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Relazione approvata il 9 giugno 2007
all’assemblea generale dell’Associazione per la Liberazione degli
Operai (Aslo). Sesto San Giovanni (Mi).
Appunti per un viaggio
Verso un partito indipendente degli operai
Premessa
Una
riunione di operai che s’incontrano in quanto operai assume già in
sé un significato particolare. Non una riunione sindacale di una
determinata categoria per discutere di salario, di condizioni
specifiche di lavoro, ma una riunione in cui gli operai si ritrovano e
discutono in quanto tali. Una novità, ma quanto è costata, abbiamo
seguito altri partiti che giuravano di rappresentarci, altri capi
sindacali che sostenevano di poter migliorare la nostra posizione
sociale. Hanno cercato di farci dimenticare la nostra specifica
condizione, ci hanno imposto di non giudicare sulla base degli
interessi materiali ma sulle chiacchiere che ognuno era capace di fare
in televisione, e così avanti finché abbiamo deciso di guardare
oltre. La condizione degli operai non era migliorata, anzi sta
peggiorando a vista d’occhio e in tutto il mondo. Noi, la classe che
produce e riproduce ricchezza per altri scendeva e scende verso il
basso della gerarchia sociale. Noi dovevamo cercare nel labirinto di
una società atomizzata, dove tutti si presentano come individui
autosufficienti qualcosa di comune, qualcosa che ci rende uguali, con
la stessa storia e lo stesso futuro e ci siamo scoperti operai, operai
sfruttati dal capitale e come tali ci siamo mossi. Facendo in proprio.
Tentando una nuova strategia politica, una strategia politica come
quella che i borghesi intrapresero nell’Europa del secolo
diciottesimo, contro la nobiltà, con la rivoluzione francese, la
ghigliottina e la testa del Re.
L’indipendenza degli operai deve essere
ristabilita
I
partiti sono espressioni di classi determinate. Rappresentano
interessi economici che si fondano nella struttura della società, la
loro evoluzione si spiega nella modifica di questi interessi
economici, nella loro maturazione o declino. Dobbiamo iniziare a
chiederci perché gli operai non hanno un proprio partito
indipendente, perché non sono ancora maturi i presupposti di questo
processo d’autodefinizione politica? La risposta va cercata nel
rapporto fra operai veri e propri e la loro aristocrazia, fra operai
veri e propri e tutta la piccola borghesia a stipendio che sta fra
loro e il capitale che li impiega, quello strato sociale di lavoratori
della mente che gestisce l’amministrazione del processo produttivo e
il funzionamento dell’apparato tecnico organizzativo dello stato.
Lavoratori con redditi appena sopra il livello di un salario medio
operaio, come base di partenza, che poi si sviluppa verso l’alto
percorrendo i diversi stadi della carriera impiegatizia. Questi strati
sociali risentono dell’andamento della crisi, la loro condizione
oscilla continuamente, se trovano lavoro trovano stabilità economica
e se sono precari pensano sempre che con un posto di lavoro sicuro
hanno risolto ogni problema, se aumentano i prezzi diminuisce il loro
reddito e sono costretti a qualche sacrificio, la qualità della loro
vita ne risente. I partiti in cui si organizzano criticano la società
dalla loro ottica, dalla particolare condizione sociale, nei loro
programmi chiedono una politica dei redditi a favore di chi lavora,
vogliono un mercato regolamentato per non correre rischi di essere
buttati sul lastrico per effetto di una crisi economica, lottano per
uno “stato sociale” ben ramificato e fonte di lavoro e di reddito
garantito. Sono contro la guerra perché potrebbe rovinare il loro
quieto vivere e sono sensibili al discorso ecologico, che non gli si
rovini l’ambiente dove andare alla ricerca di un vitale,
individuale, rapporto con la natura. In alcune espressioni sono
critici attenti della società del profitto, delle sue più evidenti
storture e con ciò conquistano anche tanti operai che vogliono
protestare, che vogliono esprimere politicamente il loro malcontento.
Fintanto
che i partiti di questi strati sociali stanno all’opposizione
riescono a rappresentare anche se in forme diverse tutta
l’opposizione sociale. In forme diverse, da quelle più ecologiste a
quelle più legate alla cosiddetta ridistribuzione del reddito. Gli
operai, gli vanno dietro, delegando a questi partiti la soluzione dei
loro problemi e più in generale accodandosi alla piccola borghesia
lavoratrice ed alla sua politica d’opposizione. Questo patto sociale
funziona fino al punto che molti operai spingono col voto, con una
vera e propria militanza politica questi partiti al governo, e sono
andati al governo tramite un’alleanza con una frazione di classe
dominante che va dalla grande industria alle banche a settori
importanti della macchina statale.
Nella
società italiana le classi intermedie hanno un peso rilevante ma non
sono un blocco sociale omogeneo. La distanza fra quattro milioni di
piccoli padroncini che sfruttano da uno a nove operai e la piccola
borghesia lavoratrice dell’industria, dei servizi e
dell’agricoltura che vive di reddito da lavoro è significativa. Che
la borghesia industriale e finanziaria scelga di volta in volta,
spinta dagli eventi, di gestire il potere statale con un blocco
piuttosto che con l’altro e una questione all’ordine del giorno.
Con Prodi è indubbio che la grande industria e la banca centrale
hanno scelto, per rilanciare l’industria e razionalizzare la
gestione statale, di appoggiarsi ad un blocco sociale che ha raccolto
anche la piccola borghesia lavoratrice in cambio della solita balla
chiamata equità sociale. Un anno di governo sotto l’egida di
Montezemolo e la banca centrale doveva naturalmente disgregare il
blocco sociale che ha spinto Prodi al governo, disgregare almeno le
aree sociali più povere che i partiti della cosiddetta sinistra
antagonista avevano inglobato nel progetto del cosiddetto governo
amico dei lavoratori. La piccola borghesia rovinata e gli operai hanno
misurato subito e sulla loro pelle cosa era il governo amico, questa
disillusione si è manifestata nella crisi politica di Rifondazione.
Solo i ciechi non hanno colto il valore delle contestazioni a
Bertinotti all’università di Roma, le successive scissioni del
partito, la storia del TFR e l’attacco alle pensioni che si sta
preparando. Il contratto degli statali che viene solo formalmente
rinnovato con una miseria in cambio di un giro di vite sull’attività
lavorativa degli impiegati. L’intervento della polizia per risolvere
i problemi posti dalle proteste sulla salute pubblica.
La
base di massa del governo Prodi non può restare l’insieme del
lavoro dipendente e tantomeno può bastare il solo appoggio di
Confindustria e grandi banche, queste non sono capaci oggi di grandi
egemonie. Niente può dare il governo Prodi a Rifondazione, Verdi e
PdC per soddisfare le loro vane promesse alle classi subalterne, agli
operai ed agli strati rovinati della piccola borghesia. Prodi deve ora
cercare il sostegno nelle classi medie dello schieramento avversario,
deve unire in partito sia il manager industriale sia il libero
professionista, sia il funzionario statale sia il medio e piccolo
industriale del Nord. Fare un partito nuovo per compattare queste
forze e conquistare fra le classi medie ciò che il suo alleato
Bertinotti perde alla sua sinistra.
Ora
è chiaro che sia gli operai come gli strati più bassi della piccola
borghesia lavoratrice perdono con le loro illusioni la speranza che lo
schieramento politico che va da Prodi a Bertinotti possa in qualche
modo risollevare le loro sorti sul terreno economico. Sono costretti a
cercare nuove vie e qui si gioca il problema di una nuova prospettiva
politica. Non è il caso che si sta tentando da parte di fuoriusciti
di Rifondazione di ricostituire nuovi partiti, nuovi soggetti
politici. Ma ahimè per loro non sono riusciti oggi che a riproporre
le stesse minestre che furono alla base della costituzione di
Rifondazione e che già contenevano in nuce l’evoluzione governativa
di questo partito. Sembra paradossale, ma proprio nell’ambito di un
movimento che fuoriesce dall’egemonia politica dei comunisti
borghesi, si gioca il problema dell’indipendenza degli operai e
della possibile costituzione di un loro partito politico indipendente.
Si gioca la questione di quale classe impersonifichi veramente la
possibilità del superamento dello stato di cose esistente.
Tutte
le vie che questi compagni di strada degli operai hanno tentato per
riformare il sistema si sono rivelate fallimentari, hanno spinto al
governo i loro migliori capi, hanno accettato di sedere al governo con
una classe politica di antica tradizione democristiana e ne hanno
ricevuto solo dei calci in faccia. Un esempio per tutti, la legge
Biagi, è ancora lì operante, il precariato sta diventando norma nei
contratti nazionali per quanto si dica limitato. Per non parlare della
guerra, in Afghanistan stiamo aggredendo un popolo in faccia a tutte
le bandiere arcobaleno sbiadite appese ai balconi di tanti uomini di
buona volontà, illusi che bastasse un gesto civile del genere ed un
governo di centro sinistra per farla finita con la guerra. La piccola
borghesia impoverita, i lavoratori della mente alternativi sono
arrivati a questo stadio di critica e di disillusioni, più in la non
potranno andare. Non sono nella condizione di farlo, la loro
situazione sociale riguarda la distribuzione della ricchezza sociale
non la sua produzione, e se si tratta di un problema di distribuzione
cosa potevano pensare di meglio di un governo che distribuisse
diversamente la ricchezza con un atto politico? Gli è andata male, la
ricchezza é distribuita sulla base di come essa si produce ed in
quali rapporti sociali si produce, non si tratta di politiche
liberiste ma di rapporti di produzione sotto il capitale.
La
scena politica del cosiddetto antagonismo sociale è sgombera, i
principali attori sono seduti in parlamento a votare misure dettate
dagli interessi della borghesia industriale, dalle grandi banche e da
inossidabili gestori dei conti pubblici. Lo spazio per gli operai si
è finalmente aperto, possono imporsi sulla scena politica con un loro
maturo processo d’emancipazione e lo faranno alla sola condizione di
sganciarsi dalle concezioni politiche, dai programmi dei loro più
vicini “alleati”, questa piccola borghesia lavoratrice rovinata.
Operai e capitale
Centocinquanta
anni sono passati invano? Dalla comparsa delle prime fabbriche e dei
primi operai sono trascorsi quasi due secoli ebbene in che condizione
sociale ci troviamo? Se la situazione di un uomo si misura sulla base
della posizione che occupa nella produzione sociale siamo ancora in
catene. Lavoriamo sotto il controllo di una schiera di ufficiali e
sottufficiali, il nostro tempo di vita è determinato dai tempi di
produzione che altri decidono. Passiamo una vita ad oggettivare il
nostro lavoro in una montagna di merci che ci è estranea e che serve
ad altri per arricchirsi. Ci hanno abituato ad un livello di
alienazione così da accettare come naturale non trarre nessuna
soddisfazione dalla nostra stessa attività umana. Siamo uomini da
mille euro al mese. Il capitale si è impossessato della scienza,
della tecnologia per ridurre gli operai a una forza muscolare semplice
di scarso valore. Aveva due obiettivi e li ha perseguiti con
determinazione: succhiare il più possibile lavoro vivo da una
generazione di operai dopo l’altra e svalorizzare il più possibile
la nostra forza lavoro per pagarla sempre meno. Il lavoro produttivo
di generazioni di operai ha reso sempre più forte e più ricco il
capitale e più misero l’operaio rispetto a lui. Questo è quello
che è successo in questi centocinquanta anni. Di fronte a questa
realtà come è miserabile tutto il chiacchiericcio sugli industriali
illuminati, sull’unità di interessi fra industriali ed operai,
sull’equa distribuzione del reddito. Gli operai sono l’unica
classe per cui ogni sviluppo dell’industria rappresenta un passo
indietro della propria condizione umana. Questa contraddizione nel
momento in cui esploderà farà saltare per aria tutta la società.
Potrà mai essere credibile chi sostiene di essere antagonista e non
dice nulla sull’antagonismo vero che contrappone gli operai ai loro
padroni, potrà essere credibile colui che dopo centocinquant’anni
chiede a Montezemolo se per favore distribuisce diversamente i suoi
profitti, o addirittura saluta il buon andamento degli affari in Fiat
come la possibilità degli operai di migliorare la loro condizione? Il
partito operaio è per sua natura in guerra col capitale, se gli
operai vogliono emanciparsi questo sistema deve essere superato. Agli
inizi del novecento c’erano già degli operai che erano convinti di
questa verità ma non c’era tutta l’esperienza storica che abbiamo
accumulato in cento anni, oggi c’è e farla valere contro tutto e
tutti è il primo passo per la nostra indipendenza politica.
Gli operai e il governo.
Gli
operai non hanno intenzione di costituirsi in partito per conquistare
un posto al governo, vogliono il rovesciamento del governo, qualunque
governo di una società fondata sullo sfruttamento operaio sarà un
governo dei padroni per la gestione dei loro affari privati. La
borghesia lottò contro la nobiltà non per conquistarsi un posto alla
corte del re ma per abolire la nobiltà stessa. Così mentre ogni
partito aspira a sostituire al governo un altro partito nelle stesse
stanze e sulla stessa base sociale, il partito operaio lavora per
sovvertirne la base economica, finiti i padroni è finita anche la
loro forma di governo. Il rovesciamento è necessario, non si arriva a
cambiare la società sedendo in un governo che ne è l’espressione
politica, se si sconvolge la società si sconvolgono anche le forme
del governo della società. La storia dice forse il contrario? I primi
socialisti andarono al governo in nome degli operai ma non fecero
altro che gestire socialmente il loro sfruttamento, i più maturi
comunisti borghesi sono al governo e fanno forse altro che gestire
ancora lo stesso sfruttamento? La strada del potere operaio non è la
conquista della maggioranza parlamentare. La conquista della
maggioranza parlamentare presuppone la conquista da parte del partito
operaio della maggioranza dei voti ma finché il potere economico è
nelle mani dei padroni questa è pura utopia e reale subalternità.
Maggioranza e minoranza fra disuguali nasconde una mistificazione, la
volontà di voto ha forse lo stesso peso per un signor Fiat e per
l’ultimo operaio di catena, il primo con tutti i mezzi economici per
conquistarsi il consenso, il secondo con i soli mezzi per recarsi alle
urne. Il primo, il padrone, con il controllo su una massa di ricchezza
estorta agli operai da gestire e distribuire. Il secondo, che secondo
la tradizione politica di sinistra dovrebbe con l'egemonia delle
parole conquistare la maggioranza delle classi intermedie facendo loro
concessioni dopo concessioni. Per noi la democrazia parlamentare è
una democrazia per i ricchi, è una delle forme politiche della loro
dittatura, non l’unica, come la storia ci ha insegnato, il fascismo
è stata un’altra forma della dittatura dei padroni sugli operai.
Maggioranze e minoranze parlamentari in una società divisa in classi
non hanno nessun significato, non si misurano qui individui sociali di
uguale entità e forza. Se le classi che vivono dello sfruttamento
operaio direttamente o per via indiretta fossero numericamente la
maggioranza della società e se questi con un’alzata di mano
decidessero che la minoranza deve lavorare per mantenerli a far la
bella vita, chi potrebbe impedire a questa minoranza di rifiutarsi e
di far saltare per aria tutte le pretese di questi signori della
maggioranza? Nessuno. Nella realtà metterebbero in campo addirittura
l’esercito contro gli schiavi, che sarebbero diventati così
sfrontati da non rispettare nemmeno il principio democratico di
maggioranza e minoranza. Come operai non saremo più i guardiani della
loro democrazia, un ruolo che ci hanno imposto i borghesi di sinistra,
nel momento che anche i padroni avranno bisogno di modificarla per i
propri fini noi dovremmo essere pronti ad affossarla, non possiamo
chiedere loro ciò che non possono darci e gli operai hanno bisogno di
libertà. La repubblica democratica non ha superato la schiavitù del
lavoro salariato, ne è stata il miglior involucro. Più il ceto
politico deve liberamente occuparsi dei fatti politici, liberamente
manovrare per accaparrarsi nuove ricchezze, più il regime di fabbrica
deve essere dispotico. Più lo stato diventa una macchina
democraticamente articolata, più i padroni e manager diventano, nelle
fabbriche che gestiscono, dei dittatori che usano ricatti e
provvedimenti disciplinari per tenere in riga i loro schiavi. La
libertà degli individui sociali si misura nei rapporti reciproci nel
campo della produzione materiale, ed è qui che il grado di libertà
della società odierna si dimostra miserabile, ed è qui che gli
operai sono l’unica classe che può capire il contenuto dispotico
della democrazia dei padroni. Nelle fabbriche vige un sistema
disciplinare che si articola in richiami, multe, sospensioni fino al
licenziamento, la direzione decide in piena autorità. I rapporti fra
gli operai, fra loro e i capi si inseriscono in un processo lavorativo
deciso e gestito in alto, agli operai è imposta una disciplina
produttiva assoluta dalla quale non è possibile esimersi. La cosa che
ci deve far riflettere è il fatto che a tanti, compresi quelli che
subiscono questo regime, tutto ciò appare naturale, necessario. Non
è cosi, solo il processo lavorativo che serve da veicolo per
valorizzare il capitale e cioè per far arricchire il padrone ha
bisogno della guardia, della multa, solo questo processo lavorativo ha
bisogno che l’operaio si trasformi in un ingranaggio della macchina
e se per caso, dopo aver fatto per otto ore la stessa operazione
misurata in secondi, si sente ancora un uomo e salta fuori
dall’ingranaggio va costretto a ritornarvi docile e pentito. Questo
dispotismo produttivo, che la dice lunga sulla libertà individuale
così cara ai borghesi, si ritrova in forme diverse in tutti gli
ambiti del lavoro a salario. Il capoufficio, il preside, il
funzionario dello stato usano anche loro metodi dispotici sui loro
subalterni ma qui la cosa si manifesta come espressione di volontà
dispotica individuale, la soluzione si cerca nell’ambito di un
diverso comportamento del singolo, più o meno democratico. Solo nel
diretto processo produttivo si può scoprire e si scopre che la
dittatura del capitale sul lavoro non riguarda la sfera dei
comportamenti di questo o quel capo, di questo o quel direttore di
produzione, è insito nel rapporto di produzione che deve produrre una
merce che contiene lavoro non pagato e che è la fonte prima del
profitto da capitale. Ogni operaio quando dice che il più buono dei
capi andrebbe appeso dice una verità incancellabile: è il rapporto
di sfruttamento degli operai da parte dei padroni che deve essere
superato, abolito.
Il
parlamento, con il sistema elettivo, ci viene presentato come
l’unica forma democratica, in realtà non è che la forma politica
entro la quale si esercita oggi la dittatura dei padroni sugli operai.
Lo scopritore della schiavitù degli operai scriveva già più di
cento anni fa che nelle elezioni gli operai vengono chiamati a
scegliere quale membro della classe dominante dovrà esercitare il
potere, ed aveva perfettamente ragione. Da allora si è tentato e
ritentato di cancellare questa verità, i primi partiti socialisti
combattendo la tendenza anarchica per cui gli operai non dovevano
occuparsi di politica si inventarono che bisognava partecipare alle
elezioni perché attraverso esse gli operai avrebbero lentamente ma
inesorabilmente conquistato il potere sulla cosa pubblica. Una
menzogna che è solo servita, generazione dopo generazione, a far
piazzare uno strato superiore degli operai che si erano imborghesiti
nei posti di potere che i padroni concedevano. Li concedevano in
cambio di una collaborazione nel sottomettere la massa di operai i
quali venivano schiacciati sempre più. Il punto di approdo di questa
lunga storia è sotto gli occhi di tutti, colui che si dichiara
rappresentante degli operai è seduto alla presidenza della Camera e
fa un ottimo lavoro, per i borghesi si intende, nelle fabbriche non ce
ne siamo nemmeno accorti. Il partito operaio è il partito politico
par exellance, l’azione politica di questo partito si fonda sul
fatto che la società è attraversata dalle lotte delle classi ed ogni
lotta di classe contro classe è una lotta politica e senza illusioni
o comanda la classe degli operai o comanda la classe dei padroni.
Proprio per queste ragioni la politica degli operai cammina con i
piedi per terra, non promette ciò che non può mantenere, il partito
operaio manderà dei suoi emissari anche in parlamento ma per usarlo
per farsi conoscere, per dimostrare che è uno strumento indissolubile
dall’esercizio del potere del capitale, che ne è la forma più
raffinata e che la liberazione degli operai passerà proprio
attraverso il suo superamento. Gli operai nel corso del secolo passato
tutte le volte che hanno tentato di prendere il potere e di tenerlo
hanno sperimentato altre forme di gestione della cosa pubblica, ed era
sicuro più a buon mercato, agiva negli interessi delle classi più
povere. La guerra che gli operai russi al governo fecero ai loro
padroni espropriandoli delle fabbriche, delle terre e di tutta la
ricchezza accumulata con lo sfruttamento rimarrà impressa nella
storia delle classi subalterne e negli incubi del capitale per
centinaia di anni.
Ci
siamo spinti troppo avanti, ma è necessario, solo così possiamo
capire quanto è miserabile la prospettiva che ci viene condita,
quella di limitare il nostro orizzonte politico a sostenere un governo
di borghesi di sinistra elemosinando qualche intervento a nostro
favore che mai verrà, e semmai verrà, basterà una sola crisi
economica a ributtarci indietro senza appello.
Gli operai e le classi intermedie
Ne
abbiamo parlato più sopra riferendoci agli strati più vicini agli
operai ed alla loro influenza politica, ne riparliamo ora per il ruolo
che giocano gli strati medio alti nella lotta fra capitale e lavoro.
Fra gli operai veri e propri e gli industriali e i banchieri ci sono
le classi intermedie, stratificate. Dall’impiegato di fabbrica
equiparabile ad un operaio ben pagato al suo dirigente lavoratore, al
libero professionista, dall’impiegato comunale al funzionario di
alto grado. Ai padroncini piccoli e medi dei servizi e
dell’agricoltura. Sono una massa imponente, soggetto preferito dai
partiti parlamentari per i voti che possono fornire e per il ceto
politico che producono, fondamentale per gestire tutta
l’articolazione della macchina statale. Sono pericolosi anche se in
determinate condizioni una buona parte degli strati più bassi può
anche unirsi agli operai nella lotta contro il capitalismo. Per la
posizione che occupano nella produzione sociale hanno guadagnato
qualche privilegio e lo difendono con determinazione. Dipendono in
tutto e per tutto dal livello di accumulazione del capitale, dal suo
andamento, dal grado di rendimento dello sfruttamento degli operai
produttivi e da come questa nuova ricchezza arriva a loro attraverso
la mediazione del primo vero espropriatore, il capitale industriale.
Si può ben capire subito che la perdita
dei loro privilegi può da
questi essere attribuita a turbolenze nel rapporto fra operai e
padroni oppure ad una cattiva gestione della ricchezza da parte di chi
ne detiene il controllo, possono cioè agire come una forza sociale
alleata al capitale per piegare
gli operai come allo stesso modo sviluppare un movimento contro le
classi dirigenti per una diversa distribuzione dei redditi. Li mette
in moto l’avvento di una crisi e il pericolo di una contrazione dei
loro redditi ma che direzione prenderanno non dipende da loro ma dalle
fondamentali classi in lotta, gli operai o i padroni. Cosa hanno fatto
i nostri impiegati negli anni ottanta se non schierarsi con gli
industriali assumendo fino in fondo il fatto che la normalità
produttiva avrebbe evitato i pericoli di una crisi che li avrebbe
danneggiati. Cosa fecero i quarantamila della FIAT se non giurare
fedeltà al loro padrone chiedendogli di ripulire le fila operaie dai
ribelli, col loro aiuto gli operai vennero sottomessi e ridotti al
silenzio. Ma la crisi ha travolto lo stesso la grande industria, la ha
ristrutturata profondamente e tanti di quei ligi impiegati sono finiti
assieme agli operai in mezzo ad una strada, in cassa integrazione,
cancellati. Mentre gli operai venivano sottomessi a nuovi e più
pesanti cicli produttivi i figli di questi cercavano di ricollocarsi
come i padri, dietro una scrivania a tempo indeterminato ma il bravo
padrone aveva per loro una sorpresa, nessun posto di lavoro fisso,
precariato ed ovunque precariato, dalle università fino agli uffici
tecnici delle grandi fabbriche. Licenziare gli operai in soprannumero
per rendere la produzione più snella, più flessibile e
concorrenziale è stato il programma sociale degli anni ottanta e
novanta, un programma che ha introdotto un precariato industriale che
doveva fare da battistrada a quello più generale che affrontiamo
oggi, ma finché era limitato agli operai veniva in fondo
giustificato, era una necessità dell’industria per sopravvivere,
oggi si denuncia come una grave malattia sociale, colpisce tutto il
lavoro dipendente, dal giovane addetto ai servizi informatici
all’impiegato di banca appena assunto. E’ la libertà di mercato
nel mercato del lavoro rispondono i più sfrontati sostenitori del
sistema e timidamente gli rispondono i rappresentanti dei lavoratori
al governo, giusta la libertà di mercato ma venga limitata nei suoi
più dirompenti effetti sociali. Ma è così fuori dal tempo e dallo
spazio gridare che il rapporto mercantile è una maledizione sociale,
che tutti i rapporti fra gli uomini sono in funzione dello scambio per
il profitto e che questo scambio sta facendo degenerare la società?
Sembra più facile e percorribile la strada della richiesta di un
intervento politico sul precariato ma si è dimostrata fallimentare,
la legge Biagi è ancora tutta lì, applicabile ovunque, siamo alla
farsa che i metalmeccanici nella loro piattaforma chiedono una
limitazione al 15% degli operai irregolari. La divisione fra gli
operai fra regolari e quelli irregolari nello stesso ciclo produttivo
verrà cosi sancita contrattualmente con le conseguenze che comporta
nel contrasto fra operai e padroni che si manifesta continuamente in
ogni fabbrica. Gli operai irregolari verranno usati per far pressione
sui regolari, i regolari saranno costretti a subirla finché l’unità
nella lotta li contrapporrà al padrone come un unico esercito. Quale
forza sociale può anche solo concepire il superamento dello scambio
mercantile, del profitto come maledizione, il mercato come luogo del
dispotismo di una classe sull’altra, soltanto la classe degli
operai. Il libero mercato per gli operai è il luogo dove scambiano la
loro forza di lavoro con un salario sufficiente a riprodurla, sono
tutti e due liberi cittadini, l’operaio non vuol vendere la sua
forza può scegliere di morire di fame, il padrone non la vuol
comprare ne troverà altri forse più a buon mercato. Operai e padroni
arrivano al libero mercato già marchiati ma è solo il primo passo.
Da questa anticamera della libertà si passa alla produzione, qui
l’operaio è solo un ingranaggio di un processo lavorativo dove è
costretto a produrre una merce di valore superiore a quanto ha
ricevuto nella forma di salario. Il padrone ora tornerà al mercato
per realizzare il profitto che l’operaio ha oggettivato e entrerà
in concorrenza con i suoi fratelli nemici, gli altri padroni. Si
confronteranno produttività del lavoro, costo delle materie prime,
salari pagati. Il libero mercato spingerà gli uni sugli altri e tutti
sui propri operai per intensificarne lo sfruttamento. Quali interessi
hanno gli operai a sostenere il libero mercato, lo scambio mercantile
se in questo meccanismo produce e riproduce la loro sottomissione.
Come possono gli operai illudersi che possa esistere un mercato
regolato democraticamente, se è proprio il mercato del capitale la
base entro cui il loro sfruttamento è possibile? Certo che le classi
che fondano la loro esistenza economica sulla distribuzione del
profitto possono anche concepire una diversa distribuzione,
l’intervento dell’autorità pubblica per modificarla, non gli
operai che devono puntare al superamento di questo rapporto sociale
così come si è costituito. Gli strati più bassi delle classi
intermedie, che lavorano a stipendio possono capire questa prospettiva
operaia ed appoggiarla, solo quando tutti i tentativi per
salvaguardare i loro piccoli privilegi risulteranno vani, quando il
grande capitale dell’industria e delle banche affrontando la crisi
economica e cercando i mezzi per superarla non potranno far altro che
ridurli in miseria e farli cadere nella condizione sociale degli
operai. Ma non basterà ancora, potranno essere ancora convinti che la
ragione del declino bisogna cercarla in un nemico esterno, nello
straniero, nell’immigrato, nel ladruncolo di quartiere, solo gli
operai in lotta contro i padroni potranno indicare una prospettiva
nuova alle loro aspettative, completamente nuova, non per ricostituire
antichi e miserabili privilegi ma per costruire una società libera
dal lavoro salariato e dalle differenze di classe che porta con sé.
Il partito operaio non ha nessun interesse a mediare con le
concezioni, i modi di pensare, le prospettive politiche di questi
strati sociali per quanto esprimano critiche antagoniste, il fatto che
ci definiscano tutti lavoratori non ci rende una classe sociale
omogenea, non abbiamo lo stesso programma. Loro cercano ancora
aggiustamenti del sistema, cercano ancora il governo amico, un mercato
meno selvaggio, uno sfruttamento più umano, una politica meno
liberista, sono una piccola borghesia dipendente ed è quasi naturale
che pensino ed agiscano in questo modo. Noi cerchiamo altro, o il
padrone o noi, o gli operai al potere o i borghesi, o lo sfruttamento
o la sua abolizione, dopo aver lavorando nelle loro fabbriche per
oltre centocinquanta anni ed aver reso essi più potenti e noi più
poveri, a quale altra conclusione potevamo giungere.
L’imperialismo e gli operai
Gli
operai di tutti i paesi a capitalismo maturo hanno il dovere di
schierarsi in ogni contrasto internazionale contro il proprio governo.
La questione è semplicemente spiegabile, il governo che gestisce la
nazione è un governo dei padroni, un governo dei padroni può solo
fare una politica estera per favorire gli affari dei padroni, se la
nazione gestita da codesti padroni viene offesa, maltrattata o
addirittura coinvolta in un’azione militare la responsabilità è
loro e può essere, agli occhi degli operai, solamente loro. E’
pensabile schierarsi con il governo che gestisce socialmente il nostro
sfruttamento, quando questo agisce sullo scenario mondiale per gli
interessi dei padroni che rappresenta? Se il nostro sfruttatore prende
stangate ben venga, lo indebolirà nei nostri confronti e potremmo
anche in determinate condizioni abbatterlo. Invece cercano in tutti i
modi di ricostituire il mito di patria, di nazione, di farci sentire
tutti membri di uno stesso popolo. Più si aggrava la concorrenza
internazionale fra nazioni o blocchi di nazioni e più hanno bisogno
di unificare le classi per essere più forti in caso di conflitto
militare, perché la guerra per dividersi il mercato mondiale è
sempre presente come soluzione necessaria. Il parlamento italiano
scatta in piedi ogni qualvolta qualche soldato viene colpito in
un’azione militare all’estero, un parlamento unito e compatto fino
alla sinistra radicale. Diventa una bestemmia chiedersi cosa facesse
il nostro eroe all’estero, quali rastrellamenti avesse effettuati, a
quanti posti di blocco avesse perquisito uomini donne e bambini e
quanti nelle operazioni umanitarie ne avesse assassinati. Noi lo
chiediamo perché il capitalismo italiano non apre filiali di banche,
installa industrie, manda uomini armati, militari se non per allargare
la sfera dello sfruttamento, se non per aumentare il proprio profitto
sfruttando mercati e differenti gradi di sviluppo delle nazioni. Il
capitalismo di un paese come l’Italia quando fa beneficenza rapina,
quando spedisce medicine gratuite lo fa per sperimentare il loro
effetto sulle popolazioni, quando manda il cibo è prossimo alla data
di scadenza e se lo fa pagare a caro prezzo dal suo stesso governo con
il recupero fiscale. L’intervento militare è solo una forma
dell’imperialismo moderno, prima e dopo arrivano i capitali, le
merci, le industrie, gli uomini d’affari, i preti e le spie. Non si
può essere contro l’imperialismo se non si è contro i padroni e
per primi i propri. Un esempio è venuto dalla questione Afghana, il
governo Prodi si è dovuto rimangiare tutto il suo pacifismo, e lo ha
fatto ridefinendo formalmente la missione, chiamiamo mezzo di
intervento umanitario un carro armato ed il gioco è fatto. In fondo
la politica estera parla più chiaro di un qualunque programma
elettorale, gli interessi dei padroni italiani all’estero vanno
difesi qualunque sia lo schieramento governativo, possono esserci
delle variazioni nelle alleanze ma quello che si deve fare è
difenderli se occorre anche con l’esercito e con la guerra. I
padroni sanno che per fare le guerre è necessario l’appoggio delle
classi intermedie, della piccola borghesia ed anche degli operai, è
necessario che i loro interessi siano avvolti, per non farli scorgere
come interessi particolari, dalla bandiera della nazione e fomentano
tutte le forme di nazionalismo. Fino ad accettare anche un
antiamericanismo di facciata purché sostenga l’Italia come nazione
indipendente, oppure fomentare la formazione di uno spazio patriottico
europeo contro la Russia e gli Stati Uniti. Ma chiedere
l’indipendenza dell’Italia o dell’Europa dagli altri
imperialisti è chiedere l’indipendenza di un rapinatore rispetto
all’altro. Noi siamo prima di tutto operai, siamo sfruttati in
Italia ma potremmo esserlo in Francia, negli Stati Uniti, ovunque.
Siamo più stranieri ai nostri dirigenti industriali di quanto lo
possiamo essere da un operaio sulla linea di montaggio della Ford
negli Stati Uniti. Il fatto che chi ci sfrutta sia un padrone nato e
cresciuto in Italia ci pone come operai in Italia un solo obbligo,
studiarne la formazione storica per poterlo combattere meglio, con
migliori risultati, ad esempio: se il capitalismo italiano ha nella
chiesa uno dei suoi puntelli sociali più importanti vorrà dire che
gli operai dovranno vedersela anche con l’influenza dei preti e
delle perpetue. Ma quanto è difficile perdere i caratteri locali e
sentirsi parte di una classe internazionale, ma per gli operai è
possibile, li rende omogenei il rapporto di sfruttamento del capitale,
lo stesso macchinario, le stesse condizioni di vita, anche se di
strada bisogna farne tanta. Le più grandi potenze imperialiste
d’occidente hanno aggredito l’Iraq, lo occupano militarmente senza
riuscire a piegarlo cosi come la Russia cerca col ferro e col fuoco di
sottomettere i Ceceni senza risultati duraturi, la resistenza è
invincibile. Gli operai dei paesi aggressori stanno a guardare, sono
riusciti a convincerli che se vogliono conservare quel miserabile
tenore di vita che hanno conquistato è necessario sottomettere questi
popoli. Succede e succederà esattamente il contrario, lo sforzo
bellico dei loro padroni li farà piombare ancora più in basso e
diventerà chiaro che era meglio allearsi con la resistenza irachena e
cecena contro i propri governi ed è quello che noi sosteniamo e
dobbiamo sostenere.
La coalizione operaia
Dov’è
che gli operai iniziano a farsi le ossa nella lotta contro i padroni?
Nei luoghi di lavoro ed in particolare nelle fabbriche. Lo fanno per
necessità, vendono la stessa merce, sono sottomessi agli stessi
processi produttivi, coalizzarsi è l’unico modo per presentarsi di
fronte al padrone come forza collettiva, l’operaio isolato è presto
sottomesso, ricattato. La forma organizzativa che gli operai moderni
hanno scoperto per questa coalizione è stata quella sindacale e
tramite il sindacato hanno resistito alla tendenza naturale del
padrone a schiacciare i salari, a consumare senza limiti la loro
pelle, così da mettere un freno alla loro rovina. Come qualunque
altra merce gli operai hanno cercato di vendere la loro forza di
lavoro al prezzo di mercato e il sindacato è stato il mezzo per
realizzarlo. Va da se che agli inizi i padroni abbiano visto come una
maledizione l’organizzazione sindacale, la abbiano combattuta senza
limiti come é scontato che ovunque è possibile la combattano ancora
oggi e gli operai allo stesso modo la ricostituiscano ovunque. Il
sindacato operaio è l’organizzazione più contraddittoria della
società moderna nasce per contrattare col padrone l’uso della forza
lavoro mentre associa coloro che questa contrattazione hanno necessità
di superare, vuol stabilire il giusto prezzo di una merce che non ha
interesse alcuno ad essere ridotta a merce e cioè gli operai stessi.
E’ comprensibile che nella fase di espansione del ciclo economico il
lato contrattuale prenda il sopravvento, si forma uno strato dirigente
che fa della contrattazione la sua ragione di esistenza fino a, come
qualunque venditore di merce, prendersi a cuore lo stato degli affari
del compratore autolimitando le proprie richieste. I padroni non
possono eliminare la coalizione operaia e il sindacato che la esprime,
devono però garantirsi che la contrattazione stia dentro le loro
possibilità dichiarate, devono allevare nelle fabbriche ed al centro
uno strato di sindacalisti con i quali intendersi sullo stato dei loro
affari. E li allevano localmente dando loro qualche privilegio.
Centralmente sostenendo uno strato dirigente che viene direttamente
dalle fila della borghesia o, che ne ha assunto, tutte le
caratteristiche, economico- sociali. Si apre una fase in cui la
contrattazione di questi sindacalisti compromessi diventa passo dopo
passo una discesa degli operai verso il basso, sancita da un accordo
dietro l’altro, è la controparte e cioè i padroni che dettano le
condizioni economiche e il sindacato vi si adegua. Il sindacalismo
degli strati borghesi che gestiscono il sindacato è incapace, ad un
certo punto del ciclo economico, a fronteggiare gli attacchi dei
padroni, li accetta supinamente perché non vede e non può percorrere
altre strade, gli interessi di questi dirigenti sono pienamente
integrati in quelli del capitale in generale. Ma qui il gioco si
riapre, una nuova generazione di operai, all’inizio numericamente
limitata ma molto agguerrita ripropone la vecchia contraddizione, se
la contrattazione porta a questi risultati muoia il compratore, se il
padrone per continuare a fare i profitti ci deve ridurre in questo
stato venga superato il compratore e il suo profitto. Cosi gli operai
ridanno alla contrattazione un nuovo significato, quello degli inizi,
costruita sulla lotta, sul braccio di ferro, sulla solidarietà, sulla
esatta coscienza che fintanto un uomo è costretto a vendersi ad un
altro per sopravvivere sarà sempre e soltanto uno schiavo. Un
sindacalismo degli operai che non ha illusioni, e non le semina, che
non illude nessuno sul superamento graduale e contrattuale della
condizione operaia, un tipo di sindacalismo che insegna agli operai
come difendersi proprio perché sa di avere di fronte un avversario,
il padrone, che ha come condizione della sua esistenza
l’intensificazione senza limiti dello sfruttamento. Il sindacato non
è un partito, per quanto i gruppi dirigenti siano dei buoni borghesi
con un codazzo di funzionari a carico non possono cambiare la base
sociale dell’organizzazione. Non possono fare a meno degli operai
perché mancherebbe la materia prima dell’esistenza del sindacato in
quanto tale. In questo senso gli operai possono rivendicare come
propria l’organizzazione sindacale, come una loro storica creazione,
come prodotto della loro stessa esistenza sotto il capitale, e possono
in qualunque momento metterne in discussione orientamenti, capi e
sottocapi. Questo occorre fare quando si inizia a prendere coscienza
che essa è sfuggita di mano agli operai ed è passata sotto il
controllo dei borghesi. Il partito operaio non ha interesse a farsi un
sindacatino a propria immagine e somiglianza, sa di dover condurre una
battaglia per il sindacalismo operaio ed ha deciso di impiegare le
forze per condurla là, nel sindacato dove la maggioranza degli operai
è oggi concentrata. Le difficoltà sono enormi, si poteva pensare che
in questa lotta mortale per il controllo del sindacato ci lasciassero
fare? Che i gruppi dirigenti compromessi accogliessero a braccia
aperte l’insorgenza di un nuovo sindacalismo nato nelle fabbriche ad
opera diretta degli operai? Era impensabile, si sono attivati per far
fuori i ribelli, hanno cercato di isolarli, hanno stretto patti con i
padroni per licenziarli, ne hanno scoraggiati tanti. Numerosi fra
questi, pur di continuare a fare attività sindacale hanno scelto di
militare nella fila di sindacati alternativi nate da vecchie fratture,
ma nemmeno qui si sono sentiti a loro agio, i gruppi dirigenti non
rappresentavano una genuina tendenza operaia e i conti col riformismo
politico non erano, e non sono stati fatti fino in fondo. Il prezzo
che abbiamo pagato tutti è che la coalizione operaia che si stava
ricostituendo si è divisa al suo interno, per sigle, per parrocchie,
nella soddisfazione dei dirigenti sindacali che potevano combattere i
ribelli come altri, estranei al corpo centrale del proletariato
industriale che loro organizzavano e dirigevano. Il nucleo centrale
degli operai che presenta oggi questi appunti milita nella FIOM, da
due decenni padroni e capi sindacali hanno cercato di farli fuori, con
licenziamenti e reparti confino, non ce l’anno fatta semplicemente
perché questi compagni hanno fondato tutta la loro forza sulla
coalizione operaia, hanno dimostrato quanto essa sia importante nella
lotta di resistenza al padrone che hanno sempre indicato come un
nemico da abbattere, anche quando facevano con lui accordi. E
fondamentalmente, questi compagni, non hanno mai pensato che la FIOM
fosse proprietà privata di quattro dirigenti collaborazionisti, e
sono stati sempre convinti che il controllo di questi
sull’organizzazione potesse essere rovesciato in qualunque momento
alla sola condizione che gli operai si fossero organizzati a dovere.
Le prime conclusioni
Nello
stendere questi appunti e nel presentarli ad una riunione di operai mi
sono reso conto di quanta strada abbiamo fatto, per quanto le cose
potevano essere scritte meglio, specificate ed approfondite abbiamo
saltato il fosso. Ora almeno a grandi linee l’indipendenza degli
operai è stata tracciata. Avremmo potuto occuparci di TFR, di
pensioni, di salari, denunciare questo o quell’aspetto del gioco
politico parlamentare, e rimanere sempre nell’ambito della società
cosi come è con i suoi bravi operai a sgobbare e le classi superiori
ad arricchirsi. Invece siamo partiti da qui per illustrare un punto di
vista particolare, il nostro. Come operai abbiamo guardato le altre
classi, le loro prospettive politiche, la loro democrazia,
l’intervento umanitario, la situazione del sindacato, e soprattutto
abbiamo rivisitato la nostra situazione sociale senza illusioni,
abbiamo scoperto che è tempo di fare in proprio, di togliere la
delega a quelli che dicono di rappresentarci per imporci sulla scena
politica come forza indipendente. In poche parole costituirci in
partito. Come, dove con quali tempi sarà oggetto di discussione nel
prossimo futuro, questa riunione serve per valutare se abbiamo
conquistato l’indipendenza necessaria a fare il grande salto, gli
appunti di viaggio si fermano qui.
Operai
appartenete ad una classe che sola potrà rovesciare questa società
in rovina. Siatene fieri.
Relazione approvata il 9 giugno 2007
all’assemblea generale dell’Associazione per la Liberazione degli
Operai (Aslo). Sesto San Giovanni (Mi).
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