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#5047 Da: "Gionata" <gionatanews@...>
Data: Mer 2 Apr 2008 9:46 pm
Oggetto: Omofobia: dal 2 al 6 aprile Veglie Antiviolenza in Chiese di 7 Nazioni
gionatanews
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Da Asca (Agenzia stampa quotidiana nazionale) de 1 Apr 2008 - 17.46
http://it.notizie.yahoo.com/asca/20080401/tit-omofobia-da-domani-al-6-veglie-ant\
iv-59fdfba.html

(ASCA) - Roma, 1 apr - Dopo il successo dell'anno scorso, torna
l'iniziativa, promossa, da numerosi gruppi di credenti omosessuali
italiani, di ricordare con la preghiera le vittime della violenza
dell'omofobia. Le veglie ecumeniche, che coinvolgeranno credenti,
omosessuali e non, cattolici, mormoni, veterocattolici, valdesi,
battisti, si terranno dal 2 al 6 aprile in 42 citta' di sette Paesi
del mondo: oltre all'Italia, l'iniziativa ha infatti preso piede anche
in Spagna, Irlanda, Venezuela, Argentina, Peru' e Cile. All'iniziativa
hanno aderito, tra gli altri, il movimento internazionale di riforma
della Chiesa cattolica ''Noi Siamo Chiesa'', l'Ucebi, Unione Cristiana
Evangelica Battista d'Italia, il Cipax, Centro Interconfessionale per
la Pace, e il Refo, Rete Evangelica Fede e Omosessualita', oltre a
numerosi gruppi di omosessuali credenti. In Italia, le veglie
principali si terranno a Roma, Firenze e Milano. Gli organizzatori
dell'iniziativa spiegano la scelta della data ricordando che il 3
aprile dello scorso anno si suicidava Matteo, un ragazzo torinese di
sedici anni diventato simbolo del bullismo e della discriminazione
omofobia. ''Inoltre - spiegano - abbiamo scelto questa data perche' il
4 aprile 1968 veniva assassinato) il pastore battista Martin Luther
King, protagonista e ispiratore delle lotte non violente per i diritti
civili delle persone afro-americane e di tutte le minoranze''.

Per maggiori informazioni visita Asca

#5046 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Lun 31 Mar 2008 3:55 pm
Oggetto: Fw: [nv-operativo] Corso Azione Diretta Nonviolenta
locascio.francesco@...
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----- Original Message -----
Sent: Monday, March 31, 2008 5:44 PM
Subject: [nv-operativo] Corso ADN

Da diffondere a vostro piacimento!

 

Corso di formazione su

Azione Diretta Nonviolenta


Percorso teorico-pratico di formazione all'Azione Diretta Nonviolenta (ADNV).

Per conoscere e sperimentare metodi per la preparazione di una ADNV.

Per sperimentare modalità decisionali in gruppo ed in situazioni critiche.

Per confrontarsi con se stessi e con gli altri.

Ma cos'è una ADNV?

Un'azione agita attraverso il corpo e/o le parole, in maniera nonviolenta, in forma immediata e creativa, non delegata ad altri, ma assunta responsabilmente in prima persona.

Ma cosa vuol dire teorico-pratico? Affiancheremo informazioni sull'ADN e Training (una metodologia che prevede l'utilizzo del gioco come strumento di apprendimento).

Il laboratorio è rivolto ad un massimo di 20 partecipanti, interessati alla nonviolenza come modo di agire politico.

Quando: 26 e 27 aprile; 10 maggio; 24 e 25 maggio.

Gli incontri saranno di circa 8 ore ciascuno (9:30 - 17:30), ad eccezione dell'ultimo fine settimana che sarà residenziale.

Dove: Roma (26 e 27 aprile e 10 maggio) e Capranica (24 e 25 maggio)

Chi: Francesco Bertolazzi (formatore all'azione diretta nonviolenta con Greenpeace), Manuele Messineo (formatore alla gestione nonviolenta dei conflitti e facilitatore di processi decisionali orientati al consenso), Barbara Rigoli (Rete Lilliput nodo di Roma, formatrice sulla Nonviolenza).

Costo: 80 € (30 € di corso + 50 € per formazione residenziale)

Per iscrizioni scrivere un mail con nome e cognome a: adnvroma@...
 
Rete Lilliput
Nodo di Roma

#5045 Da: "Gionata" <gionatanews@...>
Data: Dom 30 Mar 2008 9:26 pm
Oggetto: Da Milano il 2 Aprile 2008 partono le veglie per le vittime dell'omofobia
gionatanews
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Nell'aprile del 2007 si celebravano le esequie del giovane Matteo,
morto suicida per le angherie dei suoi compagni di scuola. Un piccolo
gruppo cristiano di Firenze organizzò un incontro di preghiera per
commemorare Matteo e per richiamare l'attenzione delle comunità
cristiane sulla violenza che nasce dal disprezzo anche per gay,
lesbiche, transessuali e transgender. L'iniziativa fu condivisa da
tanti gruppi di cristiani e il 28 giugno 2007 si celebrarono veglie di
preghiera in numerose città italiane.

Anche quest'anno è partito da Firenze un invito a ricordare, ancora
una volta, le troppe vittime della violenza dell'omofobia di questi
mesi. Anche quest'anno i credenti omosessuali e non, ricorderanno
Matteo alla vigilia del quarantesimo anniversario della morte di
Martin Luther King, il pastore battista che ha pagato con la vita
l'impegno per superare il pregiudizio e la paura che in un famoso
discorso disse: «Io ho sempre davanti a me un sogno… che un giorno
questa Nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle
sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli
uomini sono creati uguali […] e la gloria del Signore si mostrerà e
tutti gli esseri viventi, insieme, la vedranno. E' questa la nostra
speranza». (Martin Luther King)

E' questa è la loro speranza: ovvero vincere con l'amore i pregiudizi
e le discriminazioni che ancora feriscono e creano sofferenze a tante
persone omosessuali. Con questo spirito, i gruppi di credenti
omosessuali milanesi "ringrazieranno Dio per averci creato così come
siamo e per averci dato la possibilità di testimoniare il suo Amore
nella varietà di relazioni d'amicizia e di amore che ci chiama a vivere".

L'iniziativa delle veglie di preghiera per le vittime dell'omofobia
partirà da Milano, dove Mercoledì 2 Aprile 2008 alle ore 21.00 avrà
luogo la prima Veglia ecumenica nella Chiesa evangelica battista di
via Pinamonte da Vimercate 10 (MM2 Moscova) organizzata dai gruppi di
credenti omosessuali milanesi de La Fonte, dal gruppo Guado e dal
gruppo Varco (gruppo evangelico per la Valorizzazione e il
Riconoscimento della Comunità Omosessuale) aderente alla REFO (Rete
evangelica di fede e omosessualità)  in collaborazione con  la
Parrocchia Veterocattolica di "Gesù di Nazareth" di Milano .

Le veglie continueranno nei giorni successivi in tante altre città
italiane. Il 3 a Pinerolo(TO), il 4 aprile ci saranno veglie
contemporaneamente in 14 città italiane (Firenze, Torino, Rimini,
Napoli, Palermo, etc…) e in 5 stati esteri ( Argentina, Cile, Irlanda,
Per, Spagna,Venezuela), il 5 a Piombino(LI).
Invece domenica 6 aprile numerose comunità cristiane ricorderanno nei
loro culti domenicali le vittime dell'omofobia, mentre nel pomeriggio
di domenica a Roma avrà luogo la veglia conclusiva che unirà nella
città eterna cristiani di diverse chiese con i gruppi di credenti
omosessuali, un momento di preghiera e di testimonianza cristiana che
cercherà di infrangere il muro di silenzio e d'imbarazzo che spesso
permane nella nostra società, e sopratutto nelle nostre chiese, su
questo tema.

Per saperne di più sulle veglie per le vittime dell'omofobia, che
avranno luogo dal 2 al 6 aprile in 22 città Italiane e in 5 stati
esteri, si può visitare il portale www.gionata.org o il sito
inveglia.wordpress.com o scrivere a gionatanews@...

#5044 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Lun 31 Mar 2008 7:31 am
Oggetto: L'amore può annullare le differenze. Anche a Baghdad: caasa di riposo cristiana colpita da un razzo Katiusha a Baghdad
locascio.francesco@...
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----- Original Message -----
Sent: Monday, March 31, 2008 12:46 AM
Subject: L’amore può annullare le differenze. Anche a Baghdad

L'amore può annullare le differenze. Anche a Baghdad

By Baghdadhope

 

Mercoledì pomeriggio, 26 marzo 2008. Un razzo Katiusha cade su una casa di Baghdad. Fortunatamente non ci sono vittime ma solo molti danni materiali.
Quante sono le case che in questi anni a Baghdad sono state colpite? Nessuno le ha contate e nessuno lo farà. La notizia, quindi, non avrebbe niente di speciale. Solo una tra le tante. Eppure speciale lo è. Perché ad essere stata colpita non è una casa qualunque o un edificio governativo, un covo di terroristi o la base di una milizia. E' "Casa Beyt 'Ania".

Nella Baghdad degli orrori quotidiani e delle fazioni in lotta è stata colpito uno dei pochi luoghi dove c'è posto per una sola cosa: l'amore. L'amore verso il prossimo che non conosce differenze se non quella che rende tutti coloro che vi abitano "speciali".
La prima volta che ho visitato Beyt Ania è stato grazie ad un sacerdote di Baghdad che ogni tanto vi celebrava una messa nella piccola cappella ricavata in una delle stanze. Ricordo un cancello di ferro con il nome Beit 'Ania scritto in arabo con vernice rossa, la volontaria che ci venne ad aprire dopo essersi assicurata della nostra identità, il piccolo giardino, alcune sedie di legno davanti la statua della Vergine, l'odore.
L'odore penetrante, terribile, acre della malattia e del dolore che però svanì dal mio olfatto nel momento in cui incontrai le prime ospiti di Beit 'Ania, tre donne che ai piedi di una scala giocavano a carte e che mi accolsero con un sonoro "Good afternoon," tre delle dieci donne che all'epoca vi erano ospitate.
Dieci donne che le infermità, o anche solo gli acciacchi della vecchiaia, avevano reso un peso per le famiglie piagate dalla povertà materiale e morale che l'embargo ancora imponeva al paese, e che come mi disse una di loro "erano rinate il giorno in cui erano entrate a far parte della famiglia di Beyt Ania."

 

Continua sul blog...
 
Baghdadhope
 


--
I testi pubblicati sono di libero utilizzo, ma si richiede cortesemente di citare Baghdadhope e il suo link come fonte.

http://www.baghdadhope.blogspot.com/

Blog dedicato all'Iraq, ma soprattutto alla sua minoranza cristiana caldea...

#5043 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Gio 27 Mar 2008 5:32 pm
Oggetto: letteraappelloRAI.doc
locascio.francesco@...
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INVIATE QUESTA LETTERA A:

 

rai-tv@..., f.delnoce@..., a.caprarica@..., a.marano@..., ruffini@..., s.fredda@..., d.beluffi@..., c.mineo@..., segreteria@...

 

NOTA BENE: RICORDATEVI DI INSERIRE IN FONDO

LA DATA E IL VOSTRO NOME

 

 

Dott. Claudio Petruccioli

Presidente Rai

 

Dott. Claudio Cappon

Direttore Generale Rai

 

Dott. Fabrizio Del Noce

Direttore Rai 1

 

Dott. Massimo Ferrario

Direttore Rai 2

 

Dott. Paolo Ruffini

Direttore Rai 3

 

Dott. Antonio Caprarica

Direttore Radio Rai

 

Dott. Corradino Mineo

Direttore RaiNews24

 

Loro sedi

Roma

 

 

Oggetto: Il mondo irrompe nella campagna elettorale: la Rai ne discuta in prima serata.

 

 

Egregio Signor Presidente, Signor Direttore,

 

negli ultimi giorni la guerra e la politica estera hanno finalmente fatto irruzione nella campagna elettorale. Noi chiediamo alla Rai di proseguire questo dibattito in prima serata. I cittadini elettori hanno il diritto di conoscere quali sono le opinioni dei candidati sulle guerre in corso, sulle gravi crisi aperte e sulle difficili scelte che l'Italia dovrà compiere.

 

Il mondo che si era voluto tenere fuori della porta è rientrato dalla finestra. Non si tratta solo di Gaza, Libano, Afghanistan, Kosovo e Tibet ma anche di Darfur, Somalia, Iraq, Cecenia, fame, sete, miseria, corsa al riarmo, pericolo nucleare, diritti umani, Europa, Onu, Nato. Il Parlamento e il Governo che eleggeremo il 13 e 14 aprile dovranno prendere importanti decisioni, interne e internazionali, che determineranno la vita o la morte di milioni di persone e che esporranno l'Italia a grandi rischi e responsabilità. Gli italiani non possono votare senza conoscere cosa intendono fare le diverse forze politiche: le loro priorità, le loro scelte, le loro decisioni.

 

I problemi sono noti. Gli impegni dei nostri politici no! Gli italiani hanno diritto di sapere! La Rai deve svolgere sino in fondo il suo ruolo di servizio pubblico. La campagna elettorale si apra al mondo. Se ne discuta in prima serata.

 

Augurandoci d’incontrare la Sua attenzione, restiamo in attesa di conoscere le Sue determinazioni.

 

Con i più cordiali saluti.

 

 

FIRMA

 

DATA

 


#5042 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Mar 26 Feb 2008 4:20 pm
Oggetto: INIZIATIVA POPOLARE LEGGE ANTI-TORTURA +++ Re: [paxchristi] G8, Bolzaneto: La violenza dell'indifferenza
e.pey@...
Invia email Invia email
 
Sì, per quello anche la mia, ma ci vuole una bella organizzazione e investimenti di tempo e soldi. Può di nuovo Beati i costruttori di pace? Pax Christi? Mir e Mn? Lilliput? Peacelink? Tutti insieme (che sarebbe meglio)?
Enrico Peyretti
Articoli, indici, bibliografie sono leggibili nei siti:
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti
http://www.cssr-pas.org
www.ilfoglio.info
 

 
 
----- Original Message -----
Sent: Wednesday, March 26, 2008 2:33 PM
Subject: RE: [paxchristi] G8, Bolzaneto: La violenza dell'indifferenza


Gia da ora considerate la mia firma acquisita
Paolo Bertagnolli

To: paxchristi@yahoogroups.com
CC: alciria@tin.it; freyamalu@gmail.com
From: e.pey@libero.it
Date: Mon, 25 Feb 2008 21:45:12 +0100
Subject: Re: [paxchristi] G8, Bolzaneto: La violenza dell'indifferenza

Certo che sarebbe il caso. Ce la facciamo, dopo il successo della raccolta firme anti-atomiche, di raccogliere per una legge anti-tortura?

Enrico Peyretti

Mir-Mn Torino

----- Original Message -----

From: Alfonso

To: paxchristi@yahoogroups.com

Sent: Tuesday, March 25, 2008 6:40 PM

Subject: R: [paxchristi] G8, Bolzaneto: La violenza dell'indifferenza

una domanda ,

ma è vero che l'Italia non ha una legge sulla tortura ed

è per questo che le forze dell'ordine potranno essere condannate solo a

pene lievi e per di più che andranno sicuramente in prescrizione ?

non

sarebbe il caso di promuovere una campagna o una raccolta di firme per

costringere il parlamento italiano ad adottare una legge che preveda e

punisca la tortura ?

grazie

Alfonso

----Messaggio originale----

Da:

freyamalu@gmail.com

Data: 25-mar-2008 2.34 PM

A:

<paxchristi@yahoogroups.com>

Ogg: [paxchristi] G8, Bolzaneto: La

violenza dell&#39;indifferenza

Società Italiana di Scienze

Psicosociali per la Pace

www.sispa.it

G8, Bolzaneto: La violenza

dell'indifferenza. Lo psicologo sociale

Adriano Zamperini ci aiuta a

comprendere cosa accadde in quei giorni in

quella prigione.

"Percosse,

minacce, sputi, risate di scherno, urla canzonatorie, insulti

di ogni

genere venivano rivolti, con evidente fine di disprezzo e

intimidazione, «a mo' di saluto del comitato di accoglienza», alle

persone arrestate, nel cortile antistante l'accesso alla caserma".

Questo e altro ancora si è verificato a Bolzaneto durante il G8 di

Genova. I fatti di allora sono stati definiti dai pm in sede

processuale

"estremamente gravi da realizzare un trattamento inumano e

degradante,

una violazione dei diritti dell'uomo, soprattutto per la

sofferenza

psicologica inflitta". Cosa accadde in quei giorni nelle

menti degli

agenti e dei sanitari ce lo spiega lo psicologo sociale

Adriano

Zamperini nel suo libro "L'indifferenza" fornendoci altresì

l'opportunità di cogliere il significato di un'indifferenza che

a

tutt'oggi sembra regnare attorno ad un evento posto ai margini

dell'informazione.

Brano tratto da: Adriano Zamperini, L'indifferenza.

Conformismo del

sentire e dissenso emozionale (Einaudi, 2007).

Non

riceverà alcuna assistenza sanitaria, almeno finché non vedrà

doppio,

non vomiterà e non si trascinerà per terra (pagg. 130-149)

Era il

luglio 2001 quando "il G8 di Genova divenne uno degli eventi più

osservati e scrutati della storia. Eppure non sono mancati luoghi

interdetti a uno sguardo esterno. Uno di questi è la caserma di

Bolzaneto. (...)

Percosse, minacce, sputi, risate di scherno, urla

canzonatorie, insulti

di ogni genere venivano rivolti, con evidente

fine di disprezzo e di

intimidazione, «a mo' di saluto del comitato

d'accoglienza», alle

persone arrestate, nel cortile antistante

l'accesso alla caserma. Colpi

di manganello per impedire che qualcuno

tra i feriti, con la testa

sanguinante, potesse trovare momentaneo

sollievo appoggiandosi a una

parete, (...) Trattamenti vessatori,

degradanti e disumani sia

all'interno delle celle, ove le persone senza

plausibile ragione erano

costrette per parecchio tempo a mantenere

posizioni umilianti e

disagevoli, sia nel corridoio, durante gli

spostamenti e

l'accompagnamento ai bagni. In simili tragitti, gli

arrestati venivano

derisi, ingiuriati, colpiti e minacciati senza

alcuna ragione dal

personale che stazionava lungo il passaggio,

disposto in modo da formare

due ali ai lati dello stesso. (...)

Nonostante alcune di loro fossero visibilmente ferite, persone

obbligate

a rimanere per numerose ore in piedi, con il viso rivolto al

muro della

cella, braccia alzate o dietro la schiena; oppure sedute a

terra, ma

sempre con la faccia verso la parete, con le gambe divaricate

e in altre

anomale posizioni. Comunque non giustificate, non necessarie

alla

detenzione, e senza poter mutare postura. Costrette a subire

ripetutamente percosse e violenze - come facce sbattute contro il muro

o

sigarette spente sulle mani -, calci, pugni, insulti e minacce, anche

nel caso in cui non riuscivano più per la fatica a mantenere la

suddetta

posa, nonché per farli desistere da ogni benché minimo

tentativo - del

tutto vano - di cercare una sistemazione meno

disagevole. Una donna,

rinchiusa in cella, avendo il ciclo mestruale,

avanzò la richiesta di

andare in bagno per cambiarsi; in risposta,

attraverso le sbarre, le

veniva gettata della carta appallottolata sul

pavimento e quindi si vide

costretta a sostituire l'assorbente in cella

con dei pezzi di vestito,

alla presenza di altri reclusi, uomini

compresi. (...) Questa la

parziale ricostruzione di quanto accadde

nella caserma di Bolzaneto

durante i giorni del G8 di Genova.

Eppure

sufficiente per fotografare il rapporto instauratosi tra forze

dell'ordine e manifestanti nel centro di detenzione temporanea. E se

facessimo qualche passo più in là? Fuori dalle celle, per entrare nella

stanza dove si curano le persone, ovvero l'infermeria? (...) Qui, la

persona detenuta si trasforma in paziente. Se durante l'arresto i corpi

e l'io sono stati feriti e umiliati, nell'infermeria i corpi dovrebbero

essere curati e l'io protetto. (...) Medici che hanno omesso e

consentito l'omissione di visite di primo ingresso precise,

dettagliate

e complete, secondo i canoni della semeiotica medica, tali

da consentire

effettivamente l'accertamento di eventuali malattie

fisiche e psichiche

a danno degli arrestati. Non è stata prestata la

dovuta attenzione,

propria della veste di sanitario, alle situazioni di

sofferenza e

disagio prospettate dai medesimi. Medici che hanno

effettuato le visite

sanitarie con modalità non conformi a umanità,

così da non rispettare la

dignità soggettiva. Gli stessi, hanno

costretto, consentito o tollerato

che le persone, completamente nude,

stessero nell'infermeria oltre il

tempo necessario per l'espletamento

della visita. E, inoltre, che le

donne rimanessero nude pure alla

presenza di uomini. Che venissero

osservate nelle parti intime e

costrette te più volte a girare su se

stesse, in modo da sottoporle a

un'intensa e grave umiliazione fisica e

morale. Inoltre, sono stati

ignorati e comunque tollerati comportamenti

vessatori e scorretti

commessi da altre figure presenti nell'infermeria.

Ad esempio, dando

segni di approvazione o non disapprovando

comportamenti di scherno

posti in essere ai danni dei trattenuti in

infermeria. Talvolta ridendo

a scopo di dileggio durante scorrette

azioni altrui. Non praticati i

necessari interventi per evitare disagio

e sofferenza, collegabili alla

prolungata situazione di riduzione del

movimento fisico, per la gravosa

e inumana posizione sopportata nelle

celle. Addirittura, i sanitari

hanno insultato direttamente le persone

visitate con espressioni quali

«abile arruolato», «pronti per la

gabbia», con toni di derisione e

frasario di genere militare, al fine di

offendere la libertà morale

anche in riferimento alla fede politica e

alla sfera sessuale. Ad

esempio, rivolgendo alle donne domande sulla

loro vita sessuale con

evidente fine di irrisione e senza necessità dal

punto di vista

sanitario. In pratica, i sanitari in servizio presso la

caserma di

Bolzaneto hanno violato la loro deontologia professionale,

assistendo

passivamente senza intervenire e senza impedire alcunché.

Dimostrando

l'assenza di quella particolare sensibilità che dovrebbe

invece essere

propria del loro ruolo, soprattutto in tali frangenti.

Mancando altresì

di manifestare qualsiasi forma di dissenso.

Addirittura, qualcuno ha

oltrepassato il regno della medicina per

indossare gli abiti consoni al

regno dell'oppressione. (...) chi sa

aiutare sa anche nuocere. La

conoscenza dei processi fisiologici e

psicologici può tradursi in

pratiche di oppressione. E simili competenze

sono assai appetibili.

Basti solo pensare alla tortura. Medici,

psichiatri, psicologi, a più

riprese, e in diversi contesti, hanno

contribuito, direttamente o

indirettamente, ai metodi di tortura.

Naturalmente, molti altri

professionisti della cura si sono rifiutati di

partecipare all'orrore.

Seppure con variegati ambiti d'azione, tutto

questo colloca tali

clinici in situazioni insieme pericolose e precarie.

Dove i dilemmi

rispetto al proprio operato sorgono frequentemente.

Problemi resi

ancora più marcati allorché ruoli diversi vengono

impersonati dalla

medesima persona. E perché si generi un problema è

necessario che i

ruoli implichino raccomandazioni opposte nella stessa

sfera d'azione.

L'esempio prontamente disponibile è quello di un

individuo che veste

contemporaneamente i panni di medico e di militare.

Egli può così

vivere un conflitto tra due registri emozionali che

entrano in

contraddizione. Che fare allora? O meglio, quali emozioni è

appropriato

esperire? Un conflitto del sentire noto come il problema

della duplice

lealtà: nei confronti dei pazienti e delle forze armate. E

ben note

sono anche le summenzionate pagine della storia in cui

professionisti

della cura sono stati artefici e complici di trattamenti

inumani. Per

questo motivo, linee di condotta e codici deontologici

riaffermano che

ogni medico deve principalmente essere interessato al

benessere dei

suoi pazienti e guidato dall'etica medica. Sicché non

possono

giustificare, favorire o partecipare alla tortura e ad altre

pratiche

degradanti. In tutte le situazioni, incluse le forze armate.

Allora,

sebbene tale personale sia soggetto alla disciplina militare,

non può

comunque agire se non in accordo con i principî della

professione.

Siamo di fronte a un vincolo di ruolo inteso come risorsa

per

fronteggiare eventuali derive disumane. Purtroppo non sempre in

grado

di mantenere quanto promesso. (...) Durante il G8 di Genova, lungo

le

strade, al pronto soccorso, nelle corsie d'ospedale, molti medici,

infermieri e volontari si sono prodigati nell'assicurare assistenza e

cura ai feriti. Le loro testimonianze documentano le molte difficoltà

incontrate. Mentre dentro l'infermeria di Bolzaneto, l'operato dei loro

colleghi era ben diverso. Diventa ora indispensabile guardare in faccia

questi sanitari. (...) Sui loro volti si leggeva il monotono linguaggio

di una totale indifferenza. (...) Facce impassibili e distaccate. (...)

L'indifferenza non consiste solamente nell'essere disimpegnati, ma

anche

nel non poter evadere dai copioni irrigiditi che dovunque vengono

rappresentati per dovere." (...)

Recensioni all'opera:

http://www.

sispa.it/recensione_lindifferenza.php

http://www.sispa.it/giornale_05.

php

fonte: www.sispa.it

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#5041 Da: Freyamalu <freyamalu@...>
Data: Mar 25 Mar 2008 12:26 pm
Oggetto: G8, Bolzaneto: La violenza dell'indifferenza
freyamalu
Offline Offline
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Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace
www.sispa.it

G8, Bolzaneto: La violenza dell'indifferenza. Lo psicologo sociale
Adriano Zamperini ci aiuta a  comprendere cosa accadde in quei giorni in
quella prigione.

"Percosse, minacce, sputi, risate di scherno, urla canzonatorie, insulti
di ogni genere venivano rivolti, con evidente fine di disprezzo e
intimidazione, «a mo' di saluto del comitato di accoglienza», alle
persone arrestate, nel cortile antistante l'accesso alla caserma".
Questo e altro ancora si è verificato a Bolzaneto durante il G8 di
Genova. I fatti di allora sono stati definiti dai pm in sede processuale
"estremamente gravi da realizzare un trattamento inumano e degradante,
una violazione dei diritti dell'uomo, soprattutto per la sofferenza
psicologica inflitta". Cosa accadde in quei giorni nelle menti degli
agenti e dei sanitari ce lo spiega lo psicologo sociale Adriano
Zamperini nel suo libro "L'indifferenza" fornendoci altresì
l'opportunità di cogliere il significato di un'indifferenza che
a tutt'oggi sembra regnare attorno ad un evento posto ai margini
dell'informazione.

Brano tratto da: Adriano Zamperini, L'indifferenza. Conformismo del
sentire e dissenso emozionale (Einaudi, 2007).

Non riceverà alcuna assistenza sanitaria, almeno finché non vedrà
doppio, non vomiterà e non si trascinerà per terra (pagg. 130-149)

Era il luglio 2001 quando "il G8 di Genova divenne uno degli eventi più
osservati e scrutati della storia. Eppure non sono mancati luoghi
interdetti a uno sguardo esterno. Uno di questi è la caserma di
Bolzaneto. (...)
Percosse, minacce, sputi, risate di scherno, urla canzonatorie, insulti
di ogni genere venivano rivolti, con evidente fine di disprezzo e di
intimidazione, «a mo' di saluto del comitato d'accoglienza», alle
persone arrestate, nel cortile antistante l'accesso alla caserma. Colpi
di manganello per impedire che qualcuno tra i feriti, con la testa
sanguinante, potesse trovare momentaneo sollievo appoggiandosi a una
parete, (...) Trattamenti vessatori, degradanti e disumani sia
all'interno delle celle, ove le persone senza plausibile ragione erano
costrette per parecchio tempo a mantenere posizioni umilianti e
disagevoli, sia nel corridoio, durante gli spostamenti e
l'accompagnamento ai bagni. In simili tragitti, gli arrestati venivano
derisi, ingiuriati, colpiti e minacciati senza alcuna ragione dal
personale che stazionava lungo il passaggio, disposto in modo da formare
due ali ai lati dello stesso. (...)
Nonostante alcune di loro fossero visibilmente ferite, persone obbligate
a rimanere per numerose ore in piedi, con il viso rivolto al muro della
cella, braccia alzate o dietro la schiena; oppure sedute a terra, ma
sempre con la faccia verso la parete, con le gambe divaricate e in altre
anomale posizioni. Comunque non giustificate, non necessarie alla
detenzione, e senza poter mutare postura. Costrette a subire
ripetutamente percosse e violenze - come facce sbattute contro il muro o
sigarette spente sulle mani -, calci, pugni, insulti e minacce, anche
nel caso in cui non riuscivano più per la fatica a mantenere la suddetta
posa, nonché per farli desistere da ogni benché minimo tentativo - del
tutto vano - di cercare una sistemazione meno disagevole. Una donna,
rinchiusa in cella, avendo il ciclo mestruale, avanzò la richiesta di
andare in bagno per cambiarsi; in risposta, attraverso le sbarre, le
veniva gettata della carta appallottolata sul pavimento e quindi si vide
costretta a sostituire l'assorbente in cella con dei pezzi di vestito,
alla presenza di altri reclusi, uomini compresi. (...) Questa la
parziale ricostruzione di quanto accadde nella caserma di Bolzaneto
durante i giorni del G8 di Genova.
Eppure sufficiente per fotografare il rapporto instauratosi tra forze
dell'ordine e manifestanti nel centro di detenzione temporanea. E se
facessimo qualche passo più in là? Fuori dalle celle, per entrare nella
stanza dove si curano le persone, ovvero l'infermeria? (...) Qui, la
persona detenuta si trasforma in paziente. Se durante l'arresto i corpi
e l'io sono stati feriti e umiliati, nell'infermeria i corpi dovrebbero
essere curati e l'io protetto. (...) Medici che hanno omesso e
consentito l'omissione di  visite di primo ingresso precise, dettagliate
e complete, secondo i canoni della semeiotica medica, tali da consentire
effettivamente l'accertamento di eventuali malattie fisiche e psichiche
a danno degli arrestati. Non è stata prestata la dovuta attenzione,
propria della veste di sanitario, alle situazioni di sofferenza e
disagio prospettate dai medesimi. Medici che hanno effettuato le visite
sanitarie con modalità non conformi a umanità, così da non rispettare la
dignità soggettiva. Gli stessi, hanno costretto, consentito o tollerato
che le persone, completamente nude, stessero nell'infermeria oltre il
tempo necessario per l'espletamento della visita. E, inoltre, che le
donne rimanessero nude pure alla presenza di uomini. Che venissero
osservate nelle parti intime e costrette te più volte a girare su se
stesse, in modo da sottoporle a un'intensa e grave umiliazione fisica e
morale. Inoltre, sono stati ignorati e comunque tollerati comportamenti
vessatori e scorretti commessi da altre figure presenti nell'infermeria.
Ad esempio, dando segni di approvazione o non disapprovando
comportamenti di scherno posti in essere ai danni dei trattenuti in
infermeria. Talvolta ridendo a scopo di dileggio durante scorrette
azioni altrui. Non praticati i necessari interventi per evitare disagio
e sofferenza, collegabili alla prolungata situazione di riduzione del
movimento fisico, per la gravosa e inumana posizione sopportata nelle
celle. Addirittura, i sanitari hanno insultato direttamente le persone
visitate con espressioni quali «abile arruolato», «pronti per la
gabbia», con toni di derisione e frasario di genere militare, al fine di
offendere la libertà morale anche in riferimento alla fede politica e
alla sfera sessuale. Ad esempio, rivolgendo alle donne domande sulla
loro vita sessuale con evidente fine di irrisione e senza necessità dal
punto di vista sanitario. In pratica, i sanitari in servizio presso la
caserma di Bolzaneto hanno violato la loro deontologia professionale,
assistendo passivamente senza intervenire e senza impedire alcunché.
Dimostrando l'assenza di quella particolare sensibilità che dovrebbe
invece essere propria del loro ruolo, soprattutto in tali frangenti.
Mancando altresì di manifestare qualsiasi forma di dissenso.
Addirittura, qualcuno ha oltrepassato il regno della medicina per
indossare gli abiti consoni al regno dell'oppressione. (...) chi sa
aiutare sa anche nuocere. La conoscenza dei processi fisiologici e
psicologici può tradursi in pratiche di oppressione. E simili competenze
sono assai appetibili. Basti solo pensare alla tortura. Medici,
psichiatri, psicologi, a più riprese, e in diversi contesti, hanno
contribuito, direttamente o indirettamente, ai metodi di tortura.
Naturalmente, molti altri professionisti della cura si sono rifiutati di
partecipare all'orrore. Seppure con variegati ambiti d'azione, tutto
questo colloca tali clinici in situazioni insieme pericolose e precarie.
Dove i dilemmi rispetto al proprio operato sorgono frequentemente.
Problemi resi ancora più marcati allorché ruoli diversi vengono
impersonati dalla medesima persona. E perché si generi un problema è
necessario che i ruoli implichino raccomandazioni opposte nella stessa
sfera d'azione. L'esempio prontamente disponibile è quello di un
individuo che veste contemporaneamente i panni di medico e di militare.
Egli può così vivere un conflitto tra due registri emozionali che
entrano in contraddizione. Che fare allora? O meglio, quali emozioni è
appropriato esperire? Un conflitto del sentire noto come il problema
della duplice lealtà: nei confronti dei pazienti e delle forze armate. E
ben note sono anche le summenzionate pagine della storia in cui
professionisti della cura sono stati artefici e complici di trattamenti
inumani. Per questo motivo, linee di condotta e codici deontologici
riaffermano che ogni medico deve principalmente essere interessato al
benessere dei suoi pazienti e guidato dall'etica medica. Sicché non
possono giustificare, favorire o partecipare alla tortura e ad altre
pratiche degradanti. In tutte le situazioni, incluse le forze armate.
Allora, sebbene tale personale sia soggetto alla disciplina militare,
non può comunque agire se non in accordo con i principî della
professione. Siamo di fronte a un vincolo di ruolo inteso come risorsa
per fronteggiare eventuali derive disumane. Purtroppo non sempre in
grado di mantenere quanto promesso. (...) Durante il G8 di Genova, lungo
le strade, al pronto soccorso, nelle corsie d'ospedale, molti medici,
infermieri e volontari si sono prodigati nell'assicurare assistenza e
cura ai feriti. Le loro testimonianze documentano le molte difficoltà
incontrate. Mentre dentro l'infermeria di Bolzaneto, l'operato dei loro
colleghi era ben diverso. Diventa ora indispensabile guardare in faccia
questi sanitari. (...) Sui loro volti si leggeva il monotono linguaggio
di una totale indifferenza. (...) Facce impassibili e distaccate. (...)
L'indifferenza non consiste solamente nell'essere disimpegnati, ma anche
nel non poter evadere dai copioni irrigiditi che dovunque vengono
rappresentati per dovere." (...)

Recensioni all'opera:
http://www.sispa.it/recensione_lindifferenza.php
http://www.sispa.it/giornale_05.php

#5040 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Mar 25 Mar 2008 7:01 pm
Oggetto: Fw: [glt NV] [ReteDisarmo] Un´efficace politica di disarmo e controllo degli armamenti: la Rete Disarmo scrive ai candidati premier alla vigilia delle elezioni politiche
locascio.francesco@...
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----- Original Message -----
Sent: Tuesday, March 25, 2008 7:05 PM
Subject: [glt NV] [ReteDisarmo] Un´efficace politica di disarmo e controllo degli armamenti: la Rete Disarmo scrive ai candidati premier alla vigilia delle elezioni politiche


Un´efficace politica di disarmo e controllo degli armamenti: la Rete Disarmo scrive ai candidati premier alla vigilia delle elezioni politiche


Alla vigilia delle elezioni politiche del prossimo aprile la Rete Italiana per il Disarmo, organismo che dal 2003 coordina il lavoro di circa 30 associazioni e gruppi attivi sui temi del controllo degli armamenti, ha deciso di scrivere una "lettera aperta" a tutti i candidati premier dei diversi schieramenti in lista.

Obiettivo principale di questa azione è quello di sottoporre all´attenzione di tutte le forze politiche che andranno a comporre il Parlamento nella prossima legislatura i punti più importanti necessari a costruire una praticabile politica di controllo degli armamenti e di disarmo. Disarmo che invece viene spesso dimenticato nelle pieghe delle necessità di bilancio mentre al contrario necessita di un´ampia tensione ideale che nulla toglie ed anzi incrementa un´efficace politica di sicurezza.
Nella lettera aperta ai candidati premier la Rete sottolinea alcuni punti principali, sui quali pone domande dirette ai candidati per conoscere le intenzioni e le modalità di azione che essi avranno una volta eletti.

La posizione da assumere in merito al Trattato internazionale sui trasferimenti di armi in discussione in questi mesi in sede di Nazioni Unite,oltre che le intenzioni a riguardo della messa al bando delle "cluster bombs" e per un miglioramento della legislazione sull´export di armi leggere; un programma serio nell´affrontare il pericolo degli ordigni nucleari ancora vivo e lo stallo dei processi di disarmo atomico (senza dimenticare a livello nazionale la proposta di legge di iniziativa popolare "Un futuro senza atomiche" per dichiarare l´Italia zona libera da armi nucleari); la tematica fondamentale delle spese militari, con programmi militari dispendiosi che oltrepassano ampiamente le esigenze di difesa a fronte di continui tagli nella spesa sociale e di sviluppo; la necessità di un controllo rigoroso delle esportazioni di armi italiane che nonostante i vincoli della nostra legislazione sono state dirette negli ultimi anni per più del 40% a Paesi del Sud del mondo e rilanciare un percorso di riconversione dell´industria bellica sia per dare un contributo vero alla costruzione di una politica di pace, sia perché sono in atto iniziative europee per la ristrutturazione dell'industria militare, sia perché non si può pensare che un vero sviluppo economico dei territori, con salvaguardia del lavoro di molte persone, si possa basare sulla produzione di ordigni ed armamenti.
La Rete Disarmo ha scelto di mettere sul campo questi punti, tra i numerosi che ogni giorno vengono affrontati nelle azioni e nelle campagne proposte dalla Rete, proprio perché sono quelle fondamentali e su cui ci si può spendere immediatamente con scelte politiche nel Parlamento che andremo a votare il 13 e 14 aprile.
L´auspicio e la speranza della Rete Italiana per il Disarmo e delle sue aderenti (vedi lista in coda a questo comunicato) è quello di poter intavolare con i candidati di tutti gli schieramenti un confronto non limitato alla campagna elettorale, su quanto è stato loro proposto nella lettera aperta e nel documento di approfondimento che l´accompagna.

La proposta della Rete Disarmo giunge anche alla vigilia della stesura e presentazione della Relazione annuale al Parlamento sull´export militare italiano. I dati degli ultimi anni hanno visto una fortissima crescita nelle vendite degli armamenti "made in Italy", conseguenza di un approccio solo economico alla questione. Mentre invece le armi che si vanno a commerciare nei vari angoli del mondo poi possono finire implicate in azioni di guerra o in violazioni dei diritti umani (si veda in questi mesi il caso della Turchia o del Pakistan, di cui la Rete si è occupata con prese di posizione forti).
La lettera aperta ed il documento di analisi sono scaricabili sul sito www.disarmo.org, così come tutte le recenti prese di posizione in merito all´export italiano di armamenti.

La Rete Italiana per il Disarmo è composta da: ACLI - Agenzia per la Pace Sondrio - Amnesty International - Archivio Disarmo - ARCI - ARCI Servizio Civile - Associazione Obiettori Nonviolenti - Associazione Papa Giovanni XXIII - Associazione per la Pace - ATTAC - Beati i costruttori di Pace - Campagna Italiana contro le Mine - Campagna OSM-DPN - Centro Studi Difesa Civile - Conferenza degli Istituti Missionari in Italia - Coordinamento Comasco per la Pace - FIM-Cisl - FIOM-Cgil - Fondazione Culturale Responsabilità Etica - Gruppo Abele - ICS - Libera - Mani Tese - Movimento Internazionale della Riconciliazione - Movimento Nonviolento - OSCAR - Pax Christi - PeaceLink - Rete di Lilliput - Rete Radiè Resch - Traduttori per la Pace - Un ponte per...


#5039 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Lun 24 Mar 2008 9:00 pm
Oggetto: Fw: [pace] «346.6890337: SIGNORNÓ, SIGNORE». A VICENZA, UN CENTRO DI ASSISTENZA PER I DISERTORI USA IN ITALIA
locascio.francesco@...
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----- Original Message -----
From: "www.GRILLOnews.it" <ilgrillo.parlante@...>
To: "Conflitti" <conflitti@...>; "Pace" <pace@...>;
"Disarmo" <disarmo@...>
Sent: Monday, March 24, 2008 8:57 PM
Subject: [pace] «346.6890337: SIGNORNÓ, SIGNORE». A VICENZA, UN CENTRO DI
ASSISTENZA PER I DISERTORI USA IN ITALIA


> «346.6890337: SIGNORNÓ, SIGNORE». A VICENZA, UN CENTRO DI ASSISTENZA PER I
> DISERTORI USA IN ITALIA
>
> [Luca Kocci . 24.03.08] «Sir! No Sir!» - cioè «signornò, signore» - è il
> nome del centro di assistenza messo in piedi dal Comitato Vicenza Est
> (http://www.comitatoviest.org), in collaborazione con il sindacato di base
> Rdb-Cub, per aiutare e sostenere i soldati statunitensi di stanza alla
> caserma Ederle che vogliono abbandonare l'esercito e disertare. Per
> contatti: 346.6890337.
>
> Sir! No Sir! - cioè «signornò, signore» - è il nome del centro di
> assistenza messo in piedi dal Comitato Vicenza Est
> (http://www.comitatoviest.org) (aderente al movimento «No Dal Molin»), in
> collaborazione con il sindacato di base Rdb-Cub, per aiutare e sostenere i
> soldati statunitensi di stanza alla caserma Ederle che vogliono
> abbandonare l'esercito e disertare. Si tratta del primo esperimento
> italiano - mentre all'estero, soprattutto in Germania, esistono numerosi
> gruppi e associazioni di aiuto ai disertori - che, oltre a costituire un
> punto di riferimento fondamentale per i militari statunitensi in servizio
> a Vicenza e nelle altre basi americane in Italia, potrebbe rappresentare
> un modello da riproporre anche per i soldati italiani dal momento che, con
> la fine della leva obbligatoria, sembra essere morta pure l'obiezione di
> coscienza. Che invece rimane un diritto da affermare anche all'interno
> delle Forze Armate professioniste.
>
> L'iniziativa parte non a caso da Vicenza: è lì che, perlomeno nell'ultimo
> anno e mezzo, il movimento italiano contro la guerra ha mostrato maggiore
> vitalità organizzando numerose iniziative, tutt'ora in corso, contro la
> costruzione della nuova base militare Usa - benedetta prima da Berlusconi,
> poi da Prodi e infine da Veltroni - sull'area dell'aeroporto civile «Dal
> Molin»; ed è nella caserma Ederle di Vicenza - sede della 173ma brigata
> aviotrasportata, in prima fila nelle operazioni di guerra in Afghanistan e
> in Iraq - che si sono registrati i primi, ed unici, casi italiani di
> disertori, benché si tratti di soldati statunitensi. Almeno cinque casi,
> ma forse qualcuno in più: Russel Hoitt, 25enne del New Hampshire, che ha
> disertato nell'aprile del 2007, alla vigilia della sua partenza per
> l'Afghanistan, ed ora risulta congedato con disonore; come James Circello,
> che ha reso pubblica la sua decisione con una lettera aperta ai cittadini
> di Vicenza in cui dice che non «l'esportazione» della democrazia ma il
> petrolio «è il motivo per cui gli americani continuano ad occupare le
> terre dei poveri del Medio Oriente, instaurando governi fantoccio e
> emanando Costituzioni prefabbricate»; mentre è andata peggio ad altri tre
> disertori della Ederle, Andrew Hegerty, Jeffrey Gauntt e James Blank i
> quali, avendo commesso degli errori procedurali, sono attualmente detenuti
> nel carcere militare di Mannheim, in Germania (Blank è stato liberato da
> poche settimane, dopo 8 mesi di prigione).
>
> Sbagliare i tempi di consegna, infatti, o dichiararsi obiettori di
> coscienza, per esempio, nella maggior parte dei casi porta direttamente
> alla Corte marziale perché le autorità militari - che devono valutare
> l'istanza - fanno di tutto per rigettare la domanda oppure «smarriscono»
> la documentazione e spediscono direttamente al fronte l'aspirante
> obiettore. Ed è proprio per questo che il Comitato Vicenza est, dopo che
> per mesi ha organizzato volantinaggi di fronte alla caserma Ederle per
> incoraggiare la diserzione, ha dato vita al centro di orientamento e
> consulenza in grado di fornire informazioni e sostegno concreto ai soldati
> che lasciano l'esercito e vogliono reinserirsi nella vita civile. Al
> numero telefonico di «Sir! No Sir!» (346/6890337) risponde la voce
> registrata di Russel Hoitt che invita il militare a lasciare i suoi dati
> per poi essere ricontattato e messo in collegamento con un gruppo di
> legali con i quali verrà scelta la strada migliore per disertare,
> limitando i danni a qualche giorno di prigione, al congedo con disonore e
> alla sospensione dell'assicurazione sanitaria.
>
> «Siamo un sindacato antimilitarista, e il sostegno alla diserzione,
> insieme alle manifestazioni e ai presidi, è il nostro modo di dire no alla
> guerra», spiega ad Adista Germano Raniero, della Rdb-Cub di Vicenza. E
> aggiunge Andrea Licata, del Comitato Vicenza Est e in procinto di partire
> per un giro di conferenze negli Stati Uniti proprio sul tema della
> diserzione: «È un'iniziativa di rottura che tenta di mettere in crisi il
> sistema dall'interno e che dà fastidio ai militari, visto che da quando il
> numero telefonico è attivo (dal 1.mo marzo, ndr) abbiamo ricevuto diverse
> telefonate 'strane', anche dagli Usa, che chiedevano informazioni molto
> generiche sullo sportello e che ci invitavano a smettere. Ora sarebbe
> opportuno che in ogni città italiana dove esiste una base militare Usa
> nascessero altri centri come questo».
>
> Intanto si moltiplicano, nel resto d'Europa e negli Stati Uniti, i
> disertori delle Forze armate Usa: dall'ottobre 2001 - quando iniziò la
> «guerra al terrorismo» di George Bush con la missione in Afghanistan
> Enduring Freedom, tutt'ora in corso - almeno 8mila soldati americani hanno
> abbandonato prima del tempo l'esercito (ma alcune stime, provenienti dai
> movimenti pacifisti Usa parlano di 25mila disertori).
>
> Non sono ancora i numeri della guerra del Vietnam - quando, in 11 anni di
> conflitto, fra il 1964 e il 1975, a disertare furono fra i 50 e i 55mila -
> ma il fenomeno inizia ad assumere dimensioni rilevanti e preoccupanti per
> gli Stati maggiori.
>
> Luca Kocci
>
>
> Fonte: Adista del 25.03.2008
> http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=39857
>
> --
> Mailing list Pace dell'associazione PeaceLink.
> Per ISCRIZIONI/CANCELLAZIONI: http://www.peacelink.it/mailing_admin.html
> Archivio messaggi: http://lists.peacelink.it/pace
> Area tematica collegata: http://italy.peacelink.org/pace
> Si sottintende l'accettazione della Policy Generale:
> http://web.peacelink.it/policy.html
>

#5038 Da: "Pietro Del Zanna" <pdelzanna@...>
Data: Lun 24 Mar 2008 9:41 am
Oggetto: Dalla Cina per il Tibet
verdipoggibonsi
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Ricevo dagli amici di Una città ( http://www.unacitta.it ) e volentieri  inoltro.
  Pietro Del Zanna

  Cari tutti, vi prego di scusare l'email collettivo, ma spero che capirete.
Vi mando questa lettera aperta al governo cinese che ho appena tradotto, firmata da avvocati, intellettuali, giornalisti, scrittori ed artisti cinesi, che chiede al governo cinese di sospendere immediatamente la repressione in Tibet, di aprire un dialogo con il Dalai Lama e consentire alla stampa cinese e internazionale di recarsi in Tibet.
Firmarla è un atto di coraggio ammirevole: noterete che anche la "madre di Tiananmen" Ding Zilin, che ha ricevuto il Premio Langer, e suo marito Jiang Peikun, hanno deciso di correre i rischi legati a firmare questa lettera pubblica. Per questo ve la mando: credo che sia nostro dovere cercare di dare a questa lettera la massima diffusione possibile, nella speranza che ciò possa servire da protezione ai coraggiosi firmatari. Naturalmente, non si tratta di una petizione aperta ad altri (per quanto, in Cina, continua a circolare, e immagino che vi saranno ulteriori adesioni, delle quali vi terrò al corrente), ma è una lettera che, per ovvi motivi, deve restare la voce di un gruppo di cinesi di coscienza che si indirizza al proprio governo chiedendo rispetto per i diritti umani e la costituzione.
Pertanto, se volete farla girare (ditemi per favore dove, in modo che possa tenere al corrente chi me l'ha mandata), mandarmi idee su come possiamo darle maggior visibilità e pubblicarla nei siti web che mantenete, penso che sarebbe importante.
Vostra, Ilaria


LETTERA AL GOVERNO CINESE IN 12 PUNTI SULLA SITUAZIONE IN TIBET
Dodici idee sulla situazione in Tibet

Al momento, la propaganda che i media ufficiali cinesi stanno diffondendo, senza lasciare spazio a niente altro, sta facendo avvampare sempre più le fiamme dell?odio interetnico ed aggravando la severità di una situazione già molto tesa. Questo ha effetti estremamente deleteri per la salvaguardia a lungo termine dell'unità nazionale, e noi sottofirmati lanciamo un appello affinché questo tipo di propaganda cessi.
Appoggiamo l'appello alla pace del Dalai Lama, e speriamo che il conflitto interetnico possa essere affrontato seguendo i principi della pace e della non violenza. Condanniamo ogni tipo di azione violenta contro cittadini innocenti, e chiediamo con urgenza al governo cinese di sospendere la violenta repressione in Tibet e lanciamo un appello anche al popolo tibetano di non lasciarsi andare ad azioni violente.
Il governo cinese ha affermato che "vi sono chiare prove che quest'incidente è stato organizzato, complottato e meticolosamente portato avanti dalla cricca del Dalai Lama". Speriamo che il governo possa mostrare prove di quest'affermazione, e, per poter modificare l'atteggiamento di sfiducia e la visione negativa degli attuali incidenti che vi è nella comunità internazionale, suggeriamo al governo cinese di invitare in Tibet la Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite, affinché possa portare avanti un'inchiesta indipendente delle prove menzionate dal governo, del modo in cui gli incidenti si sono svolti, del numero dei morti e feriti, eccetera.
Nella nostra opinione, il linguaggio da Rivoluzione Culturale del tipo "il Dalai Lama è un lupo travestito da monaco buddista, e uno spirito maligno con volto umano e cuore di bestia", utilizzato dalle autorità del Partito Comunista Cinese nella Regione Autonoma del Tibet non è di nessun aiuto nel risolvere la situazione, e non è nemmeno d'aiuto all'immagine del governo cinese. Dal momento che il governo cinese è intenzionato ad integrarsi alla comunità internazionale, siamo dell'opinione che dovrebbe dunque cercare di mostrare uno stile di governo che si conformi agli standard della civiltà moderna.
Notiamo che il giorno stesso in cui le violenze sono scoppiate a Lhasa (il 14 marzo), le autorità della Regione Autonoma del Tibet hanno dichiarato che "ci sono chiare prove che mostrano che quest'incidente è stato organizzato, complottato e meticolosamente portato avanti dalla cricca del Dalai Lama". Questo mostrerebbe che le autorità del Tibet sapevano con anticipo che ci sarebbero stati disordini violenti, e non hanno fatto nulla per prevenirlo. Se vi sono state inadempienze da parte delle autorità, è necessario portare avanti una severa inchiesta, in modo che i responsabili possano essere puniti di conseguenza.
Ma se non può essere provato che questi incidenti siano stati "organizzati, premeditati e  meticolosamente portati avanti", ma che si tratta invece di una "rivolta popolare" causata dall'evolversi degli eventi, le autorità dovrebbero lanciare un'inchiesta per determinare chi sia responsabile nell?aver incitato la popolazione alla rivolta e per aver diffuso informazioni false volte a ingannare il Governo Centrale ed il popolo, e dovrebbero anche riflettere con attenzione su che cosa si possa imparare da quest'evento in modo da non intraprendere nel futuro lo stesso tipo di azioni.
Chiediamo con la massima forza al governo cinese di non sottomettere ora ogni tibetano all'inquisizione e vendetta politica. I processi delle persone che sono state arrestate devono essere portati avanti seguendo procedure giudiziarie aperte, giuste e trasparenti, in modo da assicurarsi un risultato giusto ed imparziale.
Richiediamo che il governo cinese autorizzi i media nazionali e internazionali a recarsi liberamente in Tibet in modo da poter portare avanti in modo indipendente interviste e inchieste per poter informare il pubblico. Siamo dell'opinione che l'attuale blocco dell'informazione non può servire a far acquistare credibilità alla popolazione cinese e con la comunità internazionale, e che sia dannoso per la credibilità del governo cinese. Se il governo ha davvero una buona comprensione della situazione, non può aver timore della presenza dei giornalisti. Solo adottando un atteggiamento di apertura possiamo sperare di modificare la mancanza di fiducia della comunità internazionale nei confronti del nostro governo.
Lanciamo un accorato appello al popolo cinese e al popolo cinese all'estero affinché si mantenga calmo e tollerante, e perché sappia riflettere con profondità su quanto sta avvenendo. Adottare atteggiamenti di aggressivo nazionalismo non può fare altro che suscitare l'antipatia della comunità internazionale, e danneggiare l'immagine internazionale della Cina.
Negli anni Ottanta, gli incidenti in Tibet si erano limitati alla città di Lhasa, mentre in quest'occasione notiamo che si estendono a molte aree tibetane. Questo deteriorarsi delle cose mostra che sbagli severi sono stati fatti rispetto al Tibet. I dipartimenti governativi responsabili devono riflettere coscienziosamente su questa questione, esaminare il loro fallimento, e modificare in modo fondamentale le politiche nei confronti delle minoranze etniche nazionali.
Per impedire che simili incidenti possano aver luogo nuovamente in futuro, il governo deve rispettare i principi di libertà religiosa e di libertà di parola esplicitamente garantiti dalla Costituzione cinese, garantendo ai tibetani la piena libertà di esprimere le loro speranze e la loro insoddisfazione, e permettendo ai cittadini di tutte le etnie di criticare e apportare liberamente le loro idee rispetto alle politiche nazionali nei confronti delle minoranze etniche.
Siamo dell'opinione che si debba eliminare l'animosità e lavorare per la riconciliazione nazionale, non continuare a rendere più profonda la divisione fra diversi gruppi etnici. Per questo, lanciamo un accorato appello ai leader del nostro paese affinché aprano un dialogo con il Dalai Lama. Ci auguriamo che cinesi e tibetani possano eliminare le incomprensioni che li separano, e sviluppare un tipo di interazione positiva che aiuti a creare maggiore unità. I vari dipartimenti governativi, così come le organizzazioni popolari e i leader religiosi dovrebbero impegnare tutte le loro forze verso quest'obiettivo.
FIRME:
Wang Lixiong (Beijing, scrittore)
Liu Xiaobo (Beijing, scrittore indipendente)
Zhang Zuhua (Beijing, studioso costituzionalista)
Sha Yexin (Shanghai, scrittore, appartenente al gruppo etnico Hui, musulmano)
Yu Haocheng (Beijing, giurista)
Ding Zilin (Beijing, professoressa)
Jiang Peikun (Beijing, professore)
Yu Jie (Beijing, scrittore)
Sun Wenguang (Shangdong, professore)
Ran Yunfei (Sichuan, editore, etnia Tujia)
Pu Zhiqiang (Beijing, avvocato)
Teng Biao (Beijing, avvocato e studioso)
Liao Yiwu (Sichuan, scrittore)
Wang Qisheng (Beijing, studioso)
Zhang Xianling (Beijing, ingegnere)
Xu Jue (Beijing, ricercatore)
Li Jun (Gansu, fotografo)
Gao Yu (Beijing, giornalista)
Wang Debang (Beijing, scrittore freelance)
Zhao Dagong (Shenzhen, scrittore freelance)
Jiang Danwen (Shanghai, scrittore)
Liu Yi (Gansu, pittore)
Xu Hui (Beijing, scrittore)
Wang Tiancheng (Beijing, studioso)
Wen Kejian (Hangzhou, freelance)
Li Hai (Beijing, scrittore freelance)
Tian Yongde (Mongolia Interna, attivista dei diritti umani delle minoranze)
Zan Aizong (Hangzhou, giornalista)
Liu Yiming (Hubei, scrittore freelance)
 
Le regole per firmare questa pezione sono le seguenti :
1. Firma pubblica
2. Può essere accettata solo la firma con il proprio nome, o il nome d?arte con cui si è maggiormente consociuti
3. oltre al nome, deve essere inclusa la regione di residenza attuale e l?occupazione del firmatario


#5037 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Dom 23 Mar 2008 8:56 am
Oggetto: Dall'uovo di Pasqua -Gianni Rodari
locascio.francesco@...
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Dall'uovo di Pasqua
 
Dall'uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
Di gesso arancione
Col becco turchino.
Ha detto: "Vado,
MI metto in viaggio
E porto a tutti
Un Grande messaggio".
E volteggiando
Di qua e di là
Attraversando
Paesi e città
Ha scritto sui muri,
Nel cielo e per terra:
"Viva la pace,
Abbasso la guerra".
 
Gianni Rodari

#5036 Da: "eugenio melandri" <eugenio.melandri@...>
Data: Dom 23 Mar 2008 1:45 am
Oggetto: auguri
aner2109
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Buona pasqua

 

Lo cercava disperatamente in quel giardino dove lo avevano deposto in fretta la sera del venerdì.  Voleva piangerlo ancora. Voleva accomiatarsi da quel’uomo, che aveva radicalmente trasformato la sua vita. Aveva ancora ben fisso nella memoria il ricordo di quel giorno, in cui, a casa di un ricco fariseo,  gli aveva lavato i piedi con le sue lacrime e li aveva asciugati con i suoi capelli. Si portava fisso nella memoria il ricordo di ogni sua parola: “Nessuno ti ha condannato. Nemmeno io ti condanno. Vai in pace”. Fino a quelle frase che lui aveva rivolto a Simone il fariseo, parlando di lei: “molto le è perdonato, perché molto ha amato”.

Pensava forse a queste cose, mentre piangendo lo cercava nel giardino. Mentre interrogava il giardiniere: “dimmi, dove lo hanno messo”.

Le altre donne erano andate via impaurite. Lei però era rimasta lì. Cocciuta a cercare il suo corpo. Ma Lui non era più chiuso dentro quel sepolcro. La tomba era vuota. Era tornato lungo la strada. Aveva ripreso a camminare come prima. Le aveva rivolto, ancora una volta, la parola: “Maria”. Si ripeteva il miracolo della creazione, quando, in principio, Dio aveva messo la donna e l’uomo nel giardino e li aveva chiamati per nome.

Ed era bastato sentire il proprio  nome per capire tutto. Che la tomba non è l’ultima dimora. Che la morte non è la fine. Che era definitivamente cancellata la condanna e che la terra poteva tornare un giardino. Che la speranza, ogni vera speranza, è capace perfino di scoperchiare le tombe e di svuotare il sepolcri.

Forse è proprio in quel territorio misterioso che va dal giardino primordiale dell’Eden al giardino della tomba vuota di Gesù di Nazareth che si gioca la nostra avventura umana. Lo canteremo stanotte: “O felice colpa che ci ha meritato un tale salvatore”.

Ma come Maria, per trovarlo, non possiamo fermarci davanti alla tomba vuota. Dobbiamo cercarlo e cercarlo altrove. Lui non abita tra i morti, ma è vivo. Troppe volte lo cerchiamo dove lui non è. Dovremmo saperlo. Gesù, lungo tutta la sua vita, ha percorso luoghi che non avremmo mai immaginato. Ha proclamato Beati i poveri, i puri, gli ingenui, i nonviolenti. Ha accolto Maria la prostituta e Zaccheo il pubblicano. Ha taciuto davanti a chi lo accusava. Ha chiamato i farisei sepolcri imbiancati. Ha ordinato a Pietro di rimettere la spada nel fodero. Ha perdonato quelli che l’ammazzavano. Sempre. Fin dall’inizio della sua vita di uomo. Quando i magi lo cercavano nel palazzo del re, mentre lui era nato in una grotta. Quando è stato “avvolto” in pochi panni. Quando è stato “deposto” in una greppia. Fin d’allora ha rivoluzionato ogni razionalità. La sua nascita, la sua vita, la sua morte, la sua resurrezione sono stati tutti e soltanto colpi di un genio che non poteva non venire da Dio.

Per questo anche oggi ha senso cercare. Ha senso sperare. Ma, per trovarlo, bisogna partire di là: dalla strada che l’ha condotto sul monte fuori città. Dal buio della notte che ha attraversato il mondo quando ha reso lo spirito. Dalla tomba vuota che ci mette per strada a cercarlo.

E’ ancora notte nel mondo.  L’alba troppe volte tarda a venire. E’ difficile avere braccia sufficientemente lunghe per abbracciare tutta intera la speranza.  Eppure lui è vivo. Ha lasciato il lenzuolo in cui era avvolto nella tomba vuota e si è rimesso per strada. Per trovarlo dovremo percorrere vie insolite. Non lo troveremo tra gli ori e gli incensi delle chiese. Non nelle regge dei potenti. Non nei templi della ricchezza e del denaro.  Potremo trovarlo solo se ci metteremo sulla strada e avremo occhi e orecchie capaci di vederlo e di sentire la sua voce che ci chiama per nome. Lo troveremo povero, piccolo e debole, a viaggiare su una carretta del mare o a gridare, come i monaci del Tibet, la sua voglia di libertà. Lo troveremo fra le tante formiche che ogni giorno ripetono il miracolo della vita dentro un mondo che sembra essersi alleato con la morte. Lo troveremo tra i tanti crocifissi  che il potere continua a condurre fuori dalla città. Lo troveremo quando saremo capaci di perdonare fino a settanta volte sette. E anche noi, come  la Maddalena, ad un tratto ci sentiremo chiamare per nome.

Auguri


#5035 Da: "locascio.francesco@..." <locascio.francesco@...>
Data: Sab 22 Mar 2008 10:11 am
Oggetto: SCHEDA INFORMATIVA SULL’ASSOCIAZIONE DI COMUNI, PROVINCE, REGIONI PER IL TIBET
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SCHEDA INFORMATIVA SULL’ASSOCIAZIONE

DI COMUNI, PROVINCE, REGIONI PER IL TIBET

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#5034 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Ven 21 Mar 2008 7:38 pm
Oggetto: MESSA IN VATICANO IN SUFFRAGIO DELL'ARCIVESCOVO DI MOSSUL DEI CALDEI, S.E. MONS. PAULOS FARAJ RAHHO , 17.03.2008
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martedì, marzo 18, 2008

 

Iracheni cristiani: "Potranno ancora trovare la forza?"




By Baghdadhope

Sono le 7.15 quando arrivo a Piazza San Pietro. Roma è ancora deserta. Passo attraverso il colonnato che porta all'emiciclo ed al suo centro, proprio sotto l'obelisco, una macchia di colore nero mi fa capire di aver trovato chi cerco. I sacerdoti, i monaci, i diaconi ed i seminaristi caldei stanno provando un'altra volta gli inni che canteranno durante la messa che di lì a poco si terrà a suffragio di Mons. Faraj Paulus Rahho
Alle 7.45 in punto, dopo essere passati al vaglio dell’Ufficiale delle Guardie Svizzere in possesso della lista dei nomi dei circa 50 invitati alla cerimonia varchiamo la Porta di Bronzo che conduce ai Palazzi Apostolici e raggiungiamo la seconda loggia dove si trova la cappella "Redemptoris Mater"
destinata ad ospitare la cerimonia.
La visione è a dir poco stupefacente, 600 metri quadri di mosaici che esprimono, come nelle parole usate da Papa Giovanni Paolo II nel descriverla: “un segno dell'unione di tutte le Chiese da voi rappresentate con la Sede di Pietro…[che]… rivestirà inoltre un particolare valore ecumenico e costituirà una significativa presenza della tradizione orientale in Vaticano".
Ecumenica è infatti la presenza a questa messa. Ci sono i caldei, è ovvio, sacerdoti e suore che vivono a Roma ma anche in altre città, ma anche rappresentanti, religiosi e non, della chiesa Assira dell’Est e della chiesa Siro Cattolica.
Gli sguardi sono meravigliati da tanta ricchezza di decorazioni, le figure dei santi e le rappresentazioni del sacro convergono l'attenzione all'altare, sovrastato dall'immagine della Madre Celeste. Prendiamo posto ed il cerimoniere, con una logica che a tutti sfugge ma che avrà una sua ragione, dà gli ultimi ritocchi: una suora qui davanti, un sacerdote da questa fila all'altra. Alla luce intensa e dorata della cappella si aggiunge quelle dei flashes delle tante macchine fotografiche.
Alle 8.00 in punto la porta a destra dell'entrata della cappella si apre e preceduto dai concelebranti e dal Vangelo entra Papa Benedetto XVI accompagnato dalla melodia che il coro caldeo intona. Sono alcuni versetti tratti dal Breviario Caldeo della liturgia del "Venerdì dei martiri", come mi spiega Padre Fadi Lion, che dirige il coro, e che parlano del sangue dei martiri che diventa seme da cui fiorisce il futuro della chiesa. Alle parole del coro caldeo fanno eco quelle in latino che danno inizio alla celebrazione. La liturgia, tranne le Letture e l'omelia è in latino, e ci; crea un-atmosfera particolare, di chiesa antica ma viva.
Ma sono le parole del Papa che tutti aspettano ed ascoltano con attenzione. Il forte appello che domenica ha lanciato all'Angelus: "Basta stragi, basta violenza, basta odio in Iraq" ha rincuorato molti, ha dato speranza, anche se minima, che qualcuno ascolti la sua voce e che la persecuzione degli iracheni cristiani possa finire perchè, come diceva lo stesso Monsignor Rahho: " i cristiani non sono nemici di nessuno, e nel loro cuore devono sempre ricordare le parole che Cristo disse sulla Croce " ma allo stesso tempo devono vedere i propri diritti riconosciuti perché, sono sempre le parole del vescovo defunto, "questa è , la nostra terra".
Le parole del Papa, che ripercorrono l'agonia di Monsignor Rahho fino a parlare della sua "indegna sepoltura", rivolte a tutti i membri della Chiesa Caldea che "in Iraq soffre, crede e prega" sono di "saluto e di incoraggiamento" perchè essi "sappiano trovare la forza per non perdersi d’animo nella difficile situazione che stanno vivendo."
Esse quindi, anche se specificamente legate al particolare evento luttuoso, si legano simbolicamente al passo del Vangelo di Giovanni (12:1-11) letto dal diacono e prossimo sacerdote caldeo Robert Said, in cui Gesù, rispondendo a Giuda Iscariota che chiedeva ragione dell'uso che Maria aveva fatto dell'olio profumato cospargendo i piedi del Signore invece di venderlo destinando il ricavato ai poveri dice: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Le parole del Vangelo quindi, e quelle dello stesso Papa, che ha concluso la sua omelia con l'invito ai cristiani d'Iraq perché "sappiano perseverare nell’impegno della costruzione di una società pacifica e solidale sulla via del progresso e della pace." sono la risposta cui coloro che subiscono sulla propria pelle il pericolo di essere cristiani in Iraq devono guardare.
"Saper trovare la forza", "Saper perseverare nell'impegno".
Mai come in questi ultimi anni gli iracheni cristiani hanno dimostrato di saper essere cristiani. La domanda però è: seppure hanno "saputo" trovare la forza e perseverare, "potranno" ancora farlo?

Alcuni partecipanti alla cerimonia:
Per la Chiesa Caldea:
Mgr. Philip Najim, Procuratore della Chiesa Caldea presso la Santa Sede e Visitatore Apostolico in Europa
Mgr. Yousif I. Sarraf,
Vescovo Caldeo del Cairo
Diacono Robert Said Jarjis (Lettura delVangelo di Giovanni)
Padre Ghazuan Baho (Lettura dal Libro di Isaia)

Mgr. Cardinal Leonardo Sandri,
Prefetto della
Congregazione per le Chiese Orientali
Mgr. Cardinal Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano
Mgr. Fernando Filoni, Sostituto del Segretariato di Stato ed ex Nunzio Apostolico in Iraq
Mgr. Jean Luis Tauran, Presidente del
Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso
Mgr. Dominique Mamberti, Segretario per le Relazioni con gli stati
Mgr. Antonio Maria Vegliò, Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali


OMELIA DEL SANTO PADRE NELLA SANTA MESSA DI SUFFRAGIO PER L’ARCIVESCOVO DI MOSSUL DEI CALDEI, S.E. MONS. PAULOS FARAJ RAHHO , 17.03.2008

Venerati e cari Fratelli,
siamo entrati nella Settimana Santa portando nel cuore il grande dolore per la tragica morte del caro Monsignor Paulos Faraj Rahho, Arcivescovo di Mossul dei Caldei. Ho voluto offrire questa santa Messa in suo suffragio, e vi ringrazio di avere accolto il mio invito a pregare insieme per lui. Sento vicini a noi, in questo momento, il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Cardinale Emmanuel III Delly, e i Vescovi di quella amata Chiesa che in Iraq soffre, crede e prega. A questi venerati Fratelli nell’Episcopato, ai loro Sacerdoti, ai Religiosi ed ai fedeli tutti invio una particolare parola di saluto e di incoraggiamento, confidando che nella fede essi sappiano trovare la forza per non perdersi d’animo nella difficile situazione che stanno vivendo.
Il contesto liturgico in cui ci troviamo è il più eloquente possibile: sono i giorni in cui riviviamo gli ultimi momenti della vita terrena di Gesù: ore drammatiche, cariche di amore e di timore, specialmente nell’animo dei discepoli. Ore in cui si fece netto il contrasto tra la verità e la menzogna, tra la mitezza e la rettitudine di Cristo e la violenza e l’inganno dei suoi nemici. Gesù ha sperimentato l’approssimarsi della morte violenta, ha sentito stringersi attorno a sé la trama dei persecutori. Ha sperimentato l’angoscia e la paura, fino all’ora cruciale del Getsemani. Ma tutto questo Egli ha vissuto immerso nella comunione con il Padre e confortato dall’"unzione" dello Spirito Santo.
Il Vangelo odierno ricorda la cena di Betania, che allo sguardo pieno di fede del discepolo Giovanni rivela significati profondi. Il gesto di Maria, di ungere i piedi di Gesù con l’unguento prezioso, diventa un estremo atto di amore riconoscente in vista della sepoltura del Maestro; e il profumo, che si diffonde in tutta la casa, è il simbolo della sua carità immensa, della bellezza e bontà del suo sacrificio, che riempie la Chiesa. Penso al sacro Crisma, che unse la fronte di Mons. Rahho nel momento del suo Battesimo e della sua Cresima; che gli unse le mani nel giorno dell’Ordinazione sacerdotale, e poi ancora il capo e le mani quando fu consacrato Vescovo. Ma penso anche alle tante "unzioni" di affetto filiale, di amicizia spirituale, di devozione che i suoi fedeli riservavano alla sua persona, e che l’hanno accompagnato nelle ore terribili del rapimento e della dolorosa prigionia – dove giunse forse già ferito –, fino all’agonia e alla morte. Fino a quella indegna sepoltura, dove poi sono state ritrovate le sue spoglie mortali. Ma quelle unzioni, sacramentali e spirituali, erano pegno di risurrezione, pegno della vita vera e piena che il Signore Gesù è venuto a donarci!
La Lettura del profeta Isaia ci ha posto dinanzi la figura del Servo del Signore, nel primo dei quattro "Carmi", in cui risaltano la mitezza e la forza di questo misterioso inviato di Dio, che si è pienamente realizzato in Gesù Cristo. Il Servo è presentato come colui che "porterà il diritto", "proclamerà il diritto", "stabilirà il diritto", con un’insistenza su questo termine che non può passare inosservata. Il Signore lo ha chiamato "per la giustizia" ed egli realizzerà questa missione universale con la forza non violenta della verità. Nella Passione di Cristo vediamo l’adempimento di questa missione, quando Egli, di fronte a un’ingiusta condanna, rende testimonianza alla verità, rimanendo fedele alla legge dell’amore. Su questa stessa via, Mons. Rahho ha preso la sua croce e ha seguito il Signore Gesù, e così ha contribuito a portare il diritto nel suo martoriato Paese e nel mondo intero, rendendo testimonianza alla verità. Egli è stato un uomo di pace e di dialogo. So che egli aveva una predilezione particolare per i poveri e i portatori di handicap, per la cui assistenza fisica e psichica aveva dato vita ad una speciale associazione, denominata Gioia e Carità ("Farah wa Mahabba"), alla quale aveva affidato il compito di valorizzare tali persone e di sostenerne le famiglie, molte delle quali avevano imparato da lui a non nascondere tali congiunti e a vedere Cristo in essi. Possa il suo esempio sostenere tutti gli iracheni di buona volontà, cristiani e musulmani, a costruire una convivenza pacifica, fondata sulla fratellanza umana e sul rispetto reciproco.
In questi giorni, in profonda unione con la Comunità caldea in Iraq e all’estero, abbiamo pianto la sua morte, e il modo disumano in cui ha dovuto concludere la sua vita terrena. Ma oggi, in questa Eucaristia che offriamo per la sua anima consacrata, vogliamo rendere grazie a Dio per tutto il bene che ha compiuto in lui e per mezzo di lui. E vogliamo al tempo stesso sperare che, dal Cielo, egli interceda presso il Signore per ottenere ai fedeli di quella Terra tanto provata il coraggio di continuare a lavorare per un futuro migliore. Come l’amato Arcivescovo Paulos si spese senza riserve a servizio del suo popolo, così i suoi cristiani sappiano perseverare nell’impegno della costruzione di una società pacifica e solidale sulla via del progresso e della pace. Affidiamo questi voti all’intercessione della Vergine Santissima, Madre del Verbo incarnato per la salvezza degli uomini, e perciò, per tutti, Madre della speranza.
[00434-01.01] [Testo originale: Italiano]
[B0189-XX.01]



#5033 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Ven 21 Mar 2008 11:44 am
Oggetto: Sit-in pro-Tibet 26 marzo a Palermo
locascio.francesco@...
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Gentili associazioni,
vi preghiamo di dare massima diffusione di quanto segue:

COMUNICATO STAMPA

IL CENTRO BUDDHISTA MUNI GYANA

congiuntamente  a tutti gli altri Centri italiani  della Fondazione per la  Preservazione della Tradizione Mahayana  e all'UBI- Unione  Buddista Italiana

PROPONE

mercoledì  26 Marzo 2008  dalle 17,00 alle 19.30  un  SIT-IN a piazza Politeama

ed invita tutta la cittadinanza di  Palermo  e non solo,  ad unirsi ed a   condividere  questo momento di  solidarietà  nei confronti del   popolo  Tibetano  e di sua  sua S.S. il  Dalai Lama.

Dopo il sit-in, dalle 20.00 alle 22.00, è previsto presso la sede del Centro Muni Gyana  un incontro di meditazione e recitazione di mantra insieme al Ven. Ghesce Tenkyong.


Gli  eventi in Tibet di questi giorni riportano alla luce una tragedia  che si consuma da quasi 50 anni sotto gli occhi indifferenti e  talora complici della comunità internazionale. I centri Fpmt  italiani, congiuntamente, esprimono solidarietà al Dalai Lama e al  popolo tibetano e condanna del regime totalitario cinese che alla  forza della ragione e del dialogo antepone gli strumenti della  violenza, dell’intimidazione e della menzogna. Si esprime piena  condanna di un potere corrotto e antidemocratico che ricorre alla  forza militare nell’incapacità di giustificare la violazione dei più  elementari diritti dell’uomo anche all’interno del suo stesso  territorio. In questo contesto non si può tacere la complicità di  stati e organismi internazionali che al rispetto delle fondamentali  regole di convivenza tra i popoli antepongono logiche commerciali  barattando valori e principi in cambio di ritorni economici.

I  centri FPMT si appellano alla responsabilità della comunità  internazionale e in particolare al governo italiano, a tutti i  partiti politici con i loro leader affinché, superando il velo  diplomatico:
- Si faccia pressione per l'avvio di  una inchiesta internazionale così  come suggerito da Sua Santità il Dalai Lama
- Si  chieda con fermezza alla Cina la cessazione immediata della  sanguinosa repressione  in atto in questi giorni in Tibet.
- Si  chieda con estrema decisione alla Cina l’avvio di trattative con il  Governo tibetano per la soluzione pacifica della questione sino  tibetana.

Di  seguito alcune note che in estrema sintesi riassumano la questione  tibetana: La  cultura del Tibet con i suoi valori di tolleranza e non violenza  profondamente radicati nella popolazione, è un patrimonio  dell'intera umanità che rischia di scomparire per sempre.
Tra  l'indifferenza della comunità internazionale, nel  1959  l'Esercito Popolare Cinese completò  l'occupazione del Tibet iniziata nel 1950, annettendo un territorio  vasto come la metà dell'Europa e aprendosi la strada in direzione  dell'Asia    meridionale. Nell’arco di un cinquantennio, per vincere il  radicato spirito di indipendenza dei tibetani, il governocinese ha  messo in atto un programma sistematico di eliminazione di tutti i  punti di riferimento culturale e religioso che ha portato alla  distruzione quasi totale di scuole, biblioteche, luoghi di culto e  opere d'arte sacra risalenti spesso a più di mille anni or  sono.
Si calcola che in questi quattro decenni circa 1.200.000  tibetani siano morti a causa della repressione e degli  sconvolgimenti sociali ed economici che ne sono derivati. In questa  tragedia non c'è solo la sofferenza umana, ma anche il rischio della  scomparsa di una autentica cultura di pace basata sugli insegnamenti  buddhisti di non violenza e di rispetto degli altri, l'esempio  concreto che un popolo oppresso può lottare per i propri diritti  senza perdere la propria umanità. Oltre al Dalai Lama, premio Nobel  per la pace 1989, più di 135.000 dei sei milioni di tibetani si sono  rifugiati in India e Nepal per sfuggire alla
persecuzione  religiosa e cercare di preservare le basi della loro cultura, e  ancora oggi continuano ad arrivare numerosi nei campi profughi. Tra  queste persone ci sono uomini e donne di ogni età e molti bambini, e  in questi quattro decenni ne sono nati molti altri, spesso in  condizioni proibitive. Nell'aria tersa dell'altipiano Tibetano le  malattie infettive erano praticamente sconosciute, ma nei campi  profughi tubercolosi, malaria e denutrizione hanno imperversato per  lunghi anni, prima che alcune
organizzazioni umanitarie  riuscissero a mitigare la situazione. In Tibet vi era una antica  civiltà non tecnologica, ma estremamente progredita nella conoscenza  dell'uomo: infatti il Buddhismo è più una scienza della mente e una  filosofia di vita che una religione. Nel mondo sta crescendo una  spirale di odio, violenza e ritorsione, insieme alla terribile  convinzione che non ci siano alternative. Il Tibet ha donato al  mondo la prova che esiste una via diversa, dimostrando che un popolo  perseguitato può lottare per la propria libertà attraverso verità,  fermezza e non violenza.

Nel Dharma 



Il Centro Muni Gyana.
Via Alessandro Paternostro 53
Palermo
tel 340 9760542
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I dati personali saranno trattati ai soli scopi informativi e non saranno trasmessi a soggetti esterni diversi dal Centro Muni Gyana.

Qualora non gradisse ricevere ulteriori comunicazioni La preghiamo di rispondere con una e-mail vuota con oggetto "Cancella"
Grazie


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#5032 Da: ruset@...
Data: Gio 20 Mar 2008 7:00 pm
Oggetto: Si intesificano le violenze a sud di Hebron
ruset@...
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Israele/Territori Occupati Palestinesi

Si intesificano le violenze a sud di Hebron

Coloni aggrediscono volontari internazionali.
Violenza anche su una donna palestinese in gravidanza.

20 Marzo 2008

SOUTHERN HEBRON HILLS – Questa mattina un colono israeliano di Maon,  ha
aggredito una donna palestinese in gravidanza di 8 mesi del villaggio di At-
Tuwani. Una operatrice del Christian Peacemaker Teams (CPT), Jessica Frederick,
e' stata a sua volta spinta a terra dall' uomo armato di M16.

L'agressione si aggiunge ad una serie di violenze dei coloni nazional-religiosi
avvenute nei giorni precedenti, insieme alla demolizione di case nell'area ad
opera dell'esercito israeliano.

Ieri, 19 Marzo, due osservatori internazionali del CPT mentre monitoravano la
scorta militare per i bambini palestinesi di Tuba, sono stati aggrediti a lanci
di pietre da due coloni con il viso coperto, dell’outpost di Havat Maon.
L'agressione a Cassandra Dixon e Eileen Hanson si aggiunge alle ripetute
minacce compiute dai coloni verso i bambini di Tuba nei giorni scorsi.

Recentemente l'esercito israeliano ha piu' volte lasciato i bambini a se'
stessi lungo il tragitto in cui dovrebbero essere protetti dalla scorta. Nel
caso piu' eclatante, la mattina del 17 marzo, un colono che parlava con i
soldati della scorta militare ha evitato con un sasso in mano ai bambini di
raggiungere la stessa scorta per andare a scuola. I soldati non sono
intervenuti ed i bambini sono andati a scuola per il percorso piu' lungo mentre
quattro di loro sono tornati a casa a causa del fatto.

I coloni nazional-religiosi di Maon e Havat Maon hanno da giorni chiuso la
strada pubblica con un cancello, obligando i bambini a percorrere gran parte
del tragitto senza la scorta  militare che si rifiuta di superare il cancello.

Le agressioni dei coloni sui bambini sono state numerossissime, al punto che la
Commissione dei Diritti dei Bambini della Knesset ha instituito la scorta
militare per i bambini di Tuba. Scorta che spesso segue il volere dei coloni e
non quello del Parlamento israeliano.

Intanto ad Hebron coloni ed esercito hanno cacciato una famiglia palestinese
dalla propria casa nella citta' vecchia, mentre nella valle del Giordano
Amnesty International denuncia la demolizione di case e fattorie palestinesi.

Per ulteriori informazioni:
www.cpt.org
www.operazionecolomba.it


----- Fine messaggio inoltrato -----



----- Fine messaggio inoltrato -----

#5031 Da: ruset@...
Data: Mer 19 Mar 2008 10:13 pm
Oggetto: L’esercito israeliano demolisce 9 case nelle colline a sud di Hebron
ruset@...
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COMUNICATO STAMPA
Israele/Territori Occupati Palestinesi

L’esercito israeliano demolisce 9 case nelle colline a sud di Hebron.

Mercoledi’ 19 Marzo 2008

SOUTH HEBRON HILLS – Al mattino del 19 Marzo, l’esercito israeliano ha demolito
9 case nei villaggi agricoli palestinesi di Qawawis, Imneizil, Ad Deirat e Umm
Lasafa. Oltre alle nove case sono state demolite anche due magazzini.

L’area in questione, tra le piu’ povere della Cisgiordania, e’ soggetta
quotidianamnete alle violenze dei coloni nazional-religiosi israeliani.

L’ultima demolizione nell’area era avvenuta nel maggio del 2006 quando vennero
distrutte abitazioni e bagni nei villaggi di grotte palestinesi.

La popolazione palestinese dell’area, che conduce da tempo una resistenza
nonviolenta all’occupazione israeliana, ora teme per la possible demolizione
della moschea e della scuola nel vicino villaggio di At-Tuwani.

Per ulteriori informazioni:
www.cpt.org
www.operazionecolomba.it

----- Fine messaggio inoltrato -----



----- Fine messaggio inoltrato -----

#5030 Da: "Paolo Candelari" <paolocand@...>
Data: Mer 19 Mar 2008 8:40 pm
Oggetto: il mir per il tibet
paolocand
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questo il comunicato del mir per il tibet

---------- Forwarded message ----------
From: segreteria@... <segreteria@...>
Date: 19-mar-2008 18.57
Subject: [MIR-FLASH] Comunicato Tibet
To: newsletter@...
Cc: chinaemb_it@...


Dal 1950 la Cina occupa il territorio del Tibet e attua una
  sistematica politica di annullamento della popolazione e
  della cultura tibetane.
  In questi giorni sta mettendo in atto una durissima
  repressione nei confronti di una nuova rivolta del popolo
  tibetano. A Lhasa e in varie parti del paese sono state
  represse manifestazioni di protesta, centinaia di monaci e
  civili sono stati arrestati e picchiati. Decine di persone
  sono morte nel corso degli incidenti per opera della
  polizia.
  Il MIR:
  - condanna la violenza del governo cinese e si dichiara
  solidale con i manifestanti tibetani;
  - ritiene che la via della resistenza nonviolenta indicata
  dal Dalai Lama e perseguita da numerosi monaci buddhisti e
  civili tibetani sia il miglior modo per sostenere i propri
  diritti;
  - si impegna a diffondere informazioni e sostenere questa
  resistenza;
  - invita i propri soci e tutti gli amici della nonviolenza a
  partecipare alle manifestazioni nonviolente che si stanno
  organizzando in diverse città allo scopo di protestare
  contro la continua violazione della libertà in Tibet ed
  esprimere solidarietà alla popolazione cinese privata a
  sua volta del diritto di informazione e di espressione;
  - invita il governo cinese ad avviare un dialogo con il
  Dalai Lama,  massima autorità del Tibet in esilio, in nome
  di quella fratellanza dei popoli di cui le olimpiadi
  dovrebbero essere espressione.
  Non lasciamo soli i tibetani.
  Torino, 19 marzo 2008


  La segreteria del MIR

#5029 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Mar 18 Mar 2008 12:51 pm
Oggetto: Re: [beati] sulla gerarchia cattolica a la politica
e.pey@...
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Caro Fausto,
non mi pare che quallo di La Valle sia un elogio globale di Prodi. E' più un discorso sulla chiesa che sul governo. Afferma che Prodi ha agito da cattolico indipendente dalla gerarchia. Ha anche pagato un prezzo per questo. Poi, resta da valutare come ha agito, e lo sappiamo. Anche De Gasperi è criticabile per certe cose, ma gli va riconosciuto che tenne testa al clericalismo del suo tempo. Ciao! Enrico Peyretti
 
----- Original Message -----
Sent: Tuesday, March 18, 2008 10:05 AM
Subject: Re: [beati] sulla gerarchia cattolica a la politica

Ciao,
 
Forse è bene ricordare che Prodi è anche stato (sia adesso che nel 1996) il premier del riarmo e del ruolo imperialista dell'Italia, della precarizzazione del lavoro e del rafforzamento dell'impresa contro i lavoratori e contro i soggetti più deboli, del razzismo contro gli immigrati e del suo uso politico, della devastazione ambientale e finanziaria delle grandi opere, a partire dalla TAV.
Un'idea alta della politica è il farla dalla parte dei lavoratori, del sud del mondo, delle generazioni future.
Essere cattolico adulto (ammesso che sia vero) non è neanche lontanamente sufficiente, così come non lo è il fatto (vero) che chi viene dopo sia ancora peggio.
Ciao
Fausto Angelini


Enrico Peyretti <e.pey@...> ha scritto:
IL CATTOLICO ADULTO, di Raniero La Valle
 
Per Rocca n. 7, 1 aprile 2008  (rocca@... ),
 
In mezzo a una campagna elettorale devastante, in cui sono perfino tornati a risuonare tetri squilli di guerra (“bisogna tornare in Iraq”) è arrivata la decisione di Prodi di uscire dalla politica italiana. È una notizia che va oltre l’immediato, per almeno due ragioni.
La prima è che con Prodi esce dalla politica dei partiti e del Parlamento l’ultimo “cattolico adulto”. È molto improbabile, nelle attuali condizioni, che ce ne possano essere altri. La Chiesa non gradisce. Non è una novità di Ruini. La consegna della Chiesa italiana (con la breve parentesi del pontificato roncalliano) ai cattolici impegnati nella politica, non è mai stata quella di essere “adulti”, ma di essere obbedienti. C’è uno spiacevole libro di una giovane ricercatrice dell’Università cattolica, Eliana Versace, che pubblica molti documenti che lo comprovano, relativi all’episcopato milanese di Montini, un libro che rivela il suo intento ideologico fin dal titolo fuorviante: Montini e l’apertura a sinistra. Il falso mito del “vescovo progressista”. Il pregiudizio ideologico consiste nell’assioma secondo cui, per il fatto di essere contrario all’apertura ai socialisti, l’arcivescovo di Milano non poteva essere considerato “progressista”; e consiste altresì nello spogliare Montini della sua ricca complessità, per riguadagnarlo simpliciter nella schiera dei vescovi (e dei papi) conservatori, ignorando il meglio del suo magistero e giungendo al punto di negare, per amor di tesi, la sua stessa amicizia per Moro, da lui invece drammaticamente testimoniata durante il sequestro, nella lettera alle BR non meno che nell’omelia in San Giovanni, fino a morirne.
Ciò detto, in questo libro tuttavia appaiono molte prove di come in quella stagione precedente al Concilio, alla quale molti oggi vorrebbero tornare, fosse esclusa anche dalla parte migliore della Chiesa l’idea di un laicato cristiano adulto, capace di autonome e fruttuose scelte politiche. Così fu per l’avversione del Vaticano a quella che fu detta “la prima elezione di un cattolico al Quirinale”, preferendosi la riconferma del laico e liberale Einaudi piuttosto che l’elezione di Gronchi, cosa di cui l’arcivescovo Montini rimproverò gli esponenti della sinistra democristiana milanese; così fu per le direttive di Montini nel 1955 al segretario provinciale della DC milanese, Ripamonti, e allo stesso vice-segretario nazionale Rumor, in cui si dettavano anche i programmi elettorali, nei quali gli interessi cattolici dovevano precedere quelli della società: “Le competizioni elettorali devono avere come oggetto precipuo un programma che contempli gli interessi cattolici, quelli della società e subordinatamente quelli dei partiti, delle tendenze, delle persone”; e ne andava dell’ortodossia.  
E, più in generale, quanto al ruolo dei laici nella loro “collaborazione alla gerarchia”, come allora si diceva, lo stesso Montini nel discorso al II Congresso per l’apostolato dei laici nel 1957, lo riduceva allo “studio del mondo presente”, di cui i laici hanno migliore e più approfondita conoscenza, e nella “segnalazione alla Chiesa dei risultati di tale studio”, mentre essi dovevano lasciare alla gerarchia il compito di “determinare quali siano i tempi maturi per date riforme e quali siano le riforme da eseguire”: tanti decenni dopo, il torto del cattolico Prodi è stato che le riforme le voleva fare lui.
La seconda ragione dell’importanza della rinuncia di Prodi sta nella prova che essa fornisce che il disegno dello stesso Prodi di cancellare i partiti per far confluire tutti i democratici in un unico grande contenitore, l’Ulivo prima, l’Unione e il Partito democratico poi, era sbagliato fin dall’inizio. Quello che non si è realizzato è infatti il suo presupposto: che nella nuova forma di regime politico fosse possibile far vivere un’idea alta della politica, farla gestire da uomini di grande statura intellettuale e morale, e così finalmente poter realizzare “l’Italia che vogliamo”. Nell’adempiersi, il progetto ha divorato il suo autore e il nuovo ordine politico ha espulso il suo principale architetto che ora, come ha scritto Le Figaro, “fa elegantemente l’inchino e se ne va nell’indifferenza generale”. I nani invece restano.
Ma c’è più che indifferenza: c’è la rimozione, come se il governo Prodi non fosse neanche da ricordare; e c’è, nella campagna veltroniana, l’idea che la novità, e l’alternativa, sono rispetto a Prodi più ancora che a Berlusconi, abbandonando così il professore e la prova di una intera classe dirigente di centro-sinistra allo scempio degli avversari. È una grave ingiustizia, anzi un’offesa, ed è anche un calcolo sbagliato; perché con tutti i suoi errori e lacune il governo Prodi è stato un momento alto nella storia della Repubblica, e rinnegarlo è già un modo di perdere.
                                                                                                  Raniero La Valle 
 


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#5028 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Lun 17 Mar 2008 8:31 pm
Oggetto: Fw: [CN MIR] Al movimento dei Focolari
locascio.francesco@...
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Il MIR-Movimento Internazionale della riconciliazione, che
fonda la propria identità nella ricerca costante della
pace attraverso mezzi nonviolenti a partire dalla ricerca
spirituale, dal dialogo tra le fedi e le diverse tradizioni
cristiane, ha a cuore e sente vicine tutte quelle persone
che dedicano le proprie energie al dialogo ecumenico ed alla
riconciliazione tra  persone ed i popoli.
Esprime dunque agli amici del Movimento dei Focolari la
propria vicinanza nel particolare momento di lutto che
stanno vivendo per la scomparsa della loro fondatrice Chiara
Lubich, nella convinzione che la morte non chiude la storia
e che l'amore per il prossimo è l'unico metro di
giudizio delle nostre esistenze.
Torino, 17 marzo 2008


La segreteria del MIR

#5027 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Lun 17 Mar 2008 2:45 pm
Oggetto: Fw: [glt NV] Fwd: CAMMINATA PER LA PACE CON THICH NHAT HANH giovedi a Roma
locascio.francesco@...
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----- Original Message -----
Sent: Monday, March 17, 2008 10:30 AM
Subject: [glt NV] Fwd: CAMMINATA PER LA PACE CON THICH NHAT HANH giovedi a Roma


-------- Messaggio Originale --------
Oggetto: CAMMINATA PER LA PACE CON THICH NHAT HANH giovedi a Roma
Data: Sun, 16 Mar 2008 16:14:28 +0100
Da: Paolo Giammarroni <paologiamma@...>



E' possibile un dialogo tra le parti in Tibet, in Birmania, in Palestina, in Iraq??? Solo rendendo possibile il sentiero verso LA PACE.
A maggio in Vietnam , sotto l'egida dell'Unesco, si svolgerà la prima CONFERENZA INTERNAZIONALE SUL BUDDHISMO IMPEGNATO, per discutere di diritti umani, educazione, globalizzazione.  
Una delle correnti più vive di questa ricerca è rappresentata dal monaco 82enne  Thich Nhat Hanh, che torna in Italia per Pasqua e nei 10 giorni successivi con due importanti eventi a Roma e Napoli. (vedi sheda biografica allegata).
PAOLO GIAMMARRONI

-------------------------------------------
Comunicato n.3
MEDITAZIONE CAMMINATA CON THICH NHAT HANH - "La pace è ad ogni passo"

GIOVEDI 20 marzo (Giovedi santo) cir ca 1000 persone DI OGNI FEDE RELISIOSA partecipano a Roma,  alla CAMMINATA CONSAPEVOLE PER LA PACE col monaco vietnamita Thich Nhat Hanh e la sua comunità di Plum Village. 
L'appuntamento è per le ore 15,30 alla sede Onu di pzza Venezia.
La Meditazione camminata si svolge in silenzio, in fila indiana, concentrandosi sul proprio respiro e sul contatto con la terra, usando gatha come "Sono qui - Sono arrivato". 
Il percorso si concluderà in pzza Navona, con una meditazione seduta, guidata dal monaco vietnamita di tradizione zen (chan) noto per l'impegno nell'ambito del buddhismo impegnato e del dialogo interreligioso. Intenso il suo rapporto negli anni Sessanta col monaco trappista THOMAS MERTON.
 
La Camminata apre la visita di TNH in Italia 2008. Per la sola stampa: durante il ritiro di 5 giorni di Pasqua nella pineta di Castelfusano, sarà possibile incontrare la comunità di Plum Village MARTEDI 25 alle ore 11, dopo il discorso di TNH delle ore 9,30. E' indispensabile la prenotazione.
A NAPOLI venerdi 28 e sabato 29 il viaggio prevede due momenti di incontro con la cittadinanza e coi giovani, attorno a riflessioni sul tema della PACE, dell'educazione dei giovani (specialmente nelle difficili condizioni delle periferie), delle relazioni non-violente, del senso della felicità.  (www.artedellafelicita.it)
 
Per informazioni: 06-5417406 ,  www.esserepace.org; per la stampa: Paolo Giammarroni 329-8674130.
 

-- per la Segreteria della Rete Lilliput
Marco Servettini
cell: 338.9757397
skype: mservettini
mail: segreteria@...
sito: www.retelilliput.org

#5026 Da: "Enrico Peyretti" <e.pey@...>
Data: Lun 17 Mar 2008 7:33 am
Oggetto: sulla gerarchia cattolica a la politica
e.pey@...
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IL CATTOLICO ADULTO, di Raniero La Valle

 

Per Rocca n. 7, 1 aprile 2008  (rocca@... ),

 

In mezzo a una campagna elettorale devastante, in cui sono perfino tornati a risuonare tetri squilli di guerra (“bisogna tornare in Iraq”) è arrivata la decisione di Prodi di uscire dalla politica italiana. È una notizia che va oltre l’immediato, per almeno due ragioni.

La prima è che con Prodi esce dalla politica dei partiti e del Parlamento l’ultimo “cattolico adulto”. È molto improbabile, nelle attuali condizioni, che ce ne possano essere altri. La Chiesa non gradisce. Non è una novità di Ruini. La consegna della Chiesa italiana (con la breve parentesi del pontificato roncalliano) ai cattolici impegnati nella politica, non è mai stata quella di essere “adulti”, ma di essere obbedienti. C’è uno spiacevole libro di una giovane ricercatrice dell’Università cattolica, Eliana Versace, che pubblica molti documenti che lo comprovano, relativi all’episcopato milanese di Montini, un libro che rivela il suo intento ideologico fin dal titolo fuorviante: Montini e l’apertura a sinistra. Il falso mito del “vescovo progressista”. Il pregiudizio ideologico consiste nell’assioma secondo cui, per il fatto di essere contrario all’apertura ai socialisti, l’arcivescovo di Milano non poteva essere considerato “progressista”; e consiste altresì nello spogliare Montini della sua ricca complessità, per riguadagnarlo simpliciter nella schiera dei vescovi (e dei papi) conservatori, ignorando il meglio del suo magistero e giungendo al punto di negare, per amor di tesi, la sua stessa amicizia per Moro, da lui invece drammaticamente testimoniata durante il sequestro, nella lettera alle BR non meno che nell’omelia in San Giovanni, fino a morirne.

Ciò detto, in questo libro tuttavia appaiono molte prove di come in quella stagione precedente al Concilio, alla quale molti oggi vorrebbero tornare, fosse esclusa anche dalla parte migliore della Chiesa l’idea di un laicato cristiano adulto, capace di autonome e fruttuose scelte politiche. Così fu per l’avversione del Vaticano a quella che fu detta “la prima elezione di un cattolico al Quirinale”, preferendosi la riconferma del laico e liberale Einaudi piuttosto che l’elezione di Gronchi, cosa di cui l’arcivescovo Montini rimproverò gli esponenti della sinistra democristiana milanese; così fu per le direttive di Montini nel 1955 al segretario provinciale della DC milanese, Ripamonti, e allo stesso vice-segretario nazionale Rumor, in cui si dettavano anche i programmi elettorali, nei quali gli interessi cattolici dovevano precedere quelli della società: “Le competizioni elettorali devono avere come oggetto precipuo un programma che contempli gli interessi cattolici, quelli della società e subordinatamente quelli dei partiti, delle tendenze, delle persone”; e ne andava dell’ortodossia.  

E, più in generale, quanto al ruolo dei laici nella loro “collaborazione alla gerarchia”, come allora si diceva, lo stesso Montini nel discorso al II Congresso per l’apostolato dei laici nel 1957, lo riduceva allo “studio del mondo presente”, di cui i laici hanno migliore e più approfondita conoscenza, e nella “segnalazione alla Chiesa dei risultati di tale studio”, mentre essi dovevano lasciare alla gerarchia il compito di “determinare quali siano i tempi maturi per date riforme e quali siano le riforme da eseguire”: tanti decenni dopo, il torto del cattolico Prodi è stato che le riforme le voleva fare lui.

La seconda ragione dell’importanza della rinuncia di Prodi sta nella prova che essa fornisce che il disegno dello stesso Prodi di cancellare i partiti per far confluire tutti i democratici in un unico grande contenitore, l’Ulivo prima, l’Unione e il Partito democratico poi, era sbagliato fin dall’inizio. Quello che non si è realizzato è infatti il suo presupposto: che nella nuova forma di regime politico fosse possibile far vivere un’idea alta della politica, farla gestire da uomini di grande statura intellettuale e morale, e così finalmente poter realizzare “l’Italia che vogliamo”. Nell’adempiersi, il progetto ha divorato il suo autore e il nuovo ordine politico ha espulso il suo principale architetto che ora, come ha scritto Le Figaro, “fa elegantemente l’inchino e se ne va nell’indifferenza generale”. I nani invece restano.

Ma c’è più che indifferenza: c’è la rimozione, come se il governo Prodi non fosse neanche da ricordare; e c’è, nella campagna veltroniana, l’idea che la novità, e l’alternativa, sono rispetto a Prodi più ancora che a Berlusconi, abbandonando così il professore e la prova di una intera classe dirigente di centro-sinistra allo scempio degli avversari. È una grave ingiustizia, anzi un’offesa, ed è anche un calcolo sbagliato; perché con tutti i suoi errori e lacune il governo Prodi è stato un momento alto nella storia della Repubblica, e rinnegarlo è già un modo di perdere.

                                                                                                  Raniero La Valle 

 


#5025 Da: "Francesco LoCascio" <locascio.francesco@...>
Data: Dom 16 Mar 2008 2:28 pm
Oggetto: Commovente ricordo di Mons. Faraj Rahho. Le parole di Padre Amer Najman Youkhann
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Commovente ricordo di Mons. Faraj Rahho. Le parole di Padre Amer
Najman Youkhanna, sacerdote dell'Arcidiocesi di Mosul dei Caldei
By Baghdadhope



Nella raccolta atmosfera della cappella del Collegio Urbano di Roma
si è svolta l'altro ieri una santa messa ristretta alla comunità
cristiana orientale a Roma e dedicata alla memoria di Monsignor Faraj
P. Rahho.
A celebrare è stato Monsignor Philip Najim, Procuratore Caldeo presso
la Santa Sede e Visitatore Apostolico in Europa che ha riportato
alcune delle parole pronunciate dal Patriarca Caldeo Mar Emmanuel III
Delly durante il funerale di Mons. Rahho, svoltisi due giorni fa a
Karamles. Presenti erano, tra gli altri, il Cardinale Daoud I Ignace
Moussa, Patriarca Emerito della Chiesa Siro Cattolica e Prefetto
Emerito della Congregazione per le Chiese Orientali, Monsignor
Mikhail Jamil, Procuratore presso la Santa Sede e Visitatore
Apostolico in Europa per la stessa chiesa, Padre Khaled Bishayi,
Minutante per la chiesa caldea presso la Congregazione per le Chiese
Orientali, Padre Jibrail, Superiore Generale dei Monaci Caldei, Don
Graziano Borgonovo, Rettore del Seminario Filosofico Teologico
Internazionale "Giovanni Paolo II" e, naturalmente, il Rettore del
Pontificio Collegio Urbano che ha ospitato la cerimonia: Padre
Fernando Domingues mccj.

Commovente è stato il momento in cui, terminato l'intervento di Mons.
Najim, l'omelia è stata pronunciata da Padre Amer Najman Youkhanna,
studente presso il Pontificio Collegio Irlandese di Roma ma,
soprattutto, sacerdote dell'Arcidiocesi dei Caldei di Mosul ed in
quanto tale particolarmente toccato dalla morte di Mons. Rahho, che
non era solo il suo vescovo ma era stato anche il suo parroco: "uno
dei punti principali che mi hanno fatto scoprire la vocazione al
sacerdozio", come ha detto.
Di seguito il testo dell'omelia di Padre Amer Najman Youkhanna,
commovente testimonianza di un giovane sacerdote addolorato che trova
però, nel martirio di Mons. Rahho, una ulteriore spinta a continuare
a testimoniare Cristo nella martoriata terra d'Iraq.


Per Te ogni giorno siamo messi a morte[1],

Cari fratelli e sorelle, le letture che abbiamo scelto per questa
santa messa ci mostrano una realtà che non riguarda solo i primi
secoli del cristianesimo, ma che è anche oggi tragicamente presente.
La prima lettura ci racconta il martirio di Eleazaro[2], che con le
sue stesse parole oggi ci dice come abbia voluto testimoniare la sua
fede nel Dio onnipotente, "soffrendo nel corpo atroci dolori sotto i
flagelli, ma nell'anima sopporto volentieri tutto questo per il
timore di Lui." Eleazaro avrebbe potuto fuggire, ma preferì morire
per dare gloria al nome del Signore, e non vivere nella vergogna di
aver trascurato la Sua legge. Nella lettera ai Romani, poi, si
dice "che né morte né vita, né angeli né principati, né presente, né
avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra
creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù nostro
Signore." La lettura del Vangelo di Luca ci mostra infine come anche
il Signore abbia detto lo stesso: " vi perseguiteranno … a causa del
mio nome." E continua: "Questo vi darà occasione di rendere
testimonianza."
Oggi siamo radunati per celebrare un evento importante, una gioia
grande: il fatto che Mons. Paolo Faraj Rahho abbia dato testimonianza
con il proprio sangue per dare gloria al nome di Gesù Signore nostro.
Sì, cari fratelli, non siamo qui per piangere un morto, siamo qui per
gioire insieme perché l'eparchia di Mosul dei Caldei ha da oggi un
altro intercessore in cielo, un altro martire che continua a scrivere
la storia della nostra chiesa non con l'inchiostro, ma con il proprio
sangue.

Mi pare quindi molto importante ricordare oggi ed insieme la vita di
questo martire.
Mons. Rahho nasce il 20 dicembre, 1942, ultimo di otto figli: cinque
maschi e tre femmine. Frequenta la scuola elementare di S. Simon
Pietro a Mosul, e completa la scuola media inferiore e superiore al
seminario minore del Patriarcato caldeo di S. Simon Pietro (1954-
1960). Prosegue gli studi a Baghdad e nello stesso seminario termina
gli studi teologici e filosofici. Viene ordinato sacerdote il 10
gennaio del 1965. Dal 1974 al 1976 è a Roma, dove ottiene la licenza
in teologia pastorale all'Angelicum. Tornato in Iraq guida diverse
parrocchie: Mar Isaia, Madonna del Perpetuo Soccorso e in fine S.
Paolo, che è la mia parrocchia, che lui fondò e costruì e dove
trascorse gli anni più significativi della sua vita conseguendo
grandi successi nell'ambito della pastorale. Nominato vescovo dal
Sinodo della Chiesa caldea, viene ordinato arcivescovo dell'eparchia
di Mosul il 16 febbraio del 2001.

Mons. Rahho era molto conosciuto per il suo zelo pastorale. Essendo
il mio parroco, infatti, il suo esempio ha rappresentato uno dei
punti principali che mi hanno fatto scoprire la vocazione al
sacerdozio. Vorrei in questo giorno ricordare alcune di quelle
attività, movimenti e fraternità da lui personalmente fondate. Nel
1986 dà vita, nella parrocchia di S. Paolo, alla "Fraternità della
Carità e Gioia" per l'assistenza ai fratelli disabili.

  Per lui il disabile era un dono del Signore per farci ricordare chi
ha bisogno di noi; per lui lavorare con i fratelli disabili era un
modo di scoprire il vero senso dell'umanità facendoci diventare più
simili all'immagine del Signore, che è presente dentro ognuno noi.

La Fraternità crebbe e si diffuse in tutto il Paese, nelle chiese
cattoliche e non cattoliche, diventando un fulgido esempio di
ecumenismo.

  Ben presto nasce anche la casa "Oasi della Carità e Gioia" per
ospitare i fratelli disabili che per le loro famiglie rappresentavano
un peso. Tra le altre iniziative del vescovo, inoltre, c'è
la "Fraternità degli amici della Sacra Famiglia di Nazareth", per le
coppie appena sposate, ed i "Fratelli di Gesù", che iniziarono ad
assistere le famiglie più povere sotto l'embargo degli anni '90 e che
tutt'ora continuano le loro attività.

Notevole è il ruolo che Mons. Rahho ha avuto con i giovani che, in
tutta la diocesi, lo hanno amato profondamente. Da parroco, nel 1993,
egli diede infatti inizio all'attività della "Settimana dei giovani",
durante la quale, due volte all'anno, i giovani si riuniscono per
pregare e ascoltare alcuni relatori che intervengono su un argomento
scelto ogni volta tra i più vicini alla vita delle nuove generazioni.
Un'iniziativa che con il tempo si è estesa a tutta l'arcidiocesi.

Negli ultimi anni di guerra e di invasione americana Mons. Rahho ha
mostrato un grandissimo coraggio dando testimonianza di fede e di
speranza, insistendo sulla presenza dei cristiani in Iraq e
specialmente nella sua diocesi: Mosul. Chiaramente egli aveva
espresso il proprio rifiuto del modo in cui gli americani hanno
voluto portare la democrazia nel nostro paese, ed in vari incontri ed
interviste aveva dichiarato come gli americani non avessero fatto
nulla di buono, ma avessero, anzi, solo distrutto l'Iraq.

Con coraggio Mons. Rahho ha sempre voluto che tutte le chiese a Mosul
rimanessero aperte, e sempre a causa della sua coraggiosa
testimonianza di fede aveva ricevuto tantissime minacce e lettere di
condanna a morte da vari gruppi terroristici che oggi purtroppo
controllano la situazione a Mosul.

La prima violenza che subì sulla propria pelle fu l'attentato
terroristico contro il palazzo della curia arcivescovile, il 7
dicembre 2004. Un'azione terribile perché i terroristi avevano posto,
senza nessun ostacolo, le bombe dentro il palazzo, e dopo
l'esplosione avevano impedito ai vigili del fuoco di portare
soccorso. Da allora Mons. Rahho aveva capito che gli americani non
possono garantire la sicurezza per nessuno, e quando, come sempre in
ritardo, erano arrivati, li aveva mandati via. In seguito, e più
volte, le chiese a Mosul hanno subito diversi attentati, e dopo ogni
attentato, forte del suo coraggio Mons. Rahho rimetteva tutto a posto
in tempo brevissimo, riapriva le porte ai fedeli, e sfidando tutti i
terroristi annunciava che "noi non andremo mai via da qui, perché
questa è la nostra terra".

Dopo questi attentati, e per sferrare un colpo mortale al vescovo, il
3 giugno 2007 i terroristi uccisero a sangue freddo il suo braccio
destro, Padre Rageed Ganni con altri tre suddiaconi, dopo che egli
aveva celebrato la Santa messa nella parrocchia del Santo Spirito.

Dopo quel'episodio Mons. Rahho aveva dichiarato in diverse interviste
ed articoli che i cristiani a Mosul sono davvero perseguitati, e dopo
quelle dichiarazioni aveva ricevuto molte minacce da diversi gruppi
che non rivelavano il loro vero nome, ma si limitavano a dire "noi
siamo Mujahidin", una parola tanto conosciuta da non aver bisogno di
traduzione. Mons. Rahho non si è mai arreso, anzi, quelle minacce gli
davano maggior coraggio per continuare. Ed è proprio quel coraggio
che lo spingeva a continuare a celebrare le messe nella parrocchia di
Santo Spirito, pur sapendo che lì i terroristi sono forti e molto
presenti.

Finché non si è arrivati al giorno del suo rapimento, avvenuto dopo
la Via Crucis nella stessa parrocchia. All'agguato in cui sono morti
il suo autista e due guardie del corpo. Persone non erano con lui per
guadagnare dei soldi, come se fosse un lavoro come un altro, quanto
perché lui era il loro pastore. Mons. Rahho è stato ucciso in modo
disumano, per la mancanza dei farmaci che gli erano necessari, e che
i rapitori non hanno mai voluto che gli facessimo pervenire.

"Saydna" tu avevi sempre detto e dichiarato: "sono nato a Mosul, e
voglio morire a Mosul," ed ecco, oggi ottieni la corona del martirio
e noi siamo radunati a celebrare questo grande evento. Sei stato un
vero esempio del buon pastore che dà la vita per il suo gregge. Cari
fratelli e sorelle, non vogliamo ricevere condoglianze per un morto,
ma siamo qui per ricevere i vostri auguri, perché in cielo abbiamo un
nuovo intercessore: il Martire Monsignor Paolo Faraj Rahho.

Sia lodato Gesù Cristo


Padre Amer Najman Youkhanna
Sacerdote dell'arcidiocesi di Mosul dai Caldei 14/marzo/2008 Roma
[1] Salmi. 44,23
[2] 2Macc. 6,18-31



# posted by baghdadhope @ 7:49 AM

www.riconciliazione.wordpress.com

#5024 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Sab 15 Mar 2008 7:58 am
Oggetto: Fw: [asia] Tibet:, insurrezione dei monaci contro il governo cinese. Ricordata la rivolta nonviolenta del 1959
locascio.francesco@...
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----- Original Message -----
From: "Alessandro Marescotti" <a.marescotti@...>
To: <news@...>; <asia@...>
Sent: Saturday, March 15, 2008 7:48 AM
Subject: [asia] Tibet:, insurrezione dei monaci contro il governo cinese.
Ricordata la rivolta nonviolenta del 1959


> La polizia assedia tre monasteri insorti nell'anniversario della rivolta
> nonviolenta del 1959 contro l'occupazione cinese. Molti monaci stanno
> compiendo gesti di autolesionismo per protesta.
>
> --- Tibet, monaci in rivolta. La Cina accusa il Dalai Lama, che chiede
> stop a uso forza ---
>
> Fiamme nei mercati della città, accerchiati 3 monasteri. Alcuni testimoni:
> abbiamo sentito colpi d'arma da fuoco
>
>
> LHASA(Tibet) - Alta tensione in Tibet, negozi e mezzi delle forze
> dell'ordine sono stati bruciati nel capoluogo Lhasa, centinaia di persone
> si sono unite alla protesta dei monaci contro il governo cinese iniziata
> lunedì scorso. Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa
> internazionali, citando fonti sanitarie, ci sarebbero anche «diverse
> vittime». Per Radio Free Asia, emittente finanziata da Washington, i morti
> sarebbero due. Secondo l'agenzia di stampa ufficiale Nuova Cina molti
> poliziotti sono rimasti gravemente feriti. Le autorità locali, nominate da
> Pechino, accusano per le violenze «la cricca del Dalai Lama». Ma dal mondo
> occidentale si leva la protesta contro la repressione militare ordinata
> dal governo cinese. Il Dalai Lama ha chiesto di interrompere l'uso della
> violenza. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon,
> ha rivolto un appello a tibetani e cinesi per «evitare scontri e
> violenze».
>
> LE CARICHE DELLA POLIZIA - Testimoni hanno affermato che la polizia
> militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e che si sono
> sentiti degli spari. «C'è fumo dappertutto e si sentono colpi d'arma da
> fuoco», ha detto un residente che parlava dalle vicinanze del Jokhang, un
> grande tempio nel centro della capitale. E di spari hanno parlato anche
> cittadini americani, ha riferito l'ambasciata Usa a Pechino. Nuova Cina ha
> ammesso che sono stati sparati «colpi di avvertimento e gas lacrimogeni»
> per disperdere i manifestanti.
>
>
> fonti:
> http://www.corriere.it
>
http://newscontrol.repubblica.it/item/426870/tibet-diversi-morti-a-lhasa-rivolta\
-anti-cinese-dei-monaci
>
> --
> Mailing list Asia dell'associazione PeaceLink.
> Per ISCRIZIONI/CANCELLAZIONI: http://www.peacelink.it/mailing_admin.html
> Archivio messaggi: http://lists.peacelink.it/asia
> Si sottintende l'accettazione della Policy Generale:
> http://web.peacelink.it/policy.html
>

#5023 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Ven 14 Mar 2008 7:48 pm
Oggetto: cronaca e immagini del funerale di mons. Faarj Rahho
locascio.francesco@...
Invia email Invia email
 
#5022 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Gio 13 Mar 2008 5:50 pm
Oggetto: Fw: assemblea osm
locascio.francesco@...
Invia email Invia email
 

 
----- Original Message -----
From: LOC
Sent: Thursday, March 13, 2008 4:51 PM
Subject: assemblea osm

 
IMPORTANTE PARTECIPARE NUMEROSI - INVIATE DOCUMENTI - APPROFONDIMENTI - PROPOSTE
 
Campagna di Obiezione di Coscienza alle Spese Militari
per la Difesa Popolare Nonviolenta

 

27 a ASSEMBLEA NAZIONALE

O.S.M. per la D.P.N.

 

sabato 5  e domenica 6 Aprile 2008 ,

a Cattolica (RN)

(Hotel Royal, Viale Carducci 30)

 

 

Programma di massima:

 

 

Sabato 5 aprile

 

 

ore 10,00 - Campagna OSM x la DPN (relazione di segreteria, dati campagna, volantone, opzione di finanziamento 5x1000 )

 

 

ore 13,00  - Pranzo

 

 

ore 15,00  - Aumento Spese militari / Nuovo Modello Alternativo di Difesa / DPN

 

ore 19,00  - Cena

 

ore 21,00  - Spazio aperto per interventi o proseguimento interventi.

 

Domenica  06 Aprile

 

 

ore   9,00   - Osm  Internazionale -  Opzione fiscale  - Osservatorio sulla DPN  -

                     Comitato DCNANV  (Comitato Difesa Civile Nonarmata e Nonviolenta)

 

ore 11,30  - Elezione membri CP (Coordinamento Politico)

 

 

ore 13,00   - Pranzo

 

 

IMPORTANTE: è obbligatoria la prenotazione, contattando la LOC di Milano (tel./fax 02.58.10.12.26 , e mail locosm@... - cell. Giuseppe 3396489529) per gestire meglio la parte organizzativa.

 

 

Indicazioni logistiche :

 

l´Assemblea si svolgerà presso l´Hotel Royal, via Carducci 30, Cattolica (Rn)

 

PER RAGGIUNGERE LA SEDE DELL´ASSEMBLEA:

In auto: si esce dall'autostrada, si gira a destra e si prosegue sempre dritto entrando a Cattolica. Bisogna andare sempre diritto, anche quando si incontrano 2 rotonde e uno stop: sempre dritto, non si può sbagliare. Quando si arriva su Viale Carducci, che è sul lungomare, subito a destra si vede l´Hotel Royal.

In treno: dalla stazione FS di Cattolica, l´Hotel Royal è raggiungibile a piedi in circa 10 minuti. All´uscita dalla stazione, imboccare il viale di fronte fino allo stop; da qui si gira a sinistra fino ad una rotonda abbastanza grande (ce n´è prima una più piccola). Da lì, girare a destra finché si vede il mare; arrivati sul lungomare, a sinistra inizia Viale Carducci: noi siamo al n.30.

 

Costi: il costo è di 30,00 euro per 1 giorno di pensione completa (sabato) + 10,00 euro per il pranzo di domenica. Per chi è vicino e rimane solo a mangiare, il costo è di 10,00 euro a pasto.

Chi per problemi di viaggio deve arrivare venerdì sera deve segnalarlo

venerdì notte colazione sabato 17EUR

 

 

 

Nei costi di partecipazione, è già inserito quanto dovuto per i saloni e per l'attrezzatura che useremo.

 

Raccomandiamo a tutte/i le/gli obiettori/obiettrici

la partecipazione all´Assemblea.

 

L´Assemblea sarà l´occasione per fare insieme il punto della situazione, attrezzandoci per raggiungere gli obiettivi vecchi e nuovi che ci siamo proposti. 

 

 

                         A tutte/i, dunque, ARRIVEDERCI A CATTOLICA!!!

 

Per informazioni : Centro Coordinatore Nazionale OSM/DPN c/o la LOC,

Via M.Pichi 1 - 20143 Milano tel/fax 02.58.10.12.26  -  e mail: locosm@...

 

e... visita il nuovo sito della Campagna OSM/DPN: www.osmdpn.it

 

 

P.S. Chi avesse problemi di partecipazione all´Assemblea è invitato a inviare documentazione o propri scritti al Centro Coordinatore Nazionale.

 

promossa da: Associazione per la Pace -  Associazione Papa Giovanni XXIII° - Lega Disarmo Unilaterale - Lega Obiettori di Coscienza - Pax Christi - Berretti Bianchi - GAVCI

Aderiscono:

Agenzia per la Pace Sondrio, Rete Lilliput, Casa per la Pace Milano, Donne in Nero Como, Associazione Locale Obiezione e Nonviolenza Forlì, Un Ponte per..., Coordinamento Comasco per la Pace, Coop. Chico Mendes, Coordinamento lombardo Nord/Sud, Centro Gandhi Pisa, Comunità dell´Arca, Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale Bologna, Solidaunia Foggia, Rete Radiè Resch Foggia, Caritas Foggia.

 


#5021 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Gio 13 Mar 2008 12:53 pm
Oggetto: 16 marzo cappella della soledad centro poveda ACLI Lettura a quattro voci della Passione di N. S. Gesù Cristo
locascio.francesco@...
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Lettura a quattro voci della

Passione di N. S. Gesù Cristo

16 marzo 2008 ore 20,00 Cappella Della Soledad – Centro Poveda, Piazza Delle Vittorie, 10, Palermo

17 marzo 2008 ore 21,00 Chiesa Don Bosco – Villa Ranchibile Via Libertà, 199, - Palermo

18 marzo 2008 ore 19.00 Chiesa Sant’Anna – Piazza Sant’Anna , - Aliminusa (PA)

19 marzo 2008 ore 19.00 Cappella San Michele Arcangelo - Altofonte (PA)


#5020 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Gio 13 Mar 2008 12:46 pm
Oggetto: VESCOVO RAPITO IRAQ: MONS. WARDUNI (BAGHDAD), "LO ABBIAMO RITROVATO MORTO
locascio.francesco@...
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12:37 - VESCOVO RAPITO IRAQ: MONS. WARDUNI (BAGHDAD), “LO ABBIAMO RITROVATO MORTO”

“Mons. Rahho è morto. Lo abbiamo ritrovato privo di vita nei dintorni di Mosul. I rapitori lo avevano sepolto”. Con queste parole rilasciate al Sir il vescovo ausiliario di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, ha annunciato oggi il ritrovamento del corpo di mons. Rahho. (dnr) (segue)


12:59 - VESCOVO RAPITO IRAQ: MONS. WARDUNI (BAGHDAD), “LO ABBIAMO RITROVATO MORTO” (2)

“I rapitori – racconta al Sir mons. Warduni - già da ieri ci avevano detto che mons. Rahho stava molto male, ieri nel pomeriggio ci hanno detto che era morto. Stamattina ci hanno telefonato per dirci che lo avevano sepolto. Alcuni nostri giovani hanno seguito le indicazioni fornite dai rapitori per raggiungere il luogo. Qui hanno scavato e hanno visto il vescovo privo di vita. Non sappiamo ancora se sia morto per cause legate alla sua precaria salute o se sia stato ucciso. I rapitori ci hanno detto solo che è morto”. (dnr)
 

#5019 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Mer 12 Mar 2008 4:45 am
Oggetto: Fw: Light A Candle For Mgr. Rahho kidnapped in Iraq- Accendi una candela per mons. Rahho sequestrato in Iraq
locascio.francesco@...
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Accendi una candela e, se vuoi, recita una preghiera chiedendo che Mons. Faraj Paulus Rahho, il vescovo caldeo di Mosul rapito il 29 febbraio possa essere rilasciato presto.
Vai al sito web gratefulness.org cliccando qui, cerca il gruppo “Rahho”, clicca su una candela non ancora accesa, seguendo le istruzioni accendila, ed usando la funzione “dillo a un amico” invita altre persone ad accendere le altre.
Se desideri essere reindirizzato direttamente alla pagina dove si trova la candela da accendere
clicca qui
Pubblica il banner sul tuo blog, sul tuo sito, inoltra questa email ai tuoi amici.
 
 

#5018 Da: <locascio.francesco@...>
Data: Mer 12 Mar 2008 4:31 am
Oggetto: Light A Candle For Mgr. Rahho kidnapped in Iraq- Accendi una candela per mons. Rahho sequestrato in Iraq
locascio.francesco@...
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Accendi una candela e, se vuoi, recita una preghiera chiedendo che Mons. Faraj Paulus Rahho, il vescovo caldeo di Mosul rapito il 29 febbraio possa essere rilasciato presto.
Vai al sito web gratefulness.org cliccando qui, cerca il gruppo “Rahho”, clicca su una candela non ancora accesa, seguendo le istruzioni accendila, ed usando la funzione “dillo a un amico” invita altre persone ad accendere le altre.
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