La fragilità del pianeta
di: Marco Magrini
Data articolo: maggio 2008
Fonte: www.ilsole24ore.com
Tutti i giorni alle otto e mezza in punto, al terzo piano di una palazzina
in Alfred street, nel cuore di Oxford, una quindicina di persone si siede
intorno a un tavolo per fare il punto della situazione. Per l'esattezza, la
situazione del mondo. «Con la vittoria in Pennsylvania, Hillary Clinton ha
almeno tamponato la falla dei fondi a sua disposizione», argomenta un
distinto signore in giacca e cravatta. «Il Mozambico ha il 10% del carbone
del mondo, ma sta esportando solo il 2%», rammenta un tizio altrettanto
attempato, ma col physique du rôle di un pittore, o di un chitarrista rock.
«I cinesi sono convinti di essere circondati da popoli a loro ostili e
questo acuisce i problemi del Tibet», assicura un giovane coi tratti
somatici orientali.
Commenti che suonano autorevoli e fondati. E ne hanno ben donde: quasi tutti
i partecipanti sono professori e ricercatori dell'Università di Oxford e
ognuno di loro, a turno, porta a quel tavolo tutto il bagaglio della propria
esperienza accademica. E sono solo parte di una rete di oltre mille esperti
di tutto il mondo, che costituisce il patrimonio di intelligence a
disposizione di Oxford Analytica, una società di consulenza geopolitica che
sforna report per i propri clienti. Fra i quali si contano decine di Governi
(inclusi quelli di Stati Uniti, Regno Unito e Italia), un vasto numero di
società multinazionali (da ExxonMobil a General Electric, da Merrill Lynch a
Colgate) e di organismi internazionali (Nazioni Unite, Banca mondiale, Fondo
monetario). «Il mondo di oggi è frutto di un'incessante competizione fra
poteri, quasi una competizione fra diverse ansietà – osserva Graham
Hutchings, il direttore delle pubblicazioni – e i ritmi del cambiamento sono
senza precedenti nella storia».
Sapere è potere, si direbbe ai giorni nostri. E, negli ultimi anni, Oxford
Analytica ha correttamente anticipato alcuni eventi tutt'altro che
marginali. «Ad esempio – racconta Hutchings – abbiamo previsto il default
del debito argentino, la difficile tenuta delle istituzioni irachene e in
qualche modo abbiamo anche previsto la crisi dei mutui subprime americani».
E siccome le cattive notizie sono, ahinoi, più determinanti di quelle buone,
la società di Oxford tiene giornalmente sotto osservazione i grandi rischi
del mondo. In poche parole, si tratta di una matrice (con tanto di
procedimento brevettato) che viene riaggiustata sulla base delle notizie, o
delle indiscrezioni, che arrivano quotidianamente sul tavolo di Oxford
Analytica. Al primo posto, in una lista di 21 eventi, ci sono le ostilità
militari fra Cina e Taiwan che comporterebbero un intervento americano e
quindi un possibile conflitto fra le due superpotenze d'inizio secolo.
All'ultimo, c'è un ritorno alla conflittualità nei Balcani. Ma il fatto
saliente è che almeno sette di questi rischi globali portano con sé
l'effetto collaterale di uno shock al sistema energetico internazionale.
«Un attacco militare americano all'Iran – commenta Mike Wood, curatore
dell'indice, battezzato Global stress point matrix – avrebbe effetti
sull'output petrolifero. Così come il crollo delle istituzioni irachene, un
taglio “politico” alla produzione di idrocarburi in Sudamerica, una drastica
interruzione delle forniture dalla Nigeria o il rischio di disordini in Asia
Centrale (nelle ex Repubbliche sovietiche che in questi anni hanno aumentato
le esportazioni di gas e petrolio), potrebbero tutti avere effetti negativi
capaci di riverberarsi in tutto il mondo». A questa lista, Oxford Analytica
aggiunge anche la possibilità di un terzo shock dei prezzi petroliferi e la
futura legislazione internazionale sulle emissioni di anidride carbonica,
che potrebbe avere un impatto negativo sui conti delle aziende e magari
degli Stati. Nel nuovo ordine energetico mondiale, i margini per aumentare
la produzione di petrolio sono minimi, per non dire inesistenti.
«Potenzialmente – conferma Hutchings – stiamo entrando in un periodo di alti
rischi energetici, dove la frattura può arrivare da una scarsità fisica di
petrolio, innescata da uno qualsiasi di quegli eventi».
Per la verità, oltre alla classifica in 21 punti, Oxford Analytica tiene
sotto osservazione anche una lista secondaria di rischi globali, dove
spiccano altri potenziali punti di rottura del sistema energetico: la caduta
della famiglia reale saudita (non implausibile, e ad alto impatto) e
l'esclusione delle compagnie straniere dalle risorse di idrocarburi del
Kazakistan (improbabile nel breve periodo, ma non nel lungo). David Young,
l'americano che ha fondato Oxford Analytica nel 1975, rincara la dose. «E se
Chavez decidesse davvero di diventare il nuovo Castro, nazionalizzando
interamente il petrolio venezuelano? E se la Russia decidesse di chiudere i
rubinetti ? I combustibili fossili sono sempre più scarsi e nulla è del
tutto inverosimile. Vede, il nostro mestiere non è fare gli allarmisti. Ma è
evidente che l'attuale interdipendenza del mondo moltiplica i rischi
globali». E i clienti di Oxford Analytica, siano Governi o aziende, hanno la
cronica necessità di vedere e prevedere.
Neppure Young non avrebbe mai previsto di fare questo mestiere. Già
assistente di Henry Kissinger, faceva parte di quel gruppo diventato celebre
come i plumbers – gli idraulici – chiamati dal presidente Nixon ad accertare
la sorgente delle “perdite” di informazioni che uscivano dalla Casa Bianca e
apparivano sui giornali. Il celebre caso Watergate origina da lì. E Young,
dopo che il Senato gli risparmiò un'indagine a suo carico, pensò bene di
trasferirsi a Oxford. Cominciando, da lì, la sua nuova avventura.
Certo, un conflitto armato fra Cina e Taiwan non è da escludersi
categoricamente. Per fortuna, la matrice del rischio globale dice che le
tensioni, dopo le ultime elezioni nell'isola, si sono un po' allentate. Ma
quale potrebbe essere la più realistica scintilla di una crisi geopolitica
planetaria ? «Un attacco americano all'Iran, che destabilizzerebbe l'Iraq
ancora di più», risponde Young. Difatti, nonostante la presidenza Bush sia
agli sgoccioli, Oxford Analytica lo mette ancora al secondo posto, nella
graduatoria delle spine sulla rosa planetaria. E qual è la sfida cruciale
per gli assetti globali nei prossimi vent'anni ? «Dobbiamo vedere se l'Islam
riuscirà o meno a modernizzarsi seguendo un percorso pacifico», risponde
Young, su due piedi.
Guarda caso, la storia e la geologia hanno regalato al mondo arabo le
migliori e più vaste riserve di idrocarburi del pianeta. La modernizzazione
dell'Islam non ha solo a che fare con la minaccia di al-Qaeda o
l'instabilità nella striscia di Gaza. È un problema che va dritto al cuore
del Pianeta, pesantemente dipendente – quasi fosse una droga – dalla materia
prima che fa letteralmente girare il mondo globalizzato. «Venezuela,
Nigeria, Iran, Iraq, Arabia Saudita e Kazakistan – dice Young abbozzando un
sorriso – non sono i posti più tranquilli e stabili del mondo». Gli esperti
di Oxford Analytica lo sanno bene. E i suoi autorevoli clienti, nel
frattempo, fanno gli scongiuri.