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Quel genio di Levinas!   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #98 di 110 |

Informiamo che alla data odierna sono tornati visibili tutti gli indirizzi elettronici su Yahoo France e che la ML è visibile anche nella directory di Topica.com, dopo oltre un mese di “oscuramento”. Vi terremo informati, se ce lo consentiranno…

 

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Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze

(Deuteronomio 6,5)

 

Amare Dio con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come te stesso, è molto di più di tutti gli olocausti e i sacrifici

(Marco 12,33)

 

 

 

L’amore di Dio non può invecchiare; cancella la colpa e la maledizione. Lavora anche oggi alla nuova creazione. E’ nascosto nelle tenebre

Della nostra anima e della nostra storia. Ma non è completamente nascosto per quelli che sono afferrati dalla sua realtà. “Non lo vedete?” dice il profeta. Non lo vediamo?...

(Paul Tillich, teologo socialista)

 

 

 

Quel genio di Levinas…

 

Per le strade di Atene e Gerusalemme


Orme di vita IL SOBRIO EBRAISMO LITUANO dell'infanzia, l'adesione entusiastica alle impalpabili atmosfere di Strasburgo. Quindi Parigi, la guerra, la prigionia, la shoà. E poi gli incontri. Con Blanchot e Jean Wahl, Husserl e Heidegger. Per Jaca Book, «La vita e la traccia», l'attesa biografia di Emmanuel Lévinas firmata da Salomon Malka
Traiettorie parallele La filosofia e l'ebraismo come luoghi fondativi di un pensiero che voleva resuscitare il religioso nel cuore del filosofico
Tutti i nomi degli uomini Un'insonne e incessante ricerca dell'Altro. Volto e nome proprio di un'etica che Lévinas viveva come turbamento e passione


OTTAVIO DI GRAZIA
Emmanuel Lévinas muore a Parigi il 25 dicembre 1995, giorno in cui i cristiani celebrano il Natale e gli ebrei terminano Chanukkah, la festa delle luci. Venne sepolto al cimitero di Pantin, in un grigio mattino, battuto dal vento e dalla pioggia. Una folla raccolta di amici, colleghi, discepoli, curiosi dava l'addio a uno dei più grandi filosofi del secolo appena trascorso. Quel giorno Jacques Derrida pronunciò l'orazione funebre con la voce rotta dall'emozione che il vento quasi copriva. Un mattino d'inverno che rendeva più duro l'addio. «Alla vita di Lévinas poteva ormai seguire la traccia».

Ed è quello che ha fatto Salomon Malka (scrittore, giornalista, allievo di Lévinas) con questo libro cui ha consacrato cinque anni di ricerca - Emmanuel Lévinas. La vita e la traccia, Jaca Book, Milano 2003, pp. 302, euro 24,00 - che ci accompagna, con una minuziosa ricostruzione, attraverso i sentieri, le tappe di una vita e di un'opera che hanno segnato la storia del mondo contemporaneo.

Si tratta dell'attesa biografia di un filosofo che non ha cessato e non cesserà di interrogarci e di scuotere il nostro modo di pensare, le nostre certezze, le nostre sicurezze.

Non si può separare un cammino di pensiero dal volto che lo ha incarnato, né si possono separare i libri dai luoghi, dalle relazioni, dagli incontri che ne hanno segnato la maturazione, la difficile composizione.

La vita e la traccia, dunque. «Ma di cosa è fatta una vita filosofica? A cosa assomiglia la vita di un filosofo?». Le domande di Malka non hanno a che fare con una banale curiosità biografica. Del resto nessuna biografia può dirsi completa. Anch'essa sarà condizionata dalla nostra interpretazione. Una vita può essere disponibile, a portata di mano. E' di tutti e di nessuno. Certo, può essere ripercorsa ma mai catturata nelle maglie di un sistema biografico che curva una intera esistenza e la piega alle nostre necessità. Così è dell'opera di una vita. Anche i libri sono a portata di mano, ma se non se ne vuole fare degli oggetti spenti e opachi vanno tenuti aperti, continuamente interrogati per proseguire un cammino avviato da una voce che seppure spenta, continua a parlarci.

Volti, voci, luoghi. Rue Michel-Ange a Parigi, la casa di Lévinas. Comincia qui il lungo viaggio di Malka. Comincia nell'intimità familiare fatta di cose semplici, da un accoglienza sull'uscio della porta dell'appartamento dei Lévinas. Il filosofo con l'abito stropicciato e la moglie «un po' ripiegata su se stessa».

Accoglienza fatta di parole semplici, dirette, di una gentilezza innata accompagnata da un sorriso.

L'indagine di Malka comincia dai luoghi che hanno visto nascere il filosofo francese.

La prima tappa è nella sua città natale: Kaunas (o Kovno), in Lituania dove il filosofo nasce il 30 dicembre 1905. In famiglia si parla il russo. La sua infanzia è immediatamente intrisa di valori religiosi. La sua è infatti una famiglia praticante, si reca in sinagoga, mangia kasher, si rispetta lo Shabbat, si celebrano le feste ebraiche. «E' un ambiente religioso senza eccessi, inserito nella tradizione lituana, dove la vita quotidiana è scandita dalle usanze ebraiche». L'ebraismo lituano dominato dalla gigantesca figura del Gaon di Vilna si è sempre caratterizzato per la sua sobrietà e per una rigorosa interpretazione della tradizione religiosa che i fratelli Lévinas ricevono grazie a un precettore
ebreo a domicilio. Il padre libraio trasmette il suo amore per i libri. La grande cultura russa non poteva lasciare indifferente Lévinas che, infatti, vi attinge a piene mani.

Nel 1923 Lévinas giunge a Strasburgo, città dalle impalpabili atmosfere, città di confine, sospesa tra due mondi: quello francese e quello tedesco. Per il giovane lituano si tratta di un ambiente meraviglioso in cui potersi adattare al suo esilio che sarà quello definitivo. Studia filosofia, si laurea nel 1927. Cominciano gli incontri che segneranno la sua vita: quello con Maurice Blanchot innanzitutto.

La scena filosofica francese era, allora, dominata da un notevole fermento e aperta a diverse correnti e influenze. L'eredità del XIX secolo con il positivismo di Auguste Comte o l'epistemologia di Cournot pesano ancora. Ma da un lato le scienze umane rivendicano tutto il loro peso e dall'altro la religione, la spiritualità ritornano ad essere un campo di riflessione teorica e di ricerca storica. Le prime traduzioni dell'opera di Freud; la sociologia con la rivoluzione metodologica proposta da Durkheim; la linguistica di De Sussurre, l'etnologia di Mauss; l'effetto dell'opera di Bergson, di Maritain o di Etienne Gilson partecipano a quel rimescolamento dei saperi che formano lo sfondo di un momento decisivo della cultura europea.

Ma ben presto Lévinas va oltre. Tra l'estate del 1928 e l'inverno 1928-29 si reca a Friburgo in Brisgovia, in Germania. Intende studiare con Husserl e incontra Heidegger. Sono incontri cruciali con due giganti del pensiero che segneranno profondamente il cammino di pensiero di Lévinas. Infatti tutta la riflessione filosofica successiva porterà i segni di questi due grandi maestri a cui si aggiungerà la ripresa in profondità del pensiero ebraico. Sarà proprio il giovane studioso a far conoscere in Francia Husserl e la fenomenologia. E a Husserl dedica il suo primo libro La teoria dell'intuizione nella fenomenologia di Husserl.

Il rapporto con Heidegger sarà segnato per sempre dalla sua adesione al nazismo.

Divenuto cittadino francese, nel 1932 torna in Lituania per sposare Raissa Levi, la figlia dei suoi vicini, la compagna di una vita. Finalmente Parigi, la nascita dei figli, il lavoro all'Ecole Normale Israelite Orientale, la guerra, la prigionia, la Shoah, i seminari di Davos, quelli di Lovanio, le strade di Tel Aviv e quelle di Gerusalemme, fino, ormai più che cinquantenne, alla Sorbona.

I difficili rapporti con la scrittura, le insicurezze, la solitudine in cui maturava autentici capolavori tra l'indifferenza generale fino alla tardiva consacrazione, sono altrettante tappe di una vita.

Malka annoda i fili di un'esistenza (il rapporto con i figli, con gli allievi), le amicizie (Blanchot e Jean Wahl), il duro apprendimento talmudico con un misterioso e affascinante maestro, Chouchani, gli influssi di Rosenzweig, i dialoghi con Ricoeur, Derrida e Giovanni Paolo II.

Ma la sua è stata anche un'esistenza filosofica. Emmanuel Lévinas ha parlato la lingua della filosofia e, da questo punto di vista, deve essere considerato uno dei maggiori pensatori del XX secolo. Ma ha anche parlato quella della tradizione del suo popolo. Da quest'altro punto di vista è un testimone dell'ebraismo contemporaneo. Egli non si è mai considerato un talmudista, ma è stato un grande lettore del Talmud, una vera guida per un'iniziazione ai testi della tradizione ebraica.

Del resto, pur non amando sentirsi definire un filosofo
ebreo, pur insistendo sul fatto che faceva essenzialmente filosofia, non si può non riconoscere questo intreccio. Non Atene contro Gerusalemme, ma Atene e Gerusalemme sono i luoghi fondativi della sua proposta filosofica.

Nel corso degli anni, accanto alla riflessione filosofica, porterà avanti un'attività di «talmudista della domenica» che verrà consegnata in scritti «confessionali» di notevole spessore e suggestione.

Non c'è opera filosofica - da Dell'evasione del 1935 a Totalità e infinito del 1961 (che lo consacra), fino a Altrimenti che essere o al di là dell'essenza del 1974 e a Dio che viene all'idea del 1982 (per citare solo alcuni titoli di una ricerca magistrale) - che non indichi un rimando alla tradizione ebraica. Tuttavia mai come in Lévinas i due tragitti sono pensati in maniera rigorosamente autonoma.

«L'opera di Lévinas si è radicata lentamente. Ci ha messo del tempo». Perché? Per la lingua difficile? Per la singolarità della sua scrittura, per il suo impatto, per la sua fascinazione che provoca al tempo stesso la consapevolezza di trovarsi di fronte a un pensiero cui è difficile attenersi?


Mettere il volto al centro della sua filosofia, descrivere l'irruzione dell'etica, che Lévinas riteneva essere la filosofia prima, come un turbamento, uno sconvolgimento, una passione, «resuscitare il religioso nel cuore del filosofico, tracciare una nuova via nel profondo del giudaismo», non poteva che disturbare producendo molte caricature e semplificazioni.

Si può forse caratterizzare l'itinerario filosofico di Lévinas come un'insonne ricerca dell'Altro, che - volto e nome proprio - è sempre innanzitutto l'uomo. L'Altro, l'interrogante che si svela, contemporaneamente nella sua distanza e nella sua prossimità. Questo risuona nelle potenti architetture del suo pensiero come nel suo scabro argomentare. Del resto la nozione dell'umano nella Torah precede la differenza. La relazione interumana viene prima di tutto.

Da questo punto di vista il pensiero di Lévinas rinvia al capitolo del libro della Genesi (4, 26) dove si dice: «Solo allora si comincerà a invocare il nome dell'Eterno». Siamo dopo la morte di Caino. Caino ha dato vita a Chet e Chet a Enoc. Il passo si trova dopo la nascita di Enoc, il cui significato in ebraico è, appunto, «umano».

Lungi dal poter essere chiusa in un sistema quest'opera si presta a una lettura infinita, mai definibile. Sempre aperta.

Che ne è dell'opera di una vita? Dei successi, degli insuccessi, dei rimorsi, delle cose solo abbozzate? Lévinas amava un passo di Rashi sulla rotture delle tavole della legge in cui è prescritto a Mosè di conservare nel Santuario i frammenti delle prime accanto alle seconde, come se mancasse qualcosa alle seconde senza la «rottura» delle prime. Lévinas ha scritto molto. Quello che non ha desiderato dire non l'ha detto.

L'opera ha una coerenza. La vita anche. L'una e l'altra bastano a se stesse. Il suo pensiero si rivela inabitabile perché è un pensiero in cui non c'è un'ultima parola, dove niente è definitivo, nulla è stabile, che non lascia alcuna quiete. Un'opera che semplicemente testimonia le infinite risorse del pensare. Per continuare a pensare.

 

 

Tratto da “Il Manifesto” del 6 gennaio 2004; di Levinas si è occupato anche QOL

 

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L’adesione di Ecumenici al  FORUM CONTRO LA GUERRA:

 

Il primo incontro nazionale di tutti gli aderenti all’appello si terrà domenica 11 gennaio 2004 a Milano, dalle ore 11.00 alle 16.00, nel salone dell'ANPI (via Pietro Mascagni, 6 - Metro SAN BABILA - linea rossa).

 

 

Il testo dell’appello coi primi firmatari si trova sul sito: www.forumcontrolaguerra.org

 

 

Per adesioni e comunicazioni : adesioni@...

 

Tutte le informazioni relative alle iniziative del Forum verranno rese note sul sito e comunicate direttamente agli aderenti all’indirizzo di posta elettronica che essi ci segnaleranno con la loro adesione. Si raccomanda pertanto la massima precisione nella comunicazione del proprio recapito di posta elettronica

 

Forum contro la guerra

 

 

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Posta ricevuta:

 

Messaggio di Natale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, riportato a suo tempo da Ecumenici, nel messaggio ricevuto

….. (con testo in francese)

 

Cari amici e fratelli, in questa newsletter, citando tutti  credenti che ripudiano l'aggressione all'Iraq, avete omesso i cattolici. Domando se lo avete fatto di proposito o per una svista, visto che mi pare che, a parte alcuni limitati settori reazionari legati alla destra italiana, anche il mondo cattolico ha detto un NO convinto e unanime alla guerra.

Fraterni saluti.

Lorenzo Feltrin

Caro Lorenzo,

i cattolici (di “noi siamo chiesa”) sono molto spesso anche i redattori di questa newsletter, vincono i nostri piccoli premi di critica, ma ad essere sinceri - molto spesso - non riscontriamo la stessa reciprocità di interesse, salvo che su Yahoo.it, dove alcune ML amiche ci offrono un piccolo spazio, di tanto in tanto, per rendere noto il nostro manifesto. Non è così però per ad. es. le riviste come Tempi di fraternità o Adista, di cui siamo abbonati paganti. Potrei dire di più… all’appello contro la guerra di Milano (che riportiamo in questo numero) non figura nemmeno un protestante: eppure Ecumenici ha sottoscritto appena ne ha avuto informazione. Come mai? Possibile che non figuriamo fra i primi firmatari?

Se mi permette vi è da domandarsi – tornando alla sua domanda - per quale ragioni le gerarchie cattoliche non partecipano ancora al Consiglio Ecumenico delle Chiese, se non in veste di osservatori. Lei conosce le motivazioni ecclesiologiche e teologiche? Lo sa che  si reputano ancora la chiesa e non una delle chiese, in comunione con le altre?  Questo francamente è sconvolgente ‘per un cristiano.

Le preannuncio con gioia comunque che ci saranno nuove collaborazioni a questa newsletter: molto interessanti.

Tanti auguri Lorenzo

 

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Tratta dalla ML France Catholique

 

 

M. Maurizio Benazzi,

  Je vous réponds dans le même sens que M. Gérard Gautin : "Désolé sans moi bien que j'approuve votre "NON" à la guerre".

J'aime beaucoup M. Dietrich Bonhoeffer. Mais j'aimerais que vous me donniez les références : le titre du livre d'où est tiré la citation, l'éditeur, l'année d'édition et la page. car je ne connais pas ce passage et j'aimerais pour répondre pleinement connaître le contexte de ce passage.

Parce qu'à ma première lecture cela m'a fait réagir. Voici ma réaction immédiate :

  "L'obéissance sait ce qui est bien, et l'accomplit." Depuis quand l'obéissance sait ce qui est bien?

  L'obéissance ne s'inscrit pas dans la vision de la notion du bien ou du mal.
Car c'est l'autre qui dicte mon faire et mon agir dans son "ordre d'action". Et de ce fait c'est l'autre qui est censé savoir ce qui est bien ou mal. C'est pourquoi il ne faut pas avoir une attitude servile ou aveugle, face à cette obéissance. Car notre conscience doit intervenir. Lui a aussi la notion du bien et du mal puisque éduquer par notre acquis et éclairer par l'Esprit-Saint. L'obéissance ne se fait que si nous somme à l'écoute de notre conscience et donc de l'Esprit-Saint et qui nous permet d'accomplirl "ordre d'action". Par conséquent l'obéissance ne s'inscrit que dans un cadre de double écoute : de l'autre (le donneur d'ordre) et de ma conscience (le jugement) ce qui influe sur ma liberté.

De plus, je ne suis peut-être qu'un idiot du village mais peut-on me dire ce que cela signifie : "ML" (Mouvement de Libération ?). Ma lanterne pourra s'éclairer.

Bernard.

 

 

 

Egregio signor Bernard David,

voi potete consultare questo testo di una casa editrice cattolica, da dove è tratta la citazione: Dietrich Bonhoeffer, “Libertà di vivere”, Gribaudi Editore, maggio 2001, pagina 20; la riflessione è intitolata “Libertà”.

Le rispondo sempre con le parole di Bonhoeffer indicate nello stesso testo, alla pagina 16: Essere cristiano non significa essere religioso in una certa maniera, fare qualcosa di se stessi in base a qualche metodo, ma significa essere uomo. L’elemento cristiano non è qualcosa che va al di là dell’elemento umano, ma vuol essere proprio in mezzo a ciò che è umano.
L’elemento cristiano non è fine a se stesso, ma consiste nel fatto che l’uomo può e deve vivere da uomo davanti a Dio. Il campo d’azione del cristiano è nel mondo. Qui egli deve darsi da fare, collaborare e operare, qui compiere la volontà di Dio. Perciò il cristiano non è un pessimista rassegnato ma una persona che nel mondo è lieta e serena….

So che in Francia certe sigle (poco importa se inglesi o di altra lingua) sono un po’ sconsigliate ma ML, in internet, significa semplicemente Mailing List. Nonostante sia un cultore della lingua e cultura francese, accetto gli usi e le convenzioni prevalenti ormai anche in Italia.

Cordialità.

Maurizio Benazzi

 

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Cari Amici,

vorrei rispondere a Massimo Niro, rispetto al suo sconforto politico. Io sono comunista, e vi leggo con attenzione. Quello che proprio non capisco è perchè brave persone come Massimo non prendono in considerazione anche il PRC come possibile partito a cui aderire. Un partito che ha lottato con tutte le sue forze in condizioni difficili, mantenendo grande rispetto per il Movimento dei Movimenti e un rapporto di parità con tutti. E' un partito marxista, ma di questi tempi non è proprio un difetto. E' il partito che ha difeso la Costituzione Repubblicana e l'antifascismo, la resistenza e le libertà di tutti. Ci battiamo in ogni Consiglio Comunale e nella società, carceri incluse, per il rispetto della legalità e dei diritti umani.

Perchè metterci alla pari degli altri, o non considerarci ?

Quanto a Padre Balducci, che ho sempre letto e apprezzato, spero che facciate presto quella sintesi ragionata dei suoi scritti.

Credo ce ne sia veramente bisogno, insieme a quelli di David Maria Turoldo.

Vi ringrazio per l'attenzione, e vi auguro Buone Feste.

Tasselli Gianni

 

Caro Gianni,

è molto interessante l’intervento che verrà pubblicato a gennaio: saresti così cortese da spiegarmi personalmente  (e se lo ritieni anche pubblicamente) la “svolta” sulla non violenza del segretario Bertinotti? E’ condivisa all’interno del partito? Mi sembra oggettivamente uno snodo politico cruciale per capire il nuovo PRC…

Se troviamo qualche collaboratore che si presta alla lettura ragionata di alcuni testi degli autori proposti, troverai certamente delle schede o qualcosa di simile.

Credo che nessun lettore o lettrice metta in discussione la valenza politica positiva del PRC anche in questo frangente storico: se lo fa ha sbagliato semplicemente ML. Capita. C’è semmai libertà di “spaziare”, oltre le ideologie (che loro stesse si evolvono), per la ricerca di punti di riferimento per l’attuazione della Pace, della Giustizia e della salvaguardia del creato. Concretamente nell’oggi.

Poi ovviamente ognuno è libero di fare le scelte partitiche o anche di non voto che ritiene opportuno fare…

Questo è il bello della democrazia: l’ultima parola spetta comunque alla singola persona nel segreto dell’urna.

Un caro augurio di buone feste anche a te

Maurizio

 

 

Caro Maurizio,

ti ringrazio per la risposta che mi hai dato.

Venendo alla domanda, su PRC e non-violenza, ti posso rispondere che è davvero una scelta strategica, calata dall'esperienza del movimento dei movimenti. D'altronde Genova 2001 ha ancora oggi il significato di fare rispettare la legalità anche dopo tutto quanto di illegittimo e illegale ha fatto il governo Berlusconi e Fini (che prima o poi dovrà rispondere della sua presenza nel comando centrale dei Carabinieri ).

Destra e centrosinistra hanno in comune una regressione totale verso forme autoritarie di politica. Gli esecutivi hanno poteri autocratici.

Solo proponendo il massimo decentramento del potere politico, e la difesa della divisione dei poteri, possiamo difendere la democrazia.

Il voto non basta.

Io credo nel principio di immanenza. Guardo la realtà e cambio la teoria. Questo è il significato della filosofia della prassi.

La scelta della non violenza per i comunisti non ha lo stesso significato dei teorici classici della stessa. Ma è scelta strategica perchè è la via legittimante della politica. Ma guarda che i comunisti lo hanno praticato dal dopoguerra in poi, anche se non ne avevano fatto scelta strategica. E sai perchè lo dico ? Perchè sono di Reggio Emilia.

Lo sai cos'è stata la Resistenza qui ? I fratelli Cervi, Don Pasquino Borghi, e prima gli uccisi nelle nostre campagne nel 1920.

E poi lo sai cosa sono state le Reggiane, nel '43 e nel '46 ? stragi su stragi. E poi i morti del luglio '60, vuoi vedere il diario all'interno della Direzione DC ? Nessuno ha pagato per quei crimini, e c'è ancora il segreto di Stato. E poi il terrorismo di tutti i colori, anni '70 e '80.

Quando parli con qualcuno qui, di sicuro ha alle spalle, tra i suoi parenti, una vittima, un perseguitato, una ferita.

Se davvero i comunisti avessero scelto strade di militarizzazione della politica, ne avrebbero avuta l'occasione, ti pare ?

Ma nella coscienza di un popolo si vede bene quanto è strategica una scelta.

Noi abbiamo rifondato un partito comunista perchè vogliamo interpretare politicamente quella coscienza.

Vi auguro un sereno 2004, e che la pace torni per tutti, anche per l'Iraq.

Gianni

 

Ho sentito in queste ultime ore di giovedì 8 gennaio 2004 che il segretario Bertinotti ha in serbo importanti cambiamenti politici e organizzativi per l’imminente futuro… forse le nostre strade si incrociano già nel breve termine. Grazie della risposta Gianni.

 

 

 



Gio 8 Gen 2004 8:16 pm

mauriziobenazzi
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mauriziobenazzi
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