da Napoli (6 agosto 2009) a Vicenza (8 novembre 2009) per un Cammino di nonviolenza
Spade in aratri - Na Mu Myo Ho Ren Ghe Kyo (preghiera buddhista per la pace)
L'anno scorso, noi, gruppo di amici della nonviolenza, partimmo dalla Sicilia, salendo lungo l'Adriatico per arrivare infine a Vicenza. Anche quest'anno, lo stesso gruppo – e si spera qualcuno in più - partendo da Napoli il 6 agosto, faremo il cammino verso Vicenza, questa volta percorrendo il litorale Tirreno e Ligure, fino a Savona , passando per Torino, Milano, Verona, prima di concludere ancora una volta nella città del Palladio.
Sono di nuovo 1.500 km di strada che saranno tutti percorsi a piedi in tre mesi, alla media di 20 km al giorno. I gruppi pacifisti locali possono, come già l’anno scorso, contattarci per organizzare iniziative di accoglienza -per garantire ospitalità ai partecipanti - e sensibilizzazione (azioni, dibattiti pubblici, eccetera).
Turi Vaccaro, l’attivista per la pace dei “Ploughshares” che ha “disarmato” due F16 in Olanda, sarà la staffetta permanente dell’iniziativa: ne terrà un diario in forma poetica e forse ne comporrà l’inno (l’attacco della ballata composta durante l’Assisi-Vicenza del 2008 lo trovate alla URL: http://lpp.opencontent.it/blog/?p=1117 ).
Occasione del Cammino di quest'anno è l'arrivo in Italia della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, organizzata da "Mondo Senza Guerre", una iniziativa che parte dalla Nuova Zelanda il 2 ottobre 2009 e si conclude in Argentina il 2 gennaio 2010.
Invitiamo all'obiezione di coscienza alla guerra, alle armi, alla produzione bellica, al nucleare, in ogni sua formaperchè, come disse Tolstoj, il disarmo non avverrà dall'alto, con conferenze (che si tengono ormai da oltre un secolo!), ma dall'iniziativa di ciascuno di noi.
Hanno aderito sinora:
MIR - Movinento internazionale per la Riconciliazione
LOC - Lega Obiettori di Coscienza
LDU - Lega per il Disarmo Unilaterale
Comunità di base “Le Piagge” – Firenze
Alcuni amici di Vicenza, Firenze, Torino, Milano, Bologna,. Comiso…
Info e adesioni: Coordinamento FERMIAMO CHI SCHERZA COL FUOCO ATOMICO c/o Campagna OSM/DPN, via M. Pichi, 1 - 20143 Milano - tel. 02/58101226 http://www.osmdpn.it/
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francesco locascio
maschio - 44 anni
Sicilia
1
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Ciao!
Ho creato un profilo su Netlog con le mie foto, video, blog ed eventi e vorrei aggiungerti come amico per mostrartelo.Prima devi registrarti su Netlog!
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Campagna
di e-mail per chiedere interrogazioni urgenti
sugli scontri in Iran
Testo:
Oggetto: chiedo una
interrogazione al ministro degli esteri sugli scontri di piazza in Iran
e sull'arresto del leader dell'opposizione all'indomani delle elezioni
politiche
“Chiedo la presentazione di una interrogazione parlamentare al ministro degli
esteri per conoscere quali iniziative intenda assumere dopo gli scontri a Teheran ed in tutto l'Iran, al'indomani
delle elezioni politiche, con particolare riferimento agli arresti dei
leader dell'opposizione ed alle accuse di brogli elettorali. Chiedo in
particolare se si stiano facendo passi
diplomatici tramite l'ambasciata di Teheran e
presso l'ambasciata Iraniana di Roma,se si intenda procedere ad iniziative
congiunte come unione europea, se non si intenda organizzare una
delegazione parlamentare per visitare i detenuti, di cui chiedo l'immdiato rilascio. firma ......................”
L’Assemblea Regionale Siciliana Premesso che: * in Iran, dopo lo svolgimento delle elezioni presidenziali, l’unilaterale proclamazione del conseguimento della vittoria da parte del Presidente Ahmadinejad e la conseguente contestazione del risultato, considerato dall’opposizione viziato da irregolarità, sono andate maturando gravi tensioni e si è creato un clima di grave instabilità; * numerose manifestazioni di protesta hanno avuto luogo con la partecipazione massiccia dei cittadini, ma sono state brutalmente represse da parte delle forze regolari di polizia o delle squadre paramilitari dei cosiddetti Basij; * i filmati che giungono dell’Iran, sia pure in un momento di inaccettabile oscuramento dell’informazione giornalistica, documentano in modo inoppugnabile le uccisioni di uomini e donne inermi, nonché l’arresto e la detenzione di numerosi dimostranti;
Considerato che:
* piena e convinta solidarietà va espressa a coloro che in Iran si impegnano per il rispetto della legalità, per la democrazia e i diritti umani, nonché appoggio e sostegno alla comunità iraniana in Italia ed in particolare ai giovani e agli studenti, impegnati in un’opera attiva di informazione dell’opinione pubblica; * è necessario assumere un coerente impegno di vicinanza e di fattiva solidarietà con le famiglie delle vittime, al fine di individuare forme di concreto sostegno alle loro istanze di carattere umano ed etico ed alle loro necessità di ordine materiale;
IMPEGNA IL PRESIDENTE DELLA REGIONE
E LA GIUNTA REGIONALE
* affinché sostengano la lotta per il rispetto dei diritti umani del popolo iraniano in tutti gli ambiti e nelle forme possibili, mettendo in atto forme concrete di sostegno e di solidarietà con la società civile di quel Paese e con la comunità iraniana presente sul territorio siciliano; * ad esporre, negli edifici sedi di organi ed enti regionali, per almeno 30 giorni e successivamente ogni giorno 20 del mese per almeno 6 mesi, un telo di colore verde e l’immagine della studentessa Neda Salehi Agha-Soltani, uccisa a Teheran il 20 giugno 2009 e divenuta il simbolo del movimento per i diritti umani in Iran; * ad invitare il Governo nazionale affinché non riconosca la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, almeno finché non siano sciolti i dubbi sulla legittimità del risultato elettorale, o non si siano svolte nuove elezioni, non sia cessata la repressione e non sia ristabilito un clima di dialogo e di rispetto della legalità; * ad esprimere al Governo nazionale la necessità che l’Unione Europea e la Comunità internazionale, pur nel mantenimento della disponibilità al dialogo e al confronto con la Repubblica islamica iraniana, tengano ferma la richiesta del ripristino di un clima di serenità che solo il rilascio degli arrestati, la fine della repressione e l’apertura reale di un confronto con l’opposizione possono assicurare in quel grande e travagliato Paese.
in Iran, dopo lo svolgimento delle elezioni
presidenziali, l´unilaterale proclamazione del conseguimento della
vittoria da parte del Presidente Ahmadinejad e la conseguente
contestazione del risultato, considerato dall´opposizione viziato da
irregolarità, sono andate maturando gravi tensioni e si è creato un clima
di grave instabilità;
numerose manifestazioni di protesta hanno avuto luogo
con la partecipazione massiccia dei cittadini, ma sono state brutalmente
represse da parte delle forze regolari di polizia o delle squadre
paramilitari dei cosiddetti Basij;
i filmati che giungono dell´Iran, sia pure in un
momento di inaccettabile oscuramento dell´informazione giornalistica,
documentano in modo inoppugnabile le uccisioni di uomini e donne inermi,
nonché l´arresto e la detenzione di numerosi dimostranti;
Considerato che:
piena e convinta solidarietà va espressa a coloro
che in Iran si impegnano per il rispetto della legalità, per la democrazia
e i diritti umani, nonché appoggio e sostegno alla comunità iraniana in
Italia ed in particolare ai giovani e agli studenti, impegnati in un´opera
attiva di informazione dell´opinione pubblica;
è necessario assumere un coerente impegno di
vicinanza e di fattiva solidarietà con le famiglie delle vittime, al fine
di individuare forme di concreto sostegno alle loro istanze di carattere umano
ed etico ed alle loro necessità di ordine materiale;
IMPEGNA IL PRESIDENTE DELLA REGIONE
E LA GIUNTA REGIONALE
affinché sostengano la lotta per il rispetto dei
diritti umani del popolo iraniano in tutti gli ambiti e nelle forme
possibili, mettendo in atto forme
concrete di sostegno e di solidarietà con la società civile di quel Paese
e con la comunità iraniana presente sul territorio siciliano;
ad esporre, negli edifici sedi di organi ed enti
regionali, per almeno 30 giorni e successivamente ogni giorno 20 del mese
per almeno 6 mesi, un telo di colore verde e l´immagine della studentessa
Neda Salehi Agha-Soltani, uccisa a Teheran il 20 giugno 2009 e divenuta il
simbolo del movimento per i diritti umani in Iran;
ad invitare il Governo nazionale affinché non
riconosca la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, almeno finché non siano
sciolti i dubbi sulla legittimità del risultato elettorale, o non si siano
svolte nuove elezioni, non sia cessata la repressione e
non sia ristabilito un clima di dialogo e di rispetto della legalità;
ad esprimere al Governo nazionale la necessità che
l´Unione Europea e la
Comunità internazionale, pur nel mantenimento della
disponibilità al dialogo e al confronto con la Repubblica
islamica iraniana, tengano ferma la richiesta del ripristino di un clima
di serenità che solo il rilascio degli arrestati, la fine della
repressione e l´apertura reale di un confronto con l´opposizione possono
assicurare in quel grande e travagliato Paese.
Prima di tutto vennero a prendere gli
zingari e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano
fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero
comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non c´era rimasto nessuno a protestare.
(Autore anonimo. Attribuita anche a Bertolt Brecht)
MOZIONE
Oggetto: Solidarietà con la lotta democratica del popolo iraniano
Il Consiglio Comunale
Esprime viva
apprensione e forte preoccupazione per quanto sta avvenendo in Iran, dove, dopo
lo svolgimento delle elezioni presidenziali, che hanno registrato un massiccio
afflusso alle urne, e in seguito all´unilaterale proclamazione del
conseguimento della vittoria da parte dell´ex presidente Ahmadinejad e la
conseguente contestazione del risultato, considerato non credibile e viziato da
gravi irregolarità, da parte dell´opposizione e da un ampio e determinato
movimento di opinione pubblica, sono andate maturando gravi tensioni e si è
andato creando un clima di grave instabilità;
ritiene inaccettabile
e assolutamente condannabile il ricorso alla violenza contro i manifestanti,
cui più volte, in forme talora crude ed efferate, hanno fatto ricorso sia le
forze regolari di polizia sia le squadre paramilitari dei cosiddetti "Basij"
condanna
in particolare, le uccisioni di uomini e donne inermi (che i filmati che
giungono dell´Iran, sia pure in un momento di inaccettabile oscuramento
dell´informazione giornalistica, documentano in modo inoppugnabile) e l´arresto
e la detenzione dei dimostranti
manifesta
viva e convinta solidarietà a coloro che in Iran si impegnano per il rispetto
della legalità, per la trasparenza della dimensione pubblica, per la democrazia
e i diritti umani, in piena coerenza con le posizioni più volte unanimemente espresse
e votate dall´ Assemblea Consiliare
conferma
pieno appoggio e sostegno alla comunità iraniana in Italia ed in particolare ai
giovani e agli studenti che si vanno esemplarmente impegnando in un´opera
attiva di informazione dell´opinione pubblica su quel che nel loro Paese va
avvenendo e per sostenere la battaglia di libertà dei loro connazionali in
patria
assume un
coerente impegno di vicinanza e di fattiva solidarietà con le famiglie delle
vittime, impegnandosi ad attivarsi per studiarne e metterne a punto forme di
concreto sostegno alle loro istanze di carattere umano ed etico ed alle loro
necessità di ordine materiale
Per
quanto sopra esposto
Il Consiglio Comunale
impegna
·Il Sindaco e laGiunta Comunale affinché, in tutti gli ambiti e nelle forme
possibili, sostengano la lotta per il rispetto dei diritti umani dei
democratici e del popolo iraniano e a mettere in atto forme concrete di
sostegno e di solidarietà con la società civile di quel Paese e con la
comunità iraniana presente sul territorio
·Il Sindaco, affinché- per almeno 30giorni e successivamente ogni giorno 20 del mese per
almeno 6 mesi - esponga al Palazzo delle Aquile un
telo verde e l´immagine della studentessa Neda
Salehi Agha-Soltaniuccisa a Theran il 20 giugno 2009 e divenuta
il simbolo del movimento per i diritti umani in Iran.
·Il Sindaco a dare inoltre mandato affinché la
commissione toponomastica si adoperi nel dedicare una strada o piazza ai
martiri dei fatti di questi giorni
·Il Sindaco ed il Presidente del Consiglio Comunale ad
invitareil
Governo nazionale affinché non riconosca la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad
finché non siano sciolti i dubbi sulla legittimità del risultato elettorale, o
non si siano svolte nuove elezioni (come richiesto dal candidato Moussavi e dall´opposizione
democratica), non sia cessata la repressione, non sia ristabilito un clima di
dialogo e di rispetto della legalità
·Il Sindaco ed il Presidente del Consiglio Comunale a fare appello all´Unione Europea e la Comunità
internazionale, affinchè pur nel mantenimento della disponibilità al dialogo e
al confronto con la Repubblica islamica iraniana, tengano ferma la richiesta
esigente del ripristino di un clima di serenità che solo il rilascio degli
arrestati, la fine della repressione e l´apertura reale di un confronto con
l´opposizione può assicurare in quel grande e travagliato Paese.
Solidarietà con la lotta democratica
del popolo iraniano
Il Consiglio ………………………………
esprime
viva
apprensione e forte preoccupazione per quanto sta avvenendo in Iran,
dove, dopo lo svolgimento delle elezioni presidenziali, che hanno registrato un
massiccio afflusso alle urne, e in seguito all’unilaterale proclamazione
del conseguimento della vittoria da parte dell’ex presidente Ahmadinejad e la conseguente contestazione del risultato,
considerato non credibile e viziato da gravi irregolarità, da parte
dell’opposizione e da un ampio e determinato movimento di opinione
pubblica, sono andate maturando gravi tensioni e si è andato creando un clima
di grave instabilità;
ritiene
inaccettabile
e assolutamente condannabile il ricorso alla violenza contro i manifestanti,
cui più volte, in forme talora crude ed efferate, hanno fatto ricorso sia le
forze regolari di polizia sia le squadre paramilitari dei cosiddetti “Basij”
condanna
in
particolare, le uccisioni di uomini e donne inermi (che i filmati che
giungono dell’Iran, sia pure in un momento di
inaccettabile oscuramento dell’informazione giornalistica, documentano in
modo inoppugnabile) e l’arresto e la detenzione dei dimostranti
manifesta
viva
e convinta solidarietà a coloro che in Iran si impegnano
per il rispetto della legalità, per la trasparenza della dimensione pubblica,
per la democrazia e i diritti umani, in piena coerenza con le posizioni più
volte unanimemente espresse e votate dall’ Assemblea Consiliare
conferma
pieno
appoggio e sostegno alla comunità iraniana in Italia ed in particolare ai
giovani e agli studenti che si vanno esemplarmente impegnando in un’opera
attiva di informazione dell’opinione pubblica su quel che nel loro Paese
va avvenendo e per sostenere la battaglia di libertà dei loro connazionali in
patria
assume
un
coerente impegno di vicinanza e di fattiva solidarietà con le famiglie delle
vittime, impegnandosi ad attivarsi per studiarne e metterne a punto forme di
concreto sostegno alle loro istanze di carattere umano ed etico ed alle loro necessità
di ordine materiale
impegna
la
Giunta affinché, in tutti gli ambiti e nelle forme possibili,
sostenga la lotta per il rispetto dei diritti umani dei democratici e del
popolo iraniano e a mettere in atto forme concrete di sostegno e di solidarietà
con la società civile di quel Paese e con la comunità iraniana presente sul
territorio
impegna
Il sindaco / presidente della
………….. affinché -per almeno
30giorni e successivamente ogni giorno 20 del mese per almeno 6 mesi-
espongaal Palazzo
delle Aquileuno telo
verde e l’immagine della studentessa Neda
SalehiAgha-Soltani uccisa a Theran il
20 giugno 2009e divenuta il simbolo del
movimento per i diritti umani in Iran. Da in oltre
mandato affinché la commissione toponomasticasia interessata per dedicare una strada o piazza ai martiri dei fatti di
questi giorni
invita
il
Governo nazionale a finché non riconosca a presidenza di MahmoudAhmadinejad finché non siano sciolti i dubbi sulla
legittimità del risultato elettorale, o non si siano svolte nuove elezioni
(come richiesto dal candidato Moussavi e
dall’opposizione democratica), non sia cessata la repressione,
non sia ristabilito un clima di dialogo e di rispetto della legalità
auspica
che
l’Unione Europea e la
Comunità internazionale, pur nel mantenimento della
disponibilità al dialogo e al confronto con la Repubblica islamica
iraniana, tengano ferma la richiesta esigente
del ripristino di un clima di serenità che solo il rilascio degli arrestati, la
fine della repressione e l’apertura reale di un confronto con
l’opposizione può assicurare in quel grande e travagliato Paese.
Rete Lilliputvia Siracusa, Isola delle Femmine 2 lilliputisola@... 091.7486341
E' da più di sei mesi che si sa di un pdl preparato da Giovanrdi per svuotare il SC del dettato di legge che lo lega alla difesa alternativa e quindi anche all'interposizione nonviolenta.
A febbraio è circolato il pdl di Giovanardi, che dà come unica finalità al SC
"il *convolgimento* nell'adempimento del dopvere della difesa della Patra",
cioè nulla; o meglio, anche il mettersi al servizio dei militari, come ormai da diversi anni si fa fare ai SC.isti inserendoli nella parata militare del 2 giugno .
Il 21 luglio la Consulta degli Enti del SC ha approvato questo pdl senza obiezioni rilevanti.
Per mia epserienza politica, il pdl verrà approvato in Consiglio dei Ministri il 15 agosto.
Cosicché a settembre, tornati dalle vacanze, omai la frittata sarà fatta.
Abbiamo la capacità di uno scatto di reni per chiedere un colloquio urgente con Giovanardi ed esprimere anche con un comunicato la nostra contrarietà ad annullare 30 anni di lotte e di sacrifici dei nonviolenti e degli obeittori di coscienza?
Tonino Drago
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In seguito alle proteste e alle mobilitazioni contro i risultati e i brogli
delle decime elezioni presidenziali in Iran, a cui hanno partecipato milioni di
iraniani in tutto il mondo, e in seguito alla dura repressione delle proteste
da parte del Governo di Ahmadinejad, gli arresti, le torture di centinaia di
cittadini iraniani attivi al livello politico e sociale, ci mobilitiamo ancora
una volta per esprimere la nostra solidarietà e dimostrare il nostro sostegno
verso il popolo iraniano e attuiamo per un
giorno lo sciopero della fame, che avrà inizio il giorno 24 Luglio, di fronte al Consolato
generale della Repubblica islamica dell'Iran. Tramite questo gesto vogliamo fare sentire al mondo la voce degli iraninani
che si battono per la giustizia e si oppongono alla dittatura e sostenerli in
questo percorso all'insegna della libertà e della democrazia. Questa battaglia
non si limita a un popolo in particolare o a un singolo paese, dovrebbe invece
coinvolgere tutti coloro che auspicano alla libertà.
Vi invitiamo a unirvi agli studenti iraniani di Milano in questa lotta, anche
per pochi minuti.
unitevi a noi e aumentiamo la potenza della nostra voce.
Francesco Locascio MIR
Rete Lilliput
On. Mina Welbydeputata radicale eletta nelle liste del Partito
Democratico
In seguito alle proteste e alle mobilitazioni contro i risultati e i brogli
delle decime elezioni presidenziali in Iran, a cui hanno partecipato milioni di
iraniani in tutto il mondo, e in seguito alla dura repressione delle proteste
da parte del Governo di Ahmadinejad, gli arresti, le torture di centinaia di
cittadini iraniani attivi al livello politico e sociale, ci mobilitiamo ancora
una volta per esprimere la nostra solidarietà e dimostrare il nostro sostegno
verso il popolo iraniano e attuiamo per un
giorno lo sciopero della fame, che avrà inizio il giorno 24 Luglio, di fronte al Consolato
generale della Repubblica islamica dell'Iran. Tramite questo gesto vogliamo fare sentire al mondo la voce degli iraninani
che si battono per la giustizia e si oppongono alla dittatura e sostenerli in
questo percorso all'insegna della libertà e della democrazia. Questa battaglia
non si limita a un popolo in particolare o a un singolo paese, dovrebbe invece
coinvolgere tutti coloro che auspicano alla libertà.
Vi invitiamo a unirvi agli studenti iraniani di Milano in questa lotta, anche
per pochi minuti.
unitevi a noi e aumentiamo la potenza della nostra voce.
Giro il messaggio di Shirin Ebadi che invita a dar voce alle madri iraniane che protestano per la morte e la scomparsa dei loro figli.
Ciao
Marianita
Messaggio di Shirin Ebadi alle Donne del Mondo chiedendo Solidarietà con le madri in lutto in Iran
Donne libere del mondo,
La situazione in Iran è peggio di quello che pensavamo.
La gente che era contro i risultati delle elezioni in Teheran e le altre città iraniane è andata in strade e in modo pacifico ha manifestato il suo dissenso, la risposta per loro sono state pallottole e bastoni, qualcuno ha potuto scappare ma in un'altra occasione sono stati arrestati di nuovo.
Radio e televisione ufficiali iraniane hanno confermato all'inizio 8 morti e dopo hanno parlato di 11 morti. 25 giorni dopo si è visto che tante persone non erano arrestate ma decedute senza informare le loro famiglie.
Le madri angosciate sono andate dappertutto per avere notizie del loro figli ma non hanno avuto risposte; ora che le madri pian piano prendono le salme del loro figli, si capisce che il numero dei morti era molto più grande di quello che era stato annunciato ufficialmente e nel momento della consegna
delle salme dicono che non dovete parlare con nessuno. Ma non si può nascondere la verità per sempre e non si può tenere il dolore nel petto a lungo, per questo ogni giorno le dimensioni del disastro davanti agli occhi degli iraniani appaiono più vaste.
Le madri che hanno perso i loro cari figli o i cui figli sono dispersi o in prigione hanno creato un comitato. I membri di questo comitato e le altre donne che sono solidali con loro ogni sabato pomeriggio alle ore 19.00 per un'ora si riuniscono in un parco in Teheran con vestito nero in segno del
lutto e in silenzio fanno sentire il loro dolore ai passanti.
Con le mie condoglianze a tutte le madri che hanno perso i loro cari figli per la libertà e la democrazia e con la mia solidarietà con le madri che ancora stanno cercando i loro figli dispersi e con il mio dispiacere perchè tanti giovani iraniani solo per loro attività civile e pacifica sono in prigione, chiedo a tutte le donne libere del mondo, di riunirsi ogni sabato sera dalle 19 del pomeriggio alle 20 in un parco della vostra città vestite di nero e far sentire la vostra solidarietà con le madri in lutto in Iran facendo sentire la loro voce al mondo.
Shirin Ebadi
Luglio 2009
_______________________________________________ Beati mailing list Beati@... http://www.beati.org/mailman/listinfo/beati
Giornata ecumenica e
interreligiosa per la liberazione dalle mafie
Una giornata aperta a nuove
prospettive quella cheha avuto luogo ad Archi CEP il 20 giugno. L’iniziativadel Gruppo locale SAE-Segretariato Attività Ecumeniche di organizzare una Giornata ecumenica ed interreligiosa per la
liberazione dalle mafie, è stata condivisa dalle comunità
ecclesiali che fanno parte del Consiglio delle Chiese Cristiane di Reggio
Calabria, dalla comunità Bahà’i, da quella Buddista
SokkaGakkai, da quella
islamica e dalle varie associazioni che operanoin favore della giustizia e della pace.
Non è, certo, una novità promuovere
una manifestazione di condanna della presenza sempre più prepotente
e invasiva della malavita organizzata.
La novità è il
cambiamento della prospettiva: non il solito proclama “contro” la
mafia ma la proposta “per”
la liberazione della collettività da un sistema perverso; la propostarivolta ai cristiani
delle diverse chiese, ai credenti delle varie religioni, di affrontare con la
coerenza di scelte dettate dalla fede la realtà con cui ogni giorno ciascuno
deve confrontarsi. La novità è mettersi in ascolto di chi ha acquisito
esperienza di come si opera sul campo per non fermarsi alle parole ma passare
ai fatti: ecco, quindi, una giornata d’incontro tra realtà diverse per
stringere nuove alleanze e aprire nuove piste.
La mattina si allestiscono gli stand e
l’area attorno alla chiesa si anima di voci e di colori: le divise degli
scout, gli striscioni e i cartelloni delle diverse associazioni ravvivano
l’atmosfera.
Ci sono i gazebo con i prodotti del commercio solidale, delle
cooperative sociali del Consorzio Goel e di Libera,
quello ecumenico e dell’intercultura con i libri della libreria
evangelica Claudiana e di CEM Mondialità e, ancora, il gazebo interreligioso e
quello, coloratissimo, dell’Associazione Ponti Pialesi
che, già nel nome, esprime la vocazione all’incontro e alla solidarietà.
L’aggregazione diventa festosa nel momento conviviale
dell’agape fraterna. Anche la pausa pomeridiana
offre l’opportunità di approfondire e completare scambi d’idee.
Nel pomeriggio
la tavola rotonda su “Esperienze e testimonianze”: AttilioScali,
sovrintendente del XV circuito della Chiesa valdese, presenta i relatori,
ciascuno dei quali rappresenta un’area d’impegno operativo nel
movimento di liberazione dal basso che, con le sue tangibili conquiste,
dimostra che le mafie non sono invincibili.
Mimmo Nasone è,
da tanti anni , alla guida del Gruppo locale
dell’Associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti e presente,
capillarmente, in tutta Italia.
Il suo
intervento s’incentra sulla realtà territoriale, sul significato di
questo nuovo incontro ad Archi, da considerare un passo avanti per la
ripartenza di un percorso iniziato tanti anni fa grazie al dinamismo profetico
di un prete, don Italo Calabrò, che ha saputo
restituire significato di linea programmatica al Vangelo delle Beatitudini.
E’ questa
la linea seguita, in questi anni, da Libera: riscoprire con orgoglio la nonviolenza
attiva per diventare operatori di Beatitudini.
Questo è il
messaggio costante di Cristo alle chiese. Non si deve dimenticare la guerra
quotidiana che si combatte nel territorio, per schierarsi a difesa di chi porta
il peso maggiore di questa guerra, le vittime del racket e dell’usura.
Per dare
speranza occorre proporre in positivo le piccole
storie di riscatto morale che pure ci sono. Occorre testimoniare quello in cui crediamo unendo le forze per valorizzare le differenze. E questa Giornata è importante perché segna la volontà di
costruire insieme.
Un altro
segmento di storia positiva, nell’ottica della
nonviolenza costruttiva, è quello che illustra Francesco Lo Cascio, di Palermo,
esponente del MIR-Movimento Internazionale della
Riconciliazione.
Anche qui, una
storia che inizia da lontano: la nonviolenza è nata al nord
ma è stata praticata al sud; storia di persone che hanno dedicato la
loro vita a costruire un mondo in cui la cultura della solidarietà e del
rispetto per la dignità di ogni persona non lasciasse spazio alla
prevaricazione del più forte sul più debole.
Punto di
riferimento basilare rimane Danilo Dolci, arrivato in
Sicilia negli anni ’50, quando un bambino era morto di fame, e dava vita
a quel grande progetto di ricostruzione morale e civile, imperniato sulla
formazione delle coscienze, che continua a crescere e a dare frutti attraverso
l’ opera di quanti ne hanno raccolto l’eredità.
Altro punto di
riferimento, nel campo specifico dell’ecumenismo operativo, il pastore valdese
Tullio Vinay, proveniente dal Piemonte, negli anni ’60
fondò
a Riesi il Servizio Cristiano, il cuiprincipale obiettivo
rimane, a tutt’oggi, l’affrancamento da ogni forma di schiavitù.
Più
o meno negli stessi anni, e con le stesse motivazioni ideali, un
altro pastore valdese, Valdo Pietro Panascìa, fondava
a Palermo il Centro Diaconale La
Noce, che continua ad offrire i suoi servizi finalizzati alla
educazione ad una cittadinanza consapevole e responsabile, nel rispetto dei
valori della laicità e del pluralismo.
Dall’impegno
lungimirante di personaggi di questa portata si è potuti arrivare, in Sicilia, al
costituirsi di organizzazioni di contrasto al sistema
mafioso come il Comitato “Addio Pizzo”e il Centro Siciliano di Documentazione “Peppino
Impastato”.
Non veniamo dal nulla.
Importante è proseguire, credere nell’efficacia dell’operare in
rete, impegnarci a consolidare i collegamenti.
E dall’importanza
dell’azione ecumenica prende l’avvio anchel’intervento di Vincenzo Linarello, Presidente del Consorzio Sociale Goel, natonella Locride per iniziativa di mons. Giancarlo Bregantini, allora vescovo della diocesi di Locri-Gerace, che,
dopo la sua partenza, ha dato vita ad un’Alleanza per la Locride
che va dal nord al sud
dell’Italia.
Portare l’impegno per la giustizia nel campo ecumenico e
interreligioso- afferma Vincenzo Linarello- è una
profezia di cui forse non cogliamo la portata.
Il sistema mafioso tiene sotto i piedi la nostra terra aprofitto di
pochissimi. Quelli che pagano di più sono
all’interno dell’organizzazione: l’80% di quelli che muoiono
sono tra di loro; il profitto va al 10%. Oltre alle
massonerie deviate e alle connivenze dei partiti politici sono tanti i complici
inconsapevoli.
Il sistema va decodificato per poterlo combattere: il primo passo da fare
è la presa di coscienza.
Quello che le organizzazioni malavitose temono di più è che s’infranga il
muro dell’omertà. Non bisogna avere paura di dire
la cruda verità.
E occorre l’efficienza:l'etica
deve divenire efficace, e non accontentarsi di essere
solo giusta. Non bastano le buone intenzioni,
ci vogliono risultati evidenti.
La
differenza non deve diventare diffidenza ma risorsa.
La
comunione è un’arma di cambiamento: la testimonianza più efficace è
mettersi in gioco,in
progettida costruire e realizzare
insieme.
La proposta: che anche a Reggio Calabria si realizzi una Comunità mutualistica, sulla linea decisa dall’Alleanza
per la Locride,
pervalorizzare ed esaltare le diversità, facendole convergere in
progetti concreti di cambiamento.
Davvero
toccante la testimonianza di un imprenditore, Tiberio Bentivoglio, che 18 anni
fa ha denunciato di aver subito l’imposizione del racket. Le vittime non
sono solo quelle ammazzate ma anche quelle che vivono oppresse dalla mafia;
dice la suarabbia
perché lo stato non è dalla sua parte: la casa ipotecata per non aver potuto
pagare le tasse, la banche gli hanno tolto il credito,i vicini di casa non lo salutano perché
vedono i carabinieri che girano attorno. Paura di non poter avere più una vita normale.
La Giornata si conclude con la lettura di testi delle varie religioni sulla
giustizia e canti di pace eseguiti dal coro ecumenico internazionale.
E' vero che per la Legge 14 novembre 2000, n. 331 il servizio di leva è stato sospeso; ma esso non è stato soppresso, perché la Costituzione (art. 52) non ammette la soppressione. Quindi, restando questo obbligo potenzialmente sempre incombente sulla vita nazionale, non possono essere soppressi i corrispondenti elenchi delle persone soggette al servizio di leva né quello degli obiettori degli anni passati.
RICHIESTA AL MINISTRO GIOVANARDI DI REGISTRARE LA PROPRIA DICHIARAZIONE DI OBIEZIONE ALLE GUERRE E DI PUBBLICIZZARE L´ALBO
Si invitano tutti coloro che si ritengono obiettori alle guerre di rendersi visibili pubblicamente, così da rendersi un chiaro soggetto politico della politica italiana. Per tale scopo basta inviare una lettera al Ministro Giovanardi.
Riteniamo che sia importante che ognuno che aderisce non lo faccia con una semplice firma di adesione-opinione, ma esprimendo, sinteticamente ma significativamente, la propria convinzione di voler essere dichiarato dallo Stato obiettore di coscienza alle guerre.
Per questo motivo la lettera è concepita con una prima parte generale e una parte personale; chi aderisce, aggiunge alla prima parte la sua versione e la spedisce: - per posta al Ministro Sen. Carlo Giovanardi, Palazzo Chigi, 00100 Roma
- a PeaceLink che aprirà una pagina apposita con l´elenco degli obiettori (cliccare su http://www.peacelink.it/campagne/person.php?id=83&id_topic=4).
Si chiederà al Ministro Giovanardi di rispondere entro la metà di settembre 2009. Se entro questa data non si riceverà risposta, si darà mandato ad un avvocato di ricorrere al TAR, ed eventualmente alla corte di Strasburgo per la difesa dei diritti dell´uomo. Si è costituito un gruppo di avvocati, i quali, per solidarietà politica, sono disponibili a sostenere il ricorso.
FAX-SIMILE DELLA LETTERA
On. Ministro Sen. Carlo Amedeo Giovanardi, come Le è ben noto, la legge 230 del 1998 all´art. 1 recita: I cittadini che, per obbedienza alla coscienza, nell´esercizio del diritto alle libertà di pensiero, coscienza e religione riconosciute dalla Dichiarazione universale dei diritti dell´uomo e dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, opponendosi all´uso delle armi, non accettano l´arruolamento nelle Forze armate e nei Corpi armati dello Stato, possono adempiere gli obblighi di leva prestando, in sostituzione del servizio militare, un servizio civile, diverso per natura e autonomo dal servizio militare, ma come questo rispondente al dovere costituzionale di difesa della Patria e ordinato ai fini enunciati nei "Principi fondamentali" della Costituzione.
Ora è vero che per la Legge 14 novembre 2000, n. 331 il servizio di leva è stato sospeso; ma esso non è stato soppresso, perché la Costituzione (art. 52) non ammette la soppressione. Quindi, restando questo obbligo potenzialmente sempre incombente sulla vita nazionale, non possono essere soppressi i corrispondenti elenchi delle persone soggette al servizio di leva né quello degli obiettori degli anni passati. Infatti la stessa legge 230/1998 recita all´Art. 13:
1. Tutti coloro che abbiano prestato servizio civile ai sensi della presente legge... sono soggetti... al richiamo in caso di pubblica calamità. 2. L´Ufficio nazionale per il servizio civile tiene apposito elenco dei cittadini soggetti a richiamo ai sensi del comma 1....
4. In caso di guerra o di mobilitazione generale, gli obiettori di coscienza che prestano il servizio civile o che, avendolo svolto, siano richiamati in servizio... sono assegnati alla protezione civile ed alla Croce rossa.
Tutto ciò affinché lo Stato abbia l´elenco complete di coloro che sono richiamabili (che siano obiettori o no) per una eventuale difesa della Patria da ogni calamità pubblica. Quindi presso l´UNSC esiste per legge un elenco degli obiettori italiani alla Guerra per motivi di coscienza. Infatti Lei, a norma della legge 2 Agosto 2007 n. 130 cancella chiunque degli 800.000 obiettori di coscienza della storia italiana glielo chieda. Le chiedo di renderlo pubblico, essendo l´obiezione alla Guerra un atto pubblico.
Inoltre, in questo periodo in cui il servizio di leva è sospeso, lo Stato ignora quali siano, tra le persone potenzialmente richiamabili nel caso di una emergenza bellica o di pubblica calamità, gli obiettori e quali non (lo stesso vale per tutti quelli che nel passato sono stati esonerati dal servizio di leva per i motive i più vari; ad es., ammogliato con prole). Ciò è grave perché nel caso di una mobilitazione generale lo Stato non potrà dare ai milioni di persone coinvolti il tempo adeguato per decidersi tra l´obiezione e non, né tanto meno potrà dare alla sua burocrazia il tempo sufficiente per registrare tutte le opzioni compiute; che negli ultimi anni della effettuazione del servizio di leva ammontavano a quasi la metà dei giovani interessati; quindi un numero tale da mettere a durissima prova il lavoro ordinario di qualsiasi ufficio. Ne andrebbe della efficacia della mobilitazione, con grave danno per la risposta che lo Stato dovrà effettuare.
Quindi ai fini di una minima efficienza della difesa della Patria, sia quella armata, che non può essere intralciata da un referendum all´ultimo momento, sia quella non armata (dichiarata equivalente dalle sentenze della Corte Costituzionale, ad es. la 228/04), che non può essere improvvisata in ventiquattr´ore e alla quale noi vogliamo contribuire con azioni nonviolente, occorre avere preventivamente chiare le potenzialità di ambedue i tipi di difesa, compilando anno per anno l´albo degli obiettori di coscienza.
D´altra parte ritengo che debba essere possibile entrare nell´elenco degli obiettori, alla pari di come è possibile uscirne; in quanto varie sentenze della Corte Costituzionale e la legislazione vigente in Italia sulla difesa alternativa a quella militare riconoscono il diritto soggettivo dell´obiettore di essere riconosciuto come tale su semplice domanda allo Stato; e ciò anche per l'art. 9 (libertà di espressione del pensiero) in "combinato disposto" con l'art. 14 (principio di non discriminazione) della CEDU; quindi ritengo un diritto inalienabile di coscienza il dichiararsi obiettore davanti allo Stato e ritengo un dovere dello Stato registrare questa decisione nell´apposito albo gestito dall´UNSC. E poiché tutti possono contribuire ad una difesa civile non armata e nonviolenta non ritengo un ostacolo all´iscrizione all´albo degli obiettori l´essere al di fuori della fascia d´età prevista per la mobilitazione armata, o l´essere donna o l´avere lo status di religioso; infatti la difesa non armata si basa sulla solidarietà di tutti coloro che vogliano contribuire ad essa volontariamente. Quindi Le chiedo che l´albo degli obiettori sia aperto a tutti i maggiorenni che ne facciano richiesta e a me in particolare.
SEGUE LA PARTE PERSONALE DELLA LETTERA (ESSENZIALE!), DOVE ESPRIMERE LA PROPRIA CONVINZIONE DI ESSERE OBIETTORE ALLE GUERRE. AL MINIMO AGGIUNGERE:
Dalla mia esperienza della vita sociale e dalla mia riflessione ho maturato la convinzione di dichiararmi davanti allo Stato obiettore di coscienza a causa delle mie profonde convinzioni [o filosofiche, o morali, o religiose] e pertanto [di iscrivermi all´albo degli obiettori italiani; O, SE SI È FATTO IL SERVIZIO CIVILE DA OBIETTORE: di rinnovare la mia iscrizione all´albo] e di renderlo pubblico.
MOLTO MEGLIO SE SI AGGIUNGE: Di questa mia convinzione testimoniano le seguenti azioni: AGGIUNGERE I FATTI PERSONALI OGGETTIVI CHE TESTIMONIANO LA CONVINZIONE ( SE NE DA´ UN ELENCO INDICATIVO ): - Partecipazione a manifestazioni compiute contro la guerra o per la pace
- Partecipazione a manifestazioni compiute a favore dell´obiezione di coscienza al servizio di leva - scelta del servizio civile come servizio di leva - scelta del servizio civile volontario - studi per la pace
- lavoro professionale per la pace [spiegare il senso] - lavoro educativo per la pace - adesione alle associazioni nonviolente [MIR, MN, PBI, Pax Christi] o alle ONG che lavorano per la pace all´estero - fede [cristiana o buddista o induista] che mi avverte di non uccidere mai
- obiezione fiscale alle spese militari negli anni x- y , con n. z pignoramenti subiti - versamento del 5o/oo a [la Chiesa Cattolica, in quanto essa ne destina una parte consistente all´intervento di difesa nonviolenta all´estero compiuto dalla Caritas; OPPURE: la Chiesa Valdese perché sostiene le Peace Brigades International che difendono nonviolentemente i minacciati di morte nel mondo
- versamento volontario alla voce Difesa civile non armata e nonviolenta del bilancio dell´UNSC per sostenere questo tipo di difesa che le leggi attribuiscono allo Stato - ..............................................
da Famiglia Cristiana n. 28 del 12 luglio 2009 - Direttore: Antonio Sciortino
di Ahmad Gianpiero Vincenzo
COSÌ CAMBIA IL MEDIO ORIENTE - IRAN PARLA SHIRIN EBADI, L’IRANIANA PREMIO NOBEL PER LA PACE VINCERÀ IL POPOLO
«Questa è la rivoluzione della gente, in Iran si è ormai diffusa una mentalità democratica che finirà con l’imporsi». «sono laica ma in carcere ho pregato molto».
Shirin Ebadi è stata il primo magistrato donna dell’Iran. Con la Rivoluzione del 1979 le fu revocata l’autorizzazione e solo nel 1992 le è stata data la possibilità di aprire uno studio di avvocato. Da allora difende, gratuitamente, i perseguitati politici e le vittime del regime. Come Zahra Bani-Yaghub, 27 anni, medico. Sedeva in un parco con il suo fidanzato quando fu arrestata dagli agenti della "buoncostume". Due giorni dopo il corpo fu restituito alla famiglia: suicidio. Shirin Ebadi è riuscita a dimostrare che nella cella dove si trovava era impossibile impiccarsi. Anche per questo nel 2003 le è stato conferito il premio Nobel per la pace.
La Ebadi è arrivata in Italia grazie alla Fondazione "Alexander Langer" e ha parlato alla Regione Toscana, al Senato e alla Camera. Continuerà a sensibilizzare gli animi su quanto sta accadendo, poi tornerà in Iran, dove per lei potrebbe iniziare una nuova stagione di lavoro oppure aprirsi la porta del carcere.
«Sono già stata in carcere. Mi hanno sempre tenuta in isolamento. Per fortuna sono di piccola statura, altrimenti non mi sarei potuta sdraiare nel buco di cemento dov’ero rinchiusa. Non ci davano un cuscino, un libro, nulla. Non c’erano finestre e la luce era sempre accesa, così si perdeva anche la cognizione del tempo. Alla fine si cominciano ad avere le allucinazioni: gli psicologi la chiamano "tortura bianca"».
Nell’immaginario di molti, l’Islam corrisponde al male. Combattere il regime significa combattere l’Islam?
«La divisione tra religione e Stato è imprescindibile, lo dimostra il fallimento della Rivoluzione iraniana. In tal senso sono assolutamente laica. Da un altro punto di vista, però, sono molto legata alla mia estrazione musulmana. Nutro un profondo rispetto per la religione e, insieme a me, anche gli iraniani che ogni notte gridano "Iddio è grande" dai tetti delle case. Io non sarei sopravvissuta al carcere se non avessi potuto pregare. Laicità non significa disprezzo della fede, anzi. È il solo modo per difendere la religione dalle strumentalizzazioni del potere».
All’inizio lei ha sostenuto la Rivoluzione, poi ne ha preso le distanze...
«Innescare cambiamenti politici con rivoluzioni è inaccettabile, comporta un prezzo di sangue troppo alto e ingiustizie intollerabili. Però devo ammettere che ci sono stati anche risultati positivi nella coscienza del nostro popolo. Prima del 1979, l’Iran era asservito alla politica statunitense, una condizione di sudditanza che aveva fatto perdere alla popolazione ogni fiducia nel Paese. Con la Rivoluzione gli iraniani sono tornati a essere artefici del proprio destino».
Nel 1989 Khamenei, grande nemico di Moussavi, ha preso il posto di Khomeini come Guida suprema.
«Khomeini aveva un carisma che l’attuale Guida non potrà mai avere».
C’è chi ritiene che Moussavi, primo ministro dal 1980 al 1989, sia troppo legato all’establishment per guidare l’Iran a un cambiamento profondo.
«Non sono i politici i protagonisti della contestazione ma il popolo. La democrazia è una cultura, non si può imporre ma si sviluppa tra la gente. Gli ultimi avvenimenti hanno creato e diffuso in Iran una mentalità democratica che alla fine arriverà a imporsi. È solo questione di tempo. Alcuni politici potrebbero aiutare il processo, altri ritardarlo, ma bisogna lasciare al popolo l’iniziativa di scegliersi i propri rappresentanti».
Lei entrerà in politica?
«Non sono un politico ma un difensore dei diritti umani. I politici sono alla testa del popolo, devono interpretarne le esigenze e guidarli verso la loro realizzazione. Io mi colloco dietro al popolo e la mia funzione è di controllare che i politici rispettino i diritti fondamentali della gente».
L’idea di far coincidere lo sciopero generale con il periodo tradizionale di ritiro spirituale in moschea è molto significativa. Quali saranno adesso i prossimi passi della contestazione?
«È presto per dirlo. Però adesso tutti dovrebbero aver capito che l’islam è contro la frode e le bugie, l’uccisione di innocenti, l’incarcerazione di 1.200 persone, in massima parte giovani. Nei filmati si vede che i cecchini hanno ucciso sparando dal tetto di palazzi governativi e la polizia ha attaccato alle tre di notte il dormitorio degli studenti universitari, facendo 5 vittime. Il regime non ha più giustificazione dal punto di vista religioso e ha perso ogni credibilità dal punto di vista politico. D’altra parte il popolo non è solo, sempre più spesso i religiosi si schierano con i democratici. Anche l’Associazione degli insegnanti del seminario di Qom, una delle più importanti città sante, ha messo in dubbio l’imparzialità del Consiglio dei guardiani, che ha ratificato il risultato delle elezioni. I religiosi hanno anche chiesto che siano rilasciati gli arrestati e puniti coloro che hanno ordinato i pestaggi e le uccisioni».
Cosa si aspetta da Europa e Usa?
«Più senso di responsabilità. Da quando si è saputo che Nokia e Siemens hanno venduto al regime la tecnologia per controllare l’identità degli utenti della Rete, suggerisco di boicottare i cellulari Nokia. Stiamo pensando di ricorrere contro le multinazionali in sede di Ue e Onu. Devono capire il male che hanno fatto. Gli agenti del regime hanno bloccato la mia casella di posta elettronica e l’hanno utilizzata per inviare false mail a mio nome. Hanno creato un finto sito democratico, invitando le vittime dei pestaggi a denunciare le violenze, fornendo i loro nomi e cognomi, quindi li hanno tutti arrestati. Hanno imprigionato persino Ebrahim Yazdi, un oppositore di quasi ottant’anni, mentre era ricoverato in ospedale. La comunità internazionale è per noi importante. Vorremmo nuove elezioni sotto controllo dell’Onu. Quando l’Iran aderirà al Tribunale penale internazionale, io potrò andare in pensione. Però occorre che le istituzioni internazionali assumano fino in fondo il loro ruolo di garanti».
Farian Sabahi, docente presso l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere. Per Bruno Mondadori ha scritto Storia dell'Iran (dal 1892 a oggi)
Cosa si può fare per aiutare la società civile iraniana?
Decine di studenti, politici e giornalisti sono stati arrestati. A difenderli sono un pugno di avvocati coraggiosi, alcuni dei quali militano nel gruppo per la difesa dei diritti umani diShirin Ebadi, Nobel per la pace 2003. Nei giorni scorsi alcuni di loro sono stati arrestati, come Dadkhah e Soltani, noti per le loro battaglia a favore dei diritti politici e civili dei cittadini iraniani. Per tirarli fuori di galera ci vorrebbe un collegio di difesa internazionale e sarebbe il momento affinché i loro colleghi avvocati (anche italiani) riuscissero a dimostrarsi solidali, non solo a parole ma con inziative pratiche.
Ne ho parlato con l’avvocato Fulvio Gianaria, penalista di Torino. Mi ha messa in contatto con Renato Borzone, suo collega, a cui ho appena mandato una mail con i nomi degli avvocati arrestati a luglio a Teheran.
Si potrebbe procedere in tre fasi, per non lasciare soli gli avvocati iraniani, per consentire agli oppositori di potersi difendere, in tutte le sedi, anche e soprattutto nelle terribili condizioni in cui sono.
1. Chiedere all’Ordine degli avvocati di scrivere un comunicato da diffondere ai mezzi di comunicazione e da mandare alle sedi diplomatiche della Repubblica islamica dell’Iran a Roma e a Londra 2. Chiedere i visti per un gruppo di avvocati che costituiscono un collegio internazionale di difesa 3. Fare in modo che questi avvocati possano andare a trovare i loro colleghi in carcere a Teheran.
Sarebbe, lo so, solo un piccolo contributo, ma è di iniziative come queste, dal basso, in attesa che riescano a muoversi le diplomazie internazionali, che potrebbero aver bisogno gli oppositori e i riformisti iraniani. Avete altre idee?
Articolo della rubrica “Resistenza e pace” in uscita sul prossimo numero del quindicinale di Assisi, Rocca (rocca@... )
In occasione del cosiddetto G8 a L’Aquila la stampa mondiale ha concentrato la sua attenzione sull’Italia e sul suo Primo ministro, in unmomento non molto felice della sua fama. E poiché tra i giornali stranieri non ce n’è nessuno di proprietà di Berlusconi, tutti, nella loro copertura informativa, hanno descritto con toni molto crudi e severi le abitudini del leader italiano, l’inconcepibile intreccio tra la sua vita pubblica e privata, la confusione tra sedi rappresentative del potere e case di piacere, il contrasto tra la sua politica di lesina e di rinunzie per i cittadini, e il suo uso spregiudicato del denaro per comprarsi cose e persone, e non solo donne, diffondendo così corruzione in tutto il Paese. Alcuni giornali sono andati sopra le righe nello scherno, ma a parte questi eccessi l’informazione è stata obiettiva; e la domanda piena di meraviglia dei giornali stranieri era: “come mai gli italiani amano tanto Berlusconi e se lo tengono al potere?”.
Ma, complice la scarsa conoscenza che la stampa estera ha delle cose italiane, questa non era la domanda giusta. La domanda giusta è: “come mai Berlusconi non è ancora caduto?”. E qui la risposta giusta non è, come qualcuno ha detto, che Berlusconi si è salvato col vertice dell’Aquila, per averlo saputo così bene organizzare e senza inciampare in nessun incidente di percorso, come per esempio avrebbe potuto essere una vera conferenza stampa nella quale ai giornalisti fosse concesso fare domande. In realtà il G8, pur fatto sponsorizzare dal terremoto, non ha migliorato la posizione del presidente del Consiglio: perché ha mostrato come egli ormai cammini sulle uova, e ciononostante continui a fare clamorosi errori, a cominciare da uno sfrontato spreco di denaro pubblico, come quello profuso per trasformare in un grande complesso alberghiero la cittadella della Finanza, che non è di proprietà dello Stato ma di un gruppo di banche a cui lo Stato l’aveva venduta e a cui paga un salatissimo affitto, e che ora incassano l’incremento di valore dell’area; o come l’errore di volersi ingraziare gli ospiti stranieri regalando loro scrigni di mogano rifiniti in foglie d’oro e altri monili, e perfino un “libro” sul Canova, con una “copertina” in marmo pregiato del peso di 24 chili, carta fatta a mano e rilegatura in broccati di seta e fili d’oro; cosa che se ha potuto impressionare gli ospiti culturalmente più deboli, ha peggiorato l’immagine dell’Italia all’estero che oltre ad apparire “libertina” (come scrisse l’Economist) e “crudele” (come dice l’ONU per i “respingimenti”), si mostra ora anche pacchiana, come la sua raffinata civiltà non meriterebbe.
In realtà in nessun Paese di serie tradizioni democratiche un capo del governo così moralmente e politicamente sinistrato starebbe ancora al suo posto. I meccanismi di autotutela e di decoro propri di una democrazia, avrebbero già provveduto al cambiamento. Se in Italia ciò non accade è perché, con lucida premeditazione o con sciocca imprevidenza, da quindici anni si è costruito un sistema privo di qualsiasi uscita di sicurezza che rischia continuamente di trasformare la politica da farsa in tragedia. Al vincitore politico pro tempore si è dato un potere blindato, incontrollabile dal Parlamento, non perseguibile dalla magistratura,insindacabile da altri poteri dello Stato ormai ridotti a grida manzoniane, e legittimato da una cultura della governabilitàche in realtà è la cultura dell’ “oggi a te domani a me”, per cui la stessa opposizione non immagina nemmeno di poter far cadere il governo “prima della fine naturale della legislatura”, e perfino nelle mozioni di censura lo loda. Ma in questo tempo di governabilità inviolabile si possono fare leggi razziali e liberticide, trasformare gli stranieri in criminali, disfare la scuola e usare le tasse dei poveri per fare i condoni ai ricchi, e compromettere la stessa democrazia.
In questa situazione di impotenza politica e di inagibilità istituzionale, è vero, come dice Berlusconi, che il governo non può cadere che per un “complotto”; ma ciò perché il vero complotto c’è stato già prima, con l’aver creato un sistema di potere immunizzato da ogni interferenza esterna. Pertanto l’unica insidia può venire dall’interno, può venire da soci, alleati, clienti, beneficati, famigli, e perciò prendere le forme di un complotto. Se questo ancora non accade è perché il potere di tutti questi soggetti è inscindibilmente legato al potere del premier: se cade lui, tutti gli altri diventano nessuno. Ma la dipendenza è reciproca: e ciò spiega perché Berlusconi deve fare tutto quello che gli chiedono i suoi alleati, e dichiara esplicitamente di farlo per non cadere; e quanto più è personalmente indebolito, tanto più lo deve fare; e perciò, come anatra zoppa, egli è più pericoloso di quando era in pieno fulgore; perché i veri padroni del governo diventano i ministri della Lega, i colonnelli di AN e i padroni del mercato.
Per dovere personale di coscienza - e anche ritenendo di interpretare gli amici con cui lavoro solitamente ( p. es. www.ilfoglio.info e altri gruppi di impegno e di studio) – diffondo, tra tanti testi esemplari, due articoli: uno di Livio Pepino, magistrato e studioso autorevole, l’altro di Toni Ferigo, sindacalista esperto di immigrazione.
Sono stati scritti entrambi prima della promulgazione, da parte del Presidente Napolitano, con grave eccezionale riserva costituzionale, della legge detta “pacchetto sicurezza”. Ma sono documenti che denunciano con chiarezza gli sciagurati effetti giuridici del razzismo che infetta lo strato più corrotto e involgarito del nostro popolo, attivamente ubriacato di ignoranza e di egoismo; razzismo che viene esibito e praticato da vari elementi del governo in carica, e passivamente seguito da altri. Anche se quelli della citata legge fossero provvedimenti inefficaci e soltanto demagogici, sarebbero incivili e detestabili.
Leggi che rendono inferiori alcune persone sono leggi contro tutta l’umanità.
Questo governo degrada l’Italia, raccoglie i frutti dell’attiva corruzione popolare compiuta con i media bassamente commerciali e corrivi, e svende ogni valore civile e umano in cambio di potere privato. Grande è la responsabilità delle forze morali, in primo luogo la chiesa cattolica, per avere spesso trescato con questa invasione mercantile della politica.
Oggi la sinistra è di fatto extra-parlamentare, e la maggioranza di governo è extra-costituzionale.
Infatti, il costituzionalismo è, nella sua essenza, limitazione e bilanciamento dei poteri, nessuno dei quali può essere illimitato, accumulato, predominate, a servizio di se stesso, elusivo delle regole, contrario agli universali diritti umani.
Per questi motivi, da tempo abbiamo indicato la illegittimità costituzionale del berlusconismo, se la Costituzione non è solo uno strumento formale manipolabile, ma una linea storicamente obbligatoria di civiltà politica. Da Tocqueville a Rosmini, alle più alte voci contemporanee, è stato segnalato che non c’è solo il dispotismo dei tiranni, ma anche la dittatura delle maggioranze, possibile anche in parlamenti eletti democraticamente, dispotismo rivestito di apparente legalità.
È necessario che ogni cittadino di coscienza e intelligenza, e ogni luogo di riflessione e mezzo di comunicazione, insorgano moralmente e politicamente per salvare e affermare la civiltà costituzionale.
Occorre in Italia una resistenza costituzionale; occorre la disobbedienza civile alle leggi razziali, disobbedienza personale e organizzata, con la forza della nonviolenza; occorre l’opposizione politica consapevole e unitaria di una “coalizione costituzionale”, che faccia estremo appello alla coscienza civile e umana del nostro popolo e della comunità dei popoli.
Saranno capaci le culture democratiche di salvare il Paese dall’assalto della mentalità disumana, della barbarie del potere senza regole, nemico dei deboli e bisognosi?
Nelle piccole possibilità dei nostri mezzi, intendiamo fare la nostra parte di dovere, sia di accusa e denuncia, sia soprattutto di costruzione culturale e morale di ciò che ci fa umani, nella convivenza giusta.
L'ennesimo «pacchetto» sulla sicurezza è, dunque, legge. Gli ingredienti sono quelli di sempre: nuovi reati, inasprimenti di pena (ovviamente solo per alcuni, come i graffitari destinatari di un trattamento per certi aspetti più grave di quello riservato a corrotti e corruttori), accentramento e gerarchizzazione degli uffici giudiziari (con attribuzione al Tribunale di sorveglianza di Roma del controllo sulla applicazione dell'art. 41 bis) e via elencando sulla strada della costruzione di un «codice dei briganti» contrapposto a quello dei «galantuomini».
Ma questa volta c'è di più. C'è da un lato, l'istituzione delle «ronde» (senza neppure le cautele minime di limitazioni e controlli tesi a impedire la costituzione di associazioni gerarchizzate composte da persone condannate per reati di violenza o per il compimento di atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi) e dall'altro una ulteriore escalation della normativa contro i migranti.
Un decennio di proibizionismo non ha impedito né limitato l'immigrazione. Semplicemente - come era ovvio - ha aumentato a dismisura le situazioni di irregolarità. Il «braccio armato» per fronteggiare (o fingere di fronteggiare) tale situazione è stato, all'inizio, il meccanismo delle espulsioni rafforzato dal trattenimento di una quota di irregolari nei Cpt. Ma anche questo non è bastato, non poteva bastare. Così viene ora messo in campo l'armamentario del diritto penale: non contro il migrante che delinque ma contro il migrante in quanto tale. Con l'introduzione del reato di «immigrazione irregolare», infatti, è il migrante che diventa reato.
Inutile minimizzare con il rilievo che il reato prevede come sanzione la sola ammenda, quasi si trattasse di un semplice proclama. La nuova fattispecie è, infatti, il tassello centrale di un mosaico inquietante. In particolare: a) il reato si aggiunge alla detenzione amministrativa nei Cpt (modificati solo nel nome), confermata e dilatata nel tempo fino a un massimo di sei mesi; b) l'esistenza del reato vale a legittimare, a fronte degli altrimenti evidenti profili di incostituzionalità, la cosiddetta aggravante della irregolarità, introdotta con la legge n. 125/2008, in forza della quale ove un reato sia commesso da uno straniero privo di titolo di soggiorno la pena è aumentata di un terzo (con conseguente significativo aumento del carcere per la sola condizione di "irregolarità"); c) la criminalizzazione dello status di irregolare porta con sé conseguenze gravissime per la vita del migrante privo di titolo di soggiorno, tra cui la assoluta impossibilità di sanare la propria posizione anche in caso di sopravvenienza delle condizioni che astrattamente lo consentirebbero, la sostanziale preclusione all'accesso in concreto ad alcuni servizi pubblici essenziali (anche in tema di sanità) dato l'obbligo di denuncia gravante sul pubblico ufficiale che tali servizi deve rendere, l'impossibilità di contrarre matrimonio e, addirittura, di riconoscere i figli essendo richiesta, per il compimento di tali atti, l'esibizione all'ufficio dello stato civile del titolo di soggiorno.
Dunque, non solo reato di immigrazione clandestina ma sistema teso a realizzare una condizione permanente di inferiorità del migrante irregolare: considerato ad ogni effetto «un delinquente», assoggettabile ad libitum a detenzione amministrativa per mesi, privato della possibilità di regolarizzare la propria posizione, espropriato di alcuni diritti fondamentali (che, come tali, competono a tutti e non ai soli cittadini). Così si porta a compimento il disegno di considerare il migrante un nemico da cacciare e, ove ciò non sia possibile (sappiamo tutti - e il governo per primo - che l'immigrazione non si cancella con le espulsioni...), un cittadino inferiore, titolare di diritti dimezzati. Inutile dire che entrambi i profili hanno ricadute drammatiche sul sistema complessivo. Anzitutto, considerare il migrante come nemico ha un effetto devastante, descritto in maniera icastica da Primo Levi in «Se questo è un uomo»: «a molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ogni straniero è nemico. Quando questo avviene, allora, al termine della catena sta il lager...». In secondo luogo, la inferiorizzazione del migrante comporta una grave torsione del sistema democratico e delle regole della convivenza. La modernità ha come segno caratterizzante, nel diritto, l'uguaglianza dei cittadini mentre la nuova condizione giuridica dello straniero ci riporta a situazioni premoderne caratterizzate da un doppio livello di cittadinanza, come quella dell'antica Atene in cui la piena partecipazione dei cittadini era assicurata dalla mancanza di diritti dei meteci.
Se così è non basta considerare l'approvazione della legge una semplice battaglia perduta.
***
Il reato di clandestinità di Toni Ferigo(responsabile dell'Area immigrazione, Cisl) 8 luglio 2009 Ingiusto perché: gli irregolari presenti in Italia quando sono entrati non hanno commesso alcun reato e però, una volta qui, non possono regolarizzarsi. Infatti, anche trovando un lavoro, quest'ultimo non può che essere "in nero". In assenza di una "sanatoria", gli irregolari non possono uscire dalla condizione di clandestinità. In anni passati si usavano i "decreti flussi" decisi ogni anno; ciò permetteva di regolarizzare coloro i cui datori di lavoro desideravano mettere in regola dopo averli "provati" in nero. In altre parole, si faceva finta che un datore di lavoro volesse assumere una persona chiamandola dal suo Paese di origine, anche se in realtà da anni si trovava in Italia dove lavorava in nero. Con la Bossi-Fini si era anche abolita la possibilità di "invitare con garanzia" (attraverso lo sponsor) un cittadino straniero. Insomma, oggi in Italia si entra regolarmente solo se un datore di lavoro si impegna ad assumere uno sconosciuto.... Da quasi due anni il governo non emana decreti flussi, le domande presentate nel 2007 devono ancora ottenere risposta. Ecco come si è fatto aumentare il fenomeno della clandestinità.
Inutile perché: trovato un clandestino si dovrebbe fare un processo davanti al giudice di Pace, si dovrebbe far pagare una multa, si dovrebbe trattenere il clandestino in un Centro e poi accompagnarlo nel suo Paese. Gli irregolari in Italia sono circa un milione, moltissimi sono noti alle forze dell'ordine, ne fermeranno 100, 200 mila? Quante multe saranno davvero pagate? Quanti processi (esame di incostituzionalità)? Quanti posti da creare nei Centri di espulsione?
Intollerabile perché: un effetto il provvedimento lo produrrà. Farà paura soprattutto ai clandestini onesti. Saranno questi infatti a rischiare la perdita di servizi anche minimi che oggi comunque hanno, per la salute, per la scuola dei figli, la possibilità di movimento senza paura. Se lavorano per datori di lavoro senza scrupoli saranno più ricattabili. Lo stesso per proprietari di casa. Insomma, saranno i più deboli e onesti a rischiare e pagare di più.
Pericoloso perché: il rischio è che i clandestini si nascondano sempre di più e che nascano organizzazioni di servizi clandestini per la sanità, per la scuola, per la sicurezza; e che in queste organizzazioni (già esistenti in qualche comunità straniera) si infili la malavita. Certamente queste norme del "pacchetto sicurezza" regalano un milione di potenziali clienti a servizi privati. Le mafie ringraziano!
Dannoso perché: diffonde la falsa idea che gli immigrati irregolari siano pericolosi, da cui difendersi e di cui diffidare; fra gli immigrati semina paura e diffidenza, la sensazione di essere malvisti e addirittura odiati. Insomma, si genera un clima di reciproco sospetto che produrrà solo cattivi frutti.
Ma chi è il clandestino? E' una persona che nella stragrande maggioranza dei casi è venuto in Europa per lavorare onestamente, che ha cercato e cerca di regolarizzarsi, ma non riesce a farlo perché le nostre leggi non glielo permettono. La sua massima aspirazione è proprio quella di essere in regola, poter camminare per strada senza paura di essere fermato, di poter portare qui la famiglia, oppure di poter tornare al Paese con qualche risparmio per lavorare e vivere nella sua terra. E' uno che sta male ogni volta che sente che un connazionale ha combinato un reato, un delitto. Ha paura che pensiamo male di lui. Non ha molti amici, spesso si sente osservato, guardato male, con diffidenza, ha paura di essere giudicato male.
Perché fermare gli sbarchi a Lampedusa? Ogni anno (da vent'anni) entrano in Italia almeno 100 mila immigrati. Negli ultimi anni sono quasi tutti clandestini (esclusi i pochi ricongiungimenti familiari). A Lampedusa ne arrivano poche migliaia, gli altri entrano dalle frontiere di terra (da Ventimiglia a Trieste) o di cielo (aereoporti), o di altri mari (nascosti in camion su traghetti). Alcuni entrano con visto (che lasceranno scadere diventando irregolari) o senza visto. Lampedusa è una goccia. Lampedusa è il posto di arrivo dei più disperati che scappano da guerre e persecuzioni (Somalia, Eritrea, Etiopia, Darfur, Sudan). Lampedusa non è certo il posto di arrivo di malintenzionati desiderosi di vivere di crimine. Lampedusa però è il posto ideale per far vedere i muscoli (loro sono deboli e indifesi), per far credere che ci invadano (arrivano a centinaia e si vedono) per far credere che è lì che si ferma l'entrata di clandestini (anche se la maggioranza che entra non passa da Lampedusa e non si vede)
Ma hanno tutti diritto d'asilo? Certamente no, ma se non si consente loro nemmeno di chiederlo e raccontare la loro storia, non si saprà chi si respinge. Gli ultimi respingimenti sono avvenuti esattamente così.
Ma un Paese avrà ben il diritto di respingere... Un conto è respingere uno che viene dalla Svizzera, o dal Marocco, o dal Senegal, una cosa completamente diversa è respingere chi viene dal Darfur, dalla Somalia, dall'Iran, dall'Afghanistan. Chi scappa da guerre e persecuzioni non può essere respinto. Un conto è rimandare un iraniano in Svizzera o in Francia, un altro è rimandarlo in Iran o in Libia. Secondo la convenzione di Ginevra, accettata dall'Italia, il Paese che respinge deve accertarsi che la persona respinta non corra rischi per la sua vita e i suoi diritti umani a causa del respingimento: questo principio è stato violato dal nostro governo.
Ma dietro gli sbarchi ci sono organizzazioni criminali Certo, ma il modo di combatterle non è quello di rimandare chi fugge nelle loro braccia. Chi fugge può essere un prezioso collaboratore, una persona che dà notizie su percorsi, luoghi dove si incontrano le organizzazioni criminali, modi, tariffe, complicità, ecc. Se davvero si vogliono combattere le organizzazioni della tratta occorre allearsi con le vittime e non punirle a nostra volta.
---------- Messaggio inoltrato ---------- Da: alfonsonavarra@...<alfonsonavarra@...>
Date: 17 luglio 2009 14.38 Oggetto: Italia sotto protezione iraniana in Afghanistan A:
L'articolo di Dal Lago ed un commento di "FERMIAMO CHI SCHERZA COL FUOCO ATOMICO"
fonte il manifesto del 16/07/09
AFGHANISTAN, «EXIT STRATEGY» DEL SILENZIO Alessandro Dal Lago
Mentre Obama inizia a parlare, anche se con grandissima cautela, di una qualche exit strategy dall'Afghanistan, in Italia tutte le massime autorità dello stato e del governo si affrettano a riaffermare la fedeltà alla missione Nato.
Nulla come questa discrepanza rivela l'assoluta marginalità del nostro paese nelle questioni strategiche e la subordinazione a prescindere, mentale oltre che politica, alla Nato e agli Stati Uniti. Così è andata con l'Iraq e così continuerà ad andare. L'unica differenza è che, a ogni soldato ucciso, cade un altro velo di ipocrisia. Quella a cui l'Italia partecipa, con forze destinate ad aumentare, non è un'operazione di mantenimento della pace o di «nation building», con i nostri bravi ragazzi che distribuiscono viveri e costruiscono scuole, ma una guerra vera e propria condotta in condizioni proibitive in un paese da cui, negli ultimi trecento anni, nessun esercito straniero è uscito vincitore. Una guerra che, ovviamente, porterà altri lutti in un paese come il nostro, che combatte ma non lo vuole ammettere.
Da mesi osservatori e anche autorità militari dei paesi più coinvolti (per esempio, gli inglesi) dichiarano che la guerra si è impantanata e che in realtà americani e Nato controllano, a parte l'area di Kabul, e altre poche enclaves, solo le basi militari. Ma le ragioni dello stallo (o, meglio, di una strisciante sconfitta strategica) non sono solo militari - come la mancanza di obiettivi precisi, o l'illusione di venire a capo con i bombardamenti «mirati» e le forze speciali di una resistenza radicata evidentemente nel tessuto sociale pashtun.
Sono soprattutto politiche: il governo Karzai è notoriamente corrotto e, per arginare l'influenza dei talebani, viene a patti con le forze più conservatrici, ciò che lo rende sempre meno popolare. Inoltre, i massacri di prigionieri compiuti da alcuni signori della guerra (con la complicità americana) nel 2001 hanno radicato in vaste parti del paese un odio per gli occidentali che non si spiega solo con la propaganda dei talebani.
Obama, ovviamente, ne è consapevole, ma al tempo stesso è costretto a gestire l'eredità avvelenata di Bush: le conseguenze della guerra in Iraq (con il conflitto tra sunniti e sciiti), la crisi del regime iraniano (che impedisce in questa fase qualsiasi negoziato sulla questione nucleare) e il rebus pakistano compongono un puzzle strategico insolubile.
Di conseguenza, l'idea di uscire dall'Afghanistan delegando alcune funzioni civili e militari all'inetto governo Karzai suona più come un mettere le mani avanti che non come una vera prospettiva praticabile a breve termine.
Di tutto questo si discute anche aspramente, negli Usa e nei paesi Nato che contano. Ma non da noi, non si sa se per mera insipienza o per nascondere la testa sotto la sabbia. Non lo fa la maggioranza e non fa l'opposizione, che a suo tempo, quando era al governo, era altrettanto miope.
Da noi si preferisce, da sempre, la retorica dell'unità nazionale di fronte ai lutti. E questo significa semplicemente che altre famiglie dovranno aprire la porta ad alti ufficiali e cappellani che recano notizie funeste.
Un commento da parte del Coordinamento FERMIAMO CHI SCHERZA COL FUOCO ATOMICO
Quello che Dal Lago non ricorda nel suo articolo per il "Manifesto" (sopra riportato) è che le truppe italiane nell'Afghanistan si sono piazzate nella regione di Herat, praticamente sotto - condizionata - protezione iraniana.
Va premesso che il nostro Paese è il principale partner commerciale dell'Iran nel mondo: questo conterà pur qualcosa. Importa petrolio. E lascia che la droga fluisca dall'Afghanistan all'Europa, passando appunto per l'Iran via Herat.
Giorgio Beretta, della RID, ci ricorda qualche dato sull'interscambio Italia-Iran: "Da una ricerca di Unimondo sul database del commercio estero dell'Istat, nel solo 2008 l'Italia ha esportato in Iran merci per un valore di oltre 13,6 miliardi di euro. E la progressione è crescente: si passa dai poco meno di 200 milioni di euro del gennaio 2008 a quasi 2,2 miliardi di dicembre dello stesso anno. La bilancia commerciale è comunque a favore di Teheran: nel 2008 L'italia ha infatti importato merci - e soprattutto petrolio - per un valore di oltre 25 miliardi di euro".
L'Italia nell'Herat in cui si è stabilita gestisce il PRT (Provincial Reconstruction Team) ed è responsabile delle quattro province della sua regione Ovest.
Le popolazioni qui, pur essendo di religione sunnita, parlano però la lingua "dari", variante del persiano, le loro organizzazioni guardano a Teheran, ma confinano con la ostile presenza pashtun.
Farah, la provincia dove è morto il parà italiano, confina con lo Helmand, dove Obama ha scatenato la sua "grande offensiva" in vista delle elezioni del 20 agosto e dove l'"insorgenza pashtun" è forte, dura e bene organizzata.
Nella città di Farah gli americani hanno realizzato una nuova base.
Margherita Paolini, su Limes 3/07 "Mai dire Guerra" (l'articolo è intitolato "Per non perdere l'Afghanistan") svolge, a proposito di essa - base - le seguenti considerazioni:
"(La base sorge) a 45 km dalla frontiera iraniana, certamente in funzione più antiraniana che antitalibana, visto che in questa zona essi non dispongono di importanti retroterra. La base è posizionata in modo da controllare anche l’asse che collega Herat con l’importante centro gasifero di Mary in Turkmenistan. Su questo asse viaggia la ferrovia che garantisce i nostri rifornimenti, in parte assicurati anche via aria grazie ai corridoi aerei concessi dagli iraniani. Nel caso di una guerra «preventiva» Usa-Iran, le nostre truppe si troverebbero in una delle aree più esposte alle rappresaglie dei pasdaran lungo tutto il confine di 630 chilometri che la regione di Herat divide con l’Iran".
Il Ministro Frattini sostiene che per l'Iran passa il 40% della produzione degli oppiacei prodotti in Afghanistan, droga diretta al mercato europeo (fonte: Reuters - 27 Giugno 2009). Molti analisti, lo ricordiamo ancora, hanno il sospetto che l'Italia chiuda gli occhi su questi traffici...
Negli ultimi mesi il contingente italiano è cresciuto numericamente fino a contare 3.300 soldati, si è dotato di mezzi come 4 aerei Tornado e una squadra di elicotteri Mangusta, mentre l’impegno operativo è aumentato notevolmente con l’eliminazione dei caveat che ne limitavano l’impiego. I parà conducono da maggio anche azioni offensive al fianco delle truppe Kabul con l’obiettivo di strappare ai talebani il controllo di alcune aree del territorio. Cioè lo stesso compito assegnato a britannici e americani a Helmand e in altre province del sud e dell’est afgano dal comando alleato di Kabul che punta ad estendere al massimo il presidio del territorio in vista, come si è detto, delle elezioni presidenziali del 20 agosto.
Ma i nostri militari sono coinvolti negli scontri a fuoco essenzialmente per la seguente dinamica: l'offensiva nello Helmand delle truppe anglo-americane costringe i taleban a spostarsi nei "nostri" territori dello Herat: qui gli "alleati" si aspettano che noi spariamo loro addosso...
Gli iraniani vogliono invece che non diamo troppo fastidio agli insorti. Che fare, dunque? Possiamo ancora pretendere di stare in mezzo ad una guerra, tra vari fuochi, fingendo che siamo lì ad edificare ospedali e a distribuire caramelle ai bambini?
A Herat sono attualmente attive nel "settore di assistenza alle fasce vulnerabili" due Ong italiane: Intersos e Cesvi. Entrambe realizzano progetti, finanziati dalla DG Cooperazione allo Sviluppo, nella città di Herat e nei distretti limitrofi, promuovendo "corsi di formazione professionale, attività di auto sostentamento nel settore agro pastorale, assistenza e reinserimento sociale dei profughi afgani rientrati dall’Iran".
Questa presenza è presentata dalla DGCS come un "esempio di cooperazione civile-militare" (Fonte: DG Cooperazione Italiana allo Sviluppo).
Quella che chi lavora per i Corpi civili di Pace francamente dovrebbe invece evitare come la peste, almeno in questa fase in cui la politica militare italiana è coinvolgimento (subalterno) nella "guerra al terrore"...
E qui ribadiamo il solito discorso, contrapposto a qualsiasi tipo di interventismo militare: dobbiamo lasciare l'Afghanistan agli afghani! Quanto prima e quanto più completamente ci togliamo dai piedi meglio è.
Questo significa:
1- ritirare tutti i nostri "caritatevoli" soldati, anche quelli "europei" che, con le migliori intenzioni, volessero fare da usbergo ai signori della guerra;
2- colpire, invece, i signori della guerra: a) andando a scovare qui trafficoni (militaristi) e trafficanti (criminali) con cui essi - i lords of war - sono in combutta; b) acquistando a prezzo equo dai contadini afghani l'oppio che ci serve come medicinale; c) liberalizzando da noi le droghe "leggere" e legalizzando le droghe "pesanti".
Non ci siamo ancora stancati della "solidarietà" che vuole risolvere i problemi dei "sottosviluppati", nel presupposto che noi siamo i forti e i civili e gli altri sono deboli e minus habens?
Noi e i contadini afghani abbiamo un problema comune su cui possiamo impostare, alla pari, una lotta comune: stroncare insieme il traffico internazionale della droga; ed il proibizionismo che ne costituisce la base legale.
Dobbiamo conoscerci - le società civili - e dialogare per costruire, da pari a pari, una nuova internazionale dei diritti umani sulla base della centralità degli oppressi.
A questo potrebbe servire una Ambasciata di pace a Kabul.
Non a fare la "resistenza" per la ricostruzione al posto degli altri: le "resistenze", allo stesso modo delle democrazie, non si esportano. La soluzione, ce lo dice una esperienza pluri-secolare, risulterebbe peggiore dei problemi a cui si vorrebbe porre riparo...
Per l'intanto c'è da ribadire comunque l'impegno a battersi per il ritiro incondizionato di tutte le truppe della NATO, da questo e dagli altri fronti della "guerra al terrore".
E da proporre a tutto il movimento no-war l'obiezione alle spese militari (vai sul sito www.osmdpn.it) come forma di protesta e di resistenza al nostro coinvolgimento bellico. Una forma che potrebbe e dovrebbe interessare anche i movimenti della resistenza territoriale, perchè la contestazione e la riduzione delle spese militari e belliche indebolisce lo Stato autoritario, con le sue "Grandi Opere" invasive ed oppressive; e libera risorse per le autentiche necessità sociali.
Secondo i calcoli del Centro per le ricerche sull'antisemitismo dell'Università tecnica di Berlino, quando nel maggio 1943 la città fu dichiarata "libera dagli ebrei" (judenfrei), vivevano in Berlino almeno 1.400 ebrei nascosti e protetti da cittadini tedeschi.
Dato che l'esistenza di ogni clandestino era nota a circa 4-5 persone, si ricava che, solo a Berlino, almeno 6-7.000 tedeschi sfidavano la morte per proteggere ebrei.
In tutta la Germania gli ebrei nascosti erano circa 4.000. Contando anche i casi in cui l'aiuto fallì, il Centro suddetto calcola che 50-80.000 tedeschi aiutarono coraggiosamente gli ebrei.
Questi tedeschi vivevano sotto la feroce dittatura nazista.
Sapevano quel che rischiavano.
***
Domani venerdì 17 luglio esce un numero speciale di CARTA, il settimanale. «Speciale» perché molte pagine sono dedicate a una parte del mondo cattolico che fa poco «notizia», forse perché ha accettato di vivere e proporre i temi dell’antirazzismo della nonviolenza in un momento sociale molto difficile. In particolare, racconta di un parroco in Molise che, tra le altre cose, da diversi giorni ha appeso all’ingresso della sua chiesa uno striscione con la scritta «Io ospito i clandestini e tu?»; la storia di dieci preti che in Friuli si oppongono al razzismo della Lega; il modo con cui nella periferia di Firenze, un gruppo di cittadini, tra cui Alessandro Santoro [prete] hanno scelto di «fare società». Acquistate Carta.
Le elezioni presidenziali del 12 giugno si sono svolte in un clima di forte discriminazione. In seguito all'annuncio della vittoria del presidente Ahmadinejad, centinaia di migliaia di iraniani hanno partecipato a manifestazioni in diverse zone del paese, denunciando irregolarità nei risultati elettorali. La risposta del governo è stata estremamente repressiva, con un uso eccessivo della forza verso i dimostranti, restrizioni alla libertà di espressione e di associazione e arresti arbitrari. Amnesty International ha condannato le violenze, avanzato richieste alle autorità iraniane e continua a tenere alta l'attenzione.
Il governo della Nigeria e la Shell hanno la responsabilità di bonificare i siti colpiti da inquinamento e di essere trasparenti sull'impatto che l'industria del petrolio ha sui diritti umani nel Delta del Niger.
Le attività di Eni hanno conseguenze devastanti sui diritti umani della popolazione del Delta del Niger. La multinazionale deve adottare misure efficaci per affrontare l'impatto sociale del suo operato.
Dal 12 al 25 luglio, Amnesty partecipa alla 39° edizione di Giffoni Experience, la rassegna internazionale di cinema per ragazzi. Segui gli aggiornamenti sulle attività di Amnesty a Giffoni su mypage.it.
Dal 15 al 19 luglio si terrà a Villadose (RO) la XII edizione di "Voci per la Libertà - Una Canzone per Amnesty", la manifestazione che da anni attraverso la capacità comunicativa della musica promuove i diritti umani. Leggi il programma!
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Sì, lo sappiamo. Il soldato ucciso giorni fa scriveva a casa "La guerra è una cosa sporca, ma qualcuno deve farla" (dal GR1). Dunque, sapeva che era guerra. Non mi riferivo a quel che dicono "quelli", ma a quel che sente la coscienza comune, progressivamente, nei tempi lunghi. Naturalmente, non al 100%. Ciao, Enrico
I nostri "vati" (Berlusconi, Gasparri) dicono che non siamo in guerra ma in missione di pace!
Ci prendono in giro?
Pino Canale
Il giorno 14/lug/09, alle ore 15:25, Enrico Peyretti ha scritto:
Oggi un soldato italiano è stato ucciso in guerra, in Afghanistan. Si sa, in guerra si uccide o si muore, o tutt'e due. Un altro soldato è grave. Dichiarazioni ufficiali di cordoglio. Poco più di 50 anni fa, sarebbe stato esaltato come un eroe. Sarà certamente onorato, ma il tono pubblico - se non sbaglio - è più quello della disgrazia che dell'impresa. Ancora a Nassyria, pochi anni fa, i morti (per colpevole imprevidenza) erano quasi i figli migliori della Patria, alfieri del bene contro il male. Ha buone ragioni il testo qui sotto, che ho diffuso. Dice bene Jacques Ellul: "Il nostro non è il tempo della violenza, ma della consapevolezza della violenza". E' anche tempo di violenza, certo, ma la coscienza è cambiata, nonostante tutto ciò che osta. Quando si dice che Gandhi, e altri come lui, sono passati invano nel nostro tempo, non si considera tutto, e si lascia che il male occupi il nostro occhio, che non sa bene vedere i movimenti lenti e lunghi. Ma sempre senza illusioni che il bene sia facile e il male non sia forte. Enrico Peyretti
Eppur si muove........ Non è vero che tutto va peggio
Diminuiscono le guerre -Dalla fine della Guerra Fredda a oggi i conflitti armati nel mondo sono diminuiti del 41%: è questo uno dei sorprendenti risultati delloHumanSecurity Report, una ricerca durata ben cinque anni, svolta dall’Università di Vancouver, in Canada, che sfata il “falso mito” dell’aumento delle violenze su scala globale negli ultimi anni. Secondo la ricerca, intitolata Guerra e pace nel XXI secolo, a partire dal 1992 si registra in tutto il mondo una drastica riduzione dei conflitti, dei genocidi e delle violazioni dei diritti umani. Già all’inizio del 2005, uno studio dell’Università del Maryland aveva segnalato il recente declino del numero delle guerre, al contrario della percezione diffusa. Ma i risultati dell’HumanSecurity Report, la prima e più completa ricognizione sulle guerre combattute dal 1946 a oggi, vanno oltre e ci svelano un gigantesco crollo del numero di guerre internazionali e delle guerre civili e, di conseguenza, anche dei genocidi e delle vittime in generale.
Tra il 1981 e il 2001, le crisi internazionali sono crollate di oltre il 70%. Il numero delle vittime di genocidio e di pulizie etniche è crollato dell’80%, malgrado i massacri che hanno insanguinato Bosnia e Ruanda verso la metà degli anni Novanta. La media dei caduti in un singolo conflitto bellico è diminuita enormemente, dai 37.000 del 1950 ai 600 morti del 2002. Il traffico internazionale di armi, tra il 1990 e il 2003, è sceso del 33%. (Questo non significa, purtroppo, che sia diminuita in parallelo anche la spesa mondiale per gli armamenti, che è anzi aumentata: dagli 800 miliardi di dollari del 1998 ai 1200 di oggi.)
Inoltre, a partire dagli anni Novanta è emersa, grazie alla spinta delle opinioni pubbliche occidentali, l’idea da parte di molti Stati membri dell’ONU di un ‘diritto di ingerenza’ umanitario nei conflitti locali per evitare le violenze contro i civili. Questo ha portato a un allargamento del fronte di impegno dell’ONU, cui ha corrisposto una diminuzione del 40% delle guerre civili nel mondo a partire dalla metà degli anni Novanta ad oggi. E, negli ultimi quindici anni, sono stati risolti mediante negoziato più conflitti interni che nei due secoli passati” (daItalia-ONU: 50 anni, dossier a cura del Servizio Stampa e Informazione del Ministero degli Affari Esteri, Ed.Voices, Milano, febbraio 2006).
Si estende la cultura della pace -Ma la cosa più importante, a mio avviso, è che negli ultimi tempi si è fatta strada, non senza difficoltà e inciampi, una cultura di pace che va imponendo, anche per quanto riguarda la guerra, un tabù così come è già avvenuto, nel corso dei secoli, per la schiavitù, per la pedofilia, per l’incesto, per il delitto d’onore. Se analizziamo il lessico della guerra ci rendiamo facilmente conto di come si sia passati dalle guerre “sante”, quindi benedette da Dio e in quanto tali indiscutibili, a quelle “giuste”, pur sempre legittimate ma in questo caso solo dal valore terreno della giustizia, fino a quelle “umanitarie”, che non sono più nemmeno fondate sulla giustizia ma soltanto sulla pietà umana, con una progressiva inesorabile diminuzione nella legittimazione dell’uso della forza; oggi non solo è scomparso qualunque aggettivo, ma la parola “guerra” stessa è divenuta imbarazzante da pronunciare per i politici di ogni parte, che preferiscono infatti usare altre espressioni, e parlare – talvolta contro ogni evidenza – di “missioni di pace”. Quello che è cambiato e che sta cambiando molto rapidamente è l’immaginario collettivo, che ormai, in larga parte, rifiuta la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti e ha capito che non porta al bene di nessuno se non dei commercianti di armi.
Si estendono i diritti umani -Sempre secondo i risultati delloHumanSecurity Report, lo studio effettuato dall’Università di Vancouver già citato nel paragrafo sulla diminuzione delle guerre, fra il 1994 e il 2003, nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo c’è stata una diminuzione generale degli abusi dei diritti umani. Si tratta di un processo che si rinforza vicendevolmente con il progredire dello sviluppo umano – che, come abbiamo già visto, ha compiuto grandi passi avanti negli ultimi cinquant’anni – e con l’estendersi della democrazia, che ancora trent’anni fa esisteva solo in una ventina di paesi al mondo, mentre ora è applicata, pur con mille limiti e contraddizioni evidenti, nella maggioranza dei paesi. Infatti, secondo l’ultimo rapporto dellaFreedomHouse (gennaio 2008), per la prima volta nella storia dell’ONU una maggioranza di governi di stati membri viene eletta attraverso procedure democratiche: nel mondo oggi ci sono 121 democrazie elettorali (dove ci sono libere elezioni) di cui 90 sono democrazie liberali.
Si è molto discusso in questi anni sull’universalità dei diritti umani, sostenendo che essa sarebbe solo presunta poiché essi sarebbero viziati alla nascita e non esprimerebbero che la visione di una sola cultura, quella “occidentale”. Io non condivido questo dubbio perché ritengo che i diritti umani vengano ancora prima del livello culturale; essi rappresentano molto semplicemente i più elementari “bisogni” dell’uomo, e sono dunque validi a qualunque latitudine egli si trovi e in qualunque epoca egli viva. Ma anche facendo un’analisiantropologico-culturale, che vada al di là dei più banali stereotipi sulle diverse culture, scopriamo che i loro valori di fondo sono sempre gli stessi. L’etica alla base dei diritti umani è patrimonio comune di tutti i popoli (…) Questo tuttavia non significa che dalle varie culture non possano venire contributi anche significativi, complementari alla Dichiarazione dei Diritti dell’Onu. Un esempio molto interessante è rappresentato dalla Carta Africana dei Diritti dei Popoli, che porta l’attenzione anche sui diritti collettivi, oltre che su quelli dell’individuo; è stata adottata dall’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) nel 1981 ed è entrata in vigore nel 1986, quando 35 su 50 stati membri dell’OUA l’hanno ratificata. Al gennaio 2004 ne fanno parte 53 nazioni, cioè tutti gli stati membri dell’Unione Africana. La Carta, che tutela i diritti umani a livello regionale africano, presenta delle caratteristiche originali rispetto ai trattati della stessa natura.
La Carta riconosce sia diritti civili e politici che economici sociali e culturali, inoltre è la prima convenzione internazionale sui diritti umani a contemplare molti diritti dei popoli e non solo dell’individuo in quanto tale; riconosce infatti il diritto all’uguaglianza, il diritto all’autodeterminazione, il diritto di proprietà delle proprie risorse naturali, il diritto allo sviluppo e a un ambiente sano. La Carta prevede, poi, diversi doveri a cui gli stessi soggetti devono attenersi. Riconosce quindi i doveri dell’individuo verso la famiglia, la società e la Comunità Internazionale, il dovere di non discriminare, il dovere di mantenere i genitori in caso di bisogno, di lavorare al meglio delle proprie capacità e competenze, il dovere di preservare e rafforzare i valori positivi della cultura africana.
La Carta Africana ha istituito la Commissione Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli, con specifici compiti di tutela giurisdizionale, anche se molto limitati. Infine, nel 1998 è stato approvato dall’OUA un Protocollo Opzionale alla Carta che istituiva la Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli. Tale Protocollo Opzionale ha appena raggiunto il numero di 15 ratifiche necessarie. La Corte Africana dei Diritti è dunque entrata in vigore il 25 gennaio 2004, con la ratifica dell’Unione delle Comore.
Estratto dal libro (e non per farci la pubblicita'):
Non è Vero che Tutto va Peggio L'impegno di tanti per un domani migliore sta già cambiando il mondo di Jacopo Fo e Michele Dotti [Emi Editore]
Oggi un soldato italiano è stato ucciso in guerra, in Afghanistan. Si sa, in guerra si uccide o si muore, o tutt'e due. Un altro soldato è grave. Dichiarazioni ufficiali di cordoglio. Poco più di 50 anni fa, sarebbe stato esaltato come un eroe. Sarà certamente onorato, ma il tono pubblico - se non sbaglio - è più quello della disgrazia che dell'impresa. Ancora a Nassyria, pochi anni fa, i morti (per colpevole imprevidenza) erano quasi i figli migliori della Patria, alfieri del bene contro il male. Ha buone ragioni il testo qui sotto, che ho diffuso. Dice bene Jacques Ellul: "Il nostro non è il tempo della violenza, ma della consapevolezza della violenza". E' anche tempo di violenza, certo, ma la coscienza è cambiata, nonostante tutto ciò che osta. Quando si dice che Gandhi, e altri come lui, sono passati invano nel nostro tempo, non si considera tutto, e si lascia che il male occupi il nostro occhio, che non sa bene vedere i movimenti lenti e lunghi. Ma sempre senza illusioni che il bene sia facile e il male non sia forte. Enrico Peyretti
Eppur si muove........ Non è vero che tutto va peggio
Diminuiscono le guerre - Dalla fine della Guerra Fredda a oggi i conflitti armati nel mondo sono diminuiti del 41%: è questo uno dei sorprendenti risultati dello Human Security Report, una ricerca durata ben cinque anni, svolta dall’Università di Vancouver, in Canada, che sfata il “falso mito” dell’aumento delle violenze su scala globale negli ultimi anni. Secondo la ricerca, intitolata Guerra e pace nel XXI secolo, a partire dal 1992 si registra in tutto il mondo una drastica riduzione dei conflitti, dei genocidi e delle violazioni dei diritti umani. Già all’inizio del 2005, uno studio dell’Università del Maryland aveva segnalato il recente declino del numero delle guerre, al contrario della percezione diffusa. Ma i risultati dell’ Human Security Report, la prima e più completa ricognizione sulle guerre combattute dal 1946 a oggi, vanno oltre e ci svelano un gigantesco crollo del numero di guerre internazionali e delle guerre civili e, di conseguenza, anche dei genocidi e delle vittime in generale.
Tra il 1981 e il 2001, le crisi internazionali sono crollate di oltre il 70%. Il numero delle vittime di genocidio e di pulizie etniche è crollato dell’80%, malgrado i massacri che hanno insanguinato Bosnia e Ruanda verso la metà degli anni Novanta. La media dei caduti in un singolo conflitto bellico è diminuita enormemente, dai 37.000 del 1950 ai 600 morti del 2002. Il traffico internazionale di armi, tra il 1990 e il 2003, è sceso del 33%. (Questo non significa, purtroppo, che sia diminuita in parallelo anche la spesa mondiale per gli armamenti, che è anzi aumentata: dagli 800 miliardi di dollari del 1998 ai 1200 di oggi.)
Inoltre, a partire dagli anni Novanta è emersa, grazie alla spinta delle opinioni pubbliche occidentali, l’idea da parte di molti Stati membri dell’ONU di un ‘diritto di ingerenza’ umanitario nei conflitti locali per evitare le violenze contro i civili. Questo ha portato a un allargamento del fronte di impegno dell’ONU, cui ha corrisposto una diminuzione del 40% delle guerre civili nel mondo a partire dalla metà degli anni Novanta ad oggi. E, negli ultimi quindici anni, sono stati risolti mediante negoziato più conflitti interni che nei due secoli passati” (da Italia-ONU: 50 anni, dossier a cura del Servizio Stampa e Informazione del Ministero degli Affari Esteri, Ed. Voices, Milano, febbraio 2006).
Si estende la cultura della pace - Ma la cosa più importante, a mio avviso, è che negli ultimi tempi si è fatta strada, non senza difficoltà e inciampi, una cultura di pace che va imponendo, anche per quanto riguarda la guerra, un tabù così come è già avvenuto, nel corso dei secoli, per la schiavitù, per la pedofilia, per l’incesto, per il delitto d’onore. Se analizziamo il lessico della guerra ci rendiamo facilmente conto di come si sia passati dalle guerre “sante”, quindi benedette da Dio e in quanto tali indiscutibili, a quelle “giuste”, pur sempre legittimate ma in questo caso solo dal valore terreno della giustizia, fino a quelle “umanitarie”, che non sono più nemmeno fondate sulla giustizia ma soltanto sulla pietà umana, con una progressiva inesorabile diminuzione nella legittimazione dell’uso della forza; oggi non solo è scomparso qualunque aggettivo, ma la parola “guerra” stessa è divenuta imbarazzante da pronunciare per i politici di ogni parte, che preferiscono infatti usare altre espressioni, e parlare – talvolta contro ogni evidenza – di “missioni di pace”. Quello che è cambiato e che sta cambiando molto rapidamente è l’immaginario collettivo, che ormai, in larga parte, rifiuta la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti e ha capito che non porta al bene di nessuno se non dei commercianti di armi.
Si estendono i diritti umani - Sempre secondo i risultati dello Human Security Report, lo studio effettuato dall’Università di Vancouver già citato nel paragrafo sulla diminuzione delle guerre, fra il 1994 e il 2003, nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo c’è stata una diminuzione generale degli abusi dei diritti umani. Si tratta di un processo che si rinforza vicendevolmente con il progredire dello sviluppo umano – che, come abbiamo già visto, ha compiuto grandi passi avanti negli ultimi cinquant’anni – e con l’estendersi della democrazia, che ancora trent’anni fa esisteva solo in una ventina di paesi al mondo, mentre ora è applicata, pur con mille limiti e contraddizioni evidenti, nella maggioranza dei paesi. Infatti, secondo l’ultimo rapporto della Freedom House (gennaio 2008), per la prima volta nella storia dell’ONU una maggioranza di governi di stati membri viene eletta attraverso procedure democratiche: nel mondo oggi ci sono 121 democrazie elettorali (dove ci sono libere elezioni) di cui 90 sono democrazie liberali.
Si è molto discusso in questi anni sull’universalità dei diritti umani, sostenendo che essa sarebbe solo presunta poiché essi sarebbero viziati alla nascita e non esprimerebbero che la visione di una sola cultura, quella “occidentale”. Io non condivido questo dubbio perché ritengo che i diritti umani vengano ancora prima del livello culturale; essi rappresentano molto semplicemente i più elementari “bisogni” dell’uomo, e sono dunque validi a qualunque latitudine egli si trovi e in qualunque epoca egli viva. Ma anche facendo un’analisi antropologico-culturale, che vada al di là dei più banali stereotipi sulle diverse culture, scopriamo che i loro valori di fondo sono sempre gli stessi. L’etica alla base dei diritti umani è patrimonio comune di tutti i popoli (…) Questo tuttavia non significa che dalle varie culture non possano venire contributi anche significativi, complementari alla Dichiarazione dei Diritti dell’Onu. Un esempio molto interessante è rappresentato dalla Carta Africana dei Diritti dei Popoli, che porta l’attenzione anche sui diritti collettivi, oltre che su quelli dell’individuo; è stata adottata dall’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) nel 1981 ed è entrata in vigore nel 1986, quando 35 su 50 stati membri dell’OUA l’hanno ratificata. Al gennaio 2004 ne fanno parte 53 nazioni, cioè tutti gli stati membri dell’Unione Africana. La Carta, che tutela i diritti umani a livello regionale africano, presenta delle caratteristiche originali rispetto ai trattati della stessa natura.
La Carta riconosce sia diritti civili e politici che economici sociali e culturali, inoltre è la prima convenzione internazionale sui diritti umani a contemplare molti diritti dei popoli e non solo dell’individuo in quanto tale; riconosce infatti il diritto all’uguaglianza, il diritto all’autodeterminazione, il diritto di proprietà delle proprie risorse naturali, il diritto allo sviluppo e a un ambiente sano. La Carta prevede, poi, diversi doveri a cui gli stessi soggetti devono attenersi. Riconosce quindi i doveri dell’individuo verso la famiglia, la società e la Comunità Internazionale, il dovere di non discriminare, il dovere di mantenere i genitori in caso di bisogno, di lavorare al meglio delle proprie capacità e competenze, il dovere di preservare e rafforzare i valori positivi della cultura africana.
La Carta Africana ha istituito la Commissione Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli, con specifici compiti di tutela giurisdizionale, anche se molto limitati. Infine, nel 1998 è stato approvato dall’OUA un Protocollo Opzionale alla Carta che istituiva la Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli. Tale Protocollo Opzionale ha appena raggiunto il numero di 15 ratifiche necessarie. La Corte Africana dei Diritti è dunque entrata in vigore il 25 gennaio 2004, con la ratifica dell’Unione delle Comore.
Estratto dal libro (e non per farci la pubblicita'):
Non è Vero che Tutto va Peggio L'impegno di tanti per un domani migliore sta già cambiando il mondo di Jacopo Fo e Michele Dotti [Emi Editore]
Il presidente Napolitano insiste nel chiedere correttezza e non polemiche nel dibattito politico. Ha ben ragione! Ma attenzione: non ha senso l'unità nazionale. E' un clima rispuntato nei giorni del G8, lusso tra le macerie, e patto del silenzio.
Io ho una famiglia, una città, una nazione, ma la mia intera patria è l'umanità. Se la mia nazione, il mio stato, il mio governo, la mia legge fa qualcosa contro l'umanità, io sono contro nazione, stato, governo e legge. In quel caso, dovrei essere anche contro città e famiglia. Questo vale anche riguardo alla mia chiesa.
Quel detto inglese (come fa?) per cui "bene o male, il mio paese è il mio paese", non è affatto giusto, non è per la giustizia, che è la vera nostra patria: "quel paese dove nessuno ancora fu" (Ernst Bloch, all'incirca).
Neppure nel calcio (me ne importa meno che niente) io sto sempre con la nazionale. Se merita di perdere, come recentemente col Brasile (?), ci ho piacere. E' un mondo corrotto dai soldi: prima fallisce meglio è. E invece sembra l'unica unità degli italiani, povera misera Italia!
Se abbiamo un governo sbagliato e ingiusto dobbiamo denunciarlo e dimostrarlo e proporre alternative tutti i santi giorni, senza sconti, senza tregua. Non insulti, ma argomenti e proposte.
E dell'inno di Mameli teniamo la musica e buttiamo via le brutte e ridicole parole (in allegato e in calce una proposta alternativa).
Enrico Peyretti, Torino
Inno di Mameli (1847), rifatto il 14-6-2002,
conservando lo stesso buffo stile di cimelio ottocentesco.
---------- Messaggio inoltrato ---------- Da: Facebook <notification+pivodllz@...>
Date: 10 Luglio 2009 15.00 Oggetto: Servizio Cristiano Istituto Valdese ti ha inviato un messaggio su Facebook...
A: Francesco Locascio <locascio.francesco@...>
Carissimi, ieri si è spenta all'età di quasi 87 anni (- 20 giorni circa), Irene Wigley. Direttrice, insegnante e tra le prime collaboratrici di Tullio Vinay, Irene ci lascia un insegnamento di fermezza e coraggio. I funerali si terranno domani alle ore 10,30 presso la Chiesa Valdese di Riesi (Via Capitano Faraci 63).
---------- Messaggio inoltrato ---------- Da: Facebook<notification+pivodllz@...>
Date: 10 Luglio 2009 14.55 Oggetto: Amici del Servizio Cristiano ti ha inviato un messaggio su Facebook... A: Francesco Locascio <locascio.francesco@...>
Attilio Umberto Caristia ha inviato un messaggio ai membri di Amici del Servizio Cristiano.
Oggetto: Dipartita di Irene Wigley.
"Irene Wigley, "la signorina Irena" come tutti a Riesi la chiamavano, è stata un caposaldo del Servizio Cristiano. Semplice, modesta, discreta, ma, al contempo, forte nella sua fede e nel suo impegno. Tutta la sua vita è stata dedicata al servizio e alla testimonianza dell'Evangelo. Ha rappresentato per diverse generazioni di bambini, che sono passati dallla Scuole del Servizo Cristiano, un punto di riferimento chiaro e preciso. Inglese, di madre lingua, nonchè conoscitrice allo stesso modo della lingua italiana, si è prodigata, fin dal suo arrivo a Riesi, ad insegnare l'ìinglese a chi volesse frequentare, gratuitamente, i suoi corsi. Io sono stato uno dei suoi tanti suo allievo. I suoi lunghi decenni passati al Servizio Cristiano sono stati dedicati all'impegno profuso nei confronti dell'educazione dei piccoli e nel seguire gli insegnanti. La ricordiamo insieme al pastore Vinay, alla signora Fernanda, a Giò Vinay, a Beatrice Borne e a quanti se ne sono andati prima di lei. Grazie Irene."
---------- Messaggio inoltrato ---------- Da: Facebook <notification+pivodllz@...> Date: 10 Luglio 2009 15.00 Oggetto: Servizio Cristiano Istituto Valdese ti ha inviato un messaggio su Facebook...
A: Francesco Locascio <locascio.francesco@...>
Carissimi, ieri si è spenta all'età di quasi 87 anni (- 20 giorni circa), Irene Wigley. Direttrice, insegnante e tra le prime collaboratrici di Tullio Vinay, Irene ci lascia un insegnamento di fermezza e coraggio. I funerali si terranno domani alle ore 10,30 presso la Chiesa Valdese di Riesi (Via Capitano Faraci 63).
E' necessario ricordare a chi scrive al Presidente della Repubblica per pregarlo di non promulgare il "pacchetto sicurezza", che occorre firmare il messaggio con l'indirizzo completo - via, numero, città - altrimenti il sistema post@le del Quirinale non accetta la mail.
Lo stesso credo che valga, naturalmente, per lettere su carta.
---------- Messaggio inoltrato ---------- Da: segreteria<segreteria@...>
Date: 10 Luglio 2009 01.30 Oggetto: [Mir-forum] Comunicato del MIR sul pacchetto "sicurezza" A: forum@...
A: Presidenza della Repubblica
p.c. associazioni della società civile
Comunicato del
MIR sul pacchetto “sicurezza”
Non si può regolamentare la convivenza e l’ingresso di persone non
italiane attraverso un decreto repressivo ed intimidatorio. Il flusso di non
italiani non è un problema di ordine pubblico ma di politiche
generali decise con le parti ed attraverso la consultazione
di quei soggetti che quotidianamente vivono tali problematiche: organizzazioni
umanitarie, centri d’ascolto e d’accoglienza gestiti dalle chiese e
dalle associazioni di volontariato così numerose e competenti in materia. La
convivenza non può essere materia di contrattazione fra schieramenti, né
liquidata a colpi di fiducia ricattando un parlamento sempre più delegittimato
dal suo interno.
Non possiamo dunque che essere preoccupati di fronte all’accettazione del
cosiddetto “pacchetto sicurezza”, in particolare della parte
riguardante la relazione con persone non italiane.
Gli ultimi tragici avvenimenti del nostro Paese ( terremoto in Abruzzo e
disastro di Viareggio) dimostrano che queste lavoratrici e lavoratori spesso
con famiglie e bambini, vivono nelle periferie più esposte ai
pericoli o nei centri storici abbandonati: laddove prima risiedeva la storia dei
nostri paesi ora si parlano lingue a noi ignote; sono scudo umano in
quelle zone più degradate o meno tutelate delle nostre grandi città.
L’invisibilità che si vuole sancire tramite alcuni inaccettabili articoli
del decreto 733 è già dunque, nei fatti, sotto i nostri occhi.
Quello che si sta innescando è l’insicurezza del nostro futuro e
della pace della nostra società. I conflitti non gestiti oggi sono destinati a
diventare esplosioni di violenza domani; un diritto negato è l’innesco di
desiderio di cieca rivalsa.
Chiediamo dunque
*
al Presidente della Repubblica di non firmare questa legge pericolosa, immorale
ed inefficace alla gestione della buona convivenza
*
alle persone consapevoli della gravità legata a tali decisioni di rivolgere lo
stesso appello scrivendo a presidenza.repubblica@...
Invitiamo
tutti a sostenere le persone non italiane, in un momento di
misconoscimento del diritto alla dignità.
invio il seguente comunicato del mir sul pacchetto sicurezza Paolo Candelari
---------- Messaggio inoltrato ---------- Da: segreteria<segreteria@...>
Date: 10 Luglio 2009 01.30 Oggetto: [Mir-forum] Comunicato del MIR sul pacchetto "sicurezza" A: forum@...
A: Presidenza della Repubblica
p.c. associazioni della società civile
Comunicato del
MIR sul pacchetto “sicurezza”
Non si può regolamentare la convivenza e l’ingresso di persone non
italiane attraverso un decreto repressivo ed intimidatorio. Il flusso di non
italiani non è un problema di ordine pubblico ma di politiche
generali decise con le parti ed attraverso la consultazione
di quei soggetti che quotidianamente vivono tali problematiche: organizzazioni
umanitarie, centri d’ascolto e d’accoglienza gestiti dalle chiese e
dalle associazioni di volontariato così numerose e competenti in materia. La
convivenza non può essere materia di contrattazione fra schieramenti, né
liquidata a colpi di fiducia ricattando un parlamento sempre più delegittimato
dal suo interno.
Non possiamo dunque che essere preoccupati di fronte all’accettazione del
cosiddetto “pacchetto sicurezza”, in particolare della parte
riguardante la relazione con persone non italiane.
Gli ultimi tragici avvenimenti del nostro Paese ( terremoto in Abruzzo e
disastro di Viareggio) dimostrano che queste lavoratrici e lavoratori spesso
con famiglie e bambini, vivono nelle periferie più esposte ai
pericoli o nei centri storici abbandonati: laddove prima risiedeva la storia dei
nostri paesi ora si parlano lingue a noi ignote; sono scudo umano in
quelle zone più degradate o meno tutelate delle nostre grandi città.
L’invisibilità che si vuole sancire tramite alcuni inaccettabili articoli
del decreto 733 è già dunque, nei fatti, sotto i nostri occhi.
Quello che si sta innescando è l’insicurezza del nostro futuro e
della pace della nostra società. I conflitti non gestiti oggi sono destinati a
diventare esplosioni di violenza domani; un diritto negato è l’innesco di
desiderio di cieca rivalsa.
Chiediamo dunque
*
al Presidente della Repubblica di non firmare questa legge pericolosa, immorale
ed inefficace alla gestione della buona convivenza
*
alle persone consapevoli della gravità legata a tali decisioni di rivolgere lo
stesso appello scrivendo a presidenza.repubblica@...
Invitiamo
tutti a sostenere le persone non italiane, in un momento di
misconoscimento del diritto alla dignità.