Anno IX Numero 272
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SOMMARIO
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22 GENNAIO 2007
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1.ISCRIVITI
ALL'ASLO
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Fotocopiato
ASLO
Associazione per la liberazione degli operai
Scopo
dell’Associazione
è
la liberazione degli operai dalla sottomissione economica, politica e
sociale in cui questa società li costringe.
Gli
operai sono sottoposti ad una moderna forma di schiavitù. Sono
costretti a vendere le loro braccia ad un padrone che per arricchirsi
li consuma nelle fabbriche e nei più disparati luoghi di lavoro.
Vivono una vita a malapena sopportabile finché gli affari del padrone
vanno bene, cadono sotto la soglia di povertà appena una crisi si fa
sentire, perdono il lavoro, vengono licenziati, utilizzati
saltuariamente, supersfruttati, licenziati.
Nelle
fasi di sviluppo economico la loro condizione sembra migliorare, si
propaganda l’idea che ormai gli operai si trovino in una situazione
di graduale ma inarrestabile miglioramento: ma basta una crisi e tutto
torna in discussione, in forse. Ogni piccola conquista viene travolta,
i diritti di cui tanto si parlava cadono uno ad uno sotto i colpi di
nuove leggi e regolamenti. Gli operai si ritrovano a fare i conti con
la dura realtà di essere schiavi moderni.
La
distanza economica e sociale fra gli operai, i produttori diretti a
salario, e i padroni che li impiegano diventa un abisso. Trovarsi al
limite della povertà di fronte alla ricchezza che le classi superiori
possono disporre ed esibire fa della società moderna, la società del
più profondo contrasto fra le classi che la storia abbia prodotto.
Operai
che vi siete resi conto
della
situazione sociale in cui vi trovate a vivere e non siete più
disposti a sopportare oltre, aderite all’Associazione, decidete di
dare, sulla base delle vostre possibilità, un contributo diretto alla
causa dell’emancipazione vostra e degli operai che in ogni parte del
mondo vivono la stessa condizione.
Attraverso
l’Associazione
ogni
operaio si addestra a lottare in quanto operaio, non più individuo
fra individui ma come componente di una classe sociale che si va
ricostituendo in tutto il mondo, la classe degli operai.
L’Associazione
,
nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nel campo della politica, ovunque
sostiene ed organizza la lotta indipendente degli operai contro i
governi dei padroni, contro i padroni al governo.
Attraverso
l’Associazione
ogni
operaio non è più una marionetta nelle mani dei partiti dei ricchi
che lo usano per andare al governo e per ringraziarlo poi con una
legislazione antioperaia fatta a misura degli interessi dei padroni.
L’Associazione
collega
gli
operai di tutti i luoghi di lavoro per la difesa della condizioni
salariali e normative. Una rete per rimettere l’attività sindacale
nelle mani degli operai stessi, per scalzare dalle poltrone dirigenti
e funzionari sindacali che della svendita degli interessi immediati
degli operai ai padroni hanno ricavato privilegi e buone rendite.
Attraverso
L’Associazione
gli
operai si preparano ad attuare un’azione politica indipendente che
punta direttamente alla questione essenziale: chi deve avere il
potere? I padroni o gli operai?
Compagni
che non venite dalle fila operaie aderite all’Associazione, in
questa scelta c’è la consapevolezza che se un rivolgimento radicale
è necessario per rimettere su nuove basi la società, tale
rivolgimento si attuerà solo con la liberazione degli operai dallo
sfruttamento.
Operai
militate nell’Associazione, nessuno ci libererà dalla nostra
condizione di sfruttati se non noi stessi. Associatevi.
Il
giornale dell’Associazione è:
OPERAI
CONTRO
Per
aderire scrivere a: adesioni@...
;
oppure,
operai.contro@...
oppure,
operaicontro@...
oppure
scrivere: Via Falck 44, 20099 Sesto San Giovanni (Mi).
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| 2.
PACIFISTI E DOPPIOGIOCHISTI |
I
pacifisti Italiani sono delusi. Pensavano che la
pace potesse ottenersi gridando che si voleva la
pace. I pacifisti avevano trovato i borghesi di
sinistra, Verdi,Rifondazione e PdCI, che gli avevano
detto: dateci i voti e vedrete che realizzeremo la
pace. I pacifisti gli hanno dato i voti, hanno
anche eletto dei capi del loro movimento al Parlamento. Ma
la pace non è venuta. Anzi più passano i giorni e
con più chiarezza si vede che il governo dei
borghesi di centro sinistra è per la guerra. Non
per principio s'intende ma per sostenere gli interessi dei
padroni italiani. Il raddoppio della base USA di
Vicenza ha fatto scoppiare il problema. Berlusconi
aveva dato il suo si per la base. I pacifisti si
aspettavano che il governo Prodi di sinistra tirasse
fuori il no. Invece Prodi ha detto si. Gli USA
possono raddoppiare la loro base di Vicenza. I
pacifisti si sono arrabbiati.
Verdi, Rifondazione e PdCI hanno mostrato di cosa
sono capaci. Minacciano Prodi che non rivoteranno i
crediti di guerra per l'Afganistan. Ma neanche 6
mesi fa li hanno votati facendoci bere la storia
che in definitiva era una missione di pace e che non
si poteva far cadere Prodi. Ora cosa faranno? Cadrà
il governo Prodi? Il capo del doppio gioco è Bertinotti. Di fronte alle
manifestazioni contro il raddoppio della base USA ha
fatto una grande scoperta. Il comunista borghese
Bertinotti è contrario al raddoppio della base USA,
ma non per questo il governo Prodi cadrà. Una vera presa in
giro. Verdi, Rifondazione e PDCI continueranno a
votare crediti di guerra e missioni di guerra
(Libano). I pacifisti capiranno ora che l'unico modo per
lottare contro la guerra e lottare contro i padroni
italiani e i loro governi di destra, sinistra o
centro?
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| 3.
TFR ADDIO |
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Perché addio? Non
si perde, si deve solo scegliere dove destinarlo, all’INPS o ai vari
fondi. Gli amici dei lavoratori ci sanno fare, indubbiamente.
Introducono cambiamenti che presentano come miglioramenti o solo come
modifiche formali in modo che non sollevino nessuna obiezione
sostanziale, in fondo il TFR passa solo di mano. Allo stesso modo
l’abolizione della scala mobile avrebbe aperto nuove possibilità di
difesa dei salari che in questi anni abbiamo ben potuto verificare. In
realtà il loro obiettivo è l’utilizzo del TFR per integrare le
pensioni che tendenzialmente riducono. Lo Stato deve usare i soldi per
altro, per gli stipendi da capogiro dei grandi manager, per finanziare
le spedizioni militari, per mantenere un ceto politico centrale e
locale. Le pensioni dovranno scendere a meno della metà dell’ultimo
stipendio e si capisce in che condizioni vivrà gli ultimi anni chi
percepirà un miserabile salario operaio che oggi è di circa mille euro
al mese. Il TFR si era sedimentato storicamente come un “malloppo”
che ci apparteneva e si ritirava dal proprio padrone alla fine
dell’attività lavorativa e serviva per spese straordinarie, o come
fonte di riserva per eventuali spese accidentali. La pensione invece
doveva servire per condurre una vecchiaia decente, fino alla fine.
Avevano funzioni diverse. Il colpo di mano di oggi fa del TFR la
possibile fonte di integrazione della pensione, in parole povere
dobbiamo coprire col TFR la riduzione di pensione che lo Stato mette in
atto. Lo Stato risparmierà sulle pensioni mettendoci davanti al
quesito: o morite di fame quando sarete pensionati o usate il vostro TFR
per costruirvi una pensione integrativa. Una massa di denaro finirà
nelle mani della finanza che lo investirà a suo piacimento dandoci in
cambio una rendita. Una rendita proporzionale
al livello del TFR, inutile dire che per gli operai sarà comunque una
miseria. Una volta che il TFR è scardinato dal rapporto fra operai e
rispettivi padroni, un rapporto in cui la forza degli operai poteva
veramente contare diventa qualcosa di aleatorio. Quattro soldi, che
messi a disposizione del mercato finanziario finiranno per seguirne
tutti i cicli con i rischi connessi, o messi in mano ad un ente statale
che potrà dall’alto definirne utilizzo o modalità di liquidazione.
Non ci sono dubbi che ad oggi giurino che non c’è nessun pericolo,
che ci sono garanzie di ogni tipo, ma faranno presto a ricordarci che se
i rendimenti calano è colpa del mercato ed una crisi non si può
prevedere. Oppure che l’INPS, per risanare i conti, quell’anno non
potrà saldare i TFR maturati. Se poi ci lamenteremo delle pensioni
basse ci potranno sempre dire che è colpa nostra perché non abbiamo
aderito ai fondi garantendoci una pensione complementare. Le assemblee
fra gli operai per illustrare la riforma sono già iniziate, in nome
della democrazia ci diranno che i soldi accantonati del TFR hanno già
cambiato destinazione, hanno deciso loro per il nostro bene. Non solo, i
funzionari sindacali si sono trasformati tutti in consulenti finanziari,
ci indicheranno dove è meglio investire il TFR, e se nella gestione ci
sono anche loro è ancora meglio. Il passo è compiuto, gli operai
ricordino chi ha liquidato il TFR, va messo in conto al governo amico
dei lavoratori.
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4.SENTENZE
DI GUERRA
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Quando si
prepara una guerra la legge deve adeguarsi
Sconfessata la distinzione
ideologica fra «terroristi» e «guerriglieri»
di Margherita
Nanetti
(ANSA) - E' bastato poco tempo ai
giudici della I Sezione penale della Cassazione - quattro ore,
compresa la pausa pranzo - per decidere che è da rifare il
processo d' appello per i tre nordafricani (Abdelaziz
Bouyahia, Ali' Toumi e Mohamed Daki) assolti, tra molte
polemiche, dall' accusa di terrorismo internazionale sia in
primo grado dal Gup Clementina Forleo (24 gennaio 2005),
sia in secondo grado dai giudici dela Corte di Assise e d'
Appello di Milano (28 novembre 2006). I magistrati di piazza
Cavour si chiusi in camera di consiglio poco prima di
mezzogiorno e ne sono usciti attorno alle quattro del
pomeriggio. Considerando che hanno emesso sentenze anche su
altri procedimenti, è evidente che la decisione sui tre
presunti appartenenti alle fila del terrorismo islamico è
stata presa senza contrasti. E questo nonostante la procura
della Suprema Corte - nella requisitoria del sostituto
procuratore generale, Vittorio Meloni - avesse chiesto la
conferma delle assoluzioni dal reato più grave, e il
rigetto del ricorso presentato dalla procura della Corte di
Assise e di Appello di Milano firmato dal giudice, Laura Bertolè
Viale. ''Non sono dispiaciuto per la sentenza della Cassazione
perché, se ho sbagliato, mi fa piacere, ed è giusto, che
venga corretto'', ha commentato il giudice Santo Belfiore,
presidente della terza corte d'assise d'appello di Milano che a
novembre scorso decise l' assoluzione.
Mentre il gip Clementina Forleo, il giudice che per
prima prosciolse Daki e gli altri due tunisini coimputati,
distinguendo nelle sue motivazioni il concetto di terrorismo
da quello di guerriglia, si è limitata ad osservare che
''trattandosi di un annullamento con rinvio per difetto di
motivazione della sentenza d'appello, allo stato questa
pronuncia non riguarda la mia sentenza''. Reagisce con stupore Mohamed
Daki, raggiunto telefonicamente a Casablanca. ''Non capisco
il motivo della sentenza della Cassazione, io sono innocente -
dice - In primo grado e' stato un solo giudice a decidere ma
all'appello erano otto i giudici che hanno esaminato il mio
caso. E adesso tutto questo non conta? Mi trovo in questa
situazione solo perché avrei ospitato della gente per due
giorni.. questo mi succede solo perché non sono nessuno".
Il suo difensore, avvocato Vainer Burani, ha detto ''Aspetto di
leggere le motivazioni: rifaremo il processo, ma mi sembra
singolare che la Cassazione abbia ribaltato ben due sentenze
assolutorie''.
La relazione davanti ai giudici di Piazza Cavour - la cui
difficoltà era del quinto livello, su una scala che arriva fino
all' ottavo - è stata svolta dal consigliere Giovanni
Silvestri, che, ora, ha trenta giorni di tempo per depositare le
motivazioni. Ad avviso degli 'ermellini', come si è appreso da
indiscrezioni, ci sono ''vizi di motivazione'' nel
ragionamento seguito dai giudici dell' appello per escludere la
concretezza dell' accusa di terrorismo internazionale,
punita dall' art. 270/bis del codice penale introdotto dopo
l'attentato alle Torri Gemelle di New York. Proprio sulla
configurabilità di questo reato, la I sezione penale ha,
recentemente, tracciato - in almeno tre diverse sentenze - un orientamento
giurisprudenziale severo che mira a perseguire questo crimine
anche se il progetto terrorista - in genere un attentato a
obiettivi americani o alleati - non viene portato a termine,
o esiste solo a uno stato molto embrionale.
In poche parole, il verdetto di oggi, non è una 'mosca
bianca', e conta già altri precedenti dello stesso
segno con i quali la Suprema Corte ha preso le distanze dalle
sentenze dei giudici di merito che avevano assolto le
attività di ''resistenza'', alle forze d' occupazione, anche
nell' ipotesi di vittime civili. Attualmente - secondo
quanto ha reso noto l' avvocato Gabriele Leccisi - solo Toumi
si trova ancora in carcere, mentre Bouyahia ha ottenuto
l' applicazione dell'indulto ed e' uscito dalla prigione.
Daki, invece, si trova in Marocco dove è stato espulso
dopo aver scontato la condanna, per ricettazione di documenti
falsi, inflittagli in primo grado e pari a un anno e quattro
mesi. In appello fu assolto del tutto anche da questa
imputazione. Gli altri coimputati, invece, sono stati ritenuti
colpevoli di associazione a delinquere finalizzata a procurare
documenti falsi ai clandestini e violazione delle norme sull'
immigrazione. Gli era stata inflitta la condanna a tre anni di
reclusione e 14 mila euro di multa.
La decisione della Cassazione ha subito suscitato reazioni. Per
Armando Spataro, procuratore aggiunto di Milano, e' la conferma
di ''quanto la Procura aveva dichiarato a suo tempo, e cioè che
ci si trovava di fronte a sentenza sbagliata''. Alfredo
Mantovano (An) ritiene che ''implicitamente rende merito alla
saggezza di chi, come Pisanu, da ministro dell'Interno del
precedente Governo, dispose l'espulsione di Daki perché
pericoloso per la sicurezza italiana, nonostante giudici
fantasiosi avessero (sbagliando, come riconosce la
Cassazione) escluso che fosse un terrorista". Di ''bel
giorno per la giustizia" parla il leghista Roberto
Calderoli. "E' stata annullata la tanto discussa
sentenza del gup Clementina Forleo - aggiunge -
Peccato, però, che il signor Daki, nel frattempo, al posto
di soggiornare nelle patrie galere sia stato espulso e adesso
sia uccel di bosco e dunque in grado di fare danni in
qualche altra parte del mondo". Per Isabella Bertolini
(Forza Italia) la sentenza ''e' una buona notizia: dà
ragione a chi ritiene che la prevenzione e la lotta al
terrorismo siano priorità per il nostro paese e smentisce
la sentenza di assoluzione motivata con una discutibile
distinzione tra 'guerriglieri' e 'terroristi'''.
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5.
POLVERI DI GUERRA
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E' più di due anni che USA e Europa minacciano l'Iran per
l'arricchimento dell'uranio. Israele lo usa nessuno ha da ridire
Polveri di guerra, uranio a Beirut
TROVATO URANIO ARRICCHITO NEL FILTRO DEL CARBURATORE DI UN'AMBULANZA A
BEIRUT
Dopo le analisi dei campioni del cratere nella città di Khiam, nel Sud del
Libano, raccontati da una precedente inchiesta di Rainews24, nuovi
rilevamenti segnalano la presenza di polveri di Uranio arricchito a Beirut .
Questa volta si tratta dell' analisi realizzata su un filtro del carburatore
di un'ambulanza nella zona sud della città. I prelievi realizzati da due
ricercatori inglesi, Day Williams e Cris Busby, e analizzati da due diversi
laboratori inglesi (tra questi il prestigioso laboratorio di Harwell
utilizzato dal Ministero della Difesa Britannico) hanno confermato la
presenza di Uranio arricchito.
TROVATO ANCHE URANIO NELL'URINA DI UNO DEI CAMPIONI ANALIZZATI
Il ricercatore inglese Day Wiliams ha raccolto a Beirut anche campioni di
urina di persone che hanno operato nelle zone colpite dai bombardamenti, uno
di questi ha mostrato la presenza di uranio.
ANCHE L'UNEP HA TROVATO PRESENZA DI URANIO IN TUTTI I SITI ESAMINATI MA
HA VALUTATO CHE SI TRATTASSE DI URANIO NATURALE
Anche l'UNEP, l'agenzia ambientale delle Nazioni Unite, ha svolto analisi
sui campioni del cratere di Khiam e ha trovato concentrazione di Uranio
dieci volte superiore alla norma. Ha anche analizzato altri 24 siti dove ha
rilevato la presenza di Uranio ma ha valutato che si trattasse di Uranio
naturale.
SIA NELLA FORMA PIU' RADIOATTIVA CHE IN QUELLA IMPOVERITA LE POLVERI DI
URANIO SONO ALTAMENTE TOSSICHE
Le polveri di Uranio sia che si tratti di polveri di uranio arricchito,
impoverito o naturale, se respirate o ingerite sono altamente tossiche e le
aeree che ne sono contaminate sono ad alto rischio . Le zone coinvolte sono
non lontane dall'area di azione del contingente militare italiano nel sud
del Libano. Rainews24 ha raccolto le preoccupazioni dei libanesi che vivono
nelle zone colpite, ha rintracciato l' autoambulanza contaminata, ha
intervistato uno dei guidatori, ha intervistato i due ricercatori inglesi
che hanno raccolto e fatto analizzare i campioni radioattivi, ha
intervistato lo scienziato libanese che ha lanciato l'allarme sulla
radioattività a Khiam , ha verificato lo stato delle analisi svolte dall'Unep
.
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6.
NIGERIA
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L’ultimo
intervento sociale dell’ENI
in
Nigeria, 269 morti bruciati
E
intanto si vuol far passare come banditi chi si
oppone alle rapine realizzate dalle multinazionali
nel Delta del Niger
Lo scoppio
dell’oleodotto
del quartiere Abule Egba di Lagos ha provocato 269
vittime, tutti poveri che si sono buttati su una
perdita delle tubazioni per recuperare un po’ di
petrolio e con esso un po’ di cibo per sfamarsi.
Una cortina di silenzio s’è
stesa sul fatto, cancellato da televisioni e
giornali. L’ENI in Italia è potente. E’
proibito chiedersi dove finiscono i soldi pompati
col petrolio, cosa ci fa l’ENI in Nigeria, perché
tanta miseria e morte intorno ai pozzi così
ricchi, perché i nigeriani devono rischiare la
vita per mangiare, perché non hanno nemmeno
l’ospedale per curarsi.
Parlano di lotta alla
fame e al sottosviluppo,
ma intanto intascano profitti miliardari. Solo nel
2005, l’italiana ENI, che investe, insieme alla
Shell, all’Elf e alla Chevron, da oltre quaranta
anni nel Delta del Niger, ha dichiarato un utile
netto di 8.788 milioni di Euro, mentre oltre 20
milioni di abitanti del Delta vivono con meno di
un dollaro al giorno.
Dichiarano di perseguire
lo sviluppo sostenibile,
ma per estrarre 2,5 milioni di barili di petrolio
al giorno distruggono e saccheggiano interi
territori, scacciandone gli abitanti.
Difesa dell’ambiente,
ma per risparmiare sui costi di estrazione
bruciano per 24 ore al giorno i gas naturali,
inquinando così l’aria di tutta la regione.
Tutela dei lavoratori,
ma gli operai locali, approfittando della fame e
della disperazione degli abitanti, sono i peggio
pagati, con salari bassissimi.
Rispetto dei diritti
umani,
ma la polizia privata al soldo delle
multinazionali e le forze armate nigeriane
reprimono ogni tentativo, anche pacifico, di
ribellarsi all’oppressione, assassinando e
torturando oppositori, bruciando interi villaggi.
Solo poche briciole dei profitti intascati vengono
restituiti dalle multinazionali alla borghesia
nigeriana, a patto che questa tenga a bada col
terrore le popolazioni locali.
Questo è il vero volto
del “codice di comportamento”, della
“responsabilità sociale d’impresa” tanto
decantati dall’ENI. Solo barbarie e
sfruttamento.
E’ merito indiscusso dei
rivoltosi nigeriani l’aver smascherato con la
loro lotta le menzogne dell’amministratore
delegato dell’ENI, Paolo Scaroni, e del governo
italiano. Compito immediato degli operai italiani
è sostenere la lotta delle popolazioni del Delta
del Niger.
Un popolo che opprime
altri popoli non sarà mai libero.
Se lasceremo libero il
governo e le multinazionali italiane di opprimere
e sfruttare in Nigeria, saremo anche noi più
schiavi, nelle fabbriche, sotto il dominio dei
padroni.
Associazione per la Liberazione degli Operai
fip
30/12/06
Per contatti scrivere: Via Falck, 44 20099
Sesto San Giovanni (MI)
http://www.asloperaicontro.org
http://www.operaicontro.it
e-mail:
operai.contro@...
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7.
IL BARATRO DEL CONFLITTO TOTALE
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| 13.1.2007 |
| Moni
Ovadia |
| Se
l’escalation dovesse proseguire, il baratro del
conflitto totale si aprirebbe sotto i nostri piedi |
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La grande stampa anglosassone
ha l’indiscutibile merito della chiarezza.
Quando è necessario evita l’uso di perifrasi e
congeda l’abituale understatement britannico.
Giovedì 11 gennaio, The Independent, ha
titolato a piena pagina: “Il ritorno di
Terminator” e con la stessa schiettezza ha
proseguito nel sottotitolo: “Così dentro il
cimitero dell’Iraq, George Bush, comandante in
capo, sta per inviare altri 21.000 dei suoi
soldati. La marcia della follia continua…”. Il
Terminator che siede alla Casa Bianca, non mostra
nessun segno di resipiscenza. Nessuna catastrofe,
nessun fallimento lo inducono ad un’analisi
critica.
Le migliaia di innocenti
vittime irachene, il sangue dei tremila e più
soldati statunitensi morti per le sue bugie,
l’evidente disfatta e l’impossibilità di
realizzare i suoi progetti, l’aumento
esponenziale delle attività terroristiche, sono
per lui semplici dettagli. Bush riuscirà a fare
rimpiangere a tutto il mondo il periodo della
guerra fredda, l’equilibrio del terrore che ha
impedito il peggio. Ma non basta. Da che questo
presidente ha assunto la sua carica, si è
impegnato a riattizzare la vocazione militarista,
ha dato fiato al pensiero reazionario che vuole
dividere il mondo in impero del male e impero del
bene e ha devastato il terreno della politica.
Pretende di imporre al miliardo di mussulmani, un
modello di società estraneo e di impiantarlo con
tecniche da laboratorio con un delirio di
onnipotenza degno del dottor Mabuse. Uomini di ben
altro calibro, da Napoleone in avanti, hanno
fallito in tentativi simili.
Milioni e milioni di arabi e
musulmani non hanno la minima intenzione di
sottomettersi ad un progetto di sedicente
democrazia portata con le armi, si opporranno con
ogni mezzo e finiranno per avere ragione della
potenza occupante come sempre accade alla fine e
faranno polpette dei governi impostigli, anche se
è la superpotenza a imporli.
Il senatore democratico Edward,
ha già dichiarato che l’Iraq è il Vietnam di
Bush e non è difficile prevedere che in
Afganistan, la bandiera stelle e strisce farà la
stessa fine del vessillo rosso con la falce e
martello dell’Unione Sovietica.
E se l’escalation dovesse
proseguire, pur di fare quadrare il cerchio fino a
prevedere l’uso dell’arma nucleare, il baratro
del conflitto totale si aprirebbe sotto i piedi di
ciascuno di noi in questo piccolo pianeta.
In questo clima inaugurato dal
cow-boy texano, il ricorso alla bomba atomica,
magari tattica, viene preso in considerazione da
altri. Alcune sere fa, la nostra televisione
pubblica ha trasmesso un’agghiacciante
intervista con lo storico israeliano Benny Morris,
che con piglio asciutto da esperto serio di
conflitti dell’aria mediorientale, spiegava che
il governo israeliano avrebbe dovuto considerare
di distruggere gli impianti nucleari iraniani non
con un attacco convenzionale - che non otterrebbe
lo scopo di privare l’Iran della capacità di
proseguire il suo programma di arricchimento
dell’uranio - ma con un attacco nucleare che
toglierebbe a quel paese per anni la possibilità
di fabbricare un ordigno atomico.
Benny Morris giustifica la sua
idea con l’assoluta certezza che l’Iran si
prepari a lanciare la bomba su Israele non appena
l’avrà fabbricata perché i leader fanatici
iraniani sono così fanatici e pazzi al puntò da
non preoccuparsi minimamente se il loro paese sarà
raso al suolo da una prevedibile rappresaglia.
Il mondo intero manifesterebbe
esecrazione nei confronti di Israele e pazienza,
ma almeno lo Stato Ebraico sarebbe salvato
dall’olocausto nucleare.
Ho avuto modo di conoscere
personalmente Benny Morris a Milano in occasione
di un incontro sul dramma israelo-palestinese, al
quale ero stato invitato come moderatore. Morris
è uno storico serio; la sua opera, Vittime,
pubblicata in Italia nel 2001, è una pietra
miliare.
Ma dopo lo scoppio della
seconda intifada, sembra aver perso la testa
imboccando le posizioni più oltranziste fino ad
arrivare a queste dichiarazioni che mi paiono
farneticanti. Ha perso la testa al punto di
definire esecrazione, l’incubo da terza
guerra mondiale in cui il mondo precipiterebbe se
Israele facesse uso dell’arma atomica contro
l’Iran. L’”esecrazione” costringerebbe
israeliani, ebrei, statunitensi e occidentali in
genere, a rifare la civiltà occidentale in bunker
sotterranei e il pianeta diventerebbe un inferno
di odio e morte.
Diamoci da fare tutti perché
il prossimo presidente Usa sia almeno un politico
pragmatico che faccia ritornare la superpotenza al
senso della politica. Altrimenti
l’”esecrazione” ci seppellirà tutti.
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8.
KOSOVO
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Kosovo «indipendenza limitata», dal bastone alla carota
«Senza un pieno coinvolgimento europeo della Serbia, è
possibile il rischio di un nuovo e pericoloso focolaio di
instabilità» nei Balcani. L'allarme alla conferenza sui
Balcani di ieri mattina alla Farnesina è del sottosegretario
agli esteri Famiano Crucianelli, secondo il quale le elezioni
in programma tra pochi giorni in Serbia, e soprattutto la
definizione relativa al futuro status del Kosovo, sono uno «snodo
di rilievo». Per Crucianelli la scelta del governo è di «non
porre pregiudiziali verso questa o quella soluzione, quanto
piuttosto di operare affinchè eventuali imposizioni della
comunità internazionale o autorizzazioni implicite a "autodeterminarsi"
non appaiano come l'epilogo asimmetrico del lavoro di questi
anni». Chiaro il riferimento ai problemi che potrebbe
comportare l'indipendenza del Kosovo, sostenuta da una parte
della comunità internazionale. Crucianelli ha chiesto «certezze
negli standard», ma non parlava degli standard democratici -
rispetto delle minoranze, metodo non violento che in Kosovo
non ci sono. La scelta sembra fatta, col fiato sul collo della
Nato preoccupata, per ora, delle sole proteste albanesi.
Dunque è sotto ricatto che la comunità internazionale si
avvia a concedere una indipendenza etnica. Naturalmente, con
«un rafforzamento della prospettiva europea per tutti».
L'Europa incerta di sé, si fa miraggio.
«Mi auguro che dopo le elezioni in Serbia sia più forte di
prima la coalizione democratica», ha affermato il ministro
dell'interno, Giuliano Amato, aggiungendo di non credere «che
sia possibile raggiungere una soluzione per il Kosovo senza il
consenso serbo». «Non credo - ha aggiunto Amato - che il
Kosovo riuscirà ad essere multietnico. Riuscirà ad essere
monoetnico con forti enclave serbe protette». Il ministro
dell'interno non crede al piccolo Kosovo Stato membro della
Unione europea. «Entrambi (Serbia e Kosovo) devono capire che
non possono essere completamente indipendenti. Il Kosovo è
troppo piccolo per entrare in Europa». Paesi «di quella
taglia ne abbiamo già, e ci bastano», ha perfino scherzato,
invitando gli Stati dell'area ad associarsi sul modello del
Benelux. Ma non c'era già la Jugoslavia federale - che ora
tutti chiamano «Balcani occidentali» ha polemizzato l'ex
ambasciatore Miodrag Lekic - che tutti, Europa compresa, hanno
contribuito a devastare?
A 10 giorni dalla presentazione del rapporto sullo status
finale del Kosovo da parte dell'inviato dell'Onu Martti
Ahtisaari, il ministro degli esteri Massimo D'Alema - sette
anni fa tra i leader della guerra «umanitaria» - ha
osservato come sull'argomento ci si muove «tra diverse
legittime esigenze che dobbiamo cercare di contemperare», da
un lato «mettendo sul tavolo corposi incentivi per la Serbia»,
dall'altro «dicendo ai leader kosovari che l'indipendenza sarà
con limitazioni» e che la provincia dovrà continuare a
tenere conto di una presenza internazionale. «È evidente -
apre D'Alema - che non c'è alcun realismo nella difesa serba
della sovranità sul Kosovo, che non c'è più e in alcun modo
potrebbe essere ristabilita. È un simulacro, una non realtà».
Allo stesso tempo, «è difficile arrivare ad una soluzione
che non sia concordata», osserva il ministro paventando un
possibile veto in seno al Consiglio di sicurezza dell'Onu di
qualcuno dei membri permanenti. Ieri Belgrado ha reso noto che
Putin - preoccupato del «precedente» per il Caucaso - ha
comunicato al premier Kostunica la volontà di «porre il veto
russo» sulla risoluzione. E «il primo degli incentivi per il
governo di Belgrado» potrebbe essere per D'Alema «la ripresa
del negoziato per un Accordo di stabilizzazione e
associazione, la cui finalizzazione sarebbe condizionata alla
piena collaborazione con il Tribunale dell'Aja».
Tira una brutta aria. E ieri poi nessuno ha risposto alla
domanda insistente: che fine hanno fatto migliaia di miliardi
investiti dalla cooperazione internazionale in Kosovo?
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it/)
17 gennaio 2007
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9.
ANTIAMERICANISMO?
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Notiziario
del Campo Antimperialista
... 16 gennaio 2006 ... http://www.antiimperialista.org
ANTIAMERICANISMO?
L’imperatore, D’Alema
e la fronda dei satrapi
Invitiamo caldamente i nostri lettori a leggersi l’intervento qui
sotto. E’ una disamina della politica estera statunitense, ad
iniziare dal fallimento in Iraq, e un attacco deciso a Bush. Una
lucida analisi che spiega come, dietrop all’invio di nuove truppe
in Iraq e alla destituzione di tutti i comandi militari dissidenti,
vi sia un vero e proprio piano di escalation contro Iran e Siria, da
una parte, e dall’altra la determinazione ad attaccare le milizie
schiite di Moqtada al-Sadr (fatto questo che potrebbe rappresentare
una decisiva svolta per la lotta di liberazione in Iraq). L’autore
e’ al di sopra di ogni possibile sospetto di antiamericanismo, si
tratta infatti di Ezio Bonsignore, fino a pochi mesi fa
redattore capo della RIVISTA ITALIANA DIFESA, uno dei tanti
postriboli americanisti vicini agli ambienti militari italiani (oggi
la rivista e’ diretta da quel Andrea Nativi autentico capofila del
partito americano). Invitiamo a leggerlo perche’ indica quanto
profondamente pregiudicata sia oggi la credibilita’
dell’amministrazione Bush nello stesso campo degli alleati
europei. La considerazione che i Neocon siano giunti a fine corsa e
che da qui a due anni il Partito Democratico riconquisti la Casa
Bianca, spiega appunto le mosse che D’Alema sta compiendo. Non un
antiamericanista quindi, bensì un proconsole che proprio in nome
dell’alleanza con gli USA aderisce alla fronda per impedire che un
Imperatore dai giorni contati faccia danni ulteriori.
Iraq, la strategia di Bush e la Führerbunkersyndrome
Di Ezio Bonsignore, 11 gennaio 2007
La decisione del Presidente Bush di inviare altri
20mila soldati in Iraq (contro la volontà chiaramente espressa
della maggioranza del popolo americano, contro il parere concorde di
un comitato congiunto appositamente creato da tutte le parti
politiche, contro i suggerimenti sempre più allarmati del suo
stesso partito, contro i consigli dei vertici militari, insomma
contro tutto e contro tutti, e basandosi invece esclusivamente su un
uso sempre più anti-democratico delle sue prerogative di
Commander-in-Chief e sulla sua profonda convinzione messianica di
aver ricevuto da Dio una missione che deve essere portata a termine
ad ogni costo) configura con chiarezza un caso di quella che i
Tedeschi chiamano la “Führerbunkersyndrome", la
sindrome del bunker del Führer.
Un capo politico-militare isolato nel suo centro di comando perde
progressivamente il contatto con la realtà e si rifiuta di
riconoscere che una guerra di aggressione, che egli stesso ha
scatenato senza alcuna reale necessità, è ormai persa malamente ed
è persa soprattutto a causa delle sue stesse decisioni. Il capo
rigetta quindi questa realtà che non gli piace e si rifugia sempre
più in un suo mondo irreale, continuando a formulare strategie
sempre più campate in aria e a emettere ordini sempre più
insensati, ma che secondo lui dovrebbero inevitabilmente portare
all'immancabile
vittoria finale. Un corollario di questo atteggiamento è che
chiunque non sia d'accordo col capo e osi formulare delle critiche
viene immediatamente messo da parte. Questo è appunto quello che è
successo al generale Casey e al generale Abizaid, rispettivamente
comandante delle forze Usa in Iraq e comandante del Central Command,
ambedue rimossi pochi giorni fa dai loro rispettivi incarichi per
aver espresso la loro convinzione che l'aumento di truppe deciso dal
Presidente non servirà a nulla e sarà anzi controproducente. Così,
alla fine l'entourage del capo viene a essere costituito
esclusivamente da persone, la cui principale se non unica
qualificazione per il loro incarico consiste nella disponibilità ad
accettare supinamente qualsiasi decisione venga formulata dal capo.
Per quanto riguarda l'Iraq, per esplicita dichiarazione del
presidente Bush nel suo discorso i 20mila uomini in più sono
destinati soprattutto a "garantire la sicurezza
di Baghdad". Si tratta cioè di condurre un massiccio
rastrellamento contro la cosiddetta Sadr City, cioè la grande
sezione di Baghdad con una popolazione stimata a
circa due milioni di persone che è attualmente controllata dalle
milizie del fondamentalismo sciita e dove né i soldati americani né
le forze del governo iracheno
osano da tempo mettere piede. Come il Presidente ha tranquillamente
ammesso, l'operazione comporterà un bagno di sangue, il cui prezzo
sarà però pagato
soprattutto dalla sventurata popolazione civile irachena.
Quella che il presidente Bush ha cercato nel suo discorso di
spacciare come "una nuova strategia" per l'Iraq è quindi
invece esattamente la stessa fallimentare strategia, che
l'amministrazione Usa ha ostinatamente perseguito negli ultimi anni:
la tragica convinzione che l'uso della forza militare sia la ricetta
magica per risolvere qualsiasi difficoltà di politica
internazionale e che quindi sia, ad esempio, possibile domare una
rivolta generalizzata e una guerra civile esclusivamente mediante la
repressione e senza alcun reale progetto politico, a parte le ormai
francamente indigeribili sparate retoriche circa la riconciliazione
e la democrazia in Iraq. Non per nulla il comando delle forze di
terra in Iraq è ora affidato al generale Odierno, che quando era
alla guida della Quarta divisione di fanteria nel 2003-2004 si fece
una fama poco simpatica per la sua politica di indiscriminata
brutalità contro gli Iracheni e la sua convinzione che la violenza
fisica fosse l'unica cosa che essi capivano.
Ma siccome l'esperienza e la storia dimostrano che le rivolte e le
guerriglie partigiane non si domano in questo modo, la perversa
ostinazione del presidente Bush
avrà come unico risultato pratico quello di rendere pressoché
inevitabile che l'avventura militare americana in Iraq si concluda
in un fallimento molto simile al
disastro in Vietnam, ma ancora più grave e dalle conseguenze
strategiche incomparabilmente più serie non solo per gli Stati
Uniti, ma anche per tutto il resto
del mondo.
Ma c'è anche un altro aspetto da considerare: l'allarmante
percezione che gli Stati Uniti sono guidati da una persona che -
diciamo - si comporta come se avesse qualche difficoltà a mantenere
il proprio equilibrio mentale ha delle implicazioni che vanno bene
al di là della pur gravissima situazione irachena. Bush ha ancora
due anni di potere come presidente ed è assolutamente determinato a
portare a termine quella che vede come la sua missione e a lasciare
la sua impronta nella storia - e ci sono purtroppo delle ottime
ragioni per temere che questa impronta sarà stampata nel fango e
nel sangue. Le chiare minacce che il Presidente ha espresso nel suo
discorso nei confronti della Siria e dell'Iran potrebbero forse, se
espresse da un altro personaggio e in un contesto diverso, essere
viste come un'attenta applicazione del principio del bastone e della
carota, ma venendo da lui - e in questo momento - sono poco meno di
una dichiarazione di guerra. Appare quindi pressoché
inevitabile che prima della fine del suo mandato, Bush attaccherà
certamente l'Iran e forse anche la Siria, in una perversa 'fuga in
avanti' basata sulla convinzione che allargare un conflitto che non
si riesce a vincere sia l'unico modo per vincerlo. E' un po' come
Hitler che attacca la Russia, perché non riesce a piegare la Gran
Bretagna.
Il resto del mondo si trova quindi a dover decidere come affrontare
e nei limiti del possibile gestire una situazione, in cui la
maggiore superpotenza del globo è guidata
da un George W. Bush la cui personalità sta rivelando aspetti
sempre meno piacevoli.
Il Presidente è chiaramente impenetrabile a qualsiasi suggerimento
o pressione sul piano politico, sia che vengano dagli stessi Stati
Uniti e men che meno da fuori (si
guardi che fine ha fatto Tony Blair con la sua 'relazione
privilegiata' con gli Usa e la sua convinzione di riuscire a
influenzare Bush!). E anche se dovesse capitare qualcosa a Bush sul
piano fisico o su quello legale, cadremmo dalla padella nella brace,
perché il nuovo presidente sarebbe Dick Cheney, che è con tutta
evidenza ancor
meno equilibrato di Bush. Visto che il presidente Bush non può
essere né convinto né fermato e viste quali sono le sue
intenzioni, non si vede altra soluzione politica per i Paesi
dell'Occidente che allentare deliberatamente i legami politici,
strategici e militari che attualmente ci uniscono se non agli Stati
Uniti in quanto tali, certo a questa amministrazione.
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10.
IL CUNEO
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GENNAIO AMARO IN BUSTA PAGA
Il già esiguo beneficio del cuneo fiscale svapora del
tutto.
A Roma un operaio perde fino a 200 euro l’anno.
Effetto governo dell’Unione: buste paga in picchiata.
Sarà sgraditissima la sorpresa per molti lavoratori italiani, tra meno di due
settimane, quando andranno a leggere il netto in busta. Se l’esecutivo,
infatti, per difendere la finanziaria aveva preannunciato aumenti o perlomeno
un pareggio, la delusione dei salariati sarà invece cocente: alcune tipologie
di dipendenti - soprattutto i single e chi risiede in città come Roma
- avranno addirittura uno stipendio inferiore a quello di dicembre. Si calcola
ad esempio che nella capitale, a causa soprattutto delle tasse addizionali
locali, si potranno perdere fino a 200 euro l’anno, per nulla compensate
dall’effetto cuneo fiscale (l’abbattimento di 5 punti delle tasse
sul lavoro deciso con la manovra).
L’allarme buste paga è stato lanciato ieri dal segretario nazionale della
Fiom Cgil Giorgio Cremaschi, che ha elaborato un primo caso esemplare, quello
di un operaio turnista con un terzo livello dei metalmeccanici. Per
capirci, il tipico operaio medio della Fiat di Mirafiori: 20 mila euro lordi
l’anno, che fanno circa 1200 euro netti al mese. Se portiamo questo operaio
tipo, ad esempio a Roma, vedremo che a causa del recente inasprimento
tributario deciso da Regione e Comune, andrà a perdere oltre 200 euro
l’anno. Questo perché l’Irpef comunale è aumentato dell’0,3%,
quello regionale dello 0,5%, e in più bisogna aggiungere lo 0,3%
di aumento dei contributi previdenziali, deciso sempre in finanziaria
per tutti i lavoratori dipendenti: risultato, un aggravio dell’1,1%
su un lordo di 20 mila euro. Fanno poco più di 200 euro in meno, una bella
fregatura.
Le detrazioni del cuneo fiscale compenseranno questa perdita? Poco o nulla, e
comunque il vantaggio sarà di una qualche rilevanza solo per chi ha notevoli
carichi familiari. Come aveva intuito il manifesto con l’ormai nota
copertina «Presi per il cuneo», e come aveva sottolineato con una
certa chiarezza - unico tra i big del sindacato - Luigi Angeletti della Uil («il
cuneo per i lavoratori è evaporato»), per alcune tipologie di dipendenti
l’effetto cuneo è talmente evanescente e minimale da andare addirittura in
perdita a causa delle addizionali locali. Torniamo all’operaio-tipo da 20
mila euro annui: Cremaschi calcola che se è single, con il taglio del cuneo
«guadagna» al netto rispetto al 2006 la cifretta di 75 euro l’anno. Somma
spazzata via dai 200 euro di addizionali locali, e da qui l’effetto shock in
busta paga: a gennaio questo operaio si ritroverà circa 10 euro in meno
rispetto al dicembre 2006
Antonio
Sciotto - manifesto
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11.
FIAT MELFI
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Solo gli operai possono difendere se
stessi
Tonino
Innocenti è stato licenziato dalla Sata per la sua attività sindacale, senza
compromessi, al servizio dei compagni.
Donato
Auria è stato tra i protagonisti della lotta dei 21 giorni e ha
“costruito” Alternativa Sindacale in fabbrica.
Oggi
leggiamo sulla “Voce Operaia” accuse infamanti nei loro confronti da parte
della dirigenza di Alternativa Sindacale.
Tonino
Innocenti un venduto. Donato Auria un traditore. Due tra i compagni più
conosciuti e stimati della Sata, additati agli operai in questo modo con la
calunnia e senza un fatto.
Perché?
Nessuna spiegazione logica. L’unico motivo è che Donato Auria è un operaio
che si è permesso di ragionare con la propria testa e Tonino Innocenti si è
schierato al suo fianco. In Alternativa Sindacale il pensiero è bandito. Gli
operai che si permettono di ragionare in modo indipendente devono essere
espulsi, massacrati di infamie e di calunnie. In Alternativa Sindacale vale
solo il “Pensiero Unico” del segretario, V. F. Rosa. Evidentemente, per
questo membro della piccola borghesia per condizione sociale e per concezioni,
gli operai non hanno né la capacità, né tantomeno il diritto di pensare in
proprio.
Questo
personaggio ha prima dirottato gli operai combattivi in un’organizzazione
politica vicina al partito di un reazionario come Di Pietro, Unità Popolare,
poi ha praticamente distrutto Alternativa Sindacale che ha rappresentato un
tentativo importante di organizzazione operaia.
Nella
sua foga distruttiva ha addirittura chiesto alla Sata di dimettere dalla RSU
il delegato Ferrentino che si è schierato con Innocenti e Auria. Come se
Ferrentino l’avesse eletto lui direttamente e non gli operai che l’hanno
votato. Neanche la FIOM, che non difese Tonino Innocenti e non evitò che lo
licenziassero, ha fatto cose del genere nei confronti dei delegati che
fuoriuscirono e che in seguito dettero vita ad Alternativa Sindacale.
Dall’alto
del suo “Pensiero Unico”, il segretario Rosa pontifica sulla “Voce
Operaia” che: “Sono gli operai che hanno bisogno del sindacato e non il
contrario”. La stessa posizione dei sindacati filo aziendali, Fismic in
testa, per i quali gli operai non contano niente, ma sono solo “merce di
scambio” da tenere sotto controllo quando si tratta con il padrone.
E’
una brutta esperienza, ma anche questo serve agli operai per raggiungere
l’indipendenza politica e sindacale.
Impariamo
la lezione: non deleghiamo più la difesa dei nostri interessi a chi per vanità
o per difendere i propri privilegi è contro di noi. Organizziamoci tra
operai, tra gente che vive la stessa condizione di sfruttamento, aldilà delle
parrocchie sindacali. Solo così abbiamo la possibilità di difendere noi
stessi.
Associazione per la Liberazione
degli Operai
Sez. di Napoli
fip 16/01/07
Per contatti scrivere: Via Falck, 44
20099 Sesto San Giovanni (MI)
http://www.asloperaicontro.org
http://www.operaicontro.it
e-mail: operai.contro@...
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12.
FIAT AVIO
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Un
accordo di svendita
L’accordo
del 21 dicembre 2006 rappresenta l’atto ufficiale con cui si sancisce la
chiusura del reparto Revisioni, il resto sono chiacchiere per tranquillizzarci
che sottovalutano la stessa portata negativa dell’accordo.
Quanti
sono gli esuberi?
L’accordo
volutamente non è chiaro su questo. A monte dei 250 dichiarati, quelli che
possono partire sono molti di più, dipende dalle interpretazioni che si
vorranno dare all’accordo.
Sono
90 da collocare in mobilità. A questi sono da aggiungere quelli da mettere a
CIGS, che l’accordo indica in “non più di duecento”. Quindi altri 200.
60
lavoratori (sono altri?) saranno interessati da corsi di formazione con
“fondi messi a disposizione dalla Regione”. 20 lavoratori saranno
trasferiti “nei siti di Pomigliano e Acerra”. Questi ultimi chi sono? Sono
forse sindacalisti e loro clienti delle Revisioni che saranno spostati in
reparti produttivi per conservare il posto?
Un
ulteriore passo dell’accordo recita: bisogna “favorire la disponibilità
dei lavoratori della DRC di espletare la propria prestazione lavorativa in
trasferta presso altri siti produttivi” e saranno altre partenze!
A
quanti arriviamo con il conteggio? Dai 250 esuberi si può passare a 290, 350
e oltre. Ci danno i numeri per poter fare quello che vogliono!
La
cassa integrazione.
Con
la mediazione dei “politici” e l’impegno del sindacato, la procedura di
“CIGS per cessazione di attività” è stata trasformata in “CIGS per
riorganizzazione/riconversione di 24 mesi”. E’ un’altra presa in giro!
Lo stesso accordo richiama gli “impegni presi dal governo … per il
ripristino delle attività di manutenzione dello stabilimento di Brindisi”.
Noi chiediamo: cosa c’entra Brindisi con Pomigliano? Tutti capiscono che se
Brindisi avrà un ulteriore sviluppo, a maggior ragione la Revisione a
Pomigliano è morta e sepolta.
Gli
interinali rimangono.
E’
sembrato strano a molti come mai i ragazzi interinali sono rimasti. Qualche
sindacalista si è anche vantato che l’accordo difende i giovani. Menzogne.
A noi fa piacere che i ragazzi rimangano, il futuro delle lotte è nelle loro
mani, ma gli interinali non sono stati toccati per due motivi:
1)
Perché alla produzione, con la nuova organizzazione del lavoro che si sta
attuando, serve carne fresca per gli alti ritmi che si prevedono.
2)
L’azienda ha preferito togliersi dai piedi lavoratori con contratti a tempo
indeterminato, ora che si è creata l’occasione. Quelli a contratto
determinato, gli interinali, può espellerli sempre, ogni volta che vuole. Per
togliere all’azienda questa arma e per difendere veramente i giovani
bisognava e bisogna ottenere l’assunzione a tempo indeterminato degli
interinali.
I
soldi per la mobilità.
Qualcuno,
pur di andarsene, vede bene la mobilità. Ma non tutto quello che luccica è
oro. Con la mobilità si perdono molti soldi e dal secondo anno ancora di più
(-20%), inoltre i soldi che vengono dati sotto la voce tfr sono un misero
contentino.
Per
firmare questo pessimo accordo ci sono voluti 10 RSU e 2 “esperti
sindacali” Dodici parassiti che grazie alla svendita degli operai possono
continuare a non lavorare. Ci serve sul serio questa gente? O è arrivato il
momento di toglierci di dosso queste sanguisughe?
Associazione per la Liberazione
degli Operai
fip
15/01/07
Per contatti scrivere: Via Falck, 44 20099 Sesto San Giovanni (MI)
http://www.asloperaicontro.org
http://www.operaicontro.it
e-mail: operai.contro@...
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