HermesHestia dentro e intorno alla
civiltà digitale
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n. 13-'03
newsletter aperiodica pubblicata da EGOcreaNet romagna |
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Contravvenendo a una consuetudine editoriale della nostra Newsletter, pubblichiamo in questo numero un testo già uscito recentemente sulla grande stampa, in particolare su "la Repubblica" del 4 dicembre. Questo a motivo non solo del rumore entropico che caratterizza ormai da tempo il flusso comunicativo dei mass-media, in cui anche le migliori riflessioni vengono affogate, tecnicamente si potrebbe dire vengono messe in palinsesto, nel frame distorsivo della spazzatura circostante, ma in questo caso proprio per l'incisività e l'originalità del commento di Michele Serra. Con la sua peculiare prosa impressionistica e icastica, in poche righe enuclea uno dei più straordinari cambiamenti dell'Italia recente. Un vero e proprio mutamento antropologico, a tutt'oggi poco capito, e non certo l'ultimo motivo dell'incapacità dell'arcipelago democratico nell' affrontare la sfida dell'Egemonia televisiva, come si è venuta realizzando dall'unico attrattore di coesione culturale avutosi nell'Italia degli ultimi vent'anni. Una coesione che, come giustamente fa rilevare Serra, è fondata sul far denaro, o forse ancor più sull'esibirlo, tra l'altro in tal senso, quanto di più lontano dalla classica etica calvinista del lavoro capitalistico. E anche chi come noi ripone profonda fiducia
nella cultura della rete, a differenza di certe
posizioni fondamentaliste, non può non avvertire che quest'ultima si
origina da un mondo di vita, che non ha nulla di asettico,
ma è intersecato dai diversi processi comunicativi e di potere che si
giocano sul tessuto sociale.
L'EGEMONIA TELEVISIVAMichele SerraPer capire come mai in Italia si litighi tanto attorno alla televisione, ben al di là della ricca predazione berlusconiana sul mercato dei media, e perfino al di là del pur nevralgico dibattito sulla libertà d'espressione e di informazione, basta sintonizzarsi, a notte alta, su qualche replica della vecchia Rai, in qualche nicchia satellitare.
La tv commerciale, fin dal suo nascere, è stata antigerarchica. Ha annullato nel volgere di pochi anni la divisione tradizionale tra protagonisti e pubblico, fungendo da potentissimo moltiplicatore dei modi di dire e di pensare del nuovo ceto dei consumatori. Una specie di basic-television, populista e impulsiva quanto il monopolio pubblico era stato precettoso e azzimato, demagogica e impolitica quanto la Rai lottizzata era un (discusso) simulacro della democrazia dei partiti. Da veicolo di orientamento politico e digrezzamento culturale, con Mediaset la tv diventa pura rappresentazione dell'entusiasmo produttivo-consumistico del secondo boom. Che questa rivoluzione dei gusti, dello stile, del linguaggio, della natura stessa del piccolo schermo fosse dirompente, specchio della rivoluzione piccolo borghese che stava spazzando via il tradizionale duopolio borghesia/classe operaia (e relativi valori) nel quale l'Italia Repubblicana era nata e cresciuta, apparve chiaro fin dai primi passi della tv berlusconiana. Ha perfettamente ragione chi sostiene che la vera discesa in campo fu di parecchio antecedente a quella finalmente politica del '94: quando Berlusconi fonda un partito, la sua base è già plasmata e orientata da palinsesti esplicitamente, allegramente devoti alla way of life sudamericana della nuova Italia affrancata da ansie culturali e remore solidaristiche. Lo strappo identitario è storico. Ha anche i suoi meriti: l'ipocrisia cattolica e il moralismo comunista (ah,
quel Berlinguer che boccia la tv a colori...) erano una griglia
malsopportata, e anacronistica, per un paese secolarizzato e avido di
benessere, in fondo passato in una sola generazione (con conseguenti
traumi da crescita forzata) dalla penuria al benessere. Ma nella
volgarità formale e sostanziale dell'estetica berlusconiana, in
quell'ingordigia vanesia e incauta, da quattrino facile, da successo
disinvolto, un pezzo di Italia ha individuato da subito, per istinto,
per carattere, un nuovo conformismo
acritico e aggressivo, antipolitico e anticulturale. Descrivono anche, lo smacco e il lutto
per una identità perduta, la paura di non trovare più,
sullo schermo domestico, qualcosa che rassomigli alla storia e ai gusti
degli sconfitti, l'amarezza per una capitolazione storica, quella della
Rai-Rai, tv pubblica e cioè preservata almeno in parte dalla mediazione
dell'audience, la Rai nella quale si era assunti, mica un secolo fa,
dopo un colloquio con Pasolini o Zavoli o Eco, e adesso ha stabilito il
suo Fort Alamo presso i giochini ameni di
Bonolis, e nel suo quartiere generale, ci si perdoni lo
schematismo, vede sedere lo stato maggiore del nemico. |
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