Foto archivio Hobby Animali
Recenti studi hanno dimostrato che la pet-therapy non include soltanto
l'interazione bambino-animale ma ha una notevole influenza anche su soggetti
adulti affetti da particolari problematiche o semplicemnte stressati dalla vita
quotidiana. Un esperimento adottato nelle carceri italiane ha dimostrato che
prendersi cura di un piccolo animale (un roditore o un canarino in gabbia)
attenua notevolmente le tensioni psichiche e riduce le manifestazioni di
aggressività comuni alle persone la cui libertà è stata privata, e questo a
vantaggio anche di una diminuizione dell'uso dei farmaci e dei tentativi di
suicidio.
La pet-therapy ha da sempre rappresentato un valido supporto per moderare lo
stress e indurre il nostro corpo alla produzione di endorfine, che a loro volta
stimolano le difese immunitarie. Infatti, il semplice contatto fisico e visivo
con un essere più piccolo di noi che si lascia accarezzare e coccolare crea una
sorta di benessere i cui effetti sono facilmente osservabili.
È dal 1977 che si studia l'effetto della presenza attiva dell'animale domestico
per combattere mali che riguardano l'apparato cardiocircolatorio (ipertensione,
infarto e tutte le conseguenze a loro legate). Gli Stati Uniti sono senza dubbio
il paese-pilota in questo campo di ricerche. Il primo programma organizzato di
pet- therapy fu sperimentato nel 1944 dalla Croce Rossa Americana in un centro
di convalescenza a Pauling, vicino New York, dove erano ricoverati i soldati
dell'Aeronautica militare. La terapia si basava sul lavoro in fattoria e
sull'interazione con gli animali. Purtroppo non c'è alcuna documentazione
scritta su questo periodo; notizie sulla pet-therapy si hanno solo dal 1962,
quando lo psicologo Boris Levinson la introdusse nella cura dei suoi pazienti,
dimostrando che l'affetto di un animale domestico produceva un aumento di
autostima e soddisfaceva il loro bisogno di amore. Levinson studiò in
particolare l'interazione tra bambino e animale; dopo aver notato
che, quando riceveva un piccolo paziente con disturbi psichici nel suo studio,
questi si dirigeva facilmente verso il proprio cane, apparendo più spontaneo e
disponibile ad interagire con lui, ne dedusse che l'animale fosse un mediatore
utile a ristabilire i contatti sociali e cominciò ad usarlo nelle sedute di
psicoterapia, ottenendo risultati più che soddisfacenti.
I cani non sono gli unici animali ad essere utilizzati a favore dell'uomo.
Ottimi risultati si sono avuti con i cavalli (hyppoterapy) e con i delfini
(delfinoterapy). L'hyppoterapy è particolarmente indicata per disabili che hanno
problemi di equilibrio e bilanciamento, poichè cavalcare rilassa la muscolatura
contratta, sia pelvica che lombare, grazie ai riflessi indotti dalla
deambulazione dell'animale. Fondamentale poi per la psiche del soggetto
coinvolto nella terapia è l'effetto emotivo e il rapporto di comunicazione che
prova quando inizia a stabilire un legame affettivo con il quadrupede. Lo stesso
legame viene avvertito anche da chi ha nuotato accanto ad un delfino. Sembra
infatti che questi mammiferi abbiano una naturale predisposizione a comprendere
il linguaggio del corpo umano e quindi a captare i bisogni delle persone. Sono
particolarmente indicati come ausilio terapeutico per bambini autistici e
persone che non abbiano alcun timore dell'acqua. La pet-therapy,
invece, non è indicata per chi ha una paura non superabile degli animali e per
chi soffre di particolari allergie.
Tuttavia, un pensiero ancora molto diffuso è quello di considerare l'animale un
veicolo di malattie: ciò crea numerose resistenze anche da parte di medici e più
in generale delle strutture ospedaliere che per tale ragione impediscono
l'accesso nelle corsie agli animali. È chiaro che il timore può essere
giustificato in un ambiente dove l'igiene è il requisito principale però occorre
ricordare che gli animali utilizzati per ogni genere di terapia sono vaccinati,
tenuti con estrema pulizia, sempre osservati a vista da un istruttore.
Siamo in un paese che ha enormi ritardi nel concepire la pet-therapy come una
vera e propria cura a vantaggio di chi ha bisogno e nel pensare all'animale
domestico come ad un essere che può "servirci" a star meglio. Certo le cause di
questi indugi sono da trovare nei costi che un'equipe di veterinari, psicologi,
medici adepti ad un programma di "terapia dolce" comportano per la società, così
come nella difficoltà esistente ancora nel pensiero comune a concepire qualcosa
di diverso dalla medicina tradizionale.
Tuttavia se dessimo ai nostri animali maggiore possibilità di aiutarci quando
stiamo male, riusciremo forse a fidarci di più del potere terapeutico dell'amore
che ognuno di loro sa trasmetterci.
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