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#4092 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Mar 1 Ago 2006 8:47 am
Oggetto: Guerra e silenzi
e.pey@...
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Guerre e silenzi
 
Nuove guerre, nuove stragi atroci, nuova impotenza della legge, nuova incertezza o viltà di chi deve imporla.
No, non nuove.
Nuove sono soltanto le vittime, fino a ieri vive.
Nuove le vittime, anche perché sono nuovi bambini che la vita aveva appena donato al mondo, affidato a noi.
Antiche sono la guerra, la violenza, l'uccisione. 
Antiche come l'abisso oscuro, come il caos prima del sole, della luna e della terra.
Ma antica e nuova come le colline, uscite dal caos, è la nonviolenza, il lungo sottile cammino umano per costruire la vita nella giustizia e nella pace.
Ora, oggi, si uccide e si distrugge:
- le case, che hanno braccia, occhi e cuore, che sono il corpo vivo di una famiglia;
- le strade e i ponti, che sono le vene vive di un popolo nella sua terra;
- le centrali di elettricità e telefoni, che sono la bocca, le orecchie, l'energia di un popolo che vive la sua vita umana.
Si uccidono i corpi personali, la carne e le membra, i volti unici di ognuno: volti amati, belli, difficili, attesi, interpellati, volti che ridono, che osservano, che piangono nelle tante vicende delle vite umane.
Si colpiscono dal cielo, come fulmini di una malvagia divinità, nemica della vita.
Si uccide da una parte, si uccide dall'altra.
Uccide l'uno perché l'altro ha ucciso.
Fare i conti degli uccisi di qua e degli uccisi di là serve un poco ad analizzare, ma non a risolvere.
Il solo numero che conta è la somma delle vittime, che si ritrovano insieme, di là dalla guerra.
Il numero che conta sono le onde circolari di dolore, di offesa, di memoria e di odio che ogni uccisione diffonde attorno, sulla terra e sul tempo.
Ogni parte si giustifica accusando.
La catena di ferro delle colpe va indietro all'infinito, affonda in quel caos, da cui la natura e la storia hanno il primario compito di uscire.
Unico merito e vittoria sarebbero di chi smette, di chi posa l'arma e invita alla parola.
Non si ha pace senza dare pace.
La potenza armata è ubriaca di sé.
E' fatta cieca dalla morte che impugna come strumento, dalla morte che è buio dilagante, sulla terra e sulle menti superbe.
La mano armata e l'occhio che la dirige sono resi folli dalla propria potenza, che li ha schiavizzati, al servizio della grande morte.
I nemici sono nemici tra loro e identici gemelli nella follia.
Buia follia, fede nel buio caos del nulla, che purificherebbe il mondo dal male.
E il male è sempre l'altro.
Proprio questa è la fede apocalittica degli armati.
Intendono apocalisse come distruzione del male, e ignorano che significa paziente rivelazione del bene.
Proprio questa è la loro maledetta religione.
Gli uni dicono: "Vinceremo noi, perché l'Occidente cerca la vita e noi la morte".
Gli altri dicono. "Noi siamo il forte Marte, voi, vecchia Europa, la molle Venere. E voi, mondo diverso, il puro male".
Religione apocalittica degli uni e degli altri, tradimento e bestemmia di due grandi religioni della vita.
Con cuore nero e occhio nero, vedono entrambi il mondo come male.
Male da purificare con la morte inflitta all'altro.
Inflitta all'altro, ma in fondo anche a sé.
Il sui-omicida ha l'arma assoluta, è lui stesso l'arma che nessuna minaccia può fermare.
O gli parli, o lo incontri come essere umano, che possa liberarsi dalla sua ossessione, che non trovi altri motivi nei fatti, oppure ucciderà.
Infallibilmente.
O gli diciamo che ben conosciamo la storia dell'inquità, e che insieme cerchiamo una nuova storia di giustizia, oppure ucciderà.
Non giustificato, ucciderà, ma condannato dalle colpe di tutti.
E' così anche l'arma atomica, totale: chi la usa, o anche solo la minaccia, o anche solo la possiede, o anche solo la fabbrica, o anche solo la pensa, costui è suicida nell'uccidere.
Credono, i folli nemici-complici, che per rifare il mondo si debba distruggerlo.
Pensano entrambi, uccidendo, di rendere un culto a Dio [Giovanni, 16,2].
Pensano di aiutarlo sradicando dal suo campo la zizzania, e non vogliono ricordare l'avvertimento.
Pensano di difendere il dono divino della terra calpestando il diritto divino della vita.
Noi guardiamo, certamente spaventati, certamente orripilati.
Balbettiamo parole, ma più vero è il silenzio.
Non il silenzio assente, che chiude gli occhi per ignorare, che si distrae per campare.
Il silenzio, invece, che tutto abbraccia dentro di sé, il male come il bene, la vittima come il carnefice.
Il silenzio che, prima di ogni giudizio - presto necessario - , prende su di sé il dolore e la colpa.
Come tacque il Condannato davanti a Pilato.
Un vivo silenzio, quando la verità è messa a tacere.
Noi resistiamo a pensare che un piccolo fiore sul monte, un fiore comparso sul prato, nutriti dalla luce come una madre, dicono, in forte silenzio, la verità: la vita, la fragile vita, questa imperfetta umanità, ogni persona così com'è, la preziosa natura brulicante di vite, tuto ciò vale, tutto ciò va amato, perdonato e difeso.
Oggi non abbiamo altro da sapere, non altro da dire.
--------------
Enrico Peyretti 

#4091 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Ven 28 Lu 2006 4:31 pm
Oggetto: Fw: [nodolilliput_golfodicarini] ANSA.it - MAFIA SU APPALTI E CANTIERI, TRE ARRESTI E INDAGATA LA CALCESTRUZZI SPA
locascio.francesco@...
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A Riesi come ad Isola delle Femmine...
 
----- Original Message -----
Sent: Friday, July 28, 2006 6:01 PM
Subject: [nodolilliput_golfodicarini] ANSA.it - MAFIA SU APPALTI E CANTIERI, TRE ARRESTI E INDAGATA LA CALCESTRUZZI SPA

MAFIA SU APPALTI E CANTIERI, TRE ARRESTI E INDAGATA LA CALCESTRUZZI SPA
 CALTANISSETTA - La gestione illecita degli appalti pubblici e la fornitura di materiali ai cantieri edili delle imprese del Nisseno. Queste le accuse nei confronti di tre persone, raggiunte stamani da un'ordinanza di custodia cautelere e ha portato ad iscrivere nel registro degli indagati la Calcestruzzi spa, l'azienda che fa parte del gruppo Italcementi.

Si tratta di Salvatore Paterna, di 44 anni, di Riesi, impiegato della Calcestruzzi Spa di Riesi, Giuseppe Ferraro, di 46, proprietario della cava "Billiemi" a Riesi e Giuseppe Giovanni Laurino, inteso "ù Gracciato", di 49 anni, a cui gli investigatori hanno notificato l'ordine di custodia cautelare in carcere perché già detenuto.

I carabinieri e i finanzieri hanno anche sequestrato gli impianti di produzione di calcestruzzo di Riesi e Gela di proprietà della Calcestruzzi Spa, che fa capo al gruppo Italcementi, e la cava di inerti di Ferraro. Il valore complessivo dei beni che adesso saranno gestiti da un amministratore giudiziario è di circa quattro milioni di euro.

Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa e secondo gli inquirenti sarebbero affiliati alla cosca mafiosa che controlla il territorio di Riesi, cittadina in provincia di Caltanissetta.

I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal gip del tribunale di Caltanissetta Giovanbattista Tona, su richiesta del procuratore aggiunto Renato Di Natale e dei sostituti della Dda Nicolò Marino, Rocco Liguori e Alessandro Picchi.

L'indagine ha messo in luce il fatto che i boss di Cosa Nostra, nell'ottica di ottenere maggiori profitti, si sono integrati nel tessuto produttivo e imprenditoriale con imprese riconducibili a loro affiliati, in virtù del quale, secondo gli inquirenti, "hanno ottenuto appalti e forniture in un contesto pressoché privo di concorrenza, alla luce del capillare controllo territoriale esercitato dalle cosche".

L'indagine scaturisce dall'attività svolta nei mesi scorsi nei confronti delle famiglie mafiose dello storico mandamento di Riesi, a conclusione della quale il 22 novembre 2005, furono tratte in arresto nell'operazione "Odessa" 42 persone, affiliate al clan Cammarata, e ritenute a vario titolo responsabili di associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, estorsione e danneggiamento.

INDAGATA LA CALCESTRUZZI SPA
I pm della Dda di Caltanissetta hanno iscritto nel registro degli indagati la Calcestruzzi spa, l'azienda che fa parte del gruppo Italcementi, accusata di associazione mafiosa e falso in bilancio. E' la prima volta che per un reato di mafia viene utilizzata questa nuova metodologia di indagine che coinvolge direttamente l'azienda. L'avviso di garanzia, per questo motivo, è stato notificato a Bergamo al legale rappresentante della società, Pierfranco Barabini. Secondo il gip di Caltanissetta, la Calcestruzzi spa ha svolto attività di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra. Sono in corso perquisizioni in abitazioni e uffici, anche presso le sedi direzionali e gli impianti di produzione della Calcestruzzi Spa. Tra gli indagati emerge la figura di Giovanni Giuseppe Laurino, il quale, secondo gli inquirenti, oltre ad essere accusato di associazione mafiosa è risultato essere il riferimento della cosca di Riesi per la cura di interessi illeciti legati alla locale sede della Calcestruzzi spa. La Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta ha dunque disposto perquisizioni e sequestri di documentazione contabile presso la sede centrale dell'azienda a Bergamo e negli stabilimenti che si trovano in Sicilia e in Lombardia, e quelli relativi a documentazione bancaria detenuta in alcuni istituti di credito.
http://www.ansa.it/main/notizie/fdg/200607281009251474/200607281009251474.html

#4090 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Gio 27 Lu 2006 7:09 am
Oggetto: Kueng: politica della responsabilità
e.pey@...
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" Se vogliamo che abbia successo la convivenza delle nazioni, abbiamo bisogno di una nuova politica della
responsabilita': al di la' sia dell'immorale Realpolitik che della moraleggiante Idealpolitik. Una politica della responsabilita' presuppone una disposizione etica, ma s'interroga sulle possibilita' e sulle conseguenze dell'agire politico ".
Queste parole di Hans Kueng, un leader del pensiero della pace, tratte dalla limpida conferenza su religioni, pace, etica mondiale, pubblicata in "La nonviolenza è in cammino", n. 1369 di oggi 27 luglio 2006, (nbawac@...), a me sembra che possano orientarci nella difficile questione discussa per un mese all'interno dei movimenti nonviolenti, sulla continuazione della spedizione militare italiana in Afghanistan: questione complessa, bifronte, angosciante, non semplificabile, soprattutto da non affrontare con accuse reciproche, come se una faticosa differente valutazione concreta fosse condannabile come insensibilità alle vite umane e al diritto di pace.
In alcuni (pochi) casi abbiamo visto negare, con taglienti giudizi, il credito della buona fede a chi valutava diversamente il problema. Io credo che, a persone di cui conosciamo da tempo lo spirito e l'intento, anche quando fossero in oggettivo errore, vada riconosciuta la buona fede, per non introdurre tra i cercatori della nonviolenza lo stesso spirito violento che insieme vogliamo ridurre e togliere dalla vita umana. Soprattutto mi preme chiedere di essere perdonato se in alcuni momenti fossi scivolato a fare questo, contro le mie intenzioni più profonde.
Enrico Peyretti

#4089 Da: "Mario Gaglio" <mario.gaglio@...>
Data: Mer 26 Lu 2006 6:12 pm
Oggetto: Re: [MIR-riconciliazione] Riflettendo ancora su nonviolenza e politica: ideali, idee, consensi
mario_g82
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Scusate se entro anch'io in questo scambio di idee tra Enrico e Giovanni e permettetemi di esprimere quello che penso.
1) Penso che la nonviolenza non deve essere il rifiuto di una violenza  fisica e psichica. Essa, se così fosse, diventerebbe l'arma del debole che non esclude l'impiego     della forza fisica o la violenza per raggiungere uno scopo.
2) La nonviolenza deve affondare le radici nell'amore, il suo scopo non è quello di punire l'avversario o fargli male. Anche se non diamo la nostra cooperazione         dobbiamo fargli capire che ha in noi un amico. Un conflitto che non conosce la violenza non lascia odio dietro di sè.
3) Per far questo dobbiamo creare dei processi alternativi che diano dignita' all'uomo e che ne condividono le esperienze (seppur diverse). Dobbiamo ripartire dal basso,         perchè una nonviolenza istituzionalizzata non la conosco e non può esserci. La nonviolenza è una prassi che attimo per attimo ti coinvolge e coinvolge chi sta intorno     a te. Mai e poi mai si potranno avere scelte di nonviolenza se in ognuno di noi c'è quel senso, molto diffuso, di delega e non nasce una co-responsabilita'.
4) Penso infine che nell'uomo non sia intrinseco il desiderio della violenza. Esso mi sembra piu' che altro una spinta alla sopravvivenza ed alla competitivita' che sin dalla     nascita acquisiamo. Mi viene in mente l'opera del filosofo L. Feuerbach "Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia", un'opera che esalta un             merialismo radicale e anti-idealistico. Credo che sia proprio in questo materialismo che si manifesti l'incapacita' dell'uomo di saper                 cogliere l'esistenza di un altro essere uomano accanto a lui, con i suoi stessi diritti e doveri. E la scelta della nonviolenza e di ogni altra             forma di vita  sociale che si fa compagna del prossimo è una vittoria della vita.
 
Ciao! Mario
 
----- Original Message -----
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Sent: Wednesday, July 26, 2006 8:59 AM
Subject: [MIR-riconciliazione] Riflettendo ancora su nonviolenza e politica: ideali, idee, consensi

Caro Giovanni,
ieri ho ricevuto, come altri, le due comunicazioni di Fernando Rossi, uno dei senatori obiettori, che copio in calce. Sono più precise e dettagliate delle notizie radio (le mie uniche notizie ufficiali) di ieri sera e stamani. Tutto è bene quel che finisce bene. Speriamo.
Rifletto ancora con te sulla tua lettera di ieri sera 23,25:
- la mia "scaletta" non è mia, ma di Sartori e mi sembra intelligente per capire cos'è la politica: ideali, idee, opinioni (o consensi).
- posso sbagliare, posso eccedere in pessimismo o in prudenza, ma ora non posso consentire con te; io NON credo che la politica e le istituzioni sono il terreno tipico del nonviolento
- perché?  perché la società, il corpo della società, la psiche di ciascuno, noi compresi, e quella collettiva risultante NON è pacifica e nonviolenta; e se non lo è lo spirito sociale, non sarà un drappello, e nemmeno una utopistica maggioranza di nonviolenti (meglio: amici e cercatori della nonviolenza) in un parlamento che renderanno pacifica e nonviolenta la politica e le due decisioni.
- le maggioranze contro la guerra ci sono, e devono essere rispettate dalla politica, sicuramente. Ma temo che abbiano poco o nulla di costruttivo e di impegnativo: sono disposte (per dire una sola cosa) a consumare meno petrolio per non fare la guerra? perché non votano in maggioranza per un programma politico deciso in questa direzione?
- temo che ci facciamo un'illusione: realizzare la nonviolenza (almeno in parte) attraverso una (anche parziale) presa del potere istituzionale. Capitini lo evitò subito. Gandhi animò e mosse il popolo, ma non ebbe nessuna carica, se non di rappresentanza morale. I più grandi uomini, saggi e buoni, della storia umana (salvo rare eccezioni: Confucio, Marco Aurelio, Thomas More, La Pira, Hammarskoeld, ....) agirono fuori, prima, al di sotto e nel profondo della politica e influirono in essa più di tutti gli operatori politici.
- con questo, non nego affatto - anzi! - che il pensiero nonviolento debba assiduamente tallonare e criticare la politica, debba anche mandarvi le persone che se la sentono di lavorarvi, debba fare proposte concrete. Ma non è lì la possibilità, la speranza, l'impegno principale della nonviolenza. Secondo me. In altri momenti ho avuto più speranza nella politica.
- la nonviolenza o nasce e cresce sotto a tutto, dentro, nell'intimo delle persone, e perciò ha a che fare con religione, pensiero filosofico, pratica quotidiana dell'amore donativo, oppure non arriverà. Non arriverà da parttiti e maggioranze, anche se questi potranno fare alcune buone cose.
- Bobbio, nel suo scetticismo (ma sincero nella sua tristezza), ha distinto bene tempi e modi di ciò che chiamava pacifismo etico e pacifismo istituzionale (in definitiva una Onu che funzioni).
- Balducci, la Pira, nella loro fede calda, non si aspettavano più di questa stessa cosa, sul piano politico, ma aprivano tutta la prospettiva del piano profetico.
- io sicuramente non so dire nulla di nuovo, ma sento, ora nuovamente nelle vicende politiche e nelle violenze terribili di oggi, che chi cerca la nonviolenza ha da lavorare nel cuore dell'umanità, e anzitutto nel proprio cuore; nelle fondamenta e non sul tetto della casa umana. Sempre col beneficio del dubbio. Sempre senza scoraggiare nessuno che voglia tentare altre vie. Non credo affatto che il mio modo di sentire sia “paralisi nonviolenta”.  
Ciao! Enrico
--------------------
25 luglio, ore 10,50 . dal sen. Fernando Rossi -
Nell'incontro di ieri con il Governo, i matti dissidenti hanno ottenuto che verrà posta la fiducia (quindi non ci sarà l'allargamento al voto delle destre); che il Governo riconoscerà la LEGITTIMITà DI CHI è CONTRO TUTTE LE GUERRE ; CHE NEL DISCORSO IN AULA IL gOVERNO FARà UN NUOVO PASSO VERSO UN CHIARO IMPEGNO DI TAGLIO NETTO CON enduring (MISSIONE usa) E CHE IN SEDE NATO L'ITALIA PORRà IL TEMA DELLA EXIT STRATEGY (COME USCIRE DALLA GUERRA AFGANA).
NON MALE!. 
25 luglio, ore 15,58 - dal sen. Fernando Rossi -
PRIMA ERA UFFICIOSO E RISERTVATO, ADESSO è UFFICIALE: IL gOVERNO RICONOSCE LE RAGIONI DEI SENATORI "Contro la guerra" come sensibilità organiche alla coalizione, mette la fiducia (e quindi la destra diversamente dalla Camera non potrà dire che lo vota perchè è uguale a quello di Berlusconi) sui punti che noi diversamente non avremmo votato (Punto 2 e generale), accentuerà impegno su separazione, anche in Afghanistan, dalla missione USA " Enduring", e si impegnerà in aula a cercare il consenso degli altri paesi UE per concordare tempi e modi dell' Uscita dalla guerrra Afghana.
---------------------------
 

 
----- Original Message -----
From: redazione
Cc: 'li
Sent: Tuesday, July 25, 2006 11:25 PM
Subject: R: [pace] nonviolenza e politica: ideali, idee, consensi

Caro Enrico,

scusa se ti rispondo solo ora. Non ti nascondo che ho avuto qualche difficoltà a seguire il tuo ragionamento e ho dovuto pensarci un po’ su. Ma alla fine non mi hai convinto. Continua a rimanermi la sensazione che la tua scaletta più che una guida per un “movimento nonviolento” porti ad una “paralisi nonviolenta”.

Posso sbagliarmi, ovviamente, ma io credo che la politica e le istituzioni sono il terreno tipico del nonviolento e quando questo non riesce credo sia per insufficienza dei nonviolenti che in politica si impegnano. E non si tratta, ovviamente, di esprimere giudizi su chicchessia bensì prendere atto che se la guerra è ancora largamente presente nella storia la responsabilità  non è solo dei guerrafondai ma anche e soprattutto nostra che ci ritagliamo piccoli spazi angusti e per di più molto litigiosi dove poter vivere i nostri ideali.

C’è un articolo significativo di uno dei senatori dissenzienti che oggi Peppe Sini ha diffuso ne “La nonviolenza è in cammino”. Leggendolo sono ancora più convinto che si sia commesso un errore a lasciare soli questi senatori e giocare con loro al tiro al piccione dividendosi fra “realisti” ed “utopisti”.

Quando si fa una trattativa bisogna giocare fino in fondo tutte le proprie carte e la propria forza di idee e non solo di idee. Se non si fa così non si sposta nulla e i forti continuano a rimanere forti e ad imporre tutto ciò che vogliono.

E in una situazione nella quale c'è una parte della maggioranza che guarda con simpatia, e lo dice esplicitamente, a forze politiche dell'altra sponda, avere una forza parlamentare consistente, come c’è l’ha la cosiddetta sinistra antagonista, e il consenso maggioritario dell'opinione pubblica (se è vero che il 61% degli italiani è per il ritiro) e non utilizzarlo è un vero e proprio suicidio politico. La soluzione della mozione di fiducia, richiesta con intelligenza dai senatori dissenzienti, serve a porre un freno ad una deriva "inciucista" di cui abbiamo già sperimentato le conseguenze ai tempi della bicamerale e sempre con gli stessi personaggi in gioco.

Comunque staremo a vedere, è solo questione di poche ore e speriamo in bene.

Ciao e non interrompiamo mai il dialogo e basta con le risse e le scomuniche

Giovanni Sarubbi

 

 

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Da: Enrico Peyretti [mailto:e.pey@...]
Inviato: domenica 23 luglio 2006 23.34
A: lista Peacelink Pace; il dialogo
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Oggetto: Re: [pace] nonviolenza e politica: ideali, idee, consensi

 

Caro Giovanni (ma perché non scrivi un po' più grande?),

anzitutto non penso di avere sempre ragione, o tutte le ragioni. Cerco di fare un lavoro di pensiero su un problema difficile.

Ancora una premessa. Ha detto bene Sartori da qualche parte che la politica è fatta di ideali, idee, opinioni. Per alcuni è fatta solo di opinioni, cioè di consensi da plasmare di forza, di voti da accaparrare in ogni modo per avere potere, a favore dei propri affari: li abbiamo appena cacciati da Palazzo Chigi. Per altri la politica è fatta di idee, di progetti, più o meno giusti, compresi, condivisi, votati: ed è già meglio. Per altri, infine, è fatta anche di ideali, che certo hanno bisogno di farsi progetti e di trovare consensi.

Ora, noi noviolenti (me compreso), siamo degli idealisti anzitutto. E facciamo più che bene, perché gli ideali sono la parte più carente, scarsa come l'oro, nella politica. Abbiamo anche alcune idee: sappiamo articolare l'ideale in proposte concrete che abbiamo anche presentato ultimamente nel dibattito pre-elettorale (senza ascolto). E' il consenso che ci manca. Siamo un'ultraminoranza. La maggioranza della gente non vuole la guerra, né qui né là: costa tanto, ci vanno i nostri ragazzi per il gruzzolo e ci lasciano la pelle, vedere tutti quei massacri fa star male. Sì, questo è dissenso dalla guerra, ma non è consenso per costruire concretamente la pace, cioè la nonviolenza. Noi nonviolenti discutiamo di nonviolenza e politica e facciamo progetti. La nonviolenza sarebbe una politica se, oltre ideali e idee, avesse anche consensi. Ne ha pochissimi, perciò ha pochissimi rappresentanti in Parlamento.

Una fragile maggioranza in Parlamento, oggi, è per fare la guerra non a distesa, solo quando altri la attaccano (pace negativa). Un'altra parte la fa volentieri, per piacere all'Impero, e perché, nella sua filosofia, alla fine è la guerra che decide tutto (e persino conviene all'economia). Quelli che sanno e vogliono, nei conflitti, sostituire la guerra coi metodi nonviolenti (pace positiva), sono pochissimi, non fanno numero. Poiché le decisioni politiche si fanno, sì, con ideali e idee, ma attraverso i consensi, i numeri, in Parlamento la nonviolenza oggi non conta nulla. Allora, o i nonviolenti se ne vanno perché non possono attuarvi l'ideale; oppure, continuando a presentare l'ideale della pace positiva, favoriscono l'aggregazione di voti attorno all'idea di pace negativa, per evitare che prevalga la guerra più attiva; oppure, col negare il loro voto alla mezza pace e mezza guerra, favoriscono la maggior guerra. 

In democrazia (sistema prezioso e imperfetto) gli ideali passano attraverso i numeri. Il testimone dell'ideale non si preoccupa dei numeri, ma delle verità. Fa benissimo, ma il suo ruolo non è nelle assemblee democratiche, quando sono messe alle strette del calcolo dei voti. In queste assemblee, l'ideale tende a farsi realtà effettiva, perciò deve contare i numeri, e deve scegliere l'idea meno lontana dall'ideale.

Scusa la lunga e noiosa premessa (mia fatica per chiarire a me stesso); ora rispondo alla tua lettera, sempre nell'ipotesi di soluzione che a me - posso sbagliare, ma ne sono convinto - pare più giusta.

----- Original Message -----

From: redazione

Cc: Sent: Sunday, July 23, 2006 9:51 PM

Subject: R: [pace] nonviolenza e politica

 

Caro Enrico,

la tua scaletta mi lascia completamente interdetto.     Non sono un teorico della nonviolenza, ne un filosofo, ne un teologo ma mi sembra di capire che  la tua scaletta ha come conseguenza l’impossibilità di cambiare alcunché all’interno delle istituzioni.

E.P. -  No, è possibile se si diffonde sufficientemente l'ideale (lavoro del movimento) e le idee (lavoro della cultura) e se qualcosa di ciò arriva nelle istituzioni.

 

Mi sembra una scaletta costruita per giustificare un accordo piuttosto che una guida per l’azione anche perché, di solito, quando si agisce non ci sono guide che tengano.

E.P. - Non capisco.

E come quando si gioca a scacchi, una cosa è conoscere la teoria delle aperture, del mediogioco o dei finali, altra cosa è giocare una partita concreta con un avversario in carne ed ossa. E dov’è allora la forza della nonviolenza se non riesce a trovare interpreti, o con altro linguaggio, profeti che riescano a cambiare anche realtà apparentemente impermeabili a qualsiasi cambiamento quale può essere una istituzione parlamentare largamente lobbizzata?

E.P. - A me pare che un interprete o profeta può (può, non avviene sempre) cambiare le menti e i cuori, e solo tramite questi, cioè la crescita della società, ma non direttamente (non sarebbe neppure corretto), influire su un'istituzione.  

Se il nonviolento non può dare battaglia all’interno della istituzione nella quale è stato eletto utilizzando tutti gli strumenti legali che le istituzioni consentono qual è il suo ruolo, come riesce a far valere le sue ragioni e a rendere concreta l’idea che ha scelto come vocazione della propria vita?

E.P. - Ma certo che darà battaglia, cioè proporrà ideale e idee, ma se non trova consensi ad essi non deve isolarsi, bensì sostenere il meno peggio per non far vincere il peggio, e questo è il dovere minimo, irrinunciabile.

La nonviolenza ed il nonviolento/a che tu descrivi è una figura eterea, staccata dalla realtà, incapace di promuovere attivamente la sua idea. Se non può fare nulla tanto vale che rimanga a casa sua, fa più bella figura lui e fa meno danni al movimento e all’idea della pace e della nonviolenza.

E.P. - Ma io non voglio mica che rimanga staccata dalla realtà! Non puoi capirmi così! Dico che, nell'assemblea deliberante, se non hai i consensi, l'ideale non entra nelle decisioni. Ma tu devi decidere, e non solo lasciar decidere. Devi scegliere il meno lontano dal tuo ideale.

Io credo fermamente che gli otto senatori e i 4 deputati abbiano fatto benissimo a fare quello che hanno fatto.

E.P. - Intanto, non lo hanno ancora fatto. Se negano il voto al governo sbagliano, favoriscono il peggio.

E se si arriva al voto di fiducia al senato per loro e per il movimento non violento sarà una vittoria perché verrà riconosciuta la loro indispensabilità nella politica del governo.

E.P. - Bella vittoria! spingere il governo a destra, o darlo alla destra! Indispensabili in un governo che non c'è più!!!

Se non sarà così la cosiddetta “sinistra radicale” sarà spazzata via subito e sostituita con qualche ruota di scorta del centrodestra, già pronta ai blocchi di partenza.

E.P. - Appunto per non far posto al centro-destra, la sinistra deve sacrificare qualcosa delle sue idee per restare nella compagine e contarvi qualcosa.

In politica conta la forza delle idee e dei numeri che si riesce a mettere in campo e chi ha la forza di una idea e i numeri per sostenerla e non li usa fa karakiri.

E.P. - Gli "obiettori" ora come ora hanno solo la forza di far vincere il peggio. Contrattino e cerchino un punto d'incontro, ma restino dentro, proprio per dare numeri all'ideale.

Quando si fa una trattativa sindacale si discute ma si sciopera anche,si cerca di smontare le tesi della controparte ma lo si mette anche alle corde con l’arma dello sciopero, poi certo si fa l’accordo. E quando non si fa così ma si parte già con una scaletta del tipo di quella che tu hai proposto, i risultati sono pessimi, sono dei pateracchi di nessun valore, compromessi nel senso più deteriore del termine. Se il movimento operaio avesse usato una scaletta come la tua staremmo ancora con le 12 ore al giorno.

E se non riusciamo a tenere sempre presente l’ideale che abbiamo scelto, di fatto lo svendiamo e lo ridicolizziamo.

E.P. - La gradualità possibile non è svendere ma far camminare passo passo.

E allora io voglio esprimere tutta la mia solidarietà ai senatori dissenzienti e alla loro battaglia. Ma voglio anche dire a chi ha scelto la strada indicata da Peyretti che non li considero dei traditori da espellere dal movimento o altre sciocchezza che pure sono state dette e scritte. Sarebbe questo si un regalo alle forze della guerra che proprio non possiamo permetterci.

E.P. - Ti ringrazio della comprensione. Si duscute in unità di intenti.

Ciao! Enrico

Ciao

Giovanni Sarubbi

 

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Oggetto: [pace] nonviolenza e politica

 

La nonviolenza davanti al voto

Ho riletto i due numeri di Azione Nonviolenta su "nonviolenza e politica".

Abbozzo qui un appunto, nulla più che un breve scarabocchio sullo schermo, che metto sotto l'esame comune.

- I nonviolenti organizzati hanno il programma costruttivo "politico" (pratico, storico, urgente, integrale, irrinunciabile) dell'abolizione della guerra e della trasformazione/soluzione nonviolenta dei conflitti;

- se e quando singoli nonviolenti/e vanno a lavorare nella politica istituzionale, dove incontrano tutte le posizioni, dalla fede (e duri interessi) nella guerra, al pacifismo tiepido e negativo (non far guerra, ma accettarla se aggrediti; non conquista armata, ma intervento armato "soi disant" per i diritti umani e per la legalità internazionale; ecc.), devono, per necessità e anche per dovere, collocarsi sulle linee al momento in quella sede possibili e praticabili, purché siamo il più possibile vicine o meno lontane dal programma nonviolento;

- e devono anche votare perché siano deliberate le scelte relativamente migliori o meno peggiori, perché hanno il dovere primario di impedire che siano deliberate altre scelte meno buone o decisamente peggiori o pessime;

- il motivo di questo loro dovere è il fatto che la realizzazione matura o intera della pace nonviolenta lì e ora non è di fatto possibile, e il solo proclamarlo isolandosi dal voto non significa, in quella sede deliberante, una testimonianza ideale e politica, ma produce l'effetto apparente di relegare il proprio obiettivo nell'astratto utopismo (aspetto negativo dell'utopia concreta positiva), mentre è possibile lì e ora, nella sede deliberante, sostenere concrete parziali riduzioni del male della guerra e proporzionali passi in avanti, o punti di resistenza, del bene della pace;

- tale scelta nel voto non tradisce la coscienza del nonviolento/a, coscienza nota e di nuovo fermamente dichiarata, ma, nei limiti naturali di quell'attività istituzionale collettiva, costituisce una difesa e una promozione possibile, graduale, parziale ma orientata, chiara e non equivoca di tutto ciò che la coscienza del nonviolento/a irrinunciabilmente vuole e cerca. Se il nonviolento/a nell'istituzione non si sente di reggere il carattere dimezzato di questa azione, torni al lavoro culturale, educativo, sociale del programma costruttivo nonviolento, fuori della via deliberativa istituzionale, che ha il valore democratico insostituibile. Ma, in quanto cittadino/a avrà sempre inevitabile il problema e il dovere del voto, nei limitati termini detti, mi pare.

- Quando il medico non può ora guarire completamente il malato, lo cura attivamente, per salvarlo dalla morte e porre le condizioni indispensabili per, domani, libereralo dal male. Il paragone ovviamente zoppica perchè ci sono malattie mortali dei nostri corpi, che il medico non guarisce, mentre è possibile pensare e sperare che la storia umana guarisca un giorno dalla violenza organizzata e sitituzionalizzata. La pace nonviolenta è in cammino.

Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
Enrico Peyretti

 



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#4088 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Mer 26 Lu 2006 6:59 am
Oggetto: Riflettendo ancora su nonviolenza e politica: ideali, idee, consensi
e.pey@...
Invia email Invia email
 
Caro Giovanni,
ieri ho ricevuto, come altri, le due comunicazioni di Fernando Rossi, uno dei senatori obiettori, che copio in calce. Sono più precise e dettagliate delle notizie radio (le mie uniche notizie ufficiali) di ieri sera e stamani. Tutto è bene quel che finisce bene. Speriamo.
Rifletto ancora con te sulla tua lettera di ieri sera 23,25:
- la mia "scaletta" non è mia, ma di Sartori e mi sembra intelligente per capire cos'è la politica: ideali, idee, opinioni (o consensi).
- posso sbagliare, posso eccedere in pessimismo o in prudenza, ma ora non posso consentire con te; io NON credo che la politica e le istituzioni sono il terreno tipico del nonviolento
- perché?  perché la società, il corpo della società, la psiche di ciascuno, noi compresi, e quella collettiva risultante NON è pacifica e nonviolenta; e se non lo è lo spirito sociale, non sarà un drappello, e nemmeno una utopistica maggioranza di nonviolenti (meglio: amici e cercatori della nonviolenza) in un parlamento che renderanno pacifica e nonviolenta la politica e le due decisioni.
- le maggioranze contro la guerra ci sono, e devono essere rispettate dalla politica, sicuramente. Ma temo che abbiano poco o nulla di costruttivo e di impegnativo: sono disposte (per dire una sola cosa) a consumare meno petrolio per non fare la guerra? perché non votano in maggioranza per un programma politico deciso in questa direzione?
- temo che ci facciamo un'illusione: realizzare la nonviolenza (almeno in parte) attraverso una (anche parziale) presa del potere istituzionale. Capitini lo evitò subito. Gandhi animò e mosse il popolo, ma non ebbe nessuna carica, se non di rappresentanza morale. I più grandi uomini, saggi e buoni, della storia umana (salvo rare eccezioni: Confucio, Marco Aurelio, Thomas More, La Pira, Hammarskoeld, ....) agirono fuori, prima, al di sotto e nel profondo della politica e influirono in essa più di tutti gli operatori politici.
- con questo, non nego affatto - anzi! - che il pensiero nonviolento debba assiduamente tallonare e criticare la politica, debba anche mandarvi le persone che se la sentono di lavorarvi, debba fare proposte concrete. Ma non è lì la possibilità, la speranza, l'impegno principale della nonviolenza. Secondo me. In altri momenti ho avuto più speranza nella politica.
- la nonviolenza o nasce e cresce sotto a tutto, dentro, nell'intimo delle persone, e perciò ha a che fare con religione, pensiero filosofico, pratica quotidiana dell'amore donativo, oppure non arriverà. Non arriverà da parttiti e maggioranze, anche se questi potranno fare alcune buone cose.
- Bobbio, nel suo scetticismo (ma sincero nella sua tristezza), ha distinto bene tempi e modi di ciò che chiamava pacifismo etico e pacifismo istituzionale (in definitiva una Onu che funzioni).
- Balducci, la Pira, nella loro fede calda, non si aspettavano più di questa stessa cosa, sul piano politico, ma aprivano tutta la prospettiva del piano profetico.
- io sicuramente non so dire nulla di nuovo, ma sento, ora nuovamente nelle vicende politiche e nelle violenze terribili di oggi, che chi cerca la nonviolenza ha da lavorare nel cuore dell'umanità, e anzitutto nel proprio cuore; nelle fondamenta e non sul tetto della casa umana. Sempre col beneficio del dubbio. Sempre senza scoraggiare nessuno che voglia tentare altre vie. Non credo affatto che il mio modo di sentire sia “paralisi nonviolenta”.  
Ciao! Enrico
--------------------
25 luglio, ore 10,50 . dal sen. Fernando Rossi -
Nell'incontro di ieri con il Governo, i matti dissidenti hanno ottenuto che verrà posta la fiducia (quindi non ci sarà l'allargamento al voto delle destre); che il Governo riconoscerà la LEGITTIMITà DI CHI è CONTRO TUTTE LE GUERRE ; CHE NEL DISCORSO IN AULA IL gOVERNO FARà UN NUOVO PASSO VERSO UN CHIARO IMPEGNO DI TAGLIO NETTO CON enduring (MISSIONE usa) E CHE IN SEDE NATO L'ITALIA PORRà IL TEMA DELLA EXIT STRATEGY (COME USCIRE DALLA GUERRA AFGANA).
NON MALE!. 
25 luglio, ore 15,58 - dal sen. Fernando Rossi -
PRIMA ERA UFFICIOSO E RISERTVATO, ADESSO è UFFICIALE: IL gOVERNO RICONOSCE LE RAGIONI DEI SENATORI "Contro la guerra" come sensibilità organiche alla coalizione, mette la fiducia (e quindi la destra diversamente dalla Camera non potrà dire che lo vota perchè è uguale a quello di Berlusconi) sui punti che noi diversamente non avremmo votato (Punto 2 e generale), accentuerà impegno su separazione, anche in Afghanistan, dalla missione USA " Enduring", e si impegnerà in aula a cercare il consenso degli altri paesi UE per concordare tempi e modi dell' Uscita dalla guerrra Afghana.
---------------------------
 

 
----- Original Message -----
From: redazione
Cc: 'li
Sent: Tuesday, July 25, 2006 11:25 PM
Subject: R: [pace] nonviolenza e politica: ideali, idee, consensi

Caro Enrico,

scusa se ti rispondo solo ora. Non ti nascondo che ho avuto qualche difficoltà a seguire il tuo ragionamento e ho dovuto pensarci un po’ su. Ma alla fine non mi hai convinto. Continua a rimanermi la sensazione che la tua scaletta più che una guida per un “movimento nonviolento” porti ad una “paralisi nonviolenta”.

Posso sbagliarmi, ovviamente, ma io credo che la politica e le istituzioni sono il terreno tipico del nonviolento e quando questo non riesce credo sia per insufficienza dei nonviolenti che in politica si impegnano. E non si tratta, ovviamente, di esprimere giudizi su chicchessia bensì prendere atto che se la guerra è ancora largamente presente nella storia la responsabilità  non è solo dei guerrafondai ma anche e soprattutto nostra che ci ritagliamo piccoli spazi angusti e per di più molto litigiosi dove poter vivere i nostri ideali.

C’è un articolo significativo di uno dei senatori dissenzienti che oggi Peppe Sini ha diffuso ne “La nonviolenza è in cammino”. Leggendolo sono ancora più convinto che si sia commesso un errore a lasciare soli questi senatori e giocare con loro al tiro al piccione dividendosi fra “realisti” ed “utopisti”.

Quando si fa una trattativa bisogna giocare fino in fondo tutte le proprie carte e la propria forza di idee e non solo di idee. Se non si fa così non si sposta nulla e i forti continuano a rimanere forti e ad imporre tutto ciò che vogliono.

E in una situazione nella quale c'è una parte della maggioranza che guarda con simpatia, e lo dice esplicitamente, a forze politiche dell'altra sponda, avere una forza parlamentare consistente, come c’è l’ha la cosiddetta sinistra antagonista, e il consenso maggioritario dell'opinione pubblica (se è vero che il 61% degli italiani è per il ritiro) e non utilizzarlo è un vero e proprio suicidio politico. La soluzione della mozione di fiducia, richiesta con intelligenza dai senatori dissenzienti, serve a porre un freno ad una deriva "inciucista" di cui abbiamo già sperimentato le conseguenze ai tempi della bicamerale e sempre con gli stessi personaggi in gioco.

Comunque staremo a vedere, è solo questione di poche ore e speriamo in bene.

Ciao e non interrompiamo mai il dialogo e basta con le risse e le scomuniche

Giovanni Sarubbi

 

 

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Da: Enrico Peyretti [mailto:e.pey@...]
Inviato: domenica 23 luglio 2006 23.34
A: lista Peacelink Pace; il dialogo
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Oggetto: Re: [pace] nonviolenza e politica: ideali, idee, consensi

 

Caro Giovanni (ma perché non scrivi un po' più grande?),

anzitutto non penso di avere sempre ragione, o tutte le ragioni. Cerco di fare un lavoro di pensiero su un problema difficile.

Ancora una premessa. Ha detto bene Sartori da qualche parte che la politica è fatta di ideali, idee, opinioni. Per alcuni è fatta solo di opinioni, cioè di consensi da plasmare di forza, di voti da accaparrare in ogni modo per avere potere, a favore dei propri affari: li abbiamo appena cacciati da Palazzo Chigi. Per altri la politica è fatta di idee, di progetti, più o meno giusti, compresi, condivisi, votati: ed è già meglio. Per altri, infine, è fatta anche di ideali, che certo hanno bisogno di farsi progetti e di trovare consensi.

Ora, noi noviolenti (me compreso), siamo degli idealisti anzitutto. E facciamo più che bene, perché gli ideali sono la parte più carente, scarsa come l'oro, nella politica. Abbiamo anche alcune idee: sappiamo articolare l'ideale in proposte concrete che abbiamo anche presentato ultimamente nel dibattito pre-elettorale (senza ascolto). E' il consenso che ci manca. Siamo un'ultraminoranza. La maggioranza della gente non vuole la guerra, né qui né là: costa tanto, ci vanno i nostri ragazzi per il gruzzolo e ci lasciano la pelle, vedere tutti quei massacri fa star male. Sì, questo è dissenso dalla guerra, ma non è consenso per costruire concretamente la pace, cioè la nonviolenza. Noi nonviolenti discutiamo di nonviolenza e politica e facciamo progetti. La nonviolenza sarebbe una politica se, oltre ideali e idee, avesse anche consensi. Ne ha pochissimi, perciò ha pochissimi rappresentanti in Parlamento.

Una fragile maggioranza in Parlamento, oggi, è per fare la guerra non a distesa, solo quando altri la attaccano (pace negativa). Un'altra parte la fa volentieri, per piacere all'Impero, e perché, nella sua filosofia, alla fine è la guerra che decide tutto (e persino conviene all'economia). Quelli che sanno e vogliono, nei conflitti, sostituire la guerra coi metodi nonviolenti (pace positiva), sono pochissimi, non fanno numero. Poiché le decisioni politiche si fanno, sì, con ideali e idee, ma attraverso i consensi, i numeri, in Parlamento la nonviolenza oggi non conta nulla. Allora, o i nonviolenti se ne vanno perché non possono attuarvi l'ideale; oppure, continuando a presentare l'ideale della pace positiva, favoriscono l'aggregazione di voti attorno all'idea di pace negativa, per evitare che prevalga la guerra più attiva; oppure, col negare il loro voto alla mezza pace e mezza guerra, favoriscono la maggior guerra. 

In democrazia (sistema prezioso e imperfetto) gli ideali passano attraverso i numeri. Il testimone dell'ideale non si preoccupa dei numeri, ma delle verità. Fa benissimo, ma il suo ruolo non è nelle assemblee democratiche, quando sono messe alle strette del calcolo dei voti. In queste assemblee, l'ideale tende a farsi realtà effettiva, perciò deve contare i numeri, e deve scegliere l'idea meno lontana dall'ideale.

Scusa la lunga e noiosa premessa (mia fatica per chiarire a me stesso); ora rispondo alla tua lettera, sempre nell'ipotesi di soluzione che a me - posso sbagliare, ma ne sono convinto - pare più giusta.

----- Original Message -----

From: redazione

Cc: Sent: Sunday, July 23, 2006 9:51 PM

Subject: R: [pace] nonviolenza e politica

 

Caro Enrico,

la tua scaletta mi lascia completamente interdetto.     Non sono un teorico della nonviolenza, ne un filosofo, ne un teologo ma mi sembra di capire che  la tua scaletta ha come conseguenza l’impossibilità di cambiare alcunché all’interno delle istituzioni.

E.P. -  No, è possibile se si diffonde sufficientemente l'ideale (lavoro del movimento) e le idee (lavoro della cultura) e se qualcosa di ciò arriva nelle istituzioni.

 

Mi sembra una scaletta costruita per giustificare un accordo piuttosto che una guida per l’azione anche perché, di solito, quando si agisce non ci sono guide che tengano.

E.P. - Non capisco.

E come quando si gioca a scacchi, una cosa è conoscere la teoria delle aperture, del mediogioco o dei finali, altra cosa è giocare una partita concreta con un avversario in carne ed ossa. E dov’è allora la forza della nonviolenza se non riesce a trovare interpreti, o con altro linguaggio, profeti che riescano a cambiare anche realtà apparentemente impermeabili a qualsiasi cambiamento quale può essere una istituzione parlamentare largamente lobbizzata?

E.P. - A me pare che un interprete o profeta può (può, non avviene sempre) cambiare le menti e i cuori, e solo tramite questi, cioè la crescita della società, ma non direttamente (non sarebbe neppure corretto), influire su un'istituzione.  

Se il nonviolento non può dare battaglia all’interno della istituzione nella quale è stato eletto utilizzando tutti gli strumenti legali che le istituzioni consentono qual è il suo ruolo, come riesce a far valere le sue ragioni e a rendere concreta l’idea che ha scelto come vocazione della propria vita?

E.P. - Ma certo che darà battaglia, cioè proporrà ideale e idee, ma se non trova consensi ad essi non deve isolarsi, bensì sostenere il meno peggio per non far vincere il peggio, e questo è il dovere minimo, irrinunciabile.

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E.P. - Ma io non voglio mica che rimanga staccata dalla realtà! Non puoi capirmi così! Dico che, nell'assemblea deliberante, se non hai i consensi, l'ideale non entra nelle decisioni. Ma tu devi decidere, e non solo lasciar decidere. Devi scegliere il meno lontano dal tuo ideale.

Io credo fermamente che gli otto senatori e i 4 deputati abbiano fatto benissimo a fare quello che hanno fatto.

E.P. - Intanto, non lo hanno ancora fatto. Se negano il voto al governo sbagliano, favoriscono il peggio.

E se si arriva al voto di fiducia al senato per loro e per il movimento non violento sarà una vittoria perché verrà riconosciuta la loro indispensabilità nella politica del governo.

E.P. - Bella vittoria! spingere il governo a destra, o darlo alla destra! Indispensabili in un governo che non c'è più!!!

Se non sarà così la cosiddetta “sinistra radicale” sarà spazzata via subito e sostituita con qualche ruota di scorta del centrodestra, già pronta ai blocchi di partenza.

E.P. - Appunto per non far posto al centro-destra, la sinistra deve sacrificare qualcosa delle sue idee per restare nella compagine e contarvi qualcosa.

In politica conta la forza delle idee e dei numeri che si riesce a mettere in campo e chi ha la forza di una idea e i numeri per sostenerla e non li usa fa karakiri.

E.P. - Gli "obiettori" ora come ora hanno solo la forza di far vincere il peggio. Contrattino e cerchino un punto d'incontro, ma restino dentro, proprio per dare numeri all'ideale.

Quando si fa una trattativa sindacale si discute ma si sciopera anche,si cerca di smontare le tesi della controparte ma lo si mette anche alle corde con l’arma dello sciopero, poi certo si fa l’accordo. E quando non si fa così ma si parte già con una scaletta del tipo di quella che tu hai proposto, i risultati sono pessimi, sono dei pateracchi di nessun valore, compromessi nel senso più deteriore del termine. Se il movimento operaio avesse usato una scaletta come la tua staremmo ancora con le 12 ore al giorno.

E se non riusciamo a tenere sempre presente l’ideale che abbiamo scelto, di fatto lo svendiamo e lo ridicolizziamo.

E.P. - La gradualità possibile non è svendere ma far camminare passo passo.

E allora io voglio esprimere tutta la mia solidarietà ai senatori dissenzienti e alla loro battaglia. Ma voglio anche dire a chi ha scelto la strada indicata da Peyretti che non li considero dei traditori da espellere dal movimento o altre sciocchezza che pure sono state dette e scritte. Sarebbe questo si un regalo alle forze della guerra che proprio non possiamo permetterci.

E.P. - Ti ringrazio della comprensione. Si duscute in unità di intenti.

Ciao! Enrico

Ciao

Giovanni Sarubbi

 

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Inviato: domenica 23 luglio 2006 9.22
A: bravo anna; azionenonviolenta; buccoliero elena; capitini luciano; centro Gandhi 1 Pisa; Ciardi Filippo; Codrignani Giancarla; Dogliotti Angela; giusti luca; Iannamorelli Pasquale; l'abate 01 alberto; locascio 01 francesco (mir); lugli daniele; malleo m. antonietta, palermo; Manara Fulvio Cesare; martirani giuliana; menapace 01 lidia; moratto adriano; pilati massimiliano, trento; pompeo 1 rocco; Pontara Giuliano; pugliese pasquale; racca A1 piercarlo; rizzi02 flavia; salio nanni; satyagraha; siino 1 marco; soccio 01 matteo; valpiana mao
Cc: lista pax christi gr discussione; lista Peacelink Pace; lista nonviolenti; lista Mir dibattito; lista BCP; Bulgarelli Mauro; De Petris Loredana; Malabarba Gigi; Silvestri Giampaolo; Turigliatto Franco; Giannini Fosco; Rossi Fernando; Grassi Claudio
Oggetto: [pace] nonviolenza e politica

 

La nonviolenza davanti al voto

Ho riletto i due numeri di Azione Nonviolenta su "nonviolenza e politica".

Abbozzo qui un appunto, nulla più che un breve scarabocchio sullo schermo, che metto sotto l'esame comune.

- I nonviolenti organizzati hanno il programma costruttivo "politico" (pratico, storico, urgente, integrale, irrinunciabile) dell'abolizione della guerra e della trasformazione/soluzione nonviolenta dei conflitti;

- se e quando singoli nonviolenti/e vanno a lavorare nella politica istituzionale, dove incontrano tutte le posizioni, dalla fede (e duri interessi) nella guerra, al pacifismo tiepido e negativo (non far guerra, ma accettarla se aggrediti; non conquista armata, ma intervento armato "soi disant" per i diritti umani e per la legalità internazionale; ecc.), devono, per necessità e anche per dovere, collocarsi sulle linee al momento in quella sede possibili e praticabili, purché siamo il più possibile vicine o meno lontane dal programma nonviolento;

- e devono anche votare perché siano deliberate le scelte relativamente migliori o meno peggiori, perché hanno il dovere primario di impedire che siano deliberate altre scelte meno buone o decisamente peggiori o pessime;

- il motivo di questo loro dovere è il fatto che la realizzazione matura o intera della pace nonviolenta lì e ora non è di fatto possibile, e il solo proclamarlo isolandosi dal voto non significa, in quella sede deliberante, una testimonianza ideale e politica, ma produce l'effetto apparente di relegare il proprio obiettivo nell'astratto utopismo (aspetto negativo dell'utopia concreta positiva), mentre è possibile lì e ora, nella sede deliberante, sostenere concrete parziali riduzioni del male della guerra e proporzionali passi in avanti, o punti di resistenza, del bene della pace;

- tale scelta nel voto non tradisce la coscienza del nonviolento/a, coscienza nota e di nuovo fermamente dichiarata, ma, nei limiti naturali di quell'attività istituzionale collettiva, costituisce una difesa e una promozione possibile, graduale, parziale ma orientata, chiara e non equivoca di tutto ciò che la coscienza del nonviolento/a irrinunciabilmente vuole e cerca. Se il nonviolento/a nell'istituzione non si sente di reggere il carattere dimezzato di questa azione, torni al lavoro culturale, educativo, sociale del programma costruttivo nonviolento, fuori della via deliberativa istituzionale, che ha il valore democratico insostituibile. Ma, in quanto cittadino/a avrà sempre inevitabile il problema e il dovere del voto, nei limitati termini detti, mi pare.

- Quando il medico non può ora guarire completamente il malato, lo cura attivamente, per salvarlo dalla morte e porre le condizioni indispensabili per, domani, libereralo dal male. Il paragone ovviamente zoppica perchè ci sono malattie mortali dei nostri corpi, che il medico non guarisce, mentre è possibile pensare e sperare che la storia umana guarisca un giorno dalla violenza organizzata e sitituzionalizzata. La pace nonviolenta è in cammino.

Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
Enrico Peyretti

 



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#4087 Da: "Ciavarella Giovanni" <giovanni.ciavarella@...>
Data: Lun 24 Lu 2006 8:30 am
Oggetto: R: [MIR-riconciliazione] nonviolenza e politica
giovanni.ciavarella@...
Invia email Invia email
 
Io penso che Cacciari abbia fatto ciò che più era auspicabile:
- ha mantenuto fede al mandato di chi lo ha sostenuto e votato nella campagna elettorale (quando accetti di rappresentare altri, non vai più solo a nome tuo...);
- ha fatto sentire la voce dei nonviolenti in modo forte nel momento in cui di questo era doveroso, possibile e amplificato;
- non fa cadere il governo, chiedendo una sostituzione interna al partito;
- segue e testimonia la coscienza come valore assoluto, fatto nuovo (che tutti auspichiamo!) dentro le istituzioni.
 
Credo invece che stiamo cascando nel tranello dell'opposizione che grida "allo scandalo" se il voto non avviene a maggioranza blindata del governo...
 
 
Ma perchè?!?
 
Intanto il risultato non cambierebbe nel merito; lo stesso Berluscao ha "ammesso" che voterebbe la proposta della maggioranza, "suo malgrado". Non canta vittoria, quindi, nel merito. Avrebbe voluto una legge ben più compromessa a Bush.
 
Poi se per ogni legge si dovesse avere la maggioranza già interna al Governo, o chiedere la fiducia... a che servirebbe il Parlamento?!?
 Il Governo precedente ci ha insegnato che questa modalità non si chiama certo democrazia! E d'altronde non è certo caduto tutte le volte che non aveva la maggioranza in parlamento.
Perchè adesso grida allo scandalo?
 
Credo invece che se Cacciari avesse più appoggio dai movimenti nonviolenti  e fossero ancor più sottolineate le "ragioni" della sua scelta invece delle "conseguenze numeriche nel governo" forse si sarebbe riusciti ad ottenere uno spostamento ( non certo il non rifinanziamento!) più significativo nella politica estera italiana. E il suo gesto avrebbe avuto l'effetto, credo,  desiderato.
 
Il giochino/ricatto del centrodestra ci ha invece divisi in due posizioni all'interno dei movimenti...
 
 
Siamo in tempo a tentare un "plauso univoco" a Cacciari, chiedendo all'attuale Governo maggior rispetto del mandato degli italiani (61%?) senza per questo volerlo far cadere?
Forse, ripeto forse, otterremmo una maggiore "forza contrattuale" nel prossimo semestre, quando sarà fatta la prima verifica sul rifinanziamento.
 
E una rinnovata unità nei movimenti nonviolenti!
 
Giovi 
 
 
 
 
 
 
-----Messaggio originale-----
Da: MIR-riconciliazione@yahoogroups.com [mailto:MIR-riconciliazione@yahoogroups.com]Per conto di Luciano Benini
Inviato: domenica 23 luglio 2006 13.47
A: MIR-riconciliazione@yahoogroups.com
Cc: bravo anna; azionenonviolenta; buccoliero elena; capitini luciano; centro Gandhi 1 Pisa; Ciardi Filippo; Codrignani Giancarla; Dogliotti Angela; giusti luca; Iannamorelli Pasquale; l'abate 01 alberto; locascio 01 francesco (mir); lugli daniele; malleo m. antonietta, palermo; Manara Fulvio Cesare; martirani giuliana; menapace 01 lidia; moratto adriano; pilati massimiliano, trento; pompeo 1 rocco; Pontara Giuliano; pugliese pasquale; racca A1 piercarlo; rizzi02 flavia; salio nanni; satyagraha; siino 1 marco; soccio 01 matteo; valpiana mao; lista pax christi gr discussione; lista Peacelink Pace; lista nonviolenti; lista BCP; Bulgarelli Mauro; De Petris Loredana; Malabarba Gigi; Silvestri Giampaolo; Turigliatto Franco; Giannini Fosco; Rossi Fernando; Grassi Claudio
Oggetto: Re: [MIR-riconciliazione] nonviolenza e politica

Tutti noi crediamo nel valore dell'obiezione di coscienza, nel scelta cioè di mettere in secondo piano qualunque considerazione quando siamo chiamati a fare una azione che ripugna alla nostra coscienza. Se fossi in parlamento mi ripugnerebbe votare a favore del rifinanziamento degli interventi armati italiani. Se non nei confronti della guerra, quando riterremmo accettabile che un parlamentare opponga il valore supremo della coscienza?
Certo, in questo caso questa l'obiezione di coscienza potrebbe causare la caduta di un governo e il rischio del ritorno degli Unni.
Forse l'unica scelta possibile è quella di Paolo Cacciari: dimettersi. Riterrei possibile una astensione nel caso di esplicita e chiara strategia di uscita dalla guerra, perchè in tal caso la scelta del male minore potrebbe essere accettabile. Ogni altra scelta mi sembrerebbe impraticabile.
Luciano Benini


Enrico Peyretti ha scritto:
La nonviolenza davanti al voto
Ho riletto i due numeri di Azione Nonviolenta su "nonviolenza e politica".
Abbozzo qui un appunto, nulla più che un breve scarabocchio sullo schermo, che metto sotto l'esame comune.
- I nonviolenti organizzati hanno il programma costruttivo "politico" (pratico, storico, urgente, integrale, irrinunciabile) dell'abolizione della guerra e della trasformazione/soluzione nonviolenta dei conflitti;
- se e quando singoli nonviolenti/e vanno a lavorare nella politica istituzionale, dove incontrano tutte le posizioni, dalla fede (e duri interessi) nella guerra, al pacifismo tiepido e negativo (non far guerra, ma accettarla se aggrediti; non conquista armata, ma intervento armato "soi disant" per i diritti umani e per la legalità internazionale; ecc.), devono, per necessità e anche per dovere, collocarsi sulle linee al momento in quella sede possibili e praticabili, purché siamo il più possibile vicine o meno lontane dal programma nonviolento;
- e devono anche votare perché siano deliberate le scelte relativamente migliori o meno peggiori, perché hanno il dovere primario di impedire che siano deliberate altre scelte meno buone o decisamente peggiori o pessime;
- il motivo di questo loro dovere è il fatto che la realizzazione matura o intera della pace nonviolenta lì e ora non è di fatto possibile, e il solo proclamarlo isolandosi dal voto non significa, in quella sede deliberante, una testimonianza ideale e politica, ma produce l'effetto apparente di relegare il proprio obiettivo nell'astratto utopismo (aspetto negativo dell'utopia concreta positiva), mentre è possibile lì e ora, nella sede deliberante, sostenere concrete parziali riduzioni del male della guerra e proporzionali passi in avanti, o punti di resistenza, del bene della pace;
- tale scelta nel voto non tradisce la coscienza del nonviolento/a, coscienza nota e di nuovo fermamente dichiarata, ma, nei limiti naturali di quell'attività istituzionale collettiva, costituisce una difesa e una promozione possibile, graduale, parziale ma orientata, chiara e non equivoca di tutto ciò che la coscienza del nonviolento/a irrinunciabilmente vuole e cerca. Se il nonviolento/a nell'istituzione non si sente di reggere il carattere dimezzato di questa azione, torni al lavoro culturale, educativo, sociale del programma costruttivo nonviolento, fuori della via deliberativa istituzionale, che ha il valore democratico insostituibile. Ma, in quanto cittadino/a avrà sempre inevitabile il problema e il dovere del voto, nei limitati termini detti, mi pare.
- Quando il medico non può ora guarire completamente il malato, lo cura attivamente, per salvarlo dalla morte e porre le condizioni indispensabili per, domani, libereralo dal male. Il paragone ovviamente zoppica perchè ci sono malattie mortali dei nostri corpi, che il medico non guarisce, mentre è possibile pensare e sperare che la storia umana guarisca un giorno dalla violenza organizzata e sitituzionalizzata. La pace nonviolenta è in cammino.
Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
Enrico Peyretti
 

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#4086 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Lun 24 Lu 2006 10:20 am
Oggetto: Re: nonviolenza e politica
e.pey@...
Invia email Invia email
 
Caro Fernando Rossi,
non credo che Lidia Menapace e altri come lei siano sciocchi nel valutare
possibile orientare alla meno-guerra, verso la non-guerra, questo decreto.
Sono preoccupatissimo dell'uso politico che si farà, e che voi lasciate
fare, del vostro voto contrario - se ci sarà - perché la questione
Afghanistan è importantissima, ma altrettanto e di più il confronto generale
tra due coalizioni: una insoddisfacente, una depreecabile: ci ricordiamo
anocra il governo precedente?.
Io penso che voi sbagliate gravemente, e danneggiate tutti, se favorirete la
seconda.
Pensate al Paese, non alle posizioni politiche! La coscienza impone anche
questo.
Se poi siete capaci di affermare la vostra posizione (che capisco bene!)
sulla questione Afghanistan, senza causare quel danno politico generale,
avrete l'ammirazione di tanti (e mia).
Sempre nella cordialità
Enrico Peyretti, Torino

----- Original Message -----
From: "Rossi, Fernando" <rossi_f@...>
To: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Sent: Monday, July 24, 2006 11:11 AM
Subject: RIF: nonviolenza e politica


>
>
>
>
>
>
> Nel programma dell´Unione non c´è scritto nessun impegno a continuare la
guerra in Afghanistan. Tuttavia, ogni giorno, qualcuno attacca i
parlamentari contro la guerra sostenendo che non c´è scritto nemmeno il
contrario e quindi si può continuare a farla.
>
> Nel Programma dell´Unione c´è invece scritto, a pag 98 (ultimi due
capoversi ) che il nuovo governo, nell´applicazione rigorosa dell´art.11
della Costituzione parteciperà solo a: missioni di sicurezza collettiva come
previsto dall´art.VII della Carta delle Nazioni Unite; distinguendo le
funzioni di polizia internazionale, dalla guerra; (missioni, ndr)"di natura
tale da garantire la terzietà rispetto al paese (in cui si entra, ndr) e
agli interessi in campo; la congruità dei mezzi rispetto ai fini
  perseguiti."
>
> A pag.99, il primo capoverso recita: "Crediamo che il Parlamento debba
autorizzare le spese relative ad un´eventuale partecipazione dell´Italia con
votazione separata per ogni singola missione."
>
> A pag. 109, primo capoverso: "Noi pensiamo per l´oggi e per il domani, che
non sia possibile un impegno delle Forze Armate italiane fuori dai confini
nazionali senza mandato diretto e preciso delle Nazioni Unite e della UE.
>
> L´ultimo capoverso di pag.109 recita: "L´Unione si impegna,
nell´ambito
della cooperazione europea, a sostenere una politica che consenta la
riduzione delle spese per armamenti".
>
> Il Decreto che ci è stato sottoposto non rispetta nessuna di tali
condizioni.
>
> La missione ISAF non è più, se mai lo è realmente stata, una "missione
multilaterale ONU "di Pace" ma si è fusa con "Enduring Freedom",
(missione
unilaterale "di guerra" decisa e voluta dalle gerarchie militari e dal
presidente degli Stati Uniti).
>
> Nell´agosto 2003, la missione ISAF si trasforma da missione ONU a missione
a comando NATO: alleanza militare formalmente in guerra a fianco degli USA,
in virtù di un improprio richiamo all´art.5 del Trattato dell´Alleanza Nord
Atlantica.
>
> Come ha spiegato il generale Fabio Mini (ex comandante della missione KFOR
in Kosovo) le forze ISAF, nel 2005 e nel 2006, si sono trovate impegnate a
fianco, ed al posto delle forze USA, in operazioni di "bonifica", ovvero
nella guerra ai talebani.
>
> Nei primi 6 mesi del 2006, la "missione di pace" ha prodotto 2500 morti
Afgani e 84 militari Nato e USA, ed è a tutti noto che, per coprire il
fallimento militare (e morale) della loro guerra, hanno già deciso una
"escalation" (aumentarne  l´ampiezza e la potenza distruttiva).
>
>
>
>
>
> Chi era contrario alla guerra all´Afghanistan fatta dal Governo
Berlusconi, perché dovrebbe sostenerla se la stessa guerra viene proposta
dal Governo dell´Unione, che ora non può nemmeno avvalersi delle vecchie
bugie sul presunto ruolo umanitario?
>
> Noi "disobbedienti" contro la guerra, secondo chi parla a nome del futuro
partito democratico (DS, Margherita, IDV e Rosa nel Pugno) dovremmo dimetter
ci perché avremmo tradito il mandato elettorale.......
>
> Suggerirei di dare un´occhiata al sondaggio del Corriere della sera,
(subito occultato) dove  è emerso che un´ampia maggioranza di italiani è
contro la nostra partecipazione alla guerra afgana.
>
> Chi onora il proprio dovere di rappresentante del popolo non dovrebbe
essere aggredito da "ragionatori" che si richiamano ad un Programma
elettorale, che forse non hanno nemmeno letto o ad una disciplina di partito
che è il contrario della democrazia parlamentare (sono decisamente contrario
ad un parlamento "bulgaro", fatto da 13 Segretari nazionali di partito o da
centinaia di loro cloni.
>
> Nessuno nega al Governo di avanzare proposte non contemplate nel
Programma, ma in tal caso, un confronto ed un coinvolgimento di partiti e
parlamentari, di maggioranza, è un percorso democratico obbligatorio.
>
> Quindi i guardiani del nulla si mettano tranquilli: non esistono teste
calde e teste fredde, esistono idee diverse sulla inderogabile necessità di
non deludere gli Stati Uniti. Tali diverse idee andrebbero sempre e comunque
messe a confronto. Se c´è chi pensa che un pre-accordo "democratico"
possa
imporre al parlamento una guerra (ma anche una legge finanziaria) dovrà
ricredersi, almeno al Senato.
>
> Il resto delle polemiche è solo propaganda per salvarsi l´anima, poichè.
>
> "Voi volete  far cadere Prodi", è una inutile intimidazione poichè non
è
vera è perché anche i più creduloni giovedì sera vedranno che la montagna
non avrà nemmeno partorito il topolino;
>
> "Sarete voi a favorire `allargamento al centro dell´Unione e delle sue
scelte sociali" è un argomento fasullo. Basti vedere le numerose aperture
pre-Decreto guerra o la campagna promossa da alcuni grandi giornali
nazionali (che è cominciata il giorno dopo al voto, avendo a modello la
grosse coalition tedesca) per rendersene conto.
>
>
>
> -----Messaggio originale-----
> Da: Enrico Peyretti [mailto:e.pey@...]
> Inviato: dom 23/07/2006 8.21
> A: bravo anna; azionenonviolenta; buccoliero elena; capitini luciano;
centro Gandhi 1 Pisa; Ciardi Filippo; Codrignani Giancarla; Dogliotti
Angela; giusti luca; Iannamorelli Pasquale; l'abate 01 alberto; locascio 01
francesco (mir); lugli daniele; malleo m. antonietta, palermo; Manara Fulvio
Cesare; martirani giuliana; menapace 01 lidia; moratto adriano; pilati
massimiliano, trento; pompeo 1 rocco; Pontara Giuliano; pugliese pasquale;
racca A1 piercarlo; rizzi02 flavia; salio nanni; satyagraha; siino 1 marco;
soccio 01 matteo; valpiana mao
> Cc: lista pax christi gr discussione; lista Peacelink Pace; lista
nonviolenti; lista Mir dibattito; lista BCP; Bulgarelli,Mauro; De Petris
Loredana; Malabarba Gigi; Silvestri, Gianpaolo; Turigliatto,Franco;
Giannini,Fosco; Rossi, Fernando; Grassi,Claudio
> Oggetto: nonviolenza e politica
>
>
> La nonviolenza davanti al voto
> Ho riletto i due numeri di Azione Nonviolenta su "nonviolenza e politica".
> Abbozzo qui un appunto, nulla più che un breve scarabocchio sullo schermo,
che metto sotto l'esame comune.
> - I nonviolenti organizzati hanno il programma costruttivo "politico"
(pratico, storico, urgente, integrale, irrinunciabile) dell'abolizione della
guerra e della trasformazione/soluzione nonviolenta dei conflitti;
> - se e quando singoli nonviolenti/e vanno a lavorare nella politica
istituzionale, dove incontrano tutte le posizioni, dalla fede (e duri
interessi) nella guerra, al pacifismo tiepido e negativo (non far guerra, ma
accettarla se aggrediti; non conquista armata, ma intervento armato "soi
disant" per i diritti umani e per la legalità internazionale; ecc.), devono,
per necessità e anche per dovere, collocarsi sulle linee al momento in
quella sede possibili e praticabili, purché siamo il più possibile vicine o
meno lontane dal programma nonviolento;
> - e devono anche votare perché siano deliberate le scelte relativamente
migliori o meno peggiori, perché hanno il dovere primario di impedire che
siano deliberate altre scelte meno buone o decisamente peggiori o pessime;
> - il motivo di questo loro dovere è il fatto che la realizzazione matura o
intera della pace nonviolenta lì e ora non è di fatto possibile, e il solo
proclamarlo isolandosi dal voto non significa, in quella sede deliberante,
una testimonianza ideale e politica, ma produce l'effetto apparente di
relegare il proprio obiettivo nell'astratto utopismo (aspetto negativo
dell'utopia concreta positiva), mentre è possibile lì e ora, nella sede
deliberante, sostenere concrete parziali riduzioni del male della guerra e
proporzionali passi in avanti, o punti di resistenza, del bene della pace;
> - tale scelta nel voto non tradisce la coscienza del nonviolento/a,
coscienza nota e di nuovo fermamente dichiarata, ma, nei limiti naturali di
quell'attività istituzionale collettiva, costituisce una difesa e una
promozione possibile, graduale, parziale ma orientata, chiara e non equivoca
di tutto ciò che la coscienza del nonviolento/a irrinunciabilmente vuole e
cerca. Se il nonviolento/a nell'istituzione non si sente di reggere il
carattere dimezzato di questa azione, torni al lavoro culturale, educativo,
sociale del programma costruttivo nonviolento, fuori della via deliberativa
istituzionale, che ha il valore democratico insostituibile. Ma, in quanto
cittadino/a avrà sempre inevitabile il problema e il dovere del voto, nei
limitati termini detti, mi pare.
> - Quando il medico non può ora guarire completamente il malato, lo cura
attivamente, per salvarlo dalla morte e porre le condizioni indispensabili
per, domani, libereralo dal male. Il paragone ovviamente zoppica perchè ci
sono malattie mortali dei nostri corpi, che il medico non guarisce, mentre è
possibile pensare e sperare che la storia umana guarisca un giorno dalla
violenza organizzata e sitituzionalizzata. La pace nonviolenta è in cammino.
> Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
> Enrico Peyretti
>
>
>
>
>
> --------------------------------------------------------------------------
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> This e-mail was checked by the e-Sweeper Service.
> For more information visit our website, Clearswift Corporation e-Sweeper :
> http:// www.mimesweeper.com/products/esweeper/
> --------------------------------------------------------------------------
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#4085 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Lun 24 Lu 2006 9:44 am
Oggetto: Fw: [MIR-riconciliazione] nonviolenza e politica
locascio.francesco@...
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Bravo Giovanni!
 
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Cc: bravo anna ; azionenonviolenta ; buccoliero elena ; capitini luciano ; centro Gandhi 1 Pisa ; Ciardi Filippo ; Codrignani Giancarla ; Dogliotti Angela ; giusti luca ; Iannamorelli Pasquale ; l'abate 01 alberto ; locascio 01 francesco (mir) ; lugli daniele ; malleo m. antonietta, palermo ; Manara Fulvio Cesare ; martirani giuliana ; menapace 01 lidia ; moratto adriano ; pilati massimiliano, trento ; pompeo 1 rocco ; Pontara Giuliano ; pugliese pasquale ; racca A1 piercarlo ; rizzi02 flavia ; salio nanni ; satyagraha ; siino 1 marco ; soccio 01 matteo ; valpiana mao ; lista pax christi gr discussione ; lista Peacelink Pace ; lista nonviolenti ; lista BCP ; Bulgarelli Mauro ; De Petris Loredana ; Malabarba Gigi ; Silvestri Giampaolo ; Turigliatto Franco ; Giannini Fosco ; Rossi Fernando ; Grassi Claudio
Sent: Monday, July 24, 2006 10:30 AM
Subject: R: [MIR-riconciliazione] nonviolenza e politica

Io penso che Cacciari abbia fatto ciò che più era auspicabile:
- ha mantenuto fede al mandato di chi lo ha sostenuto e votato nella campagna elettorale (quando accetti di rappresentare altri, non vai più solo a nome tuo...);
- ha fatto sentire la voce dei nonviolenti in modo forte nel momento in cui di questo era doveroso, possibile e amplificato;
- non fa cadere il governo, chiedendo una sostituzione interna al partito;
- segue e testimonia la coscienza come valore assoluto, fatto nuovo (che tutti auspichiamo!) dentro le istituzioni.
 
Credo invece che stiamo cascando nel tranello dell'opposizione che grida "allo scandalo" se il voto non avviene a maggioranza blindata del governo...
 
 
Ma perchè?!?
 
Intanto il risultato non cambierebbe nel merito; lo stesso Berluscao ha "ammesso" che voterebbe la proposta della maggioranza, "suo malgrado". Non canta vittoria, quindi, nel merito. Avrebbe voluto una legge ben più compromessa a Bush.
 
Poi se per ogni legge si dovesse avere la maggioranza già interna al Governo, o chiedere la fiducia... a che servirebbe il Parlamento?!?
 Il Governo precedente ci ha insegnato che questa modalità non si chiama certo democrazia! E d'altronde non è certo caduto tutte le volte che non aveva la maggioranza in parlamento.
Perchè adesso grida allo scandalo?
 
Credo invece che se Cacciari avesse più appoggio dai movimenti nonviolenti  e fossero ancor più sottolineate le "ragioni" della sua scelta invece delle "conseguenze numeriche nel governo" forse si sarebbe riusciti ad ottenere uno spostamento ( non certo il non rifinanziamento!) più significativo nella politica estera italiana. E il suo gesto avrebbe avuto l'effetto, credo,  desiderato.
 
Il giochino/ricatto del centrodestra ci ha invece divisi in due posizioni all'interno dei movimenti...
 
 
Siamo in tempo a tentare un "plauso univoco" a Cacciari, chiedendo all'attuale Governo maggior rispetto del mandato degli italiani (61%?) senza per questo volerlo far cadere?
Forse, ripeto forse, otterremmo una maggiore "forza contrattuale" nel prossimo semestre, quando sarà fatta la prima verifica sul rifinanziamento.
 
E una rinnovata unità nei movimenti nonviolenti!
 
Giovi 
 
 
 
 
 
 
-----Messaggio originale-----
Da: MIR-riconciliazione@yahoogroups.com [mailto:MIR-riconciliazione@yahoogroups.com]Per conto di Luciano Benini
Inviato: domenica 23 luglio 2006 13.47
A: MIR-riconciliazione@yahoogroups.com
Cc: bravo anna; azionenonviolenta; buccoliero elena; capitini luciano; centro Gandhi 1 Pisa; Ciardi Filippo; Codrignani Giancarla; Dogliotti Angela; giusti luca; Iannamorelli Pasquale; l'abate 01 alberto; locascio 01 francesco (mir); lugli daniele; malleo m. antonietta, palermo; Manara Fulvio Cesare; martirani giuliana; menapace 01 lidia; moratto adriano; pilati massimiliano, trento; pompeo 1 rocco; Pontara Giuliano; pugliese pasquale; racca A1 piercarlo; rizzi02 flavia; salio nanni; satyagraha; siino 1 marco; soccio 01 matteo; valpiana mao; lista pax christi gr discussione; lista Peacelink Pace; lista nonviolenti; lista BCP; Bulgarelli Mauro; De Petris Loredana; Malabarba Gigi; Silvestri Giampaolo; Turigliatto Franco; Giannini Fosco; Rossi Fernando; Grassi Claudio
Oggetto: Re: [MIR-riconciliazione] nonviolenza e politica

Tutti noi crediamo nel valore dell'obiezione di coscienza, nel scelta cioè di mettere in secondo piano qualunque considerazione quando siamo chiamati a fare una azione che ripugna alla nostra coscienza. Se fossi in parlamento mi ripugnerebbe votare a favore del rifinanziamento degli interventi armati italiani. Se non nei confronti della guerra, quando riterremmo accettabile che un parlamentare opponga il valore supremo della coscienza?
Certo, in questo caso questa l'obiezione di coscienza potrebbe causare la caduta di un governo e il rischio del ritorno degli Unni.
Forse l'unica scelta possibile è quella di Paolo Cacciari: dimettersi. Riterrei possibile una astensione nel caso di esplicita e chiara strategia di uscita dalla guerra, perchè in tal caso la scelta del male minore potrebbe essere accettabile. Ogni altra scelta mi sembrerebbe impraticabile.
Luciano Benini


Enrico Peyretti ha scritto:
La nonviolenza davanti al voto
Ho riletto i due numeri di Azione Nonviolenta su "nonviolenza e politica".
Abbozzo qui un appunto, nulla più che un breve scarabocchio sullo schermo, che metto sotto l'esame comune.
- I nonviolenti organizzati hanno il programma costruttivo "politico" (pratico, storico, urgente, integrale, irrinunciabile) dell'abolizione della guerra e della trasformazione/soluzione nonviolenta dei conflitti;
- se e quando singoli nonviolenti/e vanno a lavorare nella politica istituzionale, dove incontrano tutte le posizioni, dalla fede (e duri interessi) nella guerra, al pacifismo tiepido e negativo (non far guerra, ma accettarla se aggrediti; non conquista armata, ma intervento armato "soi disant" per i diritti umani e per la legalità internazionale; ecc.), devono, per necessità e anche per dovere, collocarsi sulle linee al momento in quella sede possibili e praticabili, purché siamo il più possibile vicine o meno lontane dal programma nonviolento;
- e devono anche votare perché siano deliberate le scelte relativamente migliori o meno peggiori, perché hanno il dovere primario di impedire che siano deliberate altre scelte meno buone o decisamente peggiori o pessime;
- il motivo di questo loro dovere è il fatto che la realizzazione matura o intera della pace nonviolenta lì e ora non è di fatto possibile, e il solo proclamarlo isolandosi dal voto non significa, in quella sede deliberante, una testimonianza ideale e politica, ma produce l'effetto apparente di relegare il proprio obiettivo nell'astratto utopismo (aspetto negativo dell'utopia concreta positiva), mentre è possibile lì e ora, nella sede deliberante, sostenere concrete parziali riduzioni del male della guerra e proporzionali passi in avanti, o punti di resistenza, del bene della pace;
- tale scelta nel voto non tradisce la coscienza del nonviolento/a, coscienza nota e di nuovo fermamente dichiarata, ma, nei limiti naturali di quell'attività istituzionale collettiva, costituisce una difesa e una promozione possibile, graduale, parziale ma orientata, chiara e non equivoca di tutto ciò che la coscienza del nonviolento/a irrinunciabilmente vuole e cerca. Se il nonviolento/a nell'istituzione non si sente di reggere il carattere dimezzato di questa azione, torni al lavoro culturale, educativo, sociale del programma costruttivo nonviolento, fuori della via deliberativa istituzionale, che ha il valore democratico insostituibile. Ma, in quanto cittadino/a avrà sempre inevitabile il problema e il dovere del voto, nei limitati termini detti, mi pare.
- Quando il medico non può ora guarire completamente il malato, lo cura attivamente, per salvarlo dalla morte e porre le condizioni indispensabili per, domani, libereralo dal male. Il paragone ovviamente zoppica perchè ci sono malattie mortali dei nostri corpi, che il medico non guarisce, mentre è possibile pensare e sperare che la storia umana guarisca un giorno dalla violenza organizzata e sitituzionalizzata. La pace nonviolenta è in cammino.
Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
Enrico Peyretti
 

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#4084 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Dom 23 Lu 2006 9:34 pm
Oggetto: Re: [pace] nonviolenza e politica: ideali, idee, consensi
e.pey@...
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Caro Giovanni (ma perché non scrivi un po' più grande?),
anzitutto non penso di avere sempre ragione, o tutte le ragioni. Cerco di fare un lavoro di pensiero su un problema difficile.
Ancora una premessa. Ha detto bene Sartori da qualche parte che la politica è fatta di ideali, idee, opinioni. Per alcuni è fatta solo di opinioni, cioè di consensi da plasmare di forza, di voti da accaparrare in ogni modo per avere potere, a favore dei propri affari: li abbiamo appena cacciati da Palazzo Chigi. Per altri la politica è fatta di idee, di progetti, più o meno giusti, compresi, condivisi, votati: ed è già meglio. Per altri, infine, è fatta anche di ideali, che certo hanno bisogno di farsi progetti e di trovare consensi.
Ora, noi noviolenti (me compreso), siamo degli idealisti anzitutto. E facciamo più che bene, perché gli ideali sono la parte più carente, scarsa come l'oro, nella politica. Abbiamo anche alcune idee: sappiamo articolare l'ideale in proposte concrete che abbiamo anche presentato ultimamente nel dibattito pre-elettorale (senza ascolto). E' il consenso che ci manca. Siamo un'ultraminoranza. La maggioranza della gente non vuole la guerra, né qui né là: costa tanto, ci vanno i nostri ragazzi per il gruzzolo e ci lasciano la pelle, vedere tutti quei massacri fa star male. Sì, questo è dissenso dalla guerra, ma non è consenso per costruire concretamente la pace, cioè la nonviolenza. Noi nonviolenti discutiamo di nonviolenza e politica e facciamo progetti. La nonviolenza sarebbe una politica se, oltre ideali e idee, avesse anche consensi. Ne ha pochissimi, perciò ha pochissimi rappresentanti in Parlamento.
Una fragile maggioranza in Parlamento, oggi, è per fare la guerra non a distesa, solo quando altri la attaccano (pace negativa). Un'altra parte la fa volentieri, per piacere all'Impero, e perché, nella sua filosofia, alla fine è la guerra che decide tutto (e persino conviene all'economia). Quelli che sanno e vogliono, nei conflitti, sostituire la guerra coi metodi nonviolenti (pace positiva), sono pochissimi, non fanno numero. Poiché le decisioni politiche si fanno, sì, con ideali e idee, ma attraverso i consensi, i numeri, in Parlamento la nonviolenza oggi non conta nulla. Allora, o i nonviolenti se ne vanno perché non possono attuarvi l'ideale; oppure, continuando a presentare l'ideale della pace positiva, favoriscono l'aggregazione di voti attorno all'idea di pace negativa, per evitare che prevalga la guerra più attiva; oppure, col negare il loro voto alla mezza pace e mezza guerra, favoriscono la maggior guerra. 
In democrazia (sistema prezioso e imperfetto) gli ideali passano attraverso i numeri. Il testimone dell'ideale non si preoccupa dei numeri, ma delle verità. Fa benissimo, ma il suo ruolo non è nelle assemblee democratiche, quando sono messe alle strette del calcolo dei voti. In queste assemblee, l'ideale tende a farsi realtà effettiva, perciò deve contare i numeri, e deve scegliere l'idea meno lontana dall'ideale.
Scusa la lunga e noiosa premessa (mia fatica per chiarire a me stesso); ora rispondo alla tua lettera, sempre nell'ipotesi di soluzione che a me - posso sbagliare, ma ne sono convinto - pare più giusta.
----- Original Message -----
From: redazione
Cc: Sent: Sunday, July 23, 2006 9:51 PM
Subject: R: [pace] nonviolenza e politica

Caro Enrico,

la tua scaletta mi lascia completamente interdetto.     Non sono un teorico della nonviolenza, ne un filosofo, ne un teologo ma mi sembra di capire che  la tua scaletta ha come conseguenza l’impossibilità di cambiare alcunché all’interno delle istituzioni.

E.P. -  No, è possibile se si diffonde sufficientemente l'ideale (lavoro del movimento) e le idee (lavoro della cultura) e se qualcosa di ciò arriva nelle istituzioni.

 

Mi sembra una scaletta costruita per giustificare un accordo piuttosto che una guida per l’azione anche perché, di solito, quando si agisce non ci sono guide che tengano.

E.P. - Non capisco.

E come quando si gioca a scacchi, una cosa è conoscere la teoria delle aperture, del mediogioco o dei finali, altra cosa è giocare una partita concreta con un avversario in carne ed ossa. E dov’è allora la forza della nonviolenza se non riesce a trovare interpreti, o con altro linguaggio, profeti che riescano a cambiare anche realtà apparentemente impermeabili a qualsiasi cambiamento quale può essere una istituzione parlamentare largamente lobbizzata?

E.P. - A me pare che un interprete o profeta può (può, non avviene sempre) cambiare le menti e i cuori, e solo tramite questi, cioè la crescita della società, ma non direttamente (non sarebbe neppure corretto), influire su un'istituzione.  

Se il nonviolento non può dare battaglia all’interno della istituzione nella quale è stato eletto utilizzando tutti gli strumenti legali che le istituzioni consentono qual è il suo ruolo, come riesce a far valere le sue ragioni e a rendere concreta l’idea che ha scelto come vocazione della propria vita?

E.P. - Ma certo che darà battaglia, cioè proporrà ideale e idee, ma se non trova consensi ad essi non deve isolarsi, bensì sostenere il meno peggio per non far vincere il peggio, e questo è il dovere minimo, irrinunciabile.

La nonviolenza ed il nonviolento/a che tu descrivi è una figura eterea, staccata dalla realtà, incapace di promuovere attivamente la sua idea. Se non può fare nulla tanto vale che rimanga a casa sua, fa più bella figura lui e fa meno danni al movimento e all’idea della pace e della nonviolenza.

E.P. - Ma io non voglio mica che rimanga staccata dalla realtà! Non puoi capirmi così! Dico che, nell'assemblea deliberante, se non hai i consensi, l'ideale non entra nelle decisioni. Ma tu devi decidere, e non solo lasciar decidere. Devi scegliere il meno lontano dal tuo ideale.

Io credo fermamente che gli otto senatori e i 4 deputati abbiano fatto benissimo a fare quello che hanno fatto.

E.P. - Intanto, non lo hanno ancora fatto. Se negano il voto al governo sbagliano, favoriscono il peggio.

E se si arriva al voto di fiducia al senato per loro e per il movimento non violento sarà una vittoria perché verrà riconosciuta la loro indispensabilità nella politica del governo.

E.P. - Bella vittoria! spingere il governo a destra, o darlo alla destra! Indispensabili in un governo che non c'è più!!!

Se non sarà così la cosiddetta “sinistra radicale” sarà spazzata via subito e sostituita con qualche ruota di scorta del centrodestra, già pronta ai blocchi di partenza.

E.P. - Appunto per non far posto al centro-destra, la sinistra deve sacrificare qualcosa delle sue idee per restare nella compagine e contarvi qualcosa.

In politica conta la forza delle idee e dei numeri che si riesce a mettere in campo e chi ha la forza di una idea e i numeri per sostenerla e non li usa fa karakiri.

E.P. - Gli "obiettori" ora come ora hanno solo la forza di far vincere il peggio. Contrattino e cerchino un punto d'incontro, ma restino dentro, proprio per dare numeri all'ideale.

Quando si fa una trattativa sindacale si discute ma si sciopera anche,si cerca di smontare le tesi della controparte ma lo si mette anche alle corde con l’arma dello sciopero, poi certo si fa l’accordo. E quando non si fa così ma si parte già con una scaletta del tipo di quella che tu hai proposto, i risultati sono pessimi, sono dei pateracchi di nessun valore, compromessi nel senso più deteriore del termine. Se il movimento operaio avesse usato una scaletta come la tua staremmo ancora con le 12 ore al giorno.

E se non riusciamo a tenere sempre presente l’ideale che abbiamo scelto, di fatto lo svendiamo e lo ridicolizziamo.

E.P. - La gradualità possibile non è svendere ma far camminare passo passo.

E allora io voglio esprimere tutta la mia solidarietà ai senatori dissenzienti e alla loro battaglia. Ma voglio anche dire a chi ha scelto la strada indicata da Peyretti che non li considero dei traditori da espellere dal movimento o altre sciocchezza che pure sono state dette e scritte. Sarebbe questo si un regalo alle forze della guerra che proprio non possiamo permetterci.

E.P. - Ti ringrazio della comprensione. Si duscute in unità di intenti.

Ciao! Enrico

Ciao

Giovanni Sarubbi

 

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Da: pace-request@... [mailto:pace-request@...] Per conto di Enrico Peyretti
Inviato: domenica 23 luglio 2006 9.22
A: bravo anna; azionenonviolenta; buccoliero elena; capitini luciano; centro Gandhi 1 Pisa; Ciardi Filippo; Codrignani Giancarla; Dogliotti Angela; giusti luca; Iannamorelli Pasquale; l'abate 01 alberto; locascio 01 francesco (mir); lugli daniele; malleo m. antonietta, palermo; Manara Fulvio Cesare; martirani giuliana; menapace 01 lidia; moratto adriano; pilati massimiliano, trento; pompeo 1 rocco; Pontara Giuliano; pugliese pasquale; racca A1 piercarlo; rizzi02 flavia; salio nanni; satyagraha; siino 1 marco; soccio 01 matteo; valpiana mao
Cc: lista pax christi gr discussione; lista Peacelink Pace; lista nonviolenti; lista Mir dibattito; lista BCP; Bulgarelli Mauro; De Petris Loredana; Malabarba Gigi; Silvestri Giampaolo; Turigliatto Franco; Giannini Fosco; Rossi Fernando; Grassi Claudio
Oggetto: [pace] nonviolenza e politica

 

La nonviolenza davanti al voto

Ho riletto i due numeri di Azione Nonviolenta su "nonviolenza e politica".

Abbozzo qui un appunto, nulla più che un breve scarabocchio sullo schermo, che metto sotto l'esame comune.

- I nonviolenti organizzati hanno il programma costruttivo "politico" (pratico, storico, urgente, integrale, irrinunciabile) dell'abolizione della guerra e della trasformazione/soluzione nonviolenta dei conflitti;

- se e quando singoli nonviolenti/e vanno a lavorare nella politica istituzionale, dove incontrano tutte le posizioni, dalla fede (e duri interessi) nella guerra, al pacifismo tiepido e negativo (non far guerra, ma accettarla se aggrediti; non conquista armata, ma intervento armato "soi disant" per i diritti umani e per la legalità internazionale; ecc.), devono, per necessità e anche per dovere, collocarsi sulle linee al momento in quella sede possibili e praticabili, purché siamo il più possibile vicine o meno lontane dal programma nonviolento;

- e devono anche votare perché siano deliberate le scelte relativamente migliori o meno peggiori, perché hanno il dovere primario di impedire che siano deliberate altre scelte meno buone o decisamente peggiori o pessime;

- il motivo di questo loro dovere è il fatto che la realizzazione matura o intera della pace nonviolenta lì e ora non è di fatto possibile, e il solo proclamarlo isolandosi dal voto non significa, in quella sede deliberante, una testimonianza ideale e politica, ma produce l'effetto apparente di relegare il proprio obiettivo nell'astratto utopismo (aspetto negativo dell'utopia concreta positiva), mentre è possibile lì e ora, nella sede deliberante, sostenere concrete parziali riduzioni del male della guerra e proporzionali passi in avanti, o punti di resistenza, del bene della pace;

- tale scelta nel voto non tradisce la coscienza del nonviolento/a, coscienza nota e di nuovo fermamente dichiarata, ma, nei limiti naturali di quell'attività istituzionale collettiva, costituisce una difesa e una promozione possibile, graduale, parziale ma orientata, chiara e non equivoca di tutto ciò che la coscienza del nonviolento/a irrinunciabilmente vuole e cerca. Se il nonviolento/a nell'istituzione non si sente di reggere il carattere dimezzato di questa azione, torni al lavoro culturale, educativo, sociale del programma costruttivo nonviolento, fuori della via deliberativa istituzionale, che ha il valore democratico insostituibile. Ma, in quanto cittadino/a avrà sempre inevitabile il problema e il dovere del voto, nei limitati termini detti, mi pare.

- Quando il medico non può ora guarire completamente il malato, lo cura attivamente, per salvarlo dalla morte e porre le condizioni indispensabili per, domani, libereralo dal male. Il paragone ovviamente zoppica perchè ci sono malattie mortali dei nostri corpi, che il medico non guarisce, mentre è possibile pensare e sperare che la storia umana guarisca un giorno dalla violenza organizzata e sitituzionalizzata. La pace nonviolenta è in cammino.

Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
Enrico Peyretti

 



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#4083 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Dom 23 Lu 2006 1:45 pm
Oggetto: Re: [MIR-riconciliazione] nonviolenza e politica, e coscienza
e.pey@...
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Ma, caro Luciano, chi si dimette da quella responsabilità che descrivi, salva la sua coscienza, fa un'azione nobile (l'ho riconosciuto a Paolo Cacciari), ma non riduce il dolore delle vittime né il male complessivo.
Faccio un esempio astratto, che non voglio fare corrsipondere alle posizioni politiche odierne:
- siamo in 100 col compito di decidere: ai briganti si deve sparare senz'altro, o sparare soltanto se stanno per uccidere qualcuno, e cecare di catturarli, per processarli con le garanzie?
- 49 dicono: sparare senz'altro (scelta A).
- 51 dicono: no, sparare solo in quel caso estremo, e cercare di catturarli e processarli (scelta B).
- Noi due siamo assolutamente contrari alla prima scelta, ma anche questa seconda scelta ripugna alla nostra coscienza, perché non vogliamo che si spari mai. Avremmo una terza proposta che però non ha sul momento nessuna probabilità di ricevere consensi sufficienti per diventare la decisione di tutti. Perciò ci ritiriamo dal quel consesso e lasciamo il posto ad altri due. Forse questi voteranno B e questa sarà la decisione per tutti. Ma se votassero A, passerebbe 51 a 49 la decisione A.
In tale caso, ritirandoci per non fare male, avremo fatto più male.
Perché di questo si tratta: non è una decisione sui miei soli atti, ma una decisione che vale per tutti.
Capisco che la questione è tormentosa, e parlo senza sicurezza totale.
Ma vedo che, quando siamo un singolo elemento di una decisione collettiva (come in qualunque deisione assembleare), non è in gioco soltanto la nostra personale volontà. La quale non fa altro che spostare in un senso o nell'altro la volontà collettiva.
Ha detto un mio amico, studioso e pensatore, che è stato anche amministratore in una grande città: "In politica bisogna volere anche qualcosa che non si vuole. Come in famiglia". Lo sappiamo tutti.
Tu hai ragione nel ricordare che la nostra volontà personale può adattarsi a tante situazioni, ma non può andare contro ciò che è chiaro e obbligante in coscienza.
Che cosa è obbligante in coscienza? Non fare il male maggiore (scelta A). Non fare il male minore (scelta B). Non lasciare che possa prevalere il male maggiore (quello che tu chiami bene: il ritorno degli Unni). Anche questo è obbligante.
Credo che, nal caso che tu ipotizzi, anch'io tenderei a comportarmi come dici tu. Ma avrei anche una montagna di dubbi: farei veramente il maggior bene possibile, viste tutte le conseguenze generali possibili (su questa decisione e su tantissime altre, degli Unni)?
La coscienza ci chiede alcune cose chiare, ma nella realtà stretta per lo più non ci garantisce la tranquillità piena. Basti questo per non condannare chi decide cercando, anche a tentoni, la riduzione del dolore delle vittime, e non decide per il proprio vantaggio.
Ciao! Enrico
PS - Io non posso sa pere se è vero, ma qualcuno più dentro alle cose mi assicura che certe "obiezioni" sono solo manovre di potere interne ad un partito.
 
 
----- Original Message -----
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Sent: Sunday, July 23, 2006 1:46 PM
Subject: Re: [MIR-riconciliazione] nonviolenza e politica

Tutti noi crediamo nel valore dell'obiezione di coscienza, nel scelta cioè di mettere in secondo piano qualunque considerazione quando siamo chiamati a fare una azione che ripugna alla nostra coscienza. Se fossi in parlamento mi ripugnerebbe votare a favore del rifinanziamento degli interventi armati italiani. Se non nei confronti della guerra, quando riterremmo accettabile che un parlamentare opponga il valore supremo della coscienza?
Certo, in questo caso questa l'obiezione di coscienza potrebbe causare la caduta di un governo e il rischio del ritorno degli Unni.
Forse l'unica scelta possibile è quella di Paolo Cacciari: dimettersi. Riterrei possibile una astensione nel caso di esplicita e chiara strategia di uscita dalla guerra, perchè in tal caso la scelta del male minore potrebbe essere accettabile. Ogni altra scelta mi sembrerebbe impraticabile.
Luciano Benini


Enrico Peyretti ha scritto:
La nonviolenza davanti al voto
Ho riletto i due numeri di Azione Nonviolenta su "nonviolenza e politica".
Abbozzo qui un appunto, nulla più che un breve scarabocchio sullo schermo, che metto sotto l'esame comune.
- I nonviolenti organizzati hanno il programma costruttivo "politico" (pratico, storico, urgente, integrale, irrinunciabile) dell'abolizione della guerra e della trasformazione/soluzione nonviolenta dei conflitti;
- se e quando singoli nonviolenti/e vanno a lavorare nella politica istituzionale, dove incontrano tutte le posizioni, dalla fede (e duri interessi) nella guerra, al pacifismo tiepido e negativo (non far guerra, ma accettarla se aggrediti; non conquista armata, ma intervento armato "soi disant" per i diritti umani e per la legalità internazionale; ecc.), devono, per necessità e anche per dovere, collocarsi sulle linee al momento in quella sede possibili e praticabili, purché siamo il più possibile vicine o meno lontane dal programma nonviolento;
- e devono anche votare perché siano deliberate le scelte relativamente migliori o meno peggiori, perché hanno il dovere primario di impedire che siano deliberate altre scelte meno buone o decisamente peggiori o pessime;
- il motivo di questo loro dovere è il fatto che la realizzazione matura o intera della pace nonviolenta lì e ora non è di fatto possibile, e il solo proclamarlo isolandosi dal voto non significa, in quella sede deliberante, una testimonianza ideale e politica, ma produce l'effetto apparente di relegare il proprio obiettivo nell'astratto utopismo (aspetto negativo dell'utopia concreta positiva), mentre è possibile lì e ora, nella sede deliberante, sostenere concrete parziali riduzioni del male della guerra e proporzionali passi in avanti, o punti di resistenza, del bene della pace;
- tale scelta nel voto non tradisce la coscienza del nonviolento/a, coscienza nota e di nuovo fermamente dichiarata, ma, nei limiti naturali di quell'attività istituzionale collettiva, costituisce una difesa e una promozione possibile, graduale, parziale ma orientata, chiara e non equivoca di tutto ciò che la coscienza del nonviolento/a irrinunciabilmente vuole e cerca. Se il nonviolento/a nell'istituzione non si sente di reggere il carattere dimezzato di questa azione, torni al lavoro culturale, educativo, sociale del programma costruttivo nonviolento, fuori della via deliberativa istituzionale, che ha il valore democratico insostituibile. Ma, in quanto cittadino/a avrà sempre inevitabile il problema e il dovere del voto, nei limitati termini detti, mi pare.
- Quando il medico non può ora guarire completamente il malato, lo cura attivamente, per salvarlo dalla morte e porre le condizioni indispensabili per, domani, libereralo dal male. Il paragone ovviamente zoppica perchè ci sono malattie mortali dei nostri corpi, che il medico non guarisce, mentre è possibile pensare e sperare che la storia umana guarisca un giorno dalla violenza organizzata e sitituzionalizzata. La pace nonviolenta è in cammino.
Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
Enrico Peyretti
 

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#4082 Da: Luciano Benini <luciano.benini@...>
Data: Dom 23 Lu 2006 11:46 am
Oggetto: Re: [MIR-riconciliazione] nonviolenza e politica
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Tutti noi crediamo nel valore dell'obiezione di coscienza, nel scelta cioè di mettere in secondo piano qualunque considerazione quando siamo chiamati a fare una azione che ripugna alla nostra coscienza. Se fossi in parlamento mi ripugnerebbe votare a favore del rifinanziamento degli interventi armati italiani. Se non nei confronti della guerra, quando riterremmo accettabile che un parlamentare opponga il valore supremo della coscienza?
Certo, in questo caso questa l'obiezione di coscienza potrebbe causare la caduta di un governo e il rischio del ritorno degli Unni.
Forse l'unica scelta possibile è quella di Paolo Cacciari: dimettersi. Riterrei possibile una astensione nel caso di esplicita e chiara strategia di uscita dalla guerra, perchè in tal caso la scelta del male minore potrebbe essere accettabile. Ogni altra scelta mi sembrerebbe impraticabile.
Luciano Benini


Enrico Peyretti ha scritto:
La nonviolenza davanti al voto
Ho riletto i due numeri di Azione Nonviolenta su "nonviolenza e politica".
Abbozzo qui un appunto, nulla più che un breve scarabocchio sullo schermo, che metto sotto l'esame comune.
- I nonviolenti organizzati hanno il programma costruttivo "politico" (pratico, storico, urgente, integrale, irrinunciabile) dell'abolizione della guerra e della trasformazione/soluzione nonviolenta dei conflitti;
- se e quando singoli nonviolenti/e vanno a lavorare nella politica istituzionale, dove incontrano tutte le posizioni, dalla fede (e duri interessi) nella guerra, al pacifismo tiepido e negativo (non far guerra, ma accettarla se aggrediti; non conquista armata, ma intervento armato "soi disant" per i diritti umani e per la legalità internazionale; ecc.), devono, per necessità e anche per dovere, collocarsi sulle linee al momento in quella sede possibili e praticabili, purché siamo il più possibile vicine o meno lontane dal programma nonviolento;
- e devono anche votare perché siano deliberate le scelte relativamente migliori o meno peggiori, perché hanno il dovere primario di impedire che siano deliberate altre scelte meno buone o decisamente peggiori o pessime;
- il motivo di questo loro dovere è il fatto che la realizzazione matura o intera della pace nonviolenta lì e ora non è di fatto possibile, e il solo proclamarlo isolandosi dal voto non significa, in quella sede deliberante, una testimonianza ideale e politica, ma produce l'effetto apparente di relegare il proprio obiettivo nell'astratto utopismo (aspetto negativo dell'utopia concreta positiva), mentre è possibile lì e ora, nella sede deliberante, sostenere concrete parziali riduzioni del male della guerra e proporzionali passi in avanti, o punti di resistenza, del bene della pace;
- tale scelta nel voto non tradisce la coscienza del nonviolento/a, coscienza nota e di nuovo fermamente dichiarata, ma, nei limiti naturali di quell'attività istituzionale collettiva, costituisce una difesa e una promozione possibile, graduale, parziale ma orientata, chiara e non equivoca di tutto ciò che la coscienza del nonviolento/a irrinunciabilmente vuole e cerca. Se il nonviolento/a nell'istituzione non si sente di reggere il carattere dimezzato di questa azione, torni al lavoro culturale, educativo, sociale del programma costruttivo nonviolento, fuori della via deliberativa istituzionale, che ha il valore democratico insostituibile. Ma, in quanto cittadino/a avrà sempre inevitabile il problema e il dovere del voto, nei limitati termini detti, mi pare.
- Quando il medico non può ora guarire completamente il malato, lo cura attivamente, per salvarlo dalla morte e porre le condizioni indispensabili per, domani, libereralo dal male. Il paragone ovviamente zoppica perchè ci sono malattie mortali dei nostri corpi, che il medico non guarisce, mentre è possibile pensare e sperare che la storia umana guarisca un giorno dalla violenza organizzata e sitituzionalizzata. La pace nonviolenta è in cammino.
Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
Enrico Peyretti
 

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#4081 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Dom 23 Lu 2006 7:21 am
Oggetto: nonviolenza e politica
e.pey@...
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La nonviolenza davanti al voto
Ho riletto i due numeri di Azione Nonviolenta su "nonviolenza e politica".
Abbozzo qui un appunto, nulla più che un breve scarabocchio sullo schermo, che metto sotto l'esame comune.
- I nonviolenti organizzati hanno il programma costruttivo "politico" (pratico, storico, urgente, integrale, irrinunciabile) dell'abolizione della guerra e della trasformazione/soluzione nonviolenta dei conflitti;
- se e quando singoli nonviolenti/e vanno a lavorare nella politica istituzionale, dove incontrano tutte le posizioni, dalla fede (e duri interessi) nella guerra, al pacifismo tiepido e negativo (non far guerra, ma accettarla se aggrediti; non conquista armata, ma intervento armato "soi disant" per i diritti umani e per la legalità internazionale; ecc.), devono, per necessità e anche per dovere, collocarsi sulle linee al momento in quella sede possibili e praticabili, purché siamo il più possibile vicine o meno lontane dal programma nonviolento;
- e devono anche votare perché siano deliberate le scelte relativamente migliori o meno peggiori, perché hanno il dovere primario di impedire che siano deliberate altre scelte meno buone o decisamente peggiori o pessime;
- il motivo di questo loro dovere è il fatto che la realizzazione matura o intera della pace nonviolenta lì e ora non è di fatto possibile, e il solo proclamarlo isolandosi dal voto non significa, in quella sede deliberante, una testimonianza ideale e politica, ma produce l'effetto apparente di relegare il proprio obiettivo nell'astratto utopismo (aspetto negativo dell'utopia concreta positiva), mentre è possibile lì e ora, nella sede deliberante, sostenere concrete parziali riduzioni del male della guerra e proporzionali passi in avanti, o punti di resistenza, del bene della pace;
- tale scelta nel voto non tradisce la coscienza del nonviolento/a, coscienza nota e di nuovo fermamente dichiarata, ma, nei limiti naturali di quell'attività istituzionale collettiva, costituisce una difesa e una promozione possibile, graduale, parziale ma orientata, chiara e non equivoca di tutto ciò che la coscienza del nonviolento/a irrinunciabilmente vuole e cerca. Se il nonviolento/a nell'istituzione non si sente di reggere il carattere dimezzato di questa azione, torni al lavoro culturale, educativo, sociale del programma costruttivo nonviolento, fuori della via deliberativa istituzionale, che ha il valore democratico insostituibile. Ma, in quanto cittadino/a avrà sempre inevitabile il problema e il dovere del voto, nei limitati termini detti, mi pare.
- Quando il medico non può ora guarire completamente il malato, lo cura attivamente, per salvarlo dalla morte e porre le condizioni indispensabili per, domani, libereralo dal male. Il paragone ovviamente zoppica perchè ci sono malattie mortali dei nostri corpi, che il medico non guarisce, mentre è possibile pensare e sperare che la storia umana guarisca un giorno dalla violenza organizzata e sitituzionalizzata. La pace nonviolenta è in cammino.
Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
Enrico Peyretti
 

#4080 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Dom 23 Lu 2006 5:51 am
Oggetto: Caritas :MEDIO ORIENTE: EMERGENZA UMANITARIA
locascio.francesco@...
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CS n.20/2006

MEDIO ORIENTE: EMERGENZA UMANITARIA

Domenica 23 luglio giornata di preghiera e penitenza.

La Caritas moltiplica gli sforzi

Corridoi umanitari, cessate-il-fuoco e preghiera. È l’accorato appello del Santo

Padre per il Medio Oriente, dove la popolazione civile continua a subire le

conseguenze più pesanti degli scontri e delle violenze in atto.

La Caritas Italiana aderisce alla giornata di preghiera e penitenza indetta da

Benedetto XVI per domenica prossima e invita tutte le Caritas diocesane ad un

pieno coinvolgimento per invocare dal Signore il dono della pace e chiedere che

vengano illuminati gli sforzi di quanti lavorano al dialogo e alla ricerca di strade

condivise e di quanti si adoperano per alleviare le conseguenze della guerra.

Costante è l’attenzione della Caritas Italiana, in collegamento con la rete

internazionale, a tutta la regione e l’impegno nel fornire aiuti a tutte le

popolazioni colpite.

Seguiamo con apprensione l’estendersi degli attacchi anche in Galilea e in

particolare a Nazareth, mentre in Libano continua a crescere il numero dei

profughi.

"Si sono attivati gruppi di giovani per aiutare e confortare le famiglie dei

rifugiati – riferiscono gli operatori locali – e le comunità cristiane hanno messo

a disposizione le loro strutture per accogliere quanti fuggono, cristiani e

musulmani, senza distinzione. Una relativa calma ci ha permesso di

raggiungere le diverse regioni del paese per visitare i centri di accoglienza,

anche se la distruzione sistematica di tutti i ponti a sud di Beirut rende difficile

la circolazione ".

In coordinamento con gli altri organismi attivi sul posto, la Caritas si sta

occupando soprattutto dei servizi igienico-sanitari, della fornitura di medicine e

della distribuzione di viveri. Le cliniche mobili e il personale sanitario della

Caritas visitano regolarmente i centri di accoglienza. Per il momento il mercato

locale è in grado di fornire quanto è necessario, ma il Vescovo di Tiro ha

invocato una tregua umanitaria, per permettere ai rifugiati di raggiungere

luoghi più sicuri e per poter fornire loro una quantità sufficiente di beni di

prima necessità.

Roma, 21 luglio 2006

_____________________________________________________________

Per sostenere gli interventi in corso (causale "Emergenza Medio Oriente 2006") si possono inviare offerte a

Caritas Italiana tramite:

§ c/c postale n. 347013

§ c/c bancario 11113 - Banca Popolare Etica, Piazzetta Forzatè, 2 Padova

CIN: S ABI: 05018 CAB: 12100

Iban: IT23 S050 1812 1000 0000 0011 113 - Bic: CCRTIT2T84A

§ c/c bancario 10080707 - Banca Intesa, P.le Gregorio VII, Roma

CIN: D ABI: 03069 CAB: 05032

Iban: IT20 D030 6905 0320 0001 0080 707 - Bic: BCITITMM700

§ Cartasì e Diners, telefonando a Caritas Italiana 06 541921 (orario d’ufficio)


#4079 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Dom 23 Lu 2006 5:38 am
Oggetto: La Chiesa si prepara a vivere con partecipazione la Giornata di preghiera, indetta dal Papa per la pace in Medio Oriente. La gratitudine del popolo libanese
locascio.francesco@...
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 home > Chiesa > notizia


22/07/2006 8.05.08



La Chiesa si prepara a vivere con partecipazione la Giornata di preghiera, indetta dal Papa per la pace in Medio Oriente. La gratitudine del popolo libanese






(21 luglio 2006 - RV) La pace in Medio Oriente è nel cuore di Benedetto XVI. Dalle Valle d’Aosta, dove sta trascorrendo un periodo di riposo, il Papa segue costantemente l’evolversi dalla crisi israelo-libanese e prega per quanti soffrono, travolti da “uno spietato conflitto”. E preghiera è quanto il Santo Padre chiede a tutti i fedeli per ottenere quella pace tanto desiderata dai popoli del Medio Oriente. Ieri, dunque, l’annuncio di una Giornata di preghiera e penitenza, indetta per domenica prossima. Iniziativa fortemente voluta dal Papa, che più volte in questi giorni in terra valdostana ha rivolto il pensiero ai popoli che soffrono a causa della guerra, come sottolinea l’inviato di Avvenire a Les Combes, Salvatore Mazza, raggiunto telefonicamente in Valle d’Aosta da Alessandro Gisotti:

L’indizione di una Giornata di preghiera per la pace in Medio Oriente è stata accolta con gratitudine da parte del popolo libanese. Sull’appello del Papa per un immediato cessate-il-fuoco, Luca Collodi ha raccolto le reazioni all’ambasciatore libanese presso la Santa Sede, Naji Abi Assi:

Ringraziamo il Papa per la sua sollecitudine e contiamo sulle sue preghiere affinchè il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dichiari un cessate il fuoco immediato”: è quanto ha detto all’agenzia missionaria MISNA mons. Paul Youssef Matar, arcivescovo maronita di Beirut. Ma sulla giornata di preghiera indetta dal Papa, ascoltiamo il commento di mons. Bechara Rai, arcivescovo di Byblos dei Maroniti, in Libano, intervistato da Fabio Colagrande.
 
Con il passare delle ore, si moltiplicano le adesioni alla Giornata di preghiera e penitenza. In prima linea - in questo impegno per il dialogo e la pace – gli episcopati e i fedeli dell’Europa, come sottolinea mons. Aldo Giordano, segretario del Consiglio delle conferenze episcopali europee, intervistato da Alessandro Gisotti:
Una Santa Messa per la pace in Libano sarà officiata domani alle 10.30 nella Basilica di San Pietro. Le intenzioni di preghiera saranno particolarmente dedicate alla situazione del Medio Oriente e una sarà espressa in lingua araba. E continuano le adesioni all’invito di preghiera di Benedetto XVI. Francesca Sabatinelli

Il Papa chiede dunque, ancora una volta, di scegliere coraggiosamente la via del dialogo per costruire la pace in Medio Oriente. Sui pressanti appelli di Benedetto XVI e l’importanza del dialogo tra le religioni per favorire l’incontro tra i popoli, Alessandro Gisotti ha raccolto la riflessione del vescovo di Terni-Narni-Amelia, Vincenzo Paglia, Presidente della Commissione Ecumenismo e Dialogo della CEI:


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22/07/2006 12.30.37
"Dopo i corridoi umanitari, la tregua". Questo l'auspicio del Papa a Les Combes sulla crisi libanese. Con noi, il vescovo di Aosta, Anfossi





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#4078 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Gio 20 Lu 2006 3:12 pm
Oggetto: Donne intelligenti
e.pey@...
Invia email Invia email
 
Donne intelligenti - Castellina, Spinelli, Sgrena - qui mostrano bene come,
in questi tempi avvelenati di guerra, l'alternativa non è tattica, o
politica, neppure solo morale, ma appena logica e vitale. Governanti pazzi -
uomini dalla ragione umana dimezzata - credono di poter usare la guerra, ciò
che è fuor di ragione ("alienum a ratione"; Giovanni XXIII nel 1963), per
salvare la vita mediante la morte, che è l'opposto della vita. Non sanno -
ignoranza somma - che la vita o è comune - vita tua vita mea - o non è vita,
né buona né giusta né sicura. Nella guerra fredda, sotto la pericolosissima
minaccia reciproca, c'era la silenziosa alleanza per vivere, per non
distruggersi. Non era una bella condizione, ma la ragione minima funzionava
ancora. Bobbio avvertiva che un monopolarismo sarebbe stato peggiore
del bipolarismo. L'impero occidentale vinse la guerra fredda, nel 1989, con
l'arma
dello sfiancamento economico dell'avversario e col fascino del consumismo
dissipativo, miseria brillante, sulle popolazioni che quello assoggettava.
Da allora, l'occidente credette, nella totale follia che è la condanna
fatale della potenza e della ricchezza separate dall'umanità, di potere
usare la guerra, di potere spegnere con la guerra le pretese e le audacie di
chiunque sollevasse la testa, di potere fare giustizia con la guerra, che è
più ingiusta della pena di morte. Della propria potenza fece la propria
fede,
arrivando a pensare che la storia aveva raggiunto in ciò la propria meta, il
paradiso e la salvezza. La prima guerra del Golfo, nel 1991, con coperture
formali di legittimità internazionale (ristabilimento della sovranità
violata del Kuwait), fu la folle rilegittimazione della guerra come metodo
di giustizia, che nel 1945 le nazioni e le costituzioni migliori avevano
bandito e proibito. L'uso della guerra ha liberato la morte, prima
trattenuta, contro la vita. Se, nella razionalità brutta ma vitale ancora
vigente nella guerra fredda, minacciare la morte garantiva reciprocamente la
vita del minacciante come del minacciato, la libertà di uccidere perché si è
più forti toglie ogni garanzia agli uni e agli altri. Se tu hai il potere
della mia morte, io ho il potere della mia morte insieme alla tua. La logica
di Sansone è tornata di attualità. Il gesto orrendo e solenne dell'11
settembre, la potenza dei morituri contro il simbolo della potenza, ha
cambiato il gioco: è stata apocalisse, che significa rivelazione.
Questa logica è dilagata. Se la morte serve, giochiamo a
chi ne dà di più. L'arma assoluta è la dotazione del kamikaze: la tua
minaccia è nulla, perché la mia morte la metto io nel gioco, con la tua. La
potenza Usa e suoi alleati, la parte regnante e stolta dell'antico occidente
è caduta nell'immane tranello. Ha creduto di domare la morte con la morte,
ed è precipitata nel mulinello della sua danza infernale, vorticosa, senza
uscita fino a quando non si perde la fede nella morte e si smette di
uccidere e si comincia a vivere quella vita che non è mia se non è anche
tua, e dunque implica anche la giustizia economica e il rispetto delle
civiltà. Siamo nel gorgo. La più piccola mossa per afferrare un ramo che ci
tragga fuori dal vortice, oggi è positiva, è l'inizio della sapienza della
vita, se saremo in tempo. Forse la prima mossa necessaria è ritrovare la
ragione sana, e giudicare i pazzi oggi al timone del mondo.
Enrico Peyretti, Torino

----- Original Message -----
From: "Centro di ricerca per la pace" <nbawac@...>
To: <nonviolenza@...>
Sent: Thursday, July 20, 2006 1:37 PM
Subject: Nonviolenza. Femminile plurale. 73


> ==============================
> NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
> ==============================
> Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
> Numero 73 del 20 luglio 2006
>
> In questo numero:
> 1. Codepink: Un appello per il "cessate il fuoco"
> 2. Luciana Castellina: La solitudine di Israele
> 3. Barbara Spinelli: Il fallimento delle "guerre redentrici"
> 4. Giuliana Sgrena: Il pacifismo indispensabile
> 5. Elena Loewenthal: Il coniuge, l'aguzzino
> 6. Heinrich Boell: Un'autrice
> 7. Franco Fortini: Un'autrice
> 8. Darina Silone: Un'autrice
>

>
> 2. RIFLESSIONE. LUCIANA CASTELLINA: LA SOLITUDINE DI ISRAELE
> [Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 luglio 2006. Luciana Castellina,
> militante politica, promotrice dell'esperienza del "Manifesto", piu' volte
> parlamentare italiana ed europea, e' tra le figure piu' significative
> dell'impegno pacifista in Europa. La gran parte degli scritti di Luciana
> Castellina, testi di intervento politico e di giornalismo militante, e'
> dispersa in giornali e riviste, atti di convegni, dibattiti parlamentari;
in
> volume segnaliamo particolarmente: Che c'e' in Amerika?, Bertani, Verona;
e
> il recente (a cura di), Il cammino dei movimenti, Intra Moenia, Napoli]
>
> Sono preoccupata - molto - per tutti quegli ebrei di origine assai diversa
> che hanno deciso di essere israeliani. Condivido l'allarme di questi
giorni
> sulla sorte del paese che hanno creato.
> Come potra' infatti mai sentirsi sicuro uno stato che ha fatto crescere
> attorno a se' tanto odio?
> Come potra' mai legittimare davvero la sua esistenza, non nelle istanze
> istituzionali dove e' piu' che riconosciuto ma nella coscienza dei milioni
> di arabi che gli vivono accanto e che per ragioni analoghe a quelle della
> diaspora ebraica si sentono anche loro fra loro solidali, se non assumendo
> il problema del popolo che la costituzione del loro stato ha lasciato
senza
> patria ne' casa?
> Come potra' il governo di Tel Aviv invocare l'applicazione - sacrosanta -
> della risoluzione 1559 dell'Onu che ingiunge a Hezbollah di disarmare,
> quando ha, esso stesso, da mezzo secolo, ignorato ogni altra risoluzione
> delle Nazioni Unite, a cominciare dalla fondamentale 242 che gli
ingiungeva
> di ritirarsi entro i confini del '48?
> Come potra' rendere convincente la propria voce che si accompagna a quella
> del suo altrettanto incosciente alleato americano nel rivendicare
> l'intervento armato contro l'Iran perche' pretende di possedere un
> potenziale nucleare, quando Israele stessa lo possiede in violazione di
ogni
> norma internazionale?
> Come potranno raccogliere adesione nella denuncia degli orrendi regimi
> dell'Iran, di Saddam Hussein, dei Talebani, quando intrattengono ottime
> relazioni con altrettanto orrendi regimi reazionari (a cominciare da
quelli
> del Golfo), e di fronte al disastro cui ha condotto l'intervento
> "democratizzatore" degli americani?
> Come potra' chiedere solidarieta' contro la minaccia di Ahmadinejad, di
> Hamas, di Hezbollah, che rifiutano di riconoscere ufficialmente lo stato
> d'Israele, quando ogni giorno non solo insidia ma rende risibile ogni
> prospettiva di creare uno stato palestinese, che infatti ancora non c'e',
> ne' mai ci potra' essere fino a quando a quel mozzicone di terra che
> dovrebbe costituirne l'embrione e' negato ogni attributo di sovranita',
del
> controllo delle proprie frontiere, economia e risorse, esposto al
kidnapping
> e all'assassinio dei propri rappresentanti democraticamente eletti,
ridotto
> a peggio di un bantustan nell'Africa dell'apartheid?
> Come potra' ottenere una reale accettazione della propria esistenza e far
> dimenticare le sofferenze e privazioni inaudite che la creazione di
Israele
> ha imposto a chi ci abitava ed ebreo non era, se non col coraggio di
> ragionare sulla rispettiva storia e cercare con umilta' un compromesso,
non
> negando con arroganza i diritti degli altri, ma riconoscendoli e chiedendo
> pero' che anche gli altri riconoscano i propri?
> Come mai sara' possibile cancellare dalla memoria dei propri vicini le
> stragi quotidiane di innocenti, l'aver ridotto la striscia di Gaza a un
> campo di concentramento esposto alle incursioni, senza acqua, cibo e
lavoro?
> Come potra' sentirsi piu' forte ora che si e' giocato ogni simpatia anche
in
> Libano?
> *
> Sgomenta in queste ore, ancor piu' che la sostanziale indifferenza verso
le
> vittime, la cecita' e l'incoscienza di chi si pretende amico di Israele e
> che, pur vivendo altrove, dovrebbe dunque avere il vantaggio della
> lungimiranza che da' la distanza. E invece scelgono di aggiungere le loro
> grida alle grida della piu' irragionevole, furiosa e primitiva reazione,
> anziche' richiamare quel governo alla ragione, farlo riflettere
sull'errore
> tremendo di aver volutamente bruciato l'interlocutore migliore che avrebbe
> potuto avere, la laica Olp, e di detenere tuttora i suoi uomini piu'
lucidi
> in galera, cosi' aiutando il popolo israeliano a capire che la vera
> sicurezza del paese puo' esser conquistata solo per via politica, creando
> legami sociali culturali economici con i propri vicini, dando sicurezza e
> non insicurezza ai palestinesi.
> E' vero: Israele e' sola. Avere dalla sua il paese piu' potente del mondo,
e
> con esso i suoi vassalli - media governi imprese - non riduce il suo
> isolamento. A chi sta a cuore salvare questo stato deve smetterla con
questa
> mortifera, pericolosa, cieca solidarieta'.
>
> 3. RIFLESSIONE. BARBARA SPINELLI: IL FALLIMENTO DELLE "GUERRE REDENTRICI"
> [Dal quotidiano "La stampa" del 9 luglio 2006 riprendiamo il seguente
> articolo (pubblicato prima degli ultimi tragici sviluppi della crisi
> mediorientale). Ovviamente alcune delle analisi e dei punti di vista qui
> formulati possono essere ben discutibili, ma ci sembra decisivo l'assunto
di
> fondo, che dal nostro punto di vista vorremmo riassumere cosi'. rispondere
> al terrore con piu' terrore provoca solo catastrofi (Gandhi - se la
memoria
> non ci inganna - lo disse con una metafora indimenticabile: occhio per
> occhio rende tutti ciechi); occorre contrastare la violenza facendo leva
> sulla razionalita'; la nonviolenza e' la via, la nonviolenza e' la piu'
> forte forma di resistenza al male; la nonviolenza e' il principio
> giuriscostituente richiesto dalla politica internazionale del XXI secolo
(p.
> s.). Barbara Spinelli e' una prestigiosa giornalista e saggista; tra le
sue
> opere segnaliamo particolarmente Il sonno della memoria, Mondadori, Milano
> 2001, 2004; una selezione di suoi articoli e' in una sezione personale del
> sito del quotidiano (www.lastampa.it)]
>
> Le guerre contro il terrorismo, da quando si sono amplificate e diffuse
> all'inizio di questo secolo, nascono quasi tutte da una grande delusione,
e
> dalla convinzione che occorra imboccare una strada alternativa a quella
che
> vien ritenuta l'illusoria, e fallita, strada di ieri. L'illusione oggi
> vituperata consiste nel credere che l'avversario, pur essendo qualcuno che
> intimidisce e assale, abbia come minimo un fondo di razionalita'.
> Razionalita' non e' bonta', bene-volenza: e' l'attitudine a fare calcoli
> sulla base di criteri che la controparte condivide, e che dunque sono
> prevedibili, probabili.
> L'uomo razionale sa che due piu' due non puo' far cinque, anche quando la
> sua mente e' tutta volta alla distruzione altrui. La scommessa sulla
> razionalita' del nemico ha dato come risultato, nel Novecento, la teoria
> della dissuasione nucleare, del contenimento, della guerra fredda. Una
> teoria che venne applicata al comunismo sovietico e che puo' esser
riassunta
> cosi': io so che tu vuoi eliminarmi e hai intenzioni malvagie, ma a
partire
> dal momento in cui sei razionale - a partire dal momento in cui sei
convinto
> che due piu' due fa quattro, in ogni circostanza - posso ragionevolmente
> supporre che nell'euforia della distruzione non dimenticherai che sarai
> distrutto anche tu, simultaneamente. Quel che ci unisce non e' qualcosa di
> positivo e caldo (amicizia, amore, unione) ma qualcosa di negativo e
freddo
> (evitare il comune suicidio). E' questa idea che viene messa in questione,
> all'indomani dell'attentato alle torri dell'11 settembre 2001.
> *
> Il presidente Bush ha costruito un'intera strategia su questa
disillusione:
> il contenimento dell'avversario non funzionava piu', essendo divenuto
> qualcosa che garantiva lo status quo delle tirannidi, e andava a suo
parere
> soppiantato da guerre calde, se necessario preventive. Di qui le offensive
> in Afghanistan e Iraq, in risposta agli attentati. La stessa delusione nei
> confronti dell'avversario la notiamo negli ultimi giorni a Gaza, dove il
> governo Olmert sembra intenzionato ad annientare Hamas, piu' che a
liberare
> il soldato Gilad Shalit, nella convinzione che il comportamento di Hamas
non
> possa essere ne' contenuto, ne' razionalizzato. L'operazione "Pioggia
> d'estate" e' un tipico esempio di lotta post-dissuasiva al terrorismo.
> Mettere in discussione la strategia della dissuasione vuol dire non
puntare
> piu' sulla possibile razionalita' di chi aggredisce con l'arma
terroristica,
> e dunque rinunciare a far politiche che questa razionalita' pian piano la
> suscitino, l'alimentino, l'allenino. Il pericolo non e' piu' l'avversario
> folle (il crazy state) che paventava Herman Kahn negli anni '60, ma e'
> l'avversario canaglia (il rogue state), la cui criminosita' non e'
> addomesticabile e che va di conseguenza eliminato abbattendo il suo regime
> dall'esterno.
> Se un governante e' folle o irrazionale, si tenteranno politiche che
> risveglino in lui l'interesse a non esserlo, indipendentemente
> dall'inimicizia che egli prova nei miei confronti. Se e' una canaglia,
altro
> non restera' che rinchiuderlo in prigione o ucciderlo. Nel primo caso ha
> senso una panoplia di strumenti (militari, diplomatici, politici); nel
> secondo hanno senso solo poliziotti e soldati. Il governo Hamas che ha
vinto
> le elezioni nel gennaio 2006 e' giudicato irrimediabilmente canaglia, non
> rimediabilmente irragionevole. Il comune presentimento di un comune
suicidio
> svanisce, e al suo posto torna la chimerica legge del taglione,
affrontabile
> solo sul campo di battaglia: o muoio io o muori tu, ma qualcuno alla fine
si
> salvera'.
> *
> Il governo Olmert ha scelto questa strada, invadendo di nuovo Gaza a
seguito
> del rapimento del soldato Shalit e di molti attacchi di missili che hanno
> colpito ripetutamente terre israeliane situate dentro la frontiera del
'67:
> alla follia di Hamas non si puo' che rispondere con un'altra follia,
> all'insana predilezione suicida del terrorismo non si puo' che replicare
con
> equivalenti politici del suicidio. Non si scommette piu' su niente, tanto
> forti sono delusione e sfiducia: guerra fredda e dissuasione sono
> impraticabili con Hamas, quindi impossibili.
> Lo scrittore Doron Rosenblum ha parlato di fascino dell'insania e di
"follia
> redentrice", in un articolo su "Haaretz" del 7 luglio. Anche questo
fascino
> e' tipico della delusione apparsa all'inizio del XXI secolo: l'avversario
> non va lentamente portato a usare la logica, come e' avvenuto con Urss e
poi
> Cina. La storia non si fa giorno dopo giorno creando spazi di razionalita'
> condivisa, ma si dirige apocalitticamente verso la propria fine: di
> redenzione o dannazione. Prima cercavo di accostare l'avversario a me,
> allenandolo non all'amicizia (quella verra' dopo, se mai) ma almeno a un
> calcolo di buon senso. Ora sono io che mi accosto a lui, emulando la sua
> follia. Che Olmert sia tentato dall'emulazione e' confermato da quello che
> egli stesso ha confidato in una riunione ristretta, dopo il rapimento di
> Shalit: "Hamas deve capire che il padrone di casa e' diventato pazzo". Che
> "l'epoca dell'autocontrollo e' finita".
> *
> Si potrebbe capire questa strategia, se funzionasse. Ma non funziona, e
non
> a caso mentre guerreggia il governo israeliano gia' pensa a trattare la
> restituzione di prigionieri, come chiesto dai rapitori e come
indirettamente
> accettato dal ministro della Sicurezza Avi Dichter.
> Non funziona perche' lo stato d'Israele non puo' al tempo stesso
promettere
> il ritiro dai territori e continuare a definire se stesso padrone di casa
in
> regioni evacuate dieci mesi fa. E non puo' perche' in passato consenti' al
> rilascio di molti prigionieri, anche incondizionatamente. Ne rilascio'
> perfino in cambio di tre soldati morti, nel 2004. Perfino Ahmed Yassin, il
> fondatore di Hamas ucciso da bombe israeliane nel 2004, era stato liberato
> da Netanyahu nel '97.
> Due strategie coesistono insomma nella storia israeliana, e non e' detto
che
> la piu' dura prevalga. Resta il giudizio negativo - in America e Israele -
> su una dissuasione che faccia leva sulla ragionevolezza altrui. Ambedue si
> propongono "un potere dissuasivo riabilitato", ma coi loro metodi lo
> debilitano ancor piu', reagendo alla pazzia dell'aggressore con una pazzia
> redentrice che va ben oltre il salvataggio del soldato Shalit.
> *
> Questo giudizio negativo su dissuasione e contenimento e' d'altronde
> avventato. Gli occidentali hanno pur sempre vinto la guerra fredda con i
> metodi oggi vilipendiati, anche se la trasformazione fu lenta e i
sacrifici
> molteplici (rivoluzione annientata in Ungheria, carri armati a Praga,
> insurrezione polacca sfociata in stato di guerra). Ma son metodi che hanno
> dato qualche risultato, non solo con l'Urss ma anche con i palestinesi. E'
> quel che ricorda Aluf Benn, commentatore di "Haaretz": se si vuol
dissuadere
> Hamas e non accentuare la sua mortifera follia, che si operi per
trasformare
> i suoi dirigenti in politici stile Assad, presidente siriano. "Il quale
> sara' un terrorista, ma non e' pazzo". Il governo israeliano ha gia' agito
> cosi' ai tempi di Ehud Barak, quando negozio' con Hassan Nasrallah, leader
> di Hezbollah in Libano del Sud, per organizzare con ordine il proprio
> ritiro.
> *
> Scommettere sulla razionalita' dell'avversario rafforza quest'ultimo, e'
> vero. Gli da' stabilita', riconosce un suo status quo. Ma la storia di
> questi anni ha mostrato che sono i governi instabili o inesistenti a
> favorire il ritorno o il proliferare dei terroristi: in Afghanistan, Iraq,
> Somalia, Gaza. Le guerre "redentrici" hanno tremendamente diminuito il
peso
> dell'America nel Medio Oriente e nel Golfo. L'amministrazione Usa e'
> diventata afasica, impotente, priva di alleati locali.
> E' una catastrofe l'abbandono del contenimento, e i nemici che abbiamo
> davanti sono animati da follie imprevedibili - come quella di Ahmadinejad
in
> Iran, di Hamas nei territori - cui le nostre democrazie (compresa
> l'israeliana) non sanno rimediare. Non aspettandosi nulla da simili
> avversari, esse non sanno neppure svegliare in loro il raziocinio
condiviso
> che e' la premessa di qualsiasi negoziato. Sanno solo eliminarli o
subirli:
> senza idea alcuna, comunque, su chi verra' dopo di loro.
> *
> Aluf Benn ricorda come Nasrallah in Libano, al pari di Hamas nei territori
> occupati, odiasse Israele e sionismo. Ma a differenza di Hamas egli aveva
> autorita', pieno monopolio sulla violenza, e dunque responsabilita': il
suo
> comportamento era razionale e ragionevolmente prevedibile.
> Non e' la soluzione ideale, nella lotta al terrorismo. La soluzione ideale
> sarebbe di avere attorno a se' amici, non nemici con cui si negoziano
> equilibri di deterrenza e raffreddamenti di guerre. Ma il meno peggio e'
> almeno un passo avanti rispetto al peggio, e oggi e' vero che "ci sarebbe
> bisogno di un Nasrallah palestinese" nei territori: non di un Abu Mazen
> senza forza, non di Hamas senza monopolio della violenza. Di un terrorista
> magari, ma che lentamente si avvicini alle regole e scopra gli svantaggi
> tutti di quella speciale follia che mischia omicidio e suicidio.
>
> 4. RIFLESSIONE. GIULIANA SGRENA: IL PACIFISMO INDISPENSABILE
> [Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 luglio 2006. Giuliana Sgrena,
> giornalista, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu'
> prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
> culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza, e'
> stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
> piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e'
stata
> rapita il 4 febbraio 2005; e' stata liberata il 4 marzo, sopravvivendo
anche
> alla sparatoria contro l'auto dei servizi italiana in cui viaggiava ormai
> liberata, sparatoria in cui e' stato ucciso il suo liberatore Nicola
> Calipari. Opere di Giuliana Sgrena: (a cura di), La schiavitu' del velo,
> Manifestolibri, Roma 1995, 1999; Kahina contro i califfi, Datanews, Roma
> 1997; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq,
> Manifestolibri, Roma 2004; Fuoco amico, Feltrinelli, Milano 2005]
>
> Quando un mese fa, a New York, mi hanno chiesto se ero disposta a
incontrare
> Mario Lozano - il soldato che ha sparato contro l'auto su cui viaggiavo e
ha
> ucciso Calipari - ho risposto che non avrei avuto nessun problema. La
> motivazione? Voglio sapere la verita', non voglio vendette. Sono pacifista
e
> penso che anche Lozano, come i miei rapitori, siano vittime della guerra.
> Hanno delle responsabilita' ma la maggiore e' di chi conduce questa
guerra.
> I miei interlocutori statunitensi non capivano. Perche'? Noi siamo un
> movimento anti-war, non pacifista, mi hanno spiegato.
> Il gap e' notevole anche se c'e' in comune l'opposizione alla guerra. Un
> principio contro una filosofia, una cultura di vita. Una single issue
contro
> un progetto che non si accontenta di impedire una guerra ma vuole
costruire
> una cultura di pace per risolvere i conflitti.
> Anche se non e' facile impedire una guerra, non ci sono riuscite le
> imponenti manifestazioni che hanno invaso le piazze alla vigilia
> dell'attacco all'Iraq. E propria questa sconfitta ha imposto una battuta
> d'arresto al pacifismo ma non ne ha segnato la fine, anzi ha imposto nuove
> sfide, dal Libano alla Palestina all'Afghanistan. Sfide che si collocano
in
> un contesto nuovo: la fine del governo Berlusconi. Un primo risultato con
> Prodi e' stato ottenuto: il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq, ma e'
un
> risultato misero, anche se importante per noi, visto che in Iraq rimangono
> soldati e terrore.
> Fin dalla sua nascita il movimento pacifista ha avuto dimensioni
> sovranazionali, con piu' solide radici in Europa. E fin da allora i
> pacifisti italiani avevano intuito che i maggiori pericoli venivano dal
> Mediterraneo e dal Medioriente.
> E la nuova esplosione di guerra nella regione ci riporta con le immagini a
> quegli inizi con l'invasione del Libano. Avvenimenti che non dimostrano
> l'inutilita' del movimento pacifista ma la necessita' che una cultura
della
> pace si rafforzi ed estenda. Quindi un lavoro politico di lunga lena che
> comincia dal nostro paese per continuare in Europa, per individuare forze
e
> movimenti che nelle aree di crisi possono diventare interlocutori di una
> politica di pace fondata sulla reciprocita' della cooperazione, sullo
> scambio eguale nello sviluppo economico, su comuni luoghi di decisione
> politica, non un G8 che sentenzia e decide e gli altri che si adeguano.
> Il ritiro italiano dall'Iraq non cambia la situazione di quel paese cosi'
> come non la cambierebbe un ritiro dall'Afghanistan. Puo' essere utile,
> certo, ma serve di piu': il ritiro di tutte le truppe per creare le
> condizioni in Iraq come in Afghanistan di reale indipendenza e sovranita'
di
> quei popoli che hanno bisogno d'aiuto, ma non quello portato da eserciti o
> da migliaia di mercenari armati.
> Non e' solo un discorso di principio, come afferma Adriano Sofri
> ("Repubblica",17 luglio) ma di questioni di merito, anche per
l'Afghanistan.
> A parlarne e' chi fra gli altri, e soprattutto le altre, ha manifestato
> contro i taleban quando Bush li considerava ancora un gruppo rock. E oggi
> non vorrebbe essere costretta a scegliere tra la pace del terrore
(taleban)
> e un regime dominato dai signori della guerra e della droga che
all'interno
> del parlamento si possono permettere di urlare "stupratela" contro una
> deputata che denuncia la corruzione e la violenza dei nuovi-vecchi
> governanti.
> E' questo il risultato di quasi cinque anni di intervento in Afghanistan.
E
> non si giustifichi l'intervento con la copertura dell'Onu: quando l'allora
> rappresentante di Annan, Lakhdar Brahimi, aveva chiesto piu' truppe per
> estendere il controllo a tutto il paese nessuno gliele aveva date.
> Quella che ora si trova in Afghanistan non e' piu' la forza di
peacekeeping
> avallata dall'Onu, che doveva assistere alla creazione di un governo
> afghano. Si tratta invece di truppe che sempre piu' numerose al sud
portano
> avanti la guerra contro il terrorismo e contro gli irrudicibili taleban
che
> non si sono riciclati nel nuovo governo.
> Nell'Afghanistan di Karzai si applica la sharia, la Corte suprema e' in
mano
> a uno dei piu' trucidi fondamentalisti, ed e' tornato in vigore il
> "ministero per la prevenzione del vizio e la promozione della virtu'".
> Questa e' la realta' e non si puo' ridurre, come fa Sofri, a un duello tra
> Gino Strada e Alberto Cairo.

> ==============================
> NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
> ==============================
> Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
> Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E,
01100
> Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@...
> Numero 73 del 20 luglio 2006
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>

#4077 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Gio 20 Lu 2006 8:34 am
Oggetto: Movimento per la pace, politica, democrazia
e.pey@...
Invia email Invia email
 
Carissimo Giovanni,
(leggi prima le ultime righe, per favore) Quel sondaggio è importante e significativo, sicuramente. Se ho sentito bene, è fatto (o verificato) da Mannheimer, che è uno studioso specialista serio. Non sembra uno dei tanti sondaggi fasulli. La politica deve tenerne conto. Ma quel 61% (lo stesso per la Costituzione: bellissimo!) è una maggioranza - ammetterai - di un pacifismo assai generico, non è quello attivo e nonviolento. Comunque, importante, senza dubbio. Io credo ancora che Berlusconi non abbia potuto fare la guerra in Iraq come Blair, grazie al movimento contro la guerra nelle piazze, coi limiti che sappiamo bene, ma con una sua relativa efficacia: non impedì la guerra, ma la limitò (ugualmente condannata da noi).
E se quel 61% oggi per il ritiro dall'Afghanistan non ha rappresentazna corrispondente in Parlamento, ciò dimostra proprio la fiacchezza e rapsodicità di quella volontà di pace, che non ha saputo esprimersi in politica attraverso il voto, ma si agita solo quando sente rumore di guerra. Non è una gran pace! Rispettabile, ma debole, chi vuole ignorarla ha buon gioco.
Il grave limite del movimento e del 61% dell'opinione pubblica è l'essere privo di un programma costruttivo, che per Gandhi è essenziale, tanto che condanna la nonviolenza "come atto criminale... una bravata e peggio che inutile" (Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, p. CXVI, e nel mio libro su Gandhi, p. 69 ) se non ha un programma costruttivo. Diciamolo ai puri "disobbedienti". Per dire no al decreto del governo Prodi in questo caso dell'Afghanistan, il nostro movimento, invece di gridare insulti assoluti, doveva e deve:
a) fare proposte alternative costruttive: quelle del Mir-Mn del 20 dicembre 2005 (da me e da Alberto L'Abate rilanciate), tra cui è quella di Nanni Salio (finanziamento CCV) da me scritta nella lettera di ieri sera tardi. Poiché la politica istituzionale non è proclamare la verità, ma contrattare e mediare, qualche maggiore elemento in questa linea poteva essere ottenuto per dare l'appoggio ad un decreto meglio orientato (soltanto orientato, certo, per forza di cose) all'uscita dalla guerra.
b) evitare in modo assoluto - anche con le dimissioni nobili di Paolo Cacciari - il rischio di regalare la maggioranza ad un insieme disponibile alla guerra assai più tranquillamente dell'attuale maggioranza. Fare questo errore è una infinita stupidaggine, è ignoranza di chi non sa fare il suo lavoro, come un medico che mi fa morire, come un falegname che si martella le dita invece del chiodo e non conosce i tipi di legname. Dire che Prodi vale Berlusconi è un pensiero suicida, un "cupio dissolvi", un kamikaze politico e del buon senso, sbagliato nei fatti, qualunquista in morale, stupido nella decisione, infantile immemore irresponsabile e dannoso su tutti i piani (non solo la pace) all'Italia. Chi è disposto a questo rischio vuole se stesso, non vuole la pace, non vuole la politica possibile.
Non esiste altra politica che quella possibile, cioè quella votata dagli elettori. Sì, esiste la proposta politica piena, ideale, vera, che è il nostro lavoro di pensiero anzitutto, e di proposta insistente, precisa. Ma le decisioni dipendono dai numeri e dalle mediazioni. Un governo in democrazia parlamentare deve tenere conto, secondo me, anche dei sondaggi, ma non può e non deve governare in base al sondaggio del giorno - variabile e volubile, non ragionato come un dibattito - (sarebbe demagogismo berlusconiano, che distrugge le garanzie istituzionali: lo abbiamo già dimenticato?), bensì in base alle elezioni e alle maggioranze parlamentari, con le relative mediazioni più alte possibili. Un sondaggio dopo un delitto atroce vuole la pena di morte: alloa che si fa, impicchiamo il presunto colpevole? La Lega vorrebbe i giudici eletti dal popolo. E' meglio di no! Il popolo, nel giudizio penale, è meno competente di chi ha la scienza giuridica. Certo, tu non stai dicendo quelle cose, lo so bene.
Il nodo nostro (da questa tormentata vicenda dovremo imparare molto, io per primo devo correggere e riequilibrare certe mie impostazioni) è quello tra ideale e politica. Se l'ideale non permea la cultura diffusa, non può diventare politica, se non per cortocircuito autoritario. Che è violenza.
La democrazia non è ancora nonviolenza, ha bisogno di questa "aggiunta" (Capitini, Pontara), ma è un grado irrinunciabile di nonviolenza (Bobbio), senza il quale si fa un salto indietro.
Posso sbagliare, ma nel movimento "alteromondista" e per la pace, serpeggia ancora il vecchio rozzo concetto di condanna della "democrazia borghese", come se ignorarla servisse a sanarla e completarla. Abbiamo salvato la Costituzione da Berlusconi, ma conosciamo la cultura costituzionalista secolare, la stimiamo e la amiamo?
Il pensiero della pace non basta a se stesso se crede di poter ignorare la cultura politica.
Io insisto (togliendo tempo a lavori urgenti) ad intervenire su questa questione perché la vedo importante per il futuro non solo della politica italiana di pace, ma per l'esistenza e il senso del movimento per la pace e la nonviolenza: se vuole vagare nelle nuvole autoascoltandosi, o agire correttamente nella realtà democratica. Se sbaglio correggetemi, convincetemi. Se ho qualche ragione, elaboratela meglio.
Ciao! Enrico
 
 
 
 
 
----- Original Message -----
 
Sent: Thursday, July 20, 2006 8:32 AM
Subject: Re: Re: a Enrico Peyretti

>
> >E come
> >movimenti non è possibile esigere dalla politica la realizzazione, e neppure il
> >proposito, dei nostri obiettivi. Anche se dobbiamo proporli sempre. Siamo una
> >infima minoranza.
>
> Per quel che valgono i sondaggi (e sappiamo quanto valgano poco quando danno ragione al punto di vista di chi li paga), secondo un sondaggio pagato l'altro ieri dal "Corriere della Sera" (peraltro noto quotidiano estremista di sinistra e antigovernativo fino alle estreme conseguenze - l'ha detto pure Berlusconi) oggi il 61%  degli italiani vorrebbe il ritiro immediato dall'Afganistan.
>
> Il voto parlamentare di ieri ha dimostrato che, su questa questione specifica, questo 61% della popolazione non ha (quasi) rappresentanza in Parlamento.
> E` questa la *infima minoranza* che siamo: sull'obbiettivo concreto e intero, non (ancora) sull'adesione ai principi generali della nonviolenza.
>
> ecc. ecc.

#4076 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Gio 20 Lu 2006 6:45 am
Oggetto: Michael Lerner
e.pey@...
Invia email Invia email
 
Cari tutti,
dalla bella biografia di Michael Lerner (rabbino statunitense pacifista e nonviolento) che leggo su La nonviolenza è in cammino, ove riappare oggi un importante e propositivo intervento di Lerner sul tragico momento in Medioriente, copio qualche riga che mi fa meditare, non per applicarla in toto a noi, ma per continuare a interrogarci, non illuderci, non deprimerci.
Ciao! Enrico
 
    "Quando [dopo la guerra del Vietnam] il movimento contro la guerra [in Usa] perse vigore, Lerner attribui' parte della responsabilita' a cio' che chiamo' un "surplus di impotenza" negli attivisti stessi. Essi non potevano riconoscere i loro successi perche' "ridefinivano continuamente i criteri in base ai quali definire il successo in un modo che li faceva sentire dei falliti". Il desiderio di comprendere questa "patologia" autodistruttiva porto' Lerner a studiare psicoterapia".
 
 

#4075 Da: Paolo <paolocand@...>
Data: Mer 19 Lu 2006 10:20 pm
Oggetto: Re: [nonviolenti] Re: a Enrico Peyretti
paolocand
Offline Offline
Invia email Invia email
 
Dobbiamo opporci sempre alla guerra, ma chiediamoci come fermare una
guerra. LA conseguenza delle nostre azioni deve essere una uscita dalla
guerra: il voto contro il decreto sul rifinanziamento della missione in
Afghanistan serve a "diminuire" la violenza e la guerra laggiù, magari non
oggi ma in futuro, può aiutare a fermare la "guerra globale al
terrorismo"? o anche solo una battaglia, un bombardamento, una uccisione
in Afghanistan? o alla fine la guerra continuerà indisturbata e noi
assisteremo al ritorno al potere di una cricca di golpisti, o anche solo
di parte di essi? Non sono domande retoriche, me lo sto chiedendo anch'io.
Ma queste sono le domande che dovremmo porci.
Come movimenti dobbiamo continuare la nostra opposizione integrale alla
guerra,a qualsiasi guerra, ma chi sta nelle istituzione deve pur porsi il
problema della tenuta di questa maggioranza; sarebbe un disastro per tutti
se crollasse dopo solo 3 mesi.
(E il governo Prodi non è il regime nazista!)
Paolo
In data 19 luglio 2006 alle ore 22:44:19, Enrico Peyretti
<e.pey@...> ha scritto:

> Carissimo Mao,
> siamo tutti a dir poco affaticati, meglio direi siamo in pena, per
> questa divisione tra noi nonviolenti sulla questione Afghanistan, che
> supera la questione specfica, perché riguarda tutta la nostra azione e
> consistenza.
> Ne abbiamo parlato ampiamente anche stasera, poco fa, nella segreteria
> Mir-Mn qui a Torino.
> Parliamo dell'esempio che tu fai, dei consigli ebraici. Anche Etty
> Hillesum ne fece parte e ne scrive con piena consapevolezza della loro
> ambiguità. C'erano quelli in piena mala fede, ma (lo dice Semelin che
> citi), altri credevano "che ci fosse ancora qualcosa da salvare, e che
> la loro presenza evitasse il peggio". Neppure loro avevano chiara e
> netta l'unica soluzione giusta. Solo il dopo ha dato loro torto.
> Nell'azione concreta non sappiamo mai perfettamente se stiamo agendo
> bene. Un po' più sicuri possiamo essere sugli
> obiettivi, sui princìpi, e sui metodi, ma le singole azioni e scelte
> hanno buone dosi di oscurità.
> Questo dovrebbe bastare per non scomunicarci a vicenda e accusarci
> pesantemente, come qualcuno sta facendo.
> In sintesi, stasera abbiamo ripetuto che il compito dei movimenti, del
> nostro movimento, è proporre l'obiettivo intero e le vie della pace,
> fuori la guerra dalla storia, via armi ed eserciti, metodo nonviolento
> nei conflitti.
> Il ruolo dei movimenti non è la politica istituzionale, dove sono
> presenti le più diverse e opposte idee e fini, dove la regola è la
> mediazione, più ancora del principio di maggioranza. E come movimenti
> non è possibile esigere dalla politica la realizzazione, e neppure il
> proposito, dei nostri obiettivi. Anche se dobbiamo proporli sempre.
> Siamo una infima minoranza.
> Quando scrissi nel '98 "La politica è pace", Raniero La Valle, nella
> prefazione, diceva "e la pace è politica", cioè si fa passp passo nella
> politica limitata. Dicevamo due ragioni complementari.
> Quelli tra noi che vanno a lavorare nella politica istituzionale, o
> accettano quella regola della mediazione - pur avendo in mente e nel
> cuore il nostro obiettivo - oppure si ritirano e tornano al lavoro di
> movimento, nella società e non nell'isitituzione.
> Io concepisco questo nostro lavoro soprattutto come culturale educativo,
> a livello profondo. Ma non nego la lotta e l'azione, che altri vedono
> come compito nostro primario.
> Nanni stasera diceva: premere per avere un considerevole finanziamento e
> l'istituzione dei corpi civili di pace (CCV). Venendo a casa, mi
> venivano in mente le difficoltà: se avessimo tutti i soldi necessari,
> sapremmo mettere insieme i CCV? Abbiamo le persone formate? abbiamo
> metodi ed esperienze? qualcosa sì, ma bastano per un'esperienza
> sistematica, che diventi alternativa al militare? Sono solo domande, non
> scoraggiamenti. I soldi a disposizione della commissione consultiva su
> difesa civile e nonviolenta, sono stati usati? come? Chiedo senza sapere
> con precisione. E' vero che la pace va finanziata; altrettanto è vero
> che ancora siamo capaci più di gridarla che organizzarla (e io sono il
> più incapace). E l'organizzazione è sempre per passi parziali. Ogni
> realizzazione troverà gli scontenti che la condanneranno in nome della
> piena verità.
> Per me, questa vicenda è occasione di un grosso ripensamento sul nostro
> movimento, forse perché invecchio (coi vantaggi e svantaggi relativi).
> Può darsi che in un altro momento veda le cose diversamente. Oggi mi
> pare che dimostriamo una buona dose di immaturità.
> Salvata per un pelo l'Italia e la Costituzione dal cancro berlusconiano,
> siamo (tanti di noi) pronti a buttare giù, o a buttare a destra, il
> governo Prodi perché non corrisponde al pacifismo e tanto meno alla
> nonviolenza. Questa è follia, è grave irresponsabilità civica. Questo
> dimostra che non vediamo la differenza, il legame articolato e non
> rigido, e la distanza tra movimenti e istituzioni. Dimostra anche, a mio
> parere, che c'è tra noi tanta cultura moralistica (lo dico io che sono
> un moralista!) e una insufficiente cultura giuridico-istituzionale, da
> molti disprezzata come un terreno basso e indegno. Ma questo ci
> paralizza. Dobbiamo esaminarci. Siamo "movimento" perciò non
> istituzione, ma se non capiamo le istituzioni e le loro regole siamo
> fuori dalla realtà, come tanti ci giudicano. E guarda che io credo più
> nel movimento (cultura e etica) che nell'isitituzione, ma so che questa
> è necessaria alla civiltà.
> Voglio rivedere il numero di AzNonv sul convegno "Nonviolenza e
> politica". Il contributo che inviai, non potendo partecipare, (non
> uscito su AzN), era tutto teorico, lo so. Mi dispiace avere perso la
> discussione. Non so se ha presentito la difficoltà che abbiamo
> incontrato nella vicenda attuale. Vicenda che può essere anche opportuna
> per la nostra maturazione, come tutte le crisi. Intanto là si ammazza e
> si muore...
> Buona notte di ricupero interiore a tutti! Enrico
>
>
> ----- Original Message -----
> From: "Movimento Nonviolento" <mao@...>
> To: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
> Cc: "lista Mir dibattito" <mir-riconciliazione@yahoogroups.com>; "lista
> peacelink nonviolenza" <nonviolenza@...>; "lista pax christi gr
> discussione" <paxchristi@egroups.com>; "lista nonviolenti"
> <nonviolenti@...>; "lista BCP"
> <beati@...>;
> "sini peppe" <nbawac@...>; "l'abate 01 alberto" <labate@...>;
> "azionenonviolenta" <azionenonviolenta@...>; "buccoliero elena"
> <e.buccoliero@...>; "capitini luciano" <capitps@...>;
> "centro
> Gandhi 1 Pisa" <gmandorino@...>; "Ciardi Filippo"
> <filciar@...>; "Codrignani Giancarla" <giancodri@...>;
> "Dogliotti Angela" <maradoglio@...>; "giusti luca"
> <lucagiusti@...>; "Iannamorelli Pasquale" <sudest@...>;
> "locascio
> 01 francesco (mir)" <locascio.francesco@...>; "lugli daniele"
> <daniele.lugli@...>; "malleo m. antonietta, palermo"
> <antoeile@...>; "Manara Fulvio Cesare" <philosophe0@...>;
> "martirani giuliana" <giuliana@...>; "menapace 01 lidia"
> <lidiamenapace@...>; "moratto adriano" <mir.brescia@...>;
> "pilati massimiliano, trento" <massi.pilati@...>; "pompeo 1
> rocco"
> <rocco.pompeo@...>; "Pontara Giuliano"
> <giuliano.pontara@...>; "pugliese pasquale"
> <puglipas@...>; "racca A1 piercarlo"
> <piercarlo.racca@...>; "rizzi02 flavia"
> <flavia.rizzi@...>; "salio nanni"
> <giovanni.salio@...>;
> "satyagraha" <pdpace@...>; "siino 1 marco" <pxp@...>;
> "soccio 01 matteo" <socciom@...>
> Sent: Wednesday, July 19, 2006 7:19 PM
> Subject: Re: a Enrico Peyretti
>
>
>> Caro Enrico,
>>
>> mi viene da fare questa considerazione:
>>
>> la guerra è morte e distruzione, e tutto spacca, e ovunque porta
>> divisione. Oggi ferisce anche i nostri movimenti, e separa compagni di
>> partito, e porta confusione in tante persone buone.
>> Anche per questo dobbiamo "opporci integralmente alla guerra".
>>
>> Mi spiace che un partito come Rifondazione in questa difficile prova non
>> abbia concepito l'obiezione di coscienza come possibilità per singoli
>> deputati, ma al contrario si sia appellato alla "disciplina di partito"
>> (e roboanti ex-rivoluzionari, ex tute bianche, ex disobbedienti, ex
>> disoccupati organizzati, ex portavoce dei centri sociali, se ne sono
>> subito fatti scudo per restare zitti e allineati).
>>
>> Cercando di ragionare  e documentarmi sulla "ragionevole" ma non
>> "convincente" logica politica della riduzione del danno o del male
>> minore, mi sono imbattuto in questo scritto di Jacques Semelin:
>>
>>
>> "Dappertutto in Europa i nazisti si sforzarono di creare delle
>> "organizzazioni di beneficenza" animate da nobili israeliti che, con la
>> scusa di aiutare gli ebrei, permettevano di controllarli meglio, e in
>> seguito di arrestarli. Tale fu il Consiglio Ebraico di Varsavia, il cui
>> primo presidente Adam Czerniakow morì suicida il 23 luglio del 1942,
>> quando comprese che il consiglio era uno strumento della macchina di
>> sterminio. In Francia, dopo lunghi negoziati, cui parteciparono
>> dirigenti ebrei e nazisti, nacqua L´Unione Generale degli Israeliti di
>> Francia UGIF, creata nel 1941, di cui ci parla un libro di Maurice
> Rajsfus.
>> Rajsfus, la cui famiglia fu sterminata ad Auschwitz, non mette in dubbio
>> la buona fede dei notabili ebrei francesi, non li accusa di volontà
>> distruttiva: rimprovera loro di aver creduto che fosse possibile tentare
>> la politica del male minore, quando era loro interlocutore un regime
>> totalitario.
>> "Praticamente nulla era ignoto ai dirigenti dell´UGIF degli avvenimenti
>> tragici che si stavano verificando, scrive, ma stavano al gioco,
>> pensando ogni volta che ci fosse ancora qualcosa da salvare, e che la
>> loro presenza evitasse il peggio".
>>
>> (Per uscire dalla violenza, Jacques Semelin, pag. 81)
>>
>>
>> In Afghanistan c´è una guerra e la guerra è sempre terrorismo, fascismo,
>> nazismo. Ora mi chiedo: è possibile cercare "il male minore" in una
> guerra?
>>
>>
>> ciao,
>> mao
>> _____________________
>> Movimento Nonviolento
>> via Spagna, 8
>> 37123 Verona
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>> tel. 045 8009803
>> Fax  045 8009212
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>> sito: www.nonviolenti.org
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>>
>> War is over  (John Lennon)
>>
>> Enrico Peyretti ha scritto:
>> > Nella logica delle "sanzioni positive" (Gene Sharp) richiamata da
> Alberto
>> > L'Abate (v. altro messaggio), l'ultima parte delle dichiarazioni di
> Umberto
>> > Ranieri - molto opportunamente rilevate da Ettore Lomaglio Silvestri
>> (si
>> > veda la sua
>> > conclusione) - può servire per porre precisi punti contrattuali al
> governo
>> > sul rientro delle spedizioni militari e lo sviluppo della solidarietà
> civile
>> > coi popoli colpiti dalla guerra.
>> > Enrico Peyretti
>> > Spedisco in ritardo per un blocco del server.
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#4074 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Mer 19 Lu 2006 8:44 pm
Oggetto: Re: a Enrico Peyretti
e.pey@...
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Carissimo Mao,
siamo tutti a dir poco affaticati, meglio direi siamo in pena, per questa divisione tra noi nonviolenti sulla questione Afghanistan, che supera la questione specfica, perché riguarda tutta la nostra azione e consistenza.
Ne abbiamo parlato ampiamente anche stasera, poco fa, nella segreteria Mir-Mn qui a Torino.
Parliamo dell'esempio che tu fai, dei consigli ebraici. Anche Etty Hillesum ne fece parte e ne scrive con piena consapevolezza della loro ambiguità. C'erano quelli in piena mala fede, ma (lo dice Semelin che citi), altri credevano "che ci fosse ancora qualcosa da salvare, e che la loro presenza evitasse il peggio”. Neppure loro avevano chiara e netta l'unica soluzione giusta. Solo il dopo ha dato loro torto.
Nell'azione concreta non sappiamo mai perfettamente se stiamo agendo bene. Un po' più sicuri possiamo essere sugli
obiettivi, sui princìpi, e sui metodi, ma le singole azioni e scelte hanno buone dosi di oscurità.
Questo dovrebbe bastare per non scomunicarci a vicenda e accusarci pesantemente, come qualcuno sta facendo.
In sintesi, stasera abbiamo ripetuto che il compito dei movimenti, del nostro movimento, è proporre l'obiettivo intero e le vie della pace, fuori la guerra dalla storia, via armi ed eserciti, metodo nonviolento nei conflitti.
Il ruolo dei movimenti non è la politica istituzionale, dove sono presenti le più diverse e opposte idee e fini, dove la regola è la mediazione, più ancora del principio di maggioranza. E come movimenti non è possibile esigere dalla politica la realizzazione, e neppure il proposito, dei nostri obiettivi. Anche se dobbiamo proporli sempre. Siamo una infima minoranza.
Quando scrissi nel '98 "La politica è pace", Raniero La Valle, nella prefazione, diceva "e la pace è politica", cioè si fa passp passo nella politica limitata. Dicevamo due ragioni complementari.
Quelli tra noi che vanno a lavorare nella politica istituzionale, o accettano quella regola della mediazione - pur avendo in mente e nel cuore il nostro obiettivo - oppure si ritirano e tornano al lavoro di movimento, nella società e non nell'isitituzione.
Io concepisco questo nostro lavoro soprattutto come culturale educativo, a livello profondo. Ma non nego la lotta e l'azione, che altri vedono come compito nostro primario.
Nanni stasera diceva: premere per avere un considerevole finanziamento e l'istituzione dei corpi civili di pace (CCV). Venendo a casa, mi venivano in mente le difficoltà: se avessimo tutti i soldi necessari, sapremmo mettere insieme i CCV? Abbiamo le persone formate? abbiamo metodi ed esperienze? qualcosa sì, ma bastano per un'esperienza sistematica, che diventi alternativa al militare? Sono solo domande, non scoraggiamenti. I soldi a disposizione della commissione consultiva su difesa civile e nonviolenta, sono stati usati? come? Chiedo senza sapere con precisione. E' vero che la pace va finanziata; altrettanto è vero che ancora siamo capaci più di gridarla che organizzarla (e io sono il più incapace). E l'organizzazione è sempre per passi parziali. Ogni realizzazione troverà gli scontenti che la condanneranno in nome della piena verità.
Per me, questa vicenda è occasione di un grosso ripensamento sul nostro movimento, forse perché invecchio (coi vantaggi e svantaggi relativi). Può darsi che in un altro momento veda le cose diversamente. Oggi mi pare che dimostriamo una buona dose di immaturità.
Salvata per un pelo l'Italia e la Costituzione dal cancro berlusconiano, siamo (tanti di noi) pronti a buttare giù, o a buttare a destra, il governo Prodi perché non corrisponde al pacifismo e tanto meno alla nonviolenza. Questa è follia, è grave irresponsabilità civica. Questo dimostra che non vediamo la differenza, il legame articolato e non rigido, e la distanza tra movimenti e istituzioni. Dimostra anche, a mio parere, che c'è tra noi tanta cultura moralistica (lo dico io che sono un moralista!) e una insufficiente cultura giuridico-istituzionale, da molti disprezzata come un terreno basso e indegno. Ma questo ci paralizza. Dobbiamo esaminarci. Siamo "movimento" perciò non istituzione, ma se non capiamo le istituzioni e le loro regole siamo fuori dalla realtà, come tanti ci giudicano. E guarda che io credo più nel movimento (cultura e etica) che nell'isitituzione, ma so che questa è necessaria alla civiltà.
Voglio rivedere il numero di AzNonv sul convegno "Nonviolenza e politica". Il contributo che inviai, non potendo partecipare, (non uscito su AzN), era tutto teorico, lo so. Mi dispiace avere perso la discussione. Non so se ha presentito la difficoltà che abbiamo incontrato nella vicenda attuale. Vicenda che può essere anche opportuna per la nostra maturazione, come tutte le crisi. Intanto là si ammazza e si muore...
Buona notte di ricupero interiore a tutti! Enrico


----- Original Message -----
From: "Movimento Nonviolento" <mao@...>
To: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Cc: "lista Mir dibattito" <mir-riconciliazione@yahoogroups.com>; "lista
peacelink nonviolenza" <nonviolenza@...>; "lista pax christi gr
discussione" <paxchristi@egroups.com>; "lista nonviolenti"
<nonviolenti@...>; "lista BCP" <beati@...>;
"sini peppe" <nbawac@...>; "l'abate 01 alberto" <labate@...>;
"azionenonviolenta" <azionenonviolenta@...>; "buccoliero elena"
<e.buccoliero@...>; "capitini luciano" <capitps@...>; "centro
Gandhi 1 Pisa" <gmandorino@...>; "Ciardi Filippo"
<filciar@...>; "Codrignani Giancarla" <giancodri@...>;
"Dogliotti Angela" <maradoglio@...>; "giusti luca"
<lucagiusti@...>; "Iannamorelli Pasquale" <sudest@...>; "locascio
01 francesco (mir)" <locascio.francesco@...>; "lugli daniele"
<daniele.lugli@...>; "malleo m. antonietta, palermo"
<antoeile@...>; "Manara Fulvio Cesare" <philosophe0@...>;
"martirani giuliana" <giuliana@...>; "menapace 01 lidia"
<lidiamenapace@...>; "moratto adriano" <mir.brescia@...>;
"pilati massimiliano, trento" <massi.pilati@...>; "pompeo 1 rocco"
<rocco.pompeo@...>; "Pontara Giuliano"
<giuliano.pontara@...>; "pugliese pasquale"
<puglipas@...>; "racca A1 piercarlo"
<piercarlo.racca@...>; "rizzi02 flavia"
<flavia.rizzi@...>; "salio nanni" <giovanni.salio@...>;
"satyagraha" <pdpace@...>; "siino 1 marco" <pxp@...>;
"soccio 01 matteo" <socciom@...>
Sent: Wednesday, July 19, 2006 7:19 PM
Subject: Re: a Enrico Peyretti


> Caro Enrico,
>
> mi viene da fare questa considerazione:
>
> la guerra è morte e distruzione, e tutto spacca, e ovunque porta
> divisione. Oggi ferisce anche i nostri movimenti, e separa compagni di
> partito, e porta confusione in tante persone buone.
> Anche per questo dobbiamo "opporci integralmente alla guerra".
>
> Mi spiace che un partito come Rifondazione in questa difficile prova non
> abbia concepito l'obiezione di coscienza come possibilità per singoli
> deputati, ma al contrario si sia appellato alla "disciplina di partito"
> (e roboanti ex-rivoluzionari, ex tute bianche, ex disobbedienti, ex
> disoccupati organizzati, ex portavoce dei centri sociali, se ne sono
> subito fatti scudo per restare zitti e allineati).
>
> Cercando di ragionare  e documentarmi sulla "ragionevole" ma non
> "convincente" logica politica della riduzione del danno o del male
> minore, mi sono imbattuto in questo scritto di Jacques Semelin:
>
>
> "Dappertutto in Europa i nazisti si sforzarono di creare delle
> “organizzazioni di beneficenza” animate da nobili israeliti che, con la
> scusa di aiutare gli ebrei, permettevano di controllarli meglio, e in
> seguito di arrestarli. Tale fu il Consiglio Ebraico di Varsavia, il cui
> primo presidente Adam Czerniakow morì suicida il 23 luglio del 1942,
> quando comprese che il consiglio era uno strumento della macchina di
> sterminio. In Francia, dopo lunghi negoziati, cui parteciparono
> dirigenti ebrei e nazisti, nacqua L’Unione Generale degli Israeliti di
> Francia UGIF, creata nel 1941, di cui ci parla un libro di Maurice
Rajsfus.
> Rajsfus, la cui famiglia fu sterminata ad Auschwitz, non mette in dubbio
> la buona fede dei notabili ebrei francesi, non li accusa di volontà
> distruttiva: rimprovera loro di aver creduto che fosse possibile tentare
> la politica del male minore, quando era loro interlocutore un regime
> totalitario.
> “Praticamente nulla era ignoto ai dirigenti dell’UGIF degli avvenimenti
> tragici che si stavano verificando, scrive, ma stavano al gioco,
> pensando ogni volta che ci fosse ancora qualcosa da salvare, e che la
> loro presenza evitasse il peggio”.
>
> (Per uscire dalla violenza, Jacques Semelin, pag. 81)
>
>
> In Afghanistan c’è una guerra e la guerra è sempre terrorismo, fascismo,
> nazismo. Ora mi chiedo: è possibile cercare “il male minore” in una
guerra?
>
>
> ciao,
> mao
> _____________________
> Movimento Nonviolento
> via Spagna, 8
> 37123 Verona
>
> tel. 045 8009803
> Fax  045 8009212
>
> sito: www.nonviolenti.org
>
>
> War is over  (John Lennon)
>
> Enrico Peyretti ha scritto:
> > Nella logica delle "sanzioni positive" (Gene Sharp) richiamata da
Alberto
> > L'Abate (v. altro messaggio), l'ultima parte delle dichiarazioni di
Umberto
> > Ranieri - molto opportunamente rilevate da Ettore Lomaglio Silvestri (si
> > veda la sua
> > conclusione) - può servire per porre precisi punti contrattuali al
governo
> > sul rientro delle spedizioni militari e lo sviluppo della solidarietà
civile
> > coi popoli colpiti dalla guerra.
> > Enrico Peyretti
> > Spedisco in ritardo per un blocco del server.
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#4073 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Mar 18 Lu 2006 11:20 pm
Oggetto: Rapito e subito rilasciato un sacerdote cattolico a Baghdad.doc
locascio.francesco@...
Invia email Invia email
 

Rapito e subito rilasciato un sacerdote cattolico a Baghdad

 

200.000 $. Ecco quanto i rapitori hanno chiesto ad un sacerdote cattolico caldeo di Baghdad che è stato liberato oggi dopo un solo giorno di prigionia. In realtà la liberazione è avvenuta senza pagamento del riscatto ma accompagnata da minacce di un eventuale altro sequestro. 

Il sacerdote ora sta bene anche se ha subito delle sevizie, avendo i rapitori infierito sulla sua mano destra con ripetuti colpi ed anche con sigarette accese.

Non si sa chi siano gli autori del rapimento, e neanche se il sacerdote ne è stato vittima perché cristiano o solo perché ormai essere rapiti in Iraq, e specialmente a Baghdad, sta diventando la regola e non l’eccezione per tutti, musulmani e cristiani. Una lettura attenta delle notizie provenienti dall’Iraq fa capire infatti quanto la proclamata pacificazione del paese, più e più volte annunciata, sia ben lontana dall’essere realizzata. Prova ne è l’ultima strage avvenuta oggi a Kufa, cittadina vicina a Najaf e quasi completamente abitata da sciiti, dove l’esplosione di un mini bus guidato da un attentatore suicida che ha attirato la folla con la promessa di un lavoro ha causato la morte di 59 persone ed il ferimento di altre 132 che in quel momento affollavano un mercato.

Ben più grave la situazione di Baghdad, città dove la lotta è di tutti contro tutti, e  dove gruppi armati sciiti e sunniti si contendono il controllo dei vari quartieri ripulendoli dai non appartenenti alla propria fazione. Una situazione, questa, che mette particolarmente in pericolo le minoranze che non possono vantare una propria presenza egemonica in questo o quel quartiere, e che non hanno i mezzi per difendersi da eventuali soprusi.

 

Luigia Storti

 


#4072 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Mar 18 Lu 2006 7:52 pm
Oggetto: Fw: [pace] Considerazioni per il movimento pacifista dall'intervento dell'on. Umberto Ranieri oggi alla Camera
e.pey@...
Invia email Invia email
 
Nella logica delle "sanzioni positive" (Gene Sharp) richiamata da Alberto
L'Abate (v. altro messaggio), l'ultima parte delle dichiarazioni di Umberto
Ranieri - molto opportunamente rilevate da Ettore Lomaglio Silvestri (si
veda la sua
conclusione) - può servire per porre precisi punti contrattuali al governo
sul rientro delle spedizioni militari e lo sviluppo della solidarietà civile
coi popoli colpiti dalla guerra.
Enrico Peyretti
Spedisco in ritardo per un blocco del server.




----- Original Message -----
From: "Comitato Via dall'Afghanistan" <outafghanistan@...>
To: <pace@...>
Sent: Tuesday, July 18, 2006 2:55 PM
Subject: [pace] Considerazioni per il movimento pacifista dall'intervento
dell'on. Umberto Ranieri oggi alla Camera


> Vorrei fare alcune osservazioni, tanto per tenere accesa la discussione
> fra noi e rendere possibile una risposta attenta all'ormai certa
> approvazione del decreto legge di rifinanziamento delle missioni di guerra
> a cui partecipa l'Italia.
> Rendendo conto che il nostro impegno non si ferma certo ad oggi, perché
> non possiamo dirci certo sconfitti per un semplice Sì, dobbiamo stare
> attenti a considerare punto per punto quello che la maggioranza di governo
> espone a giustificazione di tale Sì, in maniera da poter focalizzare il
> nostro impegno nelle fasi successive.
> Un punto importante affermato dall'on. Umberto Ranieri stamattina è il
> seguente:
>
> "La partecipazione delle Forze armate italiane ad operazioni
> multinazionali avviene in conformità ad un complesso di norme, talune
> dettate direttamente dalla nostra Costituzione, altre di origine
> internazionale, che sono presenti nel nostro ordinamento in virtù dei
> principi di adattamento sia alle consuetudini internazionali sia ai
> trattati di cui l'Italia è parte.
> Norme costituzionali e norme di origine internazionale dettano una serie
> di principi che non possono essere infranti.
> Le missioni militari italiane all'estero operano nel quadro del principio
> costituzionale sancito dall'articolo 11 della Carta, principio cardine del
> nostro ordinamento, che prescrive il ripudio della guerra come strumento
> di offesa alla libertà degli altri popoli, e insieme del principio
> codificato dalla Carta delle Nazioni unite, che vieta l'uso della forza
> contro l'integrità di qualsiasi Stato e lo considera ammissibile solo se
> intrapreso per legittima difesa o su autorizzazione da parte del Consiglio
> di sicurezza delle Nazioni unite.
> A questi principi si ispira l'azione del Governo italiano per quanto
> riguarda l'impegno dei nostri militari all'estero."
>
> Quindi il Governo Prodi è convinto di operare in conformità e ispirandosi
> all'art.11 della Costituzione, oltre che alla Carta delle Nazioni Unite.
> Certo l'Italia non ha dichiarato guerra all'AFghanistan, ci mancherebbe
> altro, ma sta partecipando ad una missione che, pur definendosi di pace,
> ha tutte le caratteristiche di una guerra. E' una guerra contro un nemico
> non giuridicamente definito come Stato, ma contro una entità astrattamente
> detta "terrorismo internazionale". Una guerra che finora vede vittime
> sopratutto fra la popolazione civile, e che impedisce a chi veramente
> opera per la pace di agire tranquillamente. Questo perché, come ci ha
> detto Gino Strada, è assurdo che si porti la pace chiusi nei carri armati
> ed è impossibile distinguere i civili dai militari e quindi si colpiscono
> tutti e due.
> Noi siamo convinti che questa missione è di guerra, che va contro l'art.11
> della Costituzione e contro la Carta delle Nazioni Unite.
> Siamo quindi convinti che un Governo che parta dai presupposti esposti
> dall'on. Ranieri, sia veramente intenzionato ad attuare una exit-strategy?
> Chiediamocelo questo, chiediamolo anche agli esponenti di Rifondazione,
> dei Verdi, dei Comunisti Italiani, affinché aprano veramente gli occhi
> sulle reali intenzioni del governo.
> E' però importante leggere quanto più avanti detto dallo stesso Ranieri:
>
> " La democratizzazione resta un obiettivo da perseguire, ma la realtà ci
> testimonia che essa è il risultato di un processo complesso e che è
> velleitario pensare che alla medesima si possa giungere ricorrendo
> essenzialmente alla forza militare, dall'esterno, incuranti della
> complessità di società segnate da storie politiche e civili complesse,
> spesso antiche.
> Il processo di democratizzazione da perseguire non può sottovalutare
> fattori di fondo strutturali, che vanno affrontati, perché esso possa
> procedere. Occorre rendersi conto che malcontento e disperazione possono
> condurre ad una interpretazione estremistica della religione, che le
> sofferenze per la miseria e le preoccupazioni per il futuro possono
> spingere a rifugiarsi in una visione radicale dei precetti religiosi. Ecco
> perché, affinché proceda l'obiettivo della democratizzazione, la comunità
> internazionale e l'Occidente devono concentrare i propri sforzi nella
> creazione dei presupposti per il miglioramento delle condizioni di vita
> delle popolazioni"
>
> Grazie a questo passo ci rendiamo conto che lo stesso Governo si è accorto
> che la politica internazionale finora perseguita è stata fallimentare, e,
> noi diremmo, che la democrazia non è assolutamente esportabile, ma deve
> nascere spontaneamente, sopratutto alla luce della diversità enorme di
> cultura fra quella americana e quella asiatica.
> Bisogna anche chiedersi a che titolo abbiamo diritto noi, stati
> occidentali, di proclamarci poliziotti della democrazia. Se noi guardiamo
> al nostro interno abbiamo realtà che sono molto lontane dall'affermazione
> di quei principi di Pace, Libertà e Democrazia che intendiamo esportare.
> Gli Stati Uniti hanno ancora la pena di morte, hanno un carcere che si
> chiama Guantanamo, e vogliono imporre la loro democrazia e la pace,
> attraverso gli eserciti? Ci facciamo il piacere!!!
> Noi europei e, nel piccolo, noi italiani, abbiamo il dovere di non essere
> acritici servitori degli Stati Uniti, come Berlusconi ha reso l'Italia per
> cinque anni.
> Questo lo facciamo anche rispondendo all'offesa che è giunta purtroppo
> dallo stesso presidente della Repubblica (ma non era di sinistra?) che ha
> definito i pacifisti antiBush "piccoli gruppuscoli anacronistici"!!!
> A questo spunto speriamo che l'affermazione conclusiva dell'on. Ranieri
> trovi conferma dal percorso successivo che affronteremo dopo questo
> decreto...
>
> "Per quanto riguarda l'impegno militare italiano in Iraq, le decisioni
> assunte dal Governo vanno nella direzione di un rientro della nostra
> missione; le ragioni di questa scelta le ho ampiamente svolte nelle
> considerazioni precedenti. Il rientro di questa missione non significa la
> rinuncia a garantire, da parte del nostro paese, nelle forme che non
> comportano una presenza di contingenti militari, un sostegno significativo
> al processo di ricostruzione e riorganizzazione istituzionale e civile
> dell'Iraq."
>
> Noi chiediamo al Governo di ritirare immediatamente le truppe
> dall'Afghanistan, impegnandosi a livello internazionale affinché questo
> ritiro non sia solo nostro ma sia generale. E chiediamo al Governo di
> sostenere quell'impegno civile che "non comporta una presenza militare" e
> che già oggi, invece, trova forte ostacolo proprio dalla presenza
> militare.
>
> Alla luce di queste analisi, credo che l'impegno del movimento pacifista
> non debba ritenersi "colpito" dall'eventuale Sì di oggi, ma debba,
> differentemente ricompattarsi e sostenere una vera exit strategy,
> nell'immediato futuro.
> Grazie,
> Ettore Lomaglio Silvestri
>
>
>
>
> --
> IO VIVO IN PACE E VOGLIO LA PACE
>
> Per sottoscrivere la petizione:
> http://www.petitionspot.com/petitions/outAfghanistan
>
> visita il mio blog:
> http://blog.alice.it/peaceistheway
>
> Appello pubblicato su:
> http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_17058.html
> http://www.bellaciao.org
> http://www.osmdpn.it
> http://www.attac.it
>
>
> Iscriviti al gruppo
> outafghanistan@googlegroups.com
>
>
> --
> Mailing list Pace dell'associazione PeaceLink.
> Per ISCRIZIONI/CANCELLAZIONI: http://www.peacelink.it/mailing_admin.html
> Archivio messaggi: http://www.peacelink.it/webgate/pace/maillist.html
> Area tematica collegata: http://italy.peacelink.org/pace
> Si sottintende l'accettazione della Policy Generale:
> http://www.peacelink.it/associazione/html/policy_generale.html
>
>
>
> --
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>
>

#4071 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Mar 18 Lu 2006 7:53 pm
Oggetto: La proposta di Alberto L'Abate
e.pey@...
Invia email Invia email
 

Copio qualche riga dal documento (presentato il 15 luglio all'incontro sulla campagna antinucleare) di Alberto L'Abate, un sapiente operatore (in Iraq e Kossovo) e pensatore della nonviolenza, che indica in positivo quel che si deve e si può fare, anzitutto non dividersi, non aggredirsi, poi imparare dall'esperienza.
Enrico Peyretti (Spedisco in ritardo per un blocco del server).

Credo che sia  necessario superare queste divisioni  se non vogliamo dividere la campagna alla sua partenza. Per aprire questa discussione dico qui la mia opinione. Pur apprezzando il lavoro svolto da Gino Strada e d`accordo, in fondo, sul suo motto "no alla guerra senza se  e senza ma", non sono affatto d´accordo sulla sua  dichiarazione, apparsa ieri sul giornale  "Repubblica",che se un governo cade per la sua posizione  favorevole ad una guerra, in particolare quella in Afganistan,  questo non può esser altro che positivo. Mi sembra una posizione ingenua che non tiene conto che la nonviolenza oltre a dire no a quanto c´è di ingiusto, e la guerra è sicuramente una delle peggiori ingiustizie, ha anche il compito del progetto costruttivo, di individuare perciò le alternative a questa scelta. E che inoltre uno dei principi di base della nonviolenza è quello della "gradualità", che non pretende di veder realizzati tutti e subito i suoi obiettivi ma che deve elaborare una strategia a medio e lungo termine entro il quale questi possano essere realmente raggiunti.

(...) Ma questo comporta  che non basta obiettare ma bisogna anche cercare un progetto costruttivo e  delineare   una strategia per modificare l´attuale posizione della maggioranza  del governo e della sinistra, senza credere che la caduta del governo attuale possa essere un toccasana ed un passo in avanti, come sembra  pensare  Gino Strada. In realtà questa strada l´abbiamo già provata.  Infatti la partecipazione della sinistra alla guerra del Kossovo (secondo l´allora primo ministro  D´Alema partecipazione  obbligata dalla nostra partecipazione alla Nato) è stata se non proprio l´elemento fondamentale sicuramente  un elemento importante perché, nelle elezioni successive, tanti della sinistra non andassero nemmeno a votare,o votassero scheda bianca, e che la destra di Berlusconi vincesse alla grande  le elezioni. I risultati li abbiamo visti: una politica   del  governo di destra  di totale appoggio alla più bieca e militarista politica di Bush Jr. senza se e senza ma, ma  a favore della guerra. Per questo non credo che si debba  ripetere questo errore. La mia proposta  è quella di utilizzare le cosiddette "sanzioni positive". Queste,secondo Gene Sharp (uno dei  più importanti studiosi della nonviolenza), sono un appoggio, in questo caso al governo attuale, condizionato però ad una serie di passi graduali che vadano verso gli obiettivi che ci poniamo come campagna. Tra questi possiamo riprendere quelli espressi dal MIR e MN  in occasione delle passate elezioni e che Peyretti, e nella E mail inviata per questo incontro, ci ricorda. Questi sono

1 - ridurre le spese militari almeno del 5% annuo progressivo, per finanziare forme di difesa nonviolenta quali i Corpi Civili di Pace, unico mezzo degno per dare aiuto e solidarietà democratica ai popoli vittime della guerra;

2 - spostare su un apposito capitolo di spesa il denaro sottratto al bilancio del Ministero della Difesa, per istituire il Ministero per la Pace, dotato di portafoglio, per adottare una rigorosa politica costituzionale di pace che obblighi a ripudiare la guerra come metodo di risoluzione delle controversie;

3 - cominciare subito il ritiro continuo e completo della presenza militare italiana di appoggio alla guerra e occupazione dell'Iraq;

4 - decidere l'espulsione dall'Italia delle molte decine di bombe nucleari presenti nelle basi Usa, in violazione clamorosa e inammissibile della Costituzione e dei patti internazionali; [nell´incontro è stato sottolineato come questo paragrafo contenga una disinformazione importante anche da parte di questi movimenti, dato che Aviano è una base USA, ma che le altre bombe nucleari esistenti sono a Ghedi , che è invece una base italiana, ed inoltre che non basta espellere  queste testate dall´Italia, ma che bisogna riuscire ad eliminarle del tutto!]

5 - ripristinare e rafforzare la legge 185, limitativa del commercio delle armi, commercio che e' causa primaria dei conflitti omicidi nel mondo, e disumano criminale esercizio del profitto economico.

A queste, se riteniamo necessario, possiamo aggiungere altre condizioni più specificamente legate alla nostra campagna, individuando anche i tempi in cui queste dovrebbero essere realizzate.
 
 
 
----- Original Message -----
From: "Alberto L'Abate" <labate@...>
To: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Cc: "Nodo Lilliput di Roma" <nodo-roma@...>
Sent: Tuesday, July 18, 2006 11:51 AM
Subject: Re: documento della Rete lilliput sul decreto "missioni militari"

> Condivido in pieno il vostro bellissimo documento che spero che giri
> adeguatamente e possa essere appoggiato  da tutte le persone che si
> ispirano alla nonviolenza e ricercano effettivamente la pace.   E che vi
> uniate attivamente  alla  campagna  contro le armi nucleari di cui vi 
> accludo un mio documento propositivo
Saluti  Alberto L'Abate
>
> Enrico Peyretti ha scritto:
>
> > Sottoscrivo con piena convinzione, immagino insieme a tutti i
> > cercatori di pace nonviolenta, questo documento, che riassume e
> > promuove le linee più concrete più volte proposte.
> > La mia posizione, condivisa da persone ben più
> > rappresentative, contraria al mettere in crisi il governo in senato
> > (posizione che ha causato dolorosi contrasti e condanne senza mezze
> > misure da parte di altri nonviolenti), significa semplicemente
> ecc. ecc.

#4070 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Mar 18 Lu 2006 6:54 am
Oggetto: Re: documento della Rete lilliput sul decreto "missioni militari"
e.pey@...
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Sottoscrivo con piena convinzione, immagino insieme a tutti i cercatori di pace nonviolenta, questo documento, che riassume e promuove le linee più concrete più volte proposte.
La mia posizione, condivisa da persone ben più rappresentative, contraria al mettere in crisi il governo in senato (posizione che ha causato dolorosi contrasti e condanne senza mezze misure da parte di altri nonviolenti), significa semplicemente ricordare che, se questo programma sarà già difficile da realizzare, se non per piccoli passi, dalla coalizione di centro-sinistra, sarebbe un sogno impossibile con una maggioranza di centro-destra. Solo questo.
Chi provocasse un cambio di maggioranza, col motivo che questa non è abbastanza affine, caccerebbe ancora più indietro il faticosissimo cammino della pace, farebbe sabotaggio al programma qui esposto.
Un programma politico giusto, come è questo, esige di tenere conto, terra terra, dei numeri politici. Non abbiamo ancora... il 51% di rappresentanza istituzionale, dove si decide, del movimento per la pace... Nè intendiamo occupare nonviolentemente il Parlamento...
Davanti all'inferno di guerre, visibili e invisibili, noi diciamo, come nel 1991: "Disperati, noi speriamo!" E lavoriamo.
Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
Enrico Peyretti
 
 
 
----- Original Message -----
Sent: Tuesday, July 18, 2006 7:57 AM
Subject: documento della Rete lilliput sul decreto "missioni militari"

Ripudiare le guerre e agire la nonviolenza

 

Una  politica di pace per cambiare la rotta 

 

La situazione di estrema gravità che sta infuocando il medioriente ci porta necessariamente ad uscire dal dibattito a basso prezzo sulle questioni relative alle "missioni militari" portato avanti dalla politica istituzionale. Essa richiede da parte di tutti un segno di discontinuità che vada oltre i meccanismi di ingegneria parlamentare e le relative diatribe di posizionamento connesse.

Continuare a ricorrere alla logica della guerra per tentare di risolvere i conflitti tra paesi o tra gruppi etnici rappresenta ormai in maniera evidente un sanguinoso e irreparabile errore.

Nella storia recente, dal Vietnam ad oggi, sono ormai molte le occasioni che rappresentano una prova evidente di questa verità così difficile da far accettare sulla scena internazionale. Anche i motivi economici e gli interessi di dominazione non sono più così chiaramente convenienti, come in passato, per le potenze armate, mentre i costi umani e sociali hanno ormai assunto dimensioni inaccettabili.

Su questi fatti, ben documentati, e su una ferma e convinta etica della nonviolenza delle relazioni umane, si fonda il nostro assoluto rifiuto del ricorso alle guerre, anche quando vengono camuffate e proposte come "interventi umanitari" o "esportazione della democrazia", celando subordinazioni inconfessabili a potenti alleati o al sistema economico dominante.

Siamo invece sempre più convinti che solo una politica strategica e articolata di  "prevenzione dei conflitti" sia la chiave per ridare forza alla convivenza pacifica nei rapporti internazionali.

Si tratta di costruire un indirizzo politico coerente, utilizzare strumenti appropriati,   realizzare una politica di pace dell´Italia a livello internazionale.

Non sarà infatti sufficiente il rimpatrio del contingente italiano dall´Irak o dall´Afghanistan, o un nuovo appello alla trasformazione in senso democratico delle Nazioni Unite se non si definisce in maniera trasparente il ruolo che l´Italia vuole svolgere per contrastare la logica della guerra infinita.

 

Occorre affermare con chiarezza che una vera politica di pace deve adoperarsi per rimuovere le "cause strutturali" prodotte dall´attuale modello di sviluppo capaci di  aumentare le disuguaglianze e ridurre in miseria miliardi di persone (regole del commercio inique, processi di mercificazione e di privatizzazione dei beni comuni, spese militari, finanziarizzazione dell´economia, devastazione delle risorse naturali, questione debito).

Riteniamo infatti che la lotta alla povertà, alla fame, alle malattie a grande diffusione, l´agevolazione dei movimenti migratori, la protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, un massiccio impegno per l´istruzione e un sistema di controllo restrittivo sul commercio delle armi, possano, anche in tempi brevi, modificare le condizioni di vita di oltre metà dell´umanità e incidere a monte sulle cause principali dei conflitti.

La riduzione degli aiuti allo sviluppo, la mancata adozione di misure di cancellazione del debito estero dei paesi del cosiddetto Sud del Mondo, la corsa al business delle armi, sono segnali gravissimi di disinteresse e di emarginazione che popolazioni sempre più numerose, a partire dagli anni ´80, rifiutano, manifestando questo rifiuto con sempre maggiore ricorso alla violenza.

 

L´Italia dovrebbe quindi decidere di invertire la tendenza in atto e dare chiari segnali di voler lavorare ad un ben diverso progetto di rapporti internazionali. E´ questa la scelta di fondo che il nuovo governo deve adottare, con misure magari graduali, ma chiaramente orientate.

 

Alcuni elementi per una politica di pace

 

â–«          Un salto di qualità con la costruzione paziente di nuove modalità di intervento, civile e nonviolento, come risposta ai conflitti che lacerano società e paesi in molte parti del mondo, anche imparando dalle esperienze più avanzate dei nostri vicini europei, saldando gli sforzi già esistenti in diversi campi in una "infrastruttura per la pace" coerente e riconoscibile agli occhi dell´opinione pubblica.

 

â–«          Un´azione del governo italiano per l´immediata attuazione del sistema di sicurezza collettiva previsto dal Cap. VII della Carta delle Nazioni Unite che prevede la costituzione di forze sopranazionali che possano intervenire per prevenire e sedare i conflitti. Ciò significa sottrarre l´ONU al ricatto delle grandi potenze che oggi concedono o meno loro truppe a seconda dei propri interessi nelle aree di potenziale conflitto.

â–«          La riduzione graduale dell´impegno italiano in ambito NATO, trasformata nel 1999 (proprio durante un conflitto) da organizzazione difensiva in apparato di intervento armato, senza limiti geografici e di contenuto. Sarebbe così evitato il coinvolgimento in conflitti che interessano solo alcuni paesi (in particolare gli Stati Uniti, come sta avvenendo in Afghanistan e come potrebbe verificarsi per altri paesi minacciati dalla strategia della guerra preventiva). L´avvio di questa politica permetterebbe anche di ridurre la presenza di basi NATO sul nostro territorio.

â–«          L´elaborazione di una "filiera" della pace, con l´impegno coerente per politiche di prevenzione e soluzioni civili dei conflitti in tutti i principali ambiti di politica estera: dall´Unione europea all´OSCE, alle Nazioni Unite, dalla cooperazione allo sviluppo alle politiche commerciali, fino ad arrivare al settore cruciale del commercio di armi.

â–«          L´istituzione di Corpi Civili di Pace ossia di gruppi organizzati di volontari che intervengono in situazioni di conflitto con azioni nonviolente che comprendono attività di prevenzione, monitoraggio, mediazione, interposizione e riconciliazione fra le parti. La formazione e il sostegno di corpi di pace andrebbero collegati al servizio volontario europeo e, adeguatamente preparati e addestrati, impiegati nelle aree di conflitto o di tensione violenta.

â–«          Una presenza attiva del governo italiano per l´approvazione del piano di disarmo che l´ONU inizierà a discutere ad ottobre 2006, promuovendo l´emanazione delle norme necessarie, italiane e internazionali, per regolamentare il traffico e la disponibilità di armi leggere, che sempre più si rivelano essere causa diretta di morti e di feriti innumerevoli e causa scatenante di un numero crescente di conflitti.

â–«          La riduzione delle spese militari, anche con la cancellazione o il ridimensionamento di programmi di produzione di sistemi d´arma utili solo in una prospettiva di guerre offensive, dando sostegno immediato alla riconversione dell´industria bellica italiana, tra le più fiorenti al mondo, in industria civile.  

â–«          Un´impostazione fortemente innovativa della cosiddetta cooperazione allo sviluppo (dove il termine "sviluppo" andrebbe modificato, in quanto legato al dannosissimo modello economico dominante), destinando risorse superiori allo 0,70 del Pil, obiettivo ormai inadeguato alle condizioni di interi continenti, dando priorità a progetti di collaborazione con partners locali significativi della società civile.

Proposte per l´immediato

 

o        Utilizzare gli strumenti della diplomazia Italiana nella guerra in corso tra Israele, Libano e Palestina, intervenendo presso tutte le sede competenti delle Istituzioni e della Comunità Internazionale, Nazioni Unite, Unione Europea e Governi, chiedendo il cessate il fuoco e favorendo un´azione di interposizione volta ad impedire l´estensione della guerra, fermare la spirale di violenze e rappresaglie, proteggere i civili. Al fine di affermare il diritto internazionale si propone al Parlamento italiano di far pressione internazionale revocando il memorandum d´intesa militare tra Italia e Israele e lavorando perché l´Unione Europea sospenda il trattato commerciale con Israele fintanto che permarrà la violazione dei diritti umani.

o        Ritirare rapidamente le truppe italiane dall´Iraq e dall´Afghanistan con la  sostituzione immediata di una presenza consistente di attività civili di sostegno al governo legittimo in carica, senza la protezione di forze armate straniere di alcun tipo; avviare la trattativa interna alla NATO per la graduale riduzione della presenza militare italiana in Afghanistan sostituendo le poche iniziative di ricostruzione, affidate ai CRP, con un piano organico di attività civili no profit; ritirare le navi italiane e gli aerei che pur nelle retrovie sostengono l´iniziativa militare sotto controllo statunitense in Afghanistan.

o        Ridurre la spesa militare, visto che secondo i dati del Sipri (l´Istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma) l´Italia è settima al mondo spendendo per la Difesa 484 dollari pro-capite. Una parte di questi soldi potrebbe essere impiegata per sviluppare un concetto di difesa alternativo al modello armato, e per finanziare i progetti di  ricostruzione dei paesi dove oggi l´Italia è presente militarmente.

o        Avviare una decisa trattativa per l´eliminazione delle basi estere dal territorio italiano e una strategia di trasformazione di gran parte delle aree riservate ad usi militari (compresi i poligoni) in parchi ed aree protette a fini di salvaguardia dell´ambiente.

o        Ripristinare e potenziare i vincoli alla esportazione di sistemi d´arma e di armi leggere attraverso la revisione e il rafforzamento della legge 185/90, proponendo la logica di questa legge come modello per la legislazione degli altri paesi europei e dell´Unione Europea nel suo complesso. Chiediamo quindi di salvaguardare la trasparenza data dalla relazione annuale della legge 185/90 che rende conto anche delle operazioni svolte dagli Istituti di credito in appoggio al commercio delle armi italiane.

o        Lavorare in ambito NATO, a partire dall´imminente vertice di Riga (nov. `06) per il definitivo superamento della politica del "nuclear sharing", ovvero la presenza di armi nucleari statunitensi sul territorio di paesi europei. In particolare, per quanto riguarda l´Italia, procedere con lo smantellamento delle 90 atomiche presenti nelle basi di Aviano (PN) e Ghedi Torre (BS). Tale presenza comporta che sia gli Stati Uniti, "stato nucleare", sia l'Italia, "stato non-nucleare", finiscano per violare il Trattato di non proliferazione nucleare del quale sono entrambi firmatari. A causa di questa flagrante violazione lo stesso trattato diventa meno efficace.

o        Enunciare il principio che le guerre tradizionali e ad alta tecnologia non sono in grado di estirpare il terrorismo e che occorre invece contribuire a modificare le condizioni di vita delle popolazioni spinte, dalla mancanza di speranze per il futuro, a scegliere la via della reazione armata.

 

o        Dar corso all´uscita dell´ENI dall´accordo con le altre società petrolifere interessate ai giacimenti iracheni, avviando una trattativa con il governo in carica a condizioni di favore almeno per i prossimi cinque anni.

Per noi, una presenza civile in Iraq ed in Afghanistan, significa:

 

1.       Trasformare l´ospedale da campo della Croce Rossa italiana a Nassiryia in  collaborazione con la corrispondente organizzazione irachena, trasferendovi  materiali e favorendone gradualmente l´autonoma gestione, dopo aver formato il personale necessario.

 

2.       Individuare un certo numero di ospedali pubblici iracheni e far valutare ai  responsabili medici locali le necessità sanitarie, impegnandosi a soddisfarle per un periodo di almeno sei mesi o un anno. Individuare un corrispondente numero di ospedali italiani (scelti per competenze e specializzazioni richieste dalla situazione sanitaria nel paese) ad attuare un gemellaggio che permetta una collaborazione professionale continuativa e la formazione di omologhi, realizzando soltanto brevi missioni ed ospitando in Italia il personale medico e sanitario iracheno.

 

3.       Prevedere un analogo intervento per scuole e strade, collaborando alla costituzione in loco di nuclei di ingegneri e tecnici, fornendo assistenza  dall´Italia per tutte le esigenze di rilevazione dei fabbisogni, di progettazione, di scelta dei materiali, di organizzazione dei cantieri e di fornitura di macchinari, realizzando solo brevi missioni presso i competenti ministeri.

 

4.       Attuare un gemellaggio delle scuole con analoghi istituti italiani nell´ambito della cooperazione decentrata di Comuni e Regioni, inviando materiali didattici e trasferendo le necessarie competenze didattiche.

 

5.       Fornire le competenze tecniche, richieste dalla ricostruzione, attraverso la collaborazione tra i ministeri competenti, soprattutto per quanto riguarda l´acqua e l´energia, mobilitando anche le competenze e le disponibilità di tecnici, per brevi missioni e per eventuale formazione, presenti in alcuni Comuni italiani disposti al gemellaggio.

 

Questa modalità di intervento può esporre a rischi per periodi brevissimi solo un numero molto limitato di italiani, tutti civili volontari, mentre può accelerare moltissimo le prime fasi della ricostruzione, che possono essere iniziate subito, almeno nelle zone dove è già operativo l´esercito iracheno. Può mobilitare enti e organismi in Italia desiderosi di collaborare a una concreta iniziativa civile.

Il piano può essere presentato subito al governo iracheno e afgano nell´ambito delle trattative per il ritiro delle truppe. L´onere finanziario potrebbe non essere superiore al risparmio ottenuto dal decrescente impegno militare e potrebbe quindi essere deciso a livello politico al momento dell´approvazione parlamentare del decreto per il rifinanziamento delle missioni all´estero.

E´ evidente che questo approccio non prevede la presenza di imprese italiane, la partecipazione ad appalti, ecc. peraltro finora resi impossibili dalla pesante situazione militare sul terreno, destinata a protrarsi per almeno un anno. Delinea invece per il nostro paese un impegno civile ad alto livello, alternativo a quello puramente militare od economico, che può essere difeso e proposto nelle sedi internazionali.

 

In ultimo, un pensiero ai movimenti per la pace

In ultimo rivolgiamo un pensiero all´articolato mondo dei movimenti della pace, ai tantissimi volti e gruppi che operarono quotidianamente per "la pace" e per una "cultura nonviolenta" nelle relazioni: siamo convinti che non ci si possa esimere, partendo dai territori, dal continuare ad esprimere la propria "indignazione",  riaffermando, in Italia e nel mondo, che solo una vera cultura e conseguentemente, una politica di pace, è in grado di dare un segnale di discontinuità alle logiche di guerra permanente.

 

Glt-nonviolenza e Conflitti Rete Lilliput



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#4069 Da: "Paolo Candelari" <paolocand@...>
Data: Mar 18 Lu 2006 7:16 am
Oggetto: Re: [pace] Re: Re:[MIR-riconciliazione] Una spiegazione e una difesa (non solo mia) nella discussione sull'Afghanistan
paolocand
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è sicuramente contrario oltre che la galateo al rispetto che comunque ad ognuno,
vecchio o giovane, nonviolento o meno, è dovuto.
Spiega piuttosto le tue ragioni, questo non è contrario a nessuna netiquette

Paolo Candelari
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From      : "Gennaro Scala" gennarolasca@...
To          : pace@...,"Paolo Candelari"
paolocand@...,"MIR-riconciliazione" MIR-riconciliazione@yahoogroups.com
Cc          : "pace" pace@...,"paxchristi"
paxchristi@egroups.com,"mir-riconciliazione"
mir-riconciliazione@yahoogroups.com,"beati" beati@...,"list"
list@...,"grassi_c" grassi_c@...,"rossi_f"
rossi_f@...,"giannini_f" giannini_f@...,"turigliatto_f"
turigliatto_f@...,"silvestri_g"
silvestri_g@...,"l.malabarba" l.malabarba@...,"l.depetris"
l.depetris@...,"bulgarelli_m" bulgarelli_m@...
Date      : Mon, 17 Jul 2006 20:35:49 +0200 (CEST)
Subject : Re: [pace] Re: Re:[MIR-riconciliazione] Una spiegazione e una difesa
(non solo mia) nella discussione sull'Afghanistan







  Ma se penso che uno sia piuttosto che un non-violento sia solo un vecchio
trombone lo posso dire nel forum o è contrario alla netiquette?

  Enrico Peyretti <e.pey@...> ha scritto:   Grazie Paolo! Enrico


  ----- Original Message -----
  From: "Paolo Candelari"

  To: "MIR-riconciliazione"
  Cc: "e.pey" ; "pace"
  ; "paxchristi"

  ; "mir-riconciliazione"
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  "list"
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  "rossi_f" ; "giannini_f"
  ; "turigliatto_f"
  ; "silvestri_g"
  ; "l.malabarba" ;
  "l.depetris" ; "bulgarelli_m"

  Sent: Monday, July 17, 2006 2:18 PM
  Subject: Re:[MIR-riconciliazione] Una spiegazione e una difesa (non solo
  mia) nella discussione sull'Afghanistan


  per quel che può valere il mio personalissimo parere, dico che sono
  sostanzialmente d'accordo con Enrico.
  Paolo Candelari
  ---------- Initial Header -----------

  >From : MIR-riconciliazione@yahoogroups.com
  To : "A me 1 Libero" e.pey@...
  Cc : "lista Peacelink Pace" pace@...,"lista pax christi gr
  discussione" paxchristi@egroups.com,"lista Mir dibattito"
  mir-riconciliazione@yahoogroups.com,"lista BCP" beati@...,"lista
  alteracultura" list@...,"Grassi Claudio"
  grassi_c@...,"Rossi Fernando" rossi_f@...,"Giannini
  Fosco" giannini_f@...,"Turigliatto Franco"
  turigliatto_f@...,"Silvestri Giampaolo"
  silvestri_g@...,"Malabarba Gigi" l.malabarba@...,"De
  Petris Loredana" l.depetris@...,"Bulgarelli Mauro"
  bulgarelli_m@...
  Date : Mon, 17 Jul 2006 13:06:52 +0200
  Subject : [MIR-riconciliazione] Una spiegazione e una difesa (non solo mia)
  nella discussione sull'Afghanistan







  17 luglio 2006

  Enrico Peyretti

  Una spiegazione e una difesa (non solo mia),

  nella discussione interna al movimento per la pace sull'Afghanistan,

  dopo l'assemblea del 15 luglio



  Devo ancora delle spiegazioni, e devo difendermi, nella discussione, in
  cui mi sono impegnato, interna al movimento per la pace sul rinnovo della
  spedizione militare in Afghanistan.

  Ho creduto di dover adottare la posizione positivamente paziente,
  rappresentata autorevolmente da Lidia Menapace, e in ciò ho ricevuto vari
  consensi altrettanto significativi e autorevoli, che in parte ho fatto
  conoscere. Ho ricevuto anche critiche dure, che rispetto: per esempio, tra
  altri, da parte di Peppe Sini, meritorio operatore di cultura, e da parte di
  un singolo Giovanni (senza cognome) che sembra parlare per tutto il Centro
  Gandhi di Pisa.

  Ho letto la mozione conclusiva dell'assemblea autoconvocata del 15
  luglio (oggi in rete). Potrei sottoscriverla interamente, se potessi non
  tenere conto del quadro più generale, perché soltanto in esso può collocarsi
  una politica di pace progressiva. A quell'assemblea ho mandato un intervento
  scritto il 12 luglio.

  Se mi si perdona un riferimento personale, posso dire che da decenni
  (anche grazie all'età e ai grandi maestri incontrati), penso dico e scrivo
  in libri e in centinaia di articoli le stesse cose dette in quella mozione.
  Ho anche presentato ripetutamente le istanze del movimento per la pace,
  oltre che per le vie collettive e pubbliche anche in via personale, in modo
  corretto, a diversi operatori della politica, grazie alla conoscenza o
  amicizia allacciata fin dalla gioventù nelle organizzazioni universitarie
  nazionali. Neppure così ho ricevuto risposte proprio positive, ma non
  desisto.

  Vorrei avere torto nella posizione che ho preso sulla questione
  Afghanistan. Come ho detto fin dall'inizio della discussione, posso
  sbagliare e dovermi convincere del contrario (come tutti, del resto). Come
  alcuni dei principali interlocutori, ho fatto anch'io dei cambiamenti
  parziali, come è naturale e giusto in chi cerca di pensare e non ripetersi
  fisso. Eppure, portato piuttosto per carattere alla timidezza e incertezza
  davanti agli argomenti altrui, ho sentito abbastanza chiaramente di dovere
  presentare argomenti e ragionamenti differenti, non nei princìpi ma nelle
  conclusioni pratiche, dai "senatori obiettori" e dell'assemblea del 15
  luglio. Non li riporto ora tutti qui, ovviamente (forse li raccoglierò in un
  dossier in rete).

  In sintesi: mentre dobbiamo sempre «dire la verità al potere» (Gandhi),
  dobbiamo altrettanto tener conto di quanto potere abbiamo per realizzare la
  verità della giustizia e della pace: se la realizziamo almeno in parte
  facciamo bene, se non la realizziamo per nulla e solo la proclamiamo intera,
  senza mediazioni, diciamo bene, ma non facciamo bene.

  Mi pare di avere mostrato attraverso alcuni esempi storici e altri
  paradossali, nei miei interventi del 30 giugno, del 1°, 5, 7, 8, 12, 14
  luglio, che nelle decisioni operative, a differenza dell'affermazione pura
  di ciò che è giusto, sono necessarie e giuste le mediazioni. Il giusto
  compromesso gandhiano, per realizzare il possibile, è un passo nella verità.

  E questo l'ho detto col pieno rispetto per le coscienze dei senatori
  obiettori - che ho anche difeso, per esempio, dalla ironia ingiusta di
  Michele Serra (3 luglio) - insieme alla discussione sugli effetti pratici
  prevedibili e negativi del voto contrario da loro annunciato. Dico che
  sbaglia molto Adriano Sofri a qualificare semplicemente come "sciocchzze"
  (titolo di Repubblica di oggi) quelle dei pacifisti critici del governo.
  Altrettanto difendo ora i politici mediatori (appello Martone, Menapace e
  altri, circolato il 13 luglio) dalle accuse sbrigativamente pesanti, che
  sento ingiuste, di alcuni come i corrispondenti citati all'inizio.

  Sono stato anche accusato da un amico di far valere il governo Prodi
  più della vita degli afghani. Perdono quell'amico, perché constato su di me
  come la polemica può trascinare a qualcosa che non si vuole (e chiedo di
  essere perdonato per tutte le volte in cui vi sono caduto).

  Realizzare vuol dire introdurre pazientemente nella realtà. Pazientare
  attivamente non è rassegnarsi né accontentarsi. Mediare non è svendere, ma
  promuovere.

  La cultura della pace riuscirà solo a proclamare principi giustissimi
  senza cominciare a realizzarli, cioè a introdurli nella politica e nella
  storia effettiva, che resteranno immutate, cioè belliche e omicide, fino a
  quando quella cultura pacifica nonviolenta non saprà articolare il proprio
  contributo tra i due piani distinti e non separati, che sono:

  a) l'obiettivo intero (l'abolizione della guerra e dei suoi strumenti,
  la difesa popolare nonviolenta, la gestione civile nonviolenta dei conflitti
  coi Corpi civili di pace);

  b) i passi prossimi parziali e progressivi nelle condizioni limitate
  della politica pratica.

  Perciò oggi sono importanti due cose:

  a) ricordare che il principale lavoro profondo e continuo è
  culturale-educativo, fino a modificare l'attuale cultura politica generale,
  da destra a sinistra, con la presa di coscienza chiara e definitiva che o
  l'umanità abolisce ormai l'organizzazione istituzionale della violenza, o
  questa abolisce l'umanità;

  b) rinnovare le proposte precise e minime, sintetiche e iniziali,
  presentate all'Unione il 20 dicembre 2005 (che riportavo testualmente
  nell'intervento del 6 luglio), e messe in rete dai movimenti di più lunga
  tradizione, Movimento Internazionale della Riconciliazione, e Movimento
  Nonviolento.

  A queste condizioni, il profondo giusto moto umano popolare per la pace
  attiva potrà diventare politica, forza rappresentativa, anche numericamente,
  di volontà democratiche capaci di incidere nelle istituzioni e nelle
  decisioni. Altrimenti, il movimento per la pace e la nonviolenza resterà un
  grido velleitario, giusto e generoso ma frustrato, per la ghignante
  soddisfazione dei signori della guerra, e per la disperazione del popolo
  numeroso che in esso ha confidato.

  Così resterà fino a quando, alle preziose necessarie elaborazioni
  culturali, morali, storiche, sociologiche, psicologiche, educative,
  eccetera, non aggiungerà la proposta politica, che significa anche
  mediazione politica (ho fatto tante volte l'esempio del transarmo verso il
  disarmo). Escludere la mediazione, come fa la mozione del 15 luglio, è
  escludere la politica, cioè la realizzazione.

  Proposta e mediazione politica impongono, se vogliamo davvero una
  realizzazione politica della pace e della nonviolenza nella democrazia, di
  tener conto dei numeri effettivi nel panorama politico presente. In base a
  questa semplice necessaria considerazione, è parso evidente - a me come a
  tante persone davvero più di me serie, competenti, responsabili - che la
  maggioranza dell'Unione oggi va preservata e non abbattuta, proprio per
  garantire, nonostante gravi carenze sulla pace al suo interno, la sola oggi
  possibile progressiva politica di pace.

  Il rinnovo temporaneo della spedizione in Afghanistan, se politicamente
  indirizzato davvero alla sua riduzione e alla sua fine, mentre nuovi atti di
  guerra raggelano e insanguinano il mondo, è una condizione amara per
  impedire che prenda il potere un'altra maggioranza e una politica che troppo
  bene conosciamo, non impegnata a fermare la guerra, ancor meno dell'attuale
  restia a fare la guerra ed anzi più interessata a farla, a servizio del
  bellicismo Usa.

  Amici rigorosi tirano staffilate sul viso e sull'anima di loro amici,
  accusando niente meno che di essere assassini complici di assassini quanti
  pensano come ho detto, mentre invece soffriamo nel limite angoscioso di una
  decisione non pura, parziale, interlocutoria, che vediamo necessaria per
  procedere. Credetelo, amici severissimi, non siete solo voi che sentite
  l'orrore del potere che dà la morte, non solo voi lavorate per uscirne!

  Se poi (anche questo è detto e ridetto) i senatori obiettori, e
  l'assemblea del 15 luglio, sanno quello che fanno, se sanno di potere
  spostare una maggioranza che si deve preservare (come bene diceva
  all'inizio, il 29 giugno, anche Peppe Sini: due cose sono entrambe da
  salvare, l'uscita dalla guerra, e la maggioranza con cui abbiamo sventato
  l'illegalità berlusconiana e l'assalto alla Costituzione), se questo piano è
  realistico e responsabile, avranno ragione loro, e sarò cordialmente con
  loro, perché quello è il mio desiderio più profondo.

  Ma se, come dicono troppi da quella parte, la maggioranza precedente e
  l'attuale valgono lo stesso e sono entrambe nostre nemiche, allora proprio
  non sanno quello che fanno.

  Enrico Peyretti , 17 luglio 2006



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#4068 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Mar 18 Lu 2006 4:38 am
Oggetto: Documento dei Responsabili delle Chiese Cristiane di Gerusalemme sulla crisi nella Striscia di Gaza
locascio.francesco@...
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Documento dei Responsabili delle Chiese Cristiane di Gerusalemme sulla crisi nella Striscia di Gaza

"Così è trascurato il diritto e la giustizia se ne sta lontana, la verità incespica in piazza, la rettitudine non può entrarvi. Così la verità è abbandonata, chi disapprova il male viene spogliato. Ha visto questo il Signore ed è male ai suoi occhi che non ci sia più diritto. Egli ha visto che non c'era alcuno, si è meravigliato perché nessuno intercedeva." (Isaia 59,14-16)

La violenza e l'aggressività di Israele in questo momento non hanno nessuna giustificazione né proporzione.

Un soldato israeliano è stato fatto prigioniero durante un combattimento. Un colono è stato rapito ed ucciso. Come risposta a ciò, le forze armate di Israele hanno distrutto tre ponti e una centrale elettrica causando milioni di dollari di danni e lasciando 750.000 persone nella striscia di Gaza senza acqua ed elettricità.

Inoltre le forze armate israeliane hanno rapito 84 persone, tra le quali 7 membri del Governo palestinese e 21 membri del Parlamento (Consiglio legislativo) palestinese. Tutto ciò al termine di una settimana durante la quale 48 palestinesi sono stati uccisi compresi 27 civili innocenti.
Tale statistica dell'orrore comprende anche 9 bambini ed una donna incinta.

Oggi, noi Responsabili delle Chiese Cristiane, diciamo: ciò che sta succedendo nella nostra terra è contro la legge e contro la ragione. E' nostro compito di leader religiosi continuare a dire ciò alle autorità. E' contro la legge e la ragione che voi perseveriate e ci portiate sulla via della morte: "Ha visto questo il Signore ed è male ai suoi occhi che non ci sia più diritto. Egli ha visto che non c'era alcuno, si è meravigliato perché nessuno intercedeva." (Isaia 59,15-16)

Noi condanniamo il rapimento del sodato israeliano e l'uccisione del giovane colono così come condanniamo il quotidiano rapimento o uccisione di dozzine di palestinesi e l'incarcerazione di centinaia di loro.
I diritti di tutti, israeliani o palestinesi, hanno la stessa dignità e devono essere trattati allo stesso modo. Tutte le violenze e le aggressioni contro la dignità umana, sia da parte israeliana che palestinese, devono avere fine.

La nostra sofferenza - sia palestinese che israeliana - avrà termine quando la verità di ciascuno verrà riconosciuta. Deve essere riconosciuto il diritto di Israele di vivere in sicurezza. Allo stesso tempo però deve essere riconosciuto che il cuore del conflitto tra israeliani e palestinesi trova origine dalla privazione di libertà subita dalla popolazione palestinese. Noi sosteniamo fermamente la lotta contro il terrorismo, ma con pari fermezza ricordiamo che tale battaglia deve cominciare dalla risoluzione della causa che sta alla base di tanta violenza e cioè la privazione della libertà per la popolazione palestinese.

E' contro la legge e la ragione continuare a seguire la via della morte. L'imperativo morale è chiaro. Basta con ogni tipo di violenza. Basta con le morti. Proteggere la vita e la dignità delle persone. Dare il via ai negoziati. Rompere la catena assassina di violenza dalla quale siamo tutti avviluppati. E ascoltare la chiamata di Dio: "Sta' lontano dal male e fa' il bene, cerca la pace e perseguila." (Salmo 33,15)

Gli eventi sono andati troppo oltre. Chiamiamo l'intera comunità internazionale ad intervenire ed a insistere per una soluzione diplomatica del conflitto. Tutte le autorità devono cambiare il loro modo di agire e con una inflessibile presenza e pressione internazionale, devono negoziare per raggiungere una pace giusta e definitiva:
"Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te:
praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio". (Michea 6,8)

Gerusalemme, 8 luglio 2006

Firme:
+ Patriarch Theophilos III: Greek Orthodox Patriarchate
+ Patriarch Michel Sabbah: Latin Patriarchate.
+ Patriarch Torkom II: Armenian Apostolic Orthodox Patriarchate.
Pier Battista Pizziballa, ofm, Custos of the Holy Land
+ Anba Abraham: Coptic Orthodox Patriarchate.
+ Swerios Malki Mourad: Syrian Orthodox Patriarchate.
+ Abune Grima: Ethiopian Orthodox Patriarchate
+ Paul Nabil Sayyah: Maronite Patriarchal Exarchate.
+ Bishop Riah Abu Al-Assal: Episcopal Church of Jerusalem & the Middle East.
+ Bishop Mounib Younan: Lutheran Evangelical Church.
+ Pierre Malki: Exarch for the Syrian Catholics - Jerusalem
+ George Bakar: Greek Catholic Patriarchal Exarchate


#4067 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Mar 18 Lu 2006 4:17 am
Oggetto: Fw: Custode di Terra Santa: incredulità per la rapida degenerazione dello scontro Israele-Libano
locascio.francesco@...
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From: Graziano
Sent: Tuesday, July 18, 2006 12:35 AM

Custode di Terra Santa: incredulità per la rapida degenerazione dello scontro Israele-Libano
Dichiarazioni di padre Pierbattista Pizzaballa

GERUSALEMME, lunedì, 17 luglio 2006 (ZENIT.org).- In questi giorni in Terra Santa si vive tra la preoccupazione e l’incredulità per il violento scontro tra Israele e Libano, ha affermato il Custode francescano dei Luoghi Santi, padre Pierbattista Pizzaballa.

Prosegue la spirale di violenza scoppiata mercoledì scorso, quando il movimento armato (fondamentalista) sciita libanese Hezbollah ha sequestrato due soldati israeliani e ne ha assassinati altri otto.

Israele ha iniziato allora a bombardare punti strategici del Libano; Hezbollah ha risposto lanciando razzi contro obiettivi israeliani.

Israele ha lanciato nuovi attacchi, come quello al quartiere sciita di Beirut – ritenuto la roccaforte di Hezbollah –, dopo la nuova offensiva del movimento armato libanese contro Haifa, terza città israeliana per importanza.

L’emittente pontificia sottolinea che il numero delle vittime di questi giorni non è inferiore a 170 e che il Governo israeliano si è mostrato contrario alla proposta del G8 (riunito fino a questo lunedì a San Pietroburgo) volta a dispiegare una forza internazionale di pace lungo la frontiera meridionale del Libano.

Il Segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, ha chiesto un immediato “cessate il fuoco”; i Ministri degli Esteri dell’Unione Europea chiedono a Hezbollah di fermare gli attacchi contro Israele, e a questo di evitare reazioni sproporzionate.

Da parte sua – aggiunge –, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrala, ha dichiarato domenica pomeriggio alla televisione del suo movimento armato che lo “scontro è solo all’inizio”, ed ha aggiunto che i guerriglieri sciiti hanno utilizzato finora solo “poche delle loro armi”, sottolineando che la loro forza risiede nel fatto che Israele “ignora la vera capacità militare” del movimento libanese.

Domenica pomeriggio alcuni razzi sono caduti per la prima volta nella bassa Galilea, raggiungendo la periferia di Nazareth. Nei giorni precedenti erano arrivati vicino a Tiberiade.

Il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, è stato interpellato circa i rischi per la comunità cattolica locale e i pellegrini.

“La sicurezza assoluta – devo essere sincero – non c’è; credo, comunque, che i pellegrini siano quasi completamente fuori pericolo”, ha spiegato il francescano ai microfoni della “Radio Vaticana”.

“Non credo che Nazareth sarà un obiettivo dei guerriglieri libanesi perché è abitata da arabi. Penso, invece, che gli Hezbollah colpiranno soprattutto zone abitate da israeliani e non da arabi”, ha osservato.

Ad ogni modo, ha ammesso, la comunità locale vive di ora in ora la situazione “con molta apprensione, come tutti, naturalmente”.

“Siamo ancora increduli che la situazione stia degenerando così in fretta e in questo modo estremamente negativo – ha commentato –. Ma speriamo! Ancora ci sono tutte le possibilità che ci si fermi e che il buon senso prevalga. Però, per il momento assistiamo ad una violenza che sta esplodendo senza limiti”.

“La popolazione civile, soprattutto nel nord, sembra un po’ rassegnata, spaventata e incredula. La popolazione è divisa tra coloro che ritengono vicina la fine degli scontri e quanti, invece, sono molto preoccupati e si stanno preparando al peggio”.

ZI06071708

#4066 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Lun 17 Lu 2006 9:08 pm
Oggetto: C'è bisogno di pensare, soprattutto quando sembra tempo perso
e.pey@...
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Caro Piero,
anche noi abbiamo discusso tante volte, e su cose non da poco. Non ho mai sentito asprezza da te, e spero tanto di non avertene mai fatta sentire. Certo, discutere di decisioni, e non di pensieri, oppone di più gli uni agli altri.
Non è per me una novità, ma l'esperienza di questo dibattito mi fa vedere che c'è anche durezza, ostinazione, violenza, nella volontà di nonviolenza. Ho sempre difesa i nonviolenti da questa accusa, come un avvocato ostinato. Anch'io ne sono stato accusato e forse non sempre a torto. Del resto, un mio slogan è "voglio essere nonviolento perché so che sono violento". Tuttavia, pur se la contraddizione taglia le gambe all'impresa della nonviolenza, è meglio contraddirsi sulla via giusta (c'è qualche speranza di più) che essere coerenti sulla via ingiusta. Nessuno è tutto puro.
Non sono mai sicuro, specialmente in questa cosa, di avere ragione, ma sono preoccupato dell'assolutezza astratta di questi compagni (alcuni sono amici cari), come se il principio verissimo del non fare né tollerare atti di guerra (perché di questo si tratta: hanno ragione! e l'ho detto forte fin dall'inizio, documentando col gen Fabio Mini e altri), decisi dalla migliore maggioranza di fatto oggi possibile, con tutti i suoi molti limiti, quando l'affermazione assoluta del principio favorisce il formarsi di altra maggioranza ben più incline alla guerra, salvasse più vite, mentre invece ne farebbe ammazzare di più.
Bisognerebbe interrogarsi molto, passato (speriamo bene) il momento agitato, su come intendere la nonviolenza. Se dico che nemmeno Gandhi era talmente asssolutista, qualcuno capirà male, come se ne facessi un opportunista. La nonviolenza è una dinamica, un cammino, perciò imperfetto e misto, non è un letto di Procuste che taglia il di più e il di meno. E' un cammino lungo, sia come conversione personale, sia, tanto più, come trasformazione della politica. Credo, modestamente, di avere imparato, pensato, e scritto le cose imparate, riguardo alla nonviolenza, senza fare della nonviolenza un'arma (e se l'ho fatto ho sbagliato). Soprattutto se ciò finisce per fare il gioco di chi della nonviolenza se la ride.
Ci sono ottime persone che non credono in Dio ma credono nelle proprie idee più di un martire della fede.
"La pace senza se e senza ma", l'ho detto e gridato anch'io. Una cosa è fare muro perché una guerra non si faccia. Un'altra cosa è, quando la guerra l'hanno fatta gli altri, e per democrazia te l'hanno passata, invece di lavorare a frenare e fermare la macchina lanciata, salti via così da far tornare al comando chi la volle. Se poi i tempi del frenare e fermare sono troppo lenti e lunghi e incoerenti, se la maggioranza risicata di governo non è compatta in questa volontà, si lotta dentro, non si salta fuori per far posto ai bellicisti (oppure - dice qualcuno - ci si dimette da parlamentari).
In certi momenti temo che avesse qualche ragione Bobbio quando accennava: forse la sinistra non è fatta per gestire il potere ma solo per controllarlo, fare da argine. Io però non mi rassegno ancora a pensare così, anche se mi tenta. Forse la sinistra non è capace - o non ancora capace - di passare dal grido al lavoro sulla dura realtà. Vedi che le sinistre al governo, o si sono affidate alla violenza (che è corenza a destra, contraddizione a sinistra), o sono state violentate dai poteri di fatto (Allende), o si sono trasformate in ultramoderatismo (Blair, Pds-Ds). Quando il lavoro diventa molto difficile e incerto, si salta nel grido confortante, anche perchè è giusto, ma finché resta grido non opera. 
Forse la politica degli inclusi non può essere mai la politica degli esclusi? e viceversa? o degli interpreti autonominatisi degli esclusi? siamo condannati a questa divisione? Io non voglio rassegnarmi. Ma può darsi che sbagli.
Ti ringrazio di avermi ascoltato, nella tua Oxford, e ti ascolterò volentieri: c'è bisogno di pensare, specialmente nell'emergenza, quando sembra tempo perso.
Ciao! Enrico
----- Original Message -----
Sent: Monday, July 17, 2006 9:47 PM
Subject: Re: Una spiegazione e una difesa (non solo mia) nella discussione sull'Afghanistan

Caro Enrico,
 
grazie infinite per avermi inviato i tuoi interventi su questo importantissimo argomento, e grazie infinite anche a Peppe Sini per inviarmi sempre le sue comunicazioni, immensamete gradite ed apprezzate.
 
Mi fa un grandissimo piacere leggerti su questo argomento della guerra in Afaganistan, dato che ti trovo eccezionalmente convincente - cioe', estremamente articolato, pieno di importantissime mediazioni senza le quali (almeno per me) non si capisce affatto la situazione generale, e quindi nemmeno quella particolare, e quindi senza le quali si scade sempre in quel genere di dogmatismo che di solito ha condotto a grandissime tragedie, che oggi in Italia equivalrebbe alla  restaurazione del governo Berlusconi - che sarebbe per me una vera tragedia, piena di guerra e di assalti alle nostre liberta' democratiche.
 
Ma devo anche aggiungere  che sono - allo stesso tempo - sgomento, allibito e scioccato dal linguaggio eccezionalmente violento ed anche personalmente offensivo - che spesso rasenta la spietatezza e la ferocia - di coloro che ti attaccano. A questo proposito devo anche aggiungere che ammiro davvero la serenita', la pacatezza/mitezza e la pazienza (che a me mancherebbero in simili circostanze!!!) con cui tu rispondi ai tuoi accusatori e detrattori.
 
Finisco col chiedermi come sia mai  stato possibile che questi ultimi (questi tuoi accusatori) abbiano accumulato - nel loro animo e nella loro interiorita' ed intelligenza -  tanto odio e tanta rabbia, da non risparmiare nemmeno i loro compagni di strada e di spiritualita'. Cioe' mi sto chiedendo come sia mai possibile che questi benemeriti operatori della non-violenza siano anche solo capaci di formulare verbalmente le loro obiezioni in quei termini - sperando sempre che non le pensino e non le "sentano" davvero!!!!!! Insomma voglio dire che una cosa e' dissentire (argomentando il proprio dissenso come meglio uno puo') con i propri interlocutori (specialmente della stessa cultura e spiritualita') e ben altra cosa e' aggredirli personalmente  ed insultarli con tanto odio e rancore come ho letto un po' ovunque!!
 
Ma - immagino, seguendo il tuo bellissimo esempio - scagli la prima pietra chi ecc ecc ecc - per cui possiamo solo augurarci che la mitezza e la pazienza (di sensibilita' interiore e di linguaggio) ci coinvolga e ci "catturi" un po' tutti in questa ed in altre vicende, e ci consenta anche di perdonarci a vicenda per i nostri inevitabili ed umanissimi errori!!
 
Grazie di tutto ancora una volta.
 
Un cordialissimo saluto a tutti voi
 
Piero Pinzauti
 
 
----- Original Message -----
Sent: Monday, July 17, 2006 12:06 PM
Subject: Una spiegazione e una difesa (non solo mia) nella discussione sull'Afghanistan

17 luglio 2006

Enrico Peyretti

Una spiegazione e una difesa (non solo mia),

nella discussione interna al movimento per la pace sull’Afghanistan,

dopo l’assemblea del 15 luglio

 

    Devo ancora delle spiegazioni, e devo difendermi, nella discussione, in cui mi sono impegnato, interna al movimento per la pace sul rinnovo della spedizione militare in Afghanistan.

    Ho creduto di dover adottare la posizione positivamente paziente, rappresentata autorevolmente da Lidia Menapace, e in ciò ho ricevuto vari consensi altrettanto significativi e autorevoli, che in parte ho fatto conoscere. Ho ricevuto anche critiche dure, che rispetto: per esempio, tra altri, da parte di Peppe Sini, meritorio operatore di cultura, e da parte di un singolo Giovanni (senza cognome) che sembra parlare per tutto il Centro Gandhi di Pisa.

    Ho letto la mozione conclusiva dell’assemblea autoconvocata del 15 luglio (oggi in rete). Potrei sottoscriverla interamente, se potessi non tenere conto del quadro più generale, perché soltanto in esso può collocarsi una politica di pace progressiva. A quell’assemblea ho mandato un intervento scritto il 12 luglio.

    Se mi si perdona un riferimento personale, posso dire che da decenni (anche grazie all’età e ai grandi maestri incontrati), penso dico e scrivo in libri e in centinaia di articoli le stesse cose dette in quella mozione. Ho anche presentato ripetutamente le istanze del movimento per la pace, oltre che per le vie collettive e pubbliche anche in via personale, in modo corretto, a diversi operatori della politica, grazie alla conoscenza o amicizia allacciata fin dalla gioventù nelle organizzazioni universitarie nazionali. Neppure così ho ricevuto risposte proprio positive, ma non desisto.

    Vorrei avere torto nella posizione che ho preso sulla questione Afghanistan. Come ho detto fin dall’inizio della discussione, posso sbagliare e dovermi convincere del contrario (come tutti, del resto). Come alcuni dei principali interlocutori, ho fatto anch’io dei cambiamenti parziali, come è naturale e giusto in chi cerca di pensare e non ripetersi fisso. Eppure, portato piuttosto per carattere alla timidezza e incertezza davanti agli argomenti altrui, ho sentito abbastanza chiaramente di dovere presentare argomenti e ragionamenti differenti, non nei princìpi ma nelle conclusioni pratiche, dai “senatori obiettori” e dell’assemblea del 15 luglio. Non li riporto ora tutti qui, ovviamente (forse li raccoglierò in un dossier in rete).

    In sintesi: mentre dobbiamo sempre «dire la verità al potere» (Gandhi), dobbiamo altrettanto tener conto di quanto potere abbiamo per realizzare la verità della giustizia e della pace: se la realizziamo almeno in parte facciamo bene, se non la realizziamo per nulla e solo la proclamiamo intera, senza mediazioni, diciamo bene, ma non facciamo bene.

    Mi pare di avere mostrato attraverso alcuni esempi storici e altri paradossali, nei miei interventi del 30 giugno, del 1°, 5, 7, 8, 12, 14 luglio, che nelle decisioni operative, a differenza dell’affermazione pura di ciò che è giusto, sono necessarie e giuste le mediazioni. Il giusto compromesso gandhiano, per realizzare il possibile, è un passo nella verità.

    E questo l’ho detto col pieno rispetto per le coscienze dei senatori obiettori – che ho anche difeso, per esempio, dalla ironia ingiusta di Michele Serra (3 luglio) – insieme alla discussione sugli effetti pratici prevedibili e negativi del voto contrario da loro annunciato. Dico che sbaglia molto Adriano Sofri a qualificare semplicemente come “sciocchzze” (titolo di Repubblica di oggi) quelle dei pacifisti critici del governo. Altrettanto difendo ora i politici mediatori (appello Martone, Menapace e altri, circolato il 13 luglio) dalle accuse sbrigativamente pesanti, che sento ingiuste, di alcuni come i corrispondenti citati all’inizio.

    Sono stato anche accusato da un amico di far valere il governo Prodi più della vita degli afghani. Perdono quell’amico, perché constato su di me come la polemica può trascinare a qualcosa che non si vuole (e chiedo di essere perdonato per tutte le volte in cui vi sono caduto).

    Realizzare vuol dire introdurre pazientemente nella realtà. Pazientare attivamente non è rassegnarsi né accontentarsi. Mediare non è svendere, ma promuovere.

    La cultura della pace riuscirà solo a proclamare principi giustissimi senza cominciare a realizzarli, cioè a introdurli nella politica e nella storia effettiva, che resteranno immutate, cioè belliche e omicide, fino a quando quella cultura pacifica nonviolenta non saprà articolare il proprio contributo tra i due piani distinti e non separati, che sono:

    a) l'obiettivo intero (l'abolizione della guerra e dei suoi strumenti, la difesa popolare nonviolenta, la gestione civile nonviolenta dei conflitti coi Corpi civili di pace); 

    b) i passi prossimi parziali e progressivi nelle condizioni limitate della politica pratica.

    Perciò oggi sono importanti due cose: 

    a) ricordare che il principale lavoro profondo e continuo è culturale-educativo, fino a modificare l’attuale cultura politica generale, da destra a sinistra, con la presa di coscienza chiara e definitiva che o l'umanità abolisce ormai l'organizzazione istituzionale della violenza, o questa abolisce l'umanità;

    b) rinnovare le proposte precise e minime, sintetiche e iniziali, presentate all'Unione il 20 dicembre 2005 (che riportavo testualmente nell’intervento del 6 luglio), e messe in rete dai movimenti di più lunga tradizione, Movimento Internazionale della Riconciliazione, e Movimento Nonviolento.

    A queste condizioni, il profondo giusto moto umano popolare per la pace attiva potrà diventare politica, forza rappresentativa, anche numericamente, di volontà democratiche capaci di incidere nelle istituzioni e nelle decisioni. Altrimenti, il movimento per la pace e la nonviolenza resterà un grido velleitario, giusto e generoso ma frustrato, per la ghignante soddisfazione dei signori della guerra, e per la disperazione del popolo numeroso che in esso ha confidato.    

    Così resterà fino a quando, alle preziose necessarie elaborazioni culturali, morali, storiche, sociologiche, psicologiche, educative, eccetera, non aggiungerà la proposta politica, che significa anche mediazione politica (ho fatto tante volte l’esempio del transarmo verso il disarmo). Escludere la mediazione, come fa la mozione del 15 luglio, è escludere la politica, cioè la realizzazione.

    Proposta e mediazione politica impongono, se vogliamo davvero una realizzazione politica della pace e della nonviolenza nella democrazia, di tener conto dei numeri effettivi nel panorama politico presente. In base a questa semplice necessaria considerazione, è parso evidente - a me come a tante persone davvero più di me serie, competenti, responsabili - che la maggioranza dell’Unione oggi va preservata e non abbattuta, proprio per garantire, nonostante gravi carenze sulla pace al suo interno, la sola oggi possibile progressiva politica di pace.

    Il rinnovo temporaneo della spedizione in Afghanistan, se politicamente indirizzato davvero alla sua riduzione e alla sua fine, mentre nuovi atti di guerra raggelano e insanguinano il mondo, è una condizione amara per impedire che prenda il potere un’altra maggioranza e una politica che troppo bene conosciamo, non impegnata a fermare la guerra, ancor meno dell’attuale restia a fare la guerra ed anzi più interessata a farla, a servizio del bellicismo Usa.

    Amici rigorosi tirano staffilate sul viso e sull’anima di loro amici, accusando niente meno che di essere assassini complici di assassini quanti pensano come ho detto, mentre invece soffriamo nel limite angoscioso di una decisione non pura, parziale, interlocutoria, che vediamo necessaria per procedere. Credetelo, amici severissimi, non siete solo voi che sentite l’orrore del potere che dà la morte, non solo voi lavorate per uscirne!

    Se poi (anche questo è detto e ridetto) i senatori obiettori, e l’assemblea del 15 luglio, sanno quello che fanno, se sanno di potere spostare una maggioranza che si deve preservare (come bene diceva all’inizio, il 29 giugno, anche Peppe Sini: due cose sono entrambe da salvare, l’uscita dalla guerra, e la maggioranza con cui abbiamo sventato l’illegalità berlusconiana e l’assalto alla Costituzione), se questo piano è realistico e responsabile, avranno ragione loro, e sarò cordialmente con loro, perché quello è il mio desiderio più profondo.

    Ma se, come dicono troppi da quella parte, la maggioranza precedente e l’attuale valgono lo stesso e sono entrambe nostre nemiche, allora proprio non sanno quello che fanno.

Enrico Peyretti , 17 luglio 2006


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#4065 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Lun 17 Lu 2006 2:15 pm
Oggetto: Re: [beati] Una spiegazione e una difesa (non solo mia) nella discussione sull'Afghanistan
e.pey@...
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Grazie Agostino! Enrico
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Sent: Monday, July 17, 2006 4:14 PM
Subject: Re: [beati] Una spiegazione e una difesa (non solo mia) nella discussione sull'Afghanistan

Caro Enrico,
anche se non sono ancora del tutto certo quale sia la posizione piu' giusta nel travagliato dibattito sulla missione in Afghanistan, sono invece certo della limpidezza della tua rigorosa e sofferta analisi. Ti sono grato perche' riesci a tenere alto il livello morale del dibattito, restando saldo nelle tue convinzioni senza demonizzare chi non la pensa come te: e' un felice esempio di nonviolenza applicata a un "conflitto" che stavolta si svolge tutto all'interno del mondo pacifista. Spero che tutti ne traggano insegnamento.


-- Agostino Regnicoli
Montecassiano (MC)
regnicoli@...


Enrico Peyretti ha scritto:

17 luglio 2006

Enrico Peyretti

Una spiegazione e una difesa (non solo mia),

nella discussione interna al movimento per la pace sull’Afghanistan,

dopo l’assemblea del 15 luglio

    Devo ancora delle spiegazioni, e devo difendermi, nella discussione, in cui mi sono impegnato, interna al movimento per la pace sul rinnovo della spedizione militare in Afghanistan.

    Ho creduto di dover adottare la posizione positivamente paziente, rappresentata autorevolmente da Lidia Menapace, e in ciò ho ricevuto vari consensi altrettanto significativi e autorevoli, che in parte ho fatto conoscere. Ho ricevuto anche critiche dure, che rispetto: per esempio, tra altri, da parte di Peppe Sini, meritorio operatore di cultura, e da parte di un singolo Giovanni (senza cognome) che sembra parlare per tutto il Centro Gandhi di Pisa.

    Ho letto la mozione conclusiva dell’assemblea autoconvocata del 15 luglio (oggi in rete). Potrei sottoscriverla interamente, se potessi non tenere conto del quadro più generale, perché soltanto in esso può collocarsi una politica di pace progressiva. A quell’assemblea ho mandato un intervento scritto il 12 luglio.

    Se mi si perdona un riferimento personale, posso dire che da decenni (anche grazie all’età e ai grandi maestri incontrati), penso dico e scrivo in libri e in centinaia di articoli le stesse cose dette in quella mozione. Ho anche presentato ripetutamente le istanze del movimento per la pace, oltre che per le vie collettive e pubbliche anche in via personale, in modo corretto, a diversi operatori della politica, grazie alla conoscenza o amicizia allacciata fin dalla gioventù nelle organizzazioni universitarie nazionali. Neppure così ho ricevuto risposte proprio positive, ma non desisto.

    Vorrei avere torto nella posizione che ho preso sulla questione Afghanistan. Come ho detto fin dall’inizio della discussione, posso sbagliare e dovermi convincere del contrario (come tutti, del resto). Come alcuni dei principali interlocutori, ho fatto anch’io dei cambiamenti parziali, come è naturale e giusto in chi cerca di pensare e non ripetersi fisso. Eppure, portato piuttosto per carattere alla timidezza e incertezza davanti agli argomenti altrui, ho sentito abbastanza chiaramente di dovere presentare argomenti e ragionamenti differenti, non nei princìpi ma nelle conclusioni pratiche, dai “senatori obiettori” e dell’assemblea del 15 luglio. Non li riporto ora tutti qui, ovviamente (forse li raccoglierò in un dossier in rete).

    In sintesi: mentre dobbiamo sempre «dire la verità al potere» (Gandhi), dobbiamo altrettanto tener conto di quanto potere abbiamo per realizzare la verità della giustizia e della pace: se la realizziamo almeno in parte facciamo bene, se non la realizziamo per nulla e solo la proclamiamo intera, senza mediazioni, diciamo bene, ma non facciamo bene.

    Mi pare di avere mostrato attraverso alcuni esempi storici e altri paradossali, nei miei interventi del 30 giugno, del 1°, 5, 7, 8, 12, 14 luglio, che nelle decisioni operative, a differenza dell’affermazione pura di ciò che è giusto, sono necessarie e giuste le mediazioni. Il giusto compromesso gandhiano, per realizzare il possibile, è un passo nella verità.

    E questo l’ho detto col pieno rispetto per le coscienze dei senatori obiettori – che ho anche difeso, per esempio, dalla ironia ingiusta di Michele Serra (3 luglio) – insieme alla discussione sugli effetti pratici prevedibili e negativi del voto contrario da loro annunciato. Dico che sbaglia molto Adriano Sofri a qualificare semplicemente come “sciocchzze” (titolo di Repubblica di oggi) quelle dei pacifisti critici del governo. Altrettanto difendo ora i politici mediatori (appello Martone, Menapace e altri, circolato il 13 luglio) dalle accuse sbrigativamente pesanti, che sento ingiuste, di alcuni come i corrispondenti citati all’inizio.

    Sono stato anche accusato da un amico di far valere il governo Prodi più della vita degli afghani. Perdono quell’amico, perché constato su di me come la polemica può trascinare a qualcosa che non si vuole (e chiedo di essere perdonato per tutte le volte in cui vi sono caduto).

    Realizzare vuol dire introdurre pazientemente nella realtà. Pazientare attivamente non è rassegnarsi né accontentarsi. Mediare non è svendere, ma promuovere.

    La cultura della pace riuscirà solo a proclamare principi giustissimi senza cominciare a realizzarli, cioè a introdurli nella politica e nella storia effettiva, che resteranno immutate, cioè belliche e omicide, fino a quando quella cultura pacifica nonviolenta non saprà articolare il proprio contributo tra i due piani distinti e non separati, che sono:

    a) l'obiettivo intero (l'abolizione della guerra e dei suoi strumenti, la difesa popolare nonviolenta, la gestione civile nonviolenta dei conflitti coi Corpi civili di pace); 

    b) i passi prossimi parziali e progressivi nelle condizioni limitate della politica pratica.

    Perciò oggi sono importanti due cose: 

    a) ricordare che il principale lavoro profondo e continuo è culturale-educativo, fino a modificare l’attuale cultura politica generale, da destra a sinistra, con la presa di coscienza chiara e definitiva che o l'umanità abolisce ormai l'organizzazione istituzionale della violenza, o questa abolisce l'umanità;

    b) rinnovare le proposte precise e minime, sintetiche e iniziali, presentate all'Unione il 20 dicembre 2005 (che riportavo testualmente nell’intervento del 6 luglio), e messe in rete dai movimenti di più lunga tradizione, Movimento Internazionale della Riconciliazione, e Movimento Nonviolento.

    A queste condizioni, il profondo giusto moto umano popolare per la pace attiva potrà diventare politica, forza rappresentativa, anche numericamente, di volontà democratiche capaci di incidere nelle istituzioni e nelle decisioni. Altrimenti, il movimento per la pace e la nonviolenza resterà un grido velleitario, giusto e generoso ma frustrato, per la ghignante soddisfazione dei signori della guerra, e per la disperazione del popolo numeroso che in esso ha confidato.    

    Così resterà fino a quando, alle preziose necessarie elaborazioni culturali, morali, storiche, sociologiche, psicologiche, educative, eccetera, non aggiungerà la proposta politica, che significa anche mediazione politica (ho fatto tante volte l’esempio del transarmo verso il disarmo). Escludere la mediazione, come fa la mozione del 15 luglio, è escludere la politica, cioè la realizzazione.

    Proposta e mediazione politica impongono, se vogliamo davvero una realizzazione politica della pace e della nonviolenza nella democrazia, di tener conto dei numeri effettivi nel panorama politico presente. In base a questa semplice necessaria considerazione, è parso evidente - a me come a tante persone davvero più di me serie, competenti, responsabili - che la maggioranza dell’Unione oggi va preservata e non abbattuta, proprio per garantire, nonostante gravi carenze sulla pace al suo interno, la sola oggi possibile progressiva politica di pace.

    Il rinnovo temporaneo della spedizione in Afghanistan, se politicamente indirizzato davvero alla sua riduzione e alla sua fine, mentre nuovi atti di guerra raggelano e insanguinano il mondo, è una condizione amara per impedire che prenda il potere un’altra maggioranza e una politica che troppo bene conosciamo, non impegnata a fermare la guerra, ancor meno dell’attuale restia a fare la guerra ed anzi più interessata a farla, a servizio del bellicismo Usa.

    Amici rigorosi tirano staffilate sul viso e sull’anima di loro amici, accusando niente meno che di essere assassini complici di assassini quanti pensano come ho detto, mentre invece soffriamo nel limite angoscioso di una decisione non pura, parziale, interlocutoria, che vediamo necessaria per procedere. Credetelo, amici severissimi, non siete solo voi che sentite l’orrore del potere che dà la morte, non solo voi lavorate per uscirne!

    Se poi (anche questo è detto e ridetto) i senatori obiettori, e l’assemblea del 15 luglio, sanno quello che fanno, se sanno di potere spostare una maggioranza che si deve preservare (come bene diceva all’inizio, il 29 giugno, anche Peppe Sini: due cose sono entrambe da salvare, l’uscita dalla guerra, e la maggioranza con cui abbiamo sventato l’illegalità berlusconiana e l’assalto alla Costituzione), se questo piano è realistico e responsabile, avranno ragione loro, e sarò cordialmente con loro, perché quello è il mio desiderio più profondo.

    Ma se, come dicono troppi da quella parte, la maggioranza precedente e l’attuale valgono lo stesso e sono entrambe nostre nemiche, allora proprio non sanno quello che fanno.

Enrico Peyretti , 17 luglio 2006






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#4064 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Lun 17 Lu 2006 1:39 pm
Oggetto: Re: Re:[MIR-riconciliazione] Una spiegazione e una difesa (non solo mia) nella discussione sull'Afghanistan
e.pey@...
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Grazie, Paolo! Enrico


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From: "Paolo Candelari" <paolocand@...>
To: "MIR-riconciliazione" <MIR-riconciliazione@yahoogroups.com>
Cc: "e.pey" <e.pey@...>; "pace" <pace@...>; "paxchristi"
<paxchristi@egroups.com>; "mir-riconciliazione"
<mir-riconciliazione@yahoogroups.com>; "beati" <beati@...>;
"list" <list@...>; "grassi_c" <grassi_c@...>;
"rossi_f" <rossi_f@...>; "giannini_f"
<giannini_f@...>; "turigliatto_f"
<turigliatto_f@...>; "silvestri_g"
<silvestri_g@...>; "l.malabarba" <l.malabarba@...>;
"l.depetris" <l.depetris@...>; "bulgarelli_m"
<bulgarelli_m@...>
Sent: Monday, July 17, 2006 2:18 PM
Subject: Re:[MIR-riconciliazione] Una spiegazione e una difesa (non solo
mia) nella discussione sull'Afghanistan


per quel che può valere il mio personalissimo parere, dico che sono
sostanzialmente d'accordo con Enrico.
Paolo Candelari
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From      : MIR-riconciliazione@yahoogroups.com
To          : "A me 1 Libero" e.pey@...
Cc          : "lista Peacelink Pace" pace@...,"lista pax christi gr
discussione" paxchristi@egroups.com,"lista Mir dibattito"
mir-riconciliazione@yahoogroups.com,"lista BCP" beati@...,"lista
alteracultura" list@...,"Grassi Claudio"
grassi_c@...,"Rossi Fernando" rossi_f@...,"Giannini
Fosco" giannini_f@...,"Turigliatto Franco"
turigliatto_f@...,"Silvestri Giampaolo"
silvestri_g@...,"Malabarba Gigi" l.malabarba@...,"De
Petris Loredana" l.depetris@...,"Bulgarelli Mauro"
bulgarelli_m@...
Date      : Mon, 17 Jul 2006 13:06:52 +0200
Subject : [MIR-riconciliazione] Una spiegazione e una difesa (non solo mia)
nella discussione sull'Afghanistan







  17 luglio 2006

  Enrico Peyretti

  Una spiegazione e una difesa (non solo mia),

  nella discussione interna al movimento per la pace sull'Afghanistan,

  dopo l'assemblea del 15 luglio



      Devo ancora delle spiegazioni, e devo difendermi, nella discussione, in
cui mi sono impegnato, interna al movimento per la pace sul rinnovo della
spedizione militare in Afghanistan.

      Ho creduto di dover adottare la posizione positivamente paziente,
rappresentata autorevolmente da Lidia Menapace, e in ciò ho ricevuto vari
consensi altrettanto significativi e autorevoli, che in parte ho fatto
conoscere. Ho ricevuto anche critiche dure, che rispetto: per esempio, tra
altri, da parte di Peppe Sini, meritorio operatore di cultura, e da parte di
un singolo Giovanni (senza cognome) che sembra parlare per tutto il Centro
Gandhi di Pisa.

      Ho letto la mozione conclusiva dell'assemblea autoconvocata del 15
luglio (oggi in rete). Potrei sottoscriverla interamente, se potessi non
tenere conto del quadro più generale, perché soltanto in esso può collocarsi
una politica di pace progressiva. A quell'assemblea ho mandato un intervento
scritto il 12 luglio.

      Se mi si perdona un riferimento personale, posso dire che da decenni
(anche grazie all'età e ai grandi maestri incontrati), penso dico e scrivo
in libri e in centinaia di articoli le stesse cose dette in quella mozione.
Ho anche presentato ripetutamente le istanze del movimento per la pace,
oltre che per le vie collettive e pubbliche anche in via personale, in modo
corretto, a diversi operatori della politica, grazie alla conoscenza o
amicizia allacciata fin dalla gioventù nelle organizzazioni universitarie
nazionali. Neppure così ho ricevuto risposte proprio positive, ma non
desisto.

      Vorrei avere torto nella posizione che ho preso sulla questione
Afghanistan. Come ho detto fin dall'inizio della discussione, posso
sbagliare e dovermi convincere del contrario (come tutti, del resto). Come
alcuni dei principali interlocutori, ho fatto anch'io dei cambiamenti
parziali, come è naturale e giusto in chi cerca di pensare e non ripetersi
fisso. Eppure, portato piuttosto per carattere alla timidezza e incertezza
davanti agli argomenti altrui, ho sentito abbastanza chiaramente di dovere
presentare argomenti e ragionamenti differenti, non nei princìpi ma nelle
conclusioni pratiche, dai "senatori obiettori" e dell'assemblea del 15
luglio. Non li riporto ora tutti qui, ovviamente (forse li raccoglierò in un
dossier in rete).

      In sintesi: mentre dobbiamo sempre «dire la verità al potere» (Gandhi),
dobbiamo altrettanto tener conto di quanto potere abbiamo per realizzare la
verità della giustizia e della pace: se la realizziamo almeno in parte
facciamo bene, se non la realizziamo per nulla e solo la proclamiamo intera,
senza mediazioni, diciamo bene, ma non facciamo bene.

      Mi pare di avere mostrato attraverso alcuni esempi storici e altri
paradossali, nei miei interventi del 30 giugno, del 1°, 5, 7, 8, 12, 14
luglio, che nelle decisioni operative, a differenza dell'affermazione pura
di ciò che è giusto, sono necessarie e giuste le mediazioni. Il giusto
compromesso gandhiano, per realizzare il possibile, è un passo nella verità.

      E questo l'ho detto col pieno rispetto per le coscienze dei senatori
obiettori - che ho anche difeso, per esempio, dalla ironia ingiusta di
Michele Serra (3 luglio) - insieme alla discussione sugli effetti pratici
prevedibili e negativi del voto contrario da loro annunciato. Dico che
sbaglia molto Adriano Sofri a qualificare semplicemente come "sciocchzze"
(titolo di Repubblica di oggi) quelle dei pacifisti critici del governo.
Altrettanto difendo ora i politici mediatori (appello Martone, Menapace e
altri, circolato il 13 luglio) dalle accuse sbrigativamente pesanti, che
sento ingiuste, di alcuni come i corrispondenti citati all'inizio.

      Sono stato anche accusato da un amico di far valere il governo Prodi
più della vita degli afghani. Perdono quell'amico, perché constato su di me
come la polemica può trascinare a qualcosa che non si vuole (e chiedo di
essere perdonato per tutte le volte in cui vi sono caduto).

      Realizzare vuol dire introdurre pazientemente nella realtà. Pazientare
attivamente non è rassegnarsi né accontentarsi. Mediare non è svendere, ma
promuovere.

      La cultura della pace riuscirà solo a proclamare principi giustissimi
senza cominciare a realizzarli, cioè a introdurli nella politica e nella
storia effettiva, che resteranno immutate, cioè belliche e omicide, fino a
quando quella cultura pacifica nonviolenta non saprà articolare il proprio
contributo tra i due piani distinti e non separati, che sono:

      a) l'obiettivo intero (l'abolizione della guerra e dei suoi strumenti,
la difesa popolare nonviolenta, la gestione civile nonviolenta dei conflitti
coi Corpi civili di pace);

      b) i passi prossimi parziali e progressivi nelle condizioni limitate
della politica pratica.

      Perciò oggi sono importanti due cose:

      a) ricordare che il principale lavoro profondo e continuo è
culturale-educativo, fino a modificare l'attuale cultura politica generale,
da destra a sinistra, con la presa di coscienza chiara e definitiva che o
l'umanità abolisce ormai l'organizzazione istituzionale della violenza, o
questa abolisce l'umanità;

      b) rinnovare le proposte precise e minime, sintetiche e iniziali,
presentate all'Unione il 20 dicembre 2005 (che riportavo testualmente
nell'intervento del 6 luglio), e messe in rete dai movimenti di più lunga
tradizione, Movimento Internazionale della Riconciliazione, e Movimento
Nonviolento.

      A queste condizioni, il profondo giusto moto umano popolare per la pace
attiva potrà diventare politica, forza rappresentativa, anche numericamente,
di volontà democratiche capaci di incidere nelle istituzioni e nelle
decisioni. Altrimenti, il movimento per la pace e la nonviolenza resterà un
grido velleitario, giusto e generoso ma frustrato, per la ghignante
soddisfazione dei signori della guerra, e per la disperazione del popolo
numeroso che in esso ha confidato.

      Così resterà fino a quando, alle preziose necessarie elaborazioni
culturali, morali, storiche, sociologiche, psicologiche, educative,
eccetera, non aggiungerà la proposta politica, che significa anche
mediazione politica (ho fatto tante volte l'esempio del transarmo verso il
disarmo). Escludere la mediazione, come fa la mozione del 15 luglio, è
escludere la politica, cioè la realizzazione.

      Proposta e mediazione politica impongono, se vogliamo davvero una
realizzazione politica della pace e della nonviolenza nella democrazia, di
tener conto dei numeri effettivi nel panorama politico presente. In base a
questa semplice necessaria considerazione, è parso evidente - a me come a
tante persone davvero più di me serie, competenti, responsabili - che la
maggioranza dell'Unione oggi va preservata e non abbattuta, proprio per
garantire, nonostante gravi carenze sulla pace al suo interno, la sola oggi
possibile progressiva politica di pace.

      Il rinnovo temporaneo della spedizione in Afghanistan, se politicamente
indirizzato davvero alla sua riduzione e alla sua fine, mentre nuovi atti di
guerra raggelano e insanguinano il mondo, è una condizione amara per
impedire che prenda il potere un'altra maggioranza e una politica che troppo
bene conosciamo, non impegnata a fermare la guerra, ancor meno dell'attuale
restia a fare la guerra ed anzi più interessata a farla, a servizio del
bellicismo Usa.

      Amici rigorosi tirano staffilate sul viso e sull'anima di loro amici,
accusando niente meno che di essere assassini complici di assassini quanti
pensano come ho detto, mentre invece soffriamo nel limite angoscioso di una
decisione non pura, parziale, interlocutoria, che vediamo necessaria per
procedere. Credetelo, amici severissimi, non siete solo voi che sentite
l'orrore del potere che dà la morte, non solo voi lavorate per uscirne!

      Se poi (anche questo è detto e ridetto) i senatori obiettori, e
l'assemblea del 15 luglio, sanno quello che fanno, se sanno di potere
spostare una maggioranza che si deve preservare (come bene diceva
all'inizio, il 29 giugno, anche Peppe Sini: due cose sono entrambe da
salvare, l'uscita dalla guerra, e la maggioranza con cui abbiamo sventato
l'illegalità berlusconiana e l'assalto alla Costituzione), se questo piano è
realistico e responsabile, avranno ragione loro, e sarò cordialmente con
loro, perché quello è il mio desiderio più profondo.

      Ma se, come dicono troppi da quella parte, la maggioranza precedente e
l'attuale valgono lo stesso e sono entrambe nostre nemiche, allora proprio
non sanno quello che fanno.

  Enrico Peyretti , 17 luglio 2006



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#4063 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Lun 17 Lu 2006 1:32 pm
Oggetto: Re: Re:[MIR-riconciliazione] Una spiegazione e una difesa (non solo mia) nella discussione sull'Afghanistan
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"l.depetris" <l.depetris@...>; "bulgarelli_m"
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Sent: Monday, July 17, 2006 2:18 PM
Subject: Re:[MIR-riconciliazione] Una spiegazione e una difesa (non solo
mia) nella discussione sull'Afghanistan


per quel che può valere il mio personalissimo parere, dico che sono
sostanzialmente d'accordo con Enrico.
Paolo Candelari
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Date      : Mon, 17 Jul 2006 13:06:52 +0200
Subject : [MIR-riconciliazione] Una spiegazione e una difesa (non solo mia)
nella discussione sull'Afghanistan







  17 luglio 2006

  Enrico Peyretti

  Una spiegazione e una difesa (non solo mia),

  nella discussione interna al movimento per la pace sull'Afghanistan,

  dopo l'assemblea del 15 luglio



      Devo ancora delle spiegazioni, e devo difendermi, nella discussione, in
cui mi sono impegnato, interna al movimento per la pace sul rinnovo della
spedizione militare in Afghanistan.

      Ho creduto di dover adottare la posizione positivamente paziente,
rappresentata autorevolmente da Lidia Menapace, e in ciò ho ricevuto vari
consensi altrettanto significativi e autorevoli, che in parte ho fatto
conoscere. Ho ricevuto anche critiche dure, che rispetto: per esempio, tra
altri, da parte di Peppe Sini, meritorio operatore di cultura, e da parte di
un singolo Giovanni (senza cognome) che sembra parlare per tutto il Centro
Gandhi di Pisa.

      Ho letto la mozione conclusiva dell'assemblea autoconvocata del 15
luglio (oggi in rete). Potrei sottoscriverla interamente, se potessi non
tenere conto del quadro più generale, perché soltanto in esso può collocarsi
una politica di pace progressiva. A quell'assemblea ho mandato un intervento
scritto il 12 luglio.

      Se mi si perdona un riferimento personale, posso dire che da decenni
(anche grazie all'età e ai grandi maestri incontrati), penso dico e scrivo
in libri e in centinaia di articoli le stesse cose dette in quella mozione.
Ho anche presentato ripetutamente le istanze del movimento per la pace,
oltre che per le vie collettive e pubbliche anche in via personale, in modo
corretto, a diversi operatori della politica, grazie alla conoscenza o
amicizia allacciata fin dalla gioventù nelle organizzazioni universitarie
nazionali. Neppure così ho ricevuto risposte proprio positive, ma non
desisto.

      Vorrei avere torto nella posizione che ho preso sulla questione
Afghanistan. Come ho detto fin dall'inizio della discussione, posso
sbagliare e dovermi convincere del contrario (come tutti, del resto). Come
alcuni dei principali interlocutori, ho fatto anch'io dei cambiamenti
parziali, come è naturale e giusto in chi cerca di pensare e non ripetersi
fisso. Eppure, portato piuttosto per carattere alla timidezza e incertezza
davanti agli argomenti altrui, ho sentito abbastanza chiaramente di dovere
presentare argomenti e ragionamenti differenti, non nei princìpi ma nelle
conclusioni pratiche, dai "senatori obiettori" e dell'assemblea del 15
luglio. Non li riporto ora tutti qui, ovviamente (forse li raccoglierò in un
dossier in rete).

      In sintesi: mentre dobbiamo sempre «dire la verità al potere» (Gandhi),
dobbiamo altrettanto tener conto di quanto potere abbiamo per realizzare la
verità della giustizia e della pace: se la realizziamo almeno in parte
facciamo bene, se non la realizziamo per nulla e solo la proclamiamo intera,
senza mediazioni, diciamo bene, ma non facciamo bene.

      Mi pare di avere mostrato attraverso alcuni esempi storici e altri
paradossali, nei miei interventi del 30 giugno, del 1°, 5, 7, 8, 12, 14
luglio, che nelle decisioni operative, a differenza dell'affermazione pura
di ciò che è giusto, sono necessarie e giuste le mediazioni. Il giusto
compromesso gandhiano, per realizzare il possibile, è un passo nella verità.

      E questo l'ho detto col pieno rispetto per le coscienze dei senatori
obiettori - che ho anche difeso, per esempio, dalla ironia ingiusta di
Michele Serra (3 luglio) - insieme alla discussione sugli effetti pratici
prevedibili e negativi del voto contrario da loro annunciato. Dico che
sbaglia molto Adriano Sofri a qualificare semplicemente come "sciocchzze"
(titolo di Repubblica di oggi) quelle dei pacifisti critici del governo.
Altrettanto difendo ora i politici mediatori (appello Martone, Menapace e
altri, circolato il 13 luglio) dalle accuse sbrigativamente pesanti, che
sento ingiuste, di alcuni come i corrispondenti citati all'inizio.

      Sono stato anche accusato da un amico di far valere il governo Prodi
più della vita degli afghani. Perdono quell'amico, perché constato su di me
come la polemica può trascinare a qualcosa che non si vuole (e chiedo di
essere perdonato per tutte le volte in cui vi sono caduto).

      Realizzare vuol dire introdurre pazientemente nella realtà. Pazientare
attivamente non è rassegnarsi né accontentarsi. Mediare non è svendere, ma
promuovere.

      La cultura della pace riuscirà solo a proclamare principi giustissimi
senza cominciare a realizzarli, cioè a introdurli nella politica e nella
storia effettiva, che resteranno immutate, cioè belliche e omicide, fino a
quando quella cultura pacifica nonviolenta non saprà articolare il proprio
contributo tra i due piani distinti e non separati, che sono:

      a) l'obiettivo intero (l'abolizione della guerra e dei suoi strumenti,
la difesa popolare nonviolenta, la gestione civile nonviolenta dei conflitti
coi Corpi civili di pace);

      b) i passi prossimi parziali e progressivi nelle condizioni limitate
della politica pratica.

      Perciò oggi sono importanti due cose:

      a) ricordare che il principale lavoro profondo e continuo è
culturale-educativo, fino a modificare l'attuale cultura politica generale,
da destra a sinistra, con la presa di coscienza chiara e definitiva che o
l'umanità abolisce ormai l'organizzazione istituzionale della violenza, o
questa abolisce l'umanità;

      b) rinnovare le proposte precise e minime, sintetiche e iniziali,
presentate all'Unione il 20 dicembre 2005 (che riportavo testualmente
nell'intervento del 6 luglio), e messe in rete dai movimenti di più lunga
tradizione, Movimento Internazionale della Riconciliazione, e Movimento
Nonviolento.

      A queste condizioni, il profondo giusto moto umano popolare per la pace
attiva potrà diventare politica, forza rappresentativa, anche numericamente,
di volontà democratiche capaci di incidere nelle istituzioni e nelle
decisioni. Altrimenti, il movimento per la pace e la nonviolenza resterà un
grido velleitario, giusto e generoso ma frustrato, per la ghignante
soddisfazione dei signori della guerra, e per la disperazione del popolo
numeroso che in esso ha confidato.

      Così resterà fino a quando, alle preziose necessarie elaborazioni
culturali, morali, storiche, sociologiche, psicologiche, educative,
eccetera, non aggiungerà la proposta politica, che significa anche
mediazione politica (ho fatto tante volte l'esempio del transarmo verso il
disarmo). Escludere la mediazione, come fa la mozione del 15 luglio, è
escludere la politica, cioè la realizzazione.

      Proposta e mediazione politica impongono, se vogliamo davvero una
realizzazione politica della pace e della nonviolenza nella democrazia, di
tener conto dei numeri effettivi nel panorama politico presente. In base a
questa semplice necessaria considerazione, è parso evidente - a me come a
tante persone davvero più di me serie, competenti, responsabili - che la
maggioranza dell'Unione oggi va preservata e non abbattuta, proprio per
garantire, nonostante gravi carenze sulla pace al suo interno, la sola oggi
possibile progressiva politica di pace.

      Il rinnovo temporaneo della spedizione in Afghanistan, se politicamente
indirizzato davvero alla sua riduzione e alla sua fine, mentre nuovi atti di
guerra raggelano e insanguinano il mondo, è una condizione amara per
impedire che prenda il potere un'altra maggioranza e una politica che troppo
bene conosciamo, non impegnata a fermare la guerra, ancor meno dell'attuale
restia a fare la guerra ed anzi più interessata a farla, a servizio del
bellicismo Usa.

      Amici rigorosi tirano staffilate sul viso e sull'anima di loro amici,
accusando niente meno che di essere assassini complici di assassini quanti
pensano come ho detto, mentre invece soffriamo nel limite angoscioso di una
decisione non pura, parziale, interlocutoria, che vediamo necessaria per
procedere. Credetelo, amici severissimi, non siete solo voi che sentite
l'orrore del potere che dà la morte, non solo voi lavorate per uscirne!

      Se poi (anche questo è detto e ridetto) i senatori obiettori, e
l'assemblea del 15 luglio, sanno quello che fanno, se sanno di potere
spostare una maggioranza che si deve preservare (come bene diceva
all'inizio, il 29 giugno, anche Peppe Sini: due cose sono entrambe da
salvare, l'uscita dalla guerra, e la maggioranza con cui abbiamo sventato
l'illegalità berlusconiana e l'assalto alla Costituzione), se questo piano è
realistico e responsabile, avranno ragione loro, e sarò cordialmente con
loro, perché quello è il mio desiderio più profondo.

      Ma se, come dicono troppi da quella parte, la maggioranza precedente e
l'attuale valgono lo stesso e sono entrambe nostre nemiche, allora proprio
non sanno quello che fanno.

  Enrico Peyretti , 17 luglio 2006



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