Ciao a tutti,
nascosta sotto la non ordinaria situazione di Gaza e dell'arresto di molti
membri della nuova classe politica palestinese,
la quotidianita dell occupazione.
Quella di cui non si aprla mai
quella che di questo conflitto ne e' la componente fondamentale, la perenne
origine.
Piccoli frammenti delle migliaia di situazioni quotidiane dei Territori
Occupati...
Stanotte sono stato svegliato da una jeep militare che non aveva meglio da fare
che girare dentro al paese a ricordare a tutti chi e' chi comanda qua...
salam shalom
logan
Comunicato stampa
Israele- Territori Occupati Palestinesi
29 Giugno 2006
Ucciso a Ramalla giovane colono rapito due giorni fa
Tristezza per la morte di Eliyahu Asheri , ragazzo di 18 anni, colono
nazional-religioso dell'insediamento di Itamar,vicino a Nablus, rapito due
giorni fa e ucciso la notte scorsa nei pressi di Ramallah.
Il comitato di resistenza popolare, che nelle ore precedenti, ne aveva
rivendicato il rapimento, mediante la Tv satellitare Al-Jazeera aveva minacciato
di ucciderlo se lo stato di Israele non avesse posto fine al raid e ai
bombardamenti in atto nella Striscia di Gaza.
I volontari di Operazione Colomba, progetto della Comunità Papa Giovanni XXIII,
presenti nel 2002 e 2003 nella Striscia di Gaza, e oggi in Cisgiordania ad Aboud
(Ramalla) dove si costruisce un secondo muro di separazione e ad At-Tuwani
(Hebron) dove coloni nazional-religiosi attaccano i pastori, condannano questo
gravissimo atto di violenza ed esprimono il loro piú sentito cordoglio alla
famiglia del giovane Eliyahu Asheri e alla Comunità Ebraica tutta. Esprimono
anche condanna per la violenza in atto contro la popolazione della Striscia di
Gaza e alla logica delle punizioni colettive. I volontari continuano a sostenere
le comunità pacifiche israeliane e palestinesi che in modo nonviolento
costruiscono ponti dove vengono eretti muri e cercano la convivenza a differenza
di coloro che al dialogo preferiscono la violenza e lo spargimento di sangue.
Preoccupazione nel villaggio palestinese di Yanoon , soggetto da anni alle
violenze dei coloni nazional-religiosi di Itamar, e per questo protetto da anni
da un gruppo di internazionali del EAPPI, progetto nonviolento del Concilio
Mondiale delle Chiese. Tensione anche nel villaggio di At-Tuwani dove i
volontari di Operazione Colomba sono presenti insieme al Christian Peacemaker
Teams a protezione dalle violenze dei coloni dell'insediamento di Maon e
dell'outpost di Havat Maon di cui si attende a lo smantellamento forzato per il
9 luglio prossimo.
Per ulteriori informazioni:
Operazione Colomba ad Aboud (Ramalla)
00972 599311344 oppure 00972546916140
Operazione Colomba ad At-Tuwani (Hebron)
00972 54830634 oppure 00972 547382452
e-mail : npcod@...
www.operazionecolomba.org
Ufficio in Italia 0541-751498
25 giugno 2006
Manifestazione nonviolenta in Imnezil per un'apertura nel muro di sicurezza che
permetta l'accesso a Yatta
Imneizil, Colline a Sud di Hebron – Sabato 24 giugno 2006 piu di 100
Palestinesi, 30 pacifisti israeliani e 12 internazionali si sono radunati nel
villaggio di Imneizil per protestare contro la mancanza di un cancello lungo il
muro “di sicurezza†sul lato nord di Imneizil e della Road 317. Il muro non
e’ parte della Barriera di Separazione, gia’ ultimata sulla vicina Linea
Verde (limite tra Stato di Israele e Cisgiordania), e’ alto 80 cm. ed ha la
funzione di fermare la comunicazione tra le Colline a Sud di Hebron e l’unica
citta’ vicina di Yatta, fondamentale per commerci, scuola e ospedali. Senza
un’apertura vicino al villaggio, i palestinesi non possono andare in citta’
e accedere ai campi e ai pascoli dall’altra parte della strada. La presenza
del muro secondario diminuisce significativamente la mobilita’dei Palestinesi
tra Imneizil e Yatta, peggiorando ulteriormente una situazione economica gia
molto precaria
Il “cancello†piu vicino al villaggio si trova accanto alla colonia
israeliana di Susya. Poiche’ i coloni controllano questa apertura, e molte
aggressioni sono avvenute nell’area in passato a danno dei Palestinesi, questa
apertura risulta sostanzialmente inutilizzabile. Inoltre al checkpoint
permanente sulla Road 316 all’incrocio con la strada 317, principale via
d’accesso al villaggio, i soldati israeliani quotidianamente negano ai
Palestinesi il passaggio da e per Imneizil. Il governo israeliano ha
recentemente confiscato terre appartenenti al villaggio per costruire la
Barriera di Separazione che annette il vicino insediamento di Beit Yatir ad
Israele.
Donne, uomini e bambini hanno costituito un corteo che dal paese e’ sceso
verso il muro secondario “di sicurezza†sulla Road 317 mentre polizia e
soldati israeliani iniziavano ad arrivare nella zona. Piu di 10 veicoli militari
con i relativi equipaggi hanno presidiato l’area per circa due ore e mezzo.
Nel frattempo attivisti palestinesi e israeliani hanno manifestato lungo la
strada, senza impedire il passaggio del traffico e hanno costruito una rampa di
rocce da entrambi i lati del muro di sicurezza, facendo poi passare un gregge di
pecore.
Durante la manifestazione un Maggiore del District Coordinating Office
israeliano ha promesso verbalmente ai leader palestinesi un’apertura nel muro
di sicurezza. Un ufficiale della Border Police ha detto in seguito che pero’
l’apertura sara’ creata solo se prevista sulla mappa di costruzione del
muro. L’avvocato che segue il villaggio a livello legale ha evidenziato come
la mappa non preveda aperture per il villaggio.
I manifestanti hanno poi rimosso la rampa di rocce quando la Border Police ha
minacciato i Palestinesi di entrare nel villaggio e costringere gli abitanti a
spostare i sassi durante la notte e di arrestarli.
--
Operation Dove - Nonviolent Peace Corp
e mail: npcod@...
website: www.operazionecolomba.org
mobile: 054 301 8501
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Edizione
speciale contenente il testo rinnovato dello statuto MIR
Movimento Internazionale della Riconciliazione
"Chi cerca Dio come se
fosse un oggetto possibile della mente, non lo trova, perchégià si pone in un atteggiamento di
dominio (l'uomo soggetto dinanzi a Dio suo oggetto) e, se lo trova, non si
tratta di Dio, ma di una finzione della mente che ha lo scopo di
legittimare tutte le pretese di domino dell'uomo".(Ernesto Balducci)
Svolta l’assemblea Nazionale a Gricigliana (PO) 1-4 giugno 2006
Si
è svolta a Gricigliana, presso Prato, l’annuale assemblea del MIR.
Ha
avuto una parte seminariale dedicata al tema “Nonviolenza e violenza nelle
religioni”.
Il
tema è stato introdotto da Enrico Peyretti che è partito dal significato di religione,
una risposta alle domande di senso dell’esistenza, che gli uomini da sempre si
pongono .
Esse
si presentano o come una rivelazione dall’alto o come sapienza profonda,
immanente della vita
Abbiamo
considerato le religioni distinguendo tra teoria e prassi storica, cercando in
entrambi gli aspetti, come si ponevano di fronte al problema della violenza e
della nonviolenza. (…)
Tra le
decisioni prese sono state discusse ed approvate alcune importanti modifiche
allo statuto del movimento che così diventa “associazione di promozione
sociale” (APS) . (…)
Si è anche
deciso di dare maggior impulso ad una attività promozionale del movimento,
mettendo in evidenza la sua storia, che ha radici lontane, ma soprattutto il
suo presente con le attività principali che sono: la promozione dei campi
estivi, dove si unisce l’approfondimento di temi inerenti la nonviolenza al
lavoro manuale per aiutare famiglie e comunità che hanno scelto uno stile di
vita in armonia coi principi che in cui crediamo; la campagna “Colombia vive!”
di appoggio alle comunità di pace colombiane e alla loro scelta di nonviolenza
attiva; le attività di educazione alla pace e alla nonviolenza promosse dal
decennio indetto dall’assemblea generale dell’ONU e che in Italia è appunto
promosso dal MIR ed altro ancora. (…)
L’assembleanazionaleMIR vede con favore una mobilitazione dei movimenti sul
disarmo atomico, questione dimenticata ma assai grave riproposta dal recente
appello di Alessandro Zanotelli ,vista laventilata
possibilità di uso di armi atomiche nei prossimi conflitti ed in considerazione
della presenza di tali armi sul territorio italiano in dispregio del trattato
di non proliferazione.
Ritiene inoltre
urgenteche le chiese e tutte le
religioni dichiarino le armi atomiche peccato contro Dio, l’uomo e la natura.
(…)
(parte di un resoconto del presidente, Paolo Candelari
, la cui versione integrale verrà presto pubblicata sulle pagine dei “Qualevita”).
Le principali
decisioni assunte dell’assemblea 2006
1.L’assembleanazionaleMIR vede con favore una mobilitazione dei movimenti sul
disarmo atomico, questione dimenticata ma assai grave riproposta dal recente
appello di Alessandro Zanotelli ,vista laventilata
possibilità di uso di armi atomiche nei prossimi conflitti ed in considerazione
della presenza di tali armi sul territorio italiano in dispregio del trattato
di non proliferazione. Condivide i temi e gli obiettivi dell’appello in
preparazione da diverse personalità del mondo pacifista e nonviolento
illustrate in assemblea da Alfonso Navarra . In particolare ritiene importante
l’obiettivo del bando delle armi atomiche dal territorio italiano . Ritiene
inoltre urgenteche le chiese e
tutte le religioni dichiarino le armi atomiche peccato contro Dio, l’uomo e la
natura.Impegna il movimento a partecipare ed a promuovere iniziative
nonviolente da concordarsi con gli altri movimentisottoscrittori dello stesso appello, veri protagonisti della
mobilitazione di base. Indica Infine Paolo Colantonio della sede di Roma quale
referente organizzativo ed Enrico Peyretti proprio referentenelgruppo di persone che sta stilando il documento politico.
2.L’assemblea nazionale approva il
documento di adesione alla costituenda associazione “Colombia vive!” presentato
da Ilaria Ciriaci e delegala
segreteria e la presidenza a mettere in atto tutte le condizioni necessarie
affinché il MIR possa essere tra i soci fondatoridi detta associazioneprevedendo allo scopo un congruo
stanziamento da concordare con il tesoriere.
3.L’assemblea nazionale conferma erinnova a Govanni Ciavarella l’incarico
di rappresentare ilMIRall’atto costitutivodel nuovo soggetto IPRI/CCP così come
decisogià nello scorsoConsiglio Nazionale di Brescia.
Invita tutto il movimento a discutere sulla posizione da assumere di
fronte alle conclusioni sulla difesa civile nonarmata e nonviolenta risultati dai
lavori della relativacommissione
istituzionaleDCNANVe riportati nella relazione stilata dal
suo presidente , prof. Consorti.
4.L’assemblea
dà mandato alla sede di Torino di ripresentare, a nome del MIR nazionale,ilprogetto denominato“La forza della nonviolenza” sull’educazionealla nonviolenzada attuarsi tramite l’impiego di giovani inservizio civile volontarioapportandone le dovute correzioni, causa del rifiuto da
parte del ministero, per l’anno in corso.
5.L’assemblea nazionale invita
M.Antonietta Malleo a partecipare , insieme al Presidente così come deciso
dalConsiglio Nazionale di
Brescia del 25, 26 marzo scorso, all’assemblea internazionale dell’IFOR in
Giapponedall’8 al 18 ottobre in
considerazione della sua attività all’interno di IFOR e quale incaricata dal
MIR a seguire le attività internazionali.
6.Il Consiglio Nazionale del MIR è convocato a settembre
2006in tempo utile per poter
discutere del consiglio internazionale dell'Ifor; la data e il luogo è in via
di definizione tramiteuna rapida
consultazione tra i partecipanti; non appena definiti,verrannocomunicate.
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Decennio
2001-2010
per
una cultura di nonviolenza e di pace per i bambini del mondo.
Il Secondo
Salone Internazionale delle Iniziative di Pace svoltosi a Parigi dal 2 al 4
giugno nello splendido contesto del Parco de la Villette all’interno del centro
congressi della cittadella delle scienze e dell’industria, è stato un grande
evento.
La partecipazione delle associazioni e
delle organizzazioni del settore è stata molto incoraggiante: circa 120 stand
per 160 espositori e oltre 300 organizzazioni presenti. Stando alle ultime
dichiarazioni degli organizzatori, i visitatori sembrano essere stati circa
13.000.
Sono state realizzati 60 workshop
e 7 tavole rotonde con la presenza di relatori internazionali provenienti da
tutti i paesi del mondo e dalle più disparate realtà. Il programma completo
degli incontri, dibattiti, momenti di animazione, ateliers, proiezione di film
e quant’altro è disponibile sul sito del Coordinamento Internazionale (sono
anche disponibili le registrazioni in cd-rom e cassetta di tutti gli
interventi). www.decennie.org
Il Comitato Italiano è stato
invitato a tenere un workshop, sabato 3 giugno alle 12, dal titolo: Educazione alla pace e alla
nonviolenza: programmi scolastici e dichiarazione internazionale.
Sergio
Bergamihamostrato la versione alfa del CD-ROM
che il Comitato Italiano sta realizzando. Il workshop è stato partecipato ed è
stato seguito da un discreto numero di personetra i quali anche degli stranieri non francofoni che hanno
potuto seguire i lavori grazie alla presenza di un ottimo servizio di
interpreti inglese/francese.
Tra gli ospiti illustriilpiù
noto era senz’altro Adolfo Perez Esquivel
premio Nobel per la pace ed uno degli estensori dell’appello dei Nobel che ha
poi portato l’Assemblea Generale dell’ONU alla Dichiarazione Internazionale, al
programma d’azione e alla proclamazione del Decennio 2001-2010 Decennio per una
cultura di pace per i bambini del mondo. Perez Esquivel ha tra l’altro fatto
riferimento a una proposta di prolungamento del decennio sostenendo che non
sono stati ottenuti sufficienti risultati, anche per via dello scarso impegno
dell’UNESCO.
Il
Salone è stato anche un’utile momento di scambio di materiali (libri,
video-cassette, riviste ecc.) e una felice circostanza per conoscere persone
interessanti e per ritrovare amici e amiche come Brigitte Mesdag e Anna
Massina della comunità dell’Arca (ospiti in Italia del Convegno di Sanremo) e
Pat Patfoort alla quale è stato preannunciato che il suo materiale è stato inserito
nel CD-rom che è in preparazione ad opera del comitato italiano.
Si è svolta poilunedì 5 giugno 2006 a Parigi l’Assemblea Generale del Coordinamento Internazionale
per il decennio. Presenti all’assemblea generale Hildegard Goss,
Wolfgang Hertel (Germania), Colette Petit (Pax Christi int), Genevieve Colas
(Caritas int), Catherine Meyland (IFOR Svizzera), David Mumford(IFOR Olanda),
Jeanne HerrietteLuis (FWCC Quaccheri), Antonella Cafasso(Comitato italiano),
Regine Kappeler (Comitato austriaco), Patrik Edou (Rete fede, cultura educ. -
Africa centrale), e Alain Richard (Francescani int) e Christian Renoux
(comitato francese). Più Soha Bayoumi e Estelle Ribier (della segreteria del
coordint) e un membro del consiglio ecumenico delle chiese come osservatore.
Si è approfondito meglio il punto
relativo al progetto della Dichiarazione sul
diritto dell’infanzia a una educazione nonviolenta e all’educazione alla
nonviolenza e alla pace da presentare all’UNESCO. L’obiettivo che
non è quello di sminuire la convenzione universale dei diritti
dell’infanziama dicreare proprio un documento a parte al
quale i 50 stati membri attivi dell’UNESCO e le varie ONG possano far
riferimento e ispirarsi per promuovere una cultura di nonviolenza e di pace.
!
üIl CD-ROM è in fase di avanzata
realizzazione. Entro il mese di giugno la ditta dovrebbe finalmenteprodurre la versione beta.
üIl sito del Comitato Italiano Decennio è
cambiato. Il nuovoè: www.decennio.org.
I
documenti ,qui riportati i sintesi, sono a disposizione presso la sede di
Padova o la segreteria
@@@@@@@@@@
Colombia
Si è svolta a
Narni (TR) il 16 giugno l’assemblea della Rete Italiana di Solidarietà con le
Comunità di pace colombiane con un unico argomento all’ordine del giorno: la
costituzione della rete come soggetto giuridico denominata :“Colombia vive!” Rete Italiana di
Solidarietà con le Comunità di Pace Colombiane.
Durante gli scorsi mesi, in seguito
alle direttive dell’assemblea operativa del 20-21gennaio 2006, un gruppo di lavoro si è impegnato nella
stesura di uno statuto che potesse raccogliere l’esigenza di tutti gli aderenti
, ovvero la continuazione del lavoro svolto fin dallacostituzionedella Rete ma che grazie ad uno status giuridico potesse fornire quella
stabilità svincolata dagli eventi politici degli EELL coinvolti e larappresentatività necessaria alla sua
espansione presso altri soggetti potenzialmente interessati al coinvolgimento.
Durante
l’assemblea i soci fondatori (tra i quali ilMIR) hanno eletto un consiglio nazionale provvisorio con
l’incarico di preparare il lavoro per la prossima assemblea (possibilmente
entro la fine dell’anno in corso) e gettare le basi strategiche per le future
attivitàdella Rete.
Sintesi delle
attività svolte dalla rete dal 2003, anno della sua costituzione, ad oggi:
vmissioni
in terra colombiana per portare solidarietà ai componenti delle comunità ed
incontrare le autorità locali ;
vprotezione
delle comunità tramite pronte risposte e relative denunce di violazioni ad
amministrazioni, istituzioni, parlamentari italiani ed europei ;
vfinanziamento
di alcuni progetti proposti dalle comunità stesse;
vcollaborazione
con altre organizzazioni europee: in particolare si sottolinea il 1° incontro
europeo a Madrid nel febbraio 2006.
vcostituzione
del preosservatorio, centro operativo della Rete, grazie al quale si è
sviluppata l’azione di pressione sul Governo colombiano dando pronta risposta
alle azioni urgenti delle Comunità di Pace, si è potuta svolgere una azione di
monitoraggio delle violazioni, e si è costituito un piccolo centro di
documentazione sulle Comunità di Pace colombiane del Chocò e Urabà.
vattività
di informazione e coscientizzazione tramite i diversi organismi appartenenti
alla Rete grazie alla quale dopo tre anni di attività l’esperienza delle
comunità di pace comincia ad essere conosciutain Italia ed in Europa.
In ricordo del massacro del 21 febbraio
2005 sono poste in una cesta nell’aula consiliare le pietre riportanti i nomi
dei martiri: ci hanno aiutati e motivati a fondare la nostra associazione,
costruendo insieme azioni condivise che trovano le radici nella memoria di una
popolazioneche si nega alla
violenza e all’odio.
Soci
fondatori di “Colombia vive!”
Per gli Enti Locali:Per le associazioni:
Comune di
Narni (TR)Associazione “Narni per la pace” (TR)
Comune di
Cascina (PI)Fondazione Aldo Zanchetta
Comune di
Capannori (LU)Centro Studi Difesa Civile (CSDC) (RM)
Comune di
Montebelluna (TV)Movimento Internazionaledella Riconciliazione (MIR)
Comune di
Giavera (TV)Associazione “A sud”
Provincia
di TerniCircolo
Culturale “Primomaggio”
FondazioneLelio e
Lisli Basso ISSOCO
“A.V.I.” Ass. Volontariato Insieme di
Monetbelluna (TV)
I n t e r e s s a n t e ! ! !
! !
Sono ancora
disponibili alcuni posti per il campo estivo del MIR:
“Resistere oggi: le comunità di pace.”
30 luglio- 6 agostoCasteldelfino (CN) Baita
Paiei
Il campo
saràun’occasione perapprofondire la conoscenza di questa
eroica esperienza di resistenza civile nonviolenta dei nostri giorni. Ruben
Dario Pardo Santamariaguiderà i
campistiattraverso i sentieri di
una storia antica come il mondo ma pur sempre attuale: quella della
sopraffazione dell’uomo su suo fratello e sperimentare nel profondo che davvero
‘la Nonviolenza è un varco nella Storia’.
Mettiti in contatto con il coordinatore,Claudio Greco
tel.011-9046515e-mail: clalagg@...
@@@@@@@@@@
Iscrizioni
Tra
le modifiche allo statuto chesono
state approvate quella chepiù ha
richiesto discussione è stata quella relativa alle modalità di iscrizione; si
ritiene insufficiente ridurla al solo versamento della quota associativa. E’
invece opportuno che i soci esplicitino la loro adesione ai principi del
movimento e la sottoscrizione degli articoli due e quattro dello statuto
tramite una dichiarazione.
Tuttavia
ad oggi non è previsto altro mezzodi adesione, e di relativo compilazione di elenco iscritti ,se non
tramite il riscontro dei versamenti sul noto conto postale.
In
realtà molte delle persone che frequentano il movimento ed impiegano le proprie
energie per scopi analoghi o sovrapponibili al credo del nostro movimento,
potrebbero tranquillamente ascriversi tra i soci, a prescindere dal versamento
della quota.
L’assemblea
impegna la segreteria ad inviare ad ogni inizio d’anno una lettera a tutti i
soci vecchi ed a quellipotenzialiche contenga ,accanto al resoconto
delle attività svolte , l’esplicita richiestaall’iscrizione : l’adesione cioè ai principi del movimento
ed il versamento della quota associativa.
L’assemblea
invita anche le sedi ed i gruppi locali a richiedere a tutti coloro che sono
coerenti ai principi della nonviolenza, l’adesione al movimento in qualità di
soci.
Ti
preghiamo pertanto, sin d’ora, a metterti in contatto con lasede più vicina a te oppure, in
mancanza di questa, con la segreteria per comunicare il tuo desiderio di
iscriverti.
A
t t e n z i o n e ! ! ! ! !
@@@@@@@@@@
I.F.O.R.
Quest’anno
si è svolta a Firenze dal21 al 23
aprilel’incontro delle branche
europee dell’IFOR ed ilpresidente
del MIRPaolo Candelariha raccontato in assembleal’esperienza della sua partecipazione
all’evento.
Tra le altre
cose come il MIR italiano abbia diverse campagne in comune con altre branche:
per esempio a sostegno delle comunità di pace colombiane lavorano anche gli
austriaci, gli inglesi e gli svedesi; la sensibilizzazione per un’Europa
nonviolenta. Alla ripresa della discussione sulla costituzione europea l’Olanda
ha intenzione di rilanciare una campagna affinché l’Europa non si doti di un
esercito armato: nell’occasione sarà possibile collaborare.
Dall’
8 al 18 ottobre prossimi, poi, si svolgerà l’assemblea internazionale dell’IFOR
in Giappone e già durante l’ultimo consiglio nazionale il MIR decise di inviare
il proprio presidente in rappresentanza.
Considerando
inoltre l’attività che M.Antonietta Malleo svolge in qualità di rappresentante
IFOR all’Unesco e incaricata del MIR a tenere i rapporti internazionali ed al
passaggio delle informazioni , ritiene che , qualora fossero possibili le
condizioni, sarebbe auspicabile anchela sua partecipazione all’evento.
In
preparazione all’evento di ottobre l’IFOR ha preparato una griglia per la
proposta diobiettivi che sipropone di conseguire e la
contemporanea individuazione di responsabili, tempi di svolgimento delle
campagne ed iniziative .
Gli
obiettivi sono :
Obiettivo1:L’IFOR vuole rafforzare e mantenere la nonviolenza attiva
basata su un discorso inter-fedi;
Obiettivo2:L’IFOR cercherà di contrastare le giustificazioni religiose
di tutte le forme di violenza;
Obiettivo3:L’IFOR vuole promuovere il dialogo tra soggetti
istituzionali e non nelle sue aree di
Riferimento;
Obiettivo4:
L’IFOR vuol
promuovere i diritti umani e la riconciliazione come mezzi per raggiungere
la
pace e la giustizia sociale nelle proprie aree di riferimento;
Obiettivo5:L’IFOR vuole rafforzare il movimento promuovendo campagne
nelle proprie aree di
riferimento;
Obiettivo7:L’IFOR inizierà un programma per sviluppare l’affiliazione
tra i giovani e le minoranze;
Obiettivo8:L’IFOR si propone di raggiungere l’uguaglianza di genere
dentro l’IFOR e promuovere
attivamente tale eguaglianza al di fuori dell’IFOR;
Obiettivo9:L’IFOR promuove la diversità entro l’organizzazione
In attesa di avere presto
notizie ti inviamo qui di seguito la versione del testo dello statuto rinnovato
durante l’ assembleadel 1-4
giugno scorsi.
Potrai stamparla e divulgare ad amici e simpatizzanti
soprattutto gli articoli 2 e 4, cuore della vita del movimento.
A presto.
STATUTO
DEL M.I.R. – MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE
DEFINIZIONI E PRINCIPI
Art.
1
È costituita, a norma degli
articoli 36 e ss. del Codice Civile e nel rispetto della legislazione in
materia, l’associazione di promozione sociale denominata "Movimento
Internazionale della Riconciliazione - M.I.R.", con sede legale in Torino,
via Garibaldi 13.
L’associazione
adegua alle norme relative alle associazioni di promozione sociale il proprio
statuto di associazione senza fini di lucro, denominata "Movimento
Internazionale della Riconciliazione - M.I.R.", costituita in Roma il 26
giugno 1974 con atto del notaio Giuseppe D’Ettorre, repertorio n. 202007/5443,
registrato a Roma al 1° Ufficio Atti Pubblici il 4 luglio 1974 al n. 8055 vol.
171, con successive modifiche come da libri sociali.
L’associazione
non ha scopo di lucro, ma è costituita con il fine di svolgere attività di
utilità sociale a favore di associati e di terzi.
Art.
2
Il M.I.R. è un movimento a
base spirituale composto da uomini e donne che sono impegnati nella
non-violenza attiva intesa come stile di vita; come mezzo di riconciliazione
nella verità e di conversione personale; come mezzo di trasformazione sociale,
politica, economica; nel rispetto della fede dei suoi membri.
I membri dei M.I.R. di fede
cristiana si impegnano nella non-violenza evangelica attiva, nella
testimonianza che l'amore quale Gesù Cristo ha manifestato vince ogni male.
Il M.I.R. - nel perseguire
esclusive finalità di utilità sociale - si propone di praticare la non-violenza
attiva sull'esempio di Gandhi e come mezzo per costruire la pace frutto della
riconciliazione, nella consapevolezza che guerre e conflitti sono causati
dall'ingiustizia e da discriminazioni razziali, etniche, ideologiche,
religiose, economiche, di sesso, e che il depauperamento dell'ambiente è anche
la conseguenza di un errato ed ingiusto sfruttamento delle risorse naturali.
Pertanto i soci del M.I.R.
si impegnano a:
·praticare la
riconciliazione nella vita personale e sociale;
·praticare la solidarietà
nella vita personale e sociale;
·liberare l'uomo da tutti
quei condizionamenti culturali, politici, militari, economici che lo confondono
e lo opprimono;
rifiutare
qualsiasi collaborazione alla guerra così come a situazioni o istituzioni di
ingiustizia e criminalità, sia esse attentino alla vita umana sia che sfruttino
indebitamente le risorse naturali e umane
Art.
3
Il
M.I.R. è la branca italiana dell'I.F.O.R. - lnternational Fellowship Of
Reconciliation, di cui condivide fini e principi, pur essendo autonomo nelle
scelte aderenti alla situazione concreta in cui si trova ad operare.
I SOCI
Art.
4
Possono diventare soci del
M.I.R. tutti coloro che, persone fisiche o giuridiche, sono in armonia con i
principi del movimento, indicati nell'art. 2 del presente statuto, e ne
condividono scopi e metodi.
Essi si impegnano a
lavorare su se stessi e sulle istituzioni, aderendo personalmente alla
non-violenza, ed a operare per combattere le ingiustizie, ponendosi a fianco
dell'oppresso.
Essi hanno come obiettivo
politico di proporre e contribuire a realizzare una società:
·in armonia con i principi
della non-violenza, e in grado di difendersi con la difesa popolare
non-violenta;
·una società comunitaria,
dove tutti possano effettivamente partecipare alla gestione ed al controllo
della vita pubblica a partire dal piccolo comune;
·una società in armonia con
la natura, che produca i beni di cui ha bisogno mediante l'autogestione delle
attività produttive, facendo ricorso a tecnologie appropriata e, per l'energia,
a fonti rinnovabili e decentrate, rinunciando al mito della soluzione tecnica e
della delega agli esperti;
·una società che escluda
manipolazioni genetiche indiscriminate della vita animale e vegetale nonchè
ogni manipolazione comportamentale, chirurgica, psicotecnica e genetica della
vita umana;
·che rinunci allo
sfruttamento del lavoro altrui, che semplifichi i bisogni e lo stile di vita;
·una società che restituisca
a tutti i gruppi la loro capacità di educare, di comunicare, di curarsi, di
saper far festa, di procurarsi alimenti sani, di organizzare le case, i
villaggi, le città;
·una società che acquisti
coscienza della esistenza a livello nazionale e planetario di regioni che gli
squilibri e le ingiustizie dell'attuale sviluppo destinano alla miseria e
suggerisca immediate correzioni a livello personale e istituzionale.
Art.
5
I
soci hanno l'obbligo del versamento entro il 30 aprile di ogni anno della quota
associativa stabilita dal Consiglio Nazionale e dell'osservanza del presente
statuto; essi hanno il diritto di frequentare i locali sociali.
Tutti
i soci in regola con il pagamento della quota hanno diritto di voto per
l’approvazione e le modificazioni dello statuto e per la nomina degli organi
direttivi dell’associazione.
E’
esclusa ogni limitazione al rapporto associativo in funzione della temporaneità
della partecipazione alla vita associativa.
Art.
6
È possibile l'adesione al
M.I.R. di comunità di vita e/o di lavoro, fatta collettivamente, che
condividendone finalità e metodi vogliano partecipare alle sue attività.
La quota di adesione per
tali comunità è pari a due quote individuali.
Art.
7
La
qualità di socio si perde per decesso, dimissioni, mancanza di comunicazioni
per almeno 3 anni consecutivi, verificata dalla segreteria, o indegnità.
L'indegnità del socio viene
sancita dal Consiglio nazionale, su proposta scritta e motivata dei Presidente
o di almeno 5 soci.
Il
Consiglio nazionale può respingere, con le stesse modalità, un'adesione.
GLI ORGANI SOCIALI
Art.
8
Sono organi del M.I.R.:
·l'Assemblea Nazionale;
·i Coordinamenti Regionali;
·il Consiglio Nazionale;
·la Segreteria Nazionale;
·il Presidente.
L’ASSEMBLEA NAZIONALE
Art.
9
L'Assemblea nazionale è
composta da tutti i soci. Essa viene convocata dal Consiglio Nazionale una
volta all'anno.
La convocazione, contenente
data, luogo e ordine dei giorno, deve avvenire con almeno un mese d'anticipo,
mediante comunicazione scritta ai soci oppure apposito avviso riportato nel
periodico del M.I.R..
La presidenza
dell'assemblea Nazionale è composta dal Presidenteo, in sua assenza, da un Vicepresidente, da un membro della
Segreteria e da un socio eletto al momento.
Art.
10
L'Assemblea Nazionale è
validamente costituita in prima convocazione se sono presenti almeno la metà
più uno degli iscritti aventi diritto di voto; in seconda convocazione
qualunque sia il numero dei presenti.
Art.
11
L'Assemblea Nazionale:
·elegge il Presidente, il
Vicepresidente, la Segreteria Nazionale ed i responsabili di settore;
·nomina fra i suoi membri un
tesoriere, con il compito di tenere la contabilità e redigere la relazione
annuale sul bilancio
·approva le delibere sulle
linee generali del movimento e sulle attività da intraprendere.
L'estratto dei verbale
dell'Assemblea Nazionale verrà pubblicato nel periodico del M.I.R..
I GRUPPI LOCALI
Art.
12
È da considerarsi
"recapito M.I.R." uno o più soci operanti a livello locale, da soli o
insieme ad altre persone o gruppi, a nome del M.I.R., in armonia con i principi
stabiliti dal presente statuto.
Ogni
recapito indica al proprio Coordinamento Regionale, o in assenza di questo al
Consiglio Nazionale, il proprio indirizzo ed il rappresentante.
Art.
13
Un gruppo locale composto
da 5 soci in regola con il pagamento della quota può chiedere al Coordinamento
Regionale di competenza, o in assenza di questo all'Assemblea Nazionale, di
divenire sede M.I.R..
Il Coordinamento Regionale
delibera a maggioranza e ne dà comunicazione al Consiglio nazionale, che
ratifica.
I soci di ogni sede
eleggono un rappresentante nei confronti dei movimento.
Le
comunità di cui all'art. 6 sono equiparate a sedi locali.
I COORDINAMENTI REGIONALI
Art.
14
Il Coordinamento Regionale
è la struttura che coordina l'attività dei gruppi di una data regione o gruppo
di regioni.
Suoi organi sono:
·l'assemblea dei soci,
composta dai soci in regola residenti nella regione o gruppo di regioni, che si
riunisce almeno due volte all'anno su convocazione della Segreteria regionale;
·la Segreteria regionale,
composta da almeno due soci, eletta dall'assemblea ogni anno, con compiti
organizzativi e di coordinamento.
Art.
15
Compiti dei Coordinamento
Regionale sono:
·approvare un programma di
lavoro nella regione o gruppo di regioni di competenza;
·favorire i rapporti tra i
singoli gruppi locali con gli organi nazionali;
·curare la campagna
iscrizioni a livello regionale e promuovere la costituzione di nuovi gruppi
locali;
·tenere l'elenco aggiornato
delle sedi e gruppi locali della regione e deliberare la costituzione di nuove
sedi dandone comunicazione al Consiglio Nazionale;
·fare il bilancio consuntivo
entro il 31/3 di ogni anno da comunicare al Consiglio Nazionale.
Art.
16
Al
Coordinamento Regionale spetta la gestione di 1/3 delle quote d'iscrizione dei
soci residenti nella regione di competenza.
IL CONSIGLIO NAZIONALE
Art.
17
Il Consiglio nazionale è
composto da:
·il Presidente e i
vicepresidenti;
·i componenti la Segreteria
Nazionale;
·i responsabili di settore
eletti dall'Assemblea Nazionale;
·due rappresentanti per ogni
Coordinamento Regionale;
·un rappresentante per ogni
sede locale.
I due rappresentanti dei
Coordinamento Regionale hanno la rappresentanza anche delle sedi locali non
presenti.
Il Consiglio Nazionale
viene convocato dalla Segreteria Nazionale almeno due volte all'anno o, in casi
particolare, dal Presidente.
Ogni socio in regola può partecipare
senza diritto di voto.
Art.
18
Il Consiglio Nazionale è
validamente costituito se sono presenti almeno la metà più uno degli aventi
diritto, eventualmente anche con delega scritta.
Art.
19
Il Consiglio Nazionale:
·approva le delibere sulle
attività da intraprendere;
·dà seguito alle mozioni
dell'Assemblea Nazionale;
·verifica l'operato della
segreteria, del tesoriere e dei responsabili di settore;
·convoca l'assemblea
Nazionale;
·ha il diritto di cancellare
eventuali sedi con le stesse modalità previste dall'art. 7;
·approva il bilancio
preventivo e consuntivo.
LA SEGRETERIA NAZIONALE
Art.
20
La Segreteria Nazionale è
l'organo esecutivo dell'assemblea:
·attua i deliberati dell'assemblea
e del Consiglio Nazionale;
·gestisce l'ordinaria
amministrazione;
·convoca il Consiglio
Nazionale.
In
caso di necessità e urgenza la segreteria, sentito il Presidente, può prendere
decisioni, rimettendo ogni valutazione sul proprio operato al successivo
Consiglio Nazionale o Assemblea Nazionale,
Art.
21
La
Segreteria Nazionale è composta da uno a sette soci; è eletta dall'assemblea e
dura in carica due anni. Essa viene convocata dal Presidente o su richiesta di
almeno due suoi membri se è composta da tre o più membri.
Art.
22
Le
riunioni della segreteria sono validamente costituite con la presenza della
metà più uno dei suoi membri. Le decisioni vengono prese a maggioranza dei
presenti.
Art.
23
La Segreteria Nazionale
gestisce le entrate del movimento, sulla base delle deliberazioni
dell'Assemblea Nazionale e dei Consiglio Nazionale.
IL PRESIDENTE
Art.
24
Il Presidente è il garante
della fedeltà e coerenza del M.I.R. ai suoi principi generali stabiliti nel
presente statuto, facilita l'unità del movimento e lo rappresenta nei confronti
dell'esterno; egli ha la firma e la legale rappresentanza del movimento; può
convocare, per gravi ragioni di necessità ed urgenza, l'Assemblea Nazionale o
il Consiglio Nazionale con le stesse modalità previste dall'art. 9.
Art.
25
Il
Presidente è eletto dall'Assemblea Nazionale con maggioranza dei 2/3 e dura in
carica due anni.
Art.
26
L’Assemblea
Nazionale elegge, insieme al Presidente, uno o due vicepresidenti, con le
stesse modalità e per la stessa durata, che hanno il compito di sostituire il
Presidente nelle sue funzioni quando questo fosse assente o nel caso di sue
dimissioni fino alla successiva assemblea.
Art.
27
Il Presidente può delegare
a uno dei vicepresidenti i poteri di firma e di rappresentanza legale.
PATRIMONIO ED ESERCIZI
SOCIALI
Art.
28
Il patrimonio è costituito:
·da beni mobili ed immobili
che sono o diverranno di proprietà del M.I.R.;
·da eventuali fondi di
riserva costituiti con l'eccedenza di bilancio;
·da eventuali erogazioni,
donazioni, lasciti;
·dalle quote sociali;
·da contributi di pubbliche
amministrazioni, enti locali, istituti di credito, enti in genere.
Art.
29
Gli utili e gli avanzi di
gestione non sono mai distribuiti tra gli associati neanche in modo indiretto.
Gli
avanzi di gestione annuali saranno esclusivamente impiegati per la
realizzazione delle attività istituzionali e di quelle direttamente connesse.
Art.
30
L'esercizio sociale inizia
il 1 gennaio di ogni anno e si chiude il 31 dicembre di ogni anno.
Il
Consiglio Nazionale, entro sei mesi dalla chiusura dell'esercizio sociale, deve
approvare il bilancio preventivo e consuntivo presentato dal tesoriere.
MODIFICHE ALLO STATUTO
Art.
31
Le modifiche al presente
statuto vanno presentate da almeno cinque soci e discusse al Consiglio
Nazionale; questi provvederà, se lo ritiene opportuno, a metterle all'ordine
dei giorno della successiva Assemblea Nazionale e a comunicarle a tutte le
strutture locali.
L'Assemblea Nazionale
decide su queste a maggioranza dei 2/3 dei presenti.
Per le modifiche dello
statuto non è necessario l'intervento dei notaio.
SCIOGLIMENTO E LIQUIDAZIONE
Art.
32
Lo scioglimento del movimento
è deliberato dall'Assemblea Nazionale, a cui partecipino almeno i 2/3 degli
aventi diritto, con maggioranza dei 3/4 dei presenti.
Tale assemblea provvederà
alla nomina di uno o più liquidatori.
In
caso di scioglimento per qualsiasi causa del M.I.R., il patrimonio residuo e le
eventuali eccedenze attive risultanti dal bilancio di liquidazione dopo il
pagamento di ogni passività, andranno devolute ad altra associazione con
finalità analoghe o ai fini di pubblica utilità sentito l’organismo di controllo
di cui all’art. 3 comma 190 della l. n. 662/1996.
CONTROVERSIE
Art.
33
Tutte
le controversie che dovessero insorgere tra associati e tra questi e il
movimento o i suoi organi, saranno rimesse, con esclusione di ogni altra
giurisdizione, al giudizio di tre arbitri amichevoli compositori, due dei quali
da nominarsi da ciascuna delle parti contendenti ed il terzo dai due arbitri
così nominati. Gli arbitri giudicheranno ex bono et aequo, senza formalità di
procedura.
NORME DI CHIUSURA
Art.
34
Per
quanto non previsto dal presente statuto, si applicano le vigenti disposizioni
di legge in materia
Le ultime
modifiche apportate a questo statuto sono state deliberate dall'assemblea
nazionale del 1-4 giugno 2006 tenutasi a Gricigliana (Prato).
informiamo che nei campi estivi da noi proposti ci sono ancora posti
disponibili
Alleghiamo in formato PDF il pieghevole riassuntivo dei campi. Un libretto
informativo più completo è disponibile sul sito
www.cssr-pas.org
L'ASSOCIAZIONE HAKUNA MATATA ONLUS VI INVITA ALLA MANIFESTAZIONE HAKUNA MATATA AND FRIENDS SABATO 1 LUGLIO 2006 TONNARA DELL'ORSA, CINISI ORE 21.00 CONTRIBUTO EURO 5 (DA DIRITTO ALLA PARTECIPAZIONE DEL SORTEGGIO DI UN BATIK AFRICANO) VI ASPETTIAMO NUMEROSI!!!
Palermo STAND FLORIO Via Messina Marine 40 (90123)
fotografie di Andrea Merli e documenti e testimonianze sul Muro di Separazione in Palestina
orario: tutti i giorni dalle ore 9,00 alle ore 13,00 e dalle 15,00 alle 19,30 biglietti:ingresso libero vernissage: 29 giugno 2006. ore 18 autori: Andrea Merli email:erminiascaglia@... genere: documentaria, fotografia, personale comunicato stampa:Si inaugura giovedì 29 giugno alle ore 18,00 allo Stand Florio, in via Messina Marine n. 40, la mostra fotografica dal titolo Un muro non basta, che contiene fotografie di Andrea Merli e documenti e testimonianze sul Muro di Separazione in Palestina. La mostra è promossa dal VIS., Volontariato Internazionale per lo Sviluppo e dal Comune di Palermo. L'evento fa parte della campagna di sensibilizzazione e informazione promossa dal V.I.S., la ONG salesiana che da vent'anni a questa parte, oltre a occuparsi di progetti mirati allo sviluppo dei paesi poveri, ha sempre più incrementato il proprio impegno per la promozione della pace, dell'intercultura e dei diritti umani. In una città multiculturale come Palermo, la mostra Un muro non basta vuole gettare uno sguardo oltre i nostri confini, per instaurare ponti con gli altri paesi del vicino Oriente sempre più bisognosi di dialoghi e non di chiusure. La mostra sarà visitabile tutti i giorni dalle ore 9,00 alle ore 13,00 e dalle 15,00 alle 19,30 fino al 13 luglio. Inaugureranno la mostra l'onorevole Giuseppe Apprendi, vicepresidente del Consiglio Comunale il coordinatore regionale del VIS Sicilia don Enzo Volpe e il responsabile del VIS Palermo Daniele Tinaglia.
Ricostruzione postbellica: una truffa da 15 miliardi di $ che rischia di ritorcersi contro Bush
Si potrebbe chiamarla ‘Afghanopoli’: una delle più colossali truffe della storia, tanto più grave perché spacciata per opera di bene e compiuta sulla pelle di un popolo che è stato prima bombardato e invaso, e ora viene imbrogliato. Parliamo della ricostruzione post-bellica dell’Afghanistan, un business da 15 miliardi di dollari in piena fase di espansione. Soldi nostri, soldi dei contribuenti occidentali, soldi che escono dalle casse degli Stati ‘donatori’ (Usa in testa) per finire in appalti a multinazionali occidentali (soprattutto statunitensi) ‘ammanicate’ con il potere politico, le quali, invece di spenderli per ricostruire e aiutare l’Afghanistan, se li intascano come profitti o li sprecano in fasulli progetti ‘di facciata’ ad uso propagandistico e in ‘spese di gestione’, vale a dire stipendi stratosferici, alloggi e macchine di lusso.
Una frode ad alta rendita economica e politica. “Qui in Afghanistan sono in corso sprechi e frodi di dimensioni enormi, un vero saccheggio condotto soprattutto da imprese private”, dice Jean Mazurelle, direttrice della Banca Mondiale a Kabul. “E uno scandalo: mai visto nulla del genere in trent’anni di carriera”.
Non è un caso che gli Stati Uniti, tramite USAID, siano il più grande donatore, con 3,5 miliardi di dollari. Non è altruismo, ma solo consapevolezza della convenienza a investire il più possibile in un business che rende molto sia in termini politici che economici. “La priorità non è il progresso dell’Afghanistan, ma l’apparenza di questo progresso”, ammette Peggy O’Ban, portavoce di USAID. “Non importano i risultati, importa ad esempio dimostrare che il governo Karzai è un buon governo”.
Il più chiaro esempio di ciò è il fallimento del fondamentale programma di ricostruzione di scuole, cliniche e strade, affidato (per 665 milioni di dollari) al Louis Berger Group, azienda del New Jersey vicina all’amministrazione Bush, che per questo è diventata il primo ‘contractor’ di USAID. Termine di consegna: fine 2004, data delle elezioni presidenziali afgane che Washington voleva far vincere ad Hamid Karzai con la carta dei risultati della ricostruzione. “Era una scadenza politica”, ha dichiarato Marshall F. Perry, ex direttore del progetto. “Noi eravamo sotto pressione da parte di USAID, e loro lo erano da parte della Casa Bianca. Il risultato è stato che il progetto è finito nel caos”. Conclusioni confermate da Philip J. Bell, direttore della commissione per la ricostruzione afgana del Dipartimento di Stato Usa: “Gli esiti dei progetti più importanti, cliniche, scuole e strade, si stanno rivelando disastrosi”.
Scuole: poche, carissime e tutte da rifare. L’appalto era per 533 scuole e cliniche. Ne sono state consegnate solo 138, perché molte erano progettate sulla carta in zone impossibili: cimiteri, acquitrini, dirupi e zone sotto controllo talebano. In media queste strutture sono costate l’esorbitante cifra media di 250 mila dollari l’una, con punte di 600 mila dollari, come nel caso della scuola ‘modello’ con 20 classi di Kabul. Ma lo scandalo è che, nonostante questi costi esorbitanti, le strutture cadono a pezzi perché costruite con materiali scadenti, su terreni instabili, senza fondamenta. Tutto in barba alle regole, aggirate con il pagamento di mazzette alle società (sempre straniere) incaricate di certificare che i progetti siano a norma (realtà testimoniata in un video in cui viene pagata una tangente di 50 mila dollari ai controllori della CHF Inetrnational). Ecco alcuni esempi raccolti da inchieste giornalistiche e rapporti di agenzie indipendenti, riferiti in maggior parte al Louis Berger Group.
Cliniche che crollano, strade già distrutte. La scuola di Moqor, tra le montagne della provincia di Ganzi, è chiusa per il crollo del tetto che ha ceduto sotto il peso della neve: era un modello di tetto utilizzato solitamente per le costruzioni in California, dove nevica un po’ meno che sulle cime dell’Hundu Kush. Altre 22 scuole e 67 cliniche hanno avuto lo stesso problema. La clinica ‘modello’ di Qala-i-Qazi, vicino a Kabul, ha solo quindici mesi di vita ma è già in rovina: soffitti sfondati dall’umidità e impianto idraulico completamente fuori uso. La clinica di Larkhabi, nella provincia settentrionale del Badakshan, è finita ma è chiusa perché verrà abbattuta per pericolo di crollo, essendo stata costruita su una frana in una regione altamente sismica. Stessa sorte toccherà alla clinica ‘modello’ di Kabul, costata 324 mila dollari, ma costruita in barba alle norme antisismiche.
La strada Sar-e-Pol– Shebergan, costata 15 milioni di dollari, era stata promessa in campagna elettorale da Karzai. Le centinaia di operai afgani prendevano 90 dollari al mese per lavorare 10 ore al giorno 7 giorni su 7. Alcuni sono morti sul lavoro. Chi protestava veniva cacciato. Gli ingegneri della Berger prendevano invece 5 mila dollari al mese. Oggi il manto asfaltato è completamente distrutto e nessuno provvede alla manutenzione, tanto le elezioni sono passate. Ma quel che è peggio è che la strada ha interrotto i canali di scolo e di irrigazione in questa zona piovosa, provocando allagamenti e crolli delle abitazioni di argilla costruite nelle vicinanze e distruggendo l’agricoltura locale.
Il programma di sradicamento delle piantagioni di papaveri da oppio era stato appaltato per 290 milioni di dollari alla compagnia, pure questa texana, DynCorp. L’obiettivo era distruggere 15 mila ettari di coltivazioni, ma l’impopolarità dell’operazione ha portato al suo sostanziale blocco per evitare che lo scontento popolare si ritorcesse contro il governo Karzai e la presenza straniera. Così, dopo aver distrutto solo 220 ettari in totale (al prezzo di decine di contadini uccisi dalla polizia impiegata nelle operazioni di sradicamento), alla fine del 2004 la DynCorp ha provato la strada delle fumigazioni aeree clandestine, abbandonate dopo aver prodotto malattie tra i contadini e il bestiame, distruggendo anche orti e piantagioni legali. In compenso, i 290 milioni di dollari sono finiti negli stipendi ai dipendenti stranieri della DynCorp (compresi tra gli 8 e 30 mila dollari al mese), nei loro lussuosi fuoristrada (da 120 mila dollari l’uno) e nei loro principeschi alloggi a Kabul, con tanto di catering diretto dagli Stati Uniti.
La ricostruzione del settore agricolo è invece stato affidato alla Chemonics International Inc. al costo di 273 milioni di dollari. I risultati sono questi: grandi serre all’americana crollate sotto il peso della neve, silos vuoti perché i contadini non si fidano a metterci dentro i loro prodotti per paura dei ladri, mercati agricoli deserti perché i contadini che dovevano usarli sono andati in rovina per colpa della stessa Chemonics, che aveva consigliato loro di produrre tutti verdure, con l’effetto di abbattere i prezzi nella regione e far fallire i coltivatori. Ma la chicca sono i canali d’irrigazione costruiti nella provincia di Helmand, dove il 90 per cento dei campi sono coltivati a papavero da oppio: dopo l’intervento della Chemonics, la produzione d’oppio in Helmand è sensibilmente migliorata.
Stampa addomesticata e mp3 per promuovere la democrazia. Dulcis in fundo, i 56 milioni di dollari di ‘aiuti’ americani all’Afghanistan andati al Rendon Gruop, azienda di Washington strettamente legata a Bush, incaricata di “promuovere l’immagine del governo Karzai e degli Stati Uniti sulla stampa afgana”, attraverso bustarelle pagate ai giornalisti locali perché pubblichino notizie positive e tralascino quelle negative e critiche.
Ma i soldi spesi meglio rimangono senza dubbio gli 8,3 milioni di dollari che USAID ha dato a Voice for Humanity, piccola azienda del Kentucky legata al presidente della commissione parlamentare che approva i bilanci di USAID, senatore Mitch McConnel, per finanziare la distribuzione nei villaggi afgani di 65.800 lettori mp3 da 50 dollari l’uno, contenenti messaggi volti a “promuovere la democrazia” e il sostegno al governo Karzai.
Gli afgani hanno capito e stanno perdendo la pazienza. Come non dare ragione al dottore afgano Azizullah Safar: “E’ giusto che sappiate che i soldi che i vostri governi potrebbero spendere per i vostri bambini, per le vostre scuole e per i vostri ospedali sono stati semplicemente tutti buttati via”. Per la comunità internazionale, Stati Uniti in testa, l’Afghanistan è una grande gallina dalle uova d’oro, un posto dove venire, dare una mano di vernice su un muro marcio, presentare un conto gonfiato che nessuno controllerà mai e incassare.
Ma gli afgani, che all’inizio si sono mostrati pazienti e fiduciosi, oramai hanno capito che degli stranieri non c’è da fidarsi perché dicono bugie, perché pensano solo al proprio tornaconto. E hanno cominciato quindi a guardare con occhi diversi chi, da tempo, diceva queste cose: la resistenza armata talebana, che non a caso si dimostra di giorno in giorno più forte.
Ieri e stamani ho avuto paura. Al 46% del campione ho fatto l'incredibile: ho applaudito il televisore, che mi dava un'Italia sana o risanata. Avevo peccato di pessimismo. Chiedo perdono agli italiani. Sono preoccupato e mosso a pietà per il leghismo nordico, peraltro inferiore alle loro speranze. Brava Calabria all'82% di NO. La Russa ha detto che la partita è più importante del referendum. Il centro sinistra deve imparare dalla richiesta italiana e farsi migliore di quello che è.
La situazione in Afghanistan peggiora di giorno in giorno. Gli Usa e la Nato, che guida la missione Isaf, chiedono a tutti gli alleati un maggiore contributo militare. All'Italia, nello specifico, il segretario generale dell'Alleanza Atlantica Jaap de Hoop Scheffer ha chiesto un incremento del nostro contingente (attualmente di circa 1.300 uomini). Il governo italiano sta ora valutando l'invio di sei cacciabombardieri Amx, di elicotteri da combattimento e di un contingente di forze speciali. Il generale Fabio Mini è stato comandante della missione Kfor in Kosovo.
Generale Mini, non le pare che simili mezzi e forze siano poco compatibili con una missione "di pace"? Il problema dell'ampliamento della missione Isaf-Nato, e quindi anche della partecipazione italiana, è di carattere giuridico prima che operativo. In quanto tale, esso diventa istituzionale e non può essere lasciato alla sola valutazione tecnico-militare. Il problema nasce dall'inserimento di Isaf in un contesto artificiosamente dichiarato post-bellico e dalla sottovalutazione della capacità dei guerriglieri talebani di costituire un'aperta minaccia nei riguardi delle forze Usa, del governo di Kabul e di chiunque lo appoggi.
Quindi secondo lei, generale, non è vero che la guerra in Afghanistan è finita, come tutti continuano a dire?La guerra contro i talebani, parte essenziale di Enduring Freedom, non è mai finita. Gli Stati Uniti hanno ridotto le forze e altre nazioni hanno dato un modesto contributo, ma la guerra si è spostata laddove si spostavano i resti del precedente regime afgano. Queste forze si sono riorganizzate e, con l'aiuto esterno, stanno destabilizzando vaste aree del paese. Nessuno ha dichiarato la fine delle ostilità con i talebani. E' stata anche scartata l'idea di convocare i talebani a un tavolo della pace e imporre le condizioni dei vincitori perché così facendo si sarebbe riconosciuta la legittimità internazionale del loro governo, che non era stato riconosciuto dalle Nazioni uUnite, ma che era stato interlocutore ufficiale di tutti e perfino degli Stati uniti. Né nessuno ha pensato a trascinare ciò che restava della dirigenza talebana sconfitta davanti ad un tribunale internazionale. L'operazione Enduring Freedom, la guerra contro i talebani, continua ed è stata inserita nel quadro più vasto della «guerra al terrore». Il che significa che è destinata a durare ancora a lungo.
Una guerra che gli Stati uniti, impegnati altrove, vogliono lasciar combattere agli alleati Nato, Italia compresa, che però sono in Afghanistan nell'ambito di una missione che non è di guerra. Se la missione Isaf della Nato «eredita» la guerra Enduring Freedom degli Usa non si crea un cortocircuito, una sovrapposizione poco chiara tra due missioni diverse?Oggi, le forze di Enduring Freedom non sono oggettivamente sufficienti a controllare militarmente il territorio minacciato, ed è per questo che gli Stati uniti hanno chiesto alla Nato un maggior coinvolgimento. Ma per giustificarlo, non si è chiesto di partecipare alla guerra e ampliare Enduring Freedom. Si è preferito rimanere ancorati al criterio iniziale di Isaf, ovvero al quadro di una missione che - come dice il suo stesso nome - è di assistenza al mantenimento della sicurezza in appoggio al governo di Kabul. Il progetto di Isaf, inizialmente concentrato solo nella capitale afghana, prevedeva che, mano a mano che l'autorità del nuovo governo veniva riconosciuta e che veniva negoziato lo scioglimento delle milizie personali dei signori della guerra locali, le forze di sicurezza afgane avrebbero progressivamente esteso il proprio controllo ad altri territori, con il sostegno di Isaf laddove necessario.
Quindi lo scopo originario della missione Isaf era solo quello di sostenere la graduale espansione dell'autorità del nuovo governo di Kabul nelle zone già «pacificate» dalla missione Enduring Freedom. Ma nella realtà non è questo che sta accadendo: Isaf si sta sostituendo a Enduring Freedom nella fase di «pacificazione» di un territorio. Non è così? Le zone prescelte per l'ampliamento di Isaf, ovvero il sud dell'Afghanistan, non sono quelle pacificate da Enduring Freedom, ma anzi proprio quelle in cui la guerra contro i talebani continua con vere e proprie offensive militari, seppur di carattere asimmetrico. Chi assume la responsabilità della sicurezza in queste aree si deve predisporre per fare due cose: la guerra contro i talebani, al posto o al fianco degli Usa, o la repressione di una rivolta armata interna, al fianco o al posto del governo afghano - un governo che molti degli stessi signori della guerra che ne fanno parte considerano ininfluente, che molti ribelli considerano illegittimo e che i talebani considerano d'usurpazione.
Ma se Isaf è diventata una missione di guerra «ereditando» di fatto le funzioni di Enduring Freedom - il che spiega la necessità di mandare cacciabombardieri e forze speciali - non lo si dovrebbe dire chiaramente? Non ci dovrebbe essere una seria e franca discussione sul mutamento del mandato Isaf? Il fatto che i contingenti Isaf dovranno farsi carico della guerra ai talebani, per conto di Washington o di Kabul, impone senza dubbio la necessità di un esame serio della situazione e lo scioglimento dei nodi giuridici. Non ci sono dubbi che in ambito Nato e in Italia ciò si possa fare serenamente. Se si decide per l'opzione militare, il vero impegno istituzionale diventa quello di calibrare lo strumento militare da costituire e le regole d'ingaggio in relazione alla reale situazione e a un nuovo mandato. La cosa peggiore che possa succedere è che si assumano nuovi impegni e nuovi rischi mantenendo i vecchi criteri d'impiego e le ipocrisie di sempre: fingendo che la situazione sia «normale», ignorando o negando l'evidenza della sovrapposizione di Isaf a Enduring Freedom, spacciando per ricognitori di campi d'oppio dei cacciabombardieri e per missionari di pace degli incursori e sabotatori superaddestrati all'infiltrazione in territorio ostile e alla guerra asimmetrica.
sbf - studium biblicum franciscanum corso di aggiornamento biblico-teologico 13-16 aprile 2004 Il cristiano di fronte alla violenza CORSO DI AGGIORNAMENTO BIBLICO-TEOLOGICO
Sento del 41% di votanti al nord (buona parte sì) e solo 25-27% al sud (e non saranno affatto tutti no). Se vince il sì bisogna partire con una resistenza costituzionale nonviolenta civile epocale, perché il salto indietro è epocale.
Non più, nel giorno in cui votiamo, per scambiarci le idee che aiutano a decidere con buoni motivi, ma per il continuo dovere intellettuale e morale di capire sempre meglio valori e disvalori delle vicende italiane, mando anch'io in circolo questo articolo di un vero maestro civile come Gustavo Zagrebelsky.
Dopo una utile premessa storica, egli illustra molto bene quale popolo italiano sognano e vorrebbero, a loro immagine e somiglianza, i promotori della sciagurata riforma che speriamo oggi noi italiani di essere capaci di cancellare, evitando quella che sarebbe la più grave sconfitta civile della storia repubblicana. Se questo dovesse accadere, si aprirebbe un lungo periodo di necessaria resistenza morale, politica, attiva, nonviolenta, per la ricostruzione civile dell'Italia.
Enrico Peyretti
GUSTAVO ZAGREBELSKY: LE PULSIONI PROFONDE
(da "La nonviolenza è in cammino", n. 1337, 25 giugno 2006; nbawac@...)
[Da varie persone amiche riceviamo e volentieri ridiffondiamo il seguente intervento apparso sul quotidiano "La Repubblica" del 23 giugno 2006. Gustavo Zagrebelsky, nato nel 1943 a San Germano Chisone (To), illustre costituzionalista, docente universitario, giudice della Corte Costituzionale (e suo presidente, quindi presidente emerito); componente dei comitati scientifici delle riviste "Giurisprudenza costituzionale", "Quaderni costituzionali", "Il diritto dell'informazione", "L'Indice dei libri", e della Fondazione Roberto Ruffilli; socio corrispondente dell'Accademia delle Scienze di Torino, gia' collaboratore del quotidiano "La Stampa"; per la casa editrice Einaudi dirige la collana "Lessico civile"; autore di vari volumi e saggi, ha collaborato al commentario alla Costituzione italiana diretto da Giuseppe Branca. Tra i suoi numerosi lavori segnaliamo particolarmente Amnistia, indulto e grazia. Problemi costituzionali,1972; Manuale di diritto costituzionale. Il sistema costituzionale delle fonti del diritto, 1974, 1978; La giustizia costituzionale,1978, 1988; Societa', Stato, Costituzione. Lezioni di dottrina dello Stato, 1979; Le immunita' parlamentari, Einaudi, Torino 1979; Il diritto mite, Einaudi, Torino 1992; Questa Repubblica, Le Monnier, Firenze 1993; Il "crucifige" e la democrazia, Einaudi, Torino 1995; (con Pier Paolo Portinaro e Joerg Luther, a cura di), Il futuro della costituzione, Einaudi, Torino 1996; La giustizia costituzionale, Il Mulino, Bologna 1996; (con Carlo Maria Martini), La domanda di giustizia, Einaudi, Torino 2003; (a cura di), Diritti e Costituzione nell'Unione europea, Laterza, Roma-Bari 2003, 2005; (con M. L. Salvadori, R. Guastini, M. Bovero, P. P. Portinaro, L. Bonanate), Norberto Bobbio tra diritto e politica, Laterza, Roma-Bari 2005; Imparare la democrazia, Gruppo editoriale L'Espresso, Roma 2005; Principi e voti, Einaudi, Torino 2005]
Le costituzioni sono costruzioni, ma queste costruzioni, come anche quella cui tanto volonterosamente e a lungo si e' dedicata la nostra ingegneria costituzionale, presentano sempre un aspetto, per cosi' dire, naturalistico che non risulta aver attirato l'attenzione che merita. Eppure, proprio su questo, in ultima analisi, ci pronunceremo tra breve e sara' un pronunciamento che conterra' un giudizio, oltre che sulla costituzione che ci viene proposta, anche su noi stessi. L'espressione "aspetto naturalistico" si riferisce a quella che i classici denominavano l'indole costituzionale dei popoli. Le costituzioni dei popoli intuitivi e sentimentali non possono essere quelle dei popoli ragionatori e speculativi; le costituzioni dei popoli molli e pigri, non quelle dei forti e laboriosi; dei pessimisti e fatalisti, non quelle degli ottimisti e fieri; degli attivi e coraggiosi, non quelle dei passivi e paurosi; dei dissipatori, non quelle dei parsimoniosi. Un despota, per esempio, e' necessario per coloro che, dovendo cogliere una banana, pensano, invece di arrampicarsi, di tagliare il banano alla radice. La democrazia non e' adatta ai popoli che cercano favori piuttosto che diritti, che scansano le responsabilita' invece che cercarle. Accogliere nei Paesi freddi il lusso e i molli costumi degli Orientali, si e' anche detto, significa darsi le loro catene. Non lasciamoci fuorviare dall'apparente ingenuita' di queste contrapposizioni settecentesche. Esse contengono una profonda verita': la piu' perfetta opera di ingegneria costituzionale potrebbe non valere nulla se ignora o contraddice i caratteri naturali del popolo che si vuole costituzionalizzare. "Le costituzioni sono simili alle vesti: e' necessario che ogni individuo, che ogni eta' di ciascun individuo abbia la sua propria, la quale se tu vorrai dare ad altri, stara' male. Non vi e' veste, per quanto sia mancante di proporzioni nelle sue parti, la quale non possa trovare un uomo difforme cui sieda bene; ma se vuoi fare una sola veste per tutti gli uomini, ancorche' sia misurata sulla statua modellaria di Policlete, troverai sempre che il maggior numero e' piu' alto, piu' basso, piu' secco, piu' grasso, e non potra' fare uso della tua veste". Parole di Vincenzo Cuoco contro il progetto di costituzione napoletana del 1799 che egli considerava un arbitrario tentativo di trasposizione di astratte idee costituzionali dalla Francia dell'epoca (Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Bari, 1913, p. 218). I nostri ingegneri e sarti costituzionali probabilmente non si saranno nemmeno posti il problema. Forse, non saranno neppure stati sfiorati dal dubbio che questo sia un punto importante sul quale saranno giudicati. Piu' probabilmente ancora, si saranno lasciati condizionare inconsapevolmente dalla presunzione che la nostra indole sia come la loro. Ma noi, nel momento in cui ci viene chiesto di pronunciarci per mezzo del referendum, e' proprio questa la domanda che ci poniamo: se siamo o, meglio, se vogliamo essere quello che essi presumono che siamo; se siamo o vogliamo essere come credono loro. * Quali sono dunque le pulsioni profonde che la riforma costituzionale viene a solleticare o lusingare? a) Innanzitutto la servilita'. Un popolo e' servile se si rallegra di poter scegliere, ogni cinque anni, un capo al quale conferire poteri illimitati. Non sembri una sintesi esagerata. Questo nuovo capo e' denominato "primo ministro", ma il potere personale che questo nome innocente indica e' tale da far paura. Egli dispone dei ministri a suo piacimento, nominandoli quando gli sono graditi e revocandoli quando gli diventano sgraditi. A suo piacimento dispone anche dei rappresentanti del popolo perche' ogni dissenso nei suoi confronti si puo' concludere con il loro licenziamento, lo scioglimento della Camera e nuove elezioni: il diritto di critica e' dunque ammesso, ma chi lo eserciterebbe, quando il prezzo e' il suicidio? Non puo' invece accadere il contrario, cioe' che siano i rappresentanti del popolo a licenziare il capo e a sostituirlo con un altro. Questa ipotesi e' bensi' prevista, ma come pura ipotesi di fantasia: occorrerebbe un voto a maggioranza assoluta dell'Assemblea, senza l'apporto dell'opposizione, cioe' da parte della stessa compatta compagine che fino ad allora e' stata al seguito del capo. Il che e' quanto dire che non potrebbe realizzarsi mai. Si dira': prima di parlare di regime autoritario, si noti almeno che questo capo e' pur sempre scelto con un'elezione, ogni cinque anni. Ma cio' significa solo che quel popolo che se ne rallegrasse, lo farebbe perche' trova gioia nel ripetersi, cioe' nell'insistere nella sua servilita'. Varrebbero le parole che Rousseau indirizzava al popolo inglese del suo tempo: "pensa di essere libero, ma si sbaglia di grosso. Non lo e' che durante l'elezione dei membri dei Parlamento. Appena sono eletti, e' schiavo, non e' nulla. Nei brevi momenti della sua liberta', per l'uso che ne fa merita di perderla" (Contratto sociale, libro III, c. XV). * b) In secondo luogo, l'insicurezza e l'aggressivita', degli uni verso gli altri. Ogni elezione di capo dai poteri illimitati tramite un'investitura popolare trasformerebbe l'elezione in conflitto in cui ciascuno avrebbe tutto da sperare ma anche tutto da temere, a seconda dell'esito. La propria sopravvivenza sarebbe legata alla soccombenza degli avversari e cosi' l'insicurezza si esprimerebbe in aggressione. L'ultima tornata elettorale cui abbiamo assistito sgomenti gia' ci ammonisce come una sia pur parziale primizia. Gli strumenti dello scontro sarebbero i piu' rozzi, irrazionali e semplicistici: amore-odio, bene-male, amici-nemici. "Ecrasez l'infame!" potrebbe diventare la parola d'ordine dei due schieramenti che si demonizzano reciprocamente. Ne' potrebbe farsi troppo conto sulle istituzioni di controllo, per mitigare i poteri del vincitore e, con cio' stesso, l'asprezza del confronto. Questo accade in effetti in diversi regimi, dove pure i cittadini eleggono il capo del loro governo. Ma la' esistono pesi e contrappesi, tradizioni e cultura politica che ne bilanciano il potere. E da noi? Il Presidente della Repubblica e' reso dalla riforma una figura marginale. La Corte costituzionale, con una modifica della sua composizione, viene allineata alla maggioranza politica. La magistratura, al di la' delle riforme che la riguardano, sarebbe intimorita da una concentrazione di potere politico, collegata all'investitura popolare diretta, sconosciuta negli altri Paesi che si dicono democratici. L'uguaglianza di fronte alla legge, che gia' non e' propriamente il punto di forza delle nostre istituzioni, si ridurrebbe a principio-beffa. Il Parlamento, infine, abbiamo gia' visto essere reso nullo nella sua funzione, che e' sempre stata la sua essenziale, di garanzia contro gli abusi del governo. Quando gli assurdi rapporti tra Camera e Senato previsti dalla riforma glielo consentissero, legifererebbe, ma sempre e solo agli ordini del capo del governo. Ogni appuntamento elettorale, data l'enormita' della posta in gioco, si risolverebbe in dramma o in tragedia. Piu' che la Gran Bretagna, la Francia o la Spagna, ci darebbero il benvenuto taluni Paesi del Sud America o dell'ex-blocco sovietico. * c) Lo spirito cortigiano. La riforma promette un'alternanza tra lo scontro elettorale e il ruere in servitium, a cose fatte. Si potra' deplorare la disposizione a cambiare casacca a seconda del momento ma, d'altra parte, che cosa si puo' pretendere quando il vincitore puo' tutto, da lui dipendono la fortuna o la rovina della tua azienda, della tua banca, del tuo giornale, della tua casa editrice, della tua carriera? Se e fino a quando sei nelle sue mani, cercherai di ingraziartelo, almeno fino al momento in cui, pensando che stia per cadere in disgrazia, non hai piu' nulla da ottenere o da temere da lui. Quando nuovi capi sono all'orizzonte, i cortigiani che ti hanno adulato diventano serpenti velenosi. * d) L'atteggiamento impolitico e qualunquista. Nessun Parlamento al mondo e' tanto umiliato quanto quello che deriverebbe dalla riforma. Non controlla ma e' controllato; se legifera, lo fa per conto altrui; se si permette di dissentire, e' sciolto. Data la sua marginalita', potrebbe anche essere soppresso o sostituito da un'astratta attribuzione di millesimi, come nei condomini, a ciascuna delle parti in campo. Se non lo e', forse e' perche' esso rappresenta ancora un'immagine potente e carica di storia della liberta' politica ed eliminarlo sarebbe stato un po' troppo forte; o, forse, e' anche perche', ridotto in questa umiliazione, simboleggia come un trofeo la vittoria delle forze e delle mentalita' antiparlamentari: quella vittoria gia' iscritta nell'attuale, recente legge elettorale, che ha trasformato in molti casi i rappresentanti del popolo in ignote propaggini di dosaggi di potere, clientele e familismi di partito. Non sono pochi, del resto, coloro che intendono l'annunciata diminuzione del numero dei parlamentari, operativa - se mai lo sara' = solo tra molti anni, come un ammiccamento all'eterno qualunquismo latente nel nostro Paese. * e) Il provincialismo pessimista e ripiegato su se stesso. "A casa mia": e' il motto di chi crede a quella cosa che la riforma definisce federalismo (il federalismo e' l'apertura della piccola patria a una patria piu' grande) ed e' invece ripiegamento su se stessi, timore per l'ignoto, aggressivita' verso chi viene creduto diverso, comunitarismo organico: l'esatto contrario del federalismo. I giuristi hanno ripetutamente spiegato che nelle norme della cosiddetta devolution c'e' molto piu' centralismo che non federalismo. Diverse competenze sono state ritrasferite al centro e il "federalismo fiscale" e' reso una beffa dalla norma che vieta "in tutti i casi" all'autonomia impositiva delle Regioni (e degli enti locali) di determinare incrementi della pressione fiscale complessiva. Anche le competenze regionali "esclusive" - assistenza e organizzazione sanitaria, organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, definizione dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione e polizia amministrativa regionale e locale - devono pur sempre coesistere con le competenze statali, anch'esse "esclusive", circa i livelli essenziali delle prestazioni in campo sanitario, le norme generali sull'istruzione e la tutela della salute, nonche' l'ordine pubblico e la sicurezza. Ma, evidentemente, quello che conta, in questo caso, non e' la realta' giuridica ma e' il messaggio "culturale" di chiusura e ostilita' verso il diverso. Della nostra salute, della istruzione dei nostri figli, della nostra sicurezza ci occupiamo noi perche', per l'appunto, sono cose di casa nostra. La violenza concreta di questo atteggiamento, tuttavia, non tarderebbe poi a farsi sentire, ben al di la' di quel che le norme costituzionali (per ora) contengono. * Riassumiamo. L'indole costituzionale che la riforma solletica, lusinga, blandisce e' questa: servilita', insicurezza e aggressivita', spirito cortigiano, antipolitica e qualunquismo, provincialismo ripiegato su se stesso. Occorrerebbero troppe parole, ma sarebbero del tutto superflue, per mostrare come questi spiriti, politicamente molto ben definiti, siano agli antipodi rispetto a quelli su cui si fonda la Costituzione che viene dall'Assemblea costituente del 1946-1947. Ma riprendiamo la domanda iniziale: siamo disposti a riconoscerci in questa nuova, o forse antica indole che vogliono attribuirci? Il referendum ci interpella su questo, dunque su noi stessi, molto prima che sui contenuti giuridici. Posta cosi' la questione, si puo' sperare che in molti si avverta la necessita' di una reazione a una proposta che e' un tentativo di seduzione dei lati peggiori del nostro carattere e di oltraggio ai suoi lati migliori. I cittadini hanno il diritto di esprimersi su questa domanda e la nostra classe politica ha il dovere di non alterare la loro risposta. Da piu' parti si insiste invece sul fatto che, quale che sia il risultato del referendum, le due parti dovranno subito dopo trovare l'accordo "per una riforma condivisa", per esempio in una Assemblea o una Convenzione costituenti. Il si' e il no conterrebbero entrambi una clausola sottintesa: poi ci si mettera' d'accordo. Ma su che cosa? Questo e' un parlare ambiguo. Su quale terreno ci si vorra' muovere? in base a quale spirito? Una cosa e' lavorare per la Costituzione che abbiamo; una cosa opposta e' lavorare per la Costituzione che non vogliamo avere. Si tratta di promuovere due spiriti pubblici, due indoli costituzionali del tutto incompatibili. La condivisione, in questa situazione, nasconderebbe inganni. Anche i tentativi di puro miglioramento tecnico cadono davanti a questa alternativa.
scusi, ma non mi è piaciuto il modo in cui Lei ha condotto Primapagina. Giustamente ha letto i giornali di ogni posizione, ma con atteggiamento indifferente, e l’indifferenza non è un servizio di informazione.
Peggio che indifferenza è stato il suo atteggiamento oggi, quando ha commentato ridendo divertito l’articolo di Feltri, un articolo soltanto canagliesco, intessuto di falsità e offese non tanto alle persone quanto alla onestà della parola che corre tra i cittadini: falsificare talmente le parole è un crimine contro la convivenza civile, non punito dal codice ma sofferto dagli animi onesti, cercatori di verità reciproca e di comprensione costruttiva; falsificare le parole è come avvelenare i pozzi, e di ciò è molto sbagliato ridere, come Lei ha fatto, invece di esprimere indignazione.
Il messaggio di Emergency al ministro della Difesa italiano in visita all’ospedale di Emergency a Kabul
Mentre in Italia imperversa il dibattito sull’opportunità o meno di proseguire o addirittura di potenziare la partecipazione militare italiana alla missione Nato in Afghanistan – una missione sempre meno ‘di pace’, e sempre più ‘di guerra’ – Arturo Parisi, in visita a Kabul, si è recato al locale ospedale di Emergency.
Scritto per noi
da
Marco Garatti*
Si stava parlando con Gino dell’opportunità o meno di avere un’altra sala operatoria nel nostro ospedale – le nostre due ormai sono sempre piene da mattino a sera – quando abbiamo ricevuto, del tutto inattesa, la notizia della visita del ministro della Difesa italiano, Arturo Parisi .
L’ospedale era come al solito in piena attività. E’ venerdì, teoricamente quindi giorno di festa. Ma ormai abbiamo capito, da tempo, che anzi di venerdì si lavora anche di più perché gli altri ospedali, che lo si creda o no, “chiudono”.
Ha sorpreso tutti noi, piacevolmente sorpreso questo rinnovato interesse delle autorità italiane verso la nostra attività. Erano anni ormai che, come si suole dire, dalle nostre parti non passava più nessuno. Come se non avessimo continuato, in tutti questi anni, a curare con dignità e professionalità tutti i feriti di questo enorme e perenne campo di battaglia che si chiama Afghanistan. Come se la nostra attività avesse improvvisamente cessato di essere quella che è perché si può essere “di destra” o “di sinistra” nel curare i malati. Come se in questi anni si fosse voluto ignorare che l’Afghanistan rimane un paese dove si muore come prima, più di prima, colpiti da un proiettile o saltando su una mina.
Ci ha fatto quindi grande piacere questa visita, non tanto per il rinnovato riconoscimento, di cui poco ci importa. Quanto per l’opportunità che ci è stata data.
L’opportunità di far vedere che ancora qui in Afghanistan non si è usciti dall’emergenza, nonostante l’impegno ed i denari spesi dalla comunità internazionale.
L’opportunità di far capire che è possibile essere presenti nel paese, anche nelle aeree considerate le più pericolose, essendo disarmati mentre tutti gli altri, quando ci sono, hanno blindati e sono armati fino ai denti. Perché non serve avere armi se la gente sa che si è lì per cercare di aiutarla.
L’opportunità di far capire che questo paese ha bisogno, un disperato bisogno di servizi che funzionino, e che a farli funzionare sono l’impegno e la trasparenza, non i cannoni che ci stanno dietro.
Questo è stato il messaggio che abbiamo cercato di trasmettere al ministro della Difesa.
Dopo la sua visita abbiamo ripreso la nostra routine che è quella di curare i feriti che continuano ad arrivare al nostro pronto soccorso. Feriti che noi continuiamo a curare tutti, e tutti allo stesso modo: talebani e non, amici e nemici, pashtun o tagichi. E questo, permettetemi di dirlo, è una cosa che ci rende tremendamente orgogliosi.
----- Original Message -----
From: "Riccardo Troisi" <riccardotroisi@...>
To: <coordinamento@...>
Sent: Saturday, June 24, 2006 12:24 AM
Subject: [ReteDisarmo] I: info su conferenza ONU armi leggere
>
>
> -----Messaggio originale-----
> Da: francesco.martone@... [mailto:francesco.martone@...]
> Inviato: venerdì 23 giugno 2006 8.19
> Cc: alex.zanotelli@...; azione@...; gianni_alioti@...;
> lisa.clark@...; riccardotroisi@...; segreteria@...
> Oggetto: info su conferenza ONU armi leggere
>
> POLITICS:
> U.S. Gun Lobby Blasts U.N. Arms Meet
> Thalif Deen
>
> UNITED NATIONS, Jun 21 (IPS) - The National Rifle Association (NRA), the
> most powerful pro-gun lobby in the United States, is leading a campaign to
> literally flood the Sri Lanka Mission to the United Nations with letters
> and postcards protesting an upcoming conference on small arms.
>
> Ambassador Prasad Kariyawasam of Sri Lanka, president-designate of the
> two-week long conference beginning Monday, told IPS that the NRA campaign
> is totally misguided because the meeting is "not aimed at banning small
> arms or controlling weapons that are legally manufactured, purchased or
> traded in conformity with national laws".
>
> At last count, his Mission had received over 100,000 letters, post cards
> and email messages -- most of them arriving at the staggering rate of
about
> 4,000 per day -- all of them with an identical anti-U.N. message in what
> appears to be a rigidly coordinated letter-writing and hate-mail campaign
> for which the NRA is notorious in this country.
>
> "As chairman of the upcoming gun-ban conference, you should know Americans
> like me have over 230 years of experience defeating the anti-freedom aims
> of petty tyrants and powerful dictators alike," reads one letter. "I am
> here to notify you that you will never delete or control our right to bear
> arms."
>
> The conference, scheduled to take place Jun. 26 through Jul. 7, is
mandated
> to review the successes and failures of a Programme of Action adopted five
> years ago, primarily to curb the proliferation of "illicit" small arms and
> light weapons, and strengthen international efforts towards that ultimate
> goal.
>
> "The review conference is not about banning small arms or prohibiting
> people from owning legal weapons," says the United Nations, in a press
> release titled "Setting the Record Straight".
>
> "Each sovereign state determines its own laws and regulations for the
> manufacture, sale and possession of firearms by its citizens. The United
> Nations has no jurisdiction over such matters," the statement adds.
>
> Since the conference overlaps the U.S. day of independence, one letter
> writer says: "The 4th of July is America's most revered national holiday.
> Yet, you have nevertheless chosen that day to meet at the U.N., on
American
> soil, in your drive to ban civilian firearm ownership worldwide. And the
> American people will never let you take away the rights our 4th of July
> holiday represents. Our freedoms are not to blame for the world's
problems,
> and this is a battle you can never win."
>
> One letter refers to the huge sculpture outside the U.N. Secretariat which
> symbolises peace and disarmament. The letter writer, however, puts a curse
> on the Sri Lankan envoy: "The abominable sculpture of the knotted pistol
in
> front of your building will fall on your own head."
>
> But Kariyawasam remains unruffled as he meticulously keeps a daily count
of
> the letters pouring in from oversized mail bags every morning -- and will
> perhaps keep arriving through Jul. 7.
>
> The gathering is billed as one of the largest -- with the participation of
> some 2,000 representatives from U.N. member states, international
> organisations and civil society groups -- to meet at the U.N. General
> Assembly Hall to discuss the political, economic and military impact of
> some 600 million small arms currently in circulation worldwide, both in
> open and black markets.
>
> Dr. Natalie J. Goldring, a visiting professor in the Security Studies
> Programme in the Edmund A. Walsh School of Foreign Service at Georgetown
> University, says the NRA has obviously called on its members to fire a
shot
> heard round the world on the 4th of July.
>
> "It claims that U.N. members will be meeting to finalise a U.N. treaty
that
> would strip all citizens of all nations of their rights to
> self-protection," Goldring told IPS. But this, she points out, is far off
> the mark.
>
> In addition to misrepresenting the proposed principles of an arms trade
> treaty, she added, the NRA greatly exaggerates the likelihood that such a
> treaty is even going to be discussed during the conference. "And the truth
> is that the United Nations won't even be open on the 4th of July."
>
> Goldring said a proposed global arms trade treaty would simply help set
> minimum standards for the global arms trade, and could increase attention
> to the international human rights and humanitarian implications of this
> trade.
>
> "Given the NRA's hyperbole, it is especially ironic that virtually all of
> the possible principles and measures that the NRA seems so worried about
> are already part of U.S. law," she added.
>
> The United Nations argues that small arms -- including assault rifles,
> grenade launchers, anti-personnel landmines, sub-machine guns and pistols
> -- are primarily responsible for much of the death and destruction in
> conflicts throughout the world.
>
> They are the "real weapons of mass destruction" -- not nuclear, biological
> and chemical weapons. In 2005, small arms alone were responsible for the
> deaths of over half a million people -- 10,000 per week.
>
> The conference will not re-negotiate the Programme of Action, adopted
> unanimously by the 191 member states in July 2001, but will take a closer
> look at the progress made in implementing it, he said.
>
> But the real conflict at the meeting will be a rousing battle between
civil
> society groups and U.N. member states who are major producers of small
> arms, including the United States, Russia, China, and even countries such
> as Egypt and India.
>
> Goldring said that anyone who looks seriously at the arms trade
understands
> that international standards are key to reducing the killing.
>
> "Without global action, evidence suggests that small arms and light
weapons
> are likely to flow to the countries that provide the fewest barriers to
> their transfer," she noted.
>
> The Programme of Action (POA) approved five years ago was a good first
> step, Goldring said. "Unfortunately, implementation has been uneven at
> best, and many parts of the plan need strengthening. It will be important
> for U.N. members to make clear their commitment to fully implement the
> POA," she added.
>
> The NRA is up to its old tricks of exaggeration, creating fear, and
> harassing U.N. officials, Goldring said. "Fortunately, Ambassador
> Kariyawasam is a seasoned professional. He's not going to be influenced by
> a transparent postcard campaign."
>
> The POA consists of a wide range of political undertakings and concrete
> actions -- including developing, adopting or strengthening national laws
> for effective control over production of small arms and fostering
> international cooperation and assistance to strengthen the ability of
> states to identify and trace illicit arms -- which member states have
> agreed to implement.
>
> "The conference will not re-negotiate the POA," Kariyawasam told IPS. "But
> will look at the progress made in its implementation."
>
> Despite the availability of over 600 million small arms, there is no
> international treaty to control the reckless proliferation of these light
> weapons worldwide. "Dinosaur bones and old postage stamps", yes, but a
> treaty on small arms, no, says Sarah Margon, director of Oxfam.
>
> "No one but a criminal would knowingly sell a gun to a murderer, yet
> governments can sell weapons to regimes with a history of human rights
> violations or to countries where weapons will go to war criminals," she
> points out.
>
> But the proposal for an international treaty is a non-starter because most
> of the arms manufacturing countries are strongly opposed to any curbs on
> the production or sale of small arms. There is both big-time politics and
> equally big money riding on it.
>
> Meanwhile, the United States is also vocal in its opposition to a proposal
> by non-governmental organisations (NGOs) and peace activists to place
> restrictions on the transfer of weapons to rebel groups.
>
> The United States wants to sustain its right to arm rebel groups -- be
they
> in Somalia, Afghanistan, Iraq, Iran, Sudan or the Democratic Republic of
> Congo -- particularly as part of its so-called global war on terrorism.
>
> Last week, the United States found itself arming the wrong rebel groups in
> Somalia when an Islamist group triumphed over a group of warlords
described
> as Washington's proxies in the war on terror. (END/2006)
>
>
>
>
> -----------------------------------------------
> Rete Italiana per il disarmo http://www.disarmo.org
> Mailing list coordinamento@...
>
> Per cancellarsi dalla lista:
> mailto:coordinamento-request@...?subject=unsubscribe
>
> In caso di problemi scrivere a admin@...
Propongo queste riflessioni sulla prossima difficoltà politica, interessato ad ogni osservazione di chi legge.
Grazie.
Enrico Peyretti
Governo di centro-sinistra e rifinanziamento delle missioni militari
Il rifinanziamento delle missioni militari, in scadenza il prossimo 30 giugno (come l’Ici…) è un bel problema per il governo di centro-sinistra.
Provo a proporre qualche semplice riflessione personale.
1. La questione pace-guerra, cioè il ripudio dello strumento bellico per risolvere le controversie internazionali (art. 11 Costituzione), qualifica in modo essenziale la qualità umana di una politica, più ancora dell’economia.
2. La nostra presenza militare in Afghanistan è diversa dalla presenza in Iraq? Non conta tanto il mandato dell’Onu, preventivo o successivo, ma la natura dell’azione militare: è azione di polizia o di guerra? La prima è lecita, nel quadro e nelle forme della Carta dell’Onu, la seconda è illecita, per lo stesso diritto internazionale delle Nazioni Unite e per la Costituzione italiana. La differenza tra polizia internazionale e guerra è di sostanza, non di parole. All’azione di polizia è legittimata solo la comunità internazionale, nell’interesse planetario di pace, non singole potenze attive per i loro interessi. Non è azione di polizia ma di guerra l’occupazione e l’uso di armi pesanti che colpiscono anche civili innocenti. L’Onu può autorizzare solo azioni di polizia, mai azioni di guerra, che contraddicono la ratio essenziale della sua istituzione ed esistenza. È dovere degli stati fare che l’Onu possa organizzare tali azioni di polizia, sotto comando veramente internazionale. L’Italia non può lecitamente collaborare ad azioni di guerra. Chi giudica fondatamente tali le nostre missioni militari in Iraq come in Afghanistan non può approvarne il rinnovo e la continuazione.
3. Le componenti di sinistra del governo dell’Unione devono rifiutare compromessi su tale questione fino a provocare una crisi di governo? No. Se il rischio fosse riconsegnare il paese agli avversari non solo della pace, ma (come dimostra l’aggressione della destra alla Costituzione) dello stesso vincolo costituzionale allo stato di diritto e alla democrazia pacifica, allora il principio della tutela massima del bene maggiore imporrebbe un’altra scelta: criticare con forti ragioni le altre forze di maggioranza che volessero proseguire in quelle missioni, eventualmente dare al governo il solo appoggio esterno per garantirne l’esistenza astenendosi dal voto sul rifinanziamento delle missioni militari. Il governo non deve porre la fiducia su questo rifinanziamento.
4. Non è in questione la lealtà verso gli alleati europei e gli Stati Uniti. Negli Usa cresce la condanna popolare della guerra. La quale si dimostra platealmente non solo una risposta sbagliata e inefficace al terrorismo, ma un’azione che lo favorisce, ne è complice, è crimine pari e contrario.
5. Il terrorismo si combatte togliendo motivi di rabbia, offesa, disperazione storica, dando ai popoli prospettive di vita e dignità con la giustizia economica internazionale, con laglobalizzazione dei diritti umani delle persone e dei popoli, con il rispetto di tutte le culture e religioni e col favorire comprensione e dialogo tra di esse, con l’attiva riduzione delle minacce nucleari e ambientali, con una ricca comunicazione umana e civile tra i popoli, con un ampio aiuto economico e civile ai popoli martoriati dalle guerre di origine interna o esterna, affinché possano riprendere fiducia ed energie per organizzarsi politicamente e giuridicamente secondo le proprie libere tradizioni.
6. Missioni civili consistenti, preparate, generose e fiduciose, infinitamente meno costose di quelle militari in termini sia economici che umani, sono il contributo che la comunità internazionale e l’Italia hanno da offrire ai popoli offesi, invece delle missioni militari, che portano, se non sempre il fatto, certamente sempre l’immagine offensiva del dominio, della guerra, dello sfruttamento.
ai doversi poteri, per evitare ogni sopraffazione.
NOalguastodellaCostituzione !
Questa riforma è da respingere col NO, perché…
1) … i cittadini delle diverse regioni diventano diseguali nel diritto alla sanità, all’istruzione, ai servizi
2) … il Premier (capo del governo) acquista un potere pericoloso, diventa più forte del Parlamento che rappresenta i cittadini e scioglie il Parlamento se gli toglie la fiducia
3) … la formazione delle leggi diventa complicata molto più di ora, tra Camera dei deputati e Senato delle regioni, causa conflitti di competenza e fa aumentare i decreti del governo
4) … la Corte Costituzionale – incaricata dicontrollare che le leggi rispettino la Costituzione – viene indebolita perché più influenzata dai partiti nella nomina dei giudici
VotiamoNO
alguastodellaCostituzione !
Gli aggiornamenti necessari della Costituzione
- si devono fare con largo accordo tra tutte le parti che rappresentano tutti
- si devono fare con saggezza storica
- e non con improvvisazioni interessate
- perché la Costituzione è la legge fondamentale e permanente
- è il frutto delle sofferenze e delle conquiste del popolo nella storia
- è la legge di tutti che dura nel tempo
- non è una legge ordinaria
- non è per realizzare i programmi della maggioranza che al momento governa
Ti ripeto che non ho mai detto che i Mojahedin, e quindi Maryam, siano un movimento nonviolento, quindi non posso, né devo, né voglio smentire niente. Ho detto, e ripeto, fino alla nausea, che per tutta una serie di circostanze questo sarebbe il momento propizio per andare a proporre il passaggio alla resistenza nonviolenta. A qualcuno interessa?
Sì, adesso che l'assessorato è finito, spero di riacquistare un po' di qualità della vita. Potremmo vederci, magari anche qui da me (Poggibonsi, vedi link) insieme a Roberto.
Subject: R: Risposta a Tonino Drago su Mojahedin e resistenza iraniana
Caro Pietro,
sono contento di aver riscoperto un amico di Roberto nella bella occasione dell'incontro a Massafra. Da come ne parli, dimostri che quei giorni ti hanno indicato cose importanti; così come è stato anche per me, che ero incaricato di parlare. Mi farebbe ancor più piacere ricontrarci.
Ma non tanto per discutere del lunghissimo messaggio che mi hai indirizzato. Ti avevo scritto:
Invece passa a dare testimonianze precise della nonviolenza della Marjam, se ne hai, tali che smentiscano il potente esercito che i servizi giornalistici italiani hanno mostrato.
Io dicevo nonviolenza, non equilibrio politico o qualcosa del genere. Le foto dei loro carri armati le ho viste io in foto di un settimanale a larga diffusione.
Mentre invece in Irak, la nonviolenza riesce a presentarsi anche sotto le bombe (vedi messaggio successivo).
Subject: [ccpnews] FUN AND SOUND. AL RITMO DELLA PACE!
Sabato 24 giugno alle 20.30
a Padova
in via del Commissario, 42
“Fun and sound. Al ritmo della pace!”
Musica
(con i NeverSin hard rock band; e i RossoCedro popmelody)
&
Informazione
(Ospite d’eccezione il prof. Angelo Baracca)
Di armi nucleari se ne fa un gran parlare, soprattutto dopo le ultime minacce da parte dell’Iran. Ma, proclami a parte, è davvero possibile che in futuro si possa fare ricorso alla bomba atomica? Angelo Baracca, illustre docente di Fisica all’Università di Firenze, interverrà sull’argomento in occasione del concerto-testimonianza “Fun and sound. Al ritmo della pace!” che si terrà sabato 24 giugno alle 20.30 presso la scuola Missionaria, via del Commissario 42 – Padova. Alla manifestazione, organizzata dal Gavci (Gruppo autonomo di volontariato civile in Italia), prenderanno parte anche i gruppi musicali “Rosso Cedro” e “Neversin”.
Per informazioni 3207796146
Sempre a riguardo del nucleare vi segnaliamo il sito: www.vialebombe.org
G.A.V.C.I. c/o Villaggio del Fanciullo Via Scipione Dal Ferro 4 40138 BOLOGNA tel/fax 051.341122
Chernobyl sembra ormai un ricordo sbiadito. Ma ancora oggi, a venti anni dall’incidente, i rigidi posti di blocco che vietano l’ingresso alle zone altamente radioattive sono la testimonianza di un’emergenza mai finita. Al di là di una sbarra sorvegliata dai militari, che delimita la zona più radioattiva della Bielorussia, sono rimasti diversi villaggi fantasma che furono evacuati all’epoca del disastro. Ma il paese di Dubovi Log, è ancora incredibilmente abitato da 200 persone.
Seguirà un commento e un dibattito a cura dei promotori:
Io donna ( corriere della sera 17 giugno )- Maryam Rajavi è una donna gentile e raffinata. Dai suoi grandi occhi blu, traspare la forza tranquilla della speranza, un sogno di libertà e democrazia che consola il dolore e i lutti che ha patito per tutta la sua vita, All'università di Teheran, facoltà d'ingegneria, partecipò alle proteste contro lo scià. Ma la fine di quel regime segnò l'inizio della rivoluzione dei mullah, il paese aggredito dall'Iraq di Saddam Hussein, allora sostenuto dall'Occidente, precipitò nell'isolamento e nel fondamentalismo religioso. E Maryam continuò a battersi, a partecipare alle marce di protesta, fino a quando non fu costretta a lasciare il paese, negli anni Ottanta, per rifugiarsi a Parigi.
Tutti e due i regimi hanno inferto ferite profonde alla sua famiglia. Una sorella, Narges, uccisa dalla polizia dello scià, un'altra, Massoumeh, dai guardiani della rivoluzione di Khomeini, mentre era incinta di otto mesi.
Il regime uccide anche suo cognato. Se un giorno, l’Iran si aprirà alla democrazia, Maryam Rajavi, 54 anni, è candidata a guidare il periodo di transizione. Partiti e movimenti dell’opposizione in esilio, l’hanno eletta 14 anni fa presidente dell' CNRI, il consiglio nazionale della Resistenza.
Chi è davvero Amahdinejad? Un fanatico fondamentalista, o un politico con una strategia? ” Amahdinejad è il primo esponente del regime iraniano e ne rappresenta la continuità strategica. E’ anche un terrorista, coinvolto nell’esecuzione di almeno un migliaio di oppositori, è uno dei comandanti delle guardiani della rivoluzione ed è uno degli ispiratori della politica nucleare”.
Fino a che punto si spingerà il regime? ”La strategia del regime consiste nell’esportazione del fondamentalismo islamico e del terrorismo, nella presunzione di essere riferimento di 1,5 miliardi di musulmani nel mondo, anche se non sa rispondere ai bisogni degli iraniani. E’ una strategia di sopravvivenza, perché non resisterebbe alla minima apertura. Favorendo l’elezione di Amahdinejad alla presidenza, la guida suprema religiosa Khamenei ha dichiarato guerra alla comunità internazionale. E’ una strategia di corto respiro, direi suicida.”
Perché? “La sola alternativa sarebbe mettere fine alla repressione degli iraniani, farla finita con le interferenze in altri Paesi e condividere le regole internazionali, ma in questo modo il regime crollerebbe”.
E’ però innegabile un certo sostegno popolare ad Amahrinejad. In fondo, ha sconfitto il candidato degli imam, Rafsanjavi. ”Le elezioni non sono state libere e democratiche. La selezione è stata imposta da Khamenei, per controllare le differenti fazioni all’interno stesso del potere. E Amahdinejad è esecutore leale del potere di Khamenei. Come in passato, il regime cerca di far vedere un supporto popolare, ma è una messinscena.”
In questi giorni, Rafsanjavi ha criticato la politica estera del governo. ”Si tratta di contestazioni di facciata. Il regime è compatto sul programma di nucleare e sulla strategia d’ infiltrazione in Irak. Il regime cerca di prendere tempo, prova ad ammorbidire l’occidente, ma gli obbiettivi sono sempre gli stessi.”
Vi aspettate una posizione netta e ultimativa del Consiglio di Sicurezza? ”Speriamo che il mondo abbia fatto tesoro dell’esperienza. Più si perde tempo in tentativi di conciliazione e più l’Iran si avvicina alla bomba nucleare. Speriamo che Russia e Cina non commettano l’errore fatto in questi tre anni dagli europei. Speriamo in una linea di fermezza, prima che si arrivi alla catastrofe.”
Per fermezza intende sanzioni, embargo o opzione militare? ”Vorrei che si rinunciasse alla politica di conciliazione. Si devono imporre sanzioni progressive : politiche, diplomatiche, e commerciali, sospendendo vendita di armi e tecnologie. Vorremmo il sostegno internazionale ad un popolo che vuole vivere in democrazia. Vorremmo il riconoscimento della resistenza iraniana. Vorremmo che i muhajiddin del popolo siano cancellati dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche in cui sono stati inseriti per compiacere il regime. Vorremmo che i Paesi occidentali la smettessero di pensare a breve termine, secondo i propri interessi. Siamo invece contrari assolutamente ad un intervento di tipo militare.”
Non crede che la guerra in Irak abbiamo accelerato i progetti nucleari di difesa? ”Il regime sviluppa la politica nucleare non da tre, ma da venti anni. Il regime vuole tenere sotto ricatto la comunità internazionale, per sviluppare la propria politica. Un’arma nucleare nelle mani di un regime fanatico e fondamentalista è molto pericolosa, anche perché questo regime controlla un paese con enormi risorse economiche”. Non sempre i movimenti di resistenza in esilio hanno dato prova di credibilità. Pensiamo all’esperienza irakena. ”Quelli che pretendevano di rappresentare l’Irak erano individui singoli, sostenuti da vari servizi segreti. Noi siamo una resistenza organizzata dentro e fuori l’Iran. Per me parlano le sofferenze patite dalla mia famiglia. Ogni membro della resistenza rappresenta i sacrifici della lotta al regime, con decine di miglia di amici o familiari uccisi o torturati”.
Le misure di embargo in passato hanno rafforzato i regimi che le hanno subite. “La situazione iraniana è diversa per il carattere popolare e vasto della resistenza. L’Iran è un Paese ricco, ma l’80% della popolazione vive in povertà. Gli iraniani non beneficiano delle risorse del Paese. La maggioranza degli iraniani è contro una politica nucleare insensata e ingiustificata.”
Come sono state possibile grandi manifestazioni di protesta, ad esempio degli studenti? ”Esistono una vera resistenza e una vera opposizione che il regime non riesce a cancellare. Ci sono migliaia di manifestazioni, ma vengono soppresse con arresti di massa, come è accaduto qualche settimana fa con gli autisti di autobus. Nel primo giorno di sciopero, 2000 autisti sono state arrestati, anche i loro figli e le mogli. Le donne sono le prime vittime del regime misogino.”
In occidente abbiamo visto segnali di apertura, proprio nei confronti delle donne. “Si tratta sempre di immagini ad uso esterno. La realtà è diversa: povertà, corruzione, repressione e restrizione della libertà delle donne. Le donne sono controllate persino a casa loro.”
Qual è il vostro progetto per l’Iran democratico? ” Siamo per la libertà religiosa e per la separazione della religione dallo Stato. Siamo per l’uguaglianza tra uomini e donne. Vogliamo che le donne abbiano un ruolo attivo nella democrazia, nell’economia e nella politica del paese. Quello che noi proponiamo è l’antitesi del regime dei mollah : libertà di espressione, di religione, di pensiero. Il popolo iraniano ha sempre combattuto contro tutte le dittature. L’occidente e gli americani si sono sempre resi conto in ritardo dei loro errori strategici, ma li hanno sempre ripetuti. Oggi il regime è vicino alla bomba atomica e lancia campagne di reclutamento di kamikaze, per esportare il terrorismo. Vi hanno aderito almeno 40 mila persone. I primi vengono utilizzati in Irak contro le truppe americane e per fomentare la guerra civile. Il momento di fermare tutto questo è arrivato.”
Massimo Nava
Associazione delle Donne Democratiche Iraniane in Italia
Via delle Egadi,15-00141-RomaFax:06.87185026 E-Mail:donneiran@...
-----Messaggio
originale----- Da: International Fellowship of
Reconciliation [mailto:mailing@...] Inviato: lunedì 19 giugno 2006
15.45 A: undisclosed-recipients: Oggetto: Cross the Lines # 28 /
English
This is “Cross the Lines”, number 28
May/August 2006, the newsletter of the Women Peacemakers Program.
Contents
*
WPP Decentralizing: Empowering Women for Peace
*
Exploring Nonviolent Living
*
Resources
*
Calendar
WPP Decentralizing: Empowering Women for Peace
Women
Peacemakers Program (WPP) staff traveled throughout Africa
and Asia
earlier this year to consult with activists about WPP regional desks. Below are
a few highlights from the visits. The number of women struggling for peace in
these two regions, the creativity and commitment they bring to the work for
security and development, and the ways women are transforming their communities
was deeply impressive.
The
WPP is committed to supporting women’s empowerment through active
nonviolence. The WPP regional desks, which will begin their work next year,
will conduct an annual training of trainers and provide seed money for
gender-sensitive nonviolence trainings. They will also serve as resource
centers on gender and nonviolence, and translate training materials into
national and local languages—and produce such training materials
themselves when needed.
In
Africa WPP Regional Development Officer Dorothy Attema and WPP Program Manager
Isabelle Geuskens first visited Jamii Ya Kupatanisha (JYAK), a branch of the
International Fellowship of Reconciliation in Uganda.
JYAK conducts many nonviolence trainings and works in particular in Uganda’s
Northern Gulu
area, where a vicious guerilla war has destroyed thousands of lives. JYAK also
operates a vocational center that teaches peace skills to ex-combatants. In
Zambia WPP met with the Youth Forum for Peace and Justice, which organizes
peace clubs where youth can learn about nonviolence and gender equality. Unable
to meet in Zimbabwe
itself, the WPP also talked with Zimbabwean activists about the worsening
situation there for women.
The
West Africa Network for Peacebuilding (WANEP), based in Ghana,
links peacebuilders in over 12 countries. Its Women in Peacebuilding Program
(WIPNET) supports many innovative projects, including a training for trainers
in the Niger Delta, a Rural Women’s Peace Initiative; and women’s
community radio for peace in Gambia,
Senegal
and Guinea Bissau, as well as a new program in peace leadership for young
girls.
The
team then traveled to Kenya
in order to learn more about the work of Family Mediation and Conciliation
(FAMEC). FAMEC is a small women’s group which has a big impact through
its trainings for rural women and the urban poor. Leah, 25, explained how her
life changed after a FAMEC training.
Leah’s
Story: “I Defied Customs”
“My
father was a senior chief. It was very important that we uphold Maasai culture
to the letter including rites of passage such as female genital mutilation
(FGM). Later my mother converted to Christianity and did not allow any of her
daughters to go through FGM.
“This
marked the beginning of my tribulations. In primary school, I became the most
talked and mocked about girl because I had defied customs. No one would play
with me. Everyone in my class made fun of me and taunted me that I will never
get married nor become a mother. I did not understand why my mother would not
allow me to become like all the other girls. I was under so much pressure from
my peers that I began to believe that my mother hated me.
“My
relief began when I joined a boarding school where I met girls from diverse
communities. After completing high school, my community began recognizing me
and the fact that I had successfully completed secondary education, unlike my
peers who had dropped out of school due to early pregnancies and marriages.
However, one fear still lay inside me: I will never marry a Maasai man.
“But
I married a Maasai man who has been very supportive. I gained boldness to speak
about myself after attending women empowerment trainings from FAMEC. I have
learnt to accept myself as an individual and still as part of the Maasai
community even without the cut. I know the dangers of FGM and I am glad that I
did not go through the rite.
“I
openly tell women and girls that I am a Maasai woman who is not circumcised but
married and with children. Whenever I give myself as an example it has had so
much impact that sometimes participants break down into tears. I have seen
changes among the Maasai community. We have also established peer clubs in
school where we educate girls on the effects of FGM and strategize on alternative
rites of passage for girls.
“So
far we have rescued 11 girls from early marriages and others from FGM. There is
peer pressure from age mates of the girls who protest FGM. Some of them perform
poorly in school due to the isolation they feel. Rescuing a girl is hard
because she is disowned by the community. You have to provide for all her needs
if the rescue centers cannot accommodate them. There is only one rescue center
in Kajiado District but it has no more space.”
Keeping
the Spirit Alive
The
same sense of transformation was seen during the WPP visits in Asia.
In the Philippines
the IFOR group AKKAPKA works with urban poor communities in Manila
and inside prisons to reduce violence. AKKAPKA trainings helped pave the way
for the 1986 People’s Power revolution and members are determined to
mainstream nonviolence in today’s Philippines—just as women within
the group are determined to mainstream gender within AKKAPKA. Christian
spiritual values inform AKKAPKA’s training. Trainers are successfully adapting
AKKAPKA training materials to work with Muslim women in other parts of the Philippines.
Spiritual
values—in this case Buddhist ones—also sustain the work of the
International Women’s Partnership for Peace and Justice (IWP), which runs
a nonviolence training center near the Thai city of Chiang Mai. IWP trainers
recognize the importance of interfaith issues, especially in their work with
the Burmese struggle for democracy. The military dictatorship inside Burma
provokes tensions between the country’s Christian, Buddhist and Muslim
communities in order to divide the democratic movement. IWP also organizes
regional nonviolence trainings for women activists from Thailand,
Cambodia,
Ladakh and Sri Lanka.
Political violence and a
ten-year long guerilla war have resulted in great suffering for women in Nepal—and
an equally great determination for peace, the WPP team learned. Women in
BIKALPA help educate youth and children for peace. New women’s peace
groups like the Indigenous Women Peace Network are utilizing tradition to
mobilize more people to reflect on the need for peace. In April, the Network
invited the public to participate in the ritual Offering of One Hundred
Thousand Candle Lights in order to “respect those who have sacrificed
their lives, to help people to come out from the house during curfew, and to
invite people to join People’s Mass Demonstration, called for by the
seven political parties alliance. It was amazing to see thousands of people on
the street for this,” said an organizer.
In southern India
the team visited a few of the projects of the CulturalAcademy
for Peace (CAP). CAP is having a positive impact on the lives of many women
through its shelter for battered women (called Sakhi, or Friend), its
income-generation projects for both rural and urban slum women, and its work in
the area of sexual health, including HIV/AIDS prevention and intervention. CAP
runs extensive trainings in mediation and conflict management skills for
educationalists, police, local leaders, students and for women and men from all
walks of life.
The visits to WPP partners
was inspiring and provided just a sampling of the many ways women are
struggling for peace. The WPP regional desks look forward to supporting and
strengthening these efforts.
Exploring Nonviolent Living
What training manuals or courses do you find useful? We welcome short
reviews on training manuals or materials that you find helpful in conducting
gender and/or nonviolence trainings. The following review looks at a very
worthwhile new training manual.
In a recent essay on
globalizing nonviolence (see www.globalisingnonviolence.org), analyst Brian
Martin writes about the need—and the pitfalls—of institutionalizing
nonviolence.
One key way to spread the
idea and practice of nonviolence is through training. Practitioners have a
useful new tool in the form of the manual Engage:
Exploring Nonviolent Living (300 pages, 2005, USD 22) recently
published by the Pace e Bene Nonviolence Service.
Pace e Bene also has a
five-year campaign to Mainstream Nonviolence. In addition to publishing the
manual, the campaign works to increase the visibility of nonviolent
alternatives and to launch a Nonviolent Options Project, which will develop
Nonviolent US public policy strategies.
The campaign intends to
double the amount of nonviolence trainings it conducts, based on the new Engage 12-part study program. They offer
one or two-day long trainings, and a ten-month long training of trainers
program. Their excellent on-line nonviolence resource center offers support and
suggestions for follow-up after the training (see www.paceebene.org.
Engage: Exploring Nonviolent Living is a revised and
expanded version of Pace e Bene’s earlier training manual From Violence to Wholeness. As with the
earlier manual, the program aims to support participants in exploring the
values around nonviolence and deepening their understanding of nonviolent
principles and practice through small group discussions, role-plays, and
individual reflection. The manual is an excellent and well-organized
resource, with each chapter full of exercises, discussion questions, readings
and contact information for further resources. The last chapter includes
articles on how to organize a group, facilitation guidelines and lists of
relevant organizations books and videos.
The original source materials
included throughout the book are one of its most valuable tools. The readings
include personal confrontations with violence, from sexual to racial to
economic violence, (the first reading is by a Muslim who was trapped in the
World Trade Center on September 11) and important essays (including Bill
Moyer’s “Seven Strategic Assumptions of Successful Social Movements”).
Key original source materials are also included, such as the Universal
Declaration of Human Rights and the Seville Statement by an international group
of scientists challenging the myth that war is an inevitable consequence of
human nature.
This wealth of material is
well-organized and very accessible. While the majority of examples of
nonviolence given are US-based, there is an international perspective and a
good sense of the interlinking of many social issues (the manual has been used
in trainings in a wide range of countries and among participants of different
religions—and of no religious belief). Clear attention is paid to
the violence women and girls face.
Two focuses are prominent
throughout the manual: the need to develop a personal commitment to nonviolence,
both in daily life and to challenge structural violence, and the need for
action. Engage succeeds in
showing the connection between spirituality and nonviolent action. For this
alone, its creators—Laura Slattery, Ken Butigan, Veronica Pelicaric and
Ken Preston-Pile, are to be congratulated on a job well done.
Pace e Bene, 2501
Harrison St.Oakland,
CA94612,
USA.
Tel. +1 510 268 8765. Fax +1 510 268 8799. Email: pbcal@...
Web: www.paceebene.org
New
Resources
Iraqi Women Under Siege, by Marjorie Lasky, is a new 20-page report from the US peace groups CODEPINK and Global Exchange. Widespread
insecurity, destruction of the infrastructure and restricted access to jobs and
education have undermined Iraqi women’s situation. Two main threats to
women’s progress are the US military occupation and the increasing influence of
conservative Islamists: “The constant violence has trapped women and
their children—particularly their daughters—in their homes. Fewer
children brave the streets to attend school. Illiteracy is on the
rise…despite initiatives to bring women in to the workforce, of the
260,000 reconstruction contracts in Iraq, less than 1,000 have gone to women.” Available from www.codepink4peace.org See
also the report Windows of Opportunity: The Pursuit
of Gender Equality in Post-War Iraq at www.womenforwomen.org
Blossoms on the Olive Tree:
Israeli and Palestinian Women Working for Peace
by Janet M. Powers (Westport, CN: Praeger, 2006), with a foreword by Betty
Reardon and introduction by Elise Boulding, is a mix of academic research, oral histories, and accounts of
both Israeli and Palestinian women who as political moderates seek an end to
the Israeli occupation. The last chapter calls for bringing women to the
peace table as required by UN Resolution 1325.
New offers from Zed Books include Defending
Our Dreams: Global Feminist Voices for a New Generation (288, pages USD
27.50/GBP 17.95), edited by S. Wilson, A. Sengupta and K. Evans,
with essays on the issues facing young women and the new era of women’s
activism; Checkpoint Watch: Testimonies from
Occupied Palestine by Y. Keshet (192 pages, USD 25/GBP 14.95) with
daily reports of the human rights situation at check points along the
Separation Wall from an Israeli women’s group; and Islamic Masculinities (288 pages, USD
25/GBP 18.85), edited by L. Ouzgane, with 12 essays from across the Muslim
world exploring different aspects of male identities. Zed Books, 7
Cynthia Street, LondonN1 9JF,
UK.
Web: www.zedbooks.co.uk
email: enquiries@...
A report on the December 2005
international consultation "Defending Women, Defending Rights”, in Colombo,
Sri Lanka,
is available on the Center for Women’s Global Leadership website www.cwgl.rutgers.edu.
The consultation is part of a campaign for the recognition and protection of
human rights defenders, particularly women. Women
Testify: A Planning Guide for Popular Tribunals and Hearings, a comprehensive guide to
organizing human rights hearings and tribunals, is also available as the
CWGL’s first online publication. CWGL, DouglassCollege,
Rutgers,
The StateUniversity
of New Jersey,
160 Ryders Lane,
New Brunswick,
NJ08901-8555USA.
Tel. +1 732 932 8782. Fax: +1 732 932 1180. Email: cwgl@... Web:
www.cwgl.rutgers.edu
Women, Quotas and
Politics (304 pages,
GBP65), edited by Drude Dahlerup, is the first world-wide study of the use of
gender quotas in politics. Many different types of gender quotas are examined
to learn under what circumstances gender quotas increase women’s
representation – and why they sometimes fail.
Communications Skills For Women In Politics,
by Lesley Abdela, is a new 127-paged manual (in English, Greek, Hungarian and Bulgarian)from the KETHI Research Centre For Gender Equality.
This practical tool-kit is for trainers to use in workshops for future women
politicians and for training activists campaigning for a rapid increase in
women’s participation in politics, especially in emerging democracies.
Email: kethi@...
Engendering impact
assessments in peace building and conflict, by Judy El Bushra, A. Adrian-Paul and M. Olson (International Alert,
2005) documents a workshop which brought women peace activists together to
discuss how women implement, monitor and evaluate their activities, what
monitoring and evaluation tools are used, and lessons learned. International
Alert, 346 Clapham
Road, LondonSW9 9AP, UK. Web: www.womenbuildingpeace.org
Calendar
June 24-August 20: Palestine
Summer Encounter: volunteer with Palestinian nongovernmental organizations and
learn Arabic. Middle East
Fellowship. Email: travel@... Web: www.middleeastfellowship.org
or Holy Land Trust, email; encounter@...
Web: www.holylandtrust.org
July 24-August 2: workshop
Women Allies for Social Change: Buddhism and Peacebuilding. Also September
7-11: Mindfulness Meditation Retreat for Activists, Thailand.
International Women’s Partnership for Peace and Justice, PO Box 3, Mae
Rim Post Office, Mae Rim, Chiang Mai, Thailand 50180. Email: info@...
Web: www.womenforpeacenadjustice.org
July 30-August 12: Summer
school on Education for Peace, Human Rights, and Justice, University
of Utrecht,
the Netherlands.Email: l.vriens@... or annukka@...
August 23-26: Know How
conference on Weaving the Information Society: a Gender and Multicultural
Perspective, for women’s information services and centers, Mexico.
J. Félix Martínez Barrientos, Torre II de Humanidades, piso 7, Circuito
Interior Ciudad Universitaria, Coyoacán, DF, CP04510Mexico.
Tel. +56 23 00 17 / +56 23 00 20 al 23. Fax +56 23 00 19. Email: felmar@....
Web: www.knowhow-pueg.unam.mx
September 24-26: Women
Leaders Intercultural Forum launch of five-year process to support women
leaders in bridging divides. Columbia
University, New
York, USA.
Web: www.learningpartnership.org
October 8-18: IFOR
quadrennial Council, Tokyo,
Japan.
International Fellowship of Reconciliation, Spoorstraat 38, 1815 BK Alkmaar,
the Netherlands.
Email: office@...
Web: www.ifor.org
October 26-29: International
Conference on War Tax Resistance and Peace Tax Campaigns, Woltersdorf,
Germany
(near Berlin).
Web: www.cpti.ws
November 25-December 10:
annual international 16 Days of Activism Against Gender Violence. This
year’s theme “Advance Human Rights—End Violence Against
Women”. For action kit and more information: Center for Women’s
Global Leadership, Douglass College, Rutgers, The State University of New
Jersey, 160 Ryders Lane, New Brunswick, NJ 08901-8555 USA. Tel. +1 732 932
8782. Fax: +1 732 932 1180. Email: cwgl@... Web: www.cwgl.rutgers.edu
The Women Peacemakers Program is
an initiative of the International Fellowship of Reconciliation (IFOR). For
more information about IFOR’s Women Peacemakers Program, contact
Shelley Anderson, IFOR, email: s.anderson@...), website:
www.ifor.org/WPP or please contact the IFOR International Secretariat.
Vi giro questo messaggio di Pierangelo Monti riguardante anche noi come mir
Paolo Candelari
Alcune associazioni italiane, attente alle sofferenze del popolo ugandese, hanno scritto una lettera aperta alPresidente dell’Uganda YoweriMuseveni, a pochi giorni dall’inizio del suo terzo
mandato presidenziale.
Con la seguente lettera chiedono che il
governo moltiplichi gli sforzi di pace, perchè si ponga finalmente fine alla guerra che da 20 anni affligge le
popolazioni del nord Uganda, con oltre 100.000 vittime, il sequestro da
parte dei ribelli di 30.000 minori e un milione e mezzo di sfollati nei campi
profughi.
Con questo nuovo appello le organizzazioni firmatarie, alle quali
potranno aggiungersene altre, chiedono in particolare che con la pace sia garantito il ritorno dei
profughi nei loro villaggi, dove, per ricominciare a vivere, avranno bisogno di ogni cosa.
Per questo l’appello indirettamente è
rivolto anche alle organizzazioni e all’opinione pubblica internazionale,
perchè non si lascino morire
quelle popolazioni nella miseria.
Onorevole
Presidente Museveni,
Le
scriviamo a nome di un gruppo di associazioni italiane
che hanno a cuore l’Uganda e la sua gente. Da anni seguiamo con apprensione il conflitto che sconvolge il Nord
Uganda.
Chi di noi è
stato in quei territori ha potuto toccare con mano la
gravità della situazione e vedere la tragedia della guerra che da venti anni
colpisce i popoli del nord, in particolare i bambini, costretti a lasciare i
loro villaggi e a vivere miseramente e morire senza dignità nei campi
profughi.
Abbiamo
apprezzato la dichiarazione da Lei resa lo scorso 6 marzo innanzi ai
rappresentanti della Unione Europea e degli Stati
Uniti d’America, con la quale si è impegnato ad assicurare la chiusura
dei campi profughi e il rientro dei profughi nei rispettivi villaggi di
origine.
Era
questo il segnale che tutti si aspettavano da Lei!
Anche
noi, operatori di pace italiani, confidiamo nell’operato concreto del Suo
governo, all’inizio del Suo nuovo mandato presidenziale, per la
realizzazione della pace nel nord del paese e il ristabilimento dei diritti
umani fondamentali.
Per
questo riteniamo sia necessario garantire le condizioni per il ritorno della
gente nelle proprie case: la sicurezza dei civili, la ricostruzione dei
villaggi, delle scuole e delle strutture sanitarie, il sostentamento alimentare
e le sementi per coltivare la terra.
Pertanto riteniamo
prioritario aprire una trattativa con gli ormai pochi ribelli del Lord’s ResistanceArmy rimasti nel territorio, al fine di raggiungere un
accordo di pace certo e duraturo.
Assicurando tutto il nostro sostegno
allo sviluppo dell’Uganda, nella giustizia e nella pace,
auguriamo a Lei e al suo governo un proficuo lavoro a beneficio della Sua
gente.
Distinti
saluti
Associazione Amici di Angal
Associazione “Insieme si può”
Associazione Italiana delle Culture
Associazione per i popoli minacciati
Beati i Costruttori di pace
Caritas Italiana
Centro Missionario Magentino
Centro Studi "G. Donati" – Bologna
CIPSI
CISV e Volontari per lo sviluppo
Commissione Giustizia e Pace della CIMI (Conferenza degli
Istituti Missionari in Italia)
Caro Tonino, scusa se ti chiamo così, ma con questo nome ti ho conosciuto tanti anni fa, quando con Roberto Mancini ed il Gruppo Nonviolento di Siena venimmo a Monte S.Elia (Massafra) per una settimana di lavoro e riflessione nella Comunità Alleati dell'Arca. Ricordo le tue belle lezioni sul digiuno nel giorno del digiuno stesso. Mi auguro che questo retroterra comune faciliti la disponibilità alla comprensione. La situazione iraniana è molto complessa e poco conosciuta. Non ho dubbi sul fatto che un "Iraniano che ha fatto la rivoluzione iraniana" possa essere vittima della propaganda dei mullah pur non essendo minimamente vicino al regime. Ti dirò di più: come Comune di Siena abbiamo dato il premio al giornalista Akbar Ganji, dissidente iraniano ridotto in fin di vita nel carcere di Evin ed oggi finalmente scarcerato. Le persone iraniane che promuovono la conoscenza e la diffusione del "caso Ganji" non vogliono avere niente a che fare con i Mojahedin del popolo iraniano e Ganji stesso, negli incontri avuti in questi giorni a Siena e Firenze, in seguito ad esplicite domande, ha tenuto a differenziarsi. Di più: non ne fa una parola la premio Nobel Shirin Ebadi, e nemmeno l'autrice del best seller "Leggere Lolita a Teheran" Azar Nafisi. Non una parola dai giornali (per Il Manifesto perché sono troppo legati alla CIA, per Il Foglio perché sono nella lista nera delle organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti, per stare a due contatti diretti che ho avuto).
Perché?
Prima di tentare delle risposte dobbiamo raccontare i fatti, come giustamente chiedi.
Mi avvalgo, nel risponderti, della preziosa collaborazione di Iva Monciatti dell'associazione di donne di Siena IRIDE, fonte inesauribile di importante documentazione.
Nei 27 anni di dittatura religiosa e di repressione in Iran, tutti i movimenti di opposizione sono stati messi a dura prova. La maggior parte non è sopravvissuto. Pochi hanno ancora la voce per farsi sentire, uno (se non l'unico) è il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana che include al suo interno i Mojahedin del Popolo Iraniano, che ha preso duri colpi, sia in Iran che all'estero (anche in Italia, a Roma, quando, il 16 marzo 1993, ne fu ucciso il rappresentante, e proprio in questi giorni a Roma si stanno svolgendo le udienze del processo riaperto un anno fa).
I Mojahedin del Popolo Iraniano hanno la loro base militare in Iraq, 150 chilometri da Baghdad, verso la frontiera iraniana. Fin dal tempo dello Scià i Mojahedin avevano le loro basi nel Kurdistan, una terra, i cui veri confini non sono mai stati riconosciuti politicamente, che è smembrata tra quattro nazioni. Al tempo della guerra Iran-Iraq i Mojahedin chiesero ed ottennero da Saddam Hussein una porzione di territorio e l'assoluta non-ingerenza reciproca, qualunque cosa fosse accaduto. In tal modo si mantennero coerenti con la loro indipendenza, proposero inoltre un accordo di pace tra i due paesi, forti della loro convinzione che il nemico dell'Iran non era l'Iraq o Saddam Hussein, ma Khomeini e la sua nomenclatura. Il regime iraniano li accusò di tradimento nazionale, di essersi prestati al servizio di Saddam Hussein nella repressione dei kurdi, e di aver prestato nascondiglio alle armi chimiche di Saddam. Accuse sempre decisamente rifiutate dai Mojahedin stessi, che non hanno mai trovato alcun fondamento, ma che vengono puntualmente riproposte da una certa stampa poco attenta e spesso poco indipendente.
La loro base, Ashraf, è stata più volte nel mirino delle bombe e dei missili dell'esercito iraniano anche dopo il cessate-il-fuoco con l'Iraq (1988), atti di guerra portati dall'Iran in territorio iracheno. E' del 28 maggio scorso l'esplosione di una bomba che ha provocato la morte di 11 operai edili e il ferimento di altri 16 che viaggiavano a bordo di un autobus diretto verso la base di Ashraf.
Nel marzo 1991, quando l'Iraq era nel caos della prima guerra del Golfo, i pasdaran iraniani approfittarono della debolezza strategica irachena e sferrarono un attacco con il doppio obiettivo di sterminare i Mojahedin e raggiungere Baghdad per instaurarvi una Repubblica Islamica. Furono i Mojahedin a respingerli. I Mojahedin hanno rappresentato in quell'area, allora come adesso, un bastione, anche fisico, contro la diffusione dell'integralismo islamico.
Nel 1991 i combattenti iraniani Mojahedin avevano dichiarato la loro assoluta neutralità alla guerra, non appoggiando né Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait, né la coalizione internazionale. Nonostante la dichiarazione di neutralità, vennero bombardati dagli americani e riportarono vittime, morti e feriti. La storia si è ripetuta nel 2003.
A tali attacchi, i Mojahedin non hanno mai risposto con le armi, non hanno mai sparato un solo colpo contro le forze straniere, di qualunque nazionalità fossero, escluso i pasdaran iraniani, ribadendo presso le sedi internazionali sia la propria neutralità sia l'unico loro obiettivo: la dittatura teocratica . Dopo la requisizione delle armi e dei mezzi bellici, una lunga serie di incontri e colloqui con le autorità militari della Forza Multinazionale, e dopo che non meno di sette o otto agenzie americane di sicurezza hanno passato al vaglio, uno per uno, i combattenti Mojahedin di Ashraf e separato coloro che volevano lasciare liberamente la resistenza iraniana, da quelli che rimanevano ad Ashraf, nel luglio 2004 il comando americano della Forza Multinazionale riconobbe i Mojahedin di Ashraf tutelati dall'art. 45 della quarta Convenzione di Ginevra che tutela i rifugiati civili in zone di guerra.
I Mojahedin Iraniani in Iraq oggi vivono reclusi nel campo Ashraf, sotto la tutela delle forze americane, da cui possono uscire soltanto secondo procedure prestabilite, e comunque Ashraf-city, come viene chiamato adesso, è un luogo dove vi si svolgono incontri con la popolazione irachena, feste per le commemorazioni religiose, concerti, ecc. Continuano ad essere nel mirino delle forze filo-iraniane presenti in Iraq, ma lo scorso anno 2.800.000 iracheni hanno sottoscritto un documento in cui viene ribadito che i Mojahedin non hanno mai alzato armi contro la popolazione irachena e che la loro presenza costituisce un importante punto di riferimento culturale contro il diffondersi dell'integralismo spronato da Teheran.
La propaganda della dittatura religiosa, oggi, accusa i Mojahedin di essere filo-americani sia per la tutela di cui godono in Iraq, sia perché all'estero, in Europa come negli USA, i rappresentanti della resistenza iraniana hanno intessuto relazioni con l'obiettivo di informare l'Occidente sulla natura della teocrazia iraniana che si mantiene al potere strumentalizzando l'islam e fomentando il terrorismo internazionale, e informando dell'esistenza di una coalizione di forze democratiche, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, fondato nel 1981, sulla base di un programma e di uno statuto compatibile con i principi del moderno diritto occidentale Questo organismo già nel 1984 aveva espresso la volontà di abbandonare la resistenza, allora armata, se l'ayatollah Khomeini avesse indetto elezioni libere. In questi ultimi anni, la resistenza iraniana, nel complesso delle sue forze, ha denunciato per prima il pericolo della corsa al nucleare perseguito dalla Repubblica Islamica dell'Iran, e, nei suoi contenuti ideologici, si è fatta conoscere come unico possibile baluardo contro la diffusione dell'integralismo islamico.
Fin dai primi contatti ravvicinati con le autorità militari americane, i Mojahedin del Popolo hanno sempre sostenuto che il loro approccio nell'area era sbagliato, che la guerra e la disintegrazione delle strutture sociali irachene avrebbe consegnato il paese nelle mani degli integralisti sciiti iraniani che, già da decenni e in modo intestino, vi ci lavoravano intensamente. Oggi il percorso verso la democrazia in Iraq è nell'impasse totale: la Costituzione votata nell'autunno scorso si ispira fortemente alla Costituzione iraniana impalcata sullo Stato Mondiale Islamico (cioè sul concetto del Velayat-e-faghih, la Supremazia Assoluta del leader religioso, oggi nella fattispecie Khamenei, che ha il diritto di veto su tutto, senza possibilità di appello), negli organismi istituzionali la presenza sciita è sinonimo di integralismo, formazioni paramilitari finanziate dall'Iran scorrazzano nel paese e controllano città e regioni (anche l'ultimo attentato a Nassiria ha questa origine).
In questi ultimi anni l'Iran ha inviato in Iraq armate di mullah, tonnellate di pubblicazioni religiose tendenziose, ha aperto strutture sociali (scuole, ambulatori, ecc.) attraverso i quali passa il messaggio integralista, intrattiene rapporti strettissimi con autorità governative e parlamentari, ha acquistato immobili e proprietà in tutte le città irachene, anche le più piccole, ha rovesciato fiumi di denaro per organizzare formazioni armate, formare i propri politici, aprire giornali ecc..
L'America è in grossa difficoltà in Iraq, e deve rispondere all'opinione pubblica americana, al Congresso e al mondo intero dei risultati dell'intervento militare. Per questo, ed in questo specifico momento storico, potrebbe ipotizzare anche di appoggiare i Mojahedin, per i quali non ha alcuna simpatia né ideologia comune.
Il presidente iraniano Ahmadinejad è l'unico leader del mondo musulmano che riscuote successo, approvazione e fa proselitismo nell'opinione pubblica araba-musulmana, dal Marocco all'Indonesia. E' l'unico che, appellandosi al diritto di dotarsi dell'energia nucleare, mostra virilità contro la grande potenza americana umiliata in Iraq. In seguito suoi interventi contro Israele e per affermare il diritto e la necessità di essere forte (leggi: atomica) esternati nel novembre scorso, formazioni integraliste hanno vinto le elezioni in Iraq a dicembre e in Palestina a gennaio.
A tutela della pace e della tranquillità in Medio Oriente e nella regione del Golfo, i paesi, le forze e l'opinione pubblica occidentale potrebbero riconoscere credibilità alla signora Rajavi e alla resistenza iraniana?
La signora Maryam Rajavi, leader della resistenza iraniana, nel dicembre 2004 al Parlamento Europeo e nell'aprile scorso al Consiglio d'Europa ha proposto una via possibile per la risoluzione del problema "Iran" che consiste nella sospensione della politica di compiacenza e blandizie con il regime dei mullah, che si oppone ad un intervento bellico sul modello dell'Afghanistan e dell'Iraq, e che chiede il riconoscimento del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana come alternativa democratica. Nel discorso al Consiglio d'Europa la signora Rajavi ha detto: "Ai paesi occidentali non chiediamo né soldi né armi, chiediamo che non sostengano ulteriormente il regime dei mullah sul piano economico e commerciale, e che lascino che sia la resistenza e il popolo iraniano ad operare il cambiamento democratico in Iran, perché ne hanno tutto il potenziale" (esattamente l'opposto della proposta Solana dei giorni scorsi). "La resistenza iraniana - continua Maryam Rajavi - può contare una rete sociale estesa e beneficia di sostegni importanti in Iran come all'estero in virtù dei quali né la repressione più cupa né la politica di accondiscendenza con i mullah sono riusciti ad eliminarla. Negli ultimi dodici mesi, sono stati registrati oltre quattro mila movimenti e azioni di protesta in Iran, un paese in cui il controllo sociale è attuato capillarmente mediante l'uso di varie milizie e forze di sicurezza. Le proteste dimostrano che la società è pronta per un cambiamento". Stesse considerazioni ha fatto Akbar Ganji negli incontri di questi giorni a Siena e Firenze.
Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana è un Parlamento in esilio formato da 530 membri, il 52 per cento dei quali è costituito da donne; in esso sono rappresentati vari strati della società iraniana, di vari orientamenti, le minoranze religiose ed etniche. L'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano ne è sicuramente l'asse portante, e la sua presenza in Iraq, ad Ashraf , nei pressi della frontiera iraniana, gli permette di esercitare la più grande influenza sugli eventi in Iran.
"La nostra resistenza è soprattutto un movimento umanista impegnato nella difesa dei valori umani distrutti dagli integralisti - continua la signora Rajavi - Il nostro scopo non è di prendere il potere a qualsiasi prezzo, ma garantire la libertà e la democrazia a qualsiasi prezzo".
Nelle condizioni in cui la comunità internazionale adottasse una politica di fermezza nei confronti dei religiosi di Teheran determinando in tal modo le condizioni per un cambiamento, il Consiglio nazionale della resistenza s'impegnerebbe entro un termine massimo di sei mesi dal crollo di questo regime, ad organizzare elezioni libere per un'assemblea costituente e legislativa e rimetterebbe la gestione del paese agli eletti dal popolo.
Nell'intervento al Consiglio d'Europa Maryam Rajavi ha così sintetizzato il programma del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana: 1- Dal nostro punto di vista, il voto popolare è il solo criterio di legittimità ed è per ciò che vuole una repubblica fondata sul voto popolare. 2- Vogliamo un sistema pluralistico, la libertà di parti e d'assemblea. Nell'Iran di domani, esisterà una libertà totale d'opinione, d'espressione e della stampa e qualsiasi censura o inquisizione, sarà vietata. 3- Nell'Iran liberato dall'oppressione dei mullah, c'impegniamo a difendere e mantenere l'abolizione della pena di morte. 4 -La resistenza iraniana stabilirà la separazione tra la religione e lo Stato. Qualsiasi forma di discriminazione contro i fedeli delle diverse religioni e culti, sarà vietata. 5- Crediamo nella parità totale delle donne e degli uomini per tutti i diritti politici e sociali e la partecipazione uguale delle donne alla direzione politica. Qualsiasi forma di discriminazione contro le donne sarà abolita. 6 -vogliamo instaurare un sistema giudiziario moderno basato sul rispetto della presunzione d'innocenza, il principio del diritto alla difesa e l'indipendenza totale della giustizia. Le punizioni crudeli e umilianti saranno abolite. 7- C'impegniamo a rispettare la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, i patti e le convenzioni internazionali, in particolare il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, la convenzione contro la tortura e la convenzione per l'eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne. 8 -Riconosciamo la proprietà privata, l'investimento privato ed il libero scambio. 9- Vogliamo che la nostra politica estera sia fondata sulla coesistenza pacifica, la pace e la cooperazione internazionale e regionale, ed il rispetto della carta delle Nazioni Unite. 10- Vogliamo che l'Iran libero di domani sia un paese non atomico e senza arma di distruzione di massa. Il Maryam-Rajavi-pensiero coniuga la propria proposta politica con il presupposto che una partecipazione attiva e paritaria delle donne alla direzione politica possa offrire la capacità e la forza sufficiente per accedervi. Un percorso che, nello specifico della resistenza iraniana, è stato sperimentato in questi ultimi vent'anni con importanti risultati: il 52 per cento dei membri del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana sono donne, e l'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano è diretta da una Segretaria donna e da un consiglio di leadership composto esclusivamente da donne. Basandosi sull'esperienza ventennale del movimento della resistenza, la signora Rajavi valuta anche l'esperienza maturata dagli uomini che vi sono stati coinvolti e che hanno accettato con consapevolezza di misurarsi con questo non facile percorso, e sottolinea un notevole aumento della qualità delle responsabilità di cui si sono fatti carico.
"La partecipazione attiva e paritaria delle donne nella direzione politica permette di creare una capacità democratica nel governo. In caso contrario, le limitazioni e gli ostacoli che impediscono alle donne di ottenere un ruolo politico le privano non solo dei loro diritti democratici, ma inficiano la struttura e il funzionamento della democrazia (...) che trae il proprio vigore dai diritti umani". In estrema sintesi, il Maryam Rajavi-pensiero teorizza la necessità delle quote rosa "al 50% dei posti di responsabilità nella direzione della società" e, per compensare un ritardo storico auspica "un trattamento preferenziale per un certo periodo" che permetta una crescita sociale verso la capacità di assumersi responsabilità di leadership in tutti gli ambiti sociali.
Nello scenario politico islamico odierno, caratterizzato dalla diffusione e dalla strumentalizzazione dell'integralismo islamico ai danni dell'Occidente, in termini tanto similari alla lotta di classe quanto falsati rispetto ad essa, la proposta politica della signora Rajavi - e dei Mojahedin del Popolo - è in forte controtendenza e rappresenta la vera "arma nonviolenta" da alzare contro i cervelli del fondamentalismo.
Ma l'originalità del taglio della proposta Rajavi non è nei concetti condivisibili da larghe fasce dell'opinione pubblica occidentale moderna. Da donna musulmana sciita, la signora Rajavi ha individuato nel Corano la fonte del suo pensiero. Dalla consapevolezza del comune terreno religioso e culturale, e dalla posizione antitetica della signora Rajavi rispetto all'islam propinato dai mullah iraniani governanti l'Iran, parte l'avversione del governo di Teheran all'opposizione rappresentata dai Mojahedin del Popolo, e la motivazione della richiesta di includerli nelle liste delle organizzazioni terroristiche.
DOVE E COME NASCE L'ACCUSA DI TERRORISMO CONTRO I MOJAHEDIN IRANIANI
Washington non ha simpatia per i Mojahedin perché non li ha potuti comprare fino ad ora e perché al tempo dello Scià, negli anni '60, essi avevano rivendicato azioni terroristiche contro americani in territorio iraniano. Washington non ama affatto una prospettiva che porti i Mojahedin al governo dell'Iran, perché in tal caso non potrebbero gestire e sfruttare le risorse del paese a suo piacimento. Già nel contesto dello scandalo Iran-Contras (1986) emerse l'artificiosità dell'accusa di terrorismo avanzata dagli USA ai danni dei Mojahedin: membri dell'amministrazione Reagan avevano venduto illegalmente armi all'Iran, via Israele, nel corso della guerra Iran-Iraq. I fondi venivano stornati direttamente a sostegno dei ribelli Contras anti sandinisti del Nicaragua. Lo scandolo fu denunciato da un settimanale libanese nel 1986. Nel 1987 la commissione Tower, incaricata dal Senato degli Stati Uniti di indagare sull'Iran - Gate (Rapporto della Commissione Tower, New York Times, 3 luglio 1987), rivelò che una delle condizioni avanzate dal regime di Teheran per la liberazione degli ostaggi americani in Libano era l'accusare i Mojahedin del Popolo di terrorismo. Nell'ottobre del 1994 il Dipartimento di Stato USA pubblicò un rapporto destinato al Congresso che era un'antologia di accuse contro i Mojahedin e la resistenza iraniana. Tre anni dopo, nel 1997, il Dipartimento di Stato decise di inscrivere i Mojahedin nella sua lista delle organizzazioni terroristiche straniere. Un alto responsabile dell'amministrazione Clinton affermò al Los Angeles Times (del 9 ottobre 1997) che "questa qualifica era un gesto di buona volontà verso il nuovo presidente iraniano Khatami e Martin Indyk, all'epoca sottosegretario di stato per il Medio Oriente, dichiarò: "E' il governo iraniano che ce lo ha chiesto, e noi l'abbiamo fatto volentieri" (Reuters, ottobre 1997). Questa "realpolitik" doveva trovare una giustificazione perché l'opinione pubblica dei paesi occidentali non avrebbe accettato facilmente che un'opposizione democratica sia sacrificata per appagare una tirannia religiosa. Doveva dunque essere orchestrata una campagna diffamatoria per screditare l'oppposizione e legittimare le intese con la dittatura integralista. Da qui le reiterate accuse di connivenza con il regime saddamista, ecc. I Mojahedin risposero con campagne di sensibilizzazione traducibili in cifre: nel 1995 202 membri del Congresso USA, 435 parlamentari inglesi, 317 parlamentari italiani e la maggioranza del Parlamento svedese espresse il proprio sostegno alla resistenza iraniana e ai Mojahedin e chiesero il boicottaggio del regime dei mullah. Negli anni a venire simili campagne si sono susseguite con pari riscontri, senza tuttavia riuscire ad approdare in modo significativo sui mass media. Nel maggio 2002, la "realpolitik" commerciale ed economica indusse l'Unione Europea ad accogliere la richiesta iraniana di inserire i Mojahedin nella lista delle organizzazioni terroristiche. Il settimanale americano Newsweek il 26 settembre 2002 scrisse: "Sì sono cattivi ma non siamo nel loro mirino".
Casomai nel mirino della realpolitik ci sono stati, anche molto più pesantemente di quanto non vi siano adesso, proprio i Mojahedin del popolo. Nelle prime settimane della guerra in Iraq, il Wall Street Journal, il 17 aprile 2003, scrisse: "L'annientamento del gruppo di opposizione iraniano in Iraq sarebbe stato considerato come un vantaggio ufficioso per gli americani di fronte alle autorità iraniane: se l'Iran si teneva fuori dalla guerra le forze inglesi e americane avrebbero attaccato le basi del gruppo. Il Consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Condoleezza Rice, e il segretario di stato Colin Powell credevano di poter neutralizzare l'Iran nel suo rapporto di confinante, se questo paese (l'Iran) fosse stato rassicurato circa gli attacchi che avrebbero subito i Mojahedin nel corso del conflitto. Attacchi che avrebbero impedito loro, in futuro, di essere in grado di condurre operazioni contro l'Iran. Questo messaggio fu trasmesso dagli Inglesi agli Iraniani prima dell'inizio delle ostilità. Il Segretario Britannico al Foreign Office, Jacques Straw, ne avvertì il suo omologo iraniano Kamal Kharrazi nel corso di un colloquio a Londra nel febbraio precedente. E l'ambasciatore britannico in Iran, Richard Dal ton, ne mise al corrente Hassan Rouhani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza nazionale dell'Iran, nel corso di una riunione nel mese di marzo".
Caro Tonino,
l'abbiamo fatta lunghissima, ma era un lavoro indispensabile dovuto a te, ma non solo.
Da quanto fin qui descritto capirai che comprendo benissimo il servizio televisivo a cui facevi riferimento, ti assicuro che ne esiste un altro di Nella Condorelli andato in onda su Rainws 24 di segno diametralmente opposto.
Capirai anche che i Mojahedin non sono un movimento di resistenza nonviolenta, cosa che per altro io non ho mai dichiarato.
Proprio da questo nasce la proposta che feci a suo tempo e che qui ripropongo: -costituiamo una delegazione europea nonviolenta che vada a Parigi a proporre il passaggio a questo tipo di resistenza. Offriamo al CNRI le nostre menti migliori, le nostre esperienze sul campo, per presentare questa opportunità!-.
Ci sono tutte le premesse per raggiungere un esito positivo.
La base di Ashraf è ormai smilitarizzata, il "potere" all'interno dei Mojahedin è in mano alle donne, chi più di loro può recepire il messaggio nonviolento?
Accettare, da parte del CNRI, il passaggio alla resistenza nonviolenta significherebbe far cadere automaticamente ogni accusa di terrorismo e questo, ne sono consapevoli anche loro, è oggi l'obiettivo principale per poter sperare di fare sentire le proprie ragioni.
Dirò di più, sarebbe anche l'occasione per il movimento nonviolento e tutta l'area pacifista, di uscire con una proposta politicamente significativa e finalmente libera dalla possibilità di stupide accuse di "pacifismo cieco" o "pacifismo antiamericano".
Sarebbe un modo "maturo", "adulto", di essere contro la possibile guerra americana, ma anche contro l'attendismo ipocrita europeo, cinese e russo.
Con queste parole Maryam Rajavi conclude il suo discorso al Consiglio d'Europa "Vorrei citare qui Winston Churchill che è all'origine della formazione del Consiglio d'Europa, che ha dichiarato nel 1938 al ritorno di Chamberlain dopo gli accordi di Monaco: "Avete dovuto scegliere tra la guerra ed il disonore, avete scelto il disonore ed avrete la guerra". Oggi, nuovamente, l'Europa è di fronte ad una scelta: - Scegliere tra la fermezza o il compromesso che permette ai mullah di avere l'arma atomica. - Scegliere tra la guerra o il sostegno al popolo iraniano per un cambiamento democratico."
Non troviamo parole migliori per salutarti.
Pace Forza Gioia
Pietro Del Zanna (ex assessore alla Pace del Comune di Siena*)
Iva Monciatti Associazione IRIDE di Siena
* Il ritardo con cui ti invio questa risposta è dovuto: alla campagna elettorale; all'esito delle elezioni di Siena (1,78% ai verdi); all'esclusione dalla nuova giunta; al grande fermento comunque creato intorno ai verdi che vogliono ripartire più determinati che mai e che mi lasciano ben poco tempo; ad alcuni giorni di vacanza al mare con la famiglia (e da qui ti scrivo).
Dibattito precedente:
Caro Pietro, tu avrai anche visto qualcosa, ma invece di dare fatti, passi subito ad accusare chi non ti acconsente. Il che è un brutto segnale per quanto sostieni. Il mio "sentito dire" riguarda un iraniano che ha fatto la rivoluzione iraniana e che ha rapporti costanti con l'Iran, non certo degli ayatollah (come tu insinui). Invece passa a dare testimonianze precise della nonviolenza della Marjam, se ne hai, tali che smentiscano il potente esercito che i servizi giornalistici italiani hanno mostrato. Se ne hai, non ti ci vorrebbe molto a far fare un servizio giornalistico contrario ai precedenti, tale da essere valutato dalla stampa italiana; la quale, per quanto poco indipendente, ha sempre però delle persone che hanno fonti dirette e immediate per valutare quanto si dice. E usciresti da una sterile contrapposizione. Cari saluti Antonino Drago via Benvenuti 5 Castelmaggiore Calci Pisa 56010 tel. 050 937493 fax 06 233242218
Perché alcuni nonviolenti si sporcano le mani e vanno a vedere e sentire con i loro occhi e non si accontentano di farsi fagogitare da una propaganda stupida messa in giro dal regime di Teheran e subito sposata da una sinistra ormai incapace di leggere il mondo. Che una parte di nonviolenti si pieghino a questo triste declino mi addolora molto. Caro Tonino, ti/vi ho invitato a venire a vedere prima di credere ad un "sentito dire". Pietro
> Da quello che so da mio genero, questa Marjam è una assoldata dagli USA, > che > le hanno permesso di avere una parte nella guerra Iran/Iraq e poi di > mantenere un esercito personale. Vidi anche un servizio su un rotocalco > sulle imponenti forze armate di cui dispone. > Anche in Afganistan gli USA misero un signore della guerra contro un > altro. > Non so perché certe cose circolano tra i nonviolenti. > Antonino Drago > via Benvenuti 5 > Castelmaggiore Calci Pisa 56010 > tel. 050 937493 > fax 06 233242218
> -----Messaggio Originale----- > Da: "Lorenzo Porta" <porta.l@...> > A: "Zanotelli Alex" <alex@...>; "azione nonviolenta" > <azionenonviolenta@...>; "Navarra Alfonso" > <alfonsonavarra@...>; > "Manuelaldo@..." <manuelaldo@...>; "L'abate Alberto" > <labate@...>; "Drago Antonino" <drago@...> > Cc: <pdelzanna@...> > Data invio: lunedì 8 maggio 2006 10.41 > Oggetto: Fw: [MIR-riconciliazione] La " terza via" di Marjam Rajavi di > Nella > Condorelli > > >> A Mao Valpiana >> >> Ringrazio Pietro Del Zanna. Al convegno del Movimento Nonviolento di >> iewri > e >> l'altroieri a Firenze ho segnalato le sue preziose notizie ed >> indicazioni. >> Già due mesi fa Pietro aveva mandato importanti mail sull'argomento, >> fondamentale per togliere terreno alle propagande neocon e teocon. > L'appello >> di Zanotelli ( che penso abbiate visto girare in rete) un'occasione per > far >> convergere le forze va integrato alla luce anche di queste riflessioni. >> un saluto a tutti >> Lorenzo Porta
Palestina - A cura di PeaceLink e Progetto Go'el - Storie http://italy.peacelink.org/palestina/articles/art_16820.html
16 giugno 2006 ore 07:28
Reportage Israele-Palestina: l'unione (non-violenta) fa la forza
Pacifisti da combattimento
Un gruppo composto da 120 refusnik israeliani e 120 ex prigionieri politici palestinesi cerca di spezzare il cerchio della diffidenza e degli istinti suicidi. «Siamo diversi, ma abbiamo lo stesso obiettivo»
Giuliana Sgrena
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it [http://www.ilmanifesto.it])
4 giugno 2006
Abbiamo incontrato Zohar Shapira sul lungomare di Tel Aviv durante una pausa del suo lavoro di insegnante. 36 anni, sposato con una bambina di poco più di un anno, che deve andare a recuperare all'asilo appena finita l'intervista, è uno dei fondatori - israeliani - del gruppo «combattenti per la pace». La composizione del gruppo - 120 refusnik israeliani e 120 ex-prigionieri politici palestinesi, di cui 24 donne - costituisce senza dubbio una novità sullo sfondo del sempre più bloccato conflitto israelo-palestinese. L'organizzazione, che oltre al nucleo centrale - volutamente limitato - gode di molti sostenitori sia israeliani che palestinesi, è nata l'anno scorso dopo anni di incubazione e riflessione ma è apparsa ufficialmente sulla scena politica solo da qualche mese. Zohar Shapira, per quindici anni nell'esercito, comandante di una unità d'élite incaricata delle missioni speciali (le più sporche) nei territori palestinesi, come è arrivato alla decisione di lasciare l'esercito e di rifiutarsi di tornare in servizio nei territori occupati? «Dopo l'inizio della seconda intifada - racconta - nel 2002, ero impegnato nell'operazione shield of defence e dopo l'attacco a Jenin ho deciso che non potevo più continuare a fare quello che facevo, era immorale, soprattutto dopo aver sparato sopra la testa di una bambina sbucata improvvisamente da dietro una casa. Entravamo nelle abitazioni dei palestinesi e quando uscivamo portando via qualcuno di loro sospettato di essere un terrorista vedevo gli occhi dei bambini che ci guardavano e capivo che ci avrebbero odiato per tutta la vita. Eravamo noi a seminare l'odio». Refusnik, altro che traditori Nel frattempo il movimento dei refusnik si stava allargando... «Sì, allora eravamo 6-800 - prosegue Shapira - ma soprattutto tra i refusinik non c'erano più solo soldati di leva ma anche piloti, comandanti. Tanto che il movimento dei refusnik arrivò ad imporsi come un punto di discussione nell'agenda del governo israeliano. Non potevamo più essere indicati semplicemente come traditori da Sharon, i refusnik erano diventati una realtà accettata dalla gente. Ora circa il 40 per cento dei riservisti, quando richiamati, si rifiutano di andare a servire nei territori occupati. Il problema era però come andare al di là delle manifestazioni e diventare più incisivi. Non sapevamo se c'erano palestinesi disposti a parlare con noi, poi abbiamo contattato Tayush (un'organizzazione di palestinesi e arabi di Israele, ndr). All'inizio eravamo molto sospettosi, diffidenti, da entrambe le parti». In Tayush militava anche Suleiman al Himri di Betlemme, con alle spalle quattro anni e mezzo passati nelle carceri israeliane (prima a Hebron e poi a Ansar III), condannato per azioni contro Israele quale leader locale durante la prima intifada. Suleiman al Himri, militante di Fatah e funzionario del ministero degli interni, conferma la diffidenza iniziale. Lo abbiamo incontrato in un albergo di Betlemme dove i suoi compagni stavano preparando le schede degli iscritti in vista del sesto congresso di Fatah, che dovrebbe tenersi entro l'anno. Ci sono state molte riunioni, molte discussioni prima di arrivare alla formale costituzione del gruppo «combattenti per la pace». Su quali basi lo chiediamo a Suleiman. «Abbiamo raggiunto un accordo su diversi punti: il riconoscimento del diritto dei palestinesi ad avere uno stato con Gerusalemme est come capitale; la dimostrazione al popolo, soprattutto quello israeliano, che esiste un partner palestinese; il rifiuto della violenza contro la popolazione civile, sia palestinese e israeliana». Teoria e pratica della non-violenza La non-violenza è senza dubbio la scelta più impegnativa per entrambi i componenti, posto che la violenza è alla base della militarizzazione della società, dovuta al conflitto, che non risparmia nessuno e si insinua fin dentro le mura domestiche. Ma proprio gli effetti devastanti della violenza, soprattutto dopo la seconda intifada, nei territori palestinesi si sta diffondendo la pratica della non violenza con corsi di formazione organizzati da ong. Ma a sostenere la non violenza contro i civili, a condannare gli attentati suicidi sono anche persone come Suleiman, che non rinuncia a combattere l'occupazione. o Zohar, che in passato ha comandato una delle unità più aggressive dell'esercito israeliano, o Elik Elhanan, la cui sorella è rimasta vittima dell'attentato commesso da un kamikaze. «Solo la non violenza può spezzare il cerchio della morte», afferma Zohar che racconta l'emozione e anche i timori provati quando per la prima volta ha varcato il muro ed è entrato nei territori palestinesi senza armi: mi guardavo in giro per vedere se c'erano soldati per proteggermi, ma poi, quando sono entrato nella casa di Suleiman e ho conosciuto la sua famiglia, non ho più avuto nessun timore. Ora io e i miei compagni andiamo nei territori palestinesi e i palestinesi vengono nelle nostre scuole per dimostrare che un partner c'è, per far conoscere l'altro. Non vogliamo dire che siamo uguali: siamo diversi, ma abbiamo lo stesso obiettivo della pace ed è importante conoscersi», sostiene Zohar. Il progetto che vede palestinesi e israeliani tenere insieme lezioni nelle scuole e nelle università palestinesi e israeliane è senza dubbio una delle azioni più importanti ed efficaci dei «combattenti per la pace». In che cosa si distingue questo gruppo da altri costituiti insieme da israeliani e palestinesi? Risponde Suleiman: «L'obiettivo è diverso: noi non vogliamo la normalizzazione dei rapporti, vogliamo lavorare insieme per un obiettivo concreto: la fine dell'occupazione». E questa impostazione diversa rispetto al passato sembra aver segnato tutti i gruppi israelo-palestinesi, anche quelli nati contro il muro o i blockwatchers, che controllano i posti di blocco. Nel week i militanti israeliani organizzano visite guidate: «Gli israeliani non conoscono il muro, non l'hanno mai visto, quindi possono credere alla propaganda del governo... ma basta farglielo vedere da vicino perché capiscano che non serve alla sicurezza ma solo alla divisione dei territori palestinesi in bantustan», sostiene Jeff Halper, coordinatore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case (Icahd), che ora ha allargato il proprio obiettivo promuovendo una campagna anti-apartheid. Un obiettivo ancora più difficile da raggiungere. «Ci riusciremo, il problema - aggiunge - è come e quando. Ci è riuscito Mandela ...». Ha vinto Hamas? Niente panico A Jeff Halper chiediamo anche se la vittoria di Hamas abbia cambiato i loro rapporti con i palestinesi. «In Israele - risponde - non c'è stato nessun panico per la vittoria di Hamas. Noi non abbiamo rapporti con Hamas, ma continuamo a lavorare con i palestinesi come prima e vedremo che cosa veramente farà Hamas. Dopo gli accordi di Oslo avevamo avviato un dialogo, ma l'inizio della seconda Intifada aveva scioccato tutti e gli israeliani erano spariti, ora i palestinesi hanno realizzato che per porre fine all'occupazione hanno bisogno degli israeliani». Tuttavia non sembra ci siano molti israeliani favorevoli a uno stato palestinese... «Gli israeliani - prosegue Halper - non pensano alla pace come a qualcosa di positivo, partono dal principio che gli arabi sono nemici e che non ci sarà mai pace. Per gli israeliani la pace è solo una sorta di "pacificazione". In Israele le parole hanno un senso "orwelliano": pace vuol dire suicidio, la guerra corrisponde alla pace, così come ritirarsi in realtà vuol dire espansione e rafforzamento». Quindi c'è poco da sperare in un cambiamento della politica di Israele. «Penso che l'ingiustizia sia insostenibile a lungo andare - aggiunge ancora Halper - perché contiene i semi della distruzione. Alla fine ci sarà il collasso, e questo non vuol dire che dopo l'ingiustizia ci sarà giustizia, ma che Israele non potrà mantenere a lungo questa situazione».