPEVA» - Intanto sulla vicenda
di Wielgus, che ha dato le dimissioni da arcivescovo dopo che
sono venuti alla luce i suoi trascorsi, si viene a sapere che lo
stesso prelato aveva nascosto a Papa Benedetto il fatto di aver
svolto attività di spionaggio per la polizia comunista. A
spiegarlo, secondo quanto riferisce un'agenzia di stampa, è
l'inviato del Vaticano in Polonia. «Quello che il vescovo aveva
detto (prima dell'incarico) non lasciava trapelare il suo
collaborazionismo», ha detto il rappresentante del Vaticano in
Polonia, l'arcivescovo Jozef Kowalczyk, nel corso di
un'intervista con il notiziario cattolico Kai, pubblicato
dall'agenzia di stampa polacca Pap. La potente chiesa cattolica
ed il Vaticano sono rimasti profondamente imbarazzati dalle
rivelazioni secondo le quali Wielgus collaborò con i comunisti.
Domenica è stato costretto a dimettersi a pochi giorni
dall'incarico ricevuto da Papa Benedetto.
INTERVIENE
IL CARDINAL BERTONE - Intanto sulla vicenda si pronuncia
nuovamente la segreteria di Stao vaticana. «Sarei contento se
questo screening si facesse anche per i funzionari dei partiti,
per i politici e per gli amministratori pubblici nella società
polacca». È l'auspicio formulato dal segretario di Stato
vaticano, cardinale Tarcisio Bertone alla notizia della verifica
cui si sottoporranno tutti i vescovi polacchi.
13 gennaio 2007
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11.
COLOMBIA
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"Da un'altra Colombia è possibile"
L’importante
avanzamento delle lotte popolari in America Latina
durante il 2006 consente di fare un bilancio positivo dell’anno politico
latinoamericano (Venezuela, Bolivia, Ecuador) ma, mentre dal Messico alla
Patagonia si attuano processi politici, economici e sociali orientati a
rimuovere il giogo imperialista e oligarchico (che mantiene i circa 500
milioni di abitanti di Nuestramerica in condizione di miseria e oppressione)
, l’imperialismo, agli obiettivi di dominazione egemonica e di saccheggio
delle risorse naturali delle nazioni latinoamericane,
ne aggiunge un altro: fare della Colombia il più solido bastione della
reazione contro i processi di cambiamento che si stanno realizzando nel
continente.
In Colombia, gli Stati
Uniti, - con la complicità tacita o esplicita di Europa e Giappone - usando
come pretesto la “lotta al narco-traffico”
, stanno conducendo, in realtà, una guerra contro il popolo colombiano e
tutte le forme di resistenza che esso esprime, dai movimenti sociali
all’insorgenza armata. Attraverso dispositivi di morte, quali il Plan
Colombia o il Plan Patriota, gli Stati Uniti hanno finanziato il
potenziamento dell’apparato militare colombiano, consolidando uno stato
paramilitare sotto il regime di Álvaro Uribe Vélez, con l’obiettivo
storico di depredare il territorio e sfruttare selvaggiamente il popolo
colombiano e garantirsi un luogo strategico per il controllo dell’intero
continente.
Le notizie che la
cosiddetta “stampa libera” diffonde sulla situazione colombiana
descrivono una condizione di guerra la cui essenza risiederebbe nel
controllo del narco-traffico esercitato dalla guerriglia e nel tentativo
degli Stati Uniti d’America di reprimere il commercio di sostanze
stupefacenti che dalla Colombia si dirigerebbero verso il Nordamerica.
Secondo la propaganda imperialista, quindi, anche in Colombia gli USA - e più
in generale le potenze occidentali - svolgerebbero il ruolo di paladini
della giustizia e del bene mondiale: come in Jugoslavia, in Afghanistan,
Iraq e infine il Libano, solo per limitarci agli ultimi anni. E’ così che
il concetto strategico della “guerra umanitaria” utilizzato per
giustificare le aggressioni dell’imperialismo, in Colombia assume la
particolare declinazione della “difesa dell’umanità dalla droga”.
Le FARC-EP (Forze Armate
Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo) nate come un piccolo
esercito di autodifesa contadina negli anni 60, e di cui oggi fanno parte più
di 25.000 uomini e donne, da oltre quarant’anni, portano avanti la
Resistenza contro lo sfruttamento e l’oppressione del popolo colombiano
che oggi più che mai equivale a difendere l’intero continente
dall’imperialismo.
La lotta delle FARC-EP è
quindi parte di quel processo più ampio ed articolato che, dalla Palestina
al Libano, dall’Afghanistan all’Iraq, vede ogni giorno i popoli oppressi
organizzarsi e lottare contro le aggressioni imperialiste.
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12.
APPELLO
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L'Italia
è una base militare per l'imperialismo statunitense di
primaria importanza strategica. Secondo un rapporto
ufficiale del Pentagono, Base Structur Report, nel 2003
c'erano in Italia 15.500 militari nordamericani, 4.500
civili e 2.000 strutture con una superficie occupata di
oltre 1 milione di metri quadrati. A questa presenza
massiccia va ovviamente aggiunta quella della NATO.
A Vicenza (già occupata da varie basi, alloggi per militari
e magazzini) il governo americano, con il tacito assenso di
quello italiano, vuole ampliare la caserma Ederle e
annettere alla struttura l'aeroporto civile Dal Molin che in
questa operazione passerebbe direttamente sotto l'autorità
del Pentagono come tutta l'area della caserma.
Con un documento del Ministero della difesa statunitense (Construction
Programs C1- Department of Defense Budget FY2007) sono stati
stanziati 322 milioni di dollari, solo per il 2007, per il
progetto Ederle 2. Questo mostra quanto è importante questa
base per la strategia militare USA: qui verrà formata la
Brigade Combat Team, una brigata speciale per gli interventi
rapidi che dovrà garantire il massimo della potenza nel
minimo del tempo. Insomma da qui partiranno tutte le
prossime missioni imperialiste USA.
Il governo Prodi, anche in questa occasione, ha dimostrato
la sua continuità con quello precedente. Non che questo ci
meravigli, visto che la finanziaria di guerra approvata dal
governo ha tagliato, come quella di Berlusconi, su tutti i
servizi sociali per stanziare 18 miliardi di euro per la
Difesa, a cui vanno aggiunti 1,7 miliardi per gli armamenti
e 350 milioni per il finanziamento dello strumento militare.
Insomma i sinistri al governo, oramai ancorati alle loro
poltrone e dimenticate le bandiere della pace, pensano da un
lato a come far pagare a noi proletari le spese delle 25
missioni in cui l'esercito italiano è impegnato, dall'altro
lato a mantenere il ruolo di fedeli servitori
dell'imperialismo USA. Addirittura sindacati come CISL e UIL
hanno dato vita a un comitato in sostegno alla costruzione
della base alla faccia di una città intera che da marzo si
sta mobilitando contro la militarizzazione del proprio
territorio. La determinazione dei cittadini di Vicenza ha
costretto partiti e CGIL a misurarsi con questa lotta
partita autonomamente e ha saputo unire la lotta contro la
base a quella contro la guerra portando in piazza 30.000
persone lo scorso 4 dicembre.
Coordinamento di lotta per la Palestina - Milano
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