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I: operai contro   Elenco di messaggi  
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I: operai contro



-----Messaggio originale-----
Da: operai [mailto:operai@...]
Inviato: domenica 14 gennaio 2007 22.12
A: dario.comotti@...
Oggetto: operai contro



__________ Informazione NOD32 1978 (20070114) __________

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Dom 14 Gen 2007 10:12 pm

fabioprincipale
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15 GENNAIO 2007

OPERAI

CONTRO

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www.operai.net 

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GIORNALE PER LA CRITICA, LA LOTTA, L'ORGANIZZAZIONE DEGLI OPERAI CONTRO LO SFRUTTAMENTO

Anno IX Numero 271

SOMMARIO

15 GENNAIO 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.ISCRIVITI ALL'ASLO

Fotocopiato 

ASLO
  Associazione per la liberazione degli operai

Scopo dell’Associazione è la liberazione degli operai dalla sottomissione economica, politica e sociale in cui questa società li costringe.

Gli operai sono sottoposti ad una moderna forma di schiavitù. Sono costretti a vendere le loro braccia ad un padrone che per arricchirsi li consuma nelle fabbriche e nei più disparati luoghi di lavoro. Vivono una vita a malapena sopportabile finché gli affari del padrone vanno bene, cadono sotto la soglia di povertà appena una crisi si fa sentire, perdono il lavoro, vengono licenziati, utilizzati saltuariamente, supersfruttati, licenziati.

Nelle fasi di sviluppo economico la loro condizione sembra migliorare, si propaganda l’idea che ormai gli operai si trovino in una situazione di graduale ma inarrestabile miglioramento: ma basta una crisi e tutto torna in discussione, in forse. Ogni piccola conquista viene travolta, i diritti di cui tanto si parlava cadono uno ad uno sotto i colpi di nuove leggi e regolamenti. Gli operai si ritrovano a fare i conti con la dura realtà di essere schiavi moderni.

La distanza economica e sociale fra gli operai, i produttori diretti a salario, e i padroni che li impiegano diventa un abisso. Trovarsi al limite della povertà di fronte alla ricchezza che le classi superiori possono disporre ed esibire fa della società moderna, la società del più profondo contrasto fra le classi che la storia abbia prodotto.

Operai che vi siete resi conto della situazione sociale in cui vi trovate a vivere e non siete più disposti a sopportare oltre, aderite all’Associazione, decidete di dare, sulla base delle vostre possibilità, un contributo diretto alla causa dell’emancipazione vostra e degli operai che in ogni parte del mondo vivono la stessa condizione.

Attraverso l’Associazione  ogni operaio si addestra a lottare in quanto operaio, non più individuo fra individui ma come componente di una classe sociale che si va ricostituendo in tutto il mondo, la classe degli operai.

L’Associazione , nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nel campo della politica, ovunque sostiene ed organizza la lotta indipendente degli operai contro i governi dei padroni, contro i padroni al governo.

Attraverso l’Associazione  ogni operaio non è più una marionetta nelle mani dei partiti dei ricchi che lo usano per andare al governo e per ringraziarlo poi con una legislazione antioperaia fatta a misura degli interessi dei padroni.

L’Associazione collega  gli operai di tutti i luoghi di lavoro per la difesa della condizioni salariali e normative. Una rete per rimettere l’attività sindacale nelle mani degli operai stessi, per scalzare dalle poltrone dirigenti e funzionari sindacali che della svendita degli interessi immediati degli operai ai padroni hanno ricavato privilegi e buone rendite.

Attraverso L’Associazione gli operai si preparano ad attuare un’azione politica indipendente che punta direttamente alla questione essenziale: chi deve avere il potere? I padroni o gli operai?

 

Compagni che non venite dalle fila operaie aderite all’Associazione, in questa scelta c’è la consapevolezza che se un rivolgimento radicale è necessario per rimettere su nuove basi la società, tale rivolgimento si attuerà solo con la liberazione degli operai dallo sfruttamento.

 

Operai militate nell’Associazione, nessuno ci libererà dalla nostra condizione di sfruttati se non noi stessi. Associatevi.

Il giornale dell’Associazione è:  OPERAI CONTRO

 

Per aderire scrivere a: adesioni@...

oppure, operai.contro@... 

oppure, operaicontro@...

oppure scrivere: Via Falck 44, 20099 Sesto San Giovanni (Mi).



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2. IN CAMMINO

La guerra oggi viene chiamata missione di pace. Le missioni di pace aumentano. I paesi capitalisti hanno uomini armati in molte nazioni. Nessuna missione di pace viene risolta. Dopo i Balcani il Medio Oriente, dopo il medio oriente l'Africa. In cambio delle mani libere in Cecenia il russo Putin ha dato mano libera agli USA in Iraq. Nei Balcani il Kossovo è ancora occupato dalla NATO. I russi continuano ad assassinare il popolo Ceceno. Israele, in barba a qualsiasi risoluzione dell'ONU, continua a massacrare il popolo Palestinese ma non riesce ad eliminare la resistenza popolare dei Palestinesi. Le democrazie occidentali per dare man forte ad Israele occupano il Libano. In Iraq gli USA hanno impiccato Saddam violando qualsiasi legge. I marines impegnati in Iraq passano da 120 mila a 140 mila ma non riescono a controllare il paese. In Afganistan "la missione  di pace" continua ad assassinare la popolazione civile. Ora una nuova guerra internazionale si è aperta in Somalia. L'esercito Etipico ha invaso la Somalia. L'aviazione USA bombarda i paesi uccidendo donne e bambini. Negli ultimi 10 anni le missioni di pace hanno messo sottoterra più di un milione di bambini, donne e uomini. Ogni volta i paesi capitalisti inventano i pretesti che li costringono a intervenire. L'esportazione della democrazia, la lotta al terrorismo islamico, la difesa delle minoranze. Guardando meglio si vede che l'unico motivo è il profitto. Il mondo cammina lentamente e inesorabilmente verso una nuova guerra mondiale. Nuovi grandi paesi si affacciano alla ribalta della storia: Cina e India. I pacifisti nostrani in nome di una poltrona nel parlamento dei padroni italiani hanno sposato la politica delle missioni di pace. Per gli operai di tutto il mondo non può esserci che una sola parola d'ordine: Lotta ai padroni del proprio paese.

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3. TFR  ADDIO

Perché addio? Non si perde, si deve solo scegliere dove destinarlo, all’INPS o ai vari fondi. Gli amici dei lavoratori ci sanno fare, indubbiamente. Introducono cambiamenti che presentano come miglioramenti o solo come modifiche formali in modo che non sollevino nessuna obiezione sostanziale, in fondo il TFR passa solo di mano. Allo stesso modo l’abolizione della scala mobile avrebbe aperto nuove possibilità di difesa dei salari che in questi anni abbiamo ben potuto verificare. In realtà il loro obiettivo è l’utilizzo del TFR per integrare le pensioni che tendenzialmente riducono. Lo Stato deve usare i soldi per altro, per gli stipendi da capogiro dei grandi manager, per finanziare le spedizioni militari, per mantenere un ceto politico centrale e locale. Le pensioni dovranno scendere a meno della metà dell’ultimo stipendio e si capisce in che condizioni vivrà gli ultimi anni chi percepirà un miserabile salario operaio che oggi è di circa mille euro al mese. Il TFR si era sedimentato storicamente come un “malloppo” che ci apparteneva e si ritirava dal proprio padrone alla fine dell’attività lavorativa e serviva per spese straordinarie, o come fonte di riserva per eventuali spese accidentali. La pensione invece doveva servire per condurre una vecchiaia decente, fino alla fine.  Avevano funzioni diverse. Il colpo di mano di oggi fa del TFR la possibile fonte di integrazione della pensione, in parole povere dobbiamo coprire col TFR la riduzione di pensione che lo Stato mette in atto. Lo Stato risparmierà sulle pensioni mettendoci davanti al quesito: o morite di fame quando sarete pensionati o usate il vostro TFR per costruirvi una pensione integrativa. Una massa di denaro finirà nelle mani della finanza che lo investirà a suo piacimento dandoci in cambio una rendita. Una rendita  proporzionale al livello del TFR, inutile dire che per gli operai sarà comunque una miseria. Una volta che il TFR è scardinato dal rapporto fra operai e rispettivi padroni, un rapporto in cui la forza degli operai poteva veramente contare diventa qualcosa di aleatorio. Quattro soldi, che messi a disposizione del mercato finanziario finiranno per seguirne tutti i cicli con i rischi connessi, o messi in mano ad un ente statale che potrà dall’alto definirne utilizzo o modalità di liquidazione. Non ci sono dubbi che ad oggi giurino che non c’è nessun pericolo, che ci sono garanzie di ogni tipo, ma faranno presto a ricordarci che se i rendimenti calano è colpa del mercato ed una crisi non si può prevedere. Oppure che l’INPS, per risanare i conti, quell’anno non potrà saldare i TFR maturati. Se poi ci lamenteremo delle pensioni basse ci potranno sempre dire che è colpa nostra perché non abbiamo aderito ai fondi garantendoci una pensione complementare. Le assemblee fra gli operai per illustrare la riforma sono già iniziate, in nome della democrazia ci diranno che i soldi accantonati del TFR hanno già cambiato destinazione, hanno deciso loro per il nostro bene. Non solo, i funzionari sindacali si sono trasformati tutti in consulenti finanziari, ci indicheranno dove è meglio investire il TFR, e se nella gestione ci sono anche loro è ancora meglio. Il passo è compiuto, gli operai ricordino chi ha liquidato il TFR, va messo in conto al governo amico dei lavoratori.

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4.PENSIONI

Il “sestetto governativo” presieduto dal capo Prodi, alla sua destra il ministro del lavoro Cesare Damiano, alla sinistra il ministro dell’economia Padoa Schioppa, insieme ai tre caporali CGIL CISL E UIL, ha firmato un patto sul TFR e sulla previdenza.

Il sindacato naturalmente è andato a firmare il memorandum senza il mandato degli operai, abituato ormai a firmare prima gli accordi, e sottoporli poi alla discussione nelle fabbriche.

Ma entriamo nel dettaglio. Il motivo principale su cui si poggia il memorandum è la sostenibilità finanziaria delle future pensioni, non certo un ragionamento sul consumo che gli operai hanno dopo oltre 35 anni di lavoro nelle fabbriche.

Il memorandum, diviso in nove punti, inizia con un elogio alle riforme che dagli anni ‘90, la famosa riforma Dini promossa sempre da un governo di centro-sinistra, ha portato equità sociale.

Viene confermato il carattere contributivo, che significa praticamente un abbassamento della pensione che si riuscirà ad ottenere, perché è ormai noto a tutti che una buona parte di operai passa svariati anni in condizione di precarietà nella sua vita lavorativa, e in queste condizioni i versamenti fatti all’INPS sono inferiori, e poi, a bassi salari corrispondono bassi versamenti.

Il punto 3 invece riconosce la presenza di “cittadini” in condizione di disagio nei servizi assistenziali e sanitari e promette a parole una integrazione al reddito, ma il tutto è legato al reperimento delle risorse. Non solo parole che non definiscono in sostanza niente, ma anche quel niente viene legato alla disponibilità finanziaria. Se la situazione non fosse così tragica, si potrebbe anche ridere.

Ed eccoci al punto 4, che possiamo mettere insieme al 5 e 6. Secondo il “sestetto”, dopo la riforma Dini del 1995, è cambiato il quadro demografico, in altre parole l’aspettativa di vita della popolazione italiana è in forte aumento.

Ma come al solito parlare di aspettativa di vita, di vita media, senza specificare i dati conferma il solito sistema delle semplificazioni. Intanto le persone con oltre 64 anni sono circa il 17% della popolazione, la parte non produttiva si attesta invece sul 15/20%, e si riferisce alle persone con meno di 20 anni, quindi mantenute dallo stipendio del 60% circa dei produttivi, non certo dallo stato.

Dal 95 ad oggi (secondo l’ISTAT) la vita media è aumentata di due anni e questa sinistra vorrebbe addirittura creare “un mercato del lavoro meno ostile ai lavoratori più anziani”.

Nel punto 7 invece si prende atto della bassa adesione ai precedenti fondi pensione, e quindi ecco la prospettiva di una manovra più decisiva e coercitiva.

Il sindacato accetta la mistificazione che l’aspettativa di vita della popolazione media sia aumentata, ed ormai questo sembra diventato un fatto acquisito e confermato dai leccapiedi dei media.

Quello che non si dice è per chi è aumentata la vita media. La solita balla come quella del reddito medio.

Tutti gli uomini devono morire, ma gli operai muoiono di più e prima. Lo sa bene chi si è consumato per 35 anni nelle fabbriche, dove se non è tra i circa 1400 morti all’anno, se è sopravvissuto alle malattie professionali, all’amianto e agli acidi di tutti i tipi, gli spetta qualche anno di riposo.

L’ISTAT, si guarda bene dal diffondere i dati sulla durata media di vita in base alla classe sociale. Difficile trovare questo dato tra le migliaia di tabelle di dati statistici. Troviamo un dato dal Canton Ticino che, per determinare come affrontare il carico pensionistico, analizza quali sono gli aspetti della condizione sanitaria della propria popolazione dividendola in classi sociali.

Tutte le balle sull’aumento della prospettiva di vita, vengono ignorate, e per la prima volta, secondo questa ricerca, in occasione della “Indagine Svizzera sulla Salute” del 1997 (ISS del 1997), vengono diffusi i dati sulla durata media della vita in base alla classe socioeconomica.

Un grafico semplice dovrebbe chiudere la bocca per sempre a tutti quelli che la menano con l’aumento medio della vita, basta poco per sapere chi ha diritto ad andare in pensione prima…

S.D.

 


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5. IL FRONTE DELLE PENSIONI

 

La pensione a noi operai la devono diminuire. Tutto sta a trovare il modo per salvare la faccia a Bertinotti e ai sindacati. Quando l'avranno trovato ci verranno a raccontare che abbiamo fatto un nuovo passo avanti
ROMA — Riacciuffata da Tommaso Padoa-Schioppa, confermata in agenda da Romano Prodi e sostenuta come ineludibile anche da Giuliano Amato e da Cesare Damiano, la riforma previdenziale ritorna sul tavolo dell’esecutivo. Naturalmente insieme alle tensioni politiche che da sempre accompagnano ogni tentativo di rimettere le mani sulle pensioni. Per Rifondazione e Comunisti italiani la discussione è tutto meno che urgente, mentre il vice ministro dello Sviluppo, Sergio D’Antoni, della Margherita, chiede di «evitare fughe in avanti». I sindacati, da parte loro, sono pronti a rispettare l’impegno di sedersi al tavolo del negoziato, ma sono ben poco disposti ad accettare la revisione dei coefficienti di trasformazione delle pensioni. Che è, invece, uno dei punti chiave della riforma che i ministri dell’Economia e del Lavoro hanno in mente.

Per Tommaso Padoa-Schioppa è addirittura un punto dirimente. Se non altro perché la mancata revisione dei coefficienti che servono per determinare l’entità della pensione, che doveva essere fatta per legge nel 2005, è già scontata nei conti tendenziali della previdenza. Per il ministro dell’Economia disattendere ancora quell’impegno rischia, insomma, di compromettere la credibilità del Paese rispetto ai mercati e all’Europa. E l’unica cosa che è disposto a concedere sul punto è la trattativa, benché la legge Dini del ’95 non la preveda. I sindacati, però, hanno già alzato un muro. «Per la riforma c’è tempo, prima il governo apra il tavolo sullo sviluppo», ha detto ieri il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, appoggiato da Cgil e Uil.

Così, preso atto delle resistenze dei sindacati ad accettare una decurtazione degli assegni tra il 6 e l’8% che scatterebbe tra una decina d’anni (applicando i nuovi coefficienti calcolati a luglio dal Nucleo di Valutazione sulla base dell’allungamento dell’età media di vita), a palazzo Chigi già si studia il sistema per rendere la pillola meno amara. E tra le ipotesi messe a punto dai tecnici c’è quella di introdurre una sorta di clausola di salvaguardia per le pensioni più basse. Sterilizzando i tagli per i redditi più bassi, o prevedendo sgravi fiscali che li compensino. Dalla revisione, comunque, non si scappa. «È uno dei punti fondamentali della riforma Dini.

Va applicata negoziandola con le parti sociali», ha detto ieri il ministro del Lavoro Damiano. Certo, la riforma non è tutta lì. Ci saranno i nuovi ammortizzatori sociali «da collegare — ha detto Damiano—alla formazione e all’accettazione delle proposte di reimpiego», il superamento dello scalone del 2008, l’aumento degli assegni più bassi. E, per Amato, anche il potenziamento della previdenza complementare, mettendo i fondi in concorrenza tra loro. «Sono stufo di sentir predicare la riforma delle pensioni come l’ingrediente essenziale del riformismo. Il problema è che nel 2015, quando andranno in pensione i primi sulla base della riforma del ’95, questi avranno, senza una previdenza complementare, un trattamento miserabile», ha detto il ministro dell’Interno.
Mario Sensini

 

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6. NIGERIA

L’ultimo intervento sociale dell’ENI

in Nigeria, 269 morti bruciati

E intanto si vuol far passare come banditi chi si oppone alle rapine realizzate dalle multinazionali nel Delta del Niger

 

Lo scoppio dell’oleodotto del quartiere Abule Egba di Lagos ha provocato 269 vittime, tutti poveri che si sono buttati su una perdita delle tubazioni per recuperare un po’ di petrolio e con esso un po’ di cibo per sfamarsi.

Una cortina di silenzio s’è stesa sul fatto, cancellato da televisioni e giornali. L’ENI in Italia è potente. E’ proibito chiedersi dove finiscono i soldi pompati col petrolio, cosa ci fa l’ENI in Nigeria, perché tanta miseria e morte intorno ai pozzi così ricchi, perché i nigeriani devono rischiare la vita per mangiare, perché non hanno nemmeno l’ospedale per curarsi.

 

Parlano di lotta alla fame e al sottosviluppo, ma intanto intascano profitti miliardari. Solo nel 2005, l’italiana ENI, che investe, insieme alla Shell, all’Elf e alla Chevron, da oltre quaranta anni nel Delta del Niger, ha dichiarato un utile netto di 8.788 milioni di Euro, mentre oltre 20 milioni di abitanti del Delta vivono con meno di un dollaro al giorno.

 

Dichiarano di perseguire lo sviluppo sostenibile, ma per estrarre 2,5 milioni di barili di petrolio al giorno distruggono e saccheggiano interi territori, scacciandone gli abitanti.

 

Difesa dell’ambiente, ma per risparmiare sui costi di estrazione bruciano per 24 ore al giorno i gas naturali, inquinando così l’aria di tutta la regione.

 

Tutela dei lavoratori, ma gli operai locali, approfittando della fame e della disperazione degli abitanti, sono i peggio pagati, con salari bassissimi.

 

Rispetto dei diritti umani, ma la polizia privata al soldo delle multinazionali e le forze armate nigeriane reprimono ogni tentativo, anche pacifico, di ribellarsi all’oppressione, assassinando e torturando oppositori, bruciando interi villaggi. Solo poche briciole dei profitti intascati vengono restituiti dalle multinazionali alla borghesia nigeriana, a patto che questa tenga a bada col terrore le popolazioni locali.

 

Questo è il vero volto del “codice di comportamento”, della “responsabilità sociale d’impresa” tanto decantati dall’ENI. Solo barbarie e sfruttamento.

 

E’ merito indiscusso dei rivoltosi nigeriani l’aver smascherato con la loro lotta le menzogne dell’amministratore delegato dell’ENI, Paolo Scaroni, e del governo italiano. Compito immediato degli operai italiani è sostenere la lotta delle popolazioni del Delta del Niger.

Un popolo che opprime altri popoli non sarà mai libero.

Se lasceremo libero il governo e le multinazionali italiane di opprimere e sfruttare in Nigeria, saremo anche noi più schiavi, nelle fabbriche, sotto il dominio dei padroni.

Associazione per la Liberazione degli Operai

fip   30/12/06                                                                                                        Per contatti scrivere: Via Falck, 44 20099 Sesto San Giovanni (MI)

http://www.asloperaicontro.org                                         http://www.operaicontro.it                                      e-mail:  operai.contro@...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7. IL BARATRO DEL CONFLITTO TOTALE

 

 

gli articoli - 13.1.2007
Moni Ovadia
Se l’escalation dovesse proseguire, il baratro del conflitto totale si aprirebbe sotto i nostri piedi
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La grande stampa anglosassone ha l’indiscutibile merito della chiarezza. Quando è necessario evita l’uso di perifrasi e congeda l’abituale understatement britannico. Giovedì 11 gennaio, The Independent, ha titolato a piena pagina: “Il ritorno di Terminator” e con la stessa schiettezza ha proseguito nel sottotitolo: “Così dentro il cimitero dell’Iraq, George Bush, comandante in capo, sta per inviare altri 21.000 dei suoi soldati. La marcia della follia continua…”. Il Terminator che siede alla Casa Bianca, non mostra nessun segno di resipiscenza. Nessuna catastrofe, nessun fallimento lo inducono ad un’analisi critica.
 
Le migliaia di innocenti vittime irachene, il sangue dei tremila e più soldati statunitensi morti per le sue bugie, l’evidente disfatta e l’impossibilità di realizzare i suoi progetti, l’aumento esponenziale delle attività terroristiche, sono per lui semplici dettagli. Bush riuscirà a fare rimpiangere a tutto il mondo il periodo della guerra fredda, l’equilibrio del terrore che ha impedito il peggio. Ma non basta. Da che questo presidente ha assunto la sua carica, si è impegnato a riattizzare la vocazione militarista, ha dato fiato al pensiero reazionario che vuole dividere il mondo in impero del male e impero del bene e ha devastato il terreno della politica. Pretende di imporre al miliardo di mussulmani, un modello di società estraneo e di impiantarlo con tecniche da laboratorio con un delirio di onnipotenza degno del dottor Mabuse. Uomini di ben altro calibro, da Napoleone in avanti, hanno fallito in tentativi simili.
Milioni e milioni di arabi e musulmani non hanno la minima intenzione di sottomettersi ad un progetto di sedicente democrazia portata con le armi, si opporranno con ogni mezzo e finiranno per avere ragione della potenza occupante come sempre accade alla fine e faranno polpette dei governi impostigli, anche se è la superpotenza a imporli.
 
Il senatore democratico Edward, ha già dichiarato che l’Iraq è il Vietnam di Bush e non è difficile prevedere che in Afganistan, la bandiera stelle e strisce farà la stessa fine del vessillo rosso con la falce e martello dell’Unione Sovietica.
E se l’escalation dovesse proseguire, pur di fare quadrare il cerchio fino a prevedere l’uso dell’arma nucleare, il baratro del conflitto totale si aprirebbe sotto i piedi di ciascuno di noi in questo piccolo pianeta.
In questo clima inaugurato dal cow-boy texano, il ricorso alla bomba atomica, magari tattica, viene preso in considerazione da altri. Alcune sere fa, la nostra televisione pubblica ha trasmesso un’agghiacciante intervista con lo storico israeliano Benny Morris, che con piglio asciutto da esperto serio di conflitti dell’aria mediorientale, spiegava che il governo israeliano avrebbe dovuto considerare di distruggere gli impianti nucleari iraniani non con un attacco convenzionale - che non otterrebbe lo scopo di privare l’Iran della capacità di proseguire il suo programma di arricchimento dell’uranio - ma con un attacco nucleare che toglierebbe a quel paese per anni la possibilità di fabbricare un ordigno atomico.
 
Benny Morris giustifica la sua idea con l’assoluta certezza che l’Iran si prepari a lanciare la bomba su Israele non appena l’avrà fabbricata perché i leader fanatici iraniani sono così fanatici e pazzi al puntò da non preoccuparsi minimamente se il loro paese sarà raso al suolo da una prevedibile rappresaglia.
Il mondo intero manifesterebbe esecrazione nei confronti di Israele e pazienza, ma almeno lo Stato Ebraico sarebbe salvato dall’olocausto nucleare.
Ho avuto modo di conoscere personalmente Benny Morris a Milano in occasione di un incontro sul dramma israelo-palestinese, al quale ero stato invitato come moderatore. Morris è uno storico serio; la sua opera, Vittime, pubblicata in Italia nel 2001, è una pietra miliare.
Ma dopo lo scoppio della seconda intifada, sembra aver perso la testa imboccando le posizioni più oltranziste fino ad arrivare a queste dichiarazioni che mi paiono farneticanti. Ha perso la testa al punto di definire esecrazione, l’incubo da terza guerra mondiale in cui il mondo precipiterebbe se Israele facesse uso dell’arma atomica contro l’Iran. L’”esecrazione” costringerebbe israeliani, ebrei, statunitensi e occidentali in genere, a rifare la civiltà occidentale in bunker sotterranei e il pianeta diventerebbe un inferno di odio e morte.
 
Diamoci da fare tutti perché il prossimo presidente Usa sia almeno un politico pragmatico che faccia ritornare la superpotenza al senso della politica. Altrimenti l’”esecrazione” ci seppellirà tutti.
 


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8. AFGHANISTAN

Afghanistan - 12.1.2007
Afghanistan, un inverno caldo
Niente pausa invernale per la guerra: nuove stragi Usa di civili. Negroponte minaccia il Pakistan
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Contrariamente a quanto è sempre avvenuto nella storia dell’Afghanistan, quest’anno la guerra non conosce pause invernali. Anzi, negli ultimi giorni si sono verificati i combattimenti e i bombardamenti aerei più violenti degli ultimi mesi, con molte vittime tra i civili.
Intanto gli Stati Uniti sembrano aver definitivamente perso la pazienza con l’ambiguo partner pachistano, che da “alleato strategico nella guerra al terrorismo” è sul punto di finire nella lista nera degli “Stati canaglia”, addirittura come base di al Qaeda.
 
Nuove stragi di civili. Almeno sedici civili, oltre a tredici combattenti talebani, sono stati uccisi giovedì dalle bombe Gbu-38 da 250 chili sganciate dai bombardieri Usa B-1 su presunti nascondigli dei talebani ai margini del Deserto della Morte, nel sud della provincia di Helmand. La Nato ha smentito, ma è la stessa polizia afgana a confermare l’accaduto. Sono giorni che l’aviazione statunitense e britannica sta martellando quella zona, così come i distretti montani nel nord della provincia (Musa Qala, Sangin e Naw Zad), ormai divenuti buchi neri dai quali non escono più notizie indipendenti (solo bollettini Nato) e dove quindi analoghe stragi di civili rimangono del tutto ignote.
Ma la battaglia più violenta degli ultimi mesi è avvenuta, mercoledì notte, molto più a est, nella provincia di Pakitka. Le truppe Usa, affiancate da quelle afgane e supportate dall’artiglieria pesante e dall’aviazione, hanno attaccato una colonna di talebani che, proveniente dal Waziristan pachistano, aveva appena varcato il confine, entrando nel distretto di Bermel. La Nato ha parlato inizialmente di 150 talebani uccisi, poi il governo afgano ha ridimensionato la cifra a 80.
 
Negroponte minaccia il Pakistan. Per Washington, la battaglia di Bermel è l’ennesima dimostrazione che la radice del problema afgano sta in Pakistan, nelle regioni tribali di confine come il Waziristan, dove i guerriglieri talebani hanno le loro basi e i leader di al Qeada i loro nascondigli. Basi dalle quali, la prossima primavera, partirà l’offensiva talebana per la conquista di Kandahar e poi di Kabul. Per gli Usa e per la Nato è quindi vitale riuscire a neutralizzare al più presto le retrovie talebane pachistane.
Finora, all’intervento diretto Usa in Pakistan, si è preferito quello dello stesso governo di Musharraf, considerato “alleato strategico” nella lotta al terrorismo. Ma così non è stato e ora i “falchi” dell’amministrazione Bush stanno perdendo la pazienza.
Dopo alcuni infuocati editoriali apparsi sulla stampa Usa filo-governativa, in cui si auspicava un cambio di rotta nei confronti del deludente e ambiguo “alleato” pachistano, questo cambio è arrivato per bocca del potente supercapo dell’intelligence Usa (e presto vice della Rice) John Negroponte che, giovedì sera parlando al Senato, ha apertamente accusato il Pakistan di essere l’attuale paese-rifugio della leadership di al-Qaeda. Parole che, normalmente, precedono il fischio delle bombe. Il messaggio tra le righe per Musharraf è chiaro: “O agisci in fretta o il Pakistan diventerà il prossimo obiettivo degli Usa”. 

 

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9. ERBA

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10. SPIE

 I preti polacchi hanno fatto una bella figura. Gli eroici oppositori dei cattivi comunisti erano spie al servizio del regime comunista polacco

VARSAVIA (Polonia) - Tutti i vescovi polacchi hanno accettato di sottoporsi ad una verifica sul loro passato durante il regime comunista. Tale verifica avverrà attraverso la commissione storica della Chiesa di Polonia e su precise indicazioni del Vaticano.

LETTERA AI FEDELI - L'Episcopato polacco, nella riunione straordinaria avvenuta oggi, venerdì, a Varsavia dopo lo scandalo di monsignor Stanislaw Wielgus, che ha ammesso di essere stato una spia al servizio del regime comunista, ha deciso inoltre di rivolgere una lettera aperta ai fedeli della Polonia per esprimere la propria volontà di avviare un processo di «trasparenza» e «purificazione». Tale lettera sarà presentata in tutte le chiese del Paese domenica prossima. Le conclusioni della riunione sono state rese note oggi dal presidente della conferenza episcopale polacca, monsignor Jozef Michailik.
«IL PAPA NON SAPEVA» - Intanto sulla vicenda di Wielgus, che ha dato le dimissioni da arcivescovo dopo che sono venuti alla luce i suoi trascorsi, si viene a sapere che lo stesso prelato aveva nascosto a Papa Benedetto il fatto di aver svolto attività di spionaggio per la polizia comunista. A spiegarlo, secondo quanto riferisce un'agenzia di stampa, è l'inviato del Vaticano in Polonia. «Quello che il vescovo aveva detto (prima dell'incarico) non lasciava trapelare il suo collaborazionismo», ha detto il rappresentante del Vaticano in Polonia, l'arcivescovo Jozef Kowalczyk, nel corso di un'intervista con il notiziario cattolico Kai, pubblicato dall'agenzia di stampa polacca Pap. La potente chiesa cattolica ed il Vaticano sono rimasti profondamente imbarazzati dalle rivelazioni secondo le quali Wielgus collaborò con i comunisti. Domenica è stato costretto a dimettersi a pochi giorni dall'incarico ricevuto da Papa Benedetto.
INTERVIENE IL CARDINAL BERTONE - Intanto sulla vicenda si pronuncia nuovamente la segreteria di Stao vaticana. «Sarei contento se questo screening si facesse anche per i funzionari dei partiti, per i politici e per gli amministratori pubblici nella società polacca». È l'auspicio formulato dal segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone alla notizia della verifica cui si sottoporranno tutti i vescovi polacchi.
13 gennaio 2007
 

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11. COLOMBIA

"Da un'altra Colombia è possibile"

L’importante avanzamento delle lotte popolari in America Latina durante il 2006 consente di fare un bilancio positivo dell’anno politico latinoamericano (Venezuela, Bolivia, Ecuador) ma, mentre dal Messico alla Patagonia si attuano processi politici, economici e sociali orientati a rimuovere il giogo imperialista e oligarchico (che mantiene i circa 500 milioni di abitanti di Nuestramerica in condizione di miseria e oppressione) , l’imperialismo, agli obiettivi di dominazione egemonica e di saccheggio delle risorse naturali delle nazioni latinoamericane, ne aggiunge un altro: fare della Colombia il più solido bastione della reazione contro i processi di cambiamento che si stanno realizzando nel continente.

In Colombia, gli Stati Uniti, - con la complicità tacita o esplicita di Europa e Giappone - usando come pretesto la “lotta al narco-traffico” , stanno conducendo, in realtà, una guerra contro il popolo colombiano e tutte le forme di resistenza che esso esprime, dai movimenti sociali all’insorgenza armata. Attraverso dispositivi di morte, quali il Plan Colombia o il Plan Patriota, gli Stati Uniti hanno finanziato il potenziamento dell’apparato militare colombiano, consolidando uno stato paramilitare sotto il regime di Álvaro Uribe Vélez, con l’obiettivo storico di depredare il territorio e sfruttare selvaggiamente il popolo colombiano e garantirsi un luogo strategico per il controllo dell’intero continente.
Le notizie che la cosiddetta “stampa libera” diffonde sulla situazione colombiana descrivono una condizione di guerra la cui essenza risiederebbe nel controllo del narco-traffico esercitato dalla guerriglia e nel tentativo degli Stati Uniti d’America di reprimere il commercio di sostanze stupefacenti che dalla Colombia si dirigerebbero verso il Nordamerica. Secondo la propaganda imperialista, quindi, anche in Colombia gli USA - e più in generale le potenze occidentali - svolgerebbero il ruolo di paladini della giustizia e del bene mondiale: come in Jugoslavia, in Afghanistan, Iraq e infine il Libano, solo per limitarci agli ultimi anni. E’ così che il concetto strategico della “guerra umanitaria” utilizzato per giustificare le aggressioni dell’imperialismo, in Colombia assume la particolare declinazione della “difesa dell’umanità dalla droga”.
Le FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo) nate come un piccolo esercito di autodifesa contadina negli anni 60, e di cui oggi fanno parte più di 25.000 uomini e donne, da oltre quarant’anni, portano avanti la Resistenza contro lo sfruttamento e l’oppressione del popolo colombiano che oggi più che mai equivale a difendere l’intero continente dall’imperialismo.
La lotta delle FARC-EP è quindi parte di quel processo più ampio ed articolato che, dalla Palestina al Libano, dall’Afghanistan all’Iraq, vede ogni giorno i popoli oppressi organizzarsi e lottare contro le aggressioni imperialiste.

 

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12. APPELLO


L'Italia è una base militare per l'imperialismo statunitense di primaria importanza strategica. Secondo un rapporto ufficiale del Pentagono, Base Structur Report, nel 2003 c'erano in Italia 15.500 militari nordamericani, 4.500 civili e 2.000 strutture con una superficie occupata di oltre 1 milione di metri quadrati. A questa presenza massiccia va ovviamente aggiunta quella della NATO.
A Vicenza (già occupata da varie basi, alloggi per militari e magazzini) il governo americano, con il tacito assenso di quello italiano, vuole ampliare la caserma Ederle e annettere alla struttura l'aeroporto civile Dal Molin che in questa operazione passerebbe direttamente sotto l'autorità del Pentagono come tutta l'area della caserma.
Con un documento del Ministero della difesa statunitense (Construction Programs C1- Department of Defense Budget FY2007) sono stati stanziati 322 milioni di dollari, solo per il 2007, per il progetto Ederle 2. Questo mostra quanto è importante questa base per la strategia militare USA: qui verrà formata la Brigade Combat Team, una brigata speciale per gli interventi rapidi che dovrà garantire il massimo della potenza nel minimo del tempo. Insomma da qui partiranno tutte le prossime missioni imperialiste USA.
Il governo Prodi, anche in questa occasione, ha dimostrato la sua continuità con quello precedente. Non che questo ci meravigli, visto che la finanziaria di guerra approvata dal governo ha tagliato, come quella di Berlusconi, su tutti i servizi sociali per stanziare 18 miliardi di euro per la Difesa, a cui vanno aggiunti 1,7 miliardi per gli armamenti e 350 milioni per il finanziamento dello strumento militare. Insomma i sinistri al governo, oramai ancorati alle loro poltrone e dimenticate le bandiere della pace, pensano da un lato a come far pagare a noi proletari le spese delle 25 missioni in cui l'esercito italiano è impegnato, dall'altro lato a mantenere il ruolo di fedeli servitori dell'imperialismo USA. Addirittura sindacati come CISL e UIL hanno dato vita a un comitato in sostegno alla costruzione della base alla faccia di una città intera che da marzo si sta mobilitando contro la militarizzazione del proprio territorio. La determinazione dei cittadini di Vicenza ha costretto partiti e CGIL a misurarsi con questa lotta partita autonomamente e ha saputo unire la lotta contro la base a quella contro la guerra portando in piazza 30.000 persone lo scorso 4 dicembre.


Coordinamento di lotta per la Palestina - Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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