|
HermesHestia |
n. 3-02 |
|
Il software aperto nella
Pubblica Amministrazione Riccardo
Fusaroli
È giunta da poco in Parlamento una
proposta di legge che contempla l’adozione di software freeware e open source nelle istituzioni e nella Pubblica
Amministrazione. Quali sono i problemi che si tenta di risolvere? Nelle
Pubbliche Amministrazioni al momento si fa uso di software a pagamento e si
distribuisce la modulistica in formato proprietario. Entrambe le azioni sono
estremamente scorrette da parte di un ente pubblico. Vediamone i motivi. I
documenti digitali possono assumere diversi formati. Un file di testo, per
esempio, può essere salvato con diverse estensioni: .doc, .rtf, .pdf, .asc,
.mcw e altri. La differenza è che i diversi formati, nella maggior parte dei
casi possono essere letti solo dal programma specifico che li ha creati.
Questa situazione denota i formati proprietari.
Una soluzione esiste ed è quella
dei formati non proprietari. Da qualunque programma è possibile salvare con
alcune estensioni (come .rtf) nate proprio per permettere la condivisione di documenti
tra il maggior numero possibile di programmi. Si tratta solo di farci
attenzione (1). Un’altra soluzione possibile, soprattutto se si vuole
impedire che i propri file vengano modificati dai riceventi è disporre del
programma Adobe Acrobat e trasformarli in formato .pdf. Ma qui occorre avere
un lettore specifico, pur se gratuito e di grande diffusione. Inoltre Acrobat
ha un costo e il pdf è formato proprietario (2). La seconda questione riguarda
l’utilizzo di programmi a pagamento ed è più complessa. Oltre ai
programmi acquistabili nella corrente distribuzione commerciale (Microsoft
Office per fare un esempio) esistono diversi software utilizzabili
gratuitamente (tra gli altri OpenOffice), scaricabili da Internet o in
distribuzione sui cd-rom delle riviste informatiche. In linea di principio si
tratterebbe di una scelta migliore, che non farebbe spendere i soldi dei
contribuenti nelle licenze della Microsoft o di altre grandi software-house.
Si verifica, però, un ostacolo logistico. Microsoft Office è il programma più
utilizzato ed è ritenuto lo standard, a tal punto che l’esame della
Patente Europea per il Computer (ECDL) si basa in gran parte sulla conoscenza
di questa suite. Per sostituirlo occorrerebbe costruire delle nuove
competenze nei dipendenti pubblici che lo devono utilizzare. Altro problema è
quello dell’assistenza. Esistono fior fior di tecnici informatici in
grado di intervenire in caso di problemi (frequentissimi) in Office o per
adattare le applicazioni al caso specifico. Sul versante del freeware questa
competenza è assai più difficile da trovare, per la minore diffusione dei
programmi, e per il fatto che dietro di essi non c’è una potenza ed una
autorità pari alla Microsoft, pronta a imbastire corsi e propaganda. Sembrerebbe che il comportamento
attuale sia inevitabile, dati i costi sociali ed economici di un cambiamento.
A ribaltare la situazione interviene un importante dato. Il software ora
utilizzato comporta un ulteriore svantaggio, quello degli aggiornamenti.
Questi escono con cadenza stabilita dalla casa produttrice, di solito
seguendo i frenetici ritmi delle tecnologie informatiche. Office esce in una
nuova versione circa ogni due anni. Gli aggiornamenti servono a far fronte ai
miglioramenti tecnologici e alle nuove necessità sorte, ma sono estremamente
costosi. Se la Pubblica Amministrazione si aggiorna, vi saranno costretti
anche gran parte degli utenti, cosa quanto mai sgradevole e costosa. Anche i
software freeware, in special modo gli open source, intorno ai quali si
raccolgono spesso gruppi di programmatori volontari, vengono aggiornati. Ma
installare la nuova versione non costa nulla. La soluzione più convincente
per la Pubblica Amministrazione è offrire i documenti in formati non
proprietari, indipendentemente dal software da essa utilizzato. Si tratta, in
fondo, di un piccolo accorgimento. Per quanto riguarda gli
applicativi la questione non si presenta semplice. Però ci sono alcuni dati
che fanno pensare. Un numero sempre maggiore di aziende private offre i
propri software in licenza freeware, gratuita, o addirittura open source,
cioè mette il codice sorgente a disposizione di chiunque ne sia interessato.
Il guadagno viene ottenuto attraverso i servizi aggiuntivi, ovvero la
personalizzazione dei programmi alle esigenze del cliente,
l’assistenza, la formazione all’uso. Viene da chiedersi se non
varrebbe la pena di adottare soluzioni del genere da parte delle istituzioni
pubbliche. Sarebbe un servizio all’utente, un probabile calo di costi e
uno stimolo allo sviluppo dei programmi gratuiti. La
direzione presa, a giudicare da un esempio recente, sembra peraltro di
ben diverso avviso; infatti se
guardiamo all’indirizzo
Note |
newletter di approfondimento e
riflessione |
|
La Casa di Hermes |
EGO-CreaNETromagna |