CONTRATTI : LINGUAGGIO INCOMPRENSIBILE AI LAVORATORI
16 marzo 2004
Giorgio Bianco
Accade spesso che il modo migliore per avvicinarsi ad un problema consista nel prendere le mosse dall’analisi del linguaggio. Qual’è, al giorno d’oggi, il linguaggio dei contratti di lavoro, e in particolare dei contratti nazionali, quelli che, dopo fumose notti di trattative, vengono stipulati intorno al tavolo della concertazione dalle cosiddette “parti sociali” – i rappresentanti dei sindacati della Triplice, quelli di alcune associazioni imprenditoriali e del Governo? Ė facile constatare, per chiunque ne prenda in esame uno, che si tratta di un linguaggio talmente arzigogolato da risultare difficilmente o per nulla comprensibile non solo al lavoratore comune, ma persino alla persona di cultura medio-alta che non abbia specifiche competenze sindacali e giuridiche. Né si comprende come potrebbe essere altrimenti, in quella selva oscura di premesse, articoli, paragrafi, protocolli, norme transitorie, rinvii a contratti precedenti, ad accordi integrativi, a leggi e decreti. Nel 1980, una équipe dell’Istituto di sociologia di Torino fece analizzare da un computer le parole usate dai sindacalisti nella piattaforma o proposta di contratto presentato dalla federazione dei metalmeccanici. Si scoprì che le parole più usate erano: plafonamento (in sostanza, riunire tutte le voci del salario oltre il minimo per fare una media del salario complessivo operaio), riparametrazione (cambiamento dei rapporti fra le varie categorie dei salari) e quiescenza (tutto ciò che si riferisce allo scioglimento del rapporto di lavoro). Le tre parole vennero inserite in un questionario spedito a più di mille operai Fiat, in cui se ne chiedeva il significato. Novantotto su cento risposero di ignorarlo. Non c’è da stupirsene, lo ripetiamo, perché anche un uomo di studio e di lettere può faticare a comprendere il senso di quei vocaboli. Ma il risvolto drammatico è che i risultati di quell’inchiesta stanno a dimostrare come la quasi totalità degli operai non sa che cosa è il contratto per cui sciopera e lotta.
Ciò significa, a propria volta, che nelle organizzazioni sindacali i lavoratori non sono trattati da soggetti adulti e consapevoli, ma da minorenni sotto tutela. Del resto, qual è il reale grado di controllo che i lavoratori sono in grado di esercitare sulle organizzazioni sindacali? Le quote di iscrizione, nonostante il parere contrario più volte espresso dagli elettori per via referendaria, sono trattenute alla fonte. Lo sciopero non viene deliberato a maggioranza, tramite referendum tra i lavoratori, in modo da verificarne l’autentica adesione, ma da una minoranza di dirigenti. Di fatto, per la quasi totalità degli iscritti,. L’unico modo per esprimere il proprio dissenso rispetto all’operato del proprio sindacato è il ritiro della tessera – anche questo, per giunta, ostacolato dalle procedure burocratiche connesse alla trattenuta automatica delle quote di iscrizione.
I difetti, i limiti, i risvolti anche profondamente immorali dell’attuale sindacato italiano sono da tempo al centro di un serrato dibattito, di aspre denunce e comunque ormai ampiamente noti ai più. Appare sempre più evidente la necessità e l’urgenza di una riforma che faccia giustizia degli aspetti più smaccatamente iniqui e illiberali dell’odierno sindacalismo. A questo proposito, occorre sgombrare immediatamente il campo da un equivoco che potrebbe ingenerarsi, ovvero dall’idea che una riforma liberale del sindacato miri all’abolizione e alla scomparsa dello stesso. Una società autenticamente liberale non può che salvaguardare come sacro e inviolabile il diritto di associazione di tutti gli individui, il che implica anche il diritto dei lavoratori ad associarsi e a dar vita a “cartelli” per far valere i propri interessi - e parallelamente, degli imprenditori a costituirsi in associazioni a salvaguardia dei propri interessi.
Dal diritto di ogni uomo a disporre liberamente di se stesso e dei propri beni, e quindi a stipulare contratti, discende infatti il diritto di associarsi (e dissociarsi). Se alcune persone ritengono di avere alcuni interessi in comune, possono decidere di aggregarsi per formare un “blocco” sociale e far valere le proprie ragioni. Questo “blocco”, naturalmente, può darsi un’organizzazione interna, stabilire una “piattaforma di lavoro”, assumere persone esterne per sbrigare le mansioni necessarie al buon funzionamento del tutto. Ogni operazione può essere finanziata attraverso le iscrizioni dei soci, la vendita di servizi, le donazioni dei soci stessi e ogni altra attività resa possibile dal libero mercato.
Ma a questa associazione – sindacale, nella fattispecie – può essere riconosciuto il diritto di rappresentare soltanto coloro che vi aderiscono, sempre che questi le abbiano affidato una delega così esplicita e totale. Essa, quindi, non può arrogarsi il diritto di estendere le proprie “conquiste” anche agli altri. Un sindacato correttamente inteso è una semplice associazione di lavoratori, che fornisce alcuni servizi e tenta di far valere ragioni condivise da molti; non vi è alcun motivo né alcun diritto per cui esso debba estendersi al di là dei propri compiti di rappresentanza, assistenza e protezione, con le conseguenze, in termini di consumo parassitario di redditi e risorse, di creazione di condizioni sfavorevoli tanto ai lavoratori quanto agli imprenditori, di creazione di un enorme e del tutto immorale apparato di privilegi, a tutti ben note.
Quindi, fermo restando che il diritto al contratto è individuale, e dunque in nessun caso dovrebbe essere impedito a un lavoratore e ad un datore di lavoro che adottino liberamente e consapevolmente questa scelta, di stipulare un contratto di lavoro appunto individuale, i lavoratori devono poter essere anche liberi di delegare i loro rappresentanti a negoziare e sottoscrivere contratti di lavoro, scelta che per molti di loro potrebbe rivelarsi di maggiore comodità. Il punto fondamentale è che questi contratti collettivi dovrebbero avere valore unicamente per quei lavoratori che hanno aderito al sindacato che li ha sottoscritti, e non potrebbero più avere, quindi, validità erga omnes. Il potere dei sindacati, in sostanza, dovrebbe ridursi fino ad eguagliare quello di altre istituzioni ausiliarie per la stipulazione dei contratti: ad esempio, i notai.
Un sindacato correttamente inteso dovrebbe occuparsi di semplificare la vita ai propri aderenti anche grazie all’impulso ad un rapporto sereno con i datori di lavoro. Fare dei lavoratori una casta privilegiata dal punto di vista del diritto significa aprire la porta a un conflitto irreparabile, il quale a propria volta finisce per costituire l’unica giustificazione dell’esistenza di una potente classe burocratico-sindacale (e della sua controparte naturale: il ceto burocratico-confindustriale). Come ha scritto Ludwig von Mises in Liberalismo, “è quasi impossibile mantenere una pace [sociale] duratura in una società nella quale siano differenti i diritti e i doveri dei vari ceti. Chi delegittima una parte della popolazione deve sempre aspettarsi che i delegittimati si coalizzino contro i privilegiati. I privilegi di ceto devono scomparire, se si vuole che cessino le lotte per accaparrarseli”. Peraltro, la situazione è resa ulteriormente complicata dal fatto che, nel sistema attuale, tanto i lavoratori quanto gli imprenditori si sentono (spesso a buon diritto) sfruttati e delegittimati. I lavoratori, infatti, intascano molto meno di quanto meriterebbero; gli imprenditori ritengono il costo del lavoro eccessivamente alto. Entrambi hanno in realtà ragione, e l’apparente contraddizione è dovuta solo al fatto che tra i due litiganti è il terzo, ovvero il ceto burocratico-sindacale, a godere.
Da tutto quanto osservato in precedenza, emerge con chiarezza che l’imperativo di “voltare pagina” non può che partire dal problema della contrattazione, e in particolare da quell’anomalia, gravemente lesiva del diritto di associazione e del principio di concorrenza, che è la contrattazione nazionale, una delle più nefaste eredità delle riforme introdotte dal fascismo. La Carta del lavoro del 1927, infatti, all’articolo 3 affermava che “Solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato ha il diritto di […] stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alle categorie”. Un principio recepito e ratificato pienamente dalla Costituzione repubblicana, la quale sancisce che i sindacati “registrati”, ovvero che godono di personalità giuridica “Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.
Questo articolo, a ben vedere, afferma che alcuni liberi cittadini (i lavoratori) non sono liberi di contrattare con altri liberi cittadini (gli imprenditori): essi, infatti, devono obbligatoriamente conformarsi al contratto collettivo. Se si considera che a stipulare i contratti collettivi nazionali sono soltanto i sindacati della cosiddetta Triplice, ma ciò che scaturisce dalla concertazione coinvolge tutti gli altri (il principio dell’erga omnes di cui si è detto), appare evidente che ci si trova di fronte ad un’autentica mostruosità giuridica. Innanzitutto, il contratto nazionale lede il principio fondamentale per cui nessuna persona, organizzazione o legge può limitare il diritto degli individui ad accordarsi liberamente su qualsiasi argomento che li riguardi personalmente. In secondo luogo, non è davvero chiaro il motivo per cui “i sindacati” di cui si parla nel dettato costituzionale siano, di fatto, soltanto alcuni sindacati, ovvero Cgil, Cisl e Uil, un fatto che, come si è accennato, cozza con qualsiasi principio di concorrenza. La facoltà di stipulare contratti nazionali, poi, è riservata ai soli sindacati “registrati”. Questo significa che solo le organizzazioni sindacali che accettano di essere sottoposte a controlli e di rendere pubblici i propri bilanci possono determinare le sorti di tutti i lavoratori. La Costituzione, dunque, riconosce ad alcuni gruppi “registrati” di persone la possibilità di espropriare gli altri del diritto al contratto, e nello stesso tempo impone l’ordinamento interno di quelle che sono, o dovrebbero essere, associazioni private di liberi cittadini. Il fatto poi che, in realtà, i sindacati italiani, e in particolare quelli della Triplice, sono associazioni non registrate, non sottoposte a controlli, non tenute a rendere pubblici i propri bilanci, non fa che aggiungere al danno la beffa. Per di più, il contratto nazionale, spesso giustificato con l’intento di appianare e amalgamare le differenze tra le regioni del Nord e del Sud, ben lungi dall’eliminare queste differenze si limita ad ignorarle, non tenendo conto, in particolare, della differenza di produttività e dei differenti livelli dei prezzi, che modificano il potere d’acquisto di una stessa busta paga.
Non si sottolineerà mai abbastanza quanto sia significativo – e nefasto – che il “braccio di ferro” tra governo e sindacati, quando avviene, si svolga sempre e soltanto a Roma. A ben vedere, il contratto collettivo nazionale non ha ragion d’essere nemmeno dal punto di vista dell’“equità”, dell’”uguaglianza” e della “giustizia sociale” così care alla retorica sindacale. L’obiettivo è che tutti i lavoratori di una determinata categoria e dello stesso livello percepiscano un identico salario reale. In realtà, come si è detto, così facendo non si tiene conto del fatto che nelle diverse zone del Paese il costo della vita è profondamente differente, e dunque è differente il potere d’acquisto – il salario reale – rispetto al salario nominale. Ma allora, se i sindacati avessero davvero a cuore l’eguaglianza, è evidente che dovrebbero battersi in favore di strumenti che tengano conto delle profonde fratture che vi sono, in termini di costo della vita, fra un luogo del Paese e l’altro.
Il contratto collettivo nazionale, a dispetto delle ragioni che sono state addotte per legittimarlo, ha il solo effetto di centralizzare il dibattito e le decisioni sul mercato del lavoro, e dunque di conferire un potere spropositato ad alcuni sindacati e alle loro “controparti”, ovvero il Ministero del lavoro, gli altri ministeri competenti e le associazioni di categoria degli industriali.
Il contratto nazionale, incapace com’è di produrre alcun miglioramento nelle condizioni di vita dei lavoratori, e dannoso per molti piccoli e medi imprenditori, va dunque drasticamente ripensato. Per fare questo, occorre partire dal presupposto che, se è vero che ogni cittadino ha diritto a stipulare liberamente contratti con altri cittadini, è anche vero che la mentalità statalistica e collettivistica ha fatto molta strada. La proposta – che peraltro dovrebbe rappresentare l’obiettivo finale di ogni politica autenticamente liberale – di abolire tout court il contratto nazionale appare quindi, almeno nel breve termine, velleitaria. Ė necessario allora imboccare una strada per ridimensionare il contratto collettivo, o almeno per renderlo valido soltanto per quei lavoratori che aderiscano esplicitamente all’organizzazione sindacale che lo firma e lo accetta.
La via più promettente e percorribile, a tale scopo, sembra da individuarsi nel federalismo. Posto che il contratto nazionale è così inefficace - tra l’altro - perché vincola individui le cui condizioni sono estremamente diverse, si assisterebbe senz’altro a un miglioramento se esso, da nazionale, diventasse almeno regionale. I lavoratori, ad esempio, veneti vivono in un contesto sotto molti aspetti omogeneo, e dunque tendono ad avere esigenze simili. In ogni caso, sono accomunati da più fattori di quanti non li accomunino ai lavoratori piemontesi, laziali, calabresi. Inoltre, la riduzione a una dimensione “cantonale” o regionale degli organismi di assistenza ai disoccupati o alle persone in difficoltà porterebbe da un lato a un drastico ridimensionamento dei sindacati burocratici, dall’altro ad un’erogazione di servizi laddove siano autenticamente necessari, e solo nella misura in cui non diano luogo a rendite parassitarie.
Infine, contratti stipulati su base regionale sarebbero preferibili a contratti stipulati su base nazionale, in quanto la dimensione locale tende a riprodurre più fedelmente le richieste del mercato – che le trasmette tramite il livello di salario che un imprenditore è disposto a pagare per un certo impiego, e che un lavoratore richiede per svolgerlo.
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