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Il punto di vista ortodosso, in vista del prossimo Natale   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #95 di 110 |

Questo è un numero speciale dedicato al punto di vista ortodosso: ringrazio Pietro per essersi mostrato sensibile alla richiesta della newsletter “Ecumenici”. Vorrei augurare alle centinaia di milioni di cristiani ortodossi l’augurio di ogni bene.

Sono particolarmente riconoscente ad una amica laica russa, responsabile della biblioteca del seminario della lontanissima Kostroma, che mi ha aiutato a comprendere la validità della disciplina rigorosa della preghiera quotidiana, quale fondamento della nostra presenza  nella quotidianità e nel mondo,  e ad uno studente di teologia di Kiev, per la sua grande amicizia disinteressata (MB).

 

 

Calendario ortodosso russo per MERCOLEDI' 7 GENNAIO 2004
Natale del Signore Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo.

 

 


Ore 10: Divina Liturgia di S.Giovanni Crisostomo (riproduzione nella foto) a Milano


Letture liturgiche: Gal. 4:4,7  Mt.2:1,12.

 

 

…ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge,

per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione.

E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre».

Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

(Dalla Lettera ai Galati)

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L’analisi e il commento a cura di

 

Pietro Chiaranz

 

Il patriarcato delle contese

 

A proposito della probabile istituzione di un patriarcato cattolico-ucraino a Kiev

 

 

D’ora in poi quali relazioni saranno possibili tra la Chiesa romano-cattolica e quella orto­dossa? È una domanda che mi ritorna spesso in mente all’inizio di questo 2004.

Pochi, infatti, sanno che sarà probabilmente istituito un nuovo Patriarcato: quello catto­lico-ucraino con sede a Kiev.

La possibilità di quest’evento ha già scatenato immediate reazioni nei maggiori vertici ecclesia­stici del mondo ortodosso. Cercherò di analizzare i fatti mostrando, al termine, il problema fon­damentale che, a mio avviso, soggiace a tutto.

 

 

La reazione del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I

 

In un sito ufficiale del Patriarcato Ecumenico (www.ep-patr.gr) è possibile rinvenire un’eloquente documenta­zione sui rapporti cattolico-ortodossi per la questione cattolico-ucraina. Tra i vari link spicca quello relativo ad una lunga lettera del Patriarca di Co­stantinopoli, Bartolomeo I, a Papa Giovanni Paolo II. Il testo, redatto unicamente in greco, contesta una recente tesi sostenuta dal cardinale Kasper secondo la quale non ha senso affermare che la Chiesa antica era retta da un sistema pentarchico (dalla reciproca collaborazione e comunione dei cinque patriarcati storici), dal momento che i patriarcati furono istituzioni ecclesiastiche stabilite in epoca giustinianea per volere dell’imperatore bizantino al fine di controllare più effi­cacemente la situazione ecclesiastica allora esistente. A queste asserzioni, Bartolomeo I oppone tutta una serie di docu­mentazioni storiche esprimendo non poca meraviglia di come il cardinal Kasper, tutt’altro che a digiuno di storia e di teologia, possa sostenere una tale prospettiva che, in fin dei conti, invalida lo stesso ruolo del patriarcato di Roma.

Al di là delle letture più o meno corrette degli avvenimenti storici, è evidente che il cardinal Ka­sper deve, in qualche maniera, giustificare l’odierna situazione ecclesiastica cattolica che pre­scinde sempre più da ogni riferimento territoriale (si pensi solo alla diffusione delle prelature personali e ai movimenti) per sottolineare l’importanza della comunione personale con il ro­mano pontefice. Relativizzando il valore dei patriarcati, Kasper vorrebbe anche tranquillizzare il mondo ortodosso davanti alla prospettiva della creazione di un futuro patriarcato greco-catto­lico. Ma con questa sua risposta, il cardinale ha di fatto ottenuto l’effetto contrario perché la sua tesi relativizza inevitabilmente anche il ruolo giocato dai patriarcati all’interno della Chiesa orto­dossa. Così, al precedente problema, egli ha aggiunto ulteriori complicazioni...

 

 


La reazione del patriarcato di Mosca e la posizione greco-cattolica

 

Parallelamente a questa reazione, c’è stata quella particolarmente accesa del patriarcato di Mo­sca. Le attività del futuro patriarcato greco-cattolico sono in essa qualificate come un vero e proprio espansionismo ai danni della Chiesa or­todossa russa.

Pare che le due reazioni patriarcali abbiano creato disorientamento e panico nella cu­ria vaticana al punto che potrebbe innescarsi una preoccupante catena di documenti polemici. Per contro, i mezzi di comunicazione sono stati fin ora avari d’informazioni. Nella rete web, oltre al sito su in­dicato, si può trovare solo un articolo di Sandro Magister che riporta la questione ucraina traendo spunto da un paio d’interviste di Gianni Valente pubblicate su “30 giorni” (novembre 2003).

È dunque obbligatorio partire dall’articolo di Sandro Magister il quale riporta in sintesi i pareri del futuro patriarca cattolico-ucraino, Lubomyr Husar, e del patriarcato russo ortodosso. Esa­mi­niamoli attentamente.

 

Il commento del cardinale Lubomyr Husar mi pare significativo perché indica un modo d’intendere i rapporti tra le Chiese preesistente al Concilio Vaticano II. Egli pare esprimere i con­cetti cari all’ “ecclesiologia del ritorno” (le altre Chiese devono rientrare nella nostra), con alcune differenze e adattamenti dettate dai nuovi tempi. In questo contesto le Chiese orientali unite a Roma hanno una funzione storica di mediazione nei riguardi della Chiesa ortodossa affinché quest’ultima ritorni in comunione personale con il papa. Una volta che questo com­pito si realiz­zerà, afferma Husar, terminerà pure la funzione storica della Chiesa unita che dovrebbe rientrare nel Patriarcato “riconciliato”. Ammettendo che questa “riconciliazione” possa accadere, non mi pare molto realistico che la Chiesa greco-cattolica, da secoli abituata a differenziarsi dall’Ortodossia (pure la foggia dei paramenti ne mostra la distinzione!) e vigorosamente appog­giata al primato petrino nel senso cattolico-romano, possa facilmente “rientrare” nei ranghi di un patriarcato di Mosca, anche se “riconciliato”!

Al di là di ogni possibile conside­razione, è evidente come l’elevazione della Chiesa cattolico-ucraina in patriarcato con sede a Kiev, indicherà inequivocabilmente una certa rivalutazione dell’ “ecclesiologia del ritorno” se non nelle parole almeno nella sostanza.

Il fatto spiazzerà particolarmente i sostenitori dell’ecumenismo po­stconciliare per i quali parlare di “ritorno” era come discutere su un reperto archeologico. È noto, infatti, che nei documenti ecumenici l’unità ecclesiale è un frutto che ogni parte deve ricercare assieme a tutti. L’assunto fondamentale di questi documenti è che nessuna parte deve assorbire le altre al suo interno.

 

La reazione del patriarcato di Mosca, esposta dal metropolita Kirill, si muove con un evidente spirito difensivo, ma mostra elementi di un certo interesse che è bene sottolineare.

Kirill presenta il concetto di “Chiese sorelle”, a suo tempo già ampiamente esposto da parte vati­cana. Per Kirill è implicito a tale concetto che la Chiesa cattolica non possa muoversi nel territo­rio canonico di un’altra Chiesa, anche in non perfetta comunione con lei, senza averla prima contattata. Ogni iniziativa autonoma infrange i tentativi di giungere ad una perfetta comunione ecclesiale tra l’Ortodossia e il Cattolicesimo romano e non fa che seminare discordia e sospetto reciproci. Fanno parte delle iniziative autonome “la pratica dell’arruolamento di bambini e adole­scenti battezzati nell’Ortodossia nelle organizzazioni cattoliche, in ostelli e altre strutture dove si fanno partecipare a funzioni religiose cattoliche, alla comunione, all’assistenza spirituale del clero cattolico”. Per Kirill questo quadro, già abbastanza difficile, viene oltremodo complicato dall’attività espansionistica dei greco-cattolici i quali, appropriandosi del titolo patriarcale di Kiev sdoppiano tale titolo appartenente, di per sé, al solo Patriarca di Mosca. E, da questo punto di vista, i titoli patriarcali identici su un medesimo territorio ma appartenenti a Chiese di confes­sione differente, ripropongono o fanno ricordare troppo bene la triste prassi del “tempo delle crociate, quando s’istituivano in Oriente dei patriarcati cattolici paralleli a quelli ortodossi”.

Queste iniziative e la tendenza ecumenica degli ultimi anni mostrerebbero che, per le concezioni cattoliche, il valore ecclesiale dell’Ortodossia è decisamente secondario rispetto a quello catto­lico. Constatando ciò, Kirill conclude: “Non rimane altro che sperare, pregare e lavorare affinché il ritorno alle cose buone già sperimentate nei nostri rapporti non diventi un fatto di un futuro lontano”.

 

 

Il vero nodo di tutta la vicenda

 

Ma qual’è, di fatto, il punto di divisione più doloroso che soggiace a tutta questa recente dia­triba? A mio avviso consiste nell’autorità del papa, così com’essa si è sviluppata nel secondo millennio cristiano.

L’importanza della comunione personale con il romano pontefice è la chiave principale dell’odierno problema ecumenico. Nel Cattolicesimo la persona del romano pontefice non è solo “una bandiera”, come il cardinal Husar afferma nella sua intervista a “30 giorni”, ma l’autorevole interprete della tradizione cattolica nei vari momenti della storia. Essere in comu­nione con lui ha una valenza assolutamente più pregnante rispetto all’essere in comunione con un qualsiasi patriarca ortodosso il quale non è mai stato ritenuto un elemento costitutivo ed esegetico della tradizione cristiana. Non è realistico credere che il Cattolicesimo possa privarsi di questo riferimento con il quale è possibile affermare la possibilità di una certa “evoluzione” dogmatica. Oltre a ciò, il papa è la fonte di ogni potere di giurisdizione all’interno della Chiesa cattolica. Un potere ecclesiastico che non provenga da lui è, per la classica teologia cattolica, il­legittimo e tale risulta ancora nell’attuale codice di Diritto Canonico. Non meraviglia che, con questi presupposti, ci sia qualche ambiente cattolico iperconservativo che consideri le Chiese orientali chiese illegittime. Potremo dargli torto?

 

Le concezioni ecclesiologiche ortodosse, nel pensiero e nella prassi classica dell’Ortodossia, non hanno, invece, nessuna impostazione di tipo personalista. La comunione con l’Ortodossia non avviene semplicemente perché ci si riferisce ad un patriarcato ma perché, al di sopra di tutto, si assume lo stesso e identico spirito espresso nella tradizione ecclesiale-spirituale-dogmatica del primo millennio, spirito che si riceve non con una formazione intellettuale ma con una comunione di vita e di sentimenti all’interno di una comunità di credenti. Solo a seguito di ciò, il credente si riferisce al particolare ve­scovo posto al servizio di quella comunità.

Nell’Ortodossia non esiste alcun concetto di “assorbimento ecclesiale”, praticato nella storia del Cristianesimo occidentale ed emblematicamente manifestato negli eccessi della latinizzazione delle diocesi grecaniche dell’Italia meridionale. Per questo l’Ortodossia non ha mai fatto dei pro­seliti. Una Chiesa o un gruppo di persone che volessero divenire ortodosse lo fanno di loro spontanea volontà assumendo lo spirito dell’Ortodossia e vivendolo, non con una meccanica sottomissione ad un’autorità gerarchica! Infatti, in questo contesto, l’autorità ecclesiastica è solo un’espressione dell’ethos e dello spirito della tradizione ecclesiale, ed è autorevole tanto in quanto la manifesta. E’ questo che spiega il grande fascino esercitato nell’Ortodossia dagli staretz o dai padri spirituali i quali, a loro volta, sono semplicemente la “bocca” dell’Ortodossia. Come si vede, la persona (di un vescovo o di un padre spirituale) è considerata tanto in quanto esprime e incarna il primato della tradizione.

Se dunque nel Cattolicesimo il ruolo personale del papa è un elemento fondamentale che au­tentica la Chiesa e interpreta la sua tradizione, nell’Ortodossia un papa non può essere che un primus inter pares dove ciò che veramente primeggia è la tradizione vivente della Chiesa mo­strata, per opera dello Spirito Santo, nella vita di santi asceti e degli staretz.

Questo spiega, a sua volta, la meticolosa organizzazione ecclesiale cattolica tutta incentrata e concentrata attorno alla curia vaticana e al papa e, nel mondo ortodosso, l’impostazione e l’ecclesiologia pneumatico-carismatica. Da ciò discende l’attenzione occidentale verso l’aspetto e l’operato umano, mentre l’Oriente preferisce sottolineare il valore dell’ascetismo e della trascen­denza.

 

Detto questo, si può pensare ad una possibile integrazione tra queste due dimensioni superando  l’ostacolo del personalismo ecclesiale?

Qualcuno ha affermato di sì a patto di far “rinunciare a qualcosa” entrambe le parti.

Ma se il Cattolicesimo rinuncia al ruolo del papato, come vertice sommo e personale dell’ inter­pretazione e del rinnovamento della sua tradizione, rinuncia all’unico elemento che, con  un’autorità la cui origine è ritenuta divina, può unire in un unico corpo comunità ecclesiali a volte assai diverse tra loro e ben poco disposte a convivere sotto uno stesso tetto. Rinunciando a questo ruolo papale, il Cattolicesimo diverrebbe come una nave senza timoniere: si esporrebbe ad ogni genere di contraddizione e di cri­tica autodistruttrice alle quali fin ora si è protetto anche per il fatto d’essere la prima sede che non dev’esser giudicata da alcuno (prima sedes a nemine judicatur)!

Se l’Ortodossia rinuncia a porre al vertice di tutto la sua tradizione pneumatico-carismatica, oscura gli strumenti con i quali santifica gli uomini e omologa la Chiesa ad una semplice strut­tura umana. Solo ponendo la tradizione al vertice di tutto è possibile discernere l’attività di un Concilio (che per essere valido nell’Ortodossia dev’essere riconosciuto e accolto da tutto il corpo ecclesiale, non semplicemente proposto o, peggio!, imposto) e di qualsiasi disposizione episcopale o patriarcale.

Come si vede, le difficoltà di una vera riunificazione sono più che evidenti e non basta l’ottimismo del cardinal Husar (che in realtà veicola un’ecclesiologia cattolica temperata con   qualche correttivo ortodosso) ad annullarle.

Forse il futuro non sarà roseo. Proprio per questo, mi auguro che tra i cristiani non venga meno uno spirito di rispetto e di fratellanza con il quale, nonostante le divisioni storiche, è possibile testimoniare una comune tensione verso Cristo, Salvatore degli uomini. Infatti, sotto il cielo non esi­ste alcun nome con il quale possiamo essere salvati (At 4, 12) dalle nostre morti quotidiane.

 

 



Sab 3 Gen 2004 4:05 pm

mauriziobenazzi
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mauriziobenazzi
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