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Fw: L'intervento di Raniero La Valle all'Assemblea nazionale (di Sin   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #5321 di 5751 |

----- Original Message -----
From: "Giovanni Pecora" <perlacalabria@...>
To: "Sinistra Cristiana - Laici per la Giustizia"
<sinistra-cristiana@googlegroups.com>
Sent: Sunday, October 05, 2008 10:09 PM
Subject: L'intervento di Raniero La Valle all'Assemblea nazionale



Raniero La Valle – Intervento del 4 ottobre 2008

Buongiorno. Shalom. Scusate se leggo questo discorso. Ci sono discorsi
che non si possono improvvisare, alcuni per farli ci vuole una vita.
Sarebbe tempo che i politici si mettessero a scrivere i loro discorsi.
Ciò per far sì che il pensiero preceda la parola, ciò che molto
spesso non accade, non accade più.
In verità parlare senza leggere è considerata una virtù del buon
politico; è un ingrediente del successo in tempi di grandi
comunicatori. Nella campagna elettorale americana si vedono i
candidati che parlano a lungo fissando negli occhi le telecamere; in
realtà leggono il gobbo, che è un modo di leggere senza farsene
accorgere.
C’è anche qualche infortunio. Una volta io leggevo in Senato il mio
discorso. Si discuteva la legge 194 sull’aborto. Era un discorso
delicato, perché come cristiani della Sinistra indipendente noi non
volevamo solo agitare una bandiera – quello si poteva fare anche
parlando a braccio – ma volevamo fare una legge equilibrata, che non
tradisse nessun principio, ma che ci facesse uscire dalla logica
punitiva della legge penale. Cercavamo di fare una legge diversa da
quella già approvata alla Camera, dato che c’era il bipolarismo;
lavoravamo a una legge che da un lato offrisse una chance alla vita,
dall’altro scongiurasse la tragedia di tante donne già nel dolore.
Come laici, ma anche come cristiani, cercavamo una soluzione
persuasiva, che potesse durare nel tempo, e che un giorno perfino la
Chiesa potesse accettare, e addirittura chiederne l’attuazione, almeno
come “minor male”, come poi infatti è accaduto. Si poteva fare, perché
in realtà sulle questioni politiche, anche su quelle eticamente
sensibili, c’è sempre una soluzione politica storicamente possibile.
Perciò leggevo il mio discorso. E a un certo punto il Presidente del
Senato, Fanfani, mi interruppe e mi disse: Sen. La Valle, lei fa
tante citazioni, ma dovrebbe conoscere anche il regolamento del
Senato, che vieta di leggere i discorsi in aula. Infatti nel
regolamento c’era una norma bizzarra di questo genere, non so se ci
sia ancora; forse era il residuo di un tempo in cui in Parlamento si
andava solo per parlare, perché a decidere ci pensavano gli altri; un
po’ come si vorrebbe fare oggi offrendo qualche seggio agli esclusi
come “diritto di tribuna”, una tribuna fatta per i tromboni.
Quella norma del regolamento era giustamente in disuso, ed era la
prima volta, che io sappia, che un Presidente redarguiva un senatore
perché aveva preparato il suo discorso. Ma è chiaro che era un modo
per prendere le distanze da quello che dicevo, non un cavillo
regolamentare; anche quando si presiede il Senato si fa politica, non
ci si limita a un ruolo di garanzia.
Dunque io leggo ora questo discorso. E la prima cosa che c’è scritta,
perché io non la dimentichi, è di fare gli auguri a tutti quelli in
quest’aula che si chiamano Francesco e si chiamano Francesca, perché
oggi è San Francesco, patrono d’Italia e dunque è la loro festa e
anche la nostra. Ed è bello vedere che oggi molti bambini di nuovo
vengono chiamati Francesco, dopo l’orgia dei nomi esotici e
improbabili ricavati dai modelli televisivi.

Non solo spettatori

La seconda cosa che c’è scritta è che oggi, 4 ottobre, c’è l’incontro
al Quirinale tra il Presidente della Repubblica e il Papa, e noi
vogliamo fare gli auguri anche per questo. E anzi abbiamo pensato di
non fare solo gli spettatori, che poi cambiano canale, ma di
partecipare anche noi come cittadini a questo evento: e per questo,
anticipando quelli che pensavamo fossero i sentimenti di questa
Assemblea, abbiamo scritto una lettera al Papa e una al Presidente
della Repubblica per confidare loro quello che ci piacerebbe che si
dicessero. Queste lettere sono nella cartellina, se siete d’accordo
qui ci vuole un applauso.


Gandhi e Dossetti

Per continuare sul filo delle coincidenze, diciamo che l’altro ieri,
2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi, era, indetta dalla
Nazioni Unite, la giornata della Satyagraha, che è la ricerca
gandhiana della verità e dell’amore, altrimenti detta nonviolenza. Io
ricordo la commozione di Dossetti, quando fece sosta presso la tomba
di Gandhi a Nuova Delhi, durante un viaggio in India. Dossetti è uno
dei maestri che sta nella nostra tradizione; e quella visita alla
tomba di Gandhi non era solo un omaggio a un altro grande maestro, era
stabilire una comunione, forse una preghiera in comune.
Gandhi non è solo il liberatore dell’India; prima ancora è stato
difensore e redentore degli immigrati, quando egli stesso era
immigrato in Sudafrica, e come avvocato indiano era considerato meno
che niente. Gandhi lottò non solo per sé, ma per dare dignità e parità
di diritti agli immigrati: ed è proprio lì, nel ricco e bianco
Sudafrica nero che egli ha cominciato ad essere quello che poi sarebbe
diventato .
Perciò, amici, accogliete gli immigrati: perché in ogni immigrato che
sbarca a Lampedusa o che viene dall’Est ci potrebbe essere un Gandhi,
ci potrebbe essere un liberatore del suo popolo o di molti popoli.
Anzi è proprio questa la nuova obiezione di coscienza da fare, contro
le leggi antixenite; e le chiamo antixenite, e non xenofobe, perché
non sono affatto leggi dettate dalla paura, ma sono leggi dettate dal
razzismo, dall’odio e dal rifiuto, esattamente come lo erano le norme
antisemite.

L’obiezione da fare

Questa è la nuova obiezione. In Italia non si può fare più l’obiezione
di coscienza al servizio militare obbligatorio, perché quando
l’obiezione passò da concessione del potere a diritto del cittadino,
per buttare l’obiezione buttarono via l’esercito di leva.
Non si può fare e non si deve fare l’obiezione fiscale, perché quella
l’ha fatta il governo, l’ha fatta la destra diffamando le tasse,
definendo come un furto o come un borseggio ogni prelievo fiscale; lo
ha fatto trasformando le elezioni in un referendum anticostituzionale
sull’ICI; la destra non toglie le tasse, ma le delegittima, allo scopo
di togliere allo Stato tutte le sue risorse, tutti i soldi per la
spesa pubblica e così poter dire, per ragioni di cassa e non per
ragioni ideologiche, che non si possono fare politiche sociali, che
bisogna licenziare 87.000 insegnanti, che bisogna svuotare l’Istituto
superiore per la sanità, che non ci sono i soldi per i comuni, non ci
sono soldi per salvare l’Alitalia, non ci sono soldi per la cultura,
per il teatro, per l’editoria e così finalmente riuscire a chiudere
anche Liberazione e il Manifesto. L’attacco della destra al denaro
pubblico è un attacco al cuore dello Stato. Senza denaro, e
sperperando il poco denaro che si ha, non vivono le città. Senza più
soldi, dopo l’amministrazione del dottore che cura Berlusconi, Catania
era ridotta al buio e sepolta dalla spazzatura, anche se nessuno lo
diceva e lo faceva vedere, perché non c’era da far perdere a Prodi le
elezioni.
Allora l’obiezione da fare, e che noi proponiamo, è quella contro le
leggi ingiuste che vietano di dare ospitalità allo straniero. Nella
nostra laicità, se c’è una cosa che diciamo “sacra”, cioè che non si
può toccare, è l’ospitalità: ma così è in tutte le culture, o almeno
lo era. Noi dobbiamo fare obiezione ospitando e dando asilo agli
stranieri come facemmo ospitando gli ebrei nelle nostre case e nelle
nostre chiese quando, altrettanto come ora, l’ospitalità era un
delitto.
Naturalmente non vi chiediamo di fare un’obiezione spericolata,
rischiando di farvi confiscare le vostre case come minacciano le leggi
razziali del governo. L’art. 5 del decreto legge sulla sicurezza che
introduce nella legislazione sullo straniero la norma anti-ospitalità,
dice che si commina la reclusione da 6 mesi a 3 anni e la confisca
dell’immobile a chi dà alloggio a uno straniero irregolare “a titolo
oneroso al fine di trarne ingiusto profitto”. Dunque per fare
obiezione senza esporsi alla vendetta penale, basta ospitare lo
straniero gratuitamente e senza “ingiusto” profitto, magari
premunendosi col farne apposita dichiarazione presso un notaio. Così
la norma finirà per colpire solo quelli che speculano sulla pelle
dello straniero.
La patria è al di là del confine

Ma perché è così importante il rapporto con lo straniero, e non solo
in Italia?
Perché il problema globale e imprescindibile di oggi è la
riconciliazione di tutti i popoli che sono l’uno all’altro stranieri;
il problema è che ciascuno ritrovi la sua patria, ma la trovi oltre i
suoi confini, al di là del fiume, là dove sono altri uomini e donne,
altri figli e figlie come lui; se questo non si farà, non ci sarà pace
sulla terra, e forse un giorno non ci sarà nemmeno la terra. È stato
dato già 2000 anni fa l’annunzio della caduta del muro tra giudei e
greci, cittadini e barbari, romani e Sciti; è venuto il momento di
dare attuazione a questo annuncio. Se non fa questo, la politica è
perduta. È perduta in America, è perduta in Europa, è perduta in
Israele.
Un barlume di luce è venuto in questi giorni da Israele quando il
primo ministro uscente, Olmert, per la prima volta ha detto che non
esiste l’ipotesi del grande Israele, dal mare al Giordano; che se
Israele vuole rimanere uno Stato ebraico, e non divenire uno Stato in
cui gli ebrei siano una minoranza, deve contrarsi per far posto
accanto a sé a uno Stato palestinese; e per questo è stato presentato
alla Knesset un disegno di legge che offre forti incentivi economici
ai coloni ebrei insediati nei territori occupati, perché rientrino
dentro i vecchi confini di Israele del 1967. Ciò significa dire: fin
qui abbiamo sbagliato. È la rottura di un tabù, riguardo alla terra –
Eretz Israel - finora vissuto in Israele come un assoluto religioso.
Ma se non si rompe questo tabù, non c’è alcuna soluzione per la
questione palestinese (vedete fin dove arriva la laicità!); e se le
religioni per prime non tolgono la copertura religiosa alle sacre are,
ai sacri fiumi e ai sacri confini della Patria, ancora di più i popoli
si contrapporranno gli uni agli altri, gli Stati gli uni agli altri e
le culture le une alle altre, e non potrà esserci pace, e nemmeno
diritto, e quindi nemmeno politica, su scala mondiale.
Perciò è importante l’obiezione di coscienza che nega obbedienza a
tutto ciò che è contro la straniero, che si tratti di armi o di basi
offensive, di leggi, di sanzioni o di dazi, di apartheid e di
sfruttamento.

Per Vicenza, andare direttamente alla Casa Bianca

Per restare alle date, domani si terrà a Vicenza la consultazione
popolare sulla base di dissuasione e di ritorsione nucleare che sta
per essere installata nel centro della città. Berlusconi prima, il
Consiglio di Stato poi lo hanno vietato: ma, come abbiamo sentito, con
straordinario coraggio la città voterà lo stesso. In ogni modo così è
diventato chiaro che la questione di Vicenza è una grande questione
politica nazionale. Se il governo di centro sinistra di Prodi non è
più lì, è anche perché non aveva capito questo. È una grande questione
politica nazionale, perché è la scelta di due modi, per l’Italia, di
stare al mondo, e di pensare il futuro del mondo, nella guerra
nucleare o nella pace. In questa alternativa non c’è una città che
possa farcela da sé, e non ci sono soluzioni giudiziarie: la
magistratura che giudica su tutto, non giudica il potere, sulla guerra
e le opere di guerra. E poiché non si dà altra motivazione
nell’ordinanza del Consiglio di Stato se non quella che il terreno è
stato già consegnato al sovrano americano, allora noi proponiamo di
aprire la questione con questo preteso sovrano. Mettere una base
nucleare nel cuore di una città europea è un errore anche per gli
Stati Uniti. Non solo perdono l’immagine, ma quella identità per la
quale hanno ancora un ascolto presso gli altri popoli. Obama questo lo
può capire. Con Bush finisce nella sconfitta il sogno della destra
americana di tenere buono il mondo dominandolo. L’Iraq insegna che il
mondo non diventa un posto sicuro solo perché lo si invade. La
sicurezza non sta nel delirio della solitudine presidiata dalla forza,
ma nella forza di crearsi amicizie e di mantenerle. Se vince Obama, la
sua stessa vittoria avrà un grandissimo impatto simbolico. Forse il
cambiamento può cominciare da lì; e se cambia l’America cambia il
mondo. Perciò io penso che si potrebbe fin da ora preparare una
delegazione dei comuni e della città di Vicenza, di quei cittadini che
non si vuole che esprimano il loro parere in Italia, perché lo vadano
ad esprimere a Washington. C’è una diplomazia dal basso che il
movimento della pace, ed anche i comuni e le regioni, hanno già
sperimentato. E se alla Casa Bianca sono ricevuti i governi, possono
essere ricevuti anche i popoli.

Come ristabilire il legame sociale, la “colla”

E così veniamo alla nostra iniziativa, perché è sorta e perché ha
osato presentarsi con questo nome: per giustificarne l’esistenza
basterebbe questo compito, che è di lottare per l’unità
internazionale, politica, pacifica, della intera famiglia umana.
Mai l’umanità è stata così divisa come in questi tempi di
globalizzazione. E questo ci getta nel cuore della crisi di oggi, una
crisi che non è solo nostra, ma di tutti, non è della nostra o di
altre nazioni, ma è una crisi globale. Il Dio Mammona ci sta per
tradire. Non solo c’è la crisi della speculazione finanziaria che dai
santuari dell’America e dell’Inghilterra si sta diffondendo in tutto
il sistema, e anche da noi. Come dice Jeremy Rifkin ci sono tre crisi:
la crisi del credito, perché si tratta di ripianare venti anni di
spese pazze fatte con denaro virtuale, la crisi energetica perché il
petrolio è agli sgoccioli, e la crisi del riscaldamento climatico,
contro cui nessuno sa cosa fare. Sono tre elefanti, dice, che si
muovono tutti e tre in una piccola stanza, con effetti devastanti.
Occorre una riforma radicale del sistema (v. Repubblica del 30
settembre 2008, pag. 9). Come riconoscono ormai anche i più accaniti
fautori del mercato, è la crisi della stessa globalizzazione e
dell’attuale modo di produzione e di sviluppo.
Ma al di là dell’ordine economico, la crisi investe l’intero sistema
delle relazioni umane. Come interpretare questo tempo della crisi? Io
ricordo che proprio Dossetti, osservando lo stato del nostro Paese e
del mondo, disse una volta: non c’è più la colla.
Cioè non c’è più il legame sociale che fa stare insieme sistemi
complessi.
E infatti se noi guardiamo alle radici più profonde della crisi, noi
vediamo che esse stanno in questo venir meno della capacità, della
voglia e della gioia di vivere insieme, che è ciò in cui consiste la
comunità politica, la polis.
E infatti non ci sono più o sono stati licenziati i grandi strumenti
di aggregazione. Qualificandole come obsolete, sono state licenziate
le ideologie. Come troppo invadenti sono stati licenziati i partiti.
La scuola è rovesciata in azienda, per liquidare, come si dice
esplicitamente, don Milani; il movimento della pace non può più
nemmeno esporre in pubblico le proprie bandiere; la Chiesa si mobilita
per battaglie certamente legittime, ma che non aggregano e anzi
dividono; la Costituzione, fatta a pezzi, non è più la casa comune di
tutti gli italiani; e sul piano internazionale il diritto è
abbandonato, le Convenzioni di Ginevra sono ricusate, l’ONU vilipesa,
le regole non ci sono più. “Deregulation” è stata l’ultima e
definitiva ideologia del Novecento.
È come se avesse vinto l’”anomos”, come lo chiama San Paolo, l’uomo
senza legge, senza diritto, quello che annuncia la catastrofe; e
l’unica idea, disperata, che sono stati capaci di avanzare finora i
grandi poteri sovrani, è di risolvere tutto con la guerra.
Che fare invece per ridare una chance alla politica? Che fare per
ristabilire il legame sociale, per ritrovare la colla, per prendere le
vie della giustizia, prima di rotture irreparabili, prima che l’amore
finisca?
Molti tentativi di riaggregazione sono finora falliti. E perciò
abbiamo detto: proviamoci come cristiani.


Proviamoci come cristiani, con tutti gli altri che sono per la
giustizia

Sappiamo che è una cosa temeraria. Perché giustamente non si usa più
mettere la religione in mezzo alle cose politiche, perché ciò appare
in contrasto con la laicità, e di fatto lo è, se a farlo sono le
Chiese. Ma soprattutto è una cosa temeraria perché non impunemente ci
si può dire cristiani; è un nome che non ci decora, ma che ci
giudica, e richiederebbe da chiunque accetti di unirsi a questo titolo
una capacità superiore di indignazione e di mitezza, di coraggio e di
pazienza, di intransigenza e di indulgenza, di cui non so se tutti
saremo capaci.
Sicché si è molto discusso durante l’estate e fino ad ora se dovessimo
mantenere la dizione “sinistra cristiana” che stava in testa al nostro
manifesto. Molti dicevano di no, perché cristiane si possono dire solo
le persone, non è un’etichetta da mettere alle cose; ed avevano
ragione. Molti dicevano di sì, perché rispetto a ciò che volevamo
evocare con questa parola non c’era un altro nome superiore a questo
nome, ed avevano ragione. Molti erano incerti, ma ricordavano le
ferite profonde e le cicatrici lasciate nella storia dall’associazione
della parola cristiana con democrazia, o dal dire cristiana una
società, una politica, una dottrina sociale, ed avevano ragione.
Allora mi è tornato alla mente un apologo che Leonardo Sciascia ci
raccontò nella Commissione parlamentare sul caso Moro, quando non si
riusciva a venire a capo di quanto era accaduto e a stabilire la
verità politica di quel delitto. C’erano tre discepoli, disse, che
andarono da un maestro per sottoporgli una loro disputa, e chiedergli
chi di loro avesse ragione. Il primo espose la sua tesi, e il maestro
gli disse: figliolo, hai ragione. Il secondo gli espose la tesi
opposta, e il maestro gli disse: figliolo, hai ragione. Allora il
terzo obiettò dicendo: non è possibile che tutti e due abbiano
ragione. E il maestro disse: figliolo, anche tu hai ragione. Questo
vuol dire che la verità c’è, contro ogni relativismo, ma non subito si
trova.
Così abbiamo mantenuto la dizione sinistra cristiana, aggiungendo
però, perché nessuno si sentisse escluso (nessun ebreo, nessun
musulmano, nessun ateo): Laici per la giustizia. Non abbiamo inteso
dare una soluzione teorica alla disputa, né pretendiamo indicare un
modello normativo sul giusto rapporto tra fede e politica e sui nomi
che deve avere. Però non abbiamo voluto che l’abbondanza delle analisi
fosse di paralisi per l’azione, e abbiamo tenuto questo nome perché
giustamente non abbiamo trovato sinonimi o parafrasi: è vero che
cristianesimo ha molti significati; però è anche vero che c’è qualcosa
che può essere definita solo con questo nome; e abbiamo visto che
proprio questo nome dava la speranza di qualcosa di nuovo; e abbiamo
capito che se cadeva il nome cadeva anche la cosa.
La motivazione più umile e persuasiva, per prendere questo nome, è che
si tratta di fronteggiare una situazione di emergenza. In tempi
normali non lo avremmo adottato, ma qui si tratta di fare appello a
tutte le risorse interiori, a straordinarie risorse di amore e di
sacrificio, come diceva Claudio Napoleoni, e fare appello a tutte le
energie, anche a quelle nascoste, a quelle non ancora esperite né
chiamate in causa esistenti nella società e che magari, fuori della
politica, sono all’opera nei girotondi e nei movimenti, nel terzo
settore, nel volontariato, nella cosiddetta società civile; e forse
con questo nome lo si può fare.
Può darsi che ci sbagliamo. Ma questa non è la proposta di una
ideologia, tanto meno è la rivendicazione di una identità; è il
ricorso a un rimedio: un pharmacon, come ha detto qualcuno. Un
antidoto alla frantumazione sociale, in funzione di unità, e un
antidoto anche all’appropriazione strumentale della fede, di cui la
destra al potere fa largo uso, lei con i suoi atei devoti. Il
pharmacon per gli antichi era insieme medicina e veleno. L’antidoto
reca in sé una particella della tossina che vuole combattere. Non ci
vogliono certezze, ci vuole umiltà per correre questo rischio.
Si tratta di una convocazione alla giustizia, dei cristiani che come
tali sono laici, e dei laici anche se non sono cristiani. Non tanto
per un incontro tra loro (questo già avviene in molti altri luoghi, ad
esempio nel Partito democratico) quanto per dare aiuto all’incontro
degli altri, per mettersi al servizio della società tutta intera, per
rimettere in funzione quella colla che si è perduta, e che il denaro
non è riuscito a rimpiazzare. Se deve essere, come abbiamo detto, un
“Servizio politico”, questo è nella direzione di una mediazione alta,
che non è né il dialogo che un giorno si fa e l’altro si nega, né
l’accordo tattico che snatura i contraenti, né il compromesso
deteriore; ma è lo sforzo di promuovere i modelli sociali più alti, le
soluzioni più attente agli interessi e ai valori di tutti; una
mediazione alta, proiettata sulle cose da fare, nella quale ogni
singola parte possa trovare una ragione e crescere essa stessa.

Una riforma proporzionalistica del sistema elettorale e politico

Ciò nell’ambito della sinistra, di cui rivendichiamo la dignità, pur
nelle sue divisioni, ma anche oltre la sinistra. La contraddizione tra
destra e sinistra certamente non può essere oscurata. In politica non
esistono cose che non sono “né di destra né di sinistra”, e se ci
fossero sarebbero anch’esse di destra perché pretenderebbero sottrarsi
alla verifica della critica e al vaglio della giustizia. Noi assumiamo
questa contraddizione, e perciò la nostra scelta di campo è a
sinistra, ma la assumiamo con dolore, perché in Italia il conflitto è
stato portato al parossismo da un sistema istituzionale ed elettorale
che si è impiccato al bipolarismo, e che ha trasformato la dialettica
tra destra e sinistra in una spaccatura verticale tra due Italie che
si detestano e si odiano e rendono impossibile perfino il pensiero di
un bene comune. La dialettica politica va mantenuta, ma questa
lacerazione va sanata. Per questo ci vuole una mediazione alta. Ma
essa non va affidata al buonismo, bensì a una riforma del sistema
elettorale e politico che dia una più ricca articolazione e
proporzionalità alla rappresentanza, che non cancelli le minoranze,
che ristabilisca uno snodo tra governo e parlamento perché, se i
governi passano, i parlamenti restino.

Il ogo: l’ulivo della pace, l’emiciclo della Costituzione, la colomba
della laicità

Ed eccoci al logo che vi proponiamo. Esso deriva da un vecchio logo di
Pace e diritti, e consta di tre simboli: un emiciclo, una colomba, e
un ramoscello d’olivo. Essi corrispondono alle tre nostre opzioni
programmatiche: la Costituzione, la laicità, la pace.
La pace è il ramoscello d’olivo verde.
La Costituzione è l’emiciclo parlamentare, perché senza rappresentanza
non c’è costituzione e non c’è democrazia. Costituzione vuol dire
costituzionalismo, cioè diritti certi, garanzie efficaci, principi
fondamentali e conquiste irreversibili, che nemmeno le maggioranze
possono revocare. L’emiciclo, come è nella nostra tradizione,
significa che c’è un vasto arco di forze, che si parlano tra loro, ma
che poi convergono verso il polo della decisione comune, legislazione
e governo; non è, come nella tradizione anglosassone, un’aula
squadrata come un rettangolo di gioco dove due sole squadre combattono
una partita ad oltranza, fino ai rigori. Il colore sui segmenti
dell’emiciclo non c’è, perché i colori ce li devono mettere gli
elettori; e quegli spazi bianchi da riempire col colore suggeriscono
che a riempirlo non debba essere il nero.
La laicità, infine, è la colomba. La laicità, in positivo, non è solo
un corretto rapporto tra istituzioni civili ed ecclesiastiche; più
ancora è il rapporto, senza confusione e senza divisione, tra il
divino e l’umano, senza che il divino assorba l’umano nel sacro e
senza che l’umano profani il divino nel secolo. È lo spazio della
libertà umana, che scocca come una scintilla tra il dito dell’uomo e
il dito di Dio. Di conseguenza la laicità è stare nella condizione
secolare e comune di tutti gli uomini e di tutte le donne, prima di
ogni loro differenziazione di rango e di rito, e prendersi cura del
mondo, perché non ci sia più alcun diluvio. La colomba è un simbolo
adeguato di questa condizione comune, perché essa volò sulle acque per
l’umanità tutta intera, per dirle di uscire di nuovo nel mondo a
prenderne cura, prima di ogni religione e di ogni separazione, prima
della divisione di Babele, prima del discrimine tra eletti e non
eletti, tra tribù di laici e di leviti; essa è il simbolo dell’unità
di tutte le creature, uomini e animali, salvati insieme dalle acque,
ed è un simbolo interculturale e interreligioso, da Picasso alle
piazze di tutto il mondo dove si manifesta per la pace.
La colomba è un simbolo adeguato della laicità, perché essa vola da
una terra all’altra, da un pensiero all’altro, da Oriente a
Occidente. C’è una bellissima definizione della laicità che viene
dalla tradizione ebraica; l’ha proposta Emmanuel Lévinas in un libro
del 1960, “La laicité et la pensée d’Israel”. Dice: “Se il
particolarismo di una religione si mette al servizio della pace, al
punto che i suoi fedeli sentano l’assenza di questa pace come
l’assenza del loro Dio, allora la religione raggiunge l’ideale della
laicità”. E il riferimento a Gandhi, che prima abbiamo fatto, ci porta
a un’altra illuminazione. In un suo discorso del 1947, che nell’agosto
scorso, per grazioso dono, la Telecom ha fatto pubblicare su tutti i
giornali, il Mahatma denunciava la crisi e offriva per sanarla la
saggezza che viene dall’Oriente, dall’Asia. L’Occidente, diceva, aveva
imbottigliato la sua spinta universalistica nella conquista e nel
dominio coloniale; dall’Asia doveva venire una nuova conquista, che
sarebbe stata amata dallo stesso Occidente: la conquista della verità
e dell’amore. Ciò sarebbe stato il frutto della saggezza, ma
sorprendentemente Gandhi metteva in questa salvezza che viene
dall’Oriente non solo Zoroastro o Budda, ma anche Mosè e Gesù, e
dunque il cristianesimo nella sua forma nascente, apostolica ed
evangelica, prima della “trasfigurazione” che, secondo Gandhi, aveva
subito in Occidente. Dunque la laicità di una “sinistra cristiana”,
vuol dire rompere i limiti, anche culturali, dell’Italia e
dell’Occidente, assumere un’istanza internazionalistica, rispettare e
onorare il pluralismo delle religioni, e in prospettiva cercare di
stringere “giovani legami”, come diceva Italo Mancini, con altri
cristiani e altri uomini e donne che in tutto il mondo lottano per una
ridefinizione dei codici, degli usi e delle culture del rapporto umano
e sociale a livello politico mondiale.

L’arancione, il colore delle vittime

Ma c’è l’arancione. Come simbolo della condizione laica e comune, il
colore della colomba è arancione, perché è il colore delle vittime, e
non c’è condizione umana più comune e diffusa di questa. Arancione è
il colore della veste dei bonzi buddisti che vedemmo bruciare nelle
vie di Saigon per resistere all’occupazione americana; è il colore dei
monaci birmani e tibetani che lottano contro la repressione interna ed
esterna; è il colore dei prigionieri musulmani illegittimamente
detenuti a Guantanamo; la loro tuta arancione, che viene oscenamente
mostrata in TV, è il nuovo “habeas corpus”, il rovesciamento del
vecchio istituto giuridico inglese che esigeva la visibilità dei
prigionieri, perché ne fosse assicurata l’inviolabilità e la
salvaguardia da ogni detenzione illegale.
Il mondo è pieno di vittime. Poveri, affamati, oppressi, profughi,
musulmani, indù, cattolici, sans papiers, vittime del lavoro, vittime
dei brevetti, 6 milioni di bambini ammalati: quella di vittima è una
condizione trasversale ai mari e ai continenti, alle religioni e alle
culture. La maggior parte di loro non sono vittime necessarie; esse
sono sacrificate per noi, in base alla vecchia ideologia, riflesso di
un sacro violento, secondo cui per il bene degli uni è necessario il
sacrificio degli altri. È l’etica della ragion di Stato. Nella logica
del potere, una detenzione illegale a Guantanamo o una strage di
talebani in Afghanistan vuol dire che il Paese è sicuro.
L’arancione significa allora combattere per togliere ogni
legittimazione politica, economica o religiosa al sacrificio, a
cominciare da quel sacrificio di massa che è la guerra; significa
assumere come problema politico la condizione delle vittime e, nel
conflitto, stare dalla parte loro.
Una colomba arancione è una contraddizione, un ossimoro. Ma è la
raffigurazione di una pace che è trattenuta dalla violenza, ed è la
protesta contro il fatto che la condizione umana più comune sia
rappresentata proprio dalle vittime. La nostra intenzione è di lottare
perché la colomba possa tornare ad essere bianca. Allora l’arancione
potrebbe essere solo il colore delle arance d’Israele della Palestina
e della Sicilia, con cui disegnare un arco di pace tra le due rive del
Mediterraneo, che è il luogo da cui la pace deve cominciare.

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Dom 5 Ott 2008 10:17 pm

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Inoltra Messaggio #5321 di 5751 |
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5 Ott 2008
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