Da tempo si assiste ad una paurosa decadenza del linguaggio: non mi riferisco tanto al depauperamento lessicale e sintattico degli idiomi, impoverimento pur gravissimo, ma al divario sempre maggiore tra il significato dei vocaboli e gli oggetti (e concetti) che essi denotano. Senza addentrarmi in complesse questioni
glottologiche su significanti, idee, referenti, relazioni semiotiche… vorrei, invece soffermare l’attenzione sull’esigenza etica, prima che linguistica che molti avvertono di ripristinare un contatto tra le cose e le parole. Per chi, come me e Gadamer, non accetta il dogma (anche la linguistica purtroppo hai suoi dogmi) della convenzionalità dei segni linguistici ed ha trovato in una disciplina come la Cimatica una conferma delle sue ipotesi, tale esigenza è quanto mai cogente. Quante volte si abusa del termine “politica”! Nell’uso comune è diventato sinonimo di “corruzione” o, per lo meno, di “azione spregiudicata o volta a favorire uno schieramento piuttosto che un altro”. In quest’ultimo senso, questo lessema è impiegato spesso da personaggi “politici” la cui ignoranza è, come in alcuni ambiti dell’aritmetica, di un infinito maggiore dell’infinito. Quante volte abbiamo sentito quel beota di belzebusconi adoperare con questo valore soprattutto l’aggettivo “politico”! Il biscione ha sibilato sillabe venefiche contro le decisioni “politiche” della magistratura, contro le dichiarazioni “politiche” di questo o quell’altro giudice, intendendo tale aggettivo come sinonimo di “fazioso”, “tendenzioso” , addirittura “persecutorio” o “iniquo”. (1)
Come spiegare a colui ed agli altri deficienti che “politica” è, invece, parola dal significato molto più alto, essendo l’arte di amministrare la pòlis, la città e lo stato. Che poi la politica sia e sia sempre (o quasi) stata lo strategia per illudere, imbrogliare, tartassare, vessare, traviare i sudditi-cittadini, questo è un altro discorso, un discorso che non giustifica, in alcun modo, un uso improprio e svilente del termine in esame.
Per amore di verità e per la necessità di far aderire il più possibile le cose e le idee, mi sono sempre rifiutato di ricorrere a parole nate morte e fuorvianti, come “neoconservatori”, “comunisti” oppure le ho ironicamente virgolettate. Anzi, nella tensione verso un linguaggio che mettesse a nudo il più possibile il nocciolo marcio della realtà, ho coniato o mutuato nuovi termini e nuovi lessemi per le sigle, seguito o preceduto in tale prassi dagli arguti e lepidi lettori. Così, ad esempio, la C.I.A. da Central “Intelligence” Agency" è diventata Criminal Infamous Agency, la Santa sede, su suggerimento di un amico, è diventata Satan Seed, ossia, molto opportunamente, Seme di Satana. È stato Straker a ribattezzare in modo velenoso e con un’efficace anfibologia, Mario Tozzi, assurto a Bario Tozzi. Le reti Mediaset sono diventate un ripugnante MediaWCnet. La R.A.I. è stata degradata a Raglianti Asini Italiani. Lega Ambiente è stata annientata in Lega Ambiniente. Mi hanno poi divertito e convinto i calembours dell’ottimo Red Cloud: Banale 5 e Polliwood. A proposito di pennuti: tempo fa ribattezzai quel minus habens del CICAP, “Massimo” Polidoro, appunto Pollidoro, ma sia detto con rispetto sincero per i pennuti, molto più intelligenti di parecchi “uomini”.
Nomina sunt omina, dunque? Gabbanelli e compagni, almeno nel vostro caso, sì.
(1) E' naturale che queste considerazioni non sono un'apologia della spregevole magistratura.
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