Carissimi,
mi son preso la briga di tradurre un bel pezzo tratto da una lunga e assai
interessante tesi di W.N.Bruce che tra le altre cose, descrive in maniera
accurata la soluzione al mistero della famosa statua che secondo Giustino
MArtire era stata eretta dall'Imperatore Claudio in onore di Simon MAgo
sull'Isola Tiberina.
Sperando d'aver fatto cosa grata ecco a voi:
"Semo Sancus"
Tratto da:
RIESAME DELLA TOPOGRAFIA RELIGIOSA DELL'ISOLA DI TIBERIO
di
WILLIAM NOLAN BRUCE
tesi presentata alla scuola di specializzazione della Università della Florida
nel parziale adempimento dei requisiti per il
conseguimento del Master delle Arti.
Università della Florida 2004
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Sull'Isola Tiberina é possibile sia stato coltivato il culto di un'altra antica
divinità italica: Semo Sancus Dius Fidius. L'unica
prova risiede in una statua di Semo Sancus come descritta da Giustino,
apologista e martire del secondo-secolo. La base di
tale statua, accompagnata da una iscrizione, è stata trovata nelle vicinanze
della chiesa di San Giovanni Calibita.
Semo Sancus è stato introdotto precocemente tra i romani dai Sabini che
colonizzarono per primi la collina del Quirinale.
Lanciani descrive il dio come “il Genio di luce splendente, figlio di Giove
Diespiter o Lucetius [antichisismo nome attribuito in
origine dai Romani a Giove come "datore di luce"], memico della disonestà, ltore
di verità e fede ai di cui la missione sulla
terra era sancire la assicurare la santità, dei matrimoni e l'ospitalità,„
(1892, p.105). Il Sabini considerarono Semo Sancus
come loro antenato (Plateroti, Fabrizio. Isola Tiberina. Roma: Istituto
Poligrafico e Zecca Della Stato, 2000., p.16). Sia il
nome, Semo e il dio stesso sembra provengano dalla deificazionedi un re
legendario(Holland, Louise. Janus and the Bridge.
Rome: American Academy, 1961, p.191). Fu confuso spesso con Ercole a causa della
errata interpretazione di Dius Fidius
come Iovis "Figlio di Giove"' ed a causa delle associazioni reciproche fra
queste due divinità ed il rito del giuramento (Scheid,
John. “Semo Sancus.” Oxford Classical Dictionary. 3rd ed. Ed. Spawforth and
Hornblower. New York: Oxford University
Press, 1999., p.1383).
Un tempio a Semo Sancus che risale alla ametà del quinto secolo avanti Cristo é
esistito vicino sulla collina del Quirinale
(Dionisio 9.60.8). Ovidio (Fasti 6.217), chiama il dio Semo pater, riporta che
gli antichi Sabini lo rappresentavano con un
tempio.
Tuttavia, la struttura sul Quirinale è collegato più probabilmente all'ultimo re
di Roma, Tarquinio il Superbo (Holland, Louise.
Janus and the Bridge. Rome: American Academy, 19611961, p.191) . L'estenzione
dellare asacra sull'isola è difficile da
determinare poichè non vi sono evidenze archeologiche per una struttura di
qualunque tipo. Tuttavia, gli studiosi sono
concordi nel sostenere che era nient'altro che un piccolo santario all'aperto
nel quale erano incorporate, forse, altre divinità .'
Secondo Varro (LL 5.66), il tempio sul Quirinal fu progettato in modo che avesse
"perforatum tectum, ut ea videatur divum",
un tetto con un foro tale che potesse dembrare all'aperto perché i rites
religiosi connessi con Semo Sancus dovevano essere
celebrati sub divo. Holland suppone che l'area sacra dell'isola di Sancus deve
esser stata "un santuario all'aperto fra i ponti
piuttosto che un'ara di cui non v'è prova„ (1961, p.190).
A causa della sua associazione con la santità degli accordi, Sancus può essere
connesso con una forma antica di Giove
Jurarius (D’Onofrio, C. Il Tevere: l’Isola Tiberina, le inondazioni, i molini, i
porti, le rive i muraglioni, i ponti di Roma. Roma,
1980. 1980, p.49). Se fosse così, l'area sacra del dio era probabile in
prossimità a o incorporato nel più grande recinto di
Giove Jurarius.D'altra parte, come sappiamo dall'iscrizione sulla base trovata
vicino a San Giovanni Calabita, l'area sacra
dell'isola di Tiberio è stato gestita dagli stessi sacerdotes bidentales che
celebravano nel santuario del Quirinal (CIL 6.567;
cfr. 14.2839). È probabile chel'area sacra dell'isola era una propagine del
centro principale di culto a nordest.
L'unica prova archeologica che abbiamo della presenza di Semo Sancus sull'isola
è una base di marmo della statua del
secondo secoloavanti Cristo, scoperto vicino alla chiesa della San Giovanni
Calavita nel luglio 1574, durante il pontificato di
Gregory XIII (Lanciani 1892, p.104). Un'iscrizione sopravvive alla base, su cui
si legge (CIL VI.567):
Semoni
Sanco
deo Fidio
sacrum
Sex(tus) Pompeius Sp(urii) f(ilius)
Col(lina) Mussianus
quinquennalis
decur(iae) bidentalis
donum dedit.
Sacro a Semo Sancus Deus Fidius. Sextus Pompeius Collina Mussianus, Figlio di
Spurius, nel quinto anno di sacerdozio
bidentale, lo ha dato donato.
Una (non molto accurata) rappresentazione di questa iscrizione, si trovantai
accanto al percorso principale dell'isola, e può
essere vista nell'incisione del Giuseppe Vasi (Libro V, 96), Chiesa di S.
Bartolomeo Un'altra dedica a Sancus è stata ritrovata
nel Tevere in prossimità dell'isola (CIL VI.30995).
Il testo dell'iscrizione sulla base della statua fu mal interpetrato dal
dall'apologista del secondo secolo, Giustino Martire. Egli
confuse la dedica "Semoni Sanco Deo" con "Simoni Deo Sancto" "per il santo dio
Simone".' Egli interpetro il monimento
come una statua a Simon Mago malfamato del famigerato rivale di Simon Pietro,
(come riportato da Goodenough, Erwin R.
The Theology of Justin the Martyr. Amsterdam: Philo Press,1968., p.80). Simon
Mago aveva esercitato la magia in Samaria
ed aveva offerto i soldi ai apostloli per conferirgli dono dello Spirito Aanto
(Atti 8:9 - 20) .
Fra il 152 e 154 dopo Cristo, Giustino scrisse una lettera enfatica a Antonino
Pio, a Marco Aurelio e a Lucio Commodo
crichiedendo la distruzione della statua sull'isola che credeva
rappresentassequesto discutibile personaggio (Apologia I).
L'errore del Giustino non fu scoperto fino al luglio 1574, quando la base della
statua che mostra l'iscrizione corretta venne alla
luce. Essa é ora conservata nel Galleria Epigrafica dei Musei Vaticani
(Lanciani, Rodolfo. Ruins and Excavations of Ancient
Rome. London, 1897., p.151
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