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Fw: operai contro   Elenco di messaggi  
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----- Original Message -----
Sent: Saturday, October 13, 2007 9:04 PM
Subject: operai contro

Vi invitiamo a stampare e distribuire il volantino: Gli operai dell'industria hanno detto no.


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Dom 14 Ott 2007 9:10 am

giancarlo_pozzi1@...
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13 OTTOBRE 2007

OPERAI

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GIORNALE PER LA CRITICA, LA LOTTA, L'ORGANIZZAZIONE DEGLI OPERAI CONTRO LO SFRUTTAMENTO

Anno IX Numero 309

SOMMARIO

13  OTTOBRE  2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.APPUNTI PER UN VIAGGIO

Fotocopiato 

Relazione approvata il 9 giugno 2007 all’assemblea generale dell’Associazione per la Liberazione degli Operai (Aslo). Sesto San Giovanni (Mi).

            Appunti per un viaggio         Verso un partito indipendente degli operai

Premessa

Una riunione di operai che s’incontrano in quanto operai assume già in sé un significato particolare. Non una riunione sindacale di una determinata categoria per discutere di salario, di condizioni specifiche di lavoro, ma una riunione in cui gli operai si ritrovano e discutono in quanto tali. Una novità, ma quanto è costata, abbiamo seguito altri partiti che giuravano di rappresentarci, altri capi sindacali che sostenevano di poter migliorare la nostra posizione sociale. Hanno cercato di farci dimenticare la nostra specifica condizione, ci hanno imposto di non giudicare sulla base degli interessi materiali ma sulle chiacchiere che ognuno era capace di fare in televisione, e così avanti finché abbiamo deciso di guardare oltre. La condizione degli operai non era migliorata, anzi sta peggiorando a vista d’occhio e in tutto il mondo. Noi, la classe che produce e riproduce ricchezza per altri scendeva e scende verso il basso della gerarchia sociale. Noi dovevamo cercare nel labirinto di una società atomizzata, dove tutti si presentano come individui autosufficienti qualcosa di comune, qualcosa che ci rende uguali, con la stessa storia e lo stesso futuro e ci siamo scoperti operai, operai sfruttati dal capitale e come tali ci siamo mossi. Facendo in proprio. Tentando una nuova strategia politica, una strategia politica come quella che i borghesi intrapresero nell’Europa del secolo diciottesimo, contro la nobiltà, con la rivoluzione francese, la ghigliottina e la testa del Re.

 

L’indipendenza degli operai deve essere ristabilita

 

I partiti sono espressioni di classi determinate. Rappresentano interessi economici che si fondano nella struttura della società, la loro evoluzione si spiega nella modifica di questi interessi economici, nella loro maturazione o declino. Dobbiamo iniziare a chiederci perché gli operai non hanno un proprio partito indipendente, perché non sono ancora maturi i presupposti di questo processo d’autodefinizione politica? La risposta va cercata nel rapporto fra operai veri e propri e la loro aristocrazia, fra operai veri e propri e tutta la piccola borghesia a stipendio che sta fra loro e il capitale che li impiega, quello strato sociale di lavoratori della mente che gestisce l’amministrazione del processo produttivo e il funzionamento dell’apparato tecnico organizzativo dello stato. Lavoratori con redditi appena sopra il livello di un salario medio operaio, come base di partenza, che poi si sviluppa verso l’alto percorrendo i diversi stadi della carriera impiegatizia. Questi strati sociali risentono dell’andamento della crisi, la loro condizione oscilla continuamente, se trovano lavoro trovano stabilità economica e se sono precari pensano sempre che con un posto di lavoro sicuro hanno risolto ogni problema, se aumentano i prezzi diminuisce il loro reddito e sono costretti a qualche sacrificio, la qualità della loro vita ne risente. I partiti in cui si organizzano criticano la società dalla loro ottica, dalla particolare condizione sociale, nei loro programmi chiedono una politica dei redditi a favore di chi lavora, vogliono un mercato regolamentato per non correre rischi di essere buttati sul lastrico per effetto di una crisi economica, lottano per uno “stato sociale” ben ramificato e fonte di lavoro e di reddito garantito. Sono contro la guerra perché potrebbe rovinare il loro quieto vivere e sono sensibili al discorso ecologico, che non gli si rovini l’ambiente dove andare alla ricerca di un vitale, individuale, rapporto con la natura. In alcune espressioni sono critici attenti della società del profitto, delle sue più evidenti storture e con ciò conquistano anche tanti operai che vogliono protestare, che vogliono esprimere politicamente il loro malcontento.

Fintanto che i partiti di questi strati sociali stanno all’opposizione riescono a rappresentare anche se in forme diverse tutta l’opposizione sociale. In forme diverse, da quelle più ecologiste a quelle più legate alla cosiddetta ridistribuzione del reddito. Gli operai, gli vanno dietro, delegando a questi partiti la soluzione dei loro problemi e più in generale accodandosi alla piccola borghesia lavoratrice ed alla sua politica d’opposizione. Questo patto sociale funziona fino al punto che molti operai spingono col voto, con una vera e propria militanza politica questi partiti al governo, e sono andati al governo tramite un’alleanza con una frazione di classe dominante che va dalla grande industria alle banche a settori importanti della macchina statale.

Nella società italiana le classi intermedie hanno un peso rilevante ma non sono un blocco sociale omogeneo. La distanza fra quattro milioni di piccoli padroncini che sfruttano da uno a nove operai e la piccola borghesia lavoratrice dell’industria, dei servizi e dell’agricoltura che vive di reddito da lavoro è significativa. Che la borghesia industriale e finanziaria scelga di volta in volta, spinta dagli eventi, di gestire il potere statale con un blocco piuttosto che con l’altro e una questione all’ordine del giorno. Con Prodi è indubbio che la grande industria e la banca centrale hanno scelto, per rilanciare l’industria e razionalizzare la gestione statale, di appoggiarsi ad un blocco sociale che ha raccolto anche la piccola borghesia lavoratrice in cambio della solita balla chiamata equità sociale. Un anno di governo sotto l’egida di Montezemolo e la banca centrale doveva naturalmente disgregare il blocco sociale che ha spinto Prodi al governo, disgregare almeno le aree sociali più povere che i partiti della cosiddetta sinistra antagonista avevano inglobato nel progetto del cosiddetto governo amico dei lavoratori. La piccola borghesia rovinata e gli operai hanno misurato subito e sulla loro pelle cosa era il governo amico, questa disillusione si è manifestata nella crisi politica di Rifondazione. Solo i ciechi non hanno colto il valore delle contestazioni a Bertinotti all’università di Roma, le successive scissioni del partito, la storia del TFR e l’attacco alle pensioni che si sta preparando. Il contratto degli statali che viene solo formalmente rinnovato con una miseria in cambio di un giro di vite sull’attività lavorativa degli impiegati. L’intervento della polizia per risolvere i problemi posti dalle proteste sulla salute pubblica.

La base di massa del governo Prodi non può restare l’insieme del lavoro dipendente e tantomeno può bastare il solo appoggio di Confindustria e grandi banche, queste non sono capaci oggi di grandi egemonie. Niente può dare il governo Prodi a Rifondazione, Verdi e PdC per soddisfare le loro vane promesse alle classi subalterne, agli operai ed agli strati rovinati della piccola borghesia. Prodi deve ora cercare il sostegno nelle classi medie dello schieramento avversario, deve unire in partito sia il manager industriale sia il libero professionista, sia il funzionario statale sia il medio e piccolo industriale del Nord. Fare un partito nuovo per compattare queste forze e conquistare fra le classi medie ciò che il suo alleato Bertinotti perde alla sua sinistra.

Ora è chiaro che sia gli operai come gli strati più bassi della piccola borghesia lavoratrice perdono con le loro illusioni la speranza che lo schieramento politico che va da Prodi a Bertinotti possa in qualche modo risollevare le loro sorti sul terreno economico. Sono costretti a cercare nuove vie e qui si gioca il problema di una nuova prospettiva politica. Non è il caso che si sta tentando da parte di fuoriusciti di Rifondazione di ricostituire nuovi partiti, nuovi soggetti politici. Ma ahimè per loro non sono riusciti oggi che a riproporre le stesse minestre che furono alla base della costituzione di Rifondazione e che già contenevano in nuce l’evoluzione governativa di questo partito. Sembra paradossale, ma proprio nell’ambito di un movimento che fuoriesce dall’egemonia politica dei comunisti borghesi, si gioca il problema dell’indipendenza degli operai e della possibile costituzione di un loro partito politico indipendente. Si gioca la questione di quale classe impersonifichi veramente la possibilità del superamento dello stato di cose esistente.

Tutte le vie che questi compagni di strada degli operai hanno tentato per riformare il sistema si sono rivelate fallimentari, hanno spinto al governo i loro migliori capi, hanno accettato di sedere al governo con una classe politica di antica tradizione democristiana e ne hanno ricevuto solo dei calci in faccia. Un esempio per tutti, la legge Biagi, è ancora lì operante, il precariato sta diventando norma nei contratti nazionali per quanto si dica limitato. Per non parlare della guerra, in Afghanistan stiamo aggredendo un popolo in faccia a tutte le bandiere arcobaleno sbiadite appese ai balconi di tanti uomini di buona volontà, illusi che bastasse un gesto civile del genere ed un governo di centro sinistra per farla finita con la guerra. La piccola borghesia impoverita, i lavoratori della mente alternativi sono arrivati a questo stadio di critica e di disillusioni, più in la non potranno andare. Non sono nella condizione di farlo, la loro situazione sociale riguarda la distribuzione della ricchezza sociale non la sua produzione, e se si tratta di un problema di distribuzione cosa potevano pensare di meglio di un governo che distribuisse diversamente la ricchezza con un atto politico? Gli è andata male, la ricchezza é distribuita sulla base di come essa si produce ed in quali rapporti sociali si produce, non si tratta di politiche liberiste ma di rapporti di produzione sotto il capitale.

La scena politica del cosiddetto antagonismo sociale è sgombera, i principali attori sono seduti in parlamento a votare misure dettate dagli interessi della borghesia industriale, dalle grandi banche e da inossidabili gestori dei conti pubblici. Lo spazio per gli operai si è finalmente aperto, possono imporsi sulla scena politica con un loro maturo processo d’emancipazione e lo faranno alla sola condizione di sganciarsi dalle concezioni politiche, dai programmi dei loro più vicini “alleati”, questa piccola borghesia lavoratrice rovinata.

 

Operai e capitale

 

Centocinquanta anni sono passati invano? Dalla comparsa delle prime fabbriche e dei primi operai sono trascorsi quasi due secoli ebbene in che condizione sociale ci troviamo? Se la situazione di un uomo si misura sulla base della posizione che occupa nella produzione sociale siamo ancora in catene. Lavoriamo sotto il controllo di una schiera di ufficiali e sottufficiali, il nostro tempo di vita è determinato dai tempi di produzione che altri decidono. Passiamo una vita ad oggettivare il nostro lavoro in una montagna di merci che ci è estranea e che serve ad altri per arricchirsi. Ci hanno abituato ad un livello di alienazione così da accettare come naturale non trarre nessuna soddisfazione dalla nostra stessa attività umana. Siamo uomini da mille euro al mese. Il capitale si è impossessato della scienza, della tecnologia per ridurre gli operai a una forza muscolare semplice di scarso valore. Aveva due obiettivi e li ha perseguiti con determinazione: succhiare il più possibile lavoro vivo da una generazione di operai dopo l’altra e svalorizzare il più possibile la nostra forza lavoro per pagarla sempre meno. Il lavoro produttivo di generazioni di operai ha reso sempre più forte e più ricco il capitale e più misero l’operaio rispetto a lui. Questo è quello che è successo in questi centocinquanta anni. Di fronte a questa realtà come è miserabile tutto il chiacchiericcio sugli industriali illuminati, sull’unità di interessi fra industriali ed operai, sull’equa distribuzione del reddito. Gli operai sono l’unica classe per cui ogni sviluppo dell’industria rappresenta un passo indietro della propria condizione umana. Questa contraddizione nel momento in cui esploderà farà saltare per aria tutta la società. Potrà mai essere credibile chi sostiene di essere antagonista e non dice nulla sull’antagonismo vero che contrappone gli operai ai loro padroni, potrà essere credibile colui che dopo centocinquant’anni chiede a Montezemolo se per favore distribuisce diversamente i suoi profitti, o addirittura saluta il buon andamento degli affari in Fiat come la possibilità degli operai di migliorare la loro condizione? Il partito operaio è per sua natura in guerra col capitale, se gli operai vogliono emanciparsi questo sistema deve essere superato. Agli inizi del novecento c’erano già degli operai che erano convinti di questa verità ma non c’era tutta l’esperienza storica che abbiamo accumulato in cento anni, oggi c’è e farla valere contro tutto e tutti è il primo passo per la nostra indipendenza politica.

 

Gli operai e il governo.

 

Gli operai non hanno intenzione di costituirsi in partito per conquistare un posto al governo, vogliono il rovesciamento del governo, qualunque governo di una società fondata sullo sfruttamento operaio sarà un governo dei padroni per la gestione dei loro affari privati. La borghesia lottò contro la nobiltà non per conquistarsi un posto alla corte del re ma per abolire la nobiltà stessa. Così mentre ogni partito aspira a sostituire al governo un altro partito nelle stesse stanze e sulla stessa base sociale, il partito operaio lavora per sovvertirne la base economica, finiti i padroni è finita anche la loro forma di governo. Il rovesciamento è necessario, non si arriva a cambiare la società sedendo in un governo che ne è l’espressione politica, se si sconvolge la società si sconvolgono anche le forme del governo della società. La storia dice forse il contrario? I primi socialisti andarono al governo in nome degli operai ma non fecero altro che gestire socialmente il loro sfruttamento, i più maturi comunisti borghesi sono al governo e fanno forse altro che gestire ancora lo stesso sfruttamento? La strada del potere operaio non è la conquista della maggioranza parlamentare. La conquista della maggioranza parlamentare presuppone la conquista da parte del partito operaio della maggioranza dei voti ma finché il potere economico è nelle mani dei padroni questa è pura utopia e reale subalternità. Maggioranza e minoranza fra disuguali nasconde una mistificazione, la volontà di voto ha forse lo stesso peso per un signor Fiat e per l’ultimo operaio di catena, il primo con tutti i mezzi economici per conquistarsi il consenso, il secondo con i soli mezzi per recarsi alle urne. Il primo, il padrone, con il controllo su una massa di ricchezza estorta agli operai da gestire e distribuire. Il secondo, che secondo la tradizione politica di sinistra dovrebbe con l'egemonia delle parole conquistare la maggioranza delle classi intermedie facendo loro concessioni dopo concessioni. Per noi la democrazia parlamentare è una democrazia per i ricchi, è una delle forme politiche della loro dittatura, non l’unica, come la storia ci ha insegnato, il fascismo è stata un’altra forma della dittatura dei padroni sugli operai. Maggioranze e minoranze parlamentari in una società divisa in classi non hanno nessun significato, non si misurano qui individui sociali di uguale entità e forza. Se le classi che vivono dello sfruttamento operaio direttamente o per via indiretta fossero numericamente la maggioranza della società e se questi con un’alzata di mano decidessero che la minoranza deve lavorare per mantenerli a far la bella vita, chi potrebbe impedire a questa minoranza di rifiutarsi e di far saltare per aria tutte le pretese di questi signori della maggioranza? Nessuno. Nella realtà metterebbero in campo addirittura l’esercito contro gli schiavi, che sarebbero diventati così sfrontati da non rispettare nemmeno il principio democratico di maggioranza e minoranza. Come operai non saremo più i guardiani della loro democrazia, un ruolo che ci hanno imposto i borghesi di sinistra, nel momento che anche i padroni avranno bisogno di modificarla per i propri fini noi dovremmo essere pronti ad affossarla, non possiamo chiedere loro ciò che non possono darci e gli operai hanno bisogno di libertà. La repubblica democratica non ha superato la schiavitù del lavoro salariato, ne è stata il miglior involucro. Più il ceto politico deve liberamente occuparsi dei fatti politici, liberamente manovrare per accaparrarsi nuove ricchezze, più il regime di fabbrica deve essere dispotico. Più lo stato diventa una macchina democraticamente articolata, più i padroni e manager diventano, nelle fabbriche che gestiscono, dei dittatori che usano ricatti e provvedimenti disciplinari per tenere in riga i loro schiavi. La libertà degli individui sociali si misura nei rapporti reciproci nel campo della produzione materiale, ed è qui che il grado di libertà della società odierna si dimostra miserabile, ed è qui che gli operai sono l’unica classe che può capire il contenuto dispotico della democrazia dei padroni. Nelle fabbriche vige un sistema disciplinare che si articola in richiami, multe, sospensioni fino al licenziamento, la direzione decide in piena autorità. I rapporti fra gli operai, fra loro e i capi si inseriscono in un processo lavorativo deciso e gestito in alto, agli operai è imposta una disciplina produttiva assoluta dalla quale non è possibile esimersi. La cosa che ci deve far riflettere è il fatto che a tanti, compresi quelli che subiscono questo regime, tutto ciò appare naturale, necessario. Non è cosi, solo il processo lavorativo che serve da veicolo per valorizzare il capitale e cioè per far arricchire il padrone ha bisogno della guardia, della multa, solo questo processo lavorativo ha bisogno che l’operaio si trasformi in un ingranaggio della macchina e se per caso, dopo aver fatto per otto ore la stessa operazione misurata in secondi, si sente ancora un uomo e salta fuori dall’ingranaggio va costretto a ritornarvi docile e pentito. Questo dispotismo produttivo, che la dice lunga sulla libertà individuale così cara ai borghesi, si ritrova in forme diverse in tutti gli ambiti del lavoro a salario. Il capoufficio, il preside, il funzionario dello stato usano anche loro metodi dispotici sui loro subalterni ma qui la cosa si manifesta come espressione di volontà dispotica individuale, la soluzione si cerca nell’ambito di un diverso comportamento del singolo, più o meno democratico. Solo nel diretto processo produttivo si può scoprire e si scopre che la dittatura del capitale sul lavoro non riguarda la sfera dei comportamenti di questo o quel capo, di questo o quel direttore di produzione, è insito nel rapporto di produzione che deve produrre una merce che contiene lavoro non pagato e che è la fonte prima del profitto da capitale. Ogni operaio quando dice che il più buono dei capi andrebbe appeso dice una verità incancellabile: è il rapporto di sfruttamento degli operai da parte dei padroni che deve essere superato, abolito.

Il parlamento, con il sistema elettivo, ci viene presentato come l’unica forma democratica, in realtà non è che la forma politica entro la quale si esercita oggi la dittatura dei padroni sugli operai. Lo scopritore della schiavitù degli operai scriveva già più di cento anni fa che nelle elezioni gli operai vengono chiamati a scegliere quale membro della classe dominante dovrà esercitare il potere, ed aveva perfettamente ragione. Da allora si è tentato e ritentato di cancellare questa verità, i primi partiti socialisti combattendo la tendenza anarchica per cui gli operai non dovevano occuparsi di politica si inventarono che bisognava partecipare alle elezioni perché attraverso esse gli operai avrebbero lentamente ma inesorabilmente conquistato il potere sulla cosa pubblica. Una menzogna che è solo servita, generazione dopo generazione, a far piazzare uno strato superiore degli operai che si erano imborghesiti nei posti di potere che i padroni concedevano. Li concedevano in cambio di una collaborazione nel sottomettere la massa di operai i quali venivano schiacciati sempre più. Il punto di approdo di questa lunga storia è sotto gli occhi di tutti, colui che si dichiara rappresentante degli operai è seduto alla presidenza della Camera e fa un ottimo lavoro, per i borghesi si intende, nelle fabbriche non ce ne siamo nemmeno accorti. Il partito operaio è il partito politico par exellance, l’azione politica di questo partito si fonda sul fatto che la società è attraversata dalle lotte delle classi ed ogni lotta di classe contro classe è una lotta politica e senza illusioni o comanda la classe degli operai o comanda la classe dei padroni. Proprio per queste ragioni la politica degli operai cammina con i piedi per terra, non promette ciò che non può mantenere, il partito operaio manderà dei suoi emissari anche in parlamento ma per usarlo per farsi conoscere, per dimostrare che è uno strumento indissolubile dall’esercizio del potere del capitale, che ne è la forma più raffinata e che la liberazione degli operai passerà proprio attraverso il suo superamento. Gli operai nel corso del secolo passato tutte le volte che hanno tentato di prendere il potere e di tenerlo hanno sperimentato altre forme di gestione della cosa pubblica, ed era sicuro più a buon mercato, agiva negli interessi delle classi più povere. La guerra che gli operai russi al governo fecero ai loro padroni espropriandoli delle fabbriche, delle terre e di tutta la ricchezza accumulata con lo sfruttamento rimarrà impressa nella storia delle classi subalterne e negli incubi del capitale per centinaia di anni.

Ci siamo spinti troppo avanti, ma è necessario, solo così possiamo capire quanto è miserabile la prospettiva che ci viene condita, quella di limitare il nostro orizzonte politico a sostenere un governo di borghesi di sinistra elemosinando qualche intervento a nostro favore che mai verrà, e semmai verrà, basterà una sola crisi economica a ributtarci indietro senza appello.

 

Gli operai e le classi intermedie

 

Ne abbiamo parlato più sopra riferendoci agli strati più vicini agli operai ed alla loro influenza politica, ne riparliamo ora per il ruolo che giocano gli strati medio alti nella lotta fra capitale e lavoro. Fra gli operai veri e propri e gli industriali e i banchieri ci sono le classi intermedie, stratificate. Dall’impiegato di fabbrica equiparabile ad un operaio ben pagato al suo dirigente lavoratore, al libero professionista, dall’impiegato comunale al funzionario di alto grado. Ai padroncini piccoli e medi dei servizi e dell’agricoltura. Sono una massa imponente, soggetto preferito dai partiti parlamentari per i voti che possono fornire e per il ceto politico che producono, fondamentale per gestire tutta l’articolazione della macchina statale. Sono pericolosi anche se in determinate condizioni una buona parte degli strati più bassi può anche unirsi agli operai nella lotta contro il capitalismo. Per la posizione che occupano nella produzione sociale hanno guadagnato qualche privilegio e lo difendono con determinazione. Dipendono in tutto e per tutto dal livello di accumulazione del capitale, dal suo andamento, dal grado di rendimento dello sfruttamento degli operai produttivi e da come questa nuova ricchezza arriva a loro attraverso la mediazione del primo vero espropriatore, il capitale industriale. Si può ben capire subito che la perdita dei loro privilegi può da questi essere attribuita a turbolenze nel rapporto fra operai e padroni oppure ad una cattiva gestione della ricchezza da parte di chi ne detiene il controllo, possono cioè agire come una forza sociale alleata al capitale per piegare gli operai come allo stesso modo sviluppare un movimento contro le classi dirigenti per una diversa distribuzione dei redditi. Li mette in moto l’avvento di una crisi e il pericolo di una contrazione dei loro redditi ma che direzione prenderanno non dipende da loro ma dalle fondamentali classi in lotta, gli operai o i padroni. Cosa hanno fatto i nostri impiegati negli anni ottanta se non schierarsi con gli industriali assumendo fino in fondo il fatto che la normalità produttiva avrebbe evitato i pericoli di una crisi che li avrebbe danneggiati. Cosa fecero i quarantamila della FIAT se non giurare fedeltà al loro padrone chiedendogli di ripulire le fila operaie dai ribelli, col loro aiuto gli operai vennero sottomessi e ridotti al silenzio. Ma la crisi ha travolto lo stesso la grande industria, la ha ristrutturata profondamente e tanti di quei ligi impiegati sono finiti assieme agli operai in mezzo ad una strada, in cassa integrazione, cancellati. Mentre gli operai venivano sottomessi a nuovi e più pesanti cicli produttivi i figli di questi cercavano di ricollocarsi come i padri, dietro una scrivania a tempo indeterminato ma il bravo padrone aveva per loro una sorpresa, nessun posto di lavoro fisso, precariato ed ovunque precariato, dalle università fino agli uffici tecnici delle grandi fabbriche. Licenziare gli operai in soprannumero per rendere la produzione più snella, più flessibile e concorrenziale è stato il programma sociale degli anni ottanta e novanta, un programma che ha introdotto un precariato industriale che doveva fare da battistrada a quello più generale che affrontiamo oggi, ma finché era limitato agli operai veniva in fondo giustificato, era una necessità dell’industria per sopravvivere, oggi si denuncia come una grave malattia sociale, colpisce tutto il lavoro dipendente, dal giovane addetto ai servizi informatici all’impiegato di banca appena assunto. E’ la libertà di mercato nel mercato del lavoro rispondono i più sfrontati sostenitori del sistema e timidamente gli rispondono i rappresentanti dei lavoratori al governo, giusta la libertà di mercato ma venga limitata nei suoi più dirompenti effetti sociali. Ma è così fuori dal tempo e dallo spazio gridare che il rapporto mercantile è una maledizione sociale, che tutti i rapporti fra gli uomini sono in funzione dello scambio per il profitto e che questo scambio sta facendo degenerare la società? Sembra più facile e percorribile la strada della richiesta di un intervento politico sul precariato ma si è dimostrata fallimentare, la legge Biagi è ancora tutta lì, applicabile ovunque, siamo alla farsa che i metalmeccanici nella loro piattaforma chiedono una limitazione al 15% degli operai irregolari. La divisione fra gli operai fra regolari e quelli irregolari nello stesso ciclo produttivo verrà cosi sancita contrattualmente con le conseguenze che comporta nel contrasto fra operai e padroni che si manifesta continuamente in ogni fabbrica. Gli operai irregolari verranno usati per far pressione sui regolari, i regolari saranno costretti a subirla finché l’unità nella lotta li contrapporrà al padrone come un unico esercito. Quale forza sociale può anche solo concepire il superamento dello scambio mercantile, del profitto come maledizione, il mercato come luogo del dispotismo di una classe sull’altra, soltanto la classe degli operai. Il libero mercato per gli operai è il luogo dove scambiano la loro forza di lavoro con un salario sufficiente a riprodurla, sono tutti e due liberi cittadini, l’operaio non vuol vendere la sua forza può scegliere di morire di fame, il padrone non la vuol comprare ne troverà altri forse più a buon mercato. Operai e padroni arrivano al libero mercato già marchiati ma è solo il primo passo. Da questa anticamera della libertà si passa alla produzione, qui l’operaio è solo un ingranaggio di un processo lavorativo dove è costretto a produrre una merce di valore superiore a quanto ha ricevuto nella forma di salario. Il padrone ora tornerà al mercato per realizzare il profitto che l’operaio ha oggettivato e entrerà in concorrenza con i suoi fratelli nemici, gli altri padroni. Si confronteranno produttività del lavoro, costo delle materie prime, salari pagati. Il libero mercato spingerà gli uni sugli altri e tutti sui propri operai per intensificarne lo sfruttamento. Quali interessi hanno gli operai a sostenere il libero mercato, lo scambio mercantile se in questo meccanismo produce e riproduce la loro sottomissione. Come possono gli operai illudersi che possa esistere un mercato regolato democraticamente, se è proprio il mercato del capitale la base entro cui il loro sfruttamento è possibile? Certo che le classi che fondano la loro esistenza economica sulla distribuzione del profitto possono anche concepire una diversa distribuzione, l’intervento dell’autorità pubblica per modificarla, non gli operai che devono puntare al superamento di questo rapporto sociale così come si è costituito. Gli strati più bassi delle classi intermedie, che lavorano a stipendio possono capire questa prospettiva operaia ed appoggiarla, solo quando tutti i tentativi per salvaguardare i loro piccoli privilegi risulteranno vani, quando il grande capitale dell’industria e delle banche affrontando la crisi economica e cercando i mezzi per superarla non potranno far altro che ridurli in miseria e farli cadere nella condizione sociale degli operai. Ma non basterà ancora, potranno essere ancora convinti che la ragione del declino bisogna cercarla in un nemico esterno, nello straniero, nell’immigrato, nel ladruncolo di quartiere, solo gli operai in lotta contro i padroni potranno indicare una prospettiva nuova alle loro aspettative, completamente nuova, non per ricostituire antichi e miserabili privilegi ma per costruire una società libera dal lavoro salariato e dalle differenze di classe che porta con sé. Il partito operaio non ha nessun interesse a mediare con le concezioni, i modi di pensare, le prospettive politiche di questi strati sociali per quanto esprimano critiche antagoniste, il fatto che ci definiscano tutti lavoratori non ci rende una classe sociale omogenea, non abbiamo lo stesso programma. Loro cercano ancora aggiustamenti del sistema, cercano ancora il governo amico, un mercato meno selvaggio, uno sfruttamento più umano, una politica meno liberista, sono una piccola borghesia dipendente ed è quasi naturale che pensino ed agiscano in questo modo. Noi cerchiamo altro, o il padrone o noi, o gli operai al potere o i borghesi, o lo sfruttamento o la sua abolizione, dopo aver lavorando nelle loro fabbriche per oltre centocinquanta anni ed aver reso essi più potenti e noi più poveri, a quale altra conclusione potevamo giungere.

 

L’imperialismo e gli operai

 

Gli operai di tutti i paesi a capitalismo maturo hanno il dovere di schierarsi in ogni contrasto internazionale contro il proprio governo. La questione è semplicemente spiegabile, il governo che gestisce la nazione è un governo dei padroni, un governo dei padroni può solo fare una politica estera per favorire gli affari dei padroni, se la nazione gestita da codesti padroni viene offesa, maltrattata o addirittura coinvolta in un’azione militare la responsabilità è loro e può essere, agli occhi degli operai, solamente loro. E’ pensabile schierarsi con il governo che gestisce socialmente il nostro sfruttamento, quando questo agisce sullo scenario mondiale per gli interessi dei padroni che rappresenta? Se il nostro sfruttatore prende stangate ben venga, lo indebolirà nei nostri confronti e potremmo anche in determinate condizioni abbatterlo. Invece cercano in tutti i modi di ricostituire il mito di patria, di nazione, di farci sentire tutti membri di uno stesso popolo. Più si aggrava la concorrenza internazionale fra nazioni o blocchi di nazioni e più hanno bisogno di unificare le classi per essere più forti in caso di conflitto militare, perché la guerra per dividersi il mercato mondiale è sempre presente come soluzione necessaria. Il parlamento italiano scatta in piedi ogni qualvolta qualche soldato viene colpito in un’azione militare all’estero, un parlamento unito e compatto fino alla sinistra radicale. Diventa una bestemmia chiedersi cosa facesse il nostro eroe all’estero, quali rastrellamenti avesse effettuati, a quanti posti di blocco avesse perquisito uomini donne e bambini e quanti nelle operazioni umanitarie ne avesse assassinati. Noi lo chiediamo perché il capitalismo italiano non apre filiali di banche, installa industrie, manda uomini armati, militari se non per allargare la sfera dello sfruttamento, se non per aumentare il proprio profitto sfruttando mercati e differenti gradi di sviluppo delle nazioni. Il capitalismo di un paese come l’Italia quando fa beneficenza rapina, quando spedisce medicine gratuite lo fa per sperimentare il loro effetto sulle popolazioni, quando manda il cibo è prossimo alla data di scadenza e se lo fa pagare a caro prezzo dal suo stesso governo con il recupero fiscale. L’intervento militare è solo una forma dell’imperialismo moderno, prima e dopo arrivano i capitali, le merci, le industrie, gli uomini d’affari, i preti e le spie. Non si può essere contro l’imperialismo se non si è contro i padroni e per primi i propri. Un esempio è venuto dalla questione Afghana, il governo Prodi si è dovuto rimangiare tutto il suo pacifismo, e lo ha fatto ridefinendo formalmente la missione, chiamiamo mezzo di intervento umanitario un carro armato ed il gioco è fatto. In fondo la politica estera parla più chiaro di un qualunque programma elettorale, gli interessi dei padroni italiani all’estero vanno difesi qualunque sia lo schieramento governativo, possono esserci delle variazioni nelle alleanze ma quello che si deve fare è difenderli se occorre anche con l’esercito e con la guerra. I padroni sanno che per fare le guerre è necessario l’appoggio delle classi intermedie, della piccola borghesia ed anche degli operai, è necessario che i loro interessi siano avvolti, per non farli scorgere come interessi particolari, dalla bandiera della nazione e fomentano tutte le forme di nazionalismo. Fino ad accettare anche un antiamericanismo di facciata purché sostenga l’Italia come nazione indipendente, oppure fomentare la formazione di uno spazio patriottico europeo contro la Russia e gli Stati Uniti. Ma chiedere l’indipendenza dell’Italia o dell’Europa dagli altri imperialisti è chiedere l’indipendenza di un rapinatore rispetto all’altro. Noi siamo prima di tutto operai, siamo sfruttati in Italia ma potremmo esserlo in Francia, negli Stati Uniti, ovunque. Siamo più stranieri ai nostri dirigenti industriali di quanto lo possiamo essere da un operaio sulla linea di montaggio della Ford negli Stati Uniti. Il fatto che chi ci sfrutta sia un padrone nato e cresciuto in Italia ci pone come operai in Italia un solo obbligo, studiarne la formazione storica per poterlo combattere meglio, con migliori risultati, ad esempio: se il capitalismo italiano ha nella chiesa uno dei suoi puntelli sociali più importanti vorrà dire che gli operai dovranno vedersela anche con l’influenza dei preti e delle perpetue. Ma quanto è difficile perdere i caratteri locali e sentirsi parte di una classe internazionale, ma per gli operai è possibile, li rende omogenei il rapporto di sfruttamento del capitale, lo stesso macchinario, le stesse condizioni di vita, anche se di strada bisogna farne tanta. Le più grandi potenze imperialiste d’occidente hanno aggredito l’Iraq, lo occupano militarmente senza riuscire a piegarlo cosi come la Russia cerca col ferro e col fuoco di sottomettere i Ceceni senza risultati duraturi, la resistenza è invincibile. Gli operai dei paesi aggressori stanno a guardare, sono riusciti a convincerli che se vogliono conservare quel miserabile tenore di vita che hanno conquistato è necessario sottomettere questi popoli. Succede e succederà esattamente il contrario, lo sforzo bellico dei loro padroni li farà piombare ancora più in basso e diventerà chiaro che era meglio allearsi con la resistenza irachena e cecena contro i propri governi ed è quello che noi sosteniamo e dobbiamo sostenere.

 

La coalizione operaia

 

Dov’è che gli operai iniziano a farsi le ossa nella lotta contro i padroni? Nei luoghi di lavoro ed in particolare nelle fabbriche. Lo fanno per necessità, vendono la stessa merce, sono sottomessi agli stessi processi produttivi, coalizzarsi è l’unico modo per presentarsi di fronte al padrone come forza collettiva, l’operaio isolato è presto sottomesso, ricattato. La forma organizzativa che gli operai moderni hanno scoperto per questa coalizione è stata quella sindacale e tramite il sindacato hanno resistito alla tendenza naturale del padrone a schiacciare i salari, a consumare senza limiti la loro pelle, così da mettere un freno alla loro rovina. Come qualunque altra merce gli operai hanno cercato di vendere la loro forza di lavoro al prezzo di mercato e il sindacato è stato il mezzo per realizzarlo. Va da se che agli inizi i padroni abbiano visto come una maledizione l’organizzazione sindacale, la abbiano combattuta senza limiti come é scontato che ovunque è possibile la combattano ancora oggi e gli operai allo stesso modo la ricostituiscano ovunque. Il sindacato operaio è l’organizzazione più contraddittoria della società moderna nasce per contrattare col padrone l’uso della forza lavoro mentre associa coloro che questa contrattazione hanno necessità di superare, vuol stabilire il giusto prezzo di una merce che non ha interesse alcuno ad essere ridotta a merce e cioè gli operai stessi. E’ comprensibile che nella fase di espansione del ciclo economico il lato contrattuale prenda il sopravvento, si forma uno strato dirigente che fa della contrattazione la sua ragione di esistenza fino a, come qualunque venditore di merce, prendersi a cuore lo stato degli affari del compratore autolimitando le proprie richieste. I padroni non possono eliminare la coalizione operaia e il sindacato che la esprime, devono però garantirsi che la contrattazione stia dentro le loro possibilità dichiarate, devono allevare nelle fabbriche ed al centro uno strato di sindacalisti con i quali intendersi sullo stato dei loro affari. E li allevano localmente dando loro qualche privilegio. Centralmente sostenendo uno strato dirigente che viene direttamente dalle fila della borghesia o, che ne ha assunto, tutte le caratteristiche, economico- sociali. Si apre una fase in cui la contrattazione di questi sindacalisti compromessi diventa passo dopo passo una discesa degli operai verso il basso, sancita da un accordo dietro l’altro, è la controparte e cioè i padroni che dettano le condizioni economiche e il sindacato vi si adegua. Il sindacalismo degli strati borghesi che gestiscono il sindacato è incapace, ad un certo punto del ciclo economico, a fronteggiare gli attacchi dei padroni, li accetta supinamente perché non vede e non può percorrere altre strade, gli interessi di questi dirigenti sono pienamente integrati in quelli del capitale in generale. Ma qui il gioco si riapre, una nuova generazione di operai, all’inizio numericamente limitata ma molto agguerrita ripropone la vecchia contraddizione, se la contrattazione porta a questi risultati muoia il compratore, se il padrone per continuare a fare i profitti ci deve ridurre in questo stato venga superato il compratore e il suo profitto. Cosi gli operai ridanno alla contrattazione un nuovo significato, quello degli inizi, costruita sulla lotta, sul braccio di ferro, sulla solidarietà, sulla esatta coscienza che fintanto un uomo è costretto a vendersi ad un altro per sopravvivere sarà sempre e soltanto uno schiavo. Un sindacalismo degli operai che non ha illusioni, e non le semina, che non illude nessuno sul superamento graduale e contrattuale della condizione operaia, un tipo di sindacalismo che insegna agli operai come difendersi proprio perché sa di avere di fronte un avversario, il padrone, che ha come condizione della sua esistenza l’intensificazione senza limiti dello sfruttamento. Il sindacato non è un partito, per quanto i gruppi dirigenti siano dei buoni borghesi con un codazzo di funzionari a carico non possono cambiare la base sociale dell’organizzazione. Non possono fare a meno degli operai perché mancherebbe la materia prima dell’esistenza del sindacato in quanto tale. In questo senso gli operai possono rivendicare come propria l’organizzazione sindacale, come una loro storica creazione, come prodotto della loro stessa esistenza sotto il capitale, e possono in qualunque momento metterne in discussione orientamenti, capi e sottocapi. Questo occorre fare quando si inizia a prendere coscienza che essa è sfuggita di mano agli operai ed è passata sotto il controllo dei borghesi. Il partito operaio non ha interesse a farsi un sindacatino a propria immagine e somiglianza, sa di dover condurre una battaglia per il sindacalismo operaio ed ha deciso di impiegare le forze per condurla là, nel sindacato dove la maggioranza degli operai è oggi concentrata. Le difficoltà sono enormi, si poteva pensare che in questa lotta mortale per il controllo del sindacato ci lasciassero fare? Che i gruppi dirigenti compromessi accogliessero a braccia aperte l’insorgenza di un nuovo sindacalismo nato nelle fabbriche ad opera diretta degli operai? Era impensabile, si sono attivati per far fuori i ribelli, hanno cercato di isolarli, hanno stretto patti con i padroni per licenziarli, ne hanno scoraggiati tanti. Numerosi fra questi, pur di continuare a fare attività sindacale hanno scelto di militare nella fila di sindacati alternativi nate da vecchie fratture, ma nemmeno qui si sono sentiti a loro agio, i gruppi dirigenti non rappresentavano una genuina tendenza operaia e i conti col riformismo politico non erano, e non sono stati fatti fino in fondo. Il prezzo che abbiamo pagato tutti è che la coalizione operaia che si stava ricostituendo si è divisa al suo interno, per sigle, per parrocchie, nella soddisfazione dei dirigenti sindacali che potevano combattere i ribelli come altri, estranei al corpo centrale del proletariato industriale che loro organizzavano e dirigevano. Il nucleo centrale degli operai che presenta oggi questi appunti milita nella FIOM, da due decenni padroni e capi sindacali hanno cercato di farli fuori, con licenziamenti e reparti confino, non ce l’anno fatta semplicemente perché questi compagni hanno fondato tutta la loro forza sulla coalizione operaia, hanno dimostrato quanto essa sia importante nella lotta di resistenza al padrone che hanno sempre indicato come un nemico da abbattere, anche quando facevano con lui accordi. E fondamentalmente, questi compagni, non hanno mai pensato che la FIOM fosse proprietà privata di quattro dirigenti collaborazionisti, e sono stati sempre convinti che il controllo di questi sull’organizzazione potesse essere rovesciato in qualunque momento alla sola condizione che gli operai si fossero organizzati a dovere.

 

Le prime conclusioni

 

Nello stendere questi appunti e nel presentarli ad una riunione di operai mi sono reso conto di quanta strada abbiamo fatto, per quanto le cose potevano essere scritte meglio, specificate ed approfondite abbiamo saltato il fosso. Ora almeno a grandi linee l’indipendenza degli operai è stata tracciata. Avremmo potuto occuparci di TFR, di pensioni, di salari, denunciare questo o quell’aspetto del gioco politico parlamentare, e rimanere sempre nell’ambito della società cosi come è con i suoi bravi operai a sgobbare e le classi superiori ad arricchirsi. Invece siamo partiti da qui per illustrare un punto di vista particolare, il nostro. Come operai abbiamo guardato le altre classi, le loro prospettive politiche, la loro democrazia, l’intervento umanitario, la situazione del sindacato, e soprattutto abbiamo rivisitato la nostra situazione sociale senza illusioni, abbiamo scoperto che è tempo di fare in proprio, di togliere la delega a quelli che dicono di rappresentarci per imporci sulla scena politica come forza indipendente. In poche parole costituirci in partito. Come, dove con quali tempi sarà oggetto di discussione nel prossimo futuro, questa riunione serve per valutare se abbiamo conquistato l’indipendenza necessaria a fare il grande salto, gli appunti di viaggio si fermano qui.

Operai appartenete ad una classe che sola potrà rovesciare questa società in rovina. Siatene fieri.

 

 

Relazione approvata il 9 giugno 2007 all’assemblea generale dell’Associazione per la Liberazione degli Operai (Aslo). Sesto San Giovanni (Mi).


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2.GLI OPERAI DELL'INDUSTRIA HANNO DETTO NO

 

                 Tutto il resto è solo una truffa

Il dato è inequivocabile, l'accordo sulle pensioni è stato bocciato dagli operai con percentuali che vanno dall'80% in su.

La frattura fra Cgil, Cisl e Uil e le grandi fabbriche è ormai un dato di fatto.

Hanno fatto vincere i SI raccogliendo voti ovunque, dai pensionati ricattati dal miserabile aumento, ad indefinite casalinghe, dagli  impiegati privilegiati fino a tutto quello strato di lavoratori che ha fatto carriera all'ombra del sindacato collaborazionista.

Un'area di voto completamente  incontrollata dalla quale hanno tirato fuori, come un coniglio dal cappello milioni di SI.

Un SI per costringere gli operai a lavorare fino a morire per far arricchire i padroni e mantenere con loro tutte le classi superiori e i loro privilegi.

Gli operai delle grandi fabbriche hanno detto NO, con forza, senza tentennamenti, né ambiguità.

Non lascerà nessuna traccia?

Gli operai continueranno a farsi sottomettere dal voto di quel pantano sociale che va dai  lavoratori privilegiati ai dirigenti industriali e sindacali, che si dicono anch’essi lavoratori, ai pensionati d'oro dell'industria e dello Stato? Continueranno, gli operai, a farsi sottomettere da gente disposta a votare SI a qualunque misura antioperaia pur di garantirsi la bella vita? Non sono forse questi che ci hanno battuto sulla scala mobile, sulla legge Dini, non sono stati i loro voti a farci digerire accordi contrattuali di quattro soldi per noi e buoni aumenti per loro?

Non sarà più così, il distacco degli operai dalle altre classi è palpabile, sul risultato del referendum non si confrontano più solo numeri, ma comportamenti omogenei di classi sociali.  Gli operai sono andati di qua, gli altri di là.

Va registrato che anche fra gli altri lavoratori, delle vere e proprie zone di rifiuto dell'accordo si sono manifestate, la crisi ha lavorato con metodo e tante illusioni sono cadute.

Epifani, Bonanni ed Angeletti fanno ridere: dal trionfalistico 80% di SI sono scesi in poche ore al 70% ed ancora non è finita, non possono esibire nessuna prova seria di questi "entusiasmanti" risultati, tutte cifre politiche. Nelle fabbriche i NO sono certificati uno ad uno e sono l'assoluta maggioranza.

Potranno applicare l'accordo raccontando che hanno ottenuto ampio consenso, ma un sindacato senza operai è finito.

Montezemolo può continuare ad incontrare i capi di CGIL, CISL ed UIL, far finta che non è successo niente, ma il fatto innegabile è che non rappresentano più gli operai, gli operai di Mirafiori e di Melfi, dell’Alfa sud e dei Cantieri Navali e i padroni sanno di chi si sta parlando.

Un nuovo sindacalismo sta maturando nelle fabbriche, il sindacalismo degli operai, quello dei borghesi è stato travolto da un NO che nessuna operazione mediatica può più nascondere.

Associazione per la Liberazione degli Operai

Fip. 11 – 10 - 07                                                   Per contatti scrivere: via Falck, 44               20099 Sesto San Giovanni (Mi)

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3. IL NO IN 18 FABBRICHE FIAT

Il NO in 18 fabbriche Fiat                 Voti e percentuali

 

Alfa di Pomigliano                                         NO 90%

Fiat SATA Melfi                                 2.475 NO 85%

Fiat Cassino                                                  NO 85%

Fiat Termini Imerese                                      NO 85 %

Mirafiori carrozzerie                            2.840 NO 84%

Powertrain ex meccaniche                      821 NO 80%

Fiat costruzioni sperimentali                    260 NO 72%

Fiat Iveco Torino                                 1.427 NO 66%

Fiat Termoli                                                   NO 60%

Fiat New Holland Modena                     437 NO 63%

Ferrari Maranello                                   685 NO 55%

Maserati Modena                                   282 NO 68%

Marelli di Sulmona                                         NO 71%

Marelli di Bologna                                         NO 72%

Marelli di Corbetta (Mi)                         368 NO 55%

Terziarizzate Fiat Cassino:

Ex TNT                                                 279 NO 86%

Ex Collins                                               130 NO 70%

ITCA Produzione                                   222 NO 76%

 

( Per alcune fabbriche c’è solo la percentuale dei NO senza il numero dei voti).

 


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4. IL NO IN 50 FABBRICHE

 

                                                                     Voti  e percentuali

Portuali di Genova                                           479 NO 96%

Fincantieri Napoli                                            932 NO 92%

Sammontana (nell’empolese)                      261 NO 92%

Meritor Novara                                               415 NO 91%

Atesia Roma                                                   353 NO 77%

Unilever di Casalpusterlengo (Mi)              230 NO 75%

Nemc (novarese)                                            169 NO 75%

Ansaldo Napoli                                               414 NO 65%

Eunics Roma                                                   254 NO 79%

Lottomatica Roma                                           242 NO 72%

Piaggio di Pontedera                                     1.241 NO 62%

Terim di Boggiovara                                          99 NO 68%

ITM di Potenza                                               217 NO 53%

Electrolux Firenze                                            198 NO 57%

Electrolux Forlì                                    553 NO 79%

Aziende artigiane Lucca (tutti i settori)  177 NO 64%

Capgemini Roma                                             130 NO 75%

ARC Colleferro                                                67 NO 52%

TLM Padova                                                    59 NO 98%

OTIS Caponago (Mi)                                       46 NO 63%

Alenia Aerospazio Caselle (To)                       651 NO 64%

Alenia Spazio                                                  262 NO 67%

Alcatel Rieti                                                           NO 73%

Final Alluminio Padova                        69 NO 91%

Ansaldo Breda Pistoia                               NO 67%

Magona Piombino                                                 NO 70%

Lucchini Piombino                                                 NO 62%

Dalmine Piombino                                                 NO 55%

Smith & Tool Volterra                                 167 NO 88%

Siemens Fauglia e S. Piero a grado (Pisa)   648 NO 77%

SAMA Deutz Fahr Treviglio (Bg         )                 NO 76%

Nokia Siemens Cass. De Pecchi (Mi)          250 NO 52%

ST. Microelectronis di Catania                    NO 70%

Ergom di Napoli                                                      NO 75%

Pininfarina 4 fabbriche Torinesi                  851 NO 81%

IBM Roma                                                                   NO 60%

Ansaldo Camozzi (Mi)                                      109 NO 80%

Ondulit                                                                 15 NO 63%

Ficep Gazzada (Va)                                        112 NO 57%

Colgate Palmolive di Anzio                                NO 70%

IKEA 2 filiali in provincia di Milano                    NO 90%

IKEA di Padova                                                       NO 65%

Vodafone Bologna                                          234 NO 93%

Vodafone Ivrea                                               240 NO 69%

Vodafone Roma                                              181 NO 85%

Ericsson tlc Roma                                             52 NO 76%

Telecom Firenze                                              463 NO 60%

Telecom Italia Sparkle Roma                                                                             279 NO 57%

Ipercoop Nova di Bologna                                                                                   218 NO 72%

Tsf Roma (aziende fornitrici)                                                                                     58 NO 68%

 

(Per alcune fabbriche cìè solo la percentuale dei NO senza il numero dei voti).

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5. CRONACA DI UNO SCIOPERO SPONTANEO ALLA FIAT

 

Un lavoratore ci informa di uno sciopero spontaneo alla Fiat

Riceviamo e volentiari pubblichiamo una lettera di un operaio della Ceva, una delle tante società del mondo Fiat, che fa un interessantissimo resoconto di uno sciopero spontaneo che per qualche ora ha bloccato la linea della produzione. Si tratta di un piccolo ma significativo episodio di lotta di classe che ha visto gli operai rompere per una volta tanto le gabbie sindacali e porsi in prima linea in difesa dei propri interessi.
La rabbia accumulata in questi lunghi anni durante i quali hanno dovuto subire pesantissimi attacchi alle proprie condizioni salariali e di lavoro, con ritmi produttivi sempre crescenti, è esplosa in maniera incontrollata creando, seppur per pochissimo tempo, del panico tra i delegati sindacali e la direzione dell’azienda.
Ma come giustamente si segnala nella lettera non basta lottare per difendere gli immediati interessi economici, occorre far crescere tra gli operai quella coscienza di classe capace di trasformare i singoli episodi di lotta in battaglie politiche per mettere in discussione l’intero sistema capitalistico. Ma per far questo è necessario ricostruire il partito rivoluzionario che sappia rappresentare e sintetizzare tutte le istanze provenienti dal mondo del lavoro per tradurle in tattica e strategia politica.
Compagni,
lo scorso 5 settembre durante il turno pomeridiano c’e stato uno sciopero spontaneo in Fiat da parte dei lavoratori della Ceva (la ex Tnt) per rivendicare il diritto al quarto livello da parte della maggioranza degli operai. Il riconoscimento di tale livello retributivo, cioè l’aumento del salario, era stato promesso dalla direzione a tutti i lavoratori mentre nella realtà è stato concesso solo ai ruffiani e gli amici dei capi.
Esasperati da questa situazione ci siamo organizzati e abbiamo bloccato l’officina scavalcando la Fiom, l’unico sindacato presente in quel momento in fabbrica. In pochi minuti si è fermata la produzione con conseguente agitazione e panico dei nostri capi, che hanno avvertito immediatamente la direzione; quindi in officina sono arrivati direttori e capi del personale insieme ovviamente ai delegati della Fiom per scongiurare l’aggravarsi della situazione che si stava creando. Appena arrivato sui posti di lavoro il capo del personale ha chiesto di parlare con una delegazione di operai, fatto insolito che non accadeva in Fiat da almeno venti anni. Grazie all’avvio della trattativa diretto con la delegazione degli operai in sciopero il capo è riuscito a sbloccare la situazione e far riprendere il lavoro. Io ed altri tre operai siamo andati su in direzione per manifestare la nostra rabbia per le cose che accadono in officina.
C’erano quattro capi e altrettanti delegati Fiom che si sono presi gli insulti da parte del capo del personale perché gli è scappata la situazione di mano; quest’ultimo ha anche affermato anche che era molto preoccupato che gli operai erano così incazzati. Noi comunque abbiamo esposto la questione, sostenendo il diritto al 4o livello a tutti gli operai (ovviamente purtroppo scaglionato nel tempo) e non soltanto ai soliti ruffiani e amiche e amici dei capi!!! Poi gli ho fatto presente la pesantissima situazione dei carichi di lavoro e della velocità in officina dei carrellisti, dicendo che se si dovessero rispettare le norme di sicurezza le linee si fermerebbero, perciò ci vorrebbe più personale; ma in questo caso il capo del personale mi ha detto di andare piano e far fermare le linee (prendendomi in giro ovviamente).
Praticamente in quell’ora e mezza con i capi in direzione abbiamo parlato solo noi mentre i delegati sindacali esponevano solo l’accordo che c’è stato con la direzione sul quarto livello,ma noi abbiamo detto che andava dato ai più anziani prima di tutto e poi via via agli altri operai. In seguito son venute fuori altre questioni come la cassa integrazione concessa sempre ai soliti ruffiani e l’arroganza di alcuni capi nei confronti degli operai. Il direttore ha promesso che sarebbe intervenuto lui sulla questione dei rapporti tra capi e operai nel caso accadesse di nuovo simili fatti, promettendo che in officina i capi non dovranno più insultare o aggredire verbalmente gli operai. Infine con il solito fare paternalistico, del buon padre di famiglia, ci ha anche detto che se c’è qualcosa che non va prima di fare sciopero occorre avvertire lui direttamente.
In poche parole con lo sciopero spontaneo abbiamo messo in crisi sindacati e direzione.Purtroppo manca la coscienza di classe tra gli operai e la volontà nel creare un gruppo unito che affronti puntualmente i disagi e le questioni più urgenti in officina.

 

 

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6. POLITICI, SINDACALISTI E PADRONI CONTRO GLI OPERAI

TUTTE LE DICHIARAZIONI DEI POLITICI E DEGLI ALTI DIRIGENTI PADRONALI E SINDACALI SONO CONTRO GLI OPERAI

da falce @ 2007-10-11 - 18:03:11
IERI ERANO ALL' 80% di si oggi sono gia' al 70%
DOMANI SI SCOPRIRANNO ALTRI INGANNI
NON CE LA RACCONTANO VERA
NON CE LA RACCONTANO GIUSTA
MANGIANO E IMBROGLIANO
------------------------------------------------------
UN DATO ATTENDIBILE
Dato nazionale Fiom
su 484.507 voti scrutinati il no è al 53%, nelle grandi fabbriche il no è al 65
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RICORDIAMOCI DI TUTTE QUESTE DICHIARAZIONI A FUOCO CONTRO GLI OPERAI, SONO TUTTI MISERABILMENTE CONTRO GLI OPERAI E VOGLIONO SPILLARE PIU' SANGUE E SUDORE DA QUEL 20% CHE SONO I PRODUTTORI DIRETTI QUELLI CHE PRODUCONO TUTTA LA RICCHEZZA DELLE ALTRE CLASSI SOCIALI (QUELLE CHE APPARTENGONO A CHI HA FATTO LE DICHIARAZIONI E ABITUALMENTE FA' DELLA POLITICA E DEL SINDACATO UNA PROFESSIONE BEN REMUNERATA, COMODA, PIENA DI PRIVILEGI SOCIALI).
E QUELLI CHE CHIEDONO PICCOLE MODIFICHE ALLA PORCHERIA DEL PROTOCOLLO WELFARE CHE SOSTANZIALMENTE CONDANNA LA GIOVENTU' OPERAIA, SONO DEGLI ACCATTONI E PARASSITI PICCOLO BORGHESI CHE NULLA HANNO A CHE FARE CON GLI OPERAI CHE STANNO NELLE FABBRICHE...
I sindacati difendono il referendum. Bonanni: "Ora, se Prodi sbaglia non può fare il premier"
Il ministro a Repubblica Tv: "Mi aspetto modifiche soprattutto sulla precarietà"
Ferrero: "Il nostro voto sul protocollo
dipende da cosa dirà Prodi in Cdm"
Incontro tra Epifani (Cgil) e Montezemolo: "L'accordo non va cambiato"
Fassino: "Accordo possibile, ma il governo deve liberarsi dai diktat e dai veti"
ROMA - Il sì dei lavoratori al protocollo sul Welfare non modifica la posizione di Rifondazione Comunista, che domani in Consiglio dei Ministri si batterà per ottenere alcune modifiche dell'accordo soprattutto sotto il profilo della precarietà e della definizione dei lavori usuranti. Lo ribadisce a Repubblica Tv il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero: "Il nostro voto dipende da cosa ci propone Prodi - dice - Se non viene prospettata alcuna modifica al protocollo, 'si fa così e basta', il voto certo non può essere positivo. Se c'è una posizione secondo la quale si può modificare subito, nella traduzione in legge, il voto è sicuramente sì. Se c'è una posizione interlocutoria ci sarà un voto interlocutorio".
Montezemolo: "L'accordo non si tocca". Stamane il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ha incontrato il presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo, alla vigilia dell'atteso consiglio dei ministri che dovrebbe dare approvare il protocollo. Lasciando l'incontro, il sindacalista non ha voluto rilasciare commenti. Ha parlato per tutti e due il numero uno degli industriali, per dire che l'accordo non deve subire modifiche: "Questo è un punto di cui non abbiamo nemmeno parlato anche perché l'abbiamo ripetuto tante volte e quindi quello della modifica è tema che non si pone. E' paradossale che si parli di modifiche anche dopo quello che è successo, quando si fanno i contratti una volta firmati si chiude il discorso" .
La posizione del Prc. A Repubblica Tv Ferrero è stato molto chiaro: "Il mio obiettivo - conclude Ferrero - è riuscire ad avere entro la fine dell'anno un provvedimento che abbia in particolare sulla precarietà una modifica percepibile dalle persone. Credo che questo governo, che si è caratterizzato come un governo che fa la lotta all'evasione fiscale, che è giusta, debba anche caratterizzarsi come un governo che fa la lotta alla precarietà".
Del resto, il segretario del Prc, Franco Giordano ribadisce anche oggi che il referendum tra i lavoratori è andato come il Prc aveva previsto: infatti nelle fabbriche ha prevalso il no e il sì non è arrivato all'80 per cento.
I sindacati confederali. L'interpretazione dei risultati data dalla sinistra radicale è contestata dai leader di Cgil, Cisl e Uil. Il segretario generale della Uil Luigi Angeletti osserva che "non è vera la rappresentazione per la quale nelle grandi fabbriche abbia vinto il no perché è vero il contrario". Intervenendo alla trasmissione Radio Anch'io Angeletti sottolinea che "hanno votato no quelle aziende dove negli ultimi 20 anni non è stato approvato nessun accordo".
Anche il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni minimizza il no delle grandi fabbriche, che sono essenzialmente gli stabilimenti Fiat: "Non sono preoccupato perché ogni volta si usa Mirafiori ma all'Ilva, la più grande azienda metalmeccanica italiana, ha vinto il sì con l'80 per cento e il dato è definitivo".
Replicando al segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi che ha criticato il risultato, Bonanni precisa: "Persino nel settore metalmeccanico il dato nostro è andato ben oltre ogni aspettativa; il successo è stato clamoroso nella metalmeccanica, in tutti i settori operai, negli impiegati, in tutti i settori del lavoro italiano".
A questo punto, conclude Bonanni, "Se Prodi domani sbaglia significa che non è buono per fare il presidente del consiglio". "Non voglio che il governo caschi - aggiunge Bonanni - ma faccia quello che deve fare, non si può più assistere a questo scempio politico".
La soddisfazione di Damiano. "Il sì al referendum vince in modo netto e questo è un grandissimo risultato che va al di là anche delle mie aspettative", ribadisce il ministro del Welfare, Cesare Damiano, pure ospite di Radio Anch'io. "I sindacati confederali - aggiunge - hanno una grande presa nei lavoratori e ne è testimonianza la grandissima partecipazione. I lavoratori ragionano con la propria testa".
Il ministro, comunque, ammette che dal voto è emerso un disagio. "C'è un disagio, un'area di dissenso che è emersa - dice - che va tenuta in considerazione a condizione però che non si scambino lucciole per lanterne, la vittoria del sì è stata intorno al 70 per cento che è un enorme risultato".
Fassino: oggettivo successo. I risultati del referendum sul protocollo welfare rappresentano "un oggettivo successo e il riconoscimento del lavoro fatto dal governo e dal ministro Damiano in particolare", dice, parlando a 'Porta a porta', il segretario dei Ds Piero Fassino. A questo punto, aggiunge Fassino, l'intesa tra le forze della maggioranza sul protocollo è possibile. "Penso - dice però - che la politica debba liberarsi dai diktat e dai veti. Prodi ha detto delle parole nelle settimane scorse che non sono smentite dal referendum: ha detto l'accordo che abbiamo sottoscritto è questo, e poi ci sono correzioni che non siano contraddittorie con l'impianto dell'accordo noi siamo disponibili a esaminarle e il Parlamento le potrà fare. Quindi non mi pare che ci sia una drammatizzazione da questo punto di vista".

(11 ottobre 2007)

 

 

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7. L'ALTERNATIVA DEGLI OPERAI

                                                                                                                                         Volantino della sezione del Lazio

Martedì 17 luglio 2007 - Claudiu O. 37 anni operaio rumeno viene schiacciato da una pesantissima lastra di travertino. Lavorava in nero nell’indotto delle cave Guidonia di Tivoli, perciò nessuno chiama un’ambulanza. Due connazionali anche loro operai in nero lo portano in macchina al pronto soccorso dove i medici ne constatano la morte. Il padrone viene denunciato per omicidio colposo.

I colleghi di Claudiu bloccano il  corteo del Vicepresidente del consiglio Rutelli, impegnato a Tivoli nell’inaugurazione di un monumento, che promette “misure adeguate”

 

Mercoledì 18 luglio 2007 - Claudio B. 41 anni operaio della Italbetongas di Anagni  (Fr), alla fine del turno di notte muore investito da una potentissima esplosione all’interno del tunnel   in cui stava lavorando. La caldaia esplosa viene ritrovata a centinaia di metri di distanza, Il capannone viene completamente distrutto.

Il cambio di turno ha evitato che si verificasse una strage tra gli operai del turno diurno.

La magistratura ha aperto un’inchiesta. 

 

Martedì 9 ottobre 2007- R. Pignalberi 31 anni  operaio della Simmel Difesa di Colleferro muore dilaniato dall’esplosione  avvenuta in reparto, 13 gli operai feriti di cui tre gravi.

Una strage! La magistratura ha aperto una inchiesta.

                                                                                                  

“Misure adeguate” e inchieste di routine, gli operai continuano ad essere fatti a pezzi ed ammazzati mentre producono i profitti che permettono ai padroni ed ai loro alleati di continuare a vivere nel lusso.

Quale altra classe sociale viene usata e distrutta con la stessa indifferenza?

 

Per gli operai dell’industria, delle costruzioni  e dell’agricoltura, uomini e donne da mille euro  al mese, sembra non esserci alternativa cambiano i governi ma il rischio di morire o restare mutilati permanentemente rimane lo stesso.

 

2006:1280 i morti sul lavoro 927.000 gli infortuni registrati dai dati INAIL!

 

Ci avevano convinti che facendo cadere Berlusconi le cose sarebbero cambiate.

Gli abbiamo creduto, gli operai sono stati determinanti nella vittoria elettorale del governo Prodi/D’Alema/ Bertinotti.

Ma con i “comunisti al governo” gli operai continuano a morire come e più di prima!

La montagna di chiacchiere  propagandistiche di sindacalisti borghesi e politici non riesce a nascondere questa semplice realtà: sono al governo per servire  e tutelare gli interessi dei padroni.

Che alternativa hanno dunque gli uomini e le donne da 1000 euro al mese?

Solo riconoscendo la loro condizione di moderna schiavitù possono iniziare ad unirsi per difendersi,  solo difendendosi possono organizzarsi per cogliere l’occasione di rovesciare l’attuale piramide sociale.

                       AsLO - Operai Contro Sezione Lazio                               

      fctpinp  Ottobre 2007

 

             

 

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8. WELFARE: DOPO IL REFERENDUM CONTINUA LA FARSA

 

I saltimbanco del comunismo borghese che militano nel Governo Prodi continuano la loro farsa. Prima del referendum giuravano e spergiuravano che non avrebbero mai detto si all'accordo del 23 Luglio.

 A salvare il culo ai lestofanti del comunismo borghese ci ha pensato il ministro del lavoro Cesare Damiano. Damiano ha proposto tre variazioni all'accordo firmato il 23 luglio scorso da governo CGIL-CISL-UIL e Confindustria.

Per i contratti a termine, dopo i primi 36 mesi, è previsto un solo rinnovo, da stipulare davanti a un esponente sindacale delle sigle più rappresentative: i dirigenti sindacali di CGIL-CISL-UIL.

 Salta il tetto ai lavori usuranti (in origine 5.000 l'anno), ma il fondo per il momento resta invariato, cioè non cambia niente.

Viene introdotta la «cassa integrazione ambientale» ovvero si estende l'utilizzo degli ammortizzatori sociali anche ai lavoratori delle aziende in difficoltà per crisi ambientali, i padroni si aprono la strada per aumentare ancora l'età pensionabile e diminuire le pensioni.

Niente altro che una buffonata ma è bastata.

 Il provvedimento è stato approvato dal consiglio dei ministri con due astenuti: il rifondarolo Paolo Ferrero (Solidarietà Sociale) e il comunista Alessandro Bianchi (Trasporti). Ci sono stati poi due sì con riserva: quello di Fabio Mussi (Università) e di Alfonso Pecoraro Scanio (Ambiente).  Il protocollo sarà presentato in forma di ddl alla Camera e collegato alla Finanziaria (che parte invece dal Senato). Il governo chiede la sua approvazione entro il 31 dicembre.

Cosa vuol di



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