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#10310 Da: SUBLIMEN@yahoogroups.com
Data: Lun 2 Apr 2007 12:45 am
Oggetto: File - istruzioni
SUBLIMEN@yahoogroups.com
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Sublimen (invio periodico)
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Lista/gruppo SUBLIMEN >> http://list.sublimen.com
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In questa lista di gruppo moderata parleremo - con una visione olistica - di:
Multimedialita', Comunicazione, Sicurezza, Musica e visione subliminale,
Olofonia, Ologrammi, Olografia, Musica frattale, Backmasking, Effetto Mozart,
Silent Subliminal, Musicoterapia, Suonoterapia, Infrasuoni, Battiti binaurali,
Rilassamento, Relax, Creativita', Sonno, Insonnia, Sogni, Cefalee, Ipnosi,
Meditazione, Yoga, Buddhismo, Veda, Mantra, PNL, HRM, Depressione, Stress,
Ansia, Cromoterapia, Chakra, Bioritmi, Reiki, Stati cerebrali, Mente, Coscienza,
Inconscio, Apprendimento, Memoria, Concentrazione, Depressione, Ansia,
Consapevolezza, Introspezione, Sogni lucidi, Oobe, Viaggi extracorporei,
Medicina olistica, Musica olistica, Scienze, Filosofie orientali, Cultura
vedica, Saggistica, Esoterismo, Mistero, Psicocibernetica, Biorisonanza, Salute,
Benessere, Attualita', ecc...

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Saluti sublimi.

Il moderatore di Sublimen
> service@...

#10309 Da: <amadeus@...>
Data: Sab 31 Mar 2007 2:50 pm
Oggetto: Rosemary Altea
amadeus@...
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Rosemary Altea

Di Giampiero Cara

La cinquantacinquenne inglese Rosemary Altea è salita sulla ribalta
internazionale da ormai più di cinque anni, grazie soprattutto ai milioni di
copie venduti in tutto il mondo, Italia compresa, dai suoi libri, dal primo
best-seller "Una lunga scala fino al cielo" (Sperling & Kupfer) al più
recente "La forza che è in te" (Sperling & Kupfer). Tutto questo successo
gli è valso il titolo di "medium e guaritrice più famosa del mondo".

In effetti, il suo è un curriculum di tutto rispetto, da sensitiva genuina.
All'inizio non è stato certo facile per lei gestire i suoi poteri. Sua nonna
aveva patito gli orrori di The Towers, famigerato manicomio inglese di
dickensiana memoria, e perciò Rosemary rimase terrorizzata quando, da
bambina, cominciò a sentire delle voci ed a vedere dei volti sconosciuti
nella notte: temeva che, se qualcuno l'avesse scoperto, sarebbe finita in un
manicomio anche lei. E invece, diciotto anni fa, è entrato nel suo corpo per
farle da guida lo spirito ultracentenario di Aquila Grigia, un capo indiano
Apache, e lei si è resa conto che ciò che da piccola la terrorizzava è in
realtà un potere straordinario che le consente di comunicare con i morti e
persino di apprendere da loro il futuro.

Aquila Grigia le ha insegnato a comunicare con l'aldilà in modo consapevole.
Grazie a lui, dunque, migliaia di persone hanno beneficiato dell'aiuto di
Rosemary, o riuscendo a comunicare con i loro cari defunti per circa 300.000
lire l'ora (pare che persino l'ex presidente americano Clinton e altre
celebrità abbiano usufruito di questo servizio), oppure ricevendo
gratuitamente "cure spirituali" da parte dei guaritori volontari della
Rosemary Altea Association of Healers (RAAH), da lei fondata in Inghilterra.

Inoltre, gran parte della sua fama è dovuta anche al fatto che, a chiunque
glielo richieda, lei è pronta ad offrire prove delle sue capacità. Lo sanno
bene i giornalisti di tutto il mondo che l'hanno intervistata. Basta dare
un'occhiata alla rassegna stampa internazionale su di lei per convincersene.
Appena il giornalista da cui viene intervistata (e parliamo di giornali
importanti come "Elle", "Vanity Fair" o il "New York Times") si dimostra
scettico, lei vede alle sue spalle una o più persone care scomparse (le
descrizioni sono sempre minuziose ed esatte) e gli rivela cose che solo loro
potevano sapere.

Ne sanno qualcosa, anche in Italia, gli ospiti esterrefatti dei talk-show a
cui è stata invitata (tra cui il "Maurizio Costanzo Show"), nonché i
partecipanti ai suoi seminari, i quali, attraverso di lei, hanno potuto
comunicare nuovamente con persone care scomparse.

Una caratteristica interessante della sua comunicazione con i defunti è che
la Altea vede gli spiriti con lo stesso aspetto che avevano da vivi, come se
l'anima corrispondesse esattamente ad un'unica identità terrena. Nella sua
visione spirituale non c'è dunque posto per la reincarnazione? "Ho chiesto
una spiegazione ad Aquila Grigia" ci ha risposto Rosemary, in occasione di
uno dei nostri incontri in Italia, "e lui mi ha detto che, quando moriamo,
abbiamo tutti la possibilità di scegliere se tornare sulla Terra, attraverso
la reincarnazione, o se esplorare altre dimensioni di esistenza. La scelta è
sempre l'elemento fondamentale. Del resto, già al momento della nascita
scegliamo di venire sulla Terra perché crediamo che quest'esperienza possa
insegnare qualcosa alla nostra anima, che ha bisogno di crescere, di
imparare per raggiungere l'illuminazione.

"Chi sceglie di reincarnarsi lo fa perché sente di non aver imparato
abbastanza dall'esperienza terrena. Attenzione, però, perché non sempre i
ricordi di altre vite che una persona può avere significano che quella
persona ha vissuto davvero queste altre vite. Quando ci troviamo in uno
stato di trance o di regressione, siamo come un veicolo vuoto che può essere
usato da entità del mondo degli spiriti per stabilire un contatto con noi
sulla Terra. Quindi, in tale stato, una persona può avere ricordi di altre
vite che però non sono state veramente sue. Del resto, è ciò che capita a
me. Se ogni volta che uno spirito mi comunica la sua passata esperienza
terrena dovessi pensare di averla effettivamente vissuta io
quell'esperienza, allora mi sarei reincarnata migliaia di volte!".

Un altro particolare interessante da notare è che le anime che scelgono di
rimanere nel mondo degli spiriti si mostrano a Rosemary Altea esclusivamente
nell'aspetto che avevano in occasione della loro ultima incarnazione.

"Spesso quando le vedo", spiega Rosemary, è come se mi mostrassero, in
realtà, un ricordo, così che la persona che vuole comunicare con loro
attraverso di me possa riconoscerle. Mi mostrano il ricordo che questa
persona ha di loro. In ogni caso, vale la pena di ricordare che non abbiamo
solo un corpo fisico, ma anche un corpo eterico, che ha la stessa forma e le
stesse dimensioni di quello fisico, solo che è molto più sano, integro, ma
altrettanto reale, concreto.

"Basti pensare al viaggio astrale: quando viaggiamo fuori dal corpo, ci
serviamo del nostro corpo astrale. Il fatto che normalmente non lo vediamo
con gli occhi non significa che non c'è. E usiamo il corpo eterico anche
quando moriamo, per quanto tempo vogliamo. Poi possiamo abbandonare anche
quello e usare qualcos'altro".

Secondo la visione di Rosemary Altea, dunque, la morte non esiste. O meglio,
come puntializza lei stessa:

"... è semplicemente qualcosa di paragonabile all'attraversare una porta. E'
la fine di questo modo di vivere e l'inizio di un altro. In questo senso,
rappresenta un progresso dello spirito. D'altronde, credo che tutti noi,
nella nostra esperienza terrena, sperimentiamo molte morti. Per esempio, se
sappiamo di dover abbandonare, dopo tanti anni, un lavoro che per noi
rappresenta la sicurezza, oppure dobbiamo lasciare il nostro Paese, ci
sentiamo agitati, abbiamo paura del cambiamento. A maggior ragione, ci
sentiamo agitati e impauriti quando si tratta di lasciare il nostro corpo,
che ci dà la sicurezza di esistere più di qualsiasi altra cosa. Tuttavia,
come accade di solito nella vita, facciamo quel che sentiamo di dover fare
e, anche se abbiamo paura, ci adattiamo a nuove situazioni. La stessa cosa
avviene quando moriamo".


Copyright © 2001 Giampiero Cara


L'AUTORE

Giampiero Cara

Giornalista dal 1986, direttore di Bliss-Il Giornale dell'Anima, si laurea
in lettere nel 1990 con una tesi su Georgei Ivanovic Gurdjieff.

Profondo conoscitore della lingua inglese, ha tradotto professionalmente
libri di saggistica narrativa per prestigiose case editrici nazionali.

Nel 1995 ha cominciato ad interessarsi in maniera approfondita, oltre che di
esoterismo, di filosofia New Age pubblicando sull'argomento centinaia di
articoli.

Può essere contattato al seguente indirizzo: bliss2000@...



I libri di Rosemary Altea pubblicati finora in Italia, tutti dalla casa
editrice Sperling & Kupfer.

- 2000:
"Sono accanto a voi"
"I colori dell'anima"

- 1999:
"La forza che è in te"
"Spirito libero", paperback
"Una lunga scala fino al cielo", paperback.

- 1998:
"I colori dell'anima"
"Il dono dell'esperienza" (con audiocassetta.

- 1997:
"Spirito libero"

- 1996:
"Una lunga scala fino al cielo"

#10308 Da: "amadeux@gmx" <amadeux@...>
Data: Sab 31 Mar 2007 2:37 pm
Oggetto: Visione di bellezza
amadeusoft
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Visione di bellezza


(Swami Siddheswarananda)

- Visione di bellezza -

-------------

             Abbiamo passeggiato nella città di Roma; abbiamo visitato il
Colosseo e altri ricordi della gloriosa epoca romana. Visitando l'interno
della Basilica di San Pietro, ho provato l'emozione più forte di fronte alla
Pietà di Michelangelo e alla cupola della Basilica.

             Se mi si domandasse: "Com'è possibile pregare qui?", io
risponderei: esistono due tipi di preghiera. La prima è quella che si
mormora nel silenzio e nella solitudine; la seconda, quella che si sente
salire dentro di sé di fronte alla maestosità e allo splendore di certe
opere d'arte.

             La Basilica stessa è una "visione di bellezza". Quando la si
guarda o quando si resta in silenzio davanti alla Pietà, si avverte una
sensazione dove il "prodigioso" e il "sublime" sono mischiati, e, incapaci
di dire una parola, non si può che pronunciare 'Ah!', o un'altra simile
esclamazione. Comunque, è la personalità intera che reagisce in questo
'Ah!'.
La mente e il fisico non sono più separati. Si fondono, si "amalgamano", al
punto che il senso dell'Ego sparisce. L'io che gioisce della bellezza dello
spettacolo va a raggiungere uno spettatore sconosciuto, per perdersi in lui.
E potrebbe essere la stessa visione degli artigiani di queste opere che egli
ritrova e nella quale svanisce.

             In un certo senso questa preghiera è più nobile di quella che si
limita alla ripetizione del rosario, l'attenzione rivolta all'interno,
domandando 'Signore, venite?'. In questa attitudine di introspezione che è
la nostra quando sgraniamo il rosario, noi separiamo l'interiore
dall'esteriore.
Questa posizione esige che noi diventiamo antarmukhi, cioè esige che ci
interiorizziamo. Bisogna eliminare il contatto con gli oggetti dei sensi. E'
la via indicata dalla Gita a proposito della meditazione. Respingere tutto:
bahia sparsha: contatti con il mondo esterno. Quando attraverso questo
metodo, lo spirito è diventato stabile, la luce della Realtà si riflette in
lui. Possiamo dire, spiritosamente, che la Realizzazione è accessibile
solamente ai "capitalisti" della vita spirituale, a 200 famiglie. In
effetti, è necessario un enorme capitale: disciplina, guru, studi, ecc.,
ecc.

             L'altra forma di preghiera, quella che noi pronunciamo nel mezzo
della folla, sulla Piazza di San Pietro, o di fronte alla grandezza e alla
bellezza di uno spettacolo, è descritta nella Gita come la 'Visione Cosmica
di Arjuna' (Capitolo XI). Contemplando la maestosità di un tramonto, le
meraviglie di un paesaggio o le opere d'arte create dal genio umano senza
l'aiuto
di alcun "capitale", il nostro essere interamente vibra e reagisce, e le
nostre diverse esclamazioni, espresse o taciute, sono la vera 'preghiera'.

             Può essere che Tagore abbia conosciuto un simile stato di
tensione interiore quando scrisse questi versi del Gitanjali:

"Lascia il tuo rosario, lascia il tuo canto, le tue salmodie.
Chi credi di onorare in questo buio e solitario angolo
Di un tempio di cui tutte le porte sono chiuse?

Apri gli occhi, e vedi che il tuo Dio non è davanti a te.
E' là dove il contadino ara il duro suolo,
E al bordo del sentiero dove pena lo spaccapietre.
E' con loro nel sole e nell'acquazzone,
I suoi vestiti sono coperti di polvere.

Privati, come Lui, del tuo mantello pietoso,
Scendi anche tu nella polvere.

Liberazione! Dove pretendi di trovare la liberazione?

Il nostro Maestro non si è forse gioiosamente fatto carico
Dei legami della Creazione? Si è unito a noi per sempre.

Esci dalle tue meditazioni e lascia in disparte i tuoi fiori e i tuoi
incensi!
I tuoi vestiti si strappano e si bagnano? Cosa importa!

Vai a raggiungerLo e mantieniti vicino a Lui
Nella fatica e nel sudore della tua fronte."

Il contenuto di questo poema ha ferito numerosi nostri Swami. Ciò
nonostante, ignoriamo - o dimentichiamo - che lo stesso  Sri Guru Maharaj
entrava spesso in samadhi quando si trovava in presenza di una 'visione di
bellezza', o in mezzo ad una folla. Questo perché la forza irresistibile di
questi inviti esteriori, simile ai fiotti di un'inondazione, trascina al di
là delle nostre strette mura (o meglio del nostro piccolo ego) la nostra
intera personalità. Il richiamo cosmico ci porta al silenzio e annichilisce
ogni tentativo di tradurre una tale esperienza il una forma qualsiasi di
linguaggio.

--------------

- Da N°156 Vedanta -  Gretz -
(Tradotto da Punto Ramakrishna - Gropparello)

#10307 Da: "amec2@gmx" <amec2@...>
Data: Sab 31 Mar 2007 2:37 pm
Oggetto: Intervista al dr.Rick Jarow, autore di "Crea il lavoro che ami"
amec2@...
Invia email Invia email
 
Intervista allo psicologo americano Rick Jarow, autore di "Crea il lavoro
che ami".


(di Haven Iverson)

------------------

Molto noto negli Stati Uniti Rick Jarrow propone un approccio alternativo
alla ricerca del lavoro, un orientamento 'anti-carrieristico', sicuro e
dinamico che conduce ad individuare ed incoraggiare l'espressione della vera
identità personale nel mondo del lavoro.

-------------------------


- Quando ha iniziato a occuparsi delle problematiche relative alla scelta
del lavoro?

È stata una questione di sincronia, questo del resto è il mio approccio nei
confronti di qualsiasi cosa. Mio padre odiava il suo lavoro; poi, quando
avevo circa quindici anni, ha finalmente iniziato a fare quello che
desiderava.

C'è stato immediatamente uno straordinario miglioramento nell'atmosfera
domestica. Fu in quel momento che mi resi conto che l'approccio che ognuno
ha nei confronti del lavoro - incluso il mio - è fortemente influenzato
dalla storia familiare. Di questo dobbiamo tenere conto quando riflettiamo
sul futuro della nostra vita lavorativa. Ho iniziato a lavorare solo dopo la
scuola. Continuavo a dire a mio padre che volevo fare come Siddhartha -
vivere in modo semplice, lungo un fiume; ma lui mi continuava a ripetere che
non era possibile, che per vivere era necessario lavorare.

Mi ricordo che a diciannove anni, quando andai per la prima volta in India
il padre della mia fidanzata mi guardò con un'espressione di scherno,
dicendo: "Come andrebbe avanti l'economia del paese se tutti facessero come
te?". In realtà, durante il mio viaggio in India vissi sulla mia pelle la
contraddizione tra spiritualità ed efficienza. C'era molta spiritualità, ma
le cose non funzionavano bene, almeno dal mio punto di vista occidentale.

Quando sono tornato in America, per iniziare quello che poi è diventato il
mio lavoro, mi resi conto dell'incapacità del mio paese di integrare la
pratica contemplativa con uno stile di vita e di economia occidentale. Mi
resi conto che se volevamo avere un qualche tipo di trasformazione
spirituale, era necessario rivedere interamente il modo di pensare il
lavoro.

- Questo porta immediatamente al suo concetto di "anti-carriera". Cosa
intende con questo termine?

Uso il termine "anti-carriera" in antitesi con quello che si intende
comunemente per carriera professionale e che provoca sofferenza, stress e
una competizione continua per migliorare la propria posizione. Sono fin
troppe le persone che immolano le loro vite sulla croce del lavoro.

Dobbiamo, invece, fare in modo di trovare una dimensione coerente, direi
"olistica" alla nostra vita, dove il lavoro costituisce solo un aspetto e
non l'intera nostra esistenza.

- Quindi quello che insegna e di cui parla nel suo libro è qualcosa di più
di come trovare il classico "buon lavoro "

Sì, perché trovare un "buon lavoro" non risolve affatto il problema. Anzi, è
proprio questa l'illusione più grande. Pensa a tutte le persone che hanno
quello che si definisce un ottimo lavoro e che sono profondamente infelici.
Nel mio libro parlo della capacità di "allineare" la propria vita in maniera
che il lavoro rifletta le proprie priorità, la propria natura interiore,
quello che ognuno sente profondamente di essere. Il lavoro dovrebbe servire
da supporto alla crescita umana e non ostacolarla, come invece accade.

- Allora, qual è il segreto? Come si fa a creare il lavoro che si ama?

Prima di tutto, vorrei che si dimenticasse l'idea del "come si fa", perché è
proprio lì che iniziano le difficoltà. La nostra è diventata la cultura del
"come si fa"; sembra che per ogni cosa esistano "dieci facili passi da fare
per...". Poi quando riusciamo a realizzare quello che desideravamo, ci
accorgiamo che non c'è stata una vera trasformazione.

Non bisogna partire dal punto di vista dell'ego, si tratta piuttosto di
entrare più profondamente in un processo di creazione. Quando si procede in
questo modo, allora sì che emerge il lavoro o la vocazione che si cercava. È
questa la direzione da seguire.

- Nel suo nuovo corso in audio, approfondisce il concetto di "lavorare con i
chakra". Non è insolito tutto questo per un ex-docente della Columbia
University?

Sì, alcuni pensano proprio così.

- Allora la domanda ovvia è: qual è il rapporto tra chakra e lavoro?

Non c'è un rapporto diretto. I chakra forniscono un modello interculturale
di integrazione mente-corpo relativamente facile da capire. Se si utilizza
quest'approccio, si evita di perdersi nella nozione che il lavoro sia
qualcosa di separato dal resto della vita. Quindi invece di chiederci in che
modo i chakra hanno a che fare con la nostra carriera, dovremmo chiederci in
che modo essi hanno a che fare con la nostra vita.

L'aspetto più importante del modello dei chakra è il fatto di non essere un
modello basato sull'ego. Non è un modello basato esclusivamente sul mondo di
fuori, ma nemmeno sul mondo interiore. Piuttosto è basato sull'interezza
dell'essere. Ciò permette di pensare al proprio lavoro in termini
universali.

- Potresti fare un esempio di come funziona tutto questo?

Ricordiamoci che abbiamo a che fare con un processo di creazione. I chakra
servono come "ancore". Attraverso la meditazione, la visualizzazione e i
vari metodi di focalizzazione, s'impara a portare la propria attenzione ad
un chakra particolare - e non solo intellettualmente, ma tramite il
sentimento, l'intuito e la forza piena del nostro essere. In questo modo è
possibile fare esperienza delle questioni fondamentali della nostra vita che
sono localizzate in ciascun chakra.

Per esempio, il secondo chakra ci connette con la questione del sentimento
opposto all'apatia. E qui l'idea è che ogni vocazione di successo deve
essere spinta da passione e dedizione. All'inizio di questo mio percorso ero
vittima dell'illusione romantica che il lavoro potesse derivare solo dalla
gioia. Oggi, la mia esperienza mi fa dire che alcune delle professioni più
prestigiose spesso nascono da frustrazione, rabbia o indignazione. Nessuna
carriera è mai nata dall'apatia.

Lavorare sul secondo chakra aiuta a contattare i propri sentimenti per
lasciarli poi scorrere liberamente. Aiuta a rendersi conto delle cose a cui
si tiene di più. I chakra possono aiutarci ad uscire dalla nostra mente per
entrare nel cuore della questione, cioè da dove proviene veramente il tuo
lavoro. I chakra ci consentono di toccare le forze inconsce che stanno alla
base della nostra vocazione e di allineare la nostra coscienza all'interno
di esse.

- In che modo la meditazione aiuta a trovare quello che lei chiama "lavoro
giusto"?

Questo è un punto molto importante. Molte persone pensano che basta inviare
dei curricula e riuscire a definire le proprie qualifiche per trovare il
lavoro della propria vita, senza preoccuparsi del loro mondo interiore.
Quello che può fare la meditazione è aiutare a connettere il mondo interiore
con il mondo esteriore. La meditazione può aiutare ad essere più presenti
nel mondo e nel lavoro.

Possiamo usare la meditazione anche per trasformare coscientemente i nostri
sogni e ideali in azione. La meditazione aiuta a mettere in connessione le
due parti del cervello, quella ricettiva e quella attiva. Qualunque cosa si
faccia, è di vitale importanza trovare il modo di integrare il proprio mondo
interiore nel quotidiano.

- Ci sono numerosi libri e seminari su come trovare un lavoro appropriato.
In cosa differisce la sua proposta?

Il mio approccio è molto differente non solo rispetto ai seminari promossi
dalle grandi aziende, ma anche da quello che viene proposto dai tradizionali
corsi di orientamento al lavoro. Primo, perché nel nostro lavoro vengono
presi in considerazione anche gli stati alterati di coscienza, rispettando
così l'intera dimensione dell'umano. Secondo, perché vediamo il lavoro come
parte di una rivelazione, non come qualcosa che separa il mondo interiore da
quello esteriore.

Terzo, il tradizionale orientamento al lavoro incoraggia ad elencare i
propri talenti ed abilità per poi provare a combinarli con il mercato,
trascurando quelle che sono le ricchezze interiori di ognuno, la storia
familiare. Noi invece andiamo a scavare nell'intera discendenza, la
cosiddetta chakra-radice.

Il mio lavoro si distingue da altri approcci anche perché non è focalizzato
unicamente sul risultato, ma sul processo. E quando il processo è genuino,
il risultato viene fuori spontaneamente. Per noi, il lavoro è qualcosa che
fa parte della nostra crescita spirituale e non qualcosa da fare
malvolentieri solo per guadagnarci da vivere.

#10306 Da: <amadeux@...>
Data: Sab 31 Mar 2007 2:37 pm
Oggetto: Estinzione globale 3
amadeux@...
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Estinzione globale 3

di: Alessio Mannucci ecplanet.it


I Ministri dell'Ambiente del G8 e di cinque fra i più importanti Paesi in
via di sviluppo hanno lanciato da Potsdam, in Germania, l'ennesimo grido
d'allarme riguardo l'estinzione della biodiversità del Pianeta. Nella prima
giornata di lavori, rappresentati USA, Russia, Francia, Germania, Gran
Bretagna, Giappone, Canada e Italia, più quelli di Cina, India, Brasile,
Messico e Sudafrica, si sono impegnati, in un documento denominato
“Iniziativa di Potsdam”, a fare cosa ?

Un'altro rapporto, sul modello di quello preparato dall'ex capo della Banca
mondiale Nicholas Stern sulle conseguenze economiche del riscaldamento della
Terra, che dovrà stabilire i costi economici della distruzione della
biodiversità.

Si preoccupano delle perdite economiche, poverini.

Inoltre, un altro rapporto dovrà stabilire lo stato dell'annientamento di
numerose specie di animali e piante. Prendono ancora tempo i padroni del
mondo. Dicono di volersi impegnare a intensificare il lavoro scientifico
sulla biodiversità, a sensibilizzare l'opinione pubblica e a lottare contro
il commercio illegale di piante e animali.



«Stiamo cancellando la banca dati della natura», ha detto ai giornalisti il
ministro dell'ambiente tedesco Sigmar Gabriel, che ha presieduto i lavori.
Gabriel ha sottolineato come ogni giorno 150 specie spariscano dal Pianeta,
un fenomeno che minaccia le basi stesse della nostra economia: il 40% del
commercio infatti è direttamente legato alle materie prime.

A essere minacciate sono al tempo stesso, ha aggiunto Gabriel, la prosperità
e la sicurezza sociale, mentre ne viene rafforzata la povertà.

Ma che bella scoperta.

Gli studi annunciati saranno presentati al vertice del G8 in programma a
inizio giugno a Heiligendamm, sulla costa tedesca del Mar Baltico.

La riunione di Potsdam è in effetti una farsa pensata per imbonire
l'opinione pubblica in preparazione del vertice dei capi di Stato e di
governo del G8 in programma fra tre mesi, dove ci sarà un primo confronto
diretto dopo gli impegni assunti dall'Unione Europea riguardo le drastiche
riduzioni delle emissioni di gas serra.


BASTA CON LE CHIACCHIERE: AGIRE ORA !

Dinanzi alla residenza di Cecilienhof, nella quale si tengono i lavori,
attivisti di Greenpeace hanno inscenato una dimostrazione di protesta . Un
grande striscione giallo con la scritta “G8: Stop talking - Act Now” è stato
issato a bordo della barca dell'organizzazione “Beluga”, che si aggira nelle
acque del Wannsee, il lago sulle cui rive sorge il castello di Ceciliehof.

Tale residenza è nota per aver ospitato tra luglio e agosto 1945, alla fine
della seconda guerra mondiale, il vertice tripartito fra i leader di USA,
URSS e Gran Bretagna - Truman, Stalin e Churchill - che nella cosidetta
conferenza di Potsdam parlarono del nuovo assetto dell'Europa postbellica.

Secondo Greenpeace, ''Bush e i suoi alleati hanno tradito la causa della
protezione del clima'', mentre le emissioni di gas tossici continuano ad
aumentare. ''I maggiori paesi industrializzati sono ancora lontanissimi
dagli obiettivi indicati dal protocollo di Kyoto'', ha detto in un
comunicato Joerg Feddern, esperto di energia di Greenpeace.

In testa il Canada, con un +30 per cento rispetto ai livelli del 1990,
seguito da Stati Uniti con un +15,7 per cento, Italia a +12, 3 per cento e
Giappone a +7,7 per cento. Le emissioni di gas serra, purtroppo, sono calate
solo nei Paesi dell'ex blocco comunista, per il crollo della loro economia,
mentre altrove, come in Italia, crescono e anche in maniera significativa.

DEFORESTAZIONE IN ACCELERAZIONE

Meno 20mila ettari al giorno, per un totale di 7,3 milioni di ettari
all'anno. Questa la perdita netta di foreste nel mondo secondo il recente
rapporto della FAO “Lo Stato delle Foreste nel Mondo”. Dal 1990 al 2005, la
Terra ha perduto il 3% del suo territorio forestale totale (che copre circa
4 miliardi di ettari, vale a dire il 30% della superficie del Pianeta), un
calo medio di quasi lo 0,2% l'anno. Tra il 2000 e il 2005,la perdita più
alta di foreste primarie si è registrata in Indonesia, Messico, Papua Nuova
Guinea e Brasile.



Foto satellitare del 20-03-07: zona a nord est del Brasile (i punti rossi
sono incendi)


Anche Africa e America Latina continuano a perdere foreste a un tasso
allarmante. Ogni anno l'Amazzonia perde un'area grande quanto la Sicilia e
il continente africano in sei anni ha volatilizzato il 9% di tutte le sue
foreste. L'Europa ed il Nord America registrano invece un aumento della
superficie forestale. Si segnala in generale anche una positiva inversione
di tendenza rispetto ai decenni precedenti: mentre in 83 paesi c'è stata una
diminuzione della copertura forestale, in altri 57 si è visto un aumento. È
il caso dell'Asia e della regione del Pacifico.



In Cina, i grandi investimenti negli interventi di riforestazione hanno
bilanciato l'alto tasso di deforestazione di altre zone, dice il rapporto.
“Molti paesi hanno mostrato la volontà politica di migliorare la gestione
delle foreste rivedendo politiche e legislazioni e rafforzando le
istituzioni forestali”, ha detto David Harcharik, direttore generale
aggiunto della FAO, “maggiore attenzione è stata data alla conservazione del
suolo e delle risorse idriche, alla difesa della diversità biologica ed ad
altri fattori ambientali”.

Secondo Greenpeace si tratta però di una visione troppo ottimistica: il
rallentamento della deforestazione a livello mondiale, in realtà, sarebbe
solo il risultato della crescita del numero degli alberi piantati in paesi
che hanno già perso le proprie foreste naturali. “Secondo la FAO, in Asia
aumenta la superficie forestale grazie ai quattro milioni di ettari di
piantumazioni in Cina, ma le piantagioni certo non compensano la
devastazione delle foreste tropicali dell'Indonesia, dove la deforestazione
avanza ad un tasso annuale del 2%”, denuncia l'associazione ambientalista.



Per Greenpeace è più credibile il rapporto che l'Organizzazione per le
Foreste Tropicali (ITTO) ha reso noto qualche mese fa: meno del 5% delle
foreste tropicali sono gestite con pratiche sostenibili, mentre il taglio
illegale continua ad intaccare pesantemente le foreste tropicali. «I nostri
più vicini parenti nel mondo animale, gorilla, scimpanzè, bonobo e orango,
rischiano di scomparire per sempre per la perdita del loro habitat – spiega
allarmato Sergio Baffoni, di Greenpeace - certo non vivranno nelle
piantagioni di eucalipto. Con loro scompariranno moltissimi altri animali: i
due terzi delle specie animali e vegetali terrestri hanno nelle foreste il
proprio habitat. Confondere una piantagione con una foresta intatta è un
tragico errore».

E mentre il rapporto FAO dice che le foreste europee e del Nord America sono
in netta crescita, Greenpeace dice che anche le foreste boreali sono a
rischio. «La Finlandia incrementa la propria superficie boscata, ma allo
stesso tempo si appresta a distruggere gli ultimi frammenti di foresta
primaria, malgrado gli avvertimenti di tutta la comunità scientifica del
paese – sottolineano gli ambientalisti - in Canada continua la pratica del
taglio a raso, che erode progressivamente le preziose foreste borali.

Non si tratta solo di proteggere la biodiversità sempre più minacciata.
Secondo la Banca Mondiale, 1,2 miliardi di persone hanno bisogno delle
foreste per sopravvivere. La perdita di foreste naturali causerà un
incremento della povertà, dell'insicurezza e dell'instabilità sociale.

Greenpeace sta mettendo all'indice il gigante finnico-svedese Stora Enso, il
principale acquirente di fibre di legno dalla Metsähallitus un´agenzia
statale, che secondo gli ambientalisti sta distruggendo le foreste
affidatele: «Con il legno proveniente da queste preziose foreste – spiegano
gli attivisti finlandesi di Greenpeace - Stora Enso produce carta per
riviste stampate in tutto il mondo, Italia inclusa, e risme da fotocopie».
La Stora Enso ribatte che la biodiversità in quelle foreste è adeguatamente
salvaguardata, ma 240 scienziati di università e istituti statali finlandesi
di ricerca chiedono di fermare il taglio nelle foreste naturali del Paese,
perché non sostenibile dal punto di vista ecologico e che violerebbe gli
accordi internazionali sottoscritti dalla Finlandia per la protezione della
biodiversità. sono proprio gli scienziati ad avvertire che le operazioni
forestali in programma causeranno un cambiamento irreversibile.

La stessa FAO, fa rilevare anche che le foreste sono esposte anche a
pericoli come insetti, malattie, specie invasive e incendi. «I trasporti
rapidi, la facilità degli spostamenti e il commercio internazionale in
espansione hanno facilitato la propagazione della devastazione».

Tra l'80 e il 99% degli incendi boschivi sono di natura antropica, dovuti al
dissodamento agricolo e ai piromani , mentre i fulmini sono la causa
principale degli incendi non provocati dall'uomo.

È evidente che le foreste saranno colpite profondamente dai cambiamenti
climatici, e che i danni causati dall'aumento degli incendi, dei parassiti e
delle malattie sono destinati a crescere.

Data articolo: marzo 2007

#10305 Da: "Dott. Alessandro Gambugiati" <aledequipe@...>
Data: Sab 31 Mar 2007 7:59 am
Oggetto: Articolo sulla Psicologia della Salute sul posto di Lavoro
aledequipe
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Fonte: http://www.psicolab.net/index.asp?pid=idart&cat=8&scat=95&arid=2143

Cenni sulla O.H.P. - Occupational Health Psychology
       di: Alessandro Gambugiati



Il National Institute for Occupational Safety and Health (NIOSH) è un’agenzia
federale che si occupa di ricerca e prevenzione su incidenti e malattie sul
lavoro negli USA. Il NIOSH fa parte dei Centers for Disease Control and
Prevention (CDC), ovvero dei centri per il controllo e la prevenzione delle
malattie, che a loro volta fanno parte del Department of Health and Human
Services (HHS), che è la principale agenzia governativa americana per la
protezione della salute e per i servizi alle persone.

  Il NIOSH promuove azioni di prevenzione primaria rispetto ai fattori di rischio
organizzativi quali stress, malattia e incidenti sul posto di lavoro, con
particolare attenzione per le tematiche proposte dalla OHP, che viene definita
dallo stesso NIOSH come “l’applicazione della psicologia allo scopo di
proteggere i lavoratori e di incrementare e promuovere la qualità della
sicurezza, della salute e del benessere sul posto di lavoro”.

  La nozione di “protezione della salute” nel contesto OHP si riferisce ad
interventi effettuati sull’ambiente di lavoro, allo scopo di ridurre le
esposizioni ad azzardi, mentre “promozione della salute” si riferisce a
interventi sia a livello individuale che di gruppo che hanno per obiettivo
l’informazione e la ricerca necessarie all’incremento della salute sul posto di
lavoro, sia a livello psicologico (es. promozione del benessere) che a livello
fisico (es. realizzazione di posti di lavoro ergonomici).

  Sebbene entrambi questi tipi di intervento possano essere definiti “prevenzione
primaria”, il NIOSH ha proposto una definizione che indica come prioritaria la
protezione della salute. La OHP in particolar modo si riferisce alle drammatiche
trasformazioni del lavoro e dell’impiego che sono avvenute nelle economie
industriali fin dagli anni ’80 del secolo scorso (es. flessibilità e processi di
produzione), e come i cambiamenti delle strutture organizzative e dei processi
produttivi stiano influenzando la salute e il benessere dei lavoratori e delle
loro famiglie.

  Negli anni che vanno dal 1990 al 1999 il NIOSH e l’American Psychological
Association (APA) hanno lanciato una serie di iniziative allo scopo di
promuovere la OHP. Furono organizzate quattro conferenze internazionali sul
lavoro, sullo stress e sulla salute. Nel 1996 fu fondata la rivista Journal of
Occupational Health Psychology.

  La OHP americana rappresenta uno dei modelli più evoluti nel settore salute e
benessere sul posto di lavoro. In altri paesi meno sviluppati, come per esempio
in alcune aree dell’Europa, gli interventi governativi sono ancora
eccessivamente centrati sul concetto di “sicurezza” e molto poco sul concetto di
“salute” (e quindi anche di “benessere psicologico”) sul posto di lavoro.

  In questa epoca non è più pensabile di poter affrontare il mercato
improvvisando: le tecnologie e i lavoratori della conoscenza, che si sono
formati in un contesto sempre più virtuale e astratto, hanno prodotto risultati
di eccellenza non per aver investito capitali, ma per aver saputo come fare,
ovvero per aver utilizzato le informazioni che si producono dentro e fuori
l’azienda in modo da ottenere da esse il massimo beneficio.

  Per sapere come fare è necessario pensare e ripensare continuamente sia
l’azienda che il mercato, entrambe entità composte da esseri umani, come un
grande organismo, dotato di un corpo e di una mente.

  In molte aziende, invece, per esempio, si è eccessivamente concentrati sulla
prestazione, sulla funzione e sul processo. Si crede che sia necessario fare,
fare, fare e ancora fare. E’ vero: occorre fare, ma occorre anche pensare a
quello che si sta facendo e a come lo stiamo facendo.. Sembra un ragionamento
banale, quasi offensivo, ma pensiamo alle riunioni di lavoro: quanti di noi le
considerano un investimento necessario e quanti invece una perdita di tempo
pagata a caro prezzo dall’azienda?

  Soltanto nelle aziende che intendono crescere veramente, piccole o grandi che
siano, si tiene effettivamente conto di argomenti quali la gestione dello
stress, dei meccanismi di difesa, delle collusioni, delle ostilità e dei
conflitti sul lavoro (conflitto = risorsa). Nella maggior parte delle aziende
invece si lavora ancora alla vecchia maniera, strutturando l’organigramma in
modo rigido, gerarchico (conflitto = licenziamento); l’espressione delle risorse
personali è inibita e la burocrazia dalle mille procedure diviene spesso un
contenitore insufficiente per le aggressività represse nascoste negli esseri
umani. Questo produce violenza; a riprova di questo fatto è possibile esaminare
l’ampia letteratura che il fenomeno “mobbing” sta ispirando.

  Vi è naturalmente anche un’ampia letteratura su casi organizzativi nei quali si
è incrementata la qualità delle relazioni interpersonali sul posto di lavoro e
ai risultati economici che i metodi utilizzati hanno prodotto sia nel breve che
nel medio e lungo termine. Lo studio di argomenti da sempre ritenuti “soft”
quali la “fiducia” e la “gentilezza” stanno acquisendo una grande importanza e
proprio in ambito lavorativo.

  Raccogliendo informazioni sulle esperienze delle aziende che solcano i mercati
coi maggiori profitti è stato possibile scoprire che le organizzazioni che
producono le migliori performance sono sì attratte dalle tematiche del marketing
per agire direttamente sul fatturato, ma sono anche impegnate sul fronte del
benessere delle risorse umane, poiché è notorio che esso condiziona notevolmente
la resa dei lavoratori.

  La giornata del lavoratore è infatti divisa in almeno tre parti: 8 ore di
lavoro, 8 di divertimento e famiglia e 8 di riposo. E’ quindi necessario
considerare anche questi aspetti “non lavorativi” se vogliamo gestire in modo
sufficientemente buono la nostra azienda.

  Gli strumenti che maggiormente vengono utilizzo per ottenere questi obiettivi
sono: riunioni e/o gruppi di lavoro; colloqui individuali e di gruppo per il
sostegno psicologico e/o il potenziamento dell’individuo e del gruppo che si
rifanno ai migliori approcci del settore (es. empowerment).

Dott. Alessandro Gambugiati
Psicologo Iscr. n. 3808
www.virtualcoach.it
www.virtual-mente.it
328-5390990

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#10304 Da: <posta@...>
Data: Ven 30 Mar 2007 8:48 am
Oggetto: Farine, glutine e intolleranze alimentari
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Farine, glutine e intolleranze alimentari

Roberto De Carli per disinformazione.it – 17 marzo 2007


Alcuni giorni fa sul sito disinformazione.it, ho letto l’articolo “I segreti
della Celiachia”, che spiegava come la modificazione genetica potrebbe
portare ad una intolleranza epidermica.
Commercializzando prodotti per la panificazione lavoro a stretto contatto
con i panificatori e negli ultimi anni mi sono accorto che viene richiesto
dai miei clienti della farina che possa essere tollerata bene da chi ha
problemi di celiachia.
Queste farine esistono ma sono difficilmente panificabili proprio per il
basso contenuto di glutine, il quale consente di ottenere un impasto liscio
ed omogeneo, facilmente lavorabile e un pane ben sviluppato.

Leggendo l’articolo, peraltro molto interessante, mi è venuto subito da fare
alcune considerazioni che non sono state trattate e che dal mio punto di
vista sono importanti o perlomeno dovrebbero essere tenute in seria
considerazione per un’analisi completa del problema.
Il grano oltre ad essere stato modificato geneticamente nel corso degli
ultimi decenni, nanizzandolo (mediante irraggiamento) per agevolare il
raccolto ed eseguendo degli incroci genetici per diminuirne la parte
coriacea (quella esterna) del chicco (per aumentare la parte proteica,
passando dal 35% al 20% circa), ha subito dei cambiamenti drastici
attraverso nuove tecniche molitorie che hanno portato all’esasperazione di
tutte le fasi di macinazione compresa la velocità di macinazione.

Non solo, la farina viene abburrattata (setacciata, filtrata) di più
rispetto gli scorsi anni eliminando ulteriormente fibre e ceneri con la
conseguenza che la percentuale della parte proteica è aumentata
ulteriormente.
La prova è che le farine di tipo “ 2” e di tipo “ 1” sono quasi sparite
dalla circolazione.

Con la fase di macinazione sempre più veloce con molini sempre più
sofisticati ed efficienti (per ovvie ragioni di concorrenza e competitività)
si è arrivati ad avere una farina molto più stressata che ha costretto - per
mantenere gli standard di qualità - l’aggiunta del glutine vitale di
frumento secco.
Solo in queste considerazioni (modificazione genetica, incroci e tecnica
molitoria) si potrebbe fare una stima approssimativa di un aumento del
valore proteico del 50-60% passando da un 5-6% al 9-11% di glutine dei grani
nazionali ed europei.

Premetto che quanto detto e quello che dirò più avanti non vuole essere una
denuncia all’industria molitoria, ma semplicemente una modesta
considerazione, anzi, conoscendo bene il settore sono il primo ad affermare
che i molini sono stati costretti ad una aggiunta sempre più importante di
glutine proprio per stare alle esigenze del mercato.
Personalmente faccio consulenza ai panettieri che hanno problemi tecnici o
che vogliono produrre dei pani nuovi, e mi vedo costretto io stesso, in
taluni casi, all’aggiunta di glutine.
Questa procedura di aggiungere il glutine è molto frequente nei molini e nei
produttori di semilavorati per panificazione e proprio per questo va fatta
un’ulteriore considerazione.

Ricordate il detto: “anche l’occhio vuole la sua parte”?
È proprio il caso di dire che oggi l’uomo l’ha preso troppo alla lettera:
siamo arrivati al punto che il pane per molti panettieri (e soprattutto per
i clienti) deve essere prima di tutto bello gonfio e ben sviluppato. Non
sempre però il bello è anche buono e soprattutto sano. Anzi di solito è
proprio il contrario.
Per fortuna mi sto accorgendo che questa tendenza sta lentamente
modificandosi: molti cercano infatti di migliorare la qualità del pane con
tempi di lievitazione più lunghi, migliorando così il sapore e la
masticabilità.

L’altra considerazione riguarda proprio i molini.
Per soddisfare le richieste hanno cominciato a modificare le farine,
miscelandole a vari grani nazionali ed esteri, tipo Manitoba provenienti
dall’Australia e dal Canada.
Il grano tipo Manitoba è un grano che ha un alto valore proteico (19% circa)
il cui il glutine dovrebbe essere più o meno il 16%, e viene usato per fare
delle farine forti per lavorazioni particolarmente lunghe e con molti
liquidi.

Qualche anno fa questo tipo di grano ha avuto dei forti aumenti di prezzo, e
molti molini hanno cominciato ad aumentare le quantità aggiunte di glutine
vitale di frumento secco nelle loro miscele, abbassando così la percentuale
di utilizzo di questo grano.
So per certo che alcuni molini arrivano ad aggiungere quantità di glutine
intorno al 7-8% e con molta probabilità qualcuno anche di più.
Oltretutto questi molini si trovano poi con un problema: aggiungendo molto
glutine vitale la farina diventa rigida e per tanto sono costretti ad
aggiungere anche del glutine idrolizzato oppure degli enzimi per renderla
più estensibile.
Immaginate un elastico che quando è troppo duro e rigido si spezza prima del
dovuto.

Tutto questo è permesso da una legislazione indifferente che non ha imposto
alcuna quantità minima o massima di aggiunta di glutine.
La logica conseguenza di quanto detto, è che con tutto il glutine aggiunto
alle farine il nostro stomaco sicuramente farà molta più fatica a digerirlo,
questo perché il glutine è una gomma.
Ma con l’aumento del glutine nelle farine, chi fornisce gli enzimi per
digerire tutta questa gomma?
Non potrebbe questo essere la causa, o un importante co-fattore, delle
sempre più numerose intolleranze alimentari?
Concludo dicendo che i molini più seri sono certamente quelli che macinano
il grano molto lentamente senza esasperare la macinazione e utilizzano dei
grani di tipo Manitoba per migliorare le prestazioni dei grani nazionali
senza dover aggiungere glutine.

#10303 Da: "Laboratorio Eudemonia" <eulab@...>
Data: Gio 29 Mar 2007 9:16 pm
Oggetto: Contro la solitudine: eolico e solare!
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  Contro la solitudine: eolico e solare!
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Oggi mi sento un po' solo   :(

Come potrei fare per trovare un po' di amici?

Vediamo un po'.

Se tratto di sovrappopolazione, mi tocca rimaner solo come un cagnolino capitato
sotto la pioggia.

Ma se parlo di eolico e solare, cavolo, quanti amici usciranno!


Allora:

EOOLICOOOoooO!   :)

SOLAAREEEeeeE!   :)

Viva l'eolico ed il solare!!!


Con l'eolico ed il solare
garantita è l'amicizia.

Col solare e con l'eolico
m'assicuro pure lo stipendio!

Con l'eolico ed il solare
finisco fin in parlamento!!!


Eolico e solare:
nient'altro si vuol sentire.


Non è che
non li si apprezzi:
vagli a dire che
or son trent'anni
quattro pale e neri serbatoi
stavan già bene
insieme sul mio tetto.

Ma prova a dir loro
che questo è solo l'abc
dell'uomo primitivo,
e che qualcosa di più oggi
sarebbe il caso di capire.

Vagli a far intendere
che questa è per lo più momentanea
convenienza individuale,
mentre a livello glob-soci-ale
è una disfatta totale,
perché alla crescita
comunque rimedio non si dà!


Si trattasse solo di morale ...
Ed invece è proprio scienza.

Se non fermi
la crescita delle popolazioni,
se non fermi
la crescita dell'economia,
se non stipuli dei patti di autocontenimento,
sul sole e sul vento
hai voglia a fare affidamento.


Ma se di sociali innovazioni
un bel mercato pagante, tintinnante,
fosse già a disposizione,
ancora sull'eolico ed il solare
tutti s'andrebbero a buttare?

NooO!!!

A molti verrebbero così tante idee,
e così tante nuove idee sarebbero sposate,
che il mondo intero e la società tutta
subito sarebbero salvate,
sovrappopolazione e geopolitica
essendo tra le prime
ad essere trattate.


Perché ci spinge di più
verso monte una lira di conio
di quanto un ideale d'onestà
riesca a farci ruzzolare verso valle,
e solo per questo la tecnologia
se la passa a gonfie vele,
mentre il mondo delle idee
boccheggia e stramazza al suol.


Ed allora:

se è alla forza della lira
che ci dobbiamo appellare,
per far sì che la verità
infine ci venga a salvare,
dopo il brevetto industriale,
presto venga il brevetto sociale!



dan_hyperlinker



http://il-mercato-delle-innovazioni-sociali.hyperlinker.org

#10302 Da: "amec2@gmx" <amec2@...>
Data: Ven 30 Mar 2007 8:50 am
Oggetto: Il Sistema occulto (parte 2)
amec2@...
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Il Sistema occulto (parte 2)

di: Alessio Mannucci - ecplanet.net


SCIENZA, MAGIA E RIVOLUZIONE

“Phrushevsky ! I successi più alti della scienza renderanno questa capace di
far risorgere i corpi decomposti degli uomini ? No – disse Prushevsky. Stai
mentendo – obbiettò Zhachev. Il marxismo può fare tutto. Perché credi che
Lenin giaccia a Mosca perfettamente intatto ? Attende la scienza, vuole
risorgere dai morti”.

Questo passo significativo tratto da “Kotlovan”, un romanzo dell'ingegnere e
scrittore cosmista Andrei Platonov (1899/1951), rivela uno dei nuclei
programmatici principali del cosmismo: l'abolizione della morte. Un progetto
piuttosto ambizioso ma, tutto sommato, perfettamente coerente con le
ossessioni escatologiche del credo leninista che aveva incontrovertibilmente
sentenziato: “La dottrina di Marx è onnipotente perché è vera”.

Il termine “cosmismo”, come caratterizzazione di una tradizione nazionale di
pensiero affine per molti versi al movimento New Age americano, compare nei
primi anni ’70, ma espressioni più generiche come “pensiero cosmico”,
“coscienza cosmica”, “storia cosmica”, “filosofia cosmica”, risalgono al
misticismo e all’occultismo russo del diciannovesimo secolo. Già con le
riforme dello zar Pietro I, furono introdotti, con l'Illuminismo, nuovi
modelli filosofici e culturali di matrice occidentale. Fra le nuove
suggestioni importate da Ovest, si radica in Russia anche la Frammassoneria
e, all'interno di questa, si propagano le molte logge che praticano e
diffondono l'occultismo. A questi elementi “esogeni” si intreccia sempre più
strettamente l'antica tradizione della Kabbala ebraica che va a sostenere e
rafforzare l’ideale cristiano ortodosso della “sobornost”, la molteplicità
nell’unità e l'unione fra micro e macrocosmo.

Dal regno di Caterina la Grande in poi, l'aristocrazia e l'intellighentsia
russe vengono permeate largamente da dottrine come il Rosicrucianesimo e il
Martinismo. Massone sarà anche Aleksandr Pushkin, il poeta nazionale
romantico russo. Dal 1850, dopo il boom nei paesi anglosassoni, anche lo
spiritismo si diffonde rapidamente nell'Impero dello zar. Da prima limitato
a piccoli gruppi legati al salotto del conte Kushelev-Bezborodko - amico
personale del medium Daniel Dunglas Home, che in seguito sposerà la cognata
dell'aristocratico (il matrimonio si celebrò a Pietroburgo, testimone del
medium era il celeberrimo scrittore francese Alexandre Dumas) – lo
spiritismo coinvolse oltre a molti membri della famiglia dello zar
Alessandro II anche i fratelli Tolstoi e il teologo e filosofo Vladimir
Soloviev.

Proprio ispirandosi alle speculazioni di Soloviev, oltre che a innumerevoli
altre influenze come il buddismo, il neoplatonismo, le teorie di Boehme e di
Swedemborg, l'eccentrica espatriata russa Helena Petrovna Blavatsky fondò la
Società Teosofica, uno dei più importanti movimenti occulti del mondo
moderno. La Teosofia non ebbe una sede ufficiale in Russia fino al 1908 (a
Pietroburgo), ma era ben nota e operante nel paese fino dal 1880, nonostante
la forte opposizione della Chiesa. Teosofi, almeno per un certo periodo
della loro vita, furono, fra gli altri, gli scrittori e filosofi P.D.
Ouspensky – in seguito portavoce di un altro grande ierofante russo di
origine greco-armena, G.I. Gurdjieff – e Nicolai Berdiaev, seguace
neognostico della Sophia; il compositore Alexandr Scriabin e il pittore
Vasily Kandinsky che, con il suo basilare testo “Lo Spirituale nell'Arte”,
ribadì l'innegabile relazione fra avanguardie artistiche e congreghe
esoteriche.

Con l'assassinio dello zar Alessandro II nel 1881 e con la diffusione
dell'ideologia rivoluzionaria dei nichilisti, si allargò anche la
fascinazione per la magia nera e il demoniaco, che si inserì nel fiorente
contesto del Simbolismo e del Decadentismo russo. Importando i modelli
maledetti dei decadenti francesi – dai “Fiori del Male” di Baudelaire a “Una
Stagione allìInferno” di Rimbaud, dalle “Diaboliche” di Barbey d’Aurevilly
al “Là-Bas” di Huysmans – aggiungendovi le suggestioni dei testi magici ed
occultistici di Eliphas Levi, Papus e De Guaita, i Simbolisti russi
produssero una letteratura densa di suggestioni arcane e di motivi
faustiani.

Fra i molti autori si sono distinti: Dmitry Merezhkovsky, membro del gruppo
dei “Bogoiskateli”, o “cercatori di Dio”, tra i fondatori della Società
Religioso-Filosofica, la cui trilogia “Cristo e Anticristo”, pervasa di
manicheismo, è piena di riferimenti ai sistemi occulti e alla magia nera;
Aleksandr Blok, che attingeva ad elementi demoniaci per incitare una rivolta
dell'ordine sociale; Andrei Bely, che amava scandalizzare i borghesi con
ostentazioni “porno-sataniche”; Vasily Rozanov, affascinato dall'Egitto e
dalla magia sessuale; Viacheslav Ivanov, sostenitore dell’ardita tesi che
“senza opposizione alla Divinità non può esistere alcuna vita mistica”;

Valery Briusov è l'autore de “L'Angelo di Fuoco”, grande romanzo sulla magia
e la stregoneria, ambientato nella Germania del ‘500, che nel tempestoso e
tragico amore fra il lanzichenecco Ruprecht, reduce dal Sacco di Roma, e la
strega Renata, adombra il menage a trois condotto dallo scrittore con la
poetessa diciannovenne Nina Petrovskaia e con il già citato Andrei Bely, una
relazione fatta di rituali magici, fissazioni ossessive, dedizione alla
morfina e patti suicidi. La Petrovskaia, dopo sette anni lascerà Briusov
fuggendo a Parigi, dove si convertirà al cattolicesimo, prendendo il nome di
Renata, e infine si suiciderà. Il fascino sulfureo dell'Angelo Nero ha
ispirato anche “La Notte sul Monte Calvo” di Musorgsky, “L'Angelo di Fuoco”
di Prokofiev e la “Sonata n. 9” (detta “La Messa Nera”) di Scriabin.

Tra le figure "nere" che contribuirono a diffondere il satanismo tra
l'aristocrazia pietroburghese, vi fu Maria de Naglowska, cresciuta in quell’
ambiente culturale decadente che, dopo aver avuto contatti con la setta dei
chlisty (i flagellanti, da chlyst = frusta, gruppo mistico-messianico che
praticava riti sessuali orgiastici, ndr), avrebbe portato con sé nel suo
esilio occidentale (prima a Roma, dove frequentò Julius Evola, poi a Parigi)
un culto luciferino basato sulla magia sessuale.

Negli stessi anni, la corte dello zar subì forti influssi da parte di
personaggi legati al mondo dell'occulto come Maitre Philippe de Lyon e
Gerard Encausse, in arte Papus, che si stabilirono a Pietroburgo dove
fondarono logge martiniste ottenendo grande considerazione da parte di
Nicola II e della zarina.

Papus aprì la strada a colui che sarebbe divenuto per molti anni il vero e
proprio consigliere della famiglia reale: lo “staretz” (santone, monaco
errante) siberiano Grigorij Efimovic Rasputin. L'eccezionale influenza del
“monaco nero” sull'isterica zarina e sull'irresoluto zar, gli derivava dalla
riconoscenza che i due regnanti gli serbavano per le effettive facoltà
taumaturgiche esercitate per curare le crisi di emofilia dello Zarevich
Alessio. Nato in Siberia da una famiglia di umilissimi contadini, nei vari
ritratti fatti dagli storici viene indicato come avventuriero, monaco,
guaritore taumaturgico, ipnotizzatore, telepatia, crapulone. Una personalità
definita dagli scienziati “isterica, mistica, traboccante sensualità,
dall'immaginazione sovreccitata, in balia perenne di emozioni violente e
bruschi cambiamenti d'umore”. Se Rasputin non fosse stato assassinato da un
gruppo di aristocratici invidiosi – questa è l’ardita ma non impossibile
teoria di alcuni storici - avrebbe probabilmente ottenuto il ritiro della
Russia dall'impegno bellico a fianco delle Potenze Alleate (esisteva un
preciso progetto in proposito), evitando così le condizioni per lo scoppio
della Rivoluzione del 1917 e risparmiando ai Romanov il loro tragico
destino.

Anche dopo la Rivoluzione Bolscevica, la Russia Sovietica non viene meno
alle sue tradizioni esoteriche e spiritualistiche, nonostante il preteso
materialismo storico del marxismo ed il dichiarato ateismo dei nuovi
governanti. Molti uomini di cultura, artisti ed intellettuali esteriormente
bolscevichi nascondono in realtà altri interessi: il grande regista Sergei
Eisenstein era profondamente e attivamente coinvolto nello studio
dell'alchimia e della tradizione rosicruciana e gnostica; lo scrittore
Vsevolod Ivanov, cantore della Guerra Civile in Siberia, sosteneva di
preferire alle sue opere militanti il suo romanzo semiautobiografico
“Avventure di un Fakiro”, infarcito di magia, ipnosi, misticismo orientale e
sistemi di pensiero esoterici; il grande Michail Bulgakov (1891/1940), che
ne “La Guardia Bianca” si era permesso di guardare con affetto e nostalgia
agli uomini del vecchio regime, percorreva temi faustiani e demonologici -
nel suo capolavoro “Il Maestro e Margherita” e ne “La Diavoleide” - oltre a
inserire in tutte le sue opere enigmatici riferimenti ai codici numerologici
e alla gematria cabalistica. Perfino il Realismo Socialista di Maxim Gorky
(1868/1936), era debitore per molti aspetti di una sorta di occultismo
positivista basato su studi moderni sul trasferimento del pensiero, sulla
suggestione ipnotica, sulla teoria delle emanazioni energetiche psicofisiche
e sulla parapsicologia.


IL PROGETTO

Un pamphlet marxista scritto prima del 1917 e più tardi ristampato dal
governo sovietico dichiarava che “l'uomo è destinato a prendere possesso
dell'universo ed estendere la sua specie fino alle più distanti regioni
cosmiche, e a diventare immortale” (James Webb, “The Occult System”). Su
questa linea di pensiero, il cosmismo, che il filosofo sovietico Vladimir
Filatov descrisse come un esempio di “scienza alternativa”, sottolinea la
fede nell'onnipotenza della scienza e della tecnologia, radicata nell'idea
del potere magico della conoscenza (occulta). Non troppo lontane dalla
tradizione gnostica sono poi altre concezioni cosmiste, quali quelle
dell'autoperfezionamento e dell'autodeificazione, della realizzazione
dell'immortalità e della resurrezione dei morti. La fede e la pratica della
scienza come mezzo per rivelare tutto ciò che è nascosto, governando le
onnipotenti energie psichiche, nervose e cosmiche, rappresenta per il
cosmista una sorta di gnosi secolarizzata, sintesi del positivismo
evoluzionista e del messianismo escatologico occultista: una visione
olistica e antropocentrica dell'universo che vede l'uomo come fattore
decisivo nell'evoluzione del cosmo.

Anatoly Lunacharsky, il primo Commissario dell'Illuminazione del nuovo stato
sovietico, si dedicò a propagandare un marxismo mistico considerando la
lotta per trasformare la natura attraverso il lavoro in una forma di
devozione religiosa verso lo spirito collettivo dell'umanità (l'Uomo
Totale), adorato una divinità. L'uomo, per i cosmisti, è autoconsapevolezza
cosmica collettiva che deve favorire la transizione del mondo dalla
“biosfera” (la sfera della materia vivente) alla “noosfera” (la sfera della
ragione), sconfiggendo malattia e morte e dando origine finalmente ad una
razza umana immortale. Come sostiene Alexandr Dugin - ideologo dell’estrema
destra russa e preteso metafisico e cospirologo - nel suo saggio “Le Complot
Idéologique du Cosmisme Russe” - la prima apparizione delle dottrine
cosmiste risale alla seconda metà del diciannovesimo secolo, quando lo
spiritismo e le dottrine neo-spiritualiste venute dai paesi anglosassoni si
diffusero presso l'intellighentsia russa influenzando soprattutto i
pensatori positivisti.

Il vero e proprio padre del Cosmismo è Nikolai Fedorovic Fedorov, autore che
influenzò profondamente la filosofia sottesa alle grandi opere di
Dostoevsky, Tolstoi, Soloviev ed a quelle meno grandi dello scrittore
“proletario” Gorky. Pensatore enigmatico, come lo definì Bulgakov, Fedorov
lavorò nella biblioteca di un importante museo moscovita, dove la sua
eccentricità e la sua erudizione erano leggendarie. Viveva asceticamente in
una cameretta grande come una cella, dormendo su una panca, indossando gli
stessi abiti in inverno e in estate, mangiando pochissimo, rifiutando le
promozioni e donando il suo magro salario ai poveri. Venne soprannominato
“il Socrate di Mosca” perché non aveva voluto pubblicare quasi niente, in
vita, preferendo la diffusione orale delle sue idee presso ristrette ma
devote cerchie di seguaci.

I tratti generali della dottrina di Fedorov si possono ricavare dalla sua
opera principale, “La Filosofia della Causa Comune”, pubblicata dopo la sua
morte da due discepoli e distribuita gratuitamente a chiunque ne facesse
richiesta. I punti principali sono i seguenti: La Morte è il Male Assoluto.
Essa deve essere vinta per l'evoluzione generale dell'umanità. La
resurrezione sarà operata non da Dio ma dall’Uomo: l' “Uomo Nuovo” teurgico.
La resurrezione sarà compiuta per mezzo di processi scientifici e psichici.
Tutta l'Umanità dovrà partecipare a questo Atto Supremo. L'Uomo Nuovo dovrà
acquisire potere assoluto sulla Natura, controllando anche i fenomeni
atmosferici. Il Tempio come spazio del Sacro per eccellenza dovrà
trasformarsi in Museo (ove Sacro e Scienza saranno alleati). L'evoluzione
dell’Umanità ha raggiunto il suo acme. Gli uomini dovranno iniziare l'opera
di resurrezione dei propri antenati qui e ora. La Cristianità dovrà allearsi
con l'Arianità per creare una Umanità Nuova, unita, teurgica, comunitaria.
La Causa Comune è la lotta scientifica, sociale, economica, culturale,
psicologica, spirituale, industriale, cosmica contro la Morte, per la Vita
Assoluta e Infinita.

Fedorov chiama la strategia di questa lotta “Il Progetto” e se ne considera
il profeta (ne avrebbe ricevuto l'Illuminazione nel 1851). Dal suo posto di
bibliotecario presso una delle istituzioni culturali più importanti della
Russia, Fedorov intrattenne contatti con tutti i maggiori intellettuali del
suo tempo: i socialdemocratici, i socialisti rivoluzionari e infine i
bolscevichi videro nel Progetto il sinonimo della Rivoluzione Mondiale. La
forte tendenza dualistica che Fedorov aveva ripreso dallo zoroastrismo -
l'antica religione iranica da lui considerata l'anticipatrice del
cristianesimo ed ammirata per la netta contrapposizione fra bene e male,
luce e tenebra, e l'enfatizzazione dell'idea di immortalità e risurrezione –
ben si sposava con la dialettica marxista tra proletariato e borghesia.
Fedorov insegnava che la conoscenza astratta, separata dall'azione,
trasforma «l'albero della conoscenza» in «albero della Croce»; essa
ricrocifigge l'atto incarnato che è il Cristo, perché l'Incarnazione — la
Parola fatta carne — ristabilisce prima di tutto l'unità del pensiero e
dell'azione, dal momento che il Cristo dice: «Io sono la Vita, la Via e la
Verità». La separazione fra la coscienza e l'azione conduce la casta dei
dotti, dei tecnici e dei politici a separare l'essere dal dover-essere e
dimentica lo scopo finale della vita. L'ordine sociale condizionato
dall'egoismo di fondo di tutti, dalla dimenticanza evidente del «
fratello », si perverte in ordine zoomorfo.

L'atteggiamento di Fedorov è aperto al massimo grado, attivo e creatore. Il
Vangelo per lui non è solo la Buona Novella, è anche un “progetto”, un
programma d'azione che fa della Storia il campo sterminato di un
combattimento per la dignità ultima dell'uomo. Il suo tema è così
escatologico: il destino dell'umanità è condizionato dal se della sua
libertà in un senso o nell'altro. La comprensione fedoroviana
dell'Apocalisse è assai originale: le profezie più cupe del Vangelo e
dell'Apocalisse si realizzeranno se l'uomo non collabora al progetto di Dio,
alla venuta del suo Regno sulla terra. “Se il terribile Giudizio si
verifica, è proprio per il fatto che avrebbe potuto non esserci” (Citazione
da “Cristo nel pensiero russo” di Paul Evdokimov, Città Nuova Editrice).

Dugin segnala anche una singolare analogia fra il cosmismo di Fedorov e le
concezioni di tipo cosmista in Occidente: seguendo René Guénon, nota che il
termine “dottrina cosmica” viene usato in Occidente dalla Hermetic
Brotherhood of Luxor - gruppo esoterico che sta alla base di tutti i
movimenti spiritualisti moderni, dalla Società Teosofica fino ai seguaci di
Aurobindo (Joscelyn Godwin, Christian Chanel, John P. Deveney, “The Hermetic
Brotherhood of Luxor: Initiatic and Historical Documents of an Order of
Practical Occultism”, York Beach, Samuel Weiser, 1995) - e rileva notevoli
affinità filosofiche - il panteismo, l'evoluzionismo, lo scientismo, il
paranormale – tra le due concezioni. Esiste anche un luogo geografico di
incontro tra le tendenze occultistiche di scuola occidentale e quelle
cosmiste: la città di Kaluga, contemporaneamente centro storico di
diffusione della Società Teosofica in Russia e capitale del pensiero
cosmista. L'influenza di Fedorov ha segnato profondamente anche importanti
ideologi del bolscevismo come Aleksandr Bogdanov e Anatoly Lunacharsky.

Bogdanov, autore dei “Saggi di Scienza dell'Organizzazione”, considerati un’
anticipazione della teoria dei sistemi, e de “La Scienza della Coscienza
Sociale”, considerato da Lenin il “cervello numero uno” del Partito
Bolscevico, fondatore, già prima della Rivoluzione di Ottobre, del
Proletkult (Cultura Proletaria), organizzazione esterna al partito volta
alla liberazione culturale e spirituale del proletariato, era un membro del
movimento intellettuale bolscevico dei “bogostroitely”, o “costruttori di
Dio” (un surrogato di religione marxista basato su un’interpretazione
para-occultista dell'empiriocriticismo e dell’energetismo). I costruttori di
Dio credevano nell'umanità collettivizzata, considerata un dio vivente; il
loro energetismo, derivato da una singolare interpretazione del dionisismo,
attribuiva alle masse la capacità di canalizzare energia e passione. Questa
energia comune delle masse assicurava un'immortalità collettiva piuttosto
che personale, giustificando l'auto-sacrificio per il bene della
Rivoluzione.

Bogdanov identifica nella società comunista quella Vita Cosmica Assoluta che
avrebbe segnato la vittoria sociale sulla morte. Il comunismo utopico,
teurgico e magico di Bogdanov esalta la sostanza vitale (per questo Lenin lo
accusò di “approccio borghese e idealista”). Bogdanov era convinto che la
nuova scienza proletaria avrebbe vinto la morte poco dopo la realizzazione
della Rivoluzione Bolscevica; arriva a glorificare Satana come “dio del
proletariato” e scrive vari romanzi fantascientifici. Il più noto s’intitola
“La Stella Rossa”: vi si descrive l'instaurazione del comunismo su Marte -
pianeta che cabalisti e gnostici hanno identificato con Samael, figura
analoga a Satana - e la ripartizione e condivisione in porzioni uguali fra
tutti gli abitanti, del sangue di tutta l'umanità, bene comune e sostanza
della vita, essenza materiale dell'essere. Per mezzo di questa continua
comunione attraverso il sangue, i “marziani” hanno sconfitto la morte “la
più grande nemica del comunismo” (il racconto ricorda le storie di vampiri e
quelle di Lovecraft). Lo stesso Bogdanov, ossessionato dall'idea che il
sangue potesse produrre la resurrezione dei morti, fondò e diresse a Mosca
un Istituto per la Trasfusione del Sangue, e morì in seguito ad un
esperimento di trasfusione sanguigna.

“Compagni e cittadini, non sprecate fiato seguendo il corso impoverito della
noia universale. Il potere della scienza si staglia come una torre e la
Babilonia degli antichi con le sue lucertole e siccità sarà distrutta dalla
mano esperta dell'uomo. Non siamo stati noi ad aver creato l'infelice mondo
di Dio, ma noi finiremo di costruirlo…La ragione del comunista non dorme e
nessuno disimpegnerà la propria mano. Al contrario egli soggiogherà
tutt'intera la terra all'influsso della scienza” (“The Occult in Russian and
Soviet Culture”).

Un altro cosmista bolscevico fu Andrei Platonov che, sviluppando le idee di
Fedorov sul controllo assoluto dell'uomo sulla Natura, proponeva di fare
esplodere le montagne del Pamir per fare strada ai venti del sud in modo che
potessero sciogliere i ghiacci eterni della tundra del nord trasformando
quel territorio immenso in una terra fertile. Calcolò precisamente la
quantità di dinamite necessaria per realizzare l'opera, inoltre teorizzò la
possibilità di una colonizzazione comunista del sottosuolo terrestre e, non
contento, elaborò una dottrina mistica del “vuoto dell'anima proletaria”
affine al sunnyata buddhista. Tracce del credo cosmista sono presenti anche
in Lev Trotsky, che in “Materialismo Dialettico e Scienza” (1925) diapana
un'ellittica analisi oroscopica della nascita del marxismo e delle
rivoluzioni del 1848, collegandole entrambe alla scoperta di Nettuno sull’
orbita di Urano. Urano è il pianeta della rivoluzione e Nettuno è associato
con gli ideali e le ispirazioni nate dall'inconscio.

Tutti i tentativi pratici dei cosmisti per realizzare le loro teorie furono
però fallimentari: l'ambizioso progetto della resurrezione dei morti (se si
deve prestare fede ad alcuni resoconti) non andò mai oltre la rianimazione
di pesci e anfibi congelati, anche se l'ottimismo fu abbastanza forte da
motivare l'imbalsamazione del corpo di Lenin per preservarlo in vista di un
futuro ritorno alla vita. “La tomba di Lenin ebbe forma di cubo piuttosto
che di piramide perché il cubo significava la quarta dimensione della vita,
che, secondo i teosofi, sopravviveva alla disintegrazione del corpo. Kazimir
Malevich, l'artista che propose la forma cubica, riteneva che la quarta
dimensione permettesse di sfuggire alla morte. Lenin, dichiarò, era stato
risuscitato dalla materia soggetta al tempo e si trovava ora nel mondo dell’
arte e della religione vere, il ‘regno super-materiale dello spirito ideale’
. Perciò Lenin doveva essere deposto in un cubo, il simbolo dell'eternità.
Per Malevich, il cubo, significando la metamorfosi, significava non solo
l'immortalità di Lenin ma una cultura interamente nuova. Davvero il cubo
avrebbe creato questa cultura muovendo attraverso lo spazio, perché
possedeva proprietà teurgiche. Il cubo, possiamo aggiungere, esprimeva il
prometeismo e l'orientamento verso il futuro dei bolscevichi molto meglio
della piramide, che rimandava alla remota antichità ed era stata costruita
grazie al lavoro di schiavi…La formula triadica di Majakovskij ‘Lenin è
vissuto ! Lenin vive ! Lenin vivrà ! “divenne un mantra del culto” (“The
Occult in Russian and Soviet Culture”).

Non si trattava di creare solo un culto di stato: anche Stalin e poi
Dimitrov – capo del Partito Comunista Bulgaro Gottwald – capo del Partito
Comunista Ceco - e, in tempi più recenti, Ho Chi Minh e perfino Neto, capo
della Repubblica Popolare d'Angola, furono tutti mummificati nel Mausoleo
Lenin. Secondo le teorie di Nikolai Setnitsky, bisognava abbandonare la
pratica moderna della cremazione o della sepoltura fuori città e tornare a
forme più tradizionali che preservassero il cadavere in attesa della
resurrezione. Setnitsky proponeva la creazione di un “cimitero mondiale”
(mirovoi nekropol) situato nelle regioni gelate dell'estremo nord. Ci si
accontentò del solo Mausoleo Lenin, presso il Kremlino, riservato alla
nomenklatura del partito (Il'ja Zbarskij - Samuel Hutchinson, “All'Ombra del
Mausoleo: La Storia dell’Uomo che Imbalsamò Lenin”, Milano, Bompiani, 1999).
I maggiori scienziati cosmisti furono K. Ziolkovsky, padre dell'aereonautica
e della cosmonautica russe, e Vladimir Vernadsky, celebre geo-chimico.
Ziolkovsky sfiorò i temi dell'ufologia e tentò di elaborare apparecchi per
comunicare con creature extraterresti; fondò l' “hylosoismo” - una
disciplina che intendeva rivelare l'intelligenza innata della materia – e
partecipò attivamente al movimento spiritico, avendo visioni incessanti di
“entità di mondi paralleli”. Molte sue idee insolite, soprattutto quella che
concepiva tutta la materia come vivente - concezione rigettata dalla scienza
sovietica ufficiale staliniana negli anni ’30 - si radicarono profondamente
fra gli studiosi che si occupavano di aereonautica e fra gli stessi
cosmonauti. Perfino Yuri Gagarin - il primo uomo lanciato nello spazio - nel
corso del suo volo intorno alla terra, trasmise, con grande scandalo, un
saluto simbolico a Nikolai Kostantinovic Rerikh, pittore e occultista russo,
le cui opere erano strettamente proibite al pubblico sovietico e che
risiedeva all'epoca presso l'Hymalaya (Rerikh era teosofo e membro
dell'A.M.O.R.C., un'organizzazione neorosicruciana, studioso di yoga e
vicino alla sensibilità cosmista).

È assai improbabile, conoscendo le dinamiche del sistema totalitario
sovietico, che Gagarin avesse compiuto quel gesto di omaggio di sua
iniziativa: i suoi superiori, gli scienziati che si occupavano della
cosmonautica russa, erano ben coscienti della loro missione “cosmista”,
escatologica e mistica. Ancor oggi, nella città nativa di Gagarin, circola
la voce che egli non sia mai morto e molti aspettano il suo ritorno (da una
prigione segreta o da un manicomio dove lo avrebbero rinchiuso i suoi
nemici), a conferma di come la figura dell'astronauta sia entrata a pieno
titolo nel mito cosmista.

Il geo-chimico Vernadsky, invece, è considerato uno dei più grandi
scienziati sovietici: le sue idee hanno influenzato la chimica,
l'ingegneria, la filosofia e soprattutto la fisica atomica; il suo concetto
di “noosfera” è passato fra le nozioni degli ecologisti contemporanei oltre
che nel pensiero di importanti filosofi occidentali come il discepolo di
Henri Bergson, Edouard Le Roy, e soprattutto il gesuita “eretico” Theillard
de Chardin. Anche Vernadsky condivise i miraggi di Fedorov sul Progetto e
sulla Causa Comune, fantasticò di prossimi contatti con entità cosmiche
extraterrestri nella futura epoca “noosferica” e, come molti altri cosmisti,
morì pazzo.

Nell'apparente sistema ateo e materialista della Russia sovietica, il
cosmismo è stato l'ideologia semi-segreta della scienza comunista: la più o
meno occulta dimestichezza con discipline eterodosse come la parapsicologia,
la radioestesia, l'ipnosi, l'ufologia, ecc. ha caratterizzato sempre le
ricerche di un gran numero di studiosi e intellettuali inseriti nelle
strutture di partito e spesso in precario equilibrio fra allucinazione e
raziocinio.

“Nell'attualizzare l'antico mito di Prometeo, Marx non è forse stato
l'officiante di un mito saturo ? Sebbene possa suonare stonato per i
propugnatori del disincantamento del mondo ammettere che la peculiarità di
una dottrina risieda essenzialmente nel suo potenziale simbolico, può avere
qualche interesse domandarsi come mai l'edificio teorico marxiano abbia
potuto, con qualche sorta di irrazionalità, motivare le masse moltiplicando
a profusione le pratiche parareligiose indotte dalla teoria: pellegrinaggio
a Mosca, culto della personalità di Stalin, riferimento incessante alle
sacre scritture di Marx, Engels, Lenin, e alle esegesi dei padri conciliari
(Plechanov, Bucharin, Riazanov, ecc.), sfilate grandiose, consegne di
decorazioni, battesimi di città e di fabbriche, protocollo ieratico dei
grandi capi del Cremlino… Può sembrare a prima vista contraddittorio, ma
tutto sommato evidente, il fatto che una politica antireligiosa abbia potuto
produrre un culto del partito… L'entrata nel Partito suppone l'adozione di
una visione del mondo totalizzante con una speranza escatologica di trionfo
del proletariato” (Claude Rivière, “Liturgie Politiche”, Como, Red Edizioni,
1998).

Data articolo: febbraio 2007

#10301 Da: <amadeux@...>
Data: Ven 30 Mar 2007 8:49 am
Oggetto: La nascita dell' "Uomo Nuovo"
amadeux@...
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La nascita dell' "Uomo Nuovo"

di John Hornecker


Alcuni decenni fa, durante la fase iniziale del nostro risveglio spirituale
collettivo, non avevamo molto interesse per il rapporto tra l'espansione
della nostra consapevolezza e la genetica umana. Probabilmente mai, prima
dei messaggi dei "Pleiadiani" canalizzati da Barbara Marciniak, e dei loro
discorsi sull'attivazione delle 12 catene del DNA, l'argomento della
genetica aveva ricevuto attenzione in quanto parte integrante del nostro
sviluppo spirituale.

Tuttavia, per meglio comprendere il ruolo della genetica nel nostro processo
di trasformazione, è necessario espandere il nostro pensiero al di là del
mero concetto di codice genetico fisico ereditato dalla nostra famiglia.


LA GENETICA DELL'ANIMA

Anche la nostra anima possiede un equivalente delle strutture genetiche, che
racchiude al suo interno la storia evolutiva complessiva del viaggio
compiuto dalla nostra anima. Quando ci incarniamo in una forma fisica umana,
la nostra matrice genetica è il risultato di una combinazione della nostra
genetica animica e dei tratti genetici della nostra famiglia umana.
Attraverso questa matrice interattiva, i cambiamenti nella struttura
genetica della nostra anima producono dei relativi mutamenti all'interno del
nostro DNA umano.

La nostra trasformazione in Uomo Nuovo viene innescata da un cambiamento e
da un'espansione nella nostra consapevolezza, a livello sia individuale sia
collettivo. Attraverso la nostra matrice genetica composita, questi
cambiamenti stanno risvegliando degli aspetti latenti nel nostro DNA umano,
che permettono al nostro corpo di funzionare in modi nuovi ed evoluti. Il
cambiamento fondamentale nella consapevolezza necessario a permetterci di
compiere il salto evolutivo verso l'Uomo Nuovo è rappresentato dal passaggio
da una percezione della separazione ad una consapevolezza dell'unità.

L'ostilità e la sofferenza, che sono stati la caratteristica precipua della
nostra storia umana, possono sussistere unicamente quando le persone si
considerano separate tra di loro e dal loro Creatore. Quando la nostra
consapevolezza si risveglia alla comprensione che non siamo separati, ma che
piuttosto ognuno di noi è una espressione unica dell'essenza del nostro
Creatore, non abbiamo più bisogno di temere gli altri o di nasconderci
dietro una maschera. E questa consapevolezza dell'unità costituisce terreno
fertile per la nascita e la maturazione del Uomo Nuovo.


LE CARATTERISTICHE DELL'UOMO NUOVO

Benché nessuno di noi sia in grado di prevedere la natura dell'Uomo Nuovo
nella sua forma finale, alcune persone all'avanguardia di questo cambiamento
si sono spinte abbastanza avanti da poterci dare un'idea di ciò che possiamo
aspettarci da questa metamorfosi.

a) Aumento delle capacità telepatiche ed empatiche

Molte persone che si risvegliano spiritualmente sperimentano un aumento
della capacità di percepire ciò che altri pensano e sentono. Per alcuni,
questa accresciuta sensibilità si fa così acuta che hanno bisogno di
attenuarla, per non farsi schiacciare dagli intensi pensieri ed emozioni
degli altri.

Quando la razza umana, nel suo insieme si libererà dalla rigidità dei suoi
vecchi schemi, noi, in quanto Uomini Nuovi, potremo permettere alla nostra
sensibilità di aprirsi completamente. Nella consapevolezza dell'unità, non
esiste più il bisogno di nascondere i propri pensieri o sentimenti agli
altri.

b) Facilità di manifestazione

Quando, tra le persone che si trovano su una cammino spirituale, sorge la
questione della "manifestazione", sembra ci sia una tendenza automatica a
pensare in termini di denaro, in quanto molto spesso le difficoltà
economiche tendono ad accompagnare la crescita spirituale. Ma quando la
nostra consapevolezza si espande, e noi cominciamo a intuire davvero
l'immenso potere creativo intrinseco nelle nostre intenzioni, scopriamo che
la manifestazione dell'abbondanza fluisce in maniera molto più naturale.

Quando impariamo a mantenere costantemente allineate le nostre intenzioni
con il nostro supremo bene, e con quello di tutti, la manifestazione di
tutto ciò che desideriamo nella vita diverrà naturale e infallibile come il
sorgere del sole ogni nuovo giorno.

c) Un rapporto flessibile con lo spazio e il tempo

Per la maggior parte degli uomini ancora profondamente trincerati nella
consapevolezza di massa, l'idea di viaggiare attraverso il tempo, o di
manifestare il proprio corpo in più di un luogo nello stesso momento, non è
altro che roba da fantascienza. Ma quando cominciamo a comprendere i livelli
più profondi della nostra realtà, scopriamo che la nostra matrice
spazio-temporale può essere percorsa in modi nuovi e affascinanti.

In effetti, alcuni di noi sono giunti qui dal futuro, e noi tutti possediamo
già, latente nella memoria della nostra anima, la capacità di navigare in
questo modo. Un numero sempre maggiore di noi ha già cominciato a fendere
trasversalmente le spirali del tempo durante le nostre ore di "sonno", ma
solo in pochi hanno già imparato a riportare il ricordo di queste esperienze
nell'ambito della propria consapevolezza.

Inoltre, alcuni individui all'avanguardia di questa trasformazione della
coscienza stanno cominciando ad avere interessanti esperienze riguardanti
l'orientamento nello spazio. Per esempio, alcuni hanno attraversato dei
cambiamenti di dimensione durante i quali il loro corpo fisico scompare
dalla nostra realtà "normale" per un certo periodo di tempo.

Altri stanno imparando a "suddividere" il loro corpo animico in molteplici
unità, in modo da poter funzionare, nello stesso momento, in più di una
realtà. Le possibilità sono infinite. Come Uomini Nuovi, impareremo
indubbiamente a diventare esperti navigatori del tempo e dello spazio.

d) Inversione del processo d'invecchiamento e aumento della durata della
vita

Anche se è da molto tempo che sappiamo che le cellule del nostro corpo
rispondono ai cambiamenti che avvengono nella nostra consapevolezza, è
soltanto da poco che stiamo imparando a dirigere questo processo in maniera
più intenzionale. E' interessante notare il gran numero di guaritori che di
recente ha ampliato la portata del proprio lavoro fino ad includervi
l'inversione del processo di invecchiamento.

Resta ancora da scoprire se l'Uomo Nuovo possa diventare praticamente
immortale, ma in base a ciò che stiamo apprendendo, abbiamo motivo di
credere che si faranno dei progressi significativi in questa direzione.

e) Un ampliamento delle capacità creative

Quando allineiamo in modo più completo la nostra vita umana con lo scopo
della nostra anima, nonché con la nostra vera essenza, la creatività sembra
fluire con facilità. Il passaggio alla consapevolezza dell'unità ci permette
di collegarci prontamente con la "mente universale", e di esprimere in varie
forme la nostra creatività primaria.

f) Aumento della gioia e dell'estasi

La gioia è il nostro stato naturale. E' soltanto attraverso la coscienza
della separazione che abbiamo permesso alla pienezza della nostra gioia di
atrofizzarsi. Ma di nuovo, quando passiamo alla consapevolezza dell'unità -
ossia quando impariamo a percepire l'essenza del nostro Creatore in ognuno
ed in ogni cosa - la nostra gioia sboccia in tutta la sua naturale pienezza.
Allo stesso modo, quando nel nostro corpo il centro delle emozioni e quello
delle sensazioni si risveglieranno completamente, la nostra esperienza
dell'estasi raggiungerà livelli ancora inimmaginabili.


COME ACCELLERARE LA METAMORFOSI

Cosa possiamo fare per accelerare il nostro passaggio a Uomo Nuovo?
Innanzitutto, bisogna capire che, benché nell'ambito della coscienza
collettiva le condizioni per questo salto evolutivo siano in questo momento
fertili, il passaggio in questione implica una scelta della libera volontà
di ogni individuo. Ci sono alcune semplici ma profondamente importanti cose
da fare per semplificare questo processo di nascita:

a) Essere chiari nella nostra scelta di diventare un Uomo Nuovo e allineare
di conseguenza le nostre intenzioni

Una volta che queste ultime risultano chiaramente stabilite, è necessario
allora riorganizzare le priorità della nostra vita, per mantenere la nuova
direzione.

b) Chiedere aiuto e guida

Molti esseri ci sono vicini, nelle dimensioni invisibili, in attesa di
poterci essere d'aiuto. Ma, a causa del principio della non interferenza,
non hanno il permesso di intervenire nella nostra vita fino a quando non li
invitiamo a farlo.

c) Agire secondo la nostra guida interiore, quando la percepiamo, un passo
alla volta

Ognuno di noi percepisce la propria guida interiore in modi diversi. Anche
se qualcuno può udire voci o avere visioni nei mondi interiori, la maggior
parte di noi riceve indicazioni in maniere molto più sottili, spesso sotto
forma di sensazioni intuitive.

d) Lasciare andare i vecchi schemi di vita che non sono allineati con gli
obiettivi ed i valori dell'Uomo Nuovo.

e) Accordare il nostro corpo fisico ad una vibrazione più elevata

Possiamo cominciare eliminando qualcosa dalla nostra dieta. Un buon punto di
partenza consiste nell'eliminare l'alcol, il caffè, le bevande artificiali,
la carne (pollame e pesce inclusi), l'uso eccessivo di prodotti farmaceutici
e, naturalmente, il fumo. Anche ridurre la quantità di zucchero che
assumiamo, usando il miele come sostituto, può essere molto d'aiuto. Al
posto di questi prodotti, potremo aumentare l'assunzione di frutta e verdura
fresche. E, cosa ancor più importante, abbiamo bisogno di bere molta acqua
pura.

f) Purificare i nostri schemi mentali ed emozionali

Per aiutarci in questo processo, sono disponibili molte tecniche e molti
seminari sull'argomento. A tale scopo, possono essere anche molto efficaci
il massaggio ed altre forme di lavoro corporeo.

Anche se probabilmente sarà soltanto nei primi anni del nuovo millennio che
porteremo a compimento il salto quantico nella pienezza della nostra
condizione di Uomini Nuovi, qualsiasi progresso che cominciamo a fare in
tale direzione ha il potere di arricchire incommensurabilmente la nostra
vita, nonché di innescare una reazione a catena in tutto il nostro bel
Pianeta, perché siamo tutti Uno!

Copyright © 1999 John Hornecker / Traduzione: Copyright © 2001 Giampiero
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#10300 Da: "amadeux@gmx" <amadeux@...>
Data: Ven 30 Mar 2007 8:49 am
Oggetto: Le Upanishad, nel pensiero di Sri Aurobindo
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Le Upanishad, nel pensiero di Sri Aurobindo>

di Sri Aurobindo


Le Upanishad sono l'opera suprema del pensiero indiano, e che sia
effettivamente così, che l'altissima espressione della personalità del
proprio genio la loro sublime capacità poetica, la loro enorme capacità
creativa in pensiero e in parola, non siano un capolavoro letterario o
poetico della mente ordinaria, ma un ampio flusso di rivelazione spirituale
per questo carattere profondo e diretto, è un fatto significativo, prova di
una mentalità unica e di non comune inclinazione dello spirito.

Le Upanishad sono nello stesso tempo profonda scrittura religiosa, in quanto
testimonianza delle più assolute esperienze spirituali, documenti di una
filosofia rivelatrice e intuitiva di luce, potere e ampiezza inesauribili e,
sia in prosa che in metrica, poemi spirituali di una assoluta, infallibile
ispirazione costante nel linguaggio, straordinaria per ritmo ed espressione.

E' la manifestazione di una mente nella quale filosofia e religione e poesia
sono diventate una cosa sola, perché questa religione non termina in un
culto ne è limitata ad un aspirazione di tipo etico-religioso, ma si innalza
verso una scoperta infinita di Dio, del Sé, della nostra più alta e totale
realtà spirituale e di esseri viventi  e descrive un'estasi di luminosa
conoscenza e un'estasi di partecipe compiuta esperienza; questa filosofia
non è un'astratta speculazione intellettuale intorno alla Verità o una delle
strutture dell'intelligenza logica, ma una verità vista, esperita, vissuta,
posseduta dalla mente e dall'anima più profonda nella gioia di esprimere una
sicura scoperta di possesso, e questa poesia è opera di una concezione
estetica innalzata oltre l'ambito ordinario per esprimere la meraviglia e la
bellezza della più rara autocoscienza spirituale e della più profonda,
ispirata Verità del Sé e di Dio e dell'Universo.

Qui lo spirito intuitivo e l'intima esperienza psicologica dei veggenti
vedici perviene ad un culmine supremo in cui lo Spirito, come è detto in un
passaggio della Katha Upanishad, svela la sua più vera essenza, rivela la
parola esatta della sua auto espressione e apre alla mente la vibrazione dei
ritmi che, ripetuti all'ascolto spirituale sembrano sostanziare l'anima e
porla, ricolma e compiuta, sulle sommità dell' autoconoscenza.

Le Upanishad sono state la sorgente riconosciuta di varie e profonde
filosofie e religioni che da esse sono poi scorse in India come i suoi
grandi fiumi dalla culla himalayana rendendo fertili la mente e la vita
degli uomini e hanno mantenuto viva la sua anima lungo il grande procedere
dei secoli ritornando costantemente ad esse per la rivelazione, mai mancando
di dare nuova illuminazione, fontana di inesauribili acque di vita.

Il Buddismo con tutti i suoi sviluppi fu solo una riaffermazione, sebbene da
un nuovo punto di vista e con nuovi termini di definizione di ragionamento
intellettuale, di un aspetto di questa esperienza e la portò così modificata
nella forma, ma appena nella sostanza, attraverso tutta l'Asia e a Occidente
verso l'Europa.

Le idee contenute nelle Upanishad possono essere ritrovate in molto nel
pensiero di Pitagora e Platone e costituiscono la parte più profonda del
Neo-Platonismo e dello Gnosticismo con tutte le loro importanti conseguenze
sul pensiero filosofico occidentale, e il Sufismo le ripete in un altro
linguaggio religioso.

La parte più consistente della metafisica tedesca è in sostanza poco più che
uno sviluppo intellettuale e di grandi realtà meglio spiritualmente comprese
da questo antico sapere, e il pensiero moderno le sta rapidamente assorbendo
con una ricettività sempre più essenziale, viva ed intensa che promette una
rivoluzione tanto nel pensiero, quanto in quello religioso; ora esse
filtrano grazie a varie influenze indirette, ora si esprimono in modi aperti
e diretti.

Quasi non esiste una grande idea filosofica che non possa trovare forza o
una nuova origine o indicazioni in queste antiche scritture, le
speculazioni, secondo un certo punto di vista, di pensatori che non avevano
migliore passato o migliore base culturale al loro pensiero di una rozza
primitiva, naturalistica ed animistica ignoranza.

E persino le più ampie generalizzazioni della scienza si ritrovano
costantemente applicabili alla verità delle formule della natura fisica già
scoperta dai saggi indiani nel loro originale, nel loro più vasto
significato, nella più profonda verità dello spirito.

*

E tuttavia queste opere non sono speculazioni filosofiche di genere
intellettuale, analisi di tipo metafisico che cercano di definire nozioni,
di selezionare idee e di distinguere quante tra di loro sono vere, di
logificare la verità o aiutare altrimenti la mente nelle sue inclinazioni
intellettuali per mezzo del ragionamento dialettico e nel suo concetto di
proporre una soluzione definitiva dell'esistenza nella luce di questa o di
quella idea della ragione e di osservare tutte le cose da quel solo punto di
vista, in quel fuoco e in quella determinata prospettiva.

Le Upanishad non avrebbero potuto avere una vitalità così perenne,
esercitare una influenza così sicura, produrre tali risultati o vedere oggi
le loro asserzioni autonomamente confermate in altri ambiti di ricerca e
attraverso metodi completamente diversi, se fossero state opere del genere.

E' perché questi veggenti videro la Verità piuttosto che semplicemente
pensarla, la rivestirono anzi di una forte sostanza di intuizione e di
immagine rivelatrice, ma una sostanza di trasparenza ideale attraverso la
quale noi guardiamo verso l'illimitato, e perché esse compresero in
profondità le cose nella luce del Sé e le videro con la visione
dell'infinito, che le loro parole rimangono sempre vive e immortali, di un
significato inesauribile, di una immancabile autenticità, un fine
convincente che è nello stesso tempo infinito inizio della Verità, alle
quali tutte le nostre ricerche quando terminano di nuovo approdano e alle
quali l'umanità costantemente ritorna nelle sue menti e nelle sue epoche di
più profonda visione.

Le Upanishad sono il Vedanta, un libro di conoscenza ad un più alto grado
persino dei Veda, conoscenza nel più profondo senso indiano del termine,
Jnana.
Non un semplice pensare e considerare attraverso l'intelligenza, non il
ricercare e il cogliere una forma mentale della verità con la mente
razionale, ma un vederla nell'anima ed un vivere totale in essa grazie al
potere dell'essere interiore, un possesso spirituale attravesro una sorta di
identificazione con l'oggetto della conoscenza è Jnana.

E poiché è solo attraverso una conoscenza integrale del Sé che questo genere
di conoscenza diretta può essere resa completa, fu questo che i saggi
vedantini cercarono di conoscere, di penetrare e di vivere nell'identità.

E attraverso questo sforzo essi giunsero facilmente a comprendere che il Sé
in noi è una cosa sola con il Sé universale di tutte le cose e ancora che
questo Sé non è che Dio e il Brahman, un Essere o una Esistenza
trascendenti, ed essi videro, sentirono, vissero nella più totale intima
verità di tutte le cose dell'universo e nella più intima verità
dell'esistenza interiore ed esteriore dell'uomo grazie alla luce di questa
sola e unificante visione.

Le Upanishad sono inni della conoscenza del Sé dell'universo e di Dio.

Le grandi formule di verità filosofiche di cui esse abbondano non sono
astratte generalizzazioni intellettuali, realtà che possono rischiarare ed
illuminare la mente ma che non vivono e non spingono l'anima ad ascendere,
ma sono ardori e luci di un illuminazione intuitiva e rivelatrice,
raggiungimento e comprensione della sola Esistenza, della Divinità
trascendente, del divino e universale Sé, scoperta della sua ruvelazione con
le cose e le creature di questa grande manifestazione cosmica.

Canti di un ispirato sapere, essi emanano come tutti gli inni un tono di
aspirazione ed estasi religiose, non del genere scarsamente profondo proprio
a un sentimento religioso minore, ma innalzato al di là del culto e di forme
particolari di devozione, verso l'universale Ananda del Divino che ci
raggiunge attraverso l'avvicinamento e l'identità con l'autocosciente
Spirito universale.

E sebbene principalmente concernenti la visione interiore e non direttamente
l'agire umano esteriore, tutte le più importanti etiche del Buddismo e
dell'Induismo posteriore sono tuttavia ancora della stessa vita e del
significato delle verità alle quali essi danno forma espressiva e forza e
tuttavia esiste qualcosa di più grande di qualunque precetto etico e norma
di virtù mentale, l'ideale supremo di una azione spirituale fondata
sull'identità con Dio e con tutti gli esseri viventi.

Perciò anche quando sono  morte le forme del culto vedico, le Upanishad sono
rimaste viventi e creative ed hanno potuto generare le grandi religioni
devozionali e sostenere la duratura concezione indiana del Dharma.

*

Le Upanishad sono la creazione di una mente rivelatrice e intuitiva e della
sua illimitata esperienza; la loro sostanza, la struttura, l'espressione, il
linguaggio figurato e le dinamiche sono determinanti e contrassegnati da
questo carattere originale.

Queste verità supreme e onnipervadenti visioni di unità, del Sé e di un
essere divino universale sono proiettate in frasi concise e monumentali che
le portano immediatamente di fronte alla visione dell'anima e le rendono
presenti e imperative per la sua aspirazione e la sua esperienza e sono
espresse in brani poetici pieni di potere rivelatore e di una concezione
suggestiva che scopre l'intero infinito attraverso un'immagine finita.

L'Uno è la rivelato ma  ha anche dischiuso i suoi innumerevoli aspetti, e
ciascuno guadagna pieno significato attraverso l'ampiezza dell'espressione e
trova, come in una spontanea autoscoperta, il suo posto e la sua
coordinazione attraverso l'illuminante esattezza di ogni parola e
dell'intera frase.

Le più vaste verità metafisiche e le più sottili distinzioni dell'esperienza
psicologica sono raccolte all'interno del movimento ispirato e rese
immediatamente chiare per la mente che osserva e colmate di infinite
suggestioni per lo spirito che conosce.

Esistono frasi particolari, singoli distici, brevi passaggi che contengono
in se stessi l'essenza di una vasta filosofia e tuttavia ciascuno di essi
viene pronunciato come un lato, un aspetto, una parte dell'infinita
autoconoscenza.

Tutto è di una concisione raccolta e ricca di idee e tuttavia perfettamente
lucida e luminosa, tutto di una infinita compiutezza.

Un pensiero di questo genere non può seguire il lento, prudente e prolisso
sviluppo dell'intelligenza logica.

Il brano, la frase, il distico, il verso e persino il mezzo verso segue
quello che procede con un significato inespresso, un silenzio che echeggia
tra loro, un pensiero che viene trasmesso in una suggestione totale ed è
implicito alla cadenza stessa ma che la mente è lasciata libera di elaborare
a proprio vantaggio, e questi intervalli di silenzio significante sono ampi,
la cadenza di questo pensiero come i passi di un Titano che cammina tra
rocce distanti su acque infinite.

Si trova una perfetta totalità, una estesa correlazione di parti tra loro
armoniche nella struttura di ogni Upanishad; ma il tutto è trattato al modo
di una mente che vede in uno sguardo messe di verità e si arresta per
estrarre solo la parola necessaria da un silenzio compiuto.

Il ritmo ne verso o la cadenza della prosa scolpiscono l'idea e
l'espressione.

Le forme metriche delle Upanishad sono costituite da quattro semiversi
ciascuno chiaramente definito, versi che sono generalmente completi e dotati
di senso, semiversi che presentano due pensieri o parti distinte di un
pensiero che sono unite o si completano reciprocamente, e la cadenza sonora
segue un principio corrispondente, ciascun passo conciso e marcato della
chiarezza del proprio intervallo, colmo di ritmi echeggianti che permangono
a lungo vibrare nell'ascolto interiore; ciascun passo è come un'onda
dell'infinito che porta in se stessa interi la voce e il suono dell'oceano.

E' un genere di poesia, parola della visione, ritmo dello spirito, che non è
più stato scritto, ne prima ne dopo.

Il linguaggio figurato delle Upanishad si è in larga parte sviluppato dal
genere di linguaggio figurato dei Veda e sebbene esso solitamente preferisca
la svelata chiarezza di una immagine direttamente illuminante, a volte esso
usa gli stessi simboli in un modo che è profondamente simile allo spirito e
all'aspetto meno tecnico del metodo di quel simbolismo più antico.

E' in larga misura questo elemento non più afferrabile dal nostro modo di
pensiero che ha sconcertato certi studiosi occidentali e li ha fatti
affermare che queste scritture sono una combinazione delle più alte
speculazioni filosofiche con i primi goffi balbettii della mente bambina
dell'umanità.

Le Upnaishad non rappresentano uno scostamento rivoluzionario dalla mente
vedica, dal suo temperamento e dalle sue idee fondamentali, piuttosto una
continuazione e uno sviluppo e in una certa misura un ampliamento nel senso
di una resa in aperta espressione di tutto ciò che fu tenuto nascosto nel
discorso simbolico dei Veda come un mistero segreto.

Esse iniziano a raccogliere il linguaggio figurato e i simboli rituali dei
Veda e dei Brahmana e a trasformarli in modo da esprimere un senso interiore
e mistico che serve come una sorta di punto di partenza psichico per la
propria filosofia, più evoluta e più puramente spirituale.

Esiste un grande numero di passaggi specialmente nelle Upanishad in prosa
che sono interamente di questo genere ed azione, in un modo recondito,
oscuro e persino incomprensibile per il pensiero moderno, con il senso
psichico di idee allora comuni nella mente religiosa vedica, la distinzione
tra i tre generi di Veda, i tre mondi e altri soggetti simili; ma,
conducendo come fanno nel pensiero delle Upanishad a più profonde verità
spirituali , questi brani non possono essere scartati come infantili
aberrazioni dell'intelligenza privi di senso e di ogni rintracciabile
rapporto con il più alto pensiero nel quale essi culminano. Al contrario
troviamo che essi possiedono un significato sufficientemente profondo quando
riusciamo a penetrare il loro significato simbolico.

Questo significato si mostra in una ascesa psicofisica a una conoscenza
psicospirituale per la quale noi useremmo oggi termini più intellettuali,
meno concreti e immaginativi, ma che è ancora valida per coloro che
praticano lo yoga e riscoprono i segreti del nostro essere psicofisico e
psicospirituale.

Passaggi tipici di questo genere di espressione peculiare di verità psichice
sono la spiegazione di Ajatashatru del sonno e dei sogni o i brani della
Prashna Upanishad sul principio vitale e le sue azioni, o ancora quelli in
cui l'idea vedica della lotta tra dèi e demoni è ripresa e guadagna il suo
significato spirituale e le divinità vediche, più chiaramente che nel Rig o
nel Sama Veda, sono caratterizzate e invocate per la loro funzione interiore
e per il loro potere spirituale.
*
Le Upanishad abbondano di passaggi che sono ad un tempo poesia e filosofia
spirituale, di chiarezza e bellezza assolute, ma nessuna traduzione priva
delle suggestioni e dei solenni e sottili e luminosi echi di senso delle
parole e dei ritmi originali, può dare alcuna idea del loro potere e della
loro perfezione.

In altri le più sottili verità psicologiche e filosofiche sono espresse in
modo completamente sufficiente senza mancare di una perfetta bellezza
nell'espressione poetica e sempre in modo tale da vivere nella mente e
nell'anima e non essere semplicemente offerte alla comprensione
intelligente.

C'è in alcune delle Upanishad in prosa un altro elemento di vivido racconto
e tradizione che ci restituisce, sebbene solo in brevi fugaci, il quadro di
quella animazione e di quel movimento di ricerca spirituale e di passione
verso la più alta conoscenza che hanno reso possibili le Upanishad.

Le scene del mondo antico rivivono davanti a noi in alcune pagine, i saggi
che siedono nei boschi pronti ad ammaestrare chi si presenta, prìncipi e
dotti Bramini e grandi proprietari terrieri alla ricerca della conoscenza,
il figlio del re nel suo carro e il figlio illegittimo della serva,
ricercando ogni uomo che avrebbe potuto portare in se stesso l'idea della
luce e la parola della rivelazione, le tipiche figure simboliche e
personalità, Janaka e la sottile mente di Ajatashatru, Raikwa del carro,
Yoinavalka soldato della verità, calmo ed ironico, che prende con entrambe
le mani senza alcun attaccamento i beni del mondo e le ricchezze spirituali
e lascia alla fine tutti i suoi averi per peregrinare come un asceta senza
casa, Krishna figlio di Devaki che udì una sola parola del Rishi Gora e
conobbe immediatamente l'Eterno, gli Ashram, le corti di re che furono anche
ricercatori e conoscitori spirituali, le grandi assemblee sacrificali dove i
saggi si incontravano e confrontavano la loro conoscenza.

Così noi vediamo come nacque l'anima dell'India e come scorse questo grande
canto delle origini nel quale essa si levò in volo dalla terra verso i
supremi cieli dello spirito.

I Veda e le Upanishad non sono solo la bastevole sorgente della filosofia e
della religione indiana, ma di tutta l'arte e la letteratura indiana.

Fu l'anima, il temperamento, lo spirito ideale in essi formato ed espresso
che costruì in seguito le grandi filosofie, edificò la struttura del Dharma,
testimoniò la sua eroica gioventù nel Mahabharata e nel Ramayana, si
intellettualizzò infaticabilmente nell'epoca classica della sua maturità,
produsse così tante intuizioni originali nella scienza, creò un così ricco
fervore di esperienze estetiche, vitali e sensibili, rinnovò la sua essenza
spirituale e psichica nei Tantra e nei Purana, si gettò nella magnificenza e
nella bellezza delle linee e del colore, scolpì e fuse il suo pensiero e la
sua visione nelle pietre e nel bronzo, si riversò in nuovi canali di
autoespressione nei linguaggi successivi e ora dopo una lunga eclissi
riemerge sempre identico nella diversità e pronto per nuova vita e nuova
creazione.

*

La fissata concezione fondamentale del Vedanta è che là esiste in qualche
luogo - e non potremmo non trovarla - accessibile all'esperienza o
all'autorivelazione anche se negata alla ricerca puramente intellettuale,
una verità sola onnicomprensiva e universale nella luce della quale l'intera
esistenza si trova rivelata e chiarita nella sua natura e nel suo fine.

Questa esistenza universale, con tutta la moltitudine della sua realtà e la
diversità delle sue forze, è una in sostanza ed origine; ed esiste una
quantità non conosciuta, X o Brahman, alla quale essa può venire ridotta,
perché da lui è originata e in lui e attraverso di lui persiste.

Questa quantità non conosciuta è chiamata Brahman.

Ma intanto i veggenti dell'antica India avevano completato, nei loro
esperimenti e sforzi di  disciplina spirituale e di conquista del corpo, una
scoperta che nella sua importanza per il futuro della conoscenza umana
oscura le intuizioni di Newton e Galileo; persino la scoperta del metodo
induttivo e sperimentale nella Scienza non è risultato così fondamentale;
perché essi penetrarono sino ai suoi processi ultimi il metodo dello yoga e
attraverso il metodo dello yoga si elevarono al culmine di una triplice
realizzazione.

Essi compresero dapprima come una realtà l'esistenza, aldisotto del flusso e
della molteplicità delle cose, di quella suprema Unità e immutabile
Stabilità che era stata sino ad allora ipotizzata solo come una teoria
necessaria, una inevitabile generalizzazione.

Giunsero a comprendere che Quello è la sola realtà e tutti i fenomeni non
sono che le sue apparenze e le sue sembianze, che Quello è il vero Sé di
tutte le cose e i fenomeni non sono che le sue vesti e i suoi ornamenti.

Essi impararono che Quello è assoluto e trascendente, perciò eterno,
immutabile, indiminuibile e indivisibile.

E guardando allo sviluppo passato del pensiero, compresero che questa era
anche la meta alla quale li avrebbe condotti il puro ragionamento
intellettuale.
Poichè ciò che è nato nel tempo deve nascere e morire; ma l'Unità e la
Stabilità dell'universo sono eterne e devono perciò trascendere il Tempo.

Ciò che è nello Spazio deve crescere e diminuire, possedere parti e
relazioni, ma l'Unità e la Stabilità dell'Universo non sono diminuibili, non
sono aumentabili, sono indipendenti dalla modificazione delle proprie parti
e non toccate dal mutarsi delle loro relazioni, e devono perciò trascendere
lo Spazio; e se trascendono lo Spazio non possono possedere parti; poiché lo
spazio è la condivisione della divisibilità materiale; la divisibilità deve
perciò essere, come la morte, un'apparenza e non una realtà.

Infine ciò che è soggetto alla Casualità è necessariamente soggetto al
Cambiamento; ma l'Unità e la Stabilità dell'Universo sono immutabili,
identiche a ciò che furono negli eoni trascorsi e a ciò che saranno negli
eoni futuri e devono perciò trascendere la Casualità.

Questa fu dunque la prima realizzazione ottenuta attraverso lo Yoga,
nityonityanam, l'Eterno Uno nella moltitudine transitoria.

Allo stesso tempo essi compresero una verità interiore - una verità
sorprendente; compresero che il Sé trascendente e assoluto dell'Universo
costituiva anche il Sé degli esseri viventi; anche il Sé dell'uomo, l'essere
supremo tra quelli che abitano il piano materiale sulla terra.

Il Purusha, l' Io conscio nell'uomo che aveva sconcertato i Sankhyas, si è
rivelato nella sua realtà ultima esattamente identico a Prakriti, la
sorgente apparentemente non conscia della realtà, la non-coscienza di
Prakriti, come molto altro, si è dimostrata un'apparenza, non una realtà,
perché dietro ogni forma inanimata una intelligenza conscia all'opera è,
agli occhi dello yogi, luminosamente autoevidente.

Questa fu dunque la seconda realizzazione ottenuta attraverso lo Yoga,
cetanascetananam, la Coscienza Una nella moltitudine delle Coscienze.

Infine alla base di queste due realizzazioni se ne trova una terza, la più
importante per la nostra umanità, cioè che il Sé trascendente in ogni uomo è
così completo perché esattamente identico al Sé trascendente dell'Universo;
perché il Trascendente è indivisibile e il senso dell'individualità separata
non è che una delle apparenze fondamentali dalle quali la manifestazione
dell'esistenza fenomenica perpetuamente dipende.

In questo modo l'Assoluto, che sarebbe altrimenti aldilà di ogni conoscenza,
diventa conoscibile; e l'uomo che conosce il suo intero Sé conosce l'intero
Universo.
Questa stupenda verità è per noi rinchiusa nelle due famose formule del
Vedanta, "so ham", Egli ed io, e "aham brahma asmi", io sono il Brahman,
l'Eterno.

Basata su queste quattro grandi verità, nytonityanam, cetanascetanam, so
ham, aham brahma asmi, come su quattro possenti pilastri la suprema
filosofia delle Upanishad ha eretto il suo fronte tra le più lontane stelle.

#10299 Da: <amadeus@...>
Data: Ven 30 Mar 2007 8:49 am
Oggetto: La vita di Swami Vivekananda, il più grande discepolo di Ramakrishna
amadeus@...
Invia email Invia email
 
La Vita di Swami Vivekananda, il più grande discepolo di Ramakrishna>

tratto da: http://www.ramakrishna-math.org/


Svámi Vivekànanda, il cui nome di famiglia era Narendranáth Dutta, nacque
nel 1863 figlio di Bisvanàth, un noto avvocato di Calcutta, e di
Bhuvanesvari Devi, una donna di grande intelligenza e devozione. Bisvanáth
era solito intrattenersi in erudite conversazioni con clienti e amici su
argomenti di politica, religione e problemi sociali. Egli sollecitava il
figlio a prendere parte a tali eventi e ad esprimere la sua opinione in
merito all'argomento trattato. Narendra, per nulla intimidito, diceva ciò
che gli sembrava giusto portando anche argomenti a sostegno delle proprie
idee e punti di vista. Alcuni amici di Bisvanàth non gradivano la presenza
del ragazzo anche per il fatto che avesse l'ardire di parlare di questioni
che riguardavano gli adulti. Il padre comunque lo incoraggiava e Narendra
ribatteva alle obiezioni osservando: «mostratemi pure dove sbaglio, ma per
quale motivo dovreste opporvi alla libera espressione del mio pensiero?»

Narendra imparò l'Epica e i Purána dalla madre che era molto abile nel
raccontare le favole. Dalla madre egli ereditò, fra molte altre qualità, la
memoria e infatti le doveva molto, come egli stesso avrebbe successivamente
riconosciuto.

Narendra era davvero poliedrico. Sapeva cantare, riusciva molto bene nello
sport, aveva la battuta pronta, una vasta conoscenza, una mente razionale e
un grande senso di solidarietà verso la gente. Aveva doti naturali di
comando ed era molto ricercato dalla gente grazie alle sue qualità.

Superò il "Entrance Examination" presso il Metropolitan Institution e gli
esami F.A. e B.A. presso il General Assembly's Institution (ora chiamato
Scottish Church College). Il Rettore del College rimase colpito dalle
intuizioni filosofiche di Narendra e fu proprio dal Rettore che egli sentì
per la prima volta parlare di Ramakrishna.

Quale studente di filosofia, il problema dell'esistenza di Dio occupava
insistentemente i suoi pensieri. Esisteva un Dio? In questo caso, che
aspetto aveva? Che tipo di rapporti avevano con Lui gli uomini? Questo
mondo, con le sue molteplici anomalie, era una sua creazione? Affrontò
questi problemi con molte persone ma nessuno riuscì a dargli risposte
soddisfacenti.

Si mise allora alla ricerca di persone che potevano affermare di aver visto
Dio, ma non ne trovò.

Intanto Keshab Sen era diventato capo del Movimento Brahmo; egli era un
grande oratore e molti giovani, attratti dalla sua oratoria, si erano
iscritti al Brahmo Samaj. Anche Narendra si iscrisse e per qualche tempo
quello che gli veniva insegnato lo soddisfece. Ben presto però incominciò a
sentire che, per quanto riguardava la spiritualità, l'insegnamento non
riusciva ad arrivare al nocciolo della questione. Un suo congiunto gli
andava consigliando di visitare Ramakrishna a Daksinesvar assicurandogli che
avrebbe risolto tutti i suoi dubbi riguardanti la religione.

Lo incontrò invece per caso nell'abitazione di un vicino, ma non ci è dato
di sapere quale fosse l'impressione che Ramakrishna produsse nella mente del
giovane.

Egli comunque invitò Narendra a Daksinesvar a visitarlo quando lo avesse
voluto. 1 giorni passavano e Narendra diventava sempre più irrequieto sui
vari enigmi che la religione gli presentava. In particolare, egli voleva
incontrare qualcuno che potesse parlare di Dio con l'autorità di
un'esperienza personale. Si recò infine da Ramakrishna e gli chiese senza
mezzi termini se aveva visto Dio. Ramakrishna rispose affermativamente e
aggiunse che se Narendra lo avesse voluto avrebbe potuto anche
mostrarglielo.

Com'era naturale, la risposta lo colse di sorpresa, ma non sapeva se
prenderla sul serio perché, malgrado fosse rimasto impressionato dalla
semplicità e dall'amore verso il Divino dimostrati da Ramakrishna, le
proprie idiosincrasie gli facevano sospettare che fosse un "fissato". Iniziò
così ad osservarlo attentamente e continuò per un lungo periodo di tempo
finché non ebbe più dubbi: Ramakrishna era davvero un essere straordinario,
in grado di esercitare su se stesso il più completo dominio.

Non gli era mai capitato di incontrare prima d'allora un uomo di tal fatta.
Inoltre, egli era la migliore espressione di ogni verità spirituale da lui
predicata. Narendra ammirava e amava Ramakrishna, e tuttavia non rinunciò
mai alla propria indipendenza di giudizio. D'altra parte Ramakrishna, e ciò
riveste un interesse particolare, non pretese mai tale rinuncia né da lui né
da qualsiasi altro discepolo.

Malgrado ciò, gradatamente Narendra giunse ad accettare Ramakrishna come suo
Maestro.

Ramakrishna venne colpito da cancro e nel 1886 lasciò la sua spoglia
mortale. Durante la sua malattia un gruppo di giovani scelti, di cui
Narendra era il capo, si era formato e aveva cominciato a prendersi cura di
lui ricevendone la guida spirituale. Ramakrishna aveva voluto che essi
seguissero la vita monastica e aveva simbolicamente dato loro la veste color
ocra (garua). Seguendo tale indicazione essi fondarono un monastero a
Baranagar e iniziarono a vivere insieme chiedendo il cibo in elemosina per
il proprio sostentamento. Ogni tanto andavano in giro come altri monaci
itineranti. Anche Narendra viaggiava e fu durante uno di questi viaggi che
prese il nome di Svámi Vivekánanda.

Vivekánanda viaggiò diffusamente per tutta l'India, a volte in treno, altre
a piedi. Egli rimase dolorosamente colpito dalle condizioni in cui versava
l'India rurale, una popolazione ignorante, superstiziosa, denutrita e
vittima della tirannia di casta. Ma ancor più venne colpito
dall'indifferenza delle classi della cosiddetta borghesia benestante e
istruita. Nel corso dei suoi viaggi incontrò molti principi dai quali veniva
invitato come ospite. Incontrò anche molti appartenenti alla classe colta
delle città: avvocati, insegnanti, giornalisti, e funzionari governativi. A
tutti costoro egli rivolse un accorato appello a fare qualcosa per le masse,
ma nessuno sembrò dargli ascolto a eccezione del maháraja del Mysore, del
maharaja di Khetri e alcuni giovani di Madras.

  Svàmi Vivekànanda fece comprendere loro la necessità di mobilitare le
masse. Gli intellettuali, uomini e donne, non sarebbero stati in grado di
risolvere i problemi del Paese; per un'impresa di questo genere occorreva
imbrigliare e dirigere la potenza della massa che pertanto doveva ricevere
un'istruzione. Il mahàraja del Mysore fu tra i primi a rendere gratuita
l'istruzione elementare nel suo regno ma ciò, secondo il punto di vista di
Svamiji, non era affatto sufficiente. Un contadino non poteva permettersi di
mandare i figli a scuola in quanto aveva bisogno del loro aiuto nei campi.
Era quindi imperativo portare la scuola nelle case dei contadini in modo che
i loro figli potessero lavorare e studiare nello stesso tempo. Forse aveva
in mente un tipo di istruzione "non formale"; le sue lettere al maharaja del
Mysore dimostrano quanto avesse riflettuto su tale questione e con quanta
originalità.

Altri principi, e la classe colta nel suo insieme, erano colpiti dalla
personalità di Svamíjí ma erano troppo presi dai loro interessi personali
per prestare attenzione ai suoi appelli. Alcuni giovani di Madras, e
specialmente Perumal, si dedicarono agli ideali proposti da Svamiji e il
loro contributo per il successo della sua missione fu rilevante. Non era
difficile per Svámiji comprendere perché coloro che potevano influire sulle
opinioni della società lo ignorassero.

Non era che un semplice monaco itinerante, e nel Paese ve n'erano a
centinaia. Perché mai avrebbero dovuto prestare una particolare attenzione
proprio a lui? Essi in genere seguivano solo i pensatori occidentali e
quegli Indiani che avevano ottenuto dei riconoscimenti dall'Occidente perché
ne condividevano il pensiero. Era una mentalità servile, ma questo era
l'atteggiamento caratteristico degli intellettuali indiani su quasi tutti i
problemi. Vedere i suoi connazionali procedere impettiti nei loro abiti di
foggia occidentale, imitando modi e costumi occidentali come se fossero dei
veri occidentali, addolorava Svámiji.

  Più tardi si sarebbe rivolto alla Nazione in questi termini: «Siate fieri
di essere Indiani anche quando doveste portare dei semplici perizoma». Egli
non era contrario a imparare dall'Occidente perché ne riconosceva le qualità
grazie alle quali il paese era diventato ricco e potente. Voleva che l'India
imparasse la scienza e la tecnologia dall'Occidente insieme alla sua
capacità organizzativa e al suo senso pratico ma, al tempo stesso, che
conservasse inalterato il proprio elevato ideale morale e spirituale.
L'egoismo delle persone della cosiddetta classe colta lo faceva soffrire
ancora di più. Si contentavano di badare al proprio benessere, indifferenti
a ciò che capitava agli altri. Svámiji voleva attirare la loro attenzione
sulle misere condizioni in cui versava la massa: analfabeta, sempre al
limite della sopravvivenza, superstiziosa e vittima dell'oppressione delle
caste superiori e dei ricchi proprietari terrieri.

Quando Svámiji arrivò a Madras i giovani gli si raccolsero intorno attratti
dalla sua luminosa figura e dai suoi ispirati discorsi. Essi lo pregarono di
recarsi negli USA e partecipare, in rappresentanza dell'Induismo, al
Parlamento delle Religioni che si sarebbe tenuto di lì a poco a Chicago.

E a tale scopo cominciarono anche a raccogliere fondi. Sulle prime Svámiji
fu riluttante ma poi si convinse che qualcosa di buono poteva venir fuori da
una sua visita in Occidente; infatti, se avesse potuto in qualche modo
suscitare interesse, i suoi connazionali, che giudicavano una cosa buona o
cattiva in base a ciò che ne pensava l'Occidente, lo avrebbero ascoltato con
maggiore rispetto.

Le cose andarono proprio così: Svámiji fece un'enorme impressione prima
negli Stati Uniti e poi anche in Inghilterra. La stampa gli tributò grandi
riconoscimenti quale esponente dei valori tradizionali dell'India. E in
India egli divenne in un batter d'occhio un eroe nazionale. Improvvisamente
tutti si accorsero del fatto che doveva esserci qualcosa nel pensiero
indiano che gli intellettuali occidentali sentivano di dover ammirare.

Lentamente ma inevitabilmente cominciarono a rivedere le proprie convinzioni
sul proprio paese e sulla sua civiltà. Cominciarono a sospettare che dopo
tutto non erano così arretrati come avevano creduto e che anzi, in campi
come la religione, la filosofia, l'arte e la letteratura, erano anche più
progrediti degli occidentali. Si erano sempre commiserati, ma ora, per la
prima volta, prendevano consapevolezza della ricchezza della loro eredità:
era l'inizio del Rinascimento indiano di cui si sente parlare.

Molti sono stati i capi di Stato nazionali, a cominciare da Tilak, che hanno
tratto ispirazione da Svámi Vivekánanda e che tramite lui hanno "scoperto"
l'India, i suoi punti di forza e i suoi punti deboli. «Se vuoi conoscere
l'India studia Vivekánanda» era il consiglio che Tagore dava a Romain
Rolland, un consiglio tuttora valido perché nessuno ha mai studiato l'India
così a fondo come ha fatto Svámiji.

Egli denunciò lo stato di abbandono in cui si trovavano le masse come una
grave macchia nazionale. Un'altra macchia egli diceva essere lo stato della
donna priva di adeguate provvidenze. Il sistema delle caste, nella sua
attuale forma, era una terza macchia. Il pluralismo etnico e religioso non
rappresentavano per lui un problema serio in quanto l'India aveva sempre
cercato la propria unità nell'amore e nel rispetto verso tutte le diverse
sette e comunità. Vedeva con favore il sorgere del socialismo sia per
l'India che per il resto del mondo. Gli sudra vale a dire il proletariato,
avrebbero conquistato il potere e al fine di assicurare un pacifico
passaggio di poteri egli chiese ai bráhmana, cioè agli intellettuali, di
facilitarlo il più possibile. Onde evitare che un declino culturale potesse
seguire a questo passaggio cercava di sommergere il paese in un'atmosfera
spirituale.

Svamiji sperava che l'India potesse dare origine a un nuovo ordine sociale e
una nuova civiltà col mettere insieme le sue più elevate tradizioni
spirituali con le più recenti scoperte scientifiche e tecnologiche; sarebbe
così stata ricca sia materialmente che spiritualmente. Sapeva che la
ricchezza non era tutto, l'uomo doveva essere anche umano e in questo voleva
che l'India potesse dare l'esempio.

#10298 Da: <amadeus@...>
Data: Gio 29 Mar 2007 8:20 am
Oggetto: Fiumi a rischio 2
amadeus@...
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Fiumi a rischio 2

redazione ECplanet.net


I 10 grandi fiumi del pianeta - il Nilo, in Africa, il Gange, l'Indo, lo
Yangtze, il Mekong, il Salween, in Asia, il Danubio, in Europa, La Plata e
il Rio Grande-Rio Bravo, in Sud e Nord America, il Murray-Darling, in
Australia - sono al collasso. La maggior parte sta perdendo lo sbocco al
mare e - ancora più grave - quasi un quarto di quelli che ancora ce l'hanno
rischia di restarne privo nei prossimi 15 anni per colpa dell'effetto serra,
della siccità e a causa delle opere artificiali dell'uomo.


L'allarme lanciato dal WWF - alla vigilia della Giornata Mondiale
dell'Acqua - conferma i timori già espressi in precedenza da uno studio
dell'ONU: si costruiscono strade, ponti, edifici, si cementificano gli
argini, si rettificano gli alvei, si captano dissennatamente le risorse
idriche (abbassando le falde e prosciugando gli specchi d'acqua), si
estraggono ghiaia e sabbia, senza contare l'inquinamento delle acque reflue
urbane, delle colture agricole e degli impianti industriali. Risultato: un
disastro in corso e uno ancora più grande in arrivo.

Indo e Nilo - spiega il WWF - subiscono più di altri l'impatto dei
cambiamenti climatici: il primo è per più del 30% in condizioni di siccità
per la scomparsa dei ghiacciai da cui dipende e il secondo subisce la
costruzione di dighe e l'innalzamento della temperatura globale, al punto
che il fiume più lungo del mondo ha cessato di riversare nel Mediterraneo
acque dolci, provocando un'alterazione nei livelli di salinità in
corrispondenza del delta. Dallo stato di salute di questi due fiumi-simbolo
dipende una popolazione di oltre 500 milioni di abitanti. Il Gange è
depauperato dall'eccessivo sfruttamento delle sue acque per scopi domestici
e industriali.

Impressionante il caso del Rio Grande: quello che negli atlanti continua ad
essere indicato come uno dei 20 fiumi più lunghi del mondo, non solo non
riesce più a fare arrivare la sua acqua all'oceano, ma scompare a metà del
suo corso, fermandosi dopo appena 1300 chilometri all'altezza di El Paso, la
città del Texas che lo priva di tutta la sua acqua.

Yangtze e Mekong in Cina e nel Sud-Est asiatico sono minacciati da
inquinamento, iper-sfruttamento e pesca eccessiva. Lo Yangtze rappresenta il
40% delle risorse idriche della Cina e da esso dipendono più del 70% della
produzione nazionale di riso, il 50% di quella di grano e più del 70% delle
risorse ittiche: in una cifra questo bacino rappresenta il 40% del PIL
cinese. Negli ultimi 50 anni, i livelli di inquinamento sono cresciuti del
73%, tra acque reflue e scarichi industriali. Il Mekong - il più grande
bacino fluviale del Sud-Est asiatico - è tra i più intatti e quindi tra i
più pescosi, con un valore commerciale dei prodotti ittici pari a più di 1,7
miliardi di dollari, ma la pesca eccessiva e le pratiche illegali rischiano
di privare 55 milioni di abitanti della loro principale fonte di
sostentamento (l'80% delle proteine animali viene dal Mekong).

Il Danubio, così come il bacino La Plata, vengono invece stravolti dalle
infrastrutture (nel caso del fiume europeo è enorme la pressione industriale
e turistica). In Australia, il Murray/Darling è invaso da specie ittiche
estranee come la carpa europea, che provoca fanghiglia, bloccando così i
processi di fotosintesi. Il report del WWF spiega che il 41% della
popolazione mondiale vive in bacini fluviali sottoposti a profondo stress
idrico e che oltre il 20% delle 10 mila specie d'acqua dolce si sono già
estinte oppure sono gravemente minacciate. I sei fattori che più li
minacciano, in definitiva, sono i cambiamenti climatici, le alterazioni e la
perdita di habitat per colpa delle infrastrutture, l'eccessiva captazione
delle acque, l'inquinamento, l'aumento di specie invasive e lo sfruttamento
non sostenibile delle risorse ittiche.

Dato che i fiumi costituiscono l'insostituibile riserva d'acqua del Pianeta
(una volta distrutti, saranno a rischio le risorse e la stessa sopravvivenza
dell'uomo), è necessario intervenire con misure drastiche, subito, limitando
gli scarichi industriali, riducendo l'impatto dell'agricoltura intensiva e
dei furti di acqua e incrementando la cooperazione internazionale per il
salvataggio degli habitat. «Come per i cambiamenti climatici, che hanno
adesso l'attenzione dei governi e del mondo degli affari, vogliamo che i
responsabili politici si rendano conto della crisi idrica adesso e non
dopo», ha osservato Jamie Pittock, Direttore del Programma Acqua Dolce del
WWF. Drammatico è anche lo stato delle acque in Italia, in particolare in
Abruzzo. I dati, pubblicati dall'Agenzia Regionale per la Tutela
dell'Ambiente (ARTA) e contenuti nello Stato dell'Ambiente in Abruzzo sul
livello di inquinamento dei fiumi., indicano una situazione del tutto fuori
controllo, con una diffusissima presenza di inquinanti pericolosi per la
salute e per l'ambiente, e un generale lassismo nei confronti delle
normative ambientali.

Siamo vicini ala soglia di non ritorno. In due anni, sono scomparsi
completamente i già pochi punti di rilevamento con qualità delle acque
“elevato”, con un -5%, che azzera questa categoria. Nello stesso periodo,
l'indice relativo allo Stato di Qualità Ambientale dei Fiumi ha visto
incrementare le situazioni con stato dell'acqua “scadente” o “pessimo”
(+14%). «Se allarghiamo l'indagine a tutto il territorio regionale, comprese
le aree poco abitate», spiega il WWF, «ben il 50% dei punti di campionamento
delle acque sotterranee è interessato da fenomeni di inquinamento
significativi e/o rilevanti. L'ARTA ha poi individuato ben 2820 siti che
possono potenzialmente costituire fonti di inquinamento. Un'indagine
ristretta a 108 punti d'acqua prossimi a questi siti ha evidenziato che ben
il 72% ha almeno un parametro fuori legge. Nelle aree pianeggianti e
collinari la quasi totalità dei punti di campionamento è del tutto fuori
norma con presenza di inquinanti di estrema pericolosità, come
Tricloroetilene, Cloroformio, Percloroetilene, Cloruri e Antimonio».

Per quanto riguarda la dispersione idrica dell'acqua immessa nelle reti,
captando sorgenti e, dunque, sottraendo il bene al letto dei fiumi,
l'Abruzzo è tra le regioni peggiori in Italia, con un dato complessivo del
58% e punte veramente incredibili del 77% nell'Ambito Territoriale Ottimale
Marsicano e del 75% nell'ATO Peligno. La situazione dei siti inquinati da
bonificare «è sconcertante», visto che non è stato ancora adottato il Piano
Regionale delle Bonifiche. A questa, si aggiunge la scoperta della discarica
abusiva di Bussi (la più grande d'Italia): «le notizie che stanno
filtrando», dicono ancora dal WWF, «sembrano far emergere una Porto Marghera
abruzzese per la quantità e la qualità delle sostanza inquinanti. Sui due
siti di bonifiche nazionali già individuati, Saline e Alento, siamo molto
indietro e da anni il Ministero dell'Ambiente aspetta risposte appropriate
dalle autorità locali».

Gli ultimi mesi segnalano anche interi tratti fluviali massacrati da
interventi per la cosiddetta “messa in sicurezza” che si tramuta nel radere
al suolo totalmente qualsiasi forma di vita. È il caso del Sagittario, del
Tordino e del Vezzola, per cui a nulla è valsa la diffusione in Italia delle
tecniche di ingegneria naturalistica ed integrata dei fiumi. «Quelli che
presentiamo oggi», ha detto Augusto De Sanctis, referente acque del WWF
Abruzzo, «sono dati allarmanti e sconfortanti che nel dossier nazionale
vengono evidenziati come casi-limite per la loro rilevanza negativa in
ambito nazionale. Ci dicono che la priorità per la nostra regione è
l'inquinamento e la gestione dell'acqua e non certo le infrastrutture o
altri settori, pure importanti. La massiccia diffusione di inquinanti, in
una regione peraltro relativamente poco antropizzata, indica una sostanziale
assenza di politiche efficaci di prevenzione ed intervento.

Preoccupa il fatto che la qualità delle acque stia peggiorando e che
l'inquinamento si stia estendendo anche a quelle poche aree montane finora
più salvaguardate. I dati che ci angosciano di più sono quelli relativi allo
stato delle acque sotterranee», ha detto De Sanctis, «l'acqua che non si
vede ma che permea tutti i terreni abruzzesi. Ebbene, lì l'elenco degli
inquinanti, soprattutto nelle zone di pianura e collina, è impressionante e
segna una vera e propria catastrofe ambientale. Le percentuali dei siti
inquinanti è pazzesca, soprattutto se poi andiamo a vedere le tipologie di
inquinanti. Sostanze nocive, cancerogene, tossiche come il benzene e il
benzo(a)pirene. È il simbolo di una situazione ormai alla deriva la cui
rotta può essere modificata solo con un impegno chiaro e deciso degli
amministratori».


LA GUERRA DELL'ACQUA

In questo quadro apocalittico, nella Valle di San Félix in Cile, dove
l'acqua più pura del Paese che scorre nei fiumi è alimentata dai ghiacciai
che si trovano 5.200 metri di altezza sulla Cordigliera delle Ande da più di
10mila anni, si stà pensando di distruggerli per poter accedere ai grandi
depositi di oro, argento e altri minerali. Il progetto di estrazione «Pascua
Lama» è un accordo (criminale) fra Cile e Argentina, a 150 Km ad est della
Città di Vallenar Capitale della Comunità di Huasco, e 300 Km a nordovest
della città argentina di San Juan. L'accordo si basa su un Trattato del
2004.

Il governo cileno ha approvato questo progetto di estrazione nel 2006 ma il
progetto non è ancora partito perché i contadini della zona hanno ottenuto
una proroga. Infatti, se si distruggono i ghiacciai, non solo si
distruggeranno le sorgenti purissime di quest'acqua, ma l'acqua dei fiumi
verrà contaminata permanentemente. L'acqua non potrà più essere usata né per
l'agricoltura né per la zootecnia. Infatti, per l'estrazione, si fa uso di
cianuro e acido solforico. I contadini stanno dando battaglia e sperano di
ottenere solidarietà dalla sensibilità internazionale ed hanno attivato i
canali di Internet: con un sito informano e inviano email per diffondere
notizie di quello che sta avvenendo e formare un movimento di pressione con
la raccolta di firme di personalità internazionali.

La realizzazione di quella che gli abitanti non esitano a definire
«aberrazione», e che lasciano perplessi i glaciologi, è della multinazionale
canadese Barrick Gold, che sta investendo millecinquecento milioni di
dollari e promette lavoro a più di seimila lavoratori fino al 2009. Secondo
Carolina Sandoval, del movimento «Anti Pascua Lama» il progetto di
estrazione ha già danneggiato fra 50% a 70% dei ghiacciai Toro I, Toro II ed
Esperanza. Sottolinea, inoltre, che si sta parlando di ghiacciai che coprono
un'area in cui piove ogni 10 anni.

Data articolo: marzo 2007
Fonte: WWF

#10297 Da: "amec2@gmx" <amec2@...>
Data: Gio 29 Mar 2007 8:23 am
Oggetto: Conoscenze matematiche e geometriche degli egizi
amec2@...
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CONOSCENZE MATEMATICHE E GEOMETRICHE DEGLI EGIZI

(di Giuseppe Badalucco)


Negli ultimi anni è stato molto vivo il dibattito fra gli studiosi sulle
conoscenze scientifiche degli Antichi, in particolare delle civiltà del
Vicino Oriente.

Generalmente gli studiosi si sono spaccati fra coloro che sono sostenitori
della teoria secondo cui tali conoscenze erano molto elevate e coloro che
invece tendono a ridimensionare tale patrimonio culturale antico,
riconducendolo ad una conoscenza sommaria della matematica e della
geometria. Tale sottovalutazione deriverebbe dal fatto che i popoli antichi
non avrebbero lasciato testimonianze dirette delle proprie conoscenze con la
redazione di veri e propri trattati di tipo scientifico, che invece fu
eredità del pensiero greco.

Tuttavia è importante accennare brevemente a tali conoscenze che permettono
di capire quale fosse lo stato della scienza presso questi popoli e che, per
gli Egizi, ci è testimoniato da alcuni papiri scoperti nel XIX secolo; tra
questi abbiamo il papiro Rhind, o di Ahmes, il papiro di Kahun, il papiro di
Berlino, due tavolette di legno risalenti intorno al 2000 a.C., un rotolo di
pelle contenente elenchi di frazioni, e il papiro Goleniscev o di Mosca
risalente intorno al 1890 a.C. In questi papiri sono stati riportati, dagli
scribi che li hanno elaborati, alcuni problemi di matematica e geometria che
sono stati risolti nell'epoca di redazione del papiro utilizzando delle
formule che solo 1500 anni dopo sono state formalmente vergate sulla carta
dai matematici greci.
Vediamo brevemente alcuni esempi tratti dai papiri ritrovati.

PAPIRO RHIND

Tra i più antichi documenti matematici ritrovati dagli archeologi, il papiro
Rhind è un rotolo di 5 metri di lunghezza per 30 cm di larghezza (custodito
dal British Museum); prende il nome dall'antiquario scozzese (Henry Rhind)
che lo acquistò nel 1858 a Luxor.

Il papiro risale al Regno medio ed è datato tra il 2000 e il 1650 a.C.,
elaborato in ieratico che era un linguaggio più semplice rispetto al
geroglifico e attribuito allo scriba di nome Ahmes.

Nel papiro, tra i vari problemi indicati, compare la risoluzione del
problema del computo dell'area del cerchio.

Secondo lo scriba, l'area di un campo di forma circolare con un diametro di
9 unità era uguale all'area di un quadrato con un lato di 8 unità. Il
problema viene posto in questi termini: "Un campo rotondo di 9 khet di
diametro. Qual è la sua area? Togli 1/9 dal diametro, 1; il rimanente è 8.
Moltiplica 8 per 8: fa 64. Quindi esso contiene 64 sesat".

In questo papiro compare quindi una formula approssimata per il calcolo
dell'area
di un cerchio di diametro x; la formula usata è (x - 1/9 x)2.

Gli studi condotti dagli storici della matematica su questa formula rispetto
a quella moderna, che è A = ?r2 hanno permesso di mettere in luce che il
valore attribuito in questo caso a ? è pari a 3+1/6 = 3,16., approssimazione
abbastanza buona del valore effettivo del ? pari a 3,14159... comunque tale
da essere notata dagli studiosi, anche se permane il dubbio su quella che
era la conoscenza effettiva del rapporto circonferenza-diametro del cerchio.

Nello stesso papiro compare anche un insieme di regole relative alle
frazioni che riguarda la rappresentazione delle parti decimali, fornendo per
ogni numero intero dispari compreso fra 3 e 101 la scomposizione in frazioni
unitarie della frazione di 2/n.

Ancora compaiono problemi relativi alle quattro operazioni elementari, in
cui viene esposto il metodo di calcolo. Per effettuare la moltiplicazione
gli egizi addizionavano il moltiplicando a se stesso e duplicavano il
risultato ottenuto fino a raggiungere la risoluzione del problema posto.

Nel papiro Rhind sono presenti anche problemi algebrici risolvibili con
equazioni lineari del tipo x+ax=b e x+ax+bx=c, noti a, b e c con incognita
x, nonché problemi geometrici relativi al calcolo delle aree di poligoni,
come il triangolo isoscele, oltre al famoso problema 50 esposto più sopra.

In particolare l'area del triangolo isoscele viene calcolata con uno
stratagemma molto intelligente, scomponendo il triangolo in due triangoli
rettangoli e ruotandone uno di fianco all'altro, in modo tale da formare un
rettangolo. Si trova così la formula di calcolo dell'area del triangolo
moltiplicando l'altezza del triangolo per la metà della base (base per
altezza diviso 2).

PAPIRO DI MOSCA

Detto anche di Goleniscev, il papiro di Mosca misura 5,5 metri di lunghezza
per 7,5 cm di larghezza. Fu elaborato da uno scriba della XII dinastia
(intorno al 1890 a.C.) rimasto ignoto.

In questo scritto vi sono 25 esempi di calcoli matematici e problemi legati
alla vita pratica di cui due hanno destato l'interesse degli studiosi: i
problemi 10 e 14.
Il "problema 14" presenta una figura che è simile ad un tronco di piramide
quadrata, anche se può essere scambiata per un trapezio isoscele. Le
descrizioni che accompagnano la figura indicano che il problema consiste nel
calcolare il volume del tronco di piramide a base quadrata in cui l'altezza
è pari a 6 unità, con i lati della base maggiore e minore lunghi
rispettivamente 4 e 2 unità.

Lo scriba illustra in che modo risolve il problema adottando la
[22+42+2(4)](1/3)(6) e conclude facendo osservare che il risultato finale è
pari a 56.
La formula adottata equivale alla formula moderna V=h(a2+ab+b2)/3 dove h è
l'altezza,
a e b sono i lati delle basi quadrate. Questa formula non viene
esplicitamente scritta ma viene adottata e utilizzata in modo equivalente.

Gli storici della matematica non sono riusciti del tutto a comprendere in
che modo gli egizi abbiano potuto arrivare a questo metodo di calcolo. Si
ipotizza che abbiano scomposto il tronco di piramide in parallelepipedi,
prismi e piramidi, sostituendo successivamente prismi e piramidi con blocchi
rettangolari di uguale dimensione, ma resta il dubbio su questa ipotesi.

Gli esempi riportati più sopra, contenuti nei papiri ritrovati nel XIX°
secolo, hanno dimostrato che in epoca abbastanza remota, almeno intorno al
2000-1800 a.C., gli egizi disponevano di conoscenze matematiche e
geometriche che possono essere definite, con cautela, di una certa
rilevanza.

Poiché gli edifici geometrici come le Piramidi di Giza risalgono, secondo
gli studiosi, intorno al 2500 a.C., quindi circa 500-700 anni prima rispetto
ai papiri descritti, non è errato pensare che gli egizi avessero conoscenze
simili, riguardo i principi della matematica e della geometria anche
nell'epoca
delle Piramidi.
Con questo si vuole dire che lo sviluppo della matematica e della geometria
applicati all'architettura megalitica non è facile da spiegare in modo
razionale nell'evoluzione della storia della civiltà del Nilo, poiché la
presunta apparizione dello Stato egizio, e quindi l'orologio della storia,
inizia intorno al 3100 a.C. con l'unificazione dello Stato Faraonico, ma da
quell'epoca al 2500 a.C. passano solo 600 anni.

In questo arco di tempo la civiltà egizia evolve in modo tale che nel corso
di pochi secoli si ha quel processo di sviluppo tecnologico, e quindi anche
di tipo scientifico-matematico, che permette di passare dalle forme rozze e
poco curate delle mastabe, alle piramidi ancora "imperfette" a gradoni o
curve, fino alle piramidi a facce lisce, vero gioiello dell'architettura di
tutti i tempi.

Secondo gli studiosi questo percorso è lineare perché può essere paragonato
allo stesso periodo di tempo che intercorre dal 1400 europeo, in cui lo
stato della tecnica era ancora preindustriale, nonostante venissero
realizzate opere architettoniche di grande valore, fino all'epoca della
rivoluzione industriale e scientifica del '600 e del '700 che hanno portato
l'umanità al progresso moderno.

Tuttavia queste argomentazioni comportano un notevole imbarazzo agli
studiosi che vogliano affrontare la questione dello sviluppo tecnologico e
della scienza nel mondo antico con un minimo di ragionevolezza, poiché la
questione è molto più complessa.

Infatti la nascita della civiltà egizia avviene in un contesto storico che
vede la culla della civiltà situarsi nell'Africa e nel Vicino Oriente,
mentre il resto del nostro mondo era ancora fermo alla preistoria con l'Età
del Rame.

In questo contesto storico-sociale il progresso delle scienze egizie (come
matematica, geometria, astronomia, architettura, medicina, chimica) avviene
in un arco di tempo tale per cui nel volgere di alcuni secoli si giunge
all'Età
delle piramidi, con conoscenze così avanzate da permettere agli scribi egizi
di formulare la risoluzione di problemi di una certa complessità, impiegando
formule equivalenti a quelle vergate sulla carta dai Greci circa duemila
anni dopo.

Come dire che alcuni matematici della prima epoca del cristianesimo
facessero uso del calcolo infinitesimale su cui lavorarono studiosi come
Leibnitz e Laplace solo nel XVIII secolo.

Questa evoluzione delle conoscenze matematiche e geometriche degli egizi è
avvolta nel più totale mistero poiché le scoperte fatte non gettano luce a
sufficienza per avere un quadro esauriente.

Il paragone con la storia della matematica occidentale nel medioevo non
sembra però attendibile poiché l'evoluzione temporale della matematica
moderna avvenne in modo più lento. Lo stato della scienza matematica era,
per così dire, fermo dall'epoca del crollo dell'Impero Romano e nello
sviluppo della matematica in Occidente giocò un ruolo fondamentale Leonardo
Pisano Fibonacci con i suoi studi che riprendono la tradizione culturale
islamica.

Proprio l'Islam fece da "cerniera" tra le conoscenze matematiche,
geometriche e astronomiche, ferme dall'epoca greca e l'epoca moderna, anche
attraverso l'introduzione della notazione numerale indiana, giocando un
ruolo di grande importanza per lo sviluppo della nostra civiltà moderna.

Se guardiamo attentamente allo sviluppo dello stato della scienza
nell'Europa
del primo Cristianesimo fino all'epoca della rivoluzione scientifica
galileiana, occorrono qualcosa come 1600 anni per giungere gradualmente a
questo grado di sviluppo, mentre per la civiltà egizia sembra che il
passaggio all'epoca delle piramidi sia, dall'inizio della sua storia, meno
della metà di questo percorso temporale.

Quanto detto può servire a una riflessione e, comunque la si pensi, è una
delle chiavi di volta della storia dell'Egitto.

Sembra che nella storia millenaria della civiltà egizia si possano incuneare
una serie di circostanze di carattere storico, scientifico e tecnologico che
tendono a complicare il quadro, non permettendo agli studiosi di avere le
idee chiare.

È importante, infatti, mettere in luce il fatto che, nonostante i papiri
attestino tali tipi di conoscenze già consolidate nel 1800 o 1600 a.C., lo
stato della tecnica costruttiva e architettonica degli egizi dopo l'epoca
delle piramidi, dal 2600 a.C. al 2300 a.C. circa, subisce una radicale
trasformazione in senso regressivo; un vero e proprio tracollo tecnologico
che comporta come conseguenza quella della costruzione di monumenti con
caratteristiche ingegneristiche molto più antiquate rispetto ai giganti di
Giza.

Molte delle piramidi più recenti sono crollate e altre furono danneggiate e
non hanno resistito all'usura del tempo.

Quei papiri stanno così a dimostrare che lo stato delle conoscenze
scientifiche degli egizi a quell'epoca è quello che appare da tali scritti,
ma tale elemento non va di pari passo con l'esperienza dell'architettura
megalitica, almeno da una certa epoca in avanti.

Ciò che impressiona di più delle conoscenze matematiche e geometriche
espresse nei papiri che ci sono pervenuti, è che essi sono riusciti ad
impiegare delle formule di calcolo che sono state formalizzate dai
matematici greci sulla carta solo quasi 1000-1500 anni dopo.

Su questo punto è importante capire che, secondo gli studiosi, la più
importante differenza che si può mettere in luce tra la matematica degli
Egizi e dei Babilonesi e quella greca è legata al fatto che la matematica
greca si assunse il compito di fornire una vera e propria sistemazione
organica della disciplina con la realizzazione di veri e propri trattati che
racchiusero, tra il 600 e il 100 a.C., tutti gli studi e le ricerche
dell'epoca,
inaugurando la nascita della scienza matematica e geometrica.

Per contro, ciò che viene "rimproverato" ai matematici egizi e babilonesi è
di aver realizzato una matematica e geometria essenzialmente di tipo
"pratico" volta alla risoluzione di singoli problemi di natura agraria o
economica, o tecnico-geometrica o architettonica, senza raggiungere una vera
e propria formalizzazione della materia che avviene solo in epoca greca.

Ciò che gli studiosi moderni non chiariscono a sufficienza è la profondità
delle conoscenze, tali da permettere agli egizi di usufruire delle formule
di calcolo circa 1500 anni prima che venissero "riscoperte" dai Greci.

Del periodo compreso fra il 3000 e il 2500 a.C., sembra quasi che della
presenza di papiri che attestino le conoscenze egizie non ve ne sia bisogno
poiché gli stessi monumenti megalitici stanno con la loro presenza a
dimostrare l'alto livello raggiunto dal popolo del Nilo.

Permangono comunque dubbi sulla conoscenza effettiva del ? da parte degli
Egizi.

Occorre infatti riflettere sul fatto che dal papiro Rhind deriva un ? è pari
a 3,16. mentre le misurazioni condotte sulla piramide di Cheope
dimostrerebbero che all'origine doveva presentare un'altezza pari a 146,73
metri, con un perimetro alla base di circa 921,45 metri con un rapporto
esatto di 2?.

Sembrerebbe strano che nel 2500 a.C. i costruttori avessero usato il valore
esatto del ? per poi far si che nel corso dei secoli successivi si usasse un
valore approssimato, a meno che tale approssimazione non fosse
indispensabile ai fini del corretto computo delle formule di calcolo della
superficie del cerchio.
Si può ipotizzare anche un effettivo regresso, non solo della tecnologia
costruttiva degli Egizi dopo la IV dinastia (2500 a.C.), ma anche delle
conoscenze scientifiche, che potrebbe essersi verificato a causa dei
rivolgimenti sociali che lo Stato Egizio subì in epoca posteriore al 2000
a.C.

Tuttavia nei papiri ritrovati finora sembra evidente che gli Egizi avessero
dimestichezza con metodi alternativi, rispetto a quelli che noi conosciamo
oggi, per la risoluzione di problemi riguardanti la geometria piana, la
matematica e l'algebra (con particolare riguardo alla conoscenza dei metodi
di scomposizione dei numeri naturali in frazioni), al punto da poter
usufruire di metodi estremamente intelligenti per la scomposizione di figure
piane, che si rendeva utile al fine della risoluzione di problemi geometrici
e matematici di relativa complessità.

Al di là dei dubbi che permangono, lo sviluppo della scienza umana è molto
più antico di quanto si potrebbe pensare...

--------------------------------

Riferimenti bibliografici
- Carl B. Boyer, "Storia della matematica", Oscar Saggi Mondadori, 1990

#10296 Da: <posta@...>
Data: Gio 29 Mar 2007 8:21 am
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Andrea Barolini e Emanuele Isonio  - mensile “Valori” nr. 7 marzo 2007 -
www.valori.it

UN EXPORT CHE SUPERA 1600 MILIONI DI EURO ALL'ANNO. Un volume di operazioni
finanziarie quantificato in oltre un miliardo e cento milioni di euro. E’ il
triste piazzamento (al settimo posto) nella classifica mondiale dei Paesi
che ne fabbricano di più. E’ la fotografia dell'Italia che produce.
Purtroppo, però, si tratta di armi. ~ un'industria fiorente, quella che
sforna pistole, mitra e kalashnikov in tutto il mondo: si stima che la spesa
militare complessiva abbia superato di quindici volte quella destinata ogni
anno agli aiuti umanitari. Un mercato globale che coinvolge ormai ogni
continente: se Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Germania coprono
l'82 per cento delle esportazioni mondiali, fanno ormai parte dell'elenco
delle prime cento industrie armiere del pianeta aziende brasiliane,
sud-coreane, indiane, sudafricane e di Singapore. Complessivamente, alla
fine di quest'anno, la spesa militare raggiungerà la cifra senza precedenti
di oltre 1000 miliardi di dollari. Superiore perfino a quella (record)
registrata negli anni 1977- 1978, in piena guerra fredda. Il risultato? Un
morto al minuto vittima di arma da fuoco, otto milioni di armi prodotte ogni
anno e così tante pallottole da essere sufficienti ad uccidere l'intera
umanità. Due volte.


I dieci più grandi produttori di armi. Italia è al decimo posto con
Finmeccanica
>> http://www.disinformazione.it/images/produttori_armi.JPG


Pistole Beretta in Iraq (per legge)
Una montagna di denaro che fa gola a molti. Anche in Italia. D'altra parte,
il nostro Paese è da sempre un grande produttore di armi. Ma ha anche,
storicamente, una delle legislazioni più avanzate in tema di traffico di
armi. 0 forse l'aveva e non l'ha più? Già, perché l'Italia - un anno fa - ha
modificato la propria legislazione in materia di commercio di armi sul
territorio nazionale.
     Nella legge n'49 del 21 febbraio 2006 (che disponeva "misure urgenti per
garantire la sicurezza e i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali
di Torino") il governo Berlusconi fece inserire, infatti, una norma che
modificava un vecchio regio decreto del 1931, nel quale si vieta la raccolta
e la detenzione senza licenza ministeriale di armi da guerra, munizioni,
uniformi militari e altro equipaggiamento analogo. Oggi, recita la legge,
"con la licenza di fabbricazione sono consentite le attività commerciali
connesse e la riparazione delle armi prodotte". Tradotto: la licenza di
fabbricazione non consente solo di produrre le armi, ma anche di venderle e
ripararle se di seconda mano.

     Una piccola rivoluzione per gli industriali armieri, tanto che alcune
tra le più importanti aziende del settore - compreso il colosso austriaco
Glock - starebbero ipotizzando di aprire proprie "filiali italiane”. Un bel
regalo, però anche per Ugo Gussalli Beretta, proprietario dell'omonima
azienda di Gardone Val Trompia. Il maggior produttore italiano di pistole e
il fornitore della stragrande maggioranza delle armi in dotazione alla
Polizia di Stato. Un amico personale di Silvio Berlusconi e un fervente
sostenitore di Forza Italia che da qualche anno si deve difendere
dall'accusa di aver contribuito a foraggiare la guerriglia irachena.

Le indagini della magistratura
     Secondo i pm di Brescia che indagano sulla vicenda, le cose sono andate
così: nel febbraio del 2003 il ministero dell'Interno aveva ceduto alla
fabbrica bresciana 44.926 pistole Beretta 92S (classificate come "fuori uso"
ma spesso perfettamente funzionanti). Una vera e propria svendita a prezzi
stracciati: 10 euro al pezzo. Giustificazione ufficiale: "Sono rotte”. La
ditta di Gardone Valtrompia le avrebbe invece risistemate facilmente e rese
nuovamente funzionanti, nonostante dal 2002 non possedesse più la licenza
per riparare armi.

     Come? Il trucco per aggirare la legge sarebbe stato quello di vendere
parte degli armamenti ad una celebre ditta britannica, la Heltston Gunsmith.
Azienda prestigiosa nel settore, in possesso di tutti i diritti e le licenze
per produrre e riparare armi. in realtà, però, le Beretta 92S non avrebbero
mai raggiunto gli stabilimenti della Heltston. Sarebbero state pagate (e
quindi, presumibilmente anche acquisite fisicamente) da un'altra ditta: la
sconosciuta "Super Vision International ltd". Alla quale nessuno ha mai
concesso l'autorizzazione.

     Fatto sta che 45mila pistole sono arrivate in breve nella terra che fu
di Saddam Hussein. E, fatto ancora più grave, le rivoltelle tricolori non
sono andate solo alla polizia irachena, ma sono state trovate in mano ai
guerriglieri di Al Zarqawi. I magistrati, inoltre, nel corso delle indagini
hanno verificato numerose altre irregolarità. Il 6 dicembre del 2004, viene
arrestata una dipendente della Beretta mentre tenta di portare una calibro
nove fuori dalla fabbrica. E’ un'impiegata addetta al magazzino,
inizialmente accusata di aver asportato illegalmente 152 pistole.
Successivamente, la Procura dispone il sequestro di 15.478 pistole
semi-automatiche si presume anch'esse dirette in Iraq - che la Beretta
custodiva nei propri stabilimenti. Pistole che, sottolineano i giudici,
"risultavano prive di matricola o con matricola abrasa o ripunzonata e prive
di punzoni del Banco Nazionale Prove".

     La nuova tranche di pistole dirette in Iraq, dunque, è stata bloccata.
Ma ora, con la nuova legge, si potrebbe arrivare all'assurdo di rendere non
punibile la commercializzazione da parte di chi ha una generica licenza di
detenzione e vendita di armi, di pistole e fucili provento di furto. Una
“toppa” perfetta non solo per il comportamento della Beretta, ma anche per
il ministero allora diretto da Giuseppe Pisanu, che vendette migliaia di
pistole come "fuori uso", quando bastava un po' di grasso per permettere
loro di ricominciare a sparare.

Il Parlamento distratto
     Il tutto senza che nessuno, in Parlamento, se ne sia accorto. Possibile?
Pare di sì. Il decreto "Olimpiadi invernali" emanato alla fine del 2005 dal
governo Berlusconi non menzionava minimamente questioni relative al
commercio di armi. La norma è stata aggiunta infatti in sede di conversione,
in gennaio, presso la commissione Affari costituzionali del Senato,
attraverso un emendamento (a firma di Gabriele Boscetto, Forza Italia,
avvocato penalista, relatore del disegno di legge in commissione) che
sarebbe stato poi riscritto tre volte per venire incontro alle richieste del
governo (sottosegretario Alfredo Mantovano, Alleanza Nazionale, in testa). E
che è stato poi inserito nel maxiemendamento presentato dal governo che
sostituiva il testo precedente del disegno di legge, sul quale il governo
pose la fiducia sia a Palazzo Madama che a Montecitorio.
Insomma, la norma era di fatto "nascosta" all'interno di una legge che aveva
tutt'altro oggetto.

     E anche a leggerla con attenzione, a saltare agli occhi era piuttosto la
contestatissima normativa in tema di droga. A parziale discolpa, ma non a
giustificazione, di chi non si è premurato di leggere ogni parola della
legge. Conseguenza immediata è stato il fatto che durante il dibattito in
Commissione e in Aula - sia al Senato che alla Camera - nessuno dei
parlamentari intervenuti, sia di maggioranza sia di opposizione, ha
sollevato né accennato all'introduzione della norma sul commercio di armi di
seconda mano. Tutti si sono concentrati sulle norme in materia di droga. E
il provvedimento è passato totalmente sotto silenzio.

Downing Street
     Ad accorgersi che qualcosa non quadrava, invece, è stata la stampa
inglese, insospettita da alcuni comportamenti del governo britannico.
Sarebbero stati infatti proprio gli uffici di Downing Street a fungere da
tramite essenziale per far arrivare in Iraq le pistole della Beretta.
Secondo il settimanale The Observer, l'anno scorso il ministero
dell'Industria e del Commercio britannico si accordò per la consegna di
queste armi alla polizia irachena. Non c'è traccia - aggiunge il giornale -
che siano stati previsti anche sistemi di controllo necessari per evitare
che le armi potessero finire nelle mani della guerriglia.

     Il Guardian, inoltre, ricostruisce il cammino che ha portato le armi in
Iraq. In data non precisata il governo Usa avrebbe chiesto alle Taos
Industries (una delle società che procura le armi al Pentagono), di trovare
pistole e altre armi per la polizia irachena. La Taos avrebbe quindi
contattato la britannica Super Vision: guarda caso proprio il presunto
"reale acquirente" delle Beretta 92S. Nel frattempo, la Helston Gunsmiths ,
sarebbe entrata nell'affare per ottenere una licenza di esportazione dal
governo di Londra. Fin qui l'inchiesta del Guardian pare coincidere
perfettamente con quella dei magistrati italiani. A questo punto, il
ministero dell'Industria avrebbe dato il suo ok e le Beretta sarebbero
partite dall'ltalia.
Destinazione aeroporto di Stansted e, da lì, fino a giungere in una base
militare di Baghdad. Quindi, nel febbraio 2005 vengono consegnate
all'autorità provvisoria irachena.

     Un giro ben più tortuoso e difficile da seguire rispetto a qualsiasi
altro bene importato o esportato. «Conosciamo la provenienza di una singola
fettina di carne o di un qualsiasi bene di consumo e non abbiamo invece idea
di dove finiscano le armi che noi stessi produciamo - sottolinea in questo
senso Francesco Vignarca della Segreteria della Rete Disarmo - con il
rischio di vederle un giorno anche nelle nostre città a dare man forte alla
criminalità, come già successo in altri paesi europei».

     Una situazione, quella italiana, che ha destato anche la preoccupazione
di numerose Ong. Già in passato le associazioni riunite nella Rete italiana
per il disarmo "ControllArmi" avevano più volte denunciato la vicenda. Nei
giorni scorsi, insieme ad una delegazione dell'Ong inglese Global Witness,
hanno incontrato parlamentari e membri del governo italiano proprio per
sottolineare l'urgenza di una modifica legislativa. Quanti onorevoli
cadranno dalle nuvole?

#10295 Da: <amadeux@...>
Data: Gio 29 Mar 2007 8:19 am
Oggetto: I nostri "rapporti spirituali"
amadeux@...
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I nostri "rapporti spirituali"

di John Hornecker


Quando veniamo alla luce attraverso il naturale processo della nascita, il
nostro orientamento iniziale nei confronti della vita parte normalmente da
una prospettiva umana. I nostri primi rapporti sono di solito con la nostra
famiglia umana - i nostri genitori, i parenti - e appena ci affacciamo agli
anni dell'infanzia, tendiamo a creare rapporti d'amicizia basati sulle
caratteristiche della nostra personalità umana.

Quando attraversiamo l'adolescenza, lungo il nostro cammino verso l'età
adulta, veniamo fortemente influenzati dai valori culturali umani non appena
ci troviamo ad affrontare l'annosa domanda: "Cosa farò da grande?" Tuttavia,
molti di noi, mentre procedono lungo il viaggio della vita, cominciano pian
piano a entrare in contatto con una più profonda essenza all'interno di sé.

Nel connetterci sempre più profondamente a questa "essenza animica",
cominciamo a cambiare il nostro modo di percepire la vita. Invece di basare
gli scopi della nostra vita semplicemente su valori umani, cominciamo a
riorientarla, a portarla in armonia con il progetto e lo scopo della nostra
anima.


LE "ATTRAZIONI ANIMICHE"

Uno degli aspetti della nostra vita più comunemente influenzato da questo
cambiamento di prospettiva è il nostro rapporto con gli altri. Piuttosto che
basare soprattutto i nostri rapporti sui legami con la nostra famiglia
biologica o sulle attrazioni della nostra personalità umana, tendiamo a
sentirci spinti verso quelli con cui abbiamo dei significativi legami
animici provenienti da nostre vite passate, o da esperienze comuni in altri
regni.

Spesso ci accorgiamo che queste "attrazioni animiche" sembrano in conflitto
con la situazione della nostra esistenza umana. Per esempio, se siamo
sposati e inaspettatamente incontriamo qualcuno del sesso opposto verso cui
sentiamo un profondo legame animico, e con il quale sperimentiamo un
profondo sentimento d'amore, è molto probabile che ciò farà emergere dei
problemi emozionali umani, come la gelosia e l'insicurezza, nel rapporto con
il nostro coniuge.

O forse possiamo incontrare una persona del nostro sesso con la quale
abbiamo magari condiviso, durante precedenti vite, profondi legami, e
sentirci confusi dalla profondità del nostro amore per questa persona. Dato
che, vita dopo vita, non ci incarniamo in un corpo sempre dello stesso
sesso, i nostri legami animici tendono a rendere indistinte le linee
dell'orientamento e delle sensazioni sessuali.

Prima di incarnarci, sia attraverso il naturale processo della nascita sia
come "walk-in", noi mettiamo a punto un progetto per l'esistenza che ci
permetterà di avere delle esperienze umane che agevoleranno l'evoluzione
della nostra anima. Nel contesto di questo progetto, stipuliamo degli
accordi con altre anime che ricopriranno un ruolo importante nella nostra
prossima esperienza di vita. Dopo esserci incarnati, le nostre rispettive
anime creano la coreografia degli eventi della nostra vita in modo da farci
entrare in contatto al momento adatto.


TROVARE UN "ACCORDO ANIMICO"

Esistono almeno tre motivi principali per cui potremmo scegliere di
stipulare questo tipo di "accordo animico" con un'altra anima.

Possiamo esser stati insieme in una vita precedente, ed aver agito in
maniera inadeguata l'uno nei confronti dell'altro. Di conseguenza, possono
sussistere delle energie emozionali residue squilibrate che hanno bisogno di
essere rielaborate e riarmonizzate nel contesto dell'esperienza di vita
umana. Questo genere di accordi animici è spesso definito "karmico".

Normalmente, lo scopo della nostra anima non può essere raggiunto
completamente da soli. Di solito richiede, piuttosto, un "lavoro di
squadra". Perciò, solitamente stipuliamo accordi animici con altre persone
della nostra squadra, le quali, quando in seguito ci incontreremo
nell'esistenza umana, lavoreranno insieme a noi al raggiungimento della
nostra comune missione animica.

Quando, nell'esistenza umana, si incontrano due anime che condividono
profondi legami animici, ciò crea una "risonanza" energetica che aiuta a
ridestare un particolare aspetto dell'essenza animica di entrambe. Perciò,
può darsi che stipuliamo un accordo animico con qualcuno al fine di
risvegliarci e di manifestare un particolare aspetto della nostra anima che
fino a quel momento può essere rimasto latente.

Talvolta, questo processo di risveglio può verificarsi praticamente in un
istante, nel semplice scambio con gli occhi di "codici di luce", o talvolta
può richiedere più tempo, attraverso uno scambio affettivo. Come facciamo a
sapere se abbiamo o no un accordo animico con una particolare persona?
Esistono vari indizi.

Innanzitutto, si percepisce spesso un inspiegabile sensazione di familiarità
quando ci si guarda negli occhi. Se il legame animico è specialmente
profondo, e se implica un accordo animico particolarmente significativo, si
ha di solito, come ricordo della prima volta in cui si è incontrata quella
persona, una sorta di "fermo immagine".

In altre parole, è possibile che, quando in seguito ripensiamo alla prima
volta che abbiamo incontrato una particolare persona, conserviamo nella
nostra mente un'immagine chiara di tutte le circostanze del momento in cui
ci siamo trovati fisicamente di fronte all'altra persona: chi altro era
presente, e vari altri dettagli di quel primo incontro. Infine, se una
persona continua a riapparire nella nostra vita, per nessun motivo
spiegabile, è possibile che abbiamo con essa un accordo animico.


VIVERE LA VITA "A CUORE APERTO"

Per poterci immergere nella pienezza dello scopo della nostra anima, è
essenziale tener fede ai nostri accordi animici, almeno a quelli più
importanti. Ciò implica che viviamo la vita con il cuore aperto, e che
stiamo attenti al possibile significato di ogni nuova persona che entra
nella nostra vita.

E' anche importante, quando incontriamo per la prima volta qualcuno,
guardare al di là del suo aspetto fisico e della sua personalità e
sintonizzarci con l'essenza della sua anima. Per far questo, dobbiamo essere
disposti a guardarci profondamente negli occhi, e a permettere così alle
energie di scorrere. Infine, è importante che creiamo abbastanza spazio
all'interno dei nostri attuali rapporti perché possano entrare nella nostra
vita nuove persone significative.

Quando incontriamo per la prima volta qualcuno con cui percepiamo un legame
significativo, è raro riuscire, durante il nostro primo incontro, a
percepire tutto il significato di quella persona in rapporto alla nostra
vita. Per far questo, spesso è necessario passare del tempo insieme,
esplorando reciprocamente i rispettivi sentimenti e percezioni, prima che si
riveli lo scopo profondo.

Il concetto di accordi animici, e la loro importanza per la nostra vita,
rappresenta un territorio relativamente nuovo per la nostra esperienza
umana. Abbiamo ancora molto da imparare, soprattutto riguardo
all'integrazione dei rapporti animici nel contesto della nostra vita umana.
Come nel caso dell'esplorazione di qualsiasi nuovo territorio, non esistono
cose "giuste" o "sbagliate", c'è soltanto l'apprendimento attraverso
l'esperienza. Ma non è di questo che è fatta la vita?

Copyright © 1999 John Hornecker / Traduzione: Copyright © 2000 Giampiero
Cara

I principi maschile e femminile sono rappresentati in forma umana in questo
Mandala dell'equilibrio della pittrice New Age siciliana Rachele Ascanio.

Per approfondire il tema dei rapporti in una prospettiva spirituale, ecco i
libri consigliati:

Colora d'amore la tua vita di Sondra Ray, Armenia.

Vivi con amore di Sondra Ray, Armenia.

La terapia dell'amore di Bob Mandell, Armenia.

Due cuori e un'anima di Bob Mandell, Armenia.

Libera la tua vita di E. e G. Freitag, Armenia.

Il cammino verso l'amore, di Deepak Chopra, Sperling & Kupfer.

Vivere nella luce di Shakti Gawain, Armenia


L'AUTORE

John Hornecker è un ingegnere elettronico, e come tale ha lavorato per
trent'anni come dirigente nell'industria delle telecomunicazioni. Dopo il
suo "risveglio spirituale", avvenuto all'inizio degli anni Settanta, ha
cominciato a dedicarsi al risanamento delle energie della Terra,
coordinandosi con operatori New Age di ogni parte del mondo.

Potete trovare la versione originale inglese di questo articolo, insieme ad
altro materiale interessante scritto sempre da Hornecker, presso il suo sito
web Insights.

#10292 Da: "amec2@gmx" <amec2@...>
Data: Mer 28 Mar 2007 8:46 am
Oggetto: "A quale livello sono io?"
amec2@...
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"A quale livello sono io?"

di Sky


Per comprendere il percorso dovremmo porci la seguente domanda:

"A quale livello sono io: quello di studente, di discepolo, o di devoto?".

Lo studente inizia un processo di apprendimento con un insegnante
qualificato. Impara l'alfabeto, i rudimenti del linguaggio, le prime regole
di comportamento.

Ma anche nel campo della ricerca spirituale prima o poi dovremo lasciare le
"scuole dell'obbligo" e tentare di passare allo stadio successivo.

Diventiamo allora dei discepoli nel tentativo di realizzare il Maestro che è
in noi.

Forse è per questo che si dice "il discepolo sta ai piedi del Maestro Tal
dei Tale", non di certo dell'insegnante!

Quindi, un discepolo è sotto la cura amorevole di un Maestro, che è un'anima
realizzata, non qualcuno che ha un titolo di studio o che è molto erudito in
qualche disciplina.

Il maestro può essere definito una persona che ha 'raggiunto la meta' da
solo, che ha sperimentato tutto quanto dice, che ha vissuto l'esperienza e
l'entusiasmo e l'estasi di tutto quanto racconta.

Ramakrishna Paramahamsa fu un autentico maestro e Vivekananda fu il suo
degno discepolo. Così Gesù, il Cristo.

Il maestro è colui che ha fatto un'esperienza autentica, che ha una capacità
divina ed alla cui cura è affidata la crescita di un discepolo.

Il discepolo però vorrà passare attraverso l'esperienza, perché vuole essere
egli stesso il testimone dell'insegnamento. Se è sincero non si baserà su di
un'informazione presa a prestito.

Vuole avere la propria esperienza personale e passare attraverso l'emozione
e la gioia di conoscere tutto da sé. Un discepolo è colui che desidera
ardentemente essere autentico, ricerca l'esperienza personale, non
semplicemente l'informazione presa a prestito.

Inoltre un discepolo non dipenderà mai dalla propria mente, dalle proprie
emozioni, dalle proprie passioni o dalla sua capacità di riepilogare o
memorizzare perché imparerà a lavorare a livello del proprio cuore, non
tramite la sua mente.

Quando la mente lavora, egli può riepilogare. Quando la mente opera, egli
può registrare. Quando la mente funziona, egli si può esprimere.

Al contrario, il cuore è senza parole, silenzioso. Il cuore non può
esprimersi e prova solo sensazioni.

Se qualcuno avesse chiesto a Vivekananda: "Swami, come mai sei rimasto così
a lungo con Ramakrishna Paramahamsa? Che cosa ti ha fatto diventare un
discepolo di Paramahamsa?"

La risposta di Vivekananda sarebbe stata:

"Solo il mio cuore lo sa; io non posso dirvelo."

Quindi se noi chiediamo a qualcuno: "Perché segui questo insegnante?" questi
potrebbe dire:

"Sai, il mio insegnante è molto grande! Ha ricevuto un'infinità di
riconoscimenti; Lui è molto stimato."

Egli può darci la causa, la ragione ed i motivi in base ai quali egli è in
compagnia di quell'insegnante. Tuttavia, se consideriamo la questione anche
da un altro punto di vista, il maestro ha un tale influenza su di noi, ci
prende a tal punto che non riusciamo a spiegarlo. Possiamo solo tentare di
sperimentarlo.

E' un sentimento che nasce dal cuore, che non è esprimibile, che non può
essere capito razionalmente, al quale non ci si può pensare, che non può
essere spiegato, che non può essere valutato, in quanto è incommensurabile
ed oltre la mente.

Mentre la relazione tra insegnante e studente è limitata nel tempo la
relazione tra Maestro e discepolo non è delimitata nel tempo è un contratto
che dura per tutta la vita. Non ha niente a che fare con un'esperienza
limitata nel tempo qual è invece la relazione tra insegnante e studente.

Quindi passato e futuro non hanno nulla a che fare con la relazione che
intercorre tra Maestro e discepolo, che è una associazione che dura tutta la
vita, un legame d'Amore, un viaggio instancabile ed un incessante fluire
dell'Amore nell'amore.

Un Maestro può comunicare anche da dentro di noi, parla da dentro di noi, ci
dirige dal nostro interno. Egli non è in alcun modo all'esterno, sprona,
incita, dispone ed incoraggia. Quindi, un Maestro non è necessariamente
esterno; egli è fondamentalmente interiore e ci sostiene.

Il discepolo è totalmente impegnato nel mettere in pratica ciò di cui è
venuto a conoscenza, praticando tutte le ipotesi che gli sono state
insegnate, tutte le dottrine impartitegli, tutti i vangeli che ha udito,
tutte le istruzioni ricevute. Quindi, un discepolo non va alla ricerca della
conoscenza o dell'informazione, non corre per biblioteche o dietro ai libri.
Un discepolo si guarda sempre dentro. Egli vuole essere pratico, concreto;
egli vuole sperimentare e mettere in pratica.

Poi occorre considerare il fatto che non si può cambiare Maestro, poiché il
maestro non è intercambiabile, è immutabile.

L'insegnante si può cambiare, ma il Maestro non si può mai cambiare, perché
il Maestro apparirà semplicemente in un'altra Forma.

Quindi, il Maestro può assumere innumerevoli forme per venirci in aiuto, per
farci arrivare a destinazione. Infine egli dirà apertamente: "Stolto! Sei
andato fin là. Ma non sai che Io sono la Forma stessa alla quale tu sei
andato."

Occorre ancora considerare che mentre uno studente non può stare in costante
compagnia dell'insegnante, un discepolo passa tutto il tempo possibile in
compagnia del suo Maestro.

Quindi la domanda "A quale livello sono io?" è molto importante.

Sono nella posizione di studente, ho voglia di leggere e memorizzare? Me ne
vado ancora in giro in posti differenti? Sono un studente, che fa
affidamento sulle informazioni prese a prestito? Sono uno studente che
impara tutto basandosi sul sentito dire o su materiale scritto?

Poi, da studente, dovrei crescere ed arrivare al livello di discepolo:
dovrei realizzare il Maestro che è in me; dovrei parlare per come mi
suggerisce il cuore, tenendomi sempre in costante contatto col cuore. Dovrei
rivolgermi verso il mio interno, mettendo in pratica tutto quanto mi è stato
insegnato e passando la maggior parte del tempo possibile in compagnia del
Maestro.

Il devoto: raggiungere lo stadio di unità

L'ultimo livello è quello del devoto, il viaggio finale, la meta ultima.

Come studente si è separati. Questa è la relazione definita 'duale' .

Come discepolo, ci si avvicina al Maestro. È la relazione 'non-duale
qualificata'.

Poi arriviamo al devoto ed alla relazione tra il devoto e Dio.

La relazione fra il devoto e Dio è 'non-duale'.

In questa relazione non c'è nulla che sia come essere col Maestro o con
l'insegnante. Il devoto è Uno con il Maestro. Oppure si può dire che egli si
identifica totalmente col Maestro. Lui ed il Maestro sono Uno e la stessa
cosa.

Perché? Il pensiero costante e la meditazione costante sul Maestro lo
renderanno una cosa sola col Maestro stesso.

Brahmavit Brahmaina Bhavati: "Colui che conosce il Brahman diventa il
Brahman Stesso."

Quindi, contemplando costantemente il Maestro, il discepolo diventa il
Maestro. Anche fisicamente diventa simile al Maestro. Bharatha assomigliava
molto a Ramachandra, perché pensava costantemente a Lui. Similmente la
relazione di un devoto richiede che noi diventiamo simili al Maestro.

Questa pratica, questo tipo di cura o di sviluppo delle caratteristiche del
Maestro è necessaria per diventare maestri di se stessi. Ci vuole
l'identificazione totale con Lui: questa è la relazione 'non-duale', il
livello finale.

Qui l'informazione è originale: prajnana brahma, la vera consapevolezza.

Adesso noi siamo quella consapevolezza. Che cosa intendiamo per
consapevolezza? Non si tratta della vista di una scena; siamo noi il
vedente, colui che vede. Non è l'ascolto del suono; siamo noi l'ascoltatore.
Non è la lingua che gusta; siamo noi lo spirito dietro quel gusto.

E' la corrente elettrica che scorre dentro le molte lampadine.

Noi siamo il vedente dietro l'occhio, l'ascoltatore dietro l'orecchio,
l'alimentatore, il Residente, il Sé o lo Spirito, o l'Atma.

Infine sebbene la mente ci abbia resi studenti ed il cuore discepoli, in
verità noi non siamo né la mente né il cuore. Siamo la consapevolezza
stessa: "Quello Tu Sei", Tat Twam Asi.

Il rapporto con il Guru, colui che ci conduce aldilà, non è limitato nel
tempo né può dirsi che duri tutta la vita. Esso trascende i limiti di tempo
e spazio, non ha limiti. Continua di vita in vita.

"Siamo tutti delle vecchie conoscenze!"

L'ultimo passo è quando accadrà che noi percepiremo di essere Lui:

"Io sono Brahman. Io sono Dio," il livello di Aham Brahmasmi".

Se noi diciamo "noi siamo Dio" significa che noi e Dio siamo separati poiché
c'è ancora una lieve implicazione di separazione a causa delle due
differenti parole 'noi' e 'Dio'.

Se io dico, 'Io sono Brahman', 'io' e 'Brahman' sono sottilmente separati.

Ecco perché si dice: "Io sono Io", come espressione dell'"ultima esperienza"
del devoto.

Infatti se io dico: 'io sono Dio', significa che io sono qui, Dio è là ed io
sono Quello (Dio che è là).

Ma in definitiva non è questo o quello. Neti neti (non questo non quello)

"Io sono io" esprime meglio il livello finale di cui il devoto farà prima o
poi esperienza.

La domanda "a quale livello sono io?" è importante ma la risposta è lasciata
ad ognuno di noi che da solo deve trovarla. Fa parte del processo di
trasformazione, della nostra evoluzione.

E' un processo di cambiamento, di passaggio da un livello all'altro.
Rimanere alle scuole dell'obbligo oppure andare all' università  o acquisire
ancora delle "specializzazioni" particolari  è come rimanere al livello di
un frutto acerbo.

Se vogliamo fare esperienza del frutto maturo e dolce della realizzazione
del Sé dovremo trasformarci da bocciolo in fiore, e il fiore un giorno
diventerà un frutto maturo.

Se non lo farà non ci sarà un ulteriore sviluppo, non ci sarà metamorfosi.

Non dobbiamo comunque crearci problemi o sentirci insoddisfatti se siamo
semplici studenti, né essere frustrati se siamo discepoli e sappiamo di
poter solo aspirare al livello di devoto perchè un giorno sia lo studente
che il discepolo diventeranno devoti.

Sky

#10290 Da: <amadeusoft@...>
Data: Mer 28 Mar 2007 8:45 am
Oggetto: Esseri straordinari tra noi
amadeusoft@...
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Esseri straordinari tra noi

di Giampiero Cara

da auraweb.it


Sono sempre di più le persone che parlano della presenza in questo momento
sulla Terra di grandi maestri spirituali pronti ad aiutare l'umanità a
compiere un grande salto evolutivo.

Wayne Peterson, un diplomatico americano in pensione con contatti molto in
alto, ha appena pubblicato, nel suo paese, un libro intitolato
"Extraordinary Times, Extraordinary Beings" (Tempi straordinari, esseri
straordinari), in cui afferma che maestri spirituali di statura paragonabile
a quella di Gesù Cristo, Krishna e Maometto sono in questo momento tra noi e
presto si riveleranno.

Secondo quanto scrive Peterson, tra le conseguenze dell'avvento di questi
mestri si avranno, nel prossimo futuro, grandi scoperte scientifiche e
avanzamenti tecnologici, come la scoperta della fusione fredda. Ma si
verificheranno anche profondi cambiamenti economici e sociali, guidati da un
gruppo di uomini e donne spiritualmente molto avanzati che guideranno questi
cambiamenti da "dietro le quinte", per così dire, aiutando l'umanità in
questo momento particolarmente critico.

Staremo a vedere...

#10289 Da: <amadeus@...>
Data: Mer 28 Mar 2007 8:43 am
Oggetto: Scie chimiche o scie biologiche ?
amadeus@...
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Scie chimiche o scie biologiche ?

R.S. a cura della redazione ECplanet.net


Dopo aver raccolto l'acqua piovana (in un bicchiere di plastica sterile e
facendo attenzione che il liquido fosse di diretta provenienza meteorica),
approfittando di qualche rara precipitazione in Liguria, l'abbiamo subito
travasata, con tutte le accortezze del caso, in una provetta anch'essa
sterile, di quelle che si usano per le analisi. Nell'acqua si notavano dei
piccolissimi granelli luccicanti (quarzo ? Silicio ?). Con il passare del
tempo, però, al loro posto si sono potuti osservare filamenti e piccoli
grumi che prima non c'erano. Il tutto è avvenuto, avendo lasciato la
provetta chiusa nella sua confezione ed in luogo fresco e lontano comunque
da luce diretta sia naturale sia artificiale.

In pratica l'acqua della provetta sembra diventata una coltura di
microorganismi. Tale supposizione è stata confermata dall'analisi al
microscopio: infatti, con nostro grande stupore abbiamo rilevato quelli che
sembrano parassiti, forse Nematodi, invertebrati vermiformi acquatici (i
Nematodi vivono sia nell'acqua del mare sia nelle acque dolci) e terrestri a
diffusione cosmopolita.

Il phylum Nematoda (dal greco: nema = filo; eidos = forma) è costituito da
circa 90.000 specie di animali triblastici, pseudocelomati, a simmetria
bilaterale. I Nematodi sono chiamati anche vermi cilindrici, perché
presentano un corpo cilindrico a sezione trasversale circolare, differendo
così dai platelminti (o vermi piatti) che mostrano uno schiacciamento
dorso-ventrale.

Il phylum comprende sia specie conducenti vita libera sia parassiti.

Le specie libere sono numerose nei terreni umidi, nei sedimenti dei fondali
acquatici e nelle sorgenti termali. Le specie terricole vivono negli strati
superficiali dove si nutrono di materia organica morta. La loro attività è
molto importante per la miscelazione e l'aerazione del terreno. Alcune
specie libere sono erbivore e si cibano di funghi, batteri, alghe e piante.
Altre specie sono, invece, carnivore e si nutrono di microrganismi, piccoli
invertebrati e di altri nematodi, compresi individui della stessa specie
(cannibalismo).

I nematodi parassiti infestano un gran numero di piante e di animali. Alcuni
parassiti sono dotati di un apparato boccale, provvisto di stiletti, atto
alla perforazione delle pareti cellulari delle radici delle piante, in modo
da potersi alimentare dei succhi vegetali. La loro attività è causa della
perdita di numerosi raccolti. Altri nematodi vivono sulla superficie di
organismi acquatici e molti riescono ad infestare i vertebrati terrestri,
compreso l'uomo, insinuandosi nel sistema digerente, in quello circolatorio
o incistandosi nell'apparato muscolare.

Ai Nematodi appartengono anche parassiti umani, quali la temibile
trichinella (come quella ripresa al microscopio), la filaria, l'ascaris dei
bambini, la wuchereria e l'ancylostoma dei minatori. La trichinella spiralis
è lunga pochi millimetri, di color bianco e filiforme in grado di infestare
tutti i mammiferi, soprattutto i carnivori - onnivori (volpe, cinghiale,
cane, gatto, suino, uomo).

L'infestazione avviene mediante l'ingestione della carne contaminata dalle
sue larve. Queste ultime vengono liberate nell'intestino tenue, subito dopo
la loro digestione. In breve tempo, si sviluppano fino a diventare vermi
adulti che, nello spazio di alcune settimane, generano moltissime piccole
larve che attraversano la parete intestinale e raggiungono nel sangue la
muscolatura, dove si insediano e si avvolgono in una capsula molto
resistente. Qui possono sopravvivere per oltre un anno anche in condizioni
ambientali difficili (gelo, putrefazione). I muscoli prediletti sono quelli
del diaframma, della lingua, della laringe e quelli intercostali. Il ciclo
inizia nuovamente, non appena la carne infestata viene di nuovo ingerita da
un animale o dall’uomo. Il cinghiale riveste particolare importanza quale
anello di congiunzione tra il ciclo silvestre della trichinellosi e l'uomo,
in quanto si tratta di un animale onnivoro le cui carni vengono destinate
all'alimentazione. La malattia che si riscontra nell'uomo si chiama
trichinosi ed è caratterizzata da dissenteria, dolori muscolari, debolezza,
sudorazione, edemi alle labbra, fotofobia e febbre. A seconda del tasso di
infestazione, il decorso della patologia può essere anche molto grave e con
esito mortale.

La trichinosi dovuta al consumo di carne di cinghiale, si previene
osservando le seguenti misure igienico-sanitarie: tutti gli animali uccisi e
destinati all'alimentazione vanno sottoposti all'ispezione delle carni per
opera dell'ispettore veterinario e sottoposti ad un'analisi di laboratorio
per determinare l'eventuale presenza delle larve del parassita
(trichinoscopia). A tale scopo, deve essere prelevato l'intero diaframma,
avendo cura di asportare tutte le parti muscolari. Le carni, che risultano
positive all'analisi, non possono essere destinate a scopi alimentari e
devono essere distrutte. La carne del cinghiale deve essere consumata
preferibilmente ben cotta, in modo che le eventuali larve presenti siano
uccise dal calore.

Non risultano, stando ai risultati epidemiologici attuali, focolai di
trichinella in Liguria, ma il parassita pare essere incredibilmente presente
nell’acqua di precipitazione, così come nella neve caduta copiosa in
Colorado ed in altri stati della Federazione statunitense: infatti, le
analisi al microscopio mostrano parassiti (larve ?) e filamenti di polimeri
di vario colore (fucsia, azzurri, bianchi…). Si tratta di materiale
polimerico e biologico, la cui massiccia presenza nei fiocchi di neve è, per
lo meno, inquietante. Si ricordi che, in concomitanza con l'ondata di gelo
che ha colpito, nei mesi scorsi, varie regioni degli Stati Uniti, sono stati
fotografati e ripresi, attraverso gli squarci fra le nuvole, numerosissimi
aerei chimici impegnati, more solito, nello spargimento di veleni di varia
natura.

Per mezzo delle analisi eseguite al microscopio, sono stati anche
individuati, presumibilmente, dei rotiferi. I Rotiferi sono organismi di
piccolissime dimensioni, ma con una morfologia ed una organizzazione interna
molto complesse. Essi sono frequenti in tutte le raccolte d'acqua, persino
in quelle che ristagnano nelle grondaie. Sempre a proposito delle
precipitazioni, bisogna ricordare il drammatico resoconto di una donna
affetta da Morgellons. Ella ricorda di aver avvertito i primi sintomi della
micidiale malattia, dopo essere, un giorno, uscita senza ombrello sotto una
pioggia sporca che le bagnò la testa e le braccia. La paziente afferma che,
dopo aver tentato invano numerose terapie, ha trovato un notevole giovamento
grazie all'impiego dello zapper.

Infine ci chiediamo se, sulla base di questi e di altri dati e
testimonianze, la dicitura “scie chimiche” sia ancora appropriata: non sarà
il caso di definirle “scie chimico-biologiche” ? A prescindere comunque
dalla questione terminologica, in verità oziosa, sempre più è acclarato che
l'operazione di aerosol è un'arma micidiale usata contro la biosfera e
contro chi la popola: uomini, animali e piante.

Autori: Zret & Straker
Fonti: http://loveforgifting.com/ Scienze naturali, Milano, 2005, s.v.
Nematodi e Rotiferi
www.sciechimiche-zret.blogspot.com/

#10288 Da: "amadeux@gmx" <amadeux@...>
Data: Mer 28 Mar 2007 8:45 am
Oggetto: Pasqua 2007. A tavola "in pace"
amadeusoft
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Pasqua 2007. A tavola "in pace".

AVI - Associazione Vegetariana Italiana

Pasqua 2006. Un menu semplice e veloce per festeggiare la Pasqua senza
prodotti animali e senza violenza. Veloce per sfatare il mito che la cucina
vegetariana sia complicata e lunga. Semplice da preparare perché la cucina
vegetariana è accessibile a tutti, anche a chi ha poca dimestichezza con i
fornelli.

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INSALATA MISTA DI PRIMAVERA

Ingredienti
2 etti di soncino o valeriana già pulito, un cuore di lattuga, 6 noci, un
etto di formaggio cheddar vegano, mezzo limone, olio qb, sale qb.

Preparazione
Mettere l'insalata in una insalatiera, aggiungere le noci a pezzettini, il
cheddar in scaglie e condire con una salsina di olio, limone e sale
amalgamati


FUNGHI ALLA GOLOSA

Ingredienti
8 etti di champignon, un limone, prezzemolo qb, aglio qb, sale qb, un
cucchiaio di aceto di mele.

Preparazione
Pulire i funghi e affettarli, metterli in una pentola con un litro e mezzo
di acqua acidulata con il limone e sale. Farli bollire per 7 minuti scolarli
e asciugarli su un canovaccio. Infine metterli in una terrina, aggiungere il
prezzemolo tritato con aglio e condire con olio aceto e sale.


SPAGHETTI AL LIMONE

Ingredienti
360 grammi di spaghetti, un quartino di panna vegetale, 1 bustina di
zafferano, un limone bio, sale qb.

Preparazione
Mentre cuociono gli spaghetti, mescolare a fuoco lento la panna vegetale e
lo zafferano. Aggiungete la buccia del limone grattugiata, il succo, salate
e condite la pasta.


SEITAN SALTATO UN PADELLA

Ingredienti
400 gr di seitan lavorato a mano, mezzo bicchiere di vino bianco, salvia qb,
un chiodo di garofano, olio qb, aglio qb, sale qb.

Preparazione
Tagliate il seitan a listarelle, fatelo saltare in padella con olio e aglio,
aggiungete poi il vino bianco e i chiodi di garofano. Salate, fate evaporare
il vino e aggiungete la salvia. Quando il vino è evaporato, servite


TOFU SOTT'OLIO (da preparare la sera prima)

Ingredienti
400 gr. tofu, un bicchiere di olio di oliva, un ciuffo di erba cipollina (
se non la trovate un cipollotto tritato), un cucchiaio di capperi, 6 olive
nere snocciolate.

Preparazione
Affettate il tofu mettetelo in una terrina a strati . Ogni strato
spolveratelo con un trito di erba cipollina, capperi e olive. Ricoprite
tutto con olio e servite dopo almeno 8 ore.


SPINACCI ALL'AGRO

Ingredienti
1,50 kg di spinaci, olio, limone sale

Preparazione
Pulite bene gli spinaci e lessateli. A cottura ultimata, asciugateli e
conditeli con olio sale e limone.


CIAMBELLE DI MELE

Ingredienti
4 mele, farina d'orzo qb, farina di frumento qb, succo di mela o altra
frutta, cannella, olio d'oliva.

Preparazione
Tagliare la parte la parte centrale delle mele, sbucciarle e tagliarle a
rondelle per uno spessore di un centimetro. Fare una pastella con farina,
sale, cannella e succo di mela per ottenere un impasto morbido. Bagnare i
dischetti di mela nella pastella e passatele nella carta assorbente.
Servitele calde.

#10287 Da: <posta@...>
Data: Mer 28 Mar 2007 8:44 am
Oggetto: Gigawatt e modelli
posta@...
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Gigawatt e modelli

di Carlo Bertani – 13 marzo 2007

Oggi è uno dei primi giorni di marzo e leggo sul davanzale la temperatura
esterna: 19 gradi all’ombra, a mezzogiorno, nel profondo e continentale
Piemonte. Il cielo è azzurro ed il sole brucia: se si rimane fermi in auto
viene quasi la voglia d’accendere il climatizzatore. Il tarassaco – l’
insalata “dei prati” – non ha cessato di crescere e fiorire per tutto l’
inverno, per la gioia di chi ama i gusti selvatici. Non sfugge però, all’
occhio attento, che qualcosa non va: gli alberi hanno iniziato con un mese d
’anticipo la ripresa vegetativa ma tutto ciò che è verde sembra un po’ più
spento, secco. Alla base degli alberi non c’è humus ma terra asciutta: se la
notte s’iniziano ad incocciare con i fari le falene, i vermi sono quasi
scomparsi.

Tutto ciò non è passato inosservato ed anche il “palazzo” della politica
qualcosa ha dovuto ammettere: il clima umido, molto “inglese”, che abbiamo
avuto lo (oramai) scorso inverno è stato molto probabilmente dovuto all’
aumento dell’anidride carbonica nell’aria, che contribuisce a mantenere in
forma gassosa l’acqua nell’atmosfera. In altre parole, più CO2 c’è nell’
aria, più vapore acqueo vi ristagna.
A fronte dell’evidenza, anche il mondo degli ultimi scettici si è
mobilitato: fioriscono le teorie più assurde per non riconoscere che abbiamo
modificato uno dei parametri chiave della biosfera. Il tasso d’anidride
carbonica – negli ultimi 20 milioni di anni – è sempre stato compreso fra
180 e 270 PPM (parti per milione), mentre oggi ha superato quota 376. Siamo
dei saccenti e presuntuosi apprendisti stregoni, che si mettono a
giocherellare con una chiave inglese fra gli ingranaggi di una Ferrari da
competizione. Provino a dimostrare che il tasso di CO2 fuori controllo non
ha nessun effetto sul clima.

Pur navigando oramai verso l’emergenza, qualcosa si muove: il ministro
Pecoraro Scanio ha chiamato al capezzale dell’industria energetica italiana
il prof. Carlo Rubbia – nominandolo suo consulente per le energie
rinnovabili – ed è stata senz’altro la miglior scelta. Forse, tanta
“agitazione” sul Web – a fronte dell’immobilismo dell’informazione
ufficiale – qualche frutto inizia a darlo.
Chi è abituato a confrontarsi da decenni con il problema ambientale a volte
coglie passaggi che magari ad altri sfuggono: il prof. Rubbia – durante un
dibattito televisivo – ebbe a dire che “non possiamo pensare di trarre dal
mondo naturale la stessa quantità d’energia che oggi consumiamo”.

Questa affermazione, a prima vista, parrebbe il classico “colpo al cerchio
ed alla botte”: subito, i vari sostenitori del nucleare si sono “infilati”
nel discorso per cercare di salvare i futuri bilanci dell’industria
elettronucleare (ed il loro, personale, portafogli).
Se riflettiamo un solo secondo sull’evidenza, ossia che Rubbia è uno dei
massimi esperti mondiali nel ramo – e non può non sapere che anche l’atomo
ha i decenni contati (più o meno 50 anni come il petrolio, viste le stime
dell’IEA sulla disponibilità d’Uranio) – dovremmo chiederci qual era il
senso dell’affermazione di Rubbia.
Fra circa mezzo secolo, dovremo aver già compiuto una delle trasformazioni
epocali della nostra civiltà: 50 anni non sono un’eternità, scoccheranno
quando gli attuali allievi delle scuole medie andranno in pensione. Ergo,
possiamo presumere che tanti di questi ragazzi e ragazze, che oggi
giocherellano con il telefonino, lavoreranno per l’intera vita proprio per
risolvere i problemi dell’energia e dell’ambiente.

Cosa dovranno fare?
La risposta più semplice (e verissima) è: dovranno scovare tanti Gigawatt d’
energia dal sole, dal vento, dal mare, dalla geotermia e fare in modo che la
trasformazione di queste enormi masse d’energia avvenga a costi contenuti.
Per due secoli abbiamo goduto di un enorme “regalo”: l’energia dei fossili,
non rinnovabile se non in tempi geologici. Da oggi, dobbiamo iniziare ad
utilizzare ciò che rimane delle energie dei fossili per tracciare le
fondamenta del nuovo sistema energetico.

Visti in quest’ottica, anche virulenti dissidi come quelli sul nucleare o
sui rigassificatori scemano d’importanza: questi mezzi sono soltanto dei
“supplenti” nell’attesa che si giunga ad una nuova ridefinizione del sistema
d’approvvigionamento energetico.
Anche la gestione dei rifiuti deve trovare soluzione: si deve
necessariamente aumentare la quota di riciclo dei materiali usati, ma tutti
sanno che oltre un certo limite è molto difficile andare. Un solo esempio:
gran parte del legname viene utilizzato per coperture edili o per la
costruzione di mobili. Lo stesso quantitativo di legname, dopo 30 anni
circa, va in discarica. Perché? Per la naturale decomposizione del legno,
oppure perché i mobili d’oggi – costruiti con tecniche che s’affidano più
alle colle ed alle vernici che alla resistenza strutturale – dopo quel
periodo decadono. Chi s’oppone alla costruzione di moderni
termovalorizzatori non riflette abbastanza: ciò che non viene riciclato va
in discarica; e in discarica, cosa avviene?

I materiali si decompongono per fermentazione anaerobica, ossia producono
naturalmente metano che è difficile recuperare: una molecola di metano
trattiene una quantità di radiazione infrarossa pari a quella che riflettono
21 molecole di anidride carbonica. In definitiva, o si riesce a recuperare
il 100% dei materiali, oppure bisogna riconoscere che il rimanente è meglio
bruciarlo che seppellirlo (come oggi avviene).
Un altro paio di maniche sarebbe criticare l’attuale sistema di produzione e
di consumo, ossia l’inveterata tendenza a costruire beni che hanno già “data
di scadenza”: la cosiddetta “obsolescenza programmata”.

Prima o dopo l’umanità dovrà chiedersi che senso ha costruire beni che
durano poco per poterne costruire altri: sappiamo bene qual è la ragione del
fenomeno, ossia la naturale tendenza del capitalismo ad aumentare i consumi
per poter affermare che c’è stato “incremento del PIL” (e dei profitti).
In altre parole, si tratta di trovare dei modelli di produzione e consumo
che non ci privino di ciò di cui abbiamo bisogno ma, nel contempo, ci
consentano di “raffreddare” la corsa produzione/consumo.
Spesso, su questo argomento, si rischia di cadere in un tranello di tipo
ideologico: prima definisco il modello sin nei minimi particolari, poi lo
applico ed ho risolto il problema. Nobile intento, ma i vari piani
quinquennali dell’URSS ci raccontano quanto sia difficile programmare ed
applicare un modello tecnologico ed economico all’evoluzione sociale. Quando
ci riusciremo, avremo fatto Bingo.

Altra soluzione è la trasformazione in itinere dei modelli, e forse questo è
un obiettivo più alla nostra portata: 50 anni possono bastare per ridefinire
i vari modelli (produzione, trasporto, consumo, ecc), a patto che si sia
coscienti del problema e che s’intenda affrontarlo.
Che senso può avere, allora, l’affermazione di Rubbia: “non possiamo pensare
di trarre dal mondo naturale la stessa quantità d’energia che oggi
consumiamo”?

Nessuno, dotato di buon senso, può immaginare cosa potrà accadere fra uno o
due secoli, ma pensare oggi di scovare così – tout court e nel volgere d’
appena mezzo secolo – 10 miliardi di TEP[1] d’energia dal mondo naturale è
un’affermazione un poco eccessiva. Ad essere generosi, oggi non arriviamo –
con le rinnovabili, il geotermico e l’idroelettrico – a coprire il 15% di
tale fabbisogno: e il restante 85%?
E non si tratta soltanto di quantità, ma di riserve: i fossili sono per
definizione una riserva naturale, mentre le rinnovabili richiedono che si
trovi una forma di conservazione dell’energia. L’idrogeno è il naturale
candidato, ma dobbiamo costruire attorno a questo concetto un sistema
tecnologico (del quale conosciamo le basi teoriche e molte soluzioni
tecnologiche) che oggi è inesistente.

La ricerca sulle fonti deve procedere a spron battuto – questo è certo – ma,
parimenti, dobbiamo iniziare a criticare (nel senso di raffinare) i modelli.
Ecco, questo – a mio parere – era il senso dell’affermazione di Rubbia.

Se volessimo assegnare un epitaffio al secolo appena trascorso – definito
spesso “il secolo breve” – potremmo chiamarlo il secolo “dello spreco”.
Soltanto nelle due guerre mondiali, abbiamo depositato sul fondo degli
oceani una cifra dell’ordine di 50 milioni di tonnellate d’acciaio: si
tratta soltanto di una quantità indicativa, ma riflettiamo che metà del
naviglio mercantile esistente nel 1939 fu affondato durante la Seconda
Guerra Mondiale.
Se le guerre sono l’apoteosi dello spreco di risorse, anche in pace non si
scherza: siamo tanto orgogliosi del motore a scoppio, ma soltanto il 35%
della benzina che introduciamo nel serbatoio si trasforma in energia
meccanica, mentre il resto se ne va sotto forma di calore e serve soltanto a
scaldare il cielo.
Tutto il nostro sistema tecnologico è improntato allo spreco: conosciamo
alla perfezione le leggi della termodinamica, dell’idraulica e dell’
elettrologia ma non le applichiamo. Centrali termoelettriche con rendimenti
del 40%, caldaie per il riscaldamento con sprechi affini, climatizzatori che
gettano al vento fiumi d’aria rovente carica d’energia…è un elenco senza
fine.

E i trasporti? Qui siamo all’apoteosi.
Molti sanno, qualcuno parla, ma nessuno muove un dito: questa, in sintesi,
potrebbe essere una definizione estremamente concisa dell’approccio al mondo
del trasporto.

Chi sa? Beh…da molti anni l’UE e molti esperti del ramo (fra i quali anche l
’attuale Ministro Bianchi che, all’indomani della sua nomina, per prima cosa
parlò delle “autostrade del mare”) predicano che il trasporto su gomma è la
più sciagurata delle scelte, che la ferrovia è molto meglio e che l’optimum
è la nave.
Peccato che oggi si dedichi soprattutto ad inasprire inutilmente le sanzioni
per gli automobilisti: e le “autostrade del mare”? Finite nel dimenticatoio?
Oppure, visto che è impossibile scindere quel legame propagandato da decenni
di pubblicità – ossia, velocità = successo e potere – si getta tutto alle
ortiche e si pensa di reperire “risorse” per gli Enti Locali con le
salatissime multe? Essere sorpresi alla guida dopo aver bevuto un aperitivo
può costare 12.000 euro di multa! Ma, lor signori, rammentano che è lo
stipendio annuo di tantissimi italiani? Forse, guadagnare 19.000 euro il
mese ha dato loro alla testa?

Chi parla? La stessa Commissione Europea – che nel suo Libro bianco, La
politica europea dei trasporti fino al 2010: il momento delle scelte[2] –
afferma drasticamente:
“È arrivato il momento di dare ai trasporti meno cemento e più idee.”

Verrebbe da dire: la TAV sentitamente ringrazia. L’aspetto curioso della
vicenda TAV è che la logica che conduce a non costruire il Ponte sullo
Stretto di Messina è la stessa che dovrebbe portare a non spendere una
valanga di soldi per bucare la montagna, bensì a riutilizzare la linea
esistente e poco sfruttata.
Perché il Ponte sullo Stretto non serve a niente? Oggi, un treno impiega
circa due ore per attraversare lo stretto, mediante i traghetti. Vediamo un
esempio per la tratta Palermo – Milano, lunga circa 1450 Km .

Un treno in grado di mantenere una velocità media di 90 Km orari
impiegherebbe circa 18 ore (16 + 2) per giungere a Milano mentre un altro,
esattamente uguale e nelle stesse condizioni – che utilizzasse il ponte e
percorresse la tratta a 80 Km orari – ci metterebbe lo stesso tempo (18
ore). Quindi, l’innalzamento della velocità su brevi tratti ha poco
significato: è la media della percorrenza totale a fare la differenza. Per
non incrementare di soli 10Km/h la velocità media, ci sarebbe una spesa
(prevista ed iniziale) di 6,5 miliardi di euro e lo sconvolgimento
urbanistico di due città.

Il “corridoio 5” Lisbona Kiev è lungo circa 3.000 Km: se percorso
interamente alla (folle) velocità di 140 Km/h (per le merci), il nostro
treno carico d’acciughe portoghesi giungerebbe a Kiev in 21 ore e 30 minuti.
Il tratto “incriminato” – St. Jean de la Maurienne-Bussoleno – è lungo circa
100 Km: se venisse “sottratto” all’alta velocità, il corridoio 5
consentirebbe una velocità di 140 Km/h per 2900 Km ed una minore –
probabilmente intorno ai 60 Km/h – per i rimanenti 100. Quanto tempo ci
metterebbero le nostre acciughe per arrivare a Kiev? 20.40 ore sull’alta
velocità e 1.40 ore sul tratto lento. Totale: 22 ore e 20 minuti.

In buona sostanza, stiamo combinando tutto il can can della TAV in Val di
Susa per far giungere un treno da Lisbona a Kiev 50 minuti prima? O le
acciughe sono congelate – ed allora non cambia nulla – oppure sono fresche,
nel qual caso si dovrà probabilmente buttare tutto in entrambi i casi.
Se, poi – con interventi sulla linea esistente – si riuscisse ad elevare la
velocità ad 80 Km/h sul tratto montano italo-francese, il “ritardo” – a
Kiev – sarebbe di soli 25 minuti. Ma, stiamo scherzando o ci piace perdere
del tempo? La fine dello “scherzo” è tutta nel costo dell’opera: cifre
fumose e ben nascoste nelle “pieghe” dei bilanci. Quanto? Circa 15 miliardi
di euro, più del doppio del Ponte sullo Stretto.

I vantaggi? Difficili da comprendere, perché la linea Torino-Lione è già
oggi sotto-utilizzata e non si prevedono aumenti negli scambi commerciali
con la Francia , da anni stabili su valori che l’attuale linea può
tranquillamente assorbire.
Stiamo ragionando praticamente sui sogni, perché l’UE stessa chiarisce quali
sono i problemi del traffico ferroviario:
“La velocità media del trasporto internazionale di merci (nell’UE, N.d.A.) è
di soli 18 km/ora: inferiore a quella di un rompighiaccio in servizio nel
Mar Baltico.”

Le ferrovie, quindi – a fronte d’enormi investimenti – riescono a
raggiungere a malapena la velocità di una modesta nave commerciale – dieci
nodi – e sono ben lontane dalle prestazioni dei cosiddetti “traghetti
  veloci” – 25 e più nodi – ossia circa 50 Km/h .
Ciò non significa che la ferrovia sia da ignorare – perché il vero “buco
nero” del trasporto è la strada – ma si tratta, comunque, di un mezzo di
trasporto nato quando l’umanità scoprì il modo d’alimentare le macchine a
vapore con il carbone. Prima, la ferrovia sarebbe stata improponibile.
Un treno merci che s’arresta ad un segnale e che riparte – per raggiungere
nuovamente una velocità di 100 Km/h – impiega un’energia pari a 14 Kg di
petrolio: la stessa quantità necessaria per scaldare una piccola piscina.
Quante fermate effettua nelle stazioni, ai segnali, nei nodi d’
interconnessione delle linee? E non si venga a raccontare che le nuove linee
ad alta velocità risolveranno il problema: miglioreranno sì il rendimento
ma, se le rimanenti linee rimarranno allo stato attuale, i TAV ed i
“corridoi” saranno le classiche cattedrali nel deserto.

Vogliamo cercare “più idee e meno cemento”, come afferma l’UE stessa? Quali
sono i requisiti da soddisfare?

Consumi contenuti d’energia e relativo, scarso inquinamento;
Velocità medie più elevate di quelle attuali;
Evitare al minimo i trasbordi da un vettore all’altro;
Possibilità di raggiungere la maggior parte delle nazioni dell’UE;
Il vettore più parco nei consumi c’è: è la nave. Considerando la velocità
media dei convogli ferroviari, la nave è più veloce. Qual è il mezzo che
consente di percorrere lunghe tratte senza trasbordi e fermate? La nave.
Esiste una rete di comunicazione ampia e che giunge quasi ovunque? Sì, sono
le vie d’acqua, marine ed interne: per secoli, sono state le uniche vere vie
di comunicazione, giacché un carro con trazione animale che viaggiava su una
strada dell’epoca – spesso fangosa – serviva solo per il trasporto locale.
Tutti i grandi insediamenti d’epoca medievale si trovano nei pressi d’
importanti vie d’acqua, marine e fluviali. Ancora l’UE:
“Alcuni collegamenti marittimi (in particolare quelli che permettono di
evitare le strozzature attuali, cioè Alpi, Pirenei e Benelux e in un domani
la frontiera fra Germania e Polonia) saranno integrati nella rete
transeuropea allo stesso livello dei collegamenti stradali o ferroviari.”

Il modello “acqua” è quindi già oggi vincente per economicità ed
inquinamento: purtroppo, nei due secoli dei combustibili fossili è stato
trascurato.
Domani – quando non avremo più a disposizione energia da buttare – dovremo
soltanto osservare quel modello ed interpretarlo alla luce della modernità.
Osserviamo con stupore i prototipi d’automobili ad idrogeno
(elettriche/celle a combustibile), ma pochi sapranno che la nave – grazie ai
notevoli spazi interni – è la candidata naturale a ricevere il binomio
motore elettrico/cella a combustibile, senza dover imbarcare idrogeno
liquido[3]. I nuovi sommergibili italo-tedeschi della classe “U” sono già
dotati di questo sistema.

Per l’Italia, quali prospettive s’aprirebbero?
Se le linee dei TAV possono soddisfare l’asse ovest-est (va beh, con quel
ritardo di 50 minuti a Kiev…) rimane il grande punto interrogativo di
mettere in collegamento l’Italia – tutta, e non solo la pianura padana – con
le regioni centrali europee.
Presto detto: si bucano le montagne e si costruiscono nuovi valichi per le
ferrovie. Nulla di sbagliato – sempre meglio delle colonne d’autotreni – ma
se vogliamo metterci anche un po’ d’intelligenza si può fare di meglio.

Vogliamo valutare il meglio, in termini d’economia di combustibili e per il
numero dei trasbordi? Vogliamo fornire all’Italia una nuova via di
collegamento con l’Europa Centrale? Quale sviluppo economico può avere il
Sud se si trova a 2.500 chilometri dalle principale aree economiche europee?
Se una grande potenzialità del nostro Sud potrebbe essere la produzione di
primizie (modello Andalusia od Israele) e, più in generale, l’incremento del
“biologico” in agricoltura – un tema sempre più caro ai consumatori – perché
non definire il modello sulla base delle nostre esigenze?

Scrissi, tempo fa, che solo una nuova visione integrata del trasporto
marittimo con quello nelle acque interne forniva delle risposte
soddisfacenti: non ero mica l’unico a sostenerlo. Ancora l’UE:
“In alcuni dei paesi non legati alla rete nord-ovest europea, gli esistenti
bacini, in particolare quello del Rodano, del Po e del Douro, presentano un
interesse crescente in termini di navigazione regionale ma anche di
trasporti fluviali-marittimi, che hanno visto crescere la propria importanza
grazie anche ai progressi tecnici realizzati nella progettazione di navi in
grado di navigare tanto in mare aperto che sui fiumi.”

Cosa sono queste navi fluviali/marine del tipo V (quinto)? Sono navi che
hanno una lunghezza standard di 114 metri ed una larghezza di 11 metri
circa: la loro portata è di 2.000 tonnellate, ossia il carico di 85
autotreni o di 40 carri ferroviari. Dove possono navigare?
Nei fiumi, nei canali ed in mare, a patto che non siano acque oceaniche o
passaggi particolarmente tempestosi: nelle acque costiere italiane possono
navigare ovunque.
Il grande vantaggio è proprio nelle loro dimensioni contenute: la nave
fluviale/marina del tipo V può utilizzare anche il circuito dei porti
“minori”, porti-canale, lagune, porti lacustri, fluviali. Insomma, va quasi
dappertutto, a patto d’avere pochissimi metri d’acqua sotto la chiglia.
Uno dei problemi del trasporto sull’acqua italiano è che non abbiamo accesso
all’immenso “sistema” del Danubio, la grande arteria centrale europea che
smista le merci – direttamente o con affluenti e canali – dai Paesi Bassi al
mar Nero, passando per la Germania , l’Austria, le repubbliche ceca e
slovacca, l’Ungheria, l’ex Jugoslavia (Drava e Sava), Bulgaria e Romania.
Dal Mar Nero s’apre la via dei grandi fiumi russi: senza un solo trasbordo è
possibile inviare un container da Anversa a Murmansk con la navigazione
interna e del Mar Nero.

L’Italia è tagliata fuori da questo enorme sistema di comunicazione: anzi, è
forse una delle poche nazioni europee ad esserlo. La Francia ha per ora
sospeso il collegamento fra il bacino del Rodano e quello del Reno – Meno –
Danubio (ufficialmente per motivi ecologici) ma possiamo presumere che ci
ripenseranno: per i francesi, però, si tratta solo d’ammodernare poche
decine di chilometri di canali già esistenti.
Addirittura la Grecia ha un accesso più agevole attraverso il Bosforo ed il
delta del Danubio, così come i porti sulla Manica possono accedervi da
Rotterdam o da Anversa: gli unici ad esserne completamente tagliati fuori
siamo noi italiani.

Sarebbe già un buon risultato (Ministro Bianchi? Pronto?) se riuscissimo a
ripristinare la navigazione nel Po con un collegamento con il Lago di Garda:
siamo certi che, se l’Italia avesse altro nome (Germania, Olanda, Slovacchia
od Ungheria), già ci sarebbe. L’UE ci forniva il 50% delle spese di
progettazione ed il 10% di quelle di realizzazione: forse, con un centinaio
di milioni[4] (non miliardi!) di euro si poteva sistemare tutto. Erano una
“prospettiva politica” troppo poco allettante? Milano, Pavia, Piacenza,
Cremona e le altre città del Po sarebbero tornate ad essere realtà portuali,
ed oggi l’autostrada Milano-Trieste sarebbe un po’ meno congestionata.

La vera innovazione – “più idee e meno cemento” – sarebbe però collegare l’
area mediterranea con il Danubio: non è proprio una novità. Già gli
austriaci ci avevano pensato e meditarono di collegare l’Adriatico al
Danubio mediante i bacini della Sava e della Drava (in Jugoslavia): dal
punto di vista tecnico era senz’altro più agevole, ma – all’epoca – gli
interessi austro-ungarici erano quelli di collegare soprattutto il
Lombardo-Veneto con l’area balcanica e l’Ungheria. Della Germania, a Franz
Josef, importava poco.
Finì in un nulla di fatto per la crisi di bilancio di fine ‘800 dell’
Austria, che fu costretta addirittura a vendere ai privati alcune linee
ferroviarie statali per “far cassa”.

Oggi, incontreremmo problemi tecnici? Non irrisolvibili. Con la tecnologia
di metà Ottocento fu scavato il Canale di Suez e con quella di fine ‘800 fu
realizzato il Canale di Panama, che comprendeva già un complesso sistema di
chiuse di sollevamento. Potremmo, con la tecnologia odierna, collegare la
valle dell’Adige con quella dell’Inn (e quindi con il Danubio)?

Qualcuno ci ha pensato, ed ho ricevuto la scorsa settimana questa e-mail:

Egr. signor Carlo Bertani,
In questi giorni abbiamo presentato il Progetto Tirol-Adria alla Presidenza
del Consiglio dei Ministri a Roma, alla Direzione Generale Energia e
Trasporti dell’EU ed ai governi di Berlino, Vienna, Monaco (per il Lander
della Baviera), nonché alle Province Autonome di Bolzano e di Trento. Il
Progetto – pubblicato sul sito www.tirol-adria.com – è composto di 4 parti:
1.                  A: Centrali idroelettriche Tirol-Adria, con deviazione
di acqua dall’Inn verso l’Adige;
2.                 B: Donau-Tirol-Adria-Passage – Collegamento dell’idrovia
Danubio col Mare Adriatico, l’alternativa vera e propria alla galleria del
Brennero;
3.                  C: Treno Magnetico a Levitazione (Maglev)
München-Verona;
4.                  D: Conduttura ATCC sul tratto del Maglev München-Verona;
La deviazione di acque dall’Inn verso l’Adige nel Sud Tirolo (Bolzano) crea
i presupposti per rendere navigabile il fiume Adige: per la deviazione è
necessario il consenso degli Stati confinanti del Danubio.
Collegando i fiumi Inn ed Adige si creerebbe un’idrovia tra Danubio ed il
mare Adriatico. Su questa idrovia potrebbe essere trasportata gran parte
delle merci. Con le idrovie esistenti nella pianura Padana e sui laghi il
trasporto merci si svolgerebbe in maniera meno inquinante.
È un progetto molto complesso e innovativo, in grado di creare nuove
prospettive.
Distinti saluti.
Tirol-Adria Ltd.
Albert Mairhofer
39030 Valle di Casies/BZ


Chiunque potrà rendersi conto del progetto visitando il sito
www.tirol-adria.com (consiglio di scaricare i file pdf).
Dopo aver letto il progetto, qualcuno inizierà a storcere il naso ed a
ridere sotto i baffi: far passare delle navi in galleria…deviare l’acqua dei
fiumi…roba da pazzi…
Immaginate come dovette apparire, agli occhi di un uomo di fine Ottocento,
la costruzione del canale di Panama: come faranno a sollevare di decine di
metri le grandi navi oceaniche? Oggi ci sembra una banalità.

Poi salteranno fuori i difensori “duri e puri” dell’ambiente: bestemmia
ambientale! Qualcuno mi scrisse, mesi fa, che la costruzione del canale
Po-Milano era “un’ulteriore ferita all’ecosistema padano”. Se i canali sono
“ferite”, le autostrade, le TAV, gli elettrodotti, le selve d’antenne per le
telecomunicazioni e le centrali termoelettriche cosa sono, i cerotti?
Volete sapere – a mio avviso – quale potrà essere il principale ostacolo al
progetto? La tecnologia? Ma figuriamoci…l’ambiente? Sarebbe uno dei progetti
più ecologici e vantaggiosi proprio per l’ambiente.

La maggior difficoltà sarebbe tutta per il Ministro D’Alema, che dovrebbe
chiedere il “permesso” ad Austria e Germania d’entrare nel “sistema”
Danubio. Si parla poco del Danubio, ma l’UE lo considera alla stregua delle
altre grandi arterie di traffico:
“ La Commissione intende proporre un rafforzamento del ruolo della Comunità
in seno alle organizzazioni internazionali quali l'Organizzazione marittima
internazionale, l'Organizzazione per l'aviazione civile internazionale o la
Commissione del Danubio, in modo da tutelare gli interessi dell'Europa a
livello mondiale.”

Molti “mal di pancia” internazionali per la guerra del Kosovo nacquero
proprio per i bombardamenti indiscriminati dell’aviazione (quasi
esclusivamente, guarda a caso, quella americana) ai ponti, che paralizzarono
e rallentarono la navigazione per parecchio tempo.
Questo progetto incontrerà una feroce opposizione da parte di molti
sedicenti ambientalisti: grattata la vernice, però, verranno senz’altro a
galla i “dubbi” di Germania ed Austria a concedere all’Italia di transitare
sul Danubio.
Le resistenze interne italiane saranno invece il solito coagulo trasversale
d’interessi: ferrovie, holding dell’energia, le varie società delle
autostrade. Aspettiamoci molte “grida di dolore” per l’ambiente “tradito”.

La battaglia di Albert Mairhofer è però una di quelle che vale la pena di
combattere, perché quando riusciranno ad inaridire i nostri (realistici)
sogni avranno vinto la loro battaglia: quella che ci condurrà tutti –
insieme – a perdere la guerra.

Carlo Bertani bertani137@... www.carlobertani.it

[1] L’attuale consumo annuo d’energia dell’intero pianeta, espresso in
miliardi di Tonnellate Equivalenti di Petrolio.
[2] Tutti gli estratti presenti nel testo provengono da questo documento
ufficiale dell’UE.
[3] Per liquefare l’Idrogeno, si “perde” (a meno di recuperare il calore) il
32% dell’energia primaria.
[4] La stima eseguita dal consorzio “Navigare sul Po” nel 2000 era di 400
miliardi di vecchie lire (senza contare i contributi europei).

#10286 Da: "Laboratorio Eudemonia" <eulab@...>
Data: Mar 27 Mar 2007 8:31 am
Oggetto: Quando sarà possibile un altro mondo?
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  Quando sarà possibile un altro mondo?
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Nelle attuali società umane, come quindi anche in quella italiana, in cui i
ruoli più importanti, più strategici da un punto di vista organizzativo,
amministrativo, fiscale, educativo, culturale, mass-mediatico, sanitario,
d'ordine pubblico, etc. sono assegnati a vita a determinate persone, viene a
crearsi di fatto uno Stato ben disgiunto dai comuni Cittadini, un nocciolo duro
assolutamente impenetrabile ed immodificabile da tutti coloro che ne sono stati
esclusi. Queste due entità, stato e cittadini, che per patto sociale avrebbero
dovuto coincidere, avrebbero dovuto esser tutt'uno, di fatto rimangono
assolutamente separate e spesso contrapposte.

E' spesso, sì, scritto sulle carte costitutive dei Paesi più progrediti della
Terra, come anche nella stessa Costituzione Italiana, che "la sovranità
appartiene al popolo" (intendendo: a tutto il popolo!), ma la realtà è ben
diversa. La stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, Italia in testa, sono
non una Repubblica ma una "cosa di parte", sono letteralmente "Cosa Loro":
qualcosa che appartiene alle persone assunte a vita nei posti dello Stato (che
siano esse dirigenti o semplici dipendenti). I più avanzati Paesi del mondo sono
attualmente in mano ad una autentica oligarchia, di basso livello ma diffusa
ovunque, che tuttora spadroneggia ed assoggetta, anche se in maniera sottile,
subdola, la restante parte della popolazione, ed impedisce loro una naturale
evoluzione verso ciò che i diversi àmbiti situazionali effettivamente
richiedono.

Se in generale l'operato del nostro Governo e di quelli degli altri Paesi non ci
trova d'accordo, non perdiamo altro tempo: concentriamo le nostre energie per
rimuovere quel particolare modello di organizzazione sociale che è alla base di
ogni comportamento malefico dei Governi, e dà carta bianca agli imperi economici
mondiali e ad ogni altra ingiusta concrezione di potere. L'impiego pubblico
assegnato a vita è l'origine profonda, nascosta, meschina, della stragrande
maggioranza dei problemi del mondo d'oggi, siano essi pertinenti la pace, od il
campo dei diritti umani, la distribuzione del lavoro, la difesa dell’ambiente, o
che altro.

Esigiamo, dunque, ciò di cui è impossibile negare la assoluta legittimità:
pretendiamo un equo impiego pubblico a rotazione, equamente condiviso e di reale
appartenenza comune. Il giorno che questo nuovo ordinamento sociale venisse alla
luce non vi sarebbero più, ad esempio, enti radiotelevisivi di Stato a far
continua sfacciata propaganda al pensiero unico governativo, nè vi sarebbero
forze dell'ordine (oggi assunte anch'esse a vita per rimanere a fedele guardia
di Stati oligarchici) ad accanirsi contro i cittadini manifestanti, tantomeno
potrebbe esservi un apparato burocratico a far da fertile terreno di coltura per
ogni tipo di corruzione e malgoverno.

Si getterebbe invece il seme per realizzare una nuova società umana pienamente
basata sulla condivisione e la partecipazione, non più sull'accaparramento e
l'esclusione. Quel giorno, obiettivi, persino così ambiziosi come quello di
veder ogni donna, ogni uomo sulla Terra disporre di un lavoro, e quindi di un
reddito e, cosa altrettanto importante, di un potere civico, minimamente
garantiti, diverrebbero molto più facilmente raggiungibili. Disoccupazione e
precariato, come pure qualsiasi altra incapacità dei governi a rispondere
efficacemente alle esigenze della società, diverrebbero solo un brutto ricordo
del passato.

L'impiego pubblico a vita è lo scoglio contro cui si infrangono tutti i più bei
sogni dell'umanità. L'impiego pubblico a vita è l'anello debole di una catena,
altrimenti indistruttibile, che tiene avvinto un intero mondo e ne impedisce il
progresso sociale. L'impiego pubblico a vita è l'anello che, nell’interesse di
tutti, ed in maniera legalmente, moralmente ed eticamente ineccepibile, dobbiamo
oggi definitivamente spezzare.



Danilo D'Antonio

Laboratorio Eudemonia
eulab.hyperlinker.org




http://armonica-rotazione-sociale.hyperlinker.org

#10285 Da: "amec2@gmx" <amec2@...>
Data: Mar 27 Mar 2007 8:30 am
Oggetto: Il fenomeno di Sri Ramana Maharsi...
amec2@...
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Il fenomeno di Sri Ramana Maharsi...

<Rimanendo Testimone>

(di Walter A. Keers)


D. Potreste spiegarmi il fenomeno di Sri Ramana Maharsi, che apparentemente
ottenne l'illuminazione del tutto spontaneamente, senza fare alcunché?

R. Nessuno può dare una spiegazione delle cose. Le cose sono come sono e non
c'è niente da spiegare. La sola cosa possibile è mettere in evidenza la
ragione per cui sembra di non essere a conoscenza di ciò che siamo.

D'altra parte ci sono alcune cose che sono del tutto ovvie. Quando, a
diciassette anni, Venkataraman fu preso dal panico e sentì che stava per
morire avrebbe potuto precipitarsi dal dottore e chiedere un tranquillante,
cosa che la grande maggioranza di noi avrebbe fatto. Ma già a quell'età egli
era talmente maturo che accettò e si arrese al panico senza fuggire. Il che
sta a dimostrare che era un ragazzo molto coraggioso. Lasciò che il panico
lo investisse, si stese sul pavimento, e si abbandonò a ciò che sembrava
inevitabile: «Io sto per morire. Che cosa sta veramente accadendo?».

In altre parole, egli si ritirò spontaneamente dalla sua individualità e
assunse la posizione del Testimone.

È importante riconoscere che, in questo modo, egli rinunciò a ogni desiderio
di continuare a vivere nel tempo e nello spazio. Poi, come tu dici,
l'illuminazione
sopraggiunse senza che ci fosse bisogno di fare qualcosa, ed è inevitabile
che sia così. Infatti, la realizzazione avviene solamente quando smettiamo
di fare qualcosa, quando dimentichiamo il "facitore" in noi, frutto di
proiezioni, e rimaniamo "testimoni" di ogni evento che appare e scompare.
Inoltre egli adottò il "punto di vista del Testimone" nel momento più
critico fra tutti: quando il panico che giace alla radice dell'individualità
si precipitò su di lui.

Questo è forse l'aspetto più sorprendente dell'intera storia. Infatti il
panico, così comune tra chi pratica la concentrazione, la meditazione Zen e
altre discipline, è così radicale che solamente un uomo su un milione riesce
ad accettarlo. Normalmente, la presenza di un Guru è indispensabile per
superare una paura così acuta, ma sembra che non sia stato così nel suo
caso.

Questi sono gli aspetti tangibili: l'arrendersi all'inevitabile, senza il
desiderio di modificarlo o di scansarlo; l'aver adottato la posizione del
Testimone, e l'assenza del desiderio di continuare a vivere. Quest'ultimo
aspetto è forse il più illuminante.

Ognuno di noi può utilizzarlo per verificare la propria posizione: c'è in me
il desiderio di durare, di continuare a vivere? Sento che c'è ancora
parecchio da fare, da godere? Nutro ancora delle speranze per qualcosa? La
speranza è uno degli alibi più sottili. Io spero che, se faccio la sådhanå
nel giusto modo, mi realizzerò in tre o cinque anni...

Con tale atteggiamento, che implica assegnare altri tre o cinque anni alla
mia ignoranza, alla mia individualità o ego, rendo virtualmente impossibile
il riconoscimento che sono l'ultima realtà anche ora. La speranza implica il
desiderio di continuare nel tempo; essa implica che accetto la credenza che
sono un'individualità proiettata, un'immagine, che sta vivendo attraverso
gli anni. La speranza, in altre parole, diviene un ostacolo, un alibi.

Ciò che sono deve sempre essere qui e ora, e non c'è niente nel futuro in
cui riporre speranze. Se quello che sono non è qui e ora, ciò implica che
non sono realmente "Io", poiché ciò che sono non può essere mai separato da
me, come il calore non può essere separato dal fuoco, o la forma dalla
visione.

Così questo straordinario ragazzo non sperò per il meglio, non sperò che
tutto potesse finire bene ed essere in grado di cenare quella sera. Egli non
tentò nemmeno per un attimo di fuggire; si stese sul pavimento, senza
cercare di difendersi e consentendo alla morte di portare a termine il suo
compito.

Questo è l'atteggiamento a cui la verità, la libertà, o Dio, o in qualunque
modo preferiamo chiamarla, non può resistere, accettazione totale senza
alcun desiderio di modificare qualcosa, fosse pure la morte. Questo
atteggiamento può condurre a una cosa sola: alla completa libertà, che è
chiamata realizzazione del Sé.

Se la paura più definitiva e più profonda è accettata in modo così totale,
per cui ti abbandoni a tutto ciò che possa succedere, niente altro potrà
trattenerti. L'ego non potrà più ricattarti, e niente ti potrà più
spaventare, poiché niente è più spaventoso della morte. Questa totale resa e
l'assenza del desiderio di continuare a vivere, sono qualcosa che vale la
pena di esaminare.

Noi tutti desideriamo ciò che nel nostro ambiente è conosciuto come
realizzazione del Sé. Ma chiariamo subito questo punto: colui che desidera è
l'individualità. Ciò che siamo, non sa che farsene del desiderio. L'io,
l'individualità
desidera la realizzazione, ma l'individualità non può sapere cosa
significano queste parole. L'individualità, o ciò che va sotto tale nome,
appare a livello di immagini, pensieri, sentimenti, concetti, e a quel
livello la libertà diviene un'idea, un concetto. Però la libertà non ha
niente a che vedere con i concetti.

Dal punto di vista delle immagini, la libertà o il Sé è qualcosa di
completamente sconosciuto, in altre parole: il Sé è un qualcosa la cui
esistenza non può mai essere accertata dalla mente. Esso è totalmente nuovo,
totalmente ignoto e inaspettato. Ecco perché ciò che si chiama la
realizzazione del Sé rappresenta la morte del vecchio, del noto.

D. È possibile prendere nota degli eventi come loro Testimone, senza
tuttavia accettarli? L'omicidio e la violenza non rimangono comunque
inaccettabili in tutte le circostanze?

R. Per accettazione io intendo la disponibilità a guardare qualcosa. Qualche
tempo fa, una signora venne qui con certi problemi familiari. Ella disse:
«Io ho fatto ciò che mi avete proposto e ho osservato tutto ciò che
avveniva. Ma non mi ha aiutato molto, e devo confessare che osservo ogni
cosa con un certo disgusto».
Questo, naturalmente, non è ciò che intendiamo per accettazione e
osservazione.

Ella aveva proiettato un osservatore dei suoi pensieri e dei suoi
sentimenti. Ma ciò che avrebbe dovuto osservare erano precisamente quei
movimenti personali, del tutto intimi, all'interno della sua psiche, come il
disgusto che aveva menzionato.

Accettazione non significa approvare o disapprovare. Significa solamente
accettazione dei fatti. L'accettazione del fatto che ci sono assassini, che
c'è violenza, indipendentemente dal nostro piacere o dispiacere. Ma
osservare le cose esterne non aiuta molto. Ciò che va osservato è quello che
avviene dentro di noi: la nostra paura, i nostri desideri, la nostra
irritazione, la nostra gelosia. In breve tutto ciò che sentiamo come
conflittuale con l'armonia.

  I modi sottili o subdoli di difesa dell'io, quando sono osservati
oggettivamente, si rivelano semplici fenomeni. Noi possiamo vederli e
osservarli così come guardiamo un film. All'inizio saremo tentati di unirci
al loro flusso, ma gradualmente arriveremo a poterli osservare senza esserne
coinvolti. Un mio amico ha paragonato questo modo di osservare a una sfilata
di moda: tu siedi in una comoda poltrona e vedi la sfilata delle modelle che
mostrano un vestito dopo l'altro. Ma non salti sul palco con un paio di
forbici per modificare i vestiti in mostra! Tu guardi e questo è tutto!

Se volessimo formulare esattamente che cosa sia l'accettazione, potremmo
dire che consiste nel permettere a ogni cosa che sorge all'interno di
mostrare se stessa chiaramente e senza interferenze o giudizi da parte
nostra, nella consapevolezza che noi siamo. Molto spesso ciò è abbastanza
facile: senza sforzo possiamo consentire a una stanchezza fisica o a un
dolore di rivelarsi. Poi potremmo prendere nota di piccole irritazioni
quando qualcuno ci fa qualcosa di sgradevole. La pratica dell'Osservatore
diviene più difficile solo quando noi siamo preda della paura o della
vergogna.

In tali circostanze tendiamo a rimuovere certi ricordi e certi sentimenti.
Così vedremo che qualsiasi cosa insensata che possiamo aver fatto, al
momento era il meglio che potevamo fare; il motivo fondamentale, anche per
la paura, è la ricerca dell'amore e della felicità. Quando ciò è visto
chiaramente, siamo pronti a dimenticare noi stessi e ad accettare la nostra
vergogna e paura, permettendole di rivelarsi all'occhio interiore della
consapevolezza.

Quando rifiutiamo certi sentimenti e ricordi, noi creiamo un ego che sente
che deve proteggersi, ma quando permettiamo alle cose di accadere senza
interferire allora non c'è ego: c'è solo la coscienza in cui i sentimenti
sorgono e passano, in cui i pensieri vengono e vanno. Noi siamo allora il
Testimone. Là in quel preciso non-luogo, in quel preciso non-momento vi è la
porta, per così dire, tra sogno e illusione da una parte, e ciò che viene
chiamato il Sé dall'altra. Ciò che noi siamo, il Sé, è dietro la schiavitù e
la liberazione.

D. Si dice che quando la mèta è raggiunta, tutti i sentieri si incontrano.
Ma nel caso di Sri Ramana Maharsi non si trova traccia di altri sentieri.
Più tardi non fu possibile dire se egli era principalmente un perfetto jñåni
o un perfetto bhakta, Conoscenza o Amore. Egli ovviamente fu entrambi allo
stesso tempo. Ma in questo racconto ancora non c'è traccia di qualcosa
simile alla bhakti.

R. Non essere fuorviato dalle apparenti lacune del racconto. Questa
realizzazione del Sé non avrebbe mai potuto avvenire se questo straordinario
ragazzo non avesse avuto un cuore pieno d'Amore. Se egli non avesse amato il
suo corpo, non avrebbe potuto mai lasciarlo andare, se non avesse amato la
sua psiche, non avrebbe potuto abbandonarla.

D. Spesso lei ha detto che per "Amore" non intende il sentimento.

R. Infatti, e può essere utile eliminare qualche fraintendimento. Quando ami
o quando sei felice, che cosa avviene?

L'evento che noi chiamiamo: "io sono felice" consiste di due parti. Una è la
parte fondamentale: noi siamo la stessa felicità, la libertà stessa, al di
là del sentimento; ma normalmente siamo ammaliati dai pensieri, dal senso
dell'io, dai sentimenti dell'io e da altri oggetti che appaiono e scompaiono
e l'armonia che noi siamo non viene percepita, ci sfugge. La tensione del
corpo sorge nel momento in cui ci vediamo come un oggetto, un io.

Ma ciò che avviene quando dici: "io amo" o "io sono felice" è che per un
momento tutte le identificazioni svaniscono. Come risultato, tutte le
tensioni cessano e l'accumulo di energia del corpo viene liberato. Quella è
la parte sensibile dell'evento: sentiamo il calore e la radianza in petto, e
così via. Normalmente noi consideriamo quello come amore, ma in realtà il
sentimento è solo un sintomo di ciò che l'Amore veramente è, un effetto, il
risultato di far cadere tutte quelle strane idee che avevamo di noi stessi.

Ogni idea su noi stessi è comunque un'idea strana. Pensare di essere buoni è
altrettanto assurdo che credere di essere cattivi. Tu non sei una nozione,
una opinione, qualcosa di accettabile o di non accettabile. Ma per poter
andare dietro le apparenze, dobbiamo iniziare con l'accettazione, vera
accettazione, di là dalle opinioni di buono o cattivo, e consentire alle
cose di apparire nella loro completa nudità, nella luce della coscienza,
senza alcuna interferenza o giudizio da parte nostra. Nel momento in cui
assumiamo questa posizione, spontaneamente viviamo l'aspetto di "testimone"
dell'ultima Realtà.

E quindi gradualmente il nostro sacco si svuota, le paure e i desideri
terminano la loro piccola danza perché svaniscono nella consapevolezza che
noi siamo, e alla fine rimane la sola consapevolezza. Non è qualche cosa che
debba essere ricercato o ottenuto. Noi siamo la consapevolezza anche ora. La
sola cosa che la sådhanå consente, è di sbarazzarsi dell'idea che noi siamo
qualche cosa di diverso dalla consapevolezza. Quando questa idea se n'è
andata, immediatamente ci imbattiamo nella coscienza o la coscienza sembra
penetrarci, o anche esplodere in noi. Non dobbiamo fare assolutamente niente
affinché questo non-evento avvenga.

Quando la libertà è resa possibile, essa avviene. Essa è resa possibile
accettando ciò che noi supponiamo di essere, guardandolo attentamente e poi
lasciandolo andare. Quando vediamo che non siamo mai stati ciò che credevamo
d'essere, tutte le idee ci lasciano, e ciò che rimane è ciò che siamo. È
molto semplice. Ma questa silenziosa vigilanza, questo profondo ascolto a
ciò che credevamo di essere è un lavoro interiore che deve essere fatto con
profonda attenzione.
Ogni giorno vengono da noi persone che sono a conoscenza di cos'è che non va
nella loro vita, ma in modo superficiale e ciò non li aiuta.

  Recentemente un alcolizzato venne qui per parlare dei suoi problemi: «Io so
perché bevo - è perché mia madre non mi ha mai amato». Malgrado ciò, egli
continuava a bere perché non aveva approfondito il senso della sua
affermazione. Solo quando fu messo in grado di vedere e di sentire di nuovo
la sua condizione di bambino, la sua grande tristezza, il suo pianto nel suo
letto la notte, completamente solo, egli comprese veramente tutta la sua
infelicità.

E quando poi fu in grado di vedere che questo bambino dall'aria così triste
era veramente inoffensivo, aperto, senza difese e fiducioso mentre era
respinto dalla madre, egli poté comprendere che era ancora quel bambino
aperto e fiducioso dietro le mura che lo avevano protetto contro tanta
insensibilità. E solo allora poté vedere che quel bambino era ed è una
inesauribile sorgente di vita, di amore e di energia e che non c'era niente
che doveva essere protetto, poiché nessuno poteva alienare ciò che egli era
stato, ed era ancora. Quando tutto questo venne messo chiaramente a fuoco
egli vide che non doveva più trincerarsi dietro le mura della sua infanzia e
continuare a nutrire la paura di non essere amato.

La paura di non essere in grado di trovare amore fuori di sé cessò nel
momento in cui comprese che egli stesso era la sorgente di tutto l'amore, e
che le sue difese erano la sola cosa che gli impedivano di vivere questo
amore come quella esperienza fondamentale che è la vita. Da quel momento
egli non ebbe più bisogno dell'alcool.

Siamo tutti simili a questo uomo. Usiamo droghe nella speranza che esse ci
diano il calore che cerchiamo, o che possano prevenire ulteriori delusioni.
Alcuni di noi cercano il sesso come una droga, altri la capacità
intellettuale, altri ancora costruiscono un'immagine di se stessi quali
grandi consiglieri pieni di comprensione e così via. Tutto questo è
necessario per riempire il vuoto del nostro io incapace di amare.

Nel momento in cui ci accorgiamo che noi siamo ciò che stiamo cercando, la
ricerca dell'amore esterno diminuisce fino a cessare completamente.
La sola droga che tutte le droghe hanno in comune è l'ego, questa difesa
estrema che apparentemente ci separa dall'Amore che siamo noi stessi. Ma
questo ego non è un'entità reale. Non è altro che un modo di vedere.

Quando lo cerchi e tenti di trovarlo ti accorgi che non c'è eccetto che
nella tua immaginazione.

Quindi non dobbiamo cacciarlo via o combatterlo; dobbiamo semplicemente
accettarlo, permettergli di mostrarsi in tutta la sua nudità, e ben presto
scopriamo che non ha alcuna esistenza. Questo è tutto ciò che dobbiamo fare
per farlo scomparire.

Ciò che resta è la libertà stessa. Non un ego libero, ma libertà
dall'illusione
che vi sia un ego. Per molti di noi lo stadio finale consiste nel vivere per
qualche tempo con l'impressione che la vita continui senza un ego. Eravamo
così abituati alla sua presenza che ora viviamo per un po' di tempo come se
mancasse qualcosa. Questo diventa così naturale che presto ce ne
dimentichiamo del tutto. Prima eravamo legati dal credere in un ego, ora
siamo legati dalla sua assenza.

Questa è l'ultima cosa che ci dice che siamo ancora limitati. Quando questa
assenza è vista come un oggetto col quale ci identifichiamo essa può
dissolversi nella presenza che noi siamo. Solamente questa è libertà. La
vera libertà, la radianza dalla quale il mondo crea se stesso di momento in
momento, e che rimane come semplice radianza quando non c'è più il mondo.

Il sonno profondo - l'assenza di nome e forma - allora si converte nella
luce stessa, che non ha niente in comune con la cieca assenza di memoria che
credevamo che fosse.

#10284 Da: "amadeux@gmx" <amadeux@...>
Data: Mar 27 Mar 2007 8:30 am
Oggetto: L'Enneagramma. Cosa è e come utilizzarlo (I 9 volti dell'anima)
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L'Enneagramma. Cosa è e come utilizzarlo (I 9 volti dell'anima)


tratto da http://www.viviamoinpositivo.org


I nove volti dell'anima


  Cos'è l'enneagramma
  I tre centri
  I test
  I tipi di personalità
  Consigli
  Bibliografia



- Cos'è l'enneagramma e a che serve -

Tutti possediamo qualche lato oscuro che ci condiziona negativamente e che,
in un certo senso, è una strategia di autodifesa scelta inconsciamente per
ottenere sicurezza e soddisfazioni ed evitare dolori e fallimenti.
Riconoscere il segreto predominio di queste pulsioni negative è il primo
passo verso la libertà interiore. L'enneagramma, dottrina antichissima oggi
riscoperta e apprezzata da teologi e psicologi, può rappresentare un mezzo
efficace per acquisire la necessaria capacità di autocritica in vista di una
più armonica crescita psicologica e spirituale.

Le radici dell'enneagramma (ennea: nove e gramma: lettera, punto), risalgono
a più di 2000 anni fa. Venne sviluppato sul finire del Medioevo da alcune
confraternite sufi. I sufi erano musulmani devoti rinuncianti (simili ai
francescani), arrivavano a Dio con la preghiera e la meditazione.

L'enneagramma è una dottrina che descrive nove diversi caratteri. Ma oltre
alla descrizione minuziosa delle varie caratteristiche umane, l'enneagramma
conduce al cambiamento interiore ed esteriore. L'enneagramma è più di
un'indagine psicologica per la conoscenza di sé, ci dà la possibilità di
metterci a confronto con l'automatismo in cui viviamo inconsciamente, ci
invita a prenderne coscienza e a dirigerci verso la libertà.

L'enneagramma definisce nove tipi di personalità a partire da nove
'trappole', 'passioni' o 'peccati mortali'. Si tratta dei sette peccati
capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, ingordigia, lussuria e
a questi si aggiungono due ulteriori 'peccati': menzogna e paura. Il termine
"peccato" viene inteso come la nostra "separazione da Dio", ma anche dal
nostro prossimo e da noi stessi. I "peccati" sono inasprimenti del carattere
che impediscono all'energia, all'amore di Dio di fluire liberamente. Ogni
"peccato" lo abbiamo scelto noi e quindi ne siamo responsabili.

Ognuno dei nove tipi di personalità comprende una classe che si estende tra
poli estremi: "irredento" (immaturo, malsano) e "redento" (maturo, sano).
Una persona irredenta è imprigionata in se stessa, e pensa che il suo punto
di vista sia l'unico valido.

I sufi chiamavano l'enneagramma 'Il volto di Dio', essi immaginavano che nel
cammino di liberazione l'uomo divenga sempre più capace di abbandonare la
propria posizione per osservare la vita da un altro punto di vista. Se
fossimo capaci di 'indossare tutte le nove paia di scarpe' e osservare la
realtà da ognuno dei nove punti di vista, allora osserveremmo il mondo con
gli occhi di Dio.

Sulla riva opposta troviamo la 'personalità redenta'. Quanto più ci
avviciniamo a Dio - il centro al quale tendiamo - tanto più ci muoviamo
verso la parte redenta. Un grande aiuto in questo senso è la comunità, il
gruppo. Nessuno dei nove tipi è migliore o peggiore di altri, ognuno di essi
ha bisogno di arrivare alla libertà e ognuno di essi ha doni unici.

Conoscendo l'enneagramma è possibile elaborare meglio i nostri rapporti e le
dinamiche delle relazioni: in ambito lavorativo; tra genitori e figli; tra
uomini e donne; di amicizia; di gruppo. Ma soprattutto l'enneagramma è uno
strumento utilissimo per l'autoconoscenza e la consapevolezza di sé.

- I tre centri: pancia; cuore; testa -

I nove tipi dell'enneagramma vengono segnati sulla circonferenza in senso
orario e sono riuniti in gruppi di tre:

- Pancia -

OTTO, NOVE, UNO: gruppo degli uomini di pancia o "tipo sessuale". Essi
reagiscono in maniera immediata, spontanea e impulsiva e non filtrano con il
cervello.
Gli uomini di pancia reagiscono istintivamente. Il centro del corpo che li
guida è l'apparato digerente e il plesso solare. L'orecchio e il naso sono i
loro organi di senso più sviluppati. Tutto per loro gira intorno al potere.
La vita è per loro un campo di battaglia. Spesso, inconsciamente si occupano
di potere e di giustizia.

Esteriormente risultano sicuri di sé e forti, mentre interiormente possono
essere afflitti da dubbi morali su di sé.

In una situazione nuova dicono come prima cosa: "Qui ci sono io, occupatevi
di me", oppure chiedono: "Come mai io sono qua?".

Accedono a Dio vedendolo come Padre. Riescono facilmente nelle pratiche di
meditazione.

Ssiccome seguono molti impulsi "istintivi", parte del loro compito nella
vita è di trasformare i "diversi amori" in amore.

- Cuore -

DUE, TRE, QUATTRO: gruppo dell'uomo di cuore o "tipo sociale". L'energia dei
tipi di cuore va incontro agli altri, il loro tema sono le relazioni
interpersonali.
Il cuore e i sistemi circolatori sono il loro centro del corpo. In loro sono
particolarmente sviluppati il tatto e il gusto. Tutto per loro gira intorno
all'essere per gli altri. Risulta loro difficile rimanere soli con se
stessi. In una situazione nuova chiedono: "vi piacerò?" oppure: "Con chi
sto?". Vedono la vita come un compito da svolgere. Si preoccupano del
prestigio e dell'immagine (spesso inconsapevolmente). L'aspetto positivo di
tutto ciò è che hanno un senso di responsabilità sviluppato. Tendono ad
adeguarsi, a reclamare attenzione, ad essere saccenti. Vengono influenzati
da ciò che gli altri pensano di loro e ritengono spesso di sapere ciò che è
bene per gli altri. Tendono a sopprimere la loro aggressività, nascondendosi
dietro una facciata di bontà e di attività. Esteriormente risultano sicuri
di sé, allegri e armonici, interiormente però si sentono spesso vuoti,
incapaci, tristi e vergognosi.

Forme di devozione legate a calore sociale e sicurezza (ad esempio comunità
di preghiera), attirano gli uomini di cuore. Essi devono imparare
soprattutto a stare soli a pregare in una maniera che non viene notata né
premiata. Il loro approccio a Dio avviene spesso attraverso un'esperienza di
gruppo (Spirito Santo).
Prima o poi però deve seguire il passo nel silenzio e nella solitudine.
("Chi non sa rimanere solo tema la comunità", Bonhoeffer). Poiché gli uomini
di cuore ritengono di saper fare tutto da soli, risulta difficile per loro
accettare la redenzione come regalo.

Il loro compito di vita consiste nel trasformare in speranza tutto ciò che
costantemente si aspettano.

- Testa -

C) CINQUE, SEI SETTE: sono i tipi di testa o "tipo di autoconservazione".
Questo è un gruppo cerebrale. L'energia della testa è un'energia che si
ritira dagli altri.

Gli uomini di testa in ogni situazione per prima cosa fanno un passo
indietro per riflettere. Vengono guidati dal sistema nervoso centrale e il
loro centro sono gli occhi. In una nuova situazione per prima cosa vogliono
orientarsi, si chiedono: "Dove sono?" ovvero: "Come si combina tutto ciò?"
Vedono la vita come un enigma, un mistero. Hanno il senso dell'ordine e del
dovere. Il loro atteggiamento è di solito impassibile e concreto ("È
così!"). Sembrano avere poche esigenze e sanno lasciare spazio agli altri.
All'esterno risultano spesso chiari, convinti e capaci, interiormente però
si sentono spesso isolati, confusi e privi di senso.

Il loro approccio a Dio parte dal Figlio, nel quale Dio si è rivelato ed è
divenuto visibile. La loro vita di preghiera può sembrare arida, astratta e
semplice adempimento di un dovere, ma possono, seguendo il percorso dei
pensieri lucidi, sviluppare sentimenti caldi.

Gli uomini di testa devono passare dal pensare al fare e il passo
dall'isolamento alla comunità. ("Chi non sa vivere nella comunità si guardi
dal stare da solo", Bonhoeffer).

Il loro compito consiste nel trasformare i loro dubbi e parziali verità in
fede. Tipi di "Pancia", di "testa" e di "cuore"

- I test -

PER SENTIRMI A POSTO CON LA MIA COSCIENZA DEVO:

Segna una X accanto alla voce in cui ti riconosci maggiormente (una sola
voce):

Aiutare gli altri (2)
Essere efficiente, pratico e avere successo (3)
Conoscere e imparare il più possibile (5)
Essere "diligente" e fare il mio dovere (6)
Essere "perfetto" il più possibile (1)
Divertirmi, stare allegro, godermi la vita il più possibile (7)
Essere forte per difendere la giustizia (8)
Essere "diverso", distinguermi dalla massa (4)
Riposare e lasciare che la vita scorra calma (9)

- L'IMMAGINE CHE HO DI ME  -


Segna una X accanto alla voce in cui ti riconosci maggiormente (una sola
voce): ·

Io mi muovo per primo se c'è da aiutare qualcuno (2)
Io sono una persona efficiente, competente e di successo (3)
Io mi distinguo dagli altri in ogni cosa che faccio (4)
Sono calmo tranquillo e soddisfatto di come scorre la mia vita (9)
Sono perspicace e comprendo bene le cose (5)
Sono forte e gestisco autorevolmente i miei rapporti (8)
Sono ordinato e faccio sempre il mio dovere (6)
Sono ottimista e cerco di divertirmi e godermi la vita (7)
Io credo di aver sempre ragione o almeno il più delle volte (1)

- I tipi di personalità -

TIPO 2 - Il 'Benevolo'

Spirito di sacrificio; dedizione agli altri. E' un benefattore, altruista.
E' molto espansivo Tende a dare buoni consigli. Se non si sente gratificato
diventa piagnucoloso. e' un sentimentale. Tende a sentirsi una vittima.

NON SOPPORTA: chi non ha "bisogno", chi è indipendente.

INFANZIA: Aveva la sensazione di doversi rendere utile per essere notato e
amato. Ha 'dovuto' occuparsi degli altri familiari

PENSA: C'è "bisogno di me", sono troppo "utile". Non ho tempo per me. Devo
'aiutare' gli altri

CHIEDE: Sono abbastanza buono? Sono indispensabile? Chi ha bisogno di me?

IL PECCATO: l'Orgoglio

LA TRAPPOLA: La compiacenza e l'adulazione

LA NAZIONE: L'Italia

TIPO 3 - Il 'Motivatore'

È attraente, magnetico, carismatico, accattivante. Ottimista, giovanile,
esibizionista. Produttivo, efficiente iperattivo. Camaleontico: recita se
stesso

NON SOPPORTA: L'inefficienza e il fallimento

INFANZIA: Si è sentito amato perché era "bravo" a scuola, nello sport, ecc.

PENSA: "Devo essere bravo ed efficiente in tutto ciò che faccio"

CHIEDE: Sono abbastanza bravo? È andata bene? Vi è piaciuto quello che ho
fatto?

IL PECCATO: La menzogna

LA TRAPPOLA: La vanità, l'immagine

LA NAZIONE: Gli Stati Uniti

TIPO 4 - L'artista

Ha grande senso artistico, gusto del bello, senso del colore. È romantico,
sognatore, eccentrico, stravagante. Si preoccupa dell'immagine Veste in
maniera stravagante o ricercata. È malinconico. Non sa vivere nel presente,
si rifugia nel passato o sogna il futuro. Ama l'insolito, l'eccentrico,
l'eccezionale Si esprime attraverso l'arte: poeta, musicista, pittore,
ceramista, fioraio, design. Non disdegna situazioni strane, scandali, cose
proibite.

NON SOPPORTA: Il brutto; lo sporco; il "normale"; l'ordinarietà.

L' INFANZIA: Ha subito perdite (un genitore; trasferimenti, sradicamenti)

PENSA: "Devo farmi notare o nessuno si accorgerà di me"

CHIEDE: "Cosa pensate di me? Mi notate? Vi colpisco?"

Il PECCATO: L'invidia

LA TRAPPOLA: Malinconia, depressione, pulsione di morte

LA NAZIONE: La Francia

TIPO 5 - Il 'Pensatore'

Parla poco. È introverso. É un pensatore, ricercatore, inventore. È un buon
ascoltatore. É tranquillo, amabile, cortese, gentile. É poco emotivo. Ama il
collezionismo. Riesce a stare immobile per ore Sembra freddo e distante

NON SOPPORTA: Doversi mettere in mostra. Parlare in pubblico. La
superficialità, la disattenzione

INFANZIA: Hanno pensato di "non essere desiderati", sono vissuti in ambienti
ristretti

PENSA: "Cogito ergo sum": penso dunque esisto

CHIEDE: Come si fa? Come funziona?

IL PECCATO: L'avidità

LA TRAPPOLA: L'avarizia

LA NAZIONE: L'Inghilterra

TIPO 6 - Il 'Lealista'

Ha spirito di gruppo È affidabile e fedele. È ligio alle regole. È
tendenzialmente pessimista Non si fida degli altri. È timoroso e diffidente.
È sospettoso.
Oppure: (Il tipo 'controfobico') È estremist, provocatorio, temerario,
amante del rischio

NON SOPPORTA: Chi non si attiene alle leggi, alle regole Le devianze

INFANZIA: Aveva genitori incontrollati, imprevedibili, violenti oppure
sentimentalmente freddi. Può essere stato punito spesso senza un motivo
giusto.

PENSA: Non posso fidarmi di nessuno, neanche di me stesso

Il PECCATO: La paura

LA TRAPPOLA: La codardia o la temerarietà

LA NAZIONE: La Germania e il Giappone

TIPO 7 - Il 'Tuttofare'

Emana gioia e ottimismo ama giocare e divertirsi. É un entusiasta. Vuole
avere "più" di tutto non vuole crescere (Peter Pan). Spesso ha problemi di
peso (odia le diete) Vive di eccessi.

INFANZIA: Molti sette hanno fatto esperienze traumatiche e dolorose
nell'infanzia che non vogliono ripetere

NON SOPPORTA: Il dolore e la sofferenza

PENSA: Voglio essere felice, voglio godermi la vita il più possibile

CHIEDE: Sarò abbastanza simpatico?

Il PECCATO: L'ingordigia, l'intemperanza

LA TRAPPOLA: Idealismo, superficialità

LA NAZIONE: Il Brasile

TIPO 8 - Il 'Leader'

Ha un forte senso della giustizia. È aggressivo, autoritario, dà ordini
volentieri. Controlla tutto e tutti. Tende ad imporre il suo potere sugli
altri È provocatorio, litigioso, rissoso Incute timore

NON SOPPORTA: La debolezza, le ingiustizie, l'ipocrisia

INFANZIA: Ha subito soprusi e ingiustizie (gli 8 spesso provengono da
ghetti, o da famiglie molto abusanti fisicamente).

PENSA: Devo essere 'cattivo' perché essere buoni significa debolezza

IL PECCATO: La lussuria

LA TRAPPOLA: La vendetta e la ritorsione, la punizione del "colpevole"

LA NAZIONE: la Spagna

TIPO 9 - Il 'Pacificatore'

È costruttore di pace. È calmo, dolce e piacevole. È semplice, è
diplomatico. È sincero. È amorevole. È Influenzabile. Si lascia trasportare
dalla corrente. Cerca sempre di evitare il conflitto.

NON SOPPORTA: Il conflitto, la lotta, l'aggressività

INFANZIA: Si è sentito trascurato o "sommersi" in qualche modo. É stato
ignorato oppure rifiutato quando esprimeva un'opinione.

PENSA: Non valgo molto, è meglio andare d'accordo con tutti, così non ho
fastidi

CHIEDE: "Perché devo stare in piedi se posso sedermi? Perché devo stare
seduto se posso stare sdraiato? Perché voi siete così frenetici?"

IL PECCATO L'accidia, la pigrizia

LA TRAPPOLA: La resa, l'abbandono, la fuga

LA NAZIONE: il Messico

TIPO 1 - Il 'Riformatore'

Perfezionista.Ha un amore esagerato per ordine e pulizia. E' corretto e
sincero. Ha senso pratico. Autocontrollo, serietà, inflessibilità. Emette
critiche pungenti e giudizi. A volte è pedante. E' pignolo.

NON SOPPORTA: L'imperfezione, il disordine. La non puntualità, la
spiritosaggine. L'incorrettezza.

INFANZIA: Ha dovuto sempre "controllarsi" per essere approvato. Ha avuto
genitori critici ed esigenti

PENSA: "Come posso rendere tutto 'perfetto'?

CHIEDE: Ho ragione?

IL PECCATO: Ira

TRAPPOLA: Giudizio, critica, ipersensibilità all'imperfezione.

LA NAZIONE: La Russia e la Svizzera

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- Consigli -

L'enneagramma ci aiuta a individuare le forze che dobbiamo coltivare e ci
indica la direzione da seguire sviluppando le qualità positive del nostro
tipo di personalità. In tal modo l'enneagramma è molto utile perché ci aiuta
a comprendere i nostri punti di forza e le nostre debolezze; ci aiuta a
sapere quale prezzo dovremo pagare a lungo termine se continuiamo a
ingrandire il nostro "io" e a rifuggire la crescita e ci aiuta a sapere con
certezza che vi è un modo "positivo" di vivere. Se vogliamo che il nostro
cambiamento vada in direzione della crescita dobbiamo imparare a desiderare
ciò che è veramente giusto per noi e avere il coraggio di ribellarci alle
nostre paure.

Consigli per la personalità 2

1. Chiedetevi ciò di cui gli altri hanno VERAMENTE bisogno e quindi
aiutateli a perseguirlo. (Non date solo ciò che pensate farà loro piacere,
ma ciò che realmente necessitano).

2. Siate generosi senza preoccuparvi del contraccambio.

3. Cercate di acquisire CONSAPEVOLEZZA dei vostri secondi fini: la vostra
tendenza a controllare gli altri, le vostre aggressioni, la vostra lingua
tagliente.
4. Resistete alla tentazione di attirare l'attenzione sulle vostre opere
buone.

5. Non cercate di guadagnare l'amore degli altri facendo regali o lodi
immeritate. Aiutate gli altri quando ve lo chiedono aiutandoli a cavarsela
da soli.

6. Non cercate sempre "nuovi" amici.

7. Quando fate qualcosa per gli altri fatelo "dietro le quinte" senza che
essi se ne accorgano.

8. Non siate possessivi con gli amici, condivideteli con gli altri. C'è
abbastanza amore per tutti.

9. Assicuratevi che i motivi che vi spingono ad aiutare gli altri siano
DISINTERESSATI. Non nascondetevi dietro "buone intenzioni".

10. Amate gli altri DISINTERESSATAMENTE e per quello che sono.

- Consigli per la personalità -

1. Sviluppate la CARITÀ e la cooperazione nelle vostre relazioni. Non
cercate di sottomettere gi altri, di escluderli, di fare gli snob. Prendete
in considerazione i loro bisogni e i loro sentimenti.

2. Siate SINCERI! Siate onesti riguardo alle vostre imprese, senza vantarvi
o esagerare le cose. Non gonfiate la vostra importanza. Siate AUTENTICI.

3. Siate degni di fiducia. Mantenete i segreti e le confidenze e resistete
al desiderio di usarli a vostro vantaggio. Non siate "doppi" o falsi.

4. Sviluppate una COSCIENZA SOCIALE. Siate coscienti della vostra tendenza a
sentirvi in diritto di ottenere ciò che volete a spese altrui. Non usate gli
altri, non approfittate delle situazioni. Siate disponibili a dare quanto
ricevete e anche di più.

5. Non siate "camaleonti" (o "cloni") per essere accettati. Siate voi stessi
e sviluppate i vostri valori.

6. Sostenete gli altri e incoraggiateli. Invece di cercare l'attenzione e
l'ammirazione datela voi agli altri quando la meritano. Apprezzate gli
altri.

7. Utilizzate le vostre grandi energie, il senso dell'umorismo,
l'organizzazione, l'animazione, il brio a beneficio dei gruppi a cui
appartenete e dei singoli, assicurandovi che anch'essi stiano sviluppando le
loro migliori qualità.

8. Non esagerate nel voler essere acclamati. 9. Limitate la vostra tendenza
a voler competere.

10. Sviluppate le vostre potenzialità spirituali. Non distraetevi a
confrontarvi con chicchessia e non crucciatevi per il successo altrui. Se
concentrate la vostra attenzione e le vostre capacità nello svolgere
un'opera meritoria (specialmente a beneficio altrui) siete già sulla buona
strada e i confronti diventano fuori luogo. Date il meglio di voi e non
preoccupatevi degli altri.

- Consigli per la personalità -

1. Non prestate troppa attenzione ai vostri sentimenti.

2. Evitate di rimandare le cose fino a quando non siate "dell'umore giusto".
Impegnatevi in un'opera produttiva e significativa che contribuisca al bene
vostro e degli altri. Non state ad aspettare "l'ispirazione". Mantenete il
collegamento col mondo reale: lavorate!

3. L'autostima e la fiducia in voi stessi si svilupperanno soltanto provando
esperienze positive, indipendentemente dal fatto che crediate di essere
pronti o meno ad affrontarle. Mettetevi in cammino verso il bene. Dedicatevi
a qualcosa di incoraggiante e positivo per voi (non aspettate di sentirvi "a
posto"). Non rinviate! Iniziate dal poco, ma iniziate!

4. Utilizzate una sana AUTODISCIPLINA e perseverate in essa: dormite
regolarmente quanto basta, lavorate regolarmente. Evitate di darvi ad
eccessi sessuali, alcool, sonno o fantasie.

5. Evitate di fantasticare troppo (soprattutto se in pensieri negativi, di
risentimento, o troppo romantici). Invece di immaginare, VIVETE!

6. Parlate apertamente con qualcuno di cui vi fidate. Potrete scoprire che
non siete diversi ed estranei quanto sentite di essere. Entrate in relazione
con qualcuno per "trovare voi stessi".

7. Il servizio comunitario vi renderà meno timidi e impacciati e vi farà
sentire meglio. Scoprite quali sono le cose buone in voi e lasciatevi
coinvolgere praticamente.

8. Non lasciatevi sopraffare dall'autocommiserazione o dalle lamentele verso
i genitori, dai pensieri della vostra infanzia infelice, dalle relazioni
andate male o sul fatto che nessuno vi capisce. Se vi sforzate di comunicare
vi capiranno. Non minate continuamente la vostra autostima.

9. Non fate di tutto una questione personale, non siate permalosi o
ipersensibili. Dopotutto un'osservazione critica non è tutta la verità su di
voi. Parlate in modo schietto e spontaneo e non permettete agli altri di
approfittare di voi.

10. Siete amici migliori per gli altri che non per voi stessi. Siate AMICI
DI VOI STESSI!. Concedetevi un'opportunità.

- Consigli per la personalità -

1. Non ponete preconcetti alla realtà e osservatela. Analizzate meno e
OSSERVATE di più, anziché tenere la mente occupata in teorie fantastiche o
speculazioni.

2. Sforzatevi di imparare a calmarvi, rilassarvi, distendervi: meditazione,
jogging, yoga, danza sono utili per voi.

3. Vi manca il senso della prospettiva, vedete molte possibilità e non
sapete scegliere né giudicare. Ascoltate qualcuno del cui giudizio vi
fidate, ne varrà la pena.

4. Non affrettate le conclusioni. Non siate pregiudizialmente ancorati a
precedenti idee, mantenete APERTA LA MENTE e concedete un'altra opportunità
alle persone.

5. Apritevi emozionalmente agli amici, siate ACCESSIBILI, ciò vi giverà
enormemente.

6. Cerate di essere cooperativo e meno solitari. Educate le altre persone,
per voi sarà istruttivo.

7. Non fate sentire gli altri a disagio, non dimenticate le convenzioni
sociali che aiutano gli altri a sentirsi a loro agio con voi.

8. Evitate di guardare dall'alto in basso coloro che ritenete meno
intelligenti di voi. Se anche fossero meno intelligenti di voi non vuol dire
che siano stupidi. Cercate di accettare i limiti intellettuali altrui senza
essere cinici e sdegnosi.

9. SE gli altri cominciano ad evitarvi o reagiscono in modo antagonistico
con voi considerate la possibilità che sia partito da voi. Esaminatevi per
vedere in che cosa avete contribuito ad alimentare i vostri conflitti
interpersonali.

10. Disponete di un'enorme capacità di comprensione. Pensate ai modi in cui
potete sviluppare la COMPASSIONE per gli altri. Così emergeranno i vostri
sentimenti più amabili e smusserete le spigolosità. La diffidenza diminuirà
e sarete più rilassati e felici. Non usate solo la testa: usate di più il
cuore, ciò vi renderà più completi.

- Consigli per la personalità -

1. Ricordatevi che non c'è niente di straordinario nell'essere ansiosi, dato
che tutti lo sono. Imparate ad utilizzare la vostra ansia e a venire a patti
con essa.

2. Cercate di non stare sulle difensive e di non essere irascibili. Non
incolpate gli altri per cose che voi stessi avete fatto o determinato.
Resistete alla tendenza di pensare negativo e di piagnucolare.

3. Imparate ad identificare ciò che vi porta ad iperagire. Le cose non sono
così nere come le dipingete e molte le avete attirate voi col vostro
atteggiamento.

4. Sforzatevi di fidarvi di più ed entrate in intimità, correte il rischio
di essere rifiutati, ne vale la pena. Rivelate alle persone quali sono i
vostri sentimenti nei loro riguardi.

5. L'opinione che gli altri si sono fatti di voi è migliore di quanto non
pensiate. Siete voi ad avere paure ingiustificate.

6. Accettate le responsabilità con più maturità. La gente rispetta chi si
assume le responsabilità specialmente se ha commesso un errore.

7. Non potrete mai sentirvi sicuri se non sarete SICURI DI VOI STESSI.
Dovrete concentrarvi sull'obiettivo di affermare voi stessi, sviluppando
un'autentica fiducia nelle vostre capacità. Sviluppate buone ragioni per
aver fiducia nelle vostre capacità.

8. Non adorate l'autorità e non nascondetevi dietro l'atteggiamento di chi
dice: "Stavo solo obbedendo agli ordini". Non ingraziatevi coloro che
comandano, se qualcuno cerca un gregario non offritevi voi.

9. Non lanciate comunicazioni ambigue sui vostri atteggiamenti e desideri.
Siate leali con gli altri e dite ciò che vi passa per la mente. Evitate che
vi prendano per persone svenevoli, indecise, sempre sulle difensive.

10. Parlate francamente con chi detiene l'autorità (capufficio o qualcuno di
cui vi serva l'aiuto e la benevolenza). Se parlate francamente però non
diventate ostili e bellicosi. Cercate di mantenere un equilibrio delle
vostre emozioni.

- Consigli per la personalità -

1. Non siate impulsivi. Osservate i vostri impulsi e non cedete ad essi.
Esercitate controllo su voi stessi così potrete concentrarvi su ciò che vi
giova.

2. Imparate ad ascoltare gli altri. Potrete apprendere cose nuove. Imparate
ad apprezzare il silenzio e la solitudine (non dovete sempre distrarvi o
proteggervi dall'ansia) con il continuo rumore di TV e stereo. Se imparate a
confidare in voi stessi sarete più felici anche se farete meno cose.

3. Non dovete avere tutto subito (vale per cibo, alcool, o un cono gelato).
Molte opportunità vi si ripresenteranno.

4. Preferite la QUALITÀ alla quantità, specialmente nelle vostre esperienze.
Prestate attenzione a quello che fate e assimilate le vostre esperienze.

5. Assicuratevi che ciò che desiderate vi giovi veramente a lungo termine.
"Badate a ciò che desiderate, perché i vostri desideri potrebbero essere
esauditi!"

6. La felicità sopravviene dall'essersi dedicati a qualcosa a cui valeva la
pena di impegnarsi. Quando le priorità sono quelle giuste. Perciò non fate
della felicità il vostro principale obiettivo di vita perché ciò vi condurrà
sul sentiero sbagliato, verso l'incontentabilità e l'egocentrismo.

7. Non perdete il controllo di voi stessi, è facile che ciò vi accada perché
vi è naturale entusiasmarvi per ogni cosa. Avete paura di subire privazioni,
ma se non la superate, sarete inevitabilmente privati non solo della
felicità, ma di molte altre cose.

8. Sapete essere molto simpatici, avete senso dell'umorismo, tuttavia STATE
ATTENTI A CIÒ CHE DITE. Non siate sgarbati, non dite di più per fare effetto
o per suscitare una reazione negli altri. Potreste offendere.

9. Trovate dei modo per DARE anziché solo avere. Considerate il motto: "È
meglio dare che ricevere". Il possesso materiale non potrà mai soddisfarvi
pienamente.
10. Ricordate di trovare il tempo per ESSERE GRATI dell'esistenza.

- Consigli per la personalità -

1. Agite con RIGUARDO. Dimostrerete la vostra vera forza se eviterete di
scagliarvi contro gli altri. Il meglio di voi lo date quando aiutate
qualcuno a superare la sua crisi. Se siete MISERICORDIOSI ben pochi
approfitteranno di voi e vi assicurerete più lealtà e devozione.

2. Non siete gli unici ad essere al mondo. Gli altri hanno i vostri stessi
diritti e bisogni che non possono essere ignorati né violati. Se li ignorate
la gente non solo vi temerà (cosa che volete) ma perderà ogni rispetto per
voi e vi odierà.

3. Imparate a cedere, almeno ogni tanto. Il desiderio di dominare sempre
tutto e tutti è indice di un ego gonfiato: è un segnale di pericolo che vi
porterà gravi conflitti.

4. È tipico degli 8 contare solo su di sé e non dipendere da nessuno, ma
ironicamente essi dipendono da molte persone (gli altri comunque devono
eseguire i vostri ordini), se allontanate tutti alla fine vi troverete solo
con gente servile e infida. Sia nel mondo degli affari sia nella vita
familiare, la vostra autosufficienza è in gran parte illusione.

5. Non sopravvalutate il denaro come fonte di potere. Coloro che si sentono
attratti da voi per il vostro denaro non vi amano per voi stessi e voi non
li amate né rispettate.

6. Imparate a dedicarvi ad uno scopo più alto del vostro interesse
personale. Dare il vostro amore alla famiglia e riceverne in cambio è uno
scopo alto. Ma se tutto si riduce al vostro interesse personale non vi
elevate spiritualmente.

7. Se Dio esiste, vi è qualcun altro al quale dovete sottomettervi e questo
per voi è inaccettabile. Se non credete in Dio, ciò si fonda su autentiche
convinzioni intellettuali o non volete rinunciare al vostro io e alle cose
che vi piacciono? Molto può dipendere dalla vostra risposta a questa
domanda.

8. Se siete stati spietati o causa di dolore o di offesa per gli altri, se
avete usato persone per il vostro piacere o profitto, cambiate la vostra
vita finché siete in tempo. Una vita così porta ad una morte solitaria.

9. Una delle vostre potenzialità è quella di creare opportunità per gli
altri. Se create la vostra forza per dare speranza e prosperità verrete
ricordati come benefattori e rispettati. Quindi, se siete in una posizione
di potere siate MAGNANIMI. Se andrete incontro ai bisogni degli altri, gli
altri verranno incontro ai vostri.

10. Pensate al male che potete provocare agli altri e anche al bene che
potete fare. Per che cosa volete essere ricordati?

- Consigli per la personalità -

1. Dovreste esaminare la vostra tendenza ad andare d'accordo con tutti
facendo quello che vogliono loro pur di mantenere la pace. Avrete così
relazioni soddisfacenti? Non potete amare annullandovi. Dovete essere
indipendenti per esserci quando gli altri hanno bisogno di voi

2. Siate attivi! Datevi da fare. Non sognate ad occhi aperti. Siate
partecipi del mondo che vi circonda. Rispondete di più mentalmente e
emozionalmente.
3. Siate consapevoli di avere anche impulsi aggressivi, ansie ed altri
sentimenti che dovete affrontare.

4. Esaminate le vostre relazioni e cercate di vedere come avete contribuito
a creare i problemi. Sacrificate per un momento la vostra pace mentale per
ottenere relazioni autentiche.

5. Esercitatevi ad essere CONSAPEVOLI del vostro corpo e delle vostre
emozioni. Praticate esercizio regolare, questa è una forma di
AUTODISCIPLINA. Cercate di acquisire concentrazione.

6. Non reprimete i vostri sentimenti o somatizzerete con inspiegabili mal di
testa, dolori alla schiena, nausea, attacchi di panico (paura di uscire in
luoghi pubblici). Cercate aiuto se insorgono questi problemi.

7. Non usate tranquillanti (se non in casi di crisi profonda), vi
impediscono la consapevolezza. Affrontare la crisi vi porterà maggiore
autostima e farà capire agli altri che siete forti e che possono contare su
di voi.

8. Accettate la vita e vivetela per non giungere alla fine della vita e
sentire di "non aver mai vissuto". Siate consapevoli della grandezza della
vita e sentitevi VIVI.

9. Confidate le vostre ansie al coniuge, ai vostri amici. Abbiate fiducia ed
esprimetevi. Questa è una base per vivere sereni.

10. Gli altri si sentono calmi, accettati e al sicuro con voi, ma vi
ameranno ancora di più se sentiranno che li capite e che siete attenti ai
loro bisogni. Ascoltate gli altri attentamente e imparate a conoscerli per
quello che sono.

- Consigli per la personalità -

1. Imparate a RILASSARVI. Concedetevi tempo per voi stessi, senza pensare
che siete voi a dover fare tutto e che se non fate qualcosa sarà il caos. La
salvezza del mondo non dipende solo da voi.

2. Siete dei buoni insegnanti e avete molto da insegnare, ma non vi
aspettate che gli altri cambino immediatamente. Ciò che per voi è ovvio può
non esserlo per gli altri. Se non cambiano subito non vuol dire che non
potranno cambiare dopo. Le vostre parole e il vostro esempio possono fare
molto.

3. Non fate prediche. Voi stessi non siete esenti da difetti, smettetela di
esaminare gli altri e riconoscete i vostri difetti.

4. Entrate in contatto con i vostri sentimenti e con i vostri impulsi
inconsci. Potrebbe esservi utile tenere un diario o iniziare terapie e
lavori di gruppo, sia per sviluppare le vostre emozioni, sia per vedere che
gli altri non vi condannano se avete bisogni e limiti umani.

5. Il vostro punto debole è l'IRA che nasce dal sentirvi più virtuosi degli
altri. Vi arrabbiate facilmente per quello che vi sembra il perverso rifiuto
degli altri di fare la "cosa giusta" come voi la definite. Guardatevi
dall'assumere il ruolo di GIUDICE e censore, tenendo sermoni e
moraleggiando. La vostra collera potrebbe portarvi l'ulcera o
l'ipertensione.

6. Imparate ad accettare che gli altri siano quello che sono e che decidano
per conto loro. Non dite sempre agli altri quello che è "giusto" che
facciano. Sappiate discernere saggiamente quando dire e come dire, in base a
cosa l'altro può accettare.

7. Ascoltate gli altri: anch'essi hanno spesso ragione. Ascoltando
imparerete di più e diverrete migliori insegnanti.

8. Smettetela di fare i perfezionisti: non c'è un modo preciso per lavare i
piatti, per stirare una camicia o per fare altre cose. Evitate di essere
pignoli.

9. Non siate ossessivi nei vostri pensieri e forzati nelle vostre azioni.
Non abbiate un "eccessivo" amore per l'ordine (spesso ciò dimostra la paura
di perdere il controllo in qualche campo della vita) cercate di capire cosa
vi turba e non sprecate le vostre energie in piccoli fastidi.

10. Non avete bisogno di essere perfetti per essere buoni. Siate UMANI, non
perfetti e inumani.

--------------------------

Bibliografia consigliata:
Richard Rohr - Andreas Ebert - Scoprire l'enneagramma - San Paolo
Richard D. Riso - Conoscersi con l'enneagramma - Piemme
Richard Riso - Le 9 personalità - Armenia
Claudio Naranjo - Carattere e nevrosi . L'enneagramma dei tipi psicologici -
Astrolabio
Helen Palmer - L'enneagramma - La geometria dell'anima che vi rivela il
vostro carattere - Astrolabio
Renee Baron - Elizabeth Wagele - L'enneagramma facile facile. Alla scoperta
dei nove tipi di personalità - San Paolo
Peter Hannan - I nove volti di Dio, un viaggio di fede attraverso
l'enneagramma - San Paolo

#10283 Da: <posta@...>
Data: Mar 27 Mar 2007 8:28 am
Oggetto: Trapiantati organi infetti da HIV
posta@...
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Trapiantati organi infetti da HIV

di: Nerina Negrello, presidente Lega Nazionale contro la predazione di
organi

Ospedale Careggi-Firenze-13/14 Febbraio 2007
Non è errore umano ma di sistema anzi ideologico.
Decreto 2 agosto 2002-Certificazione dell'idoneità degli organi.
Tre trapiantati con organi infetti da HIV: due uomini quarantenni e una
donna di 27 anni. Uno già conclamatamente HIV positivo, gli altri due già
sepolti nel silenzio che è il dimenticatoio della malasanità.

L'immediata tesi delle autorità sanitarie della regione Toscana e nazionali
è stata “errore umano: la biologa ha scritto 'negativo' al posto di
'positivo', perdoniamola !” e “i biologi di Pisa, addetti alle indagini per
lo stoccaggio dei tessuti, sapevano dell'HIV il giorno 16 e non hanno
tempestivamente segnalato”. Scuse puerili ed offensive dell'intelligenza
degli italiani. Infatti se gli esami del sangue avessero veramente segnalato
un Hiv positivo, la biologa avrebbe dovuto per protocollo ripetere l'esame e
non trascriverlo. Ciò induce a pensare che il test dell'HIV non fosse
incluso nei primi esami al Careggi che hanno dato esito negativo (e infatti
lei ha scritto “negativo”). Inoltre, la scoperta dell'HIV dopo i trapianti
sono la prova provata che l'errore è di sistema, anzi di più, è ideologico.
Fame d'organi.

Infatti il Decreto 2 Agosto 2002 “Criteri modalità per la certificazione
dell'idoneità degli organi prelevati al trapianto(art.14, c.5, Legge 1
aprile 1999 n.91)” prevede l'utilizzo di qualsiasi organo anche infetto, ad
eccezione di organi da "donatore" positivo per HIV e da “donatore” positivo
contemporaneamente per HbsAg, anti-HBc e anti-HDV. Per la ricerca della
presenza di tumori presenti o pregressi si effettua la sola “raccolta di
dati anamnestici, l'esame obiettivo e, se del caso, l'esecuzione di analisi
di laboratorio”. Qualora emerga la presenza di una neoplasia è consentito il
trapianto secondo le linee guida predisposte dal Centro Nazionale Trapianti.

Legittimamente tutti si domanderanno come si possa espletare l'anamnesi e
l'esame obiettivo per la ricerca di infezioni e tumori su un paziente in
coma che non parla. Il ridicolo supera l'approssimazione in tali criteri di
indagine. Quale la spinta per tali ridicole linee guida? Ce lo dice Sirchia
nel preambolo al Decreto: “... l'impossibilità clinica di definire
preventivamente, in termini assoluti, l'idoneità di un organo al
trapianto...”, “... la ridotta disponibilità di organi utilizzabili rispetto
alle richieste ... dei pazienti in lista d'attesa conferiscono connotazioni
diverse (più “spigliate” ndr) alla disciplina sulla sicurezza del trapianto
d'organo rispetto a quella ... delle trasfusioni di sangue” e ancora “Può
dichiararsi ammissibile impiegare un organo non ottimale che si renda
disponibile a favore di un paziente che si trovi in urgente necessità”.

Quindi il trapiantato non deve stupirsi se gli trapiantano un organo più
malato del suo, perché la valutazione dei medici è soggettiva sulla base
delle “caratteristiche del paziente ricevente”. Il Decreto è consultabile su
www.antipredazione.org. La Regione Toscana sembra aver adottato con
eccessivo zelo tali comportamenti disinvolti, che l'hanno resa leader in
Italia sia per numero di espianti, che per i brevi tempi di attesa. Infatti
nel 2006 il tasso di cosiddetti donatori segnalati dalle rianimazioni
toscane è stato di 74,3 per milione di abitanti contro una media nazionale
di 34,7 (più del doppio). Nei tre Centri di trapianto toscani nel 2006 sono
stati eseguiti 330 trapianti, dimostrando una produttività trapiantistica
pericolosa.

Ora gli ideologi del trapianto ad ogni costo puntano all'introduzione della
tessera sanitaria informatizzata per sapere subito all'atto del ricovero in
ospedale se il soggetto “caduto nella rete” è di buona qualità per essere
fagocitato dal ricevente, o infetto da eliminare prontamente. L'azienda
ospedaliera informa che chi ha commesso l'errore potrà essere perseguito
solo su querela di parte per lesione colposa, escludendo di procedere in
prima persona. Ma i tre trapiantati perdonano in coro, non presenteranno
nessuna querela e non avvieranno l'azione penale. Come potrebbero ? Sono
nelle loro mani. E verso chi della catena dei responsabili ? Meglio il
risarcimento di 6 milioni di euro, che la Regione è pronta ad anticipare in
parte. Comunque i tre trapiantati oltre alla terapia immunosoppressiva, che
li espone ad infezioni di qualsiasi genere, dovranno sottoporsi a terapie
farmacologiche di frontiera. Perfette cavie.

Ancora più grave appare il superamento delle norme di legge che impongono ai
medici di segnalare all'autorità giudiziaria i casi sospetti di reato. Forse
per ottenere gli organi sono stati chiusi troppi occhi di fronte ad una
giovane donna di 41 anni in coma per emorragia cerebrale da trauma cranico
occorsole tra le pareti domestiche.

In caso di lesione, coma o morte sospette l'autorità giudiziaria avvia le
indagini, compresa l'autopsia medico-legale chiarificatrice, ma ciò avrebbe
impedito l'espianto, che si esegue sempre a cuore battente, mentre
l'autopsia vera si fa solo a cuore fermo, come insegna il caso di Federica
Monteleone, il cui espianto è stato bloccato, ai fini dell'autopsia, dagli
stessi medici inquisiti per l'incidente avvenuto in sala operatoria a Vibo
Valentia, nonostante la pressione del padre per la donazione.

Se il magistrato fosse stato edotto sulle sospette condizioni in cui la
donna è stata trovata, non avrebbe dato il nulla-osta per l'espianto, se
l'ha dato significa che non è stato informato puntualmente dai medici della
“stranezza” di quel trauma cranico inspiegabile.

Questa donna:

- Può aver subito una aggressione in casa;

- Pare sia stata “donata” da marito e familiari, ma per legge avrebbero solo
potuto opporsi;

- È stata torturata con l'espianto a cuore battente (di fegato, reni e
tessuti), sotto farmaci paralizzanti;

- È stata pure infangata agli occhi dell'opinione pubblica per quell'HIV di
cui era affetta.

Teoricamente si profila un nuovo modo di eliminazione in famiglia: basta
donare gli organi e nessuno indagherà sulle cause del coma, nasce la
collusione di due interessi. Si profila l'omicidio perfetto.

Il Procuratore capo di Firenze a lato del fascicolo aperto per lesioni
colpose sui trapiantati infettati, a nostro avviso, dovrebbe aprirne un
altro per indagare sulle cause del trauma cranico e sulla fretta di chi ha
dichiarato la cosiddetta morte cerebrale a cuore battente, e di chi ha
valutato gli organi dopo una impossibile anamnesi e un esame obiettivo
altrettanto fasullo, perché lei non poteva comunicare.

L'ideologia del trapianto ad ogni costo, sviluppa una società di barbarie.

Comunicato stampa: ANNO XXIII - n. 2 del 22 Marzo 2007

Per ulteriori informazioni:

LEGA NAZIONALE CONTRO LA PREDAZIONE DI ORGANI
E LA MORTE A CUORE BATTENTE
24121 BERGAMO Pass. Canonici Lateranensi, 22
Phone: +39 035-219255
Fax +39 035-235660
E-mail: lega.nazionale@...
www.antipredazione.org
C.C.P. 18066241
nata nel 1985

#10282 Da: <amadeux@...>
Data: Mar 27 Mar 2007 8:28 am
Oggetto: Il segreto dell'immortalità
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Il segreto dell'immortalità

di Giampiero Cara


Le grandi religioni della storia sono concordi nell'affermare che l'essere
umano possiede un'anima immortale. Nel far questo, scavalcano il problema
del tempo proiettandosi direttamente in un'eternità estranea al "qui ed
ora". Ma, in genere, concordano anche sul fatto che il corpo fisico debba
morire, prima o poi.

Le religioni orientali si basano sul principio della reincarnazione, ossia
la credenza che l'anima compia il suo processo di evoluzione incarnandosi in
corpi diversi fino a raggiungere la liberazione dal ciclo dell'esistenza
fisica. In Occidente, invece, la religione cristiana afferma una sorta di
immortalità del corpo materiale. Poiché Gesù, ispiratore del Cristianesimo,
è risorto, anche noi, anime individuali che non possono reincarnarsi,
risorgeremo un giorno nel nostro involucro di carne. Si tratta però di
un'immortalità che si verifica solo per intervento divino, peraltro dopo un
periodo indefinito di sospensione della vita fisica.


PIETRA FILOSOFALE ED ETERNA GIOVINEZZA

Ma il divario che sembra esistere tra il tempo della dimensione fisica e
l'"eternità promessa" si può colmare soltanto con l'invecchiamento e la
morte del corpo? Non tutti la pensano così. Fin dall'antichità sono
esistiti, all'interno delle grandi tradizioni filosofiche e religiose,
uomini o gruppi dediti alla ricerca dell'immortalità non solo dello spirito
ma anche del corpo. Basti pensare, in Occidente, agli alchimisti che,
attraverso la simbolica "pietra filosofale", cercavano il segreto
dell'eterna giovinezza.

Si dice che esistano, infatti, testimonianze di "incontri postumi" con
grandi alchimisti in carne ed ossa come Nicolas Flamel, Gerolamo Cardano ed
il celebre Conte di Saint-Germain. Secondo il francese Marcel Pouget, autore
del libro "L'immortalità fisica" (Ed. Mediterranee, £ 20.000), che si rifà
proprio all'antica tradizione alchimistica, l'essere umano può, con
l'evoluzione individuale e mediante l'uso di particolari tecniche, liberarsi
dalla morte, oltre che dalle malattie e dalla vecchiaia. Se infatti lo
spirito è immortale, per essere in grado di prolungare indefinitamente la
propria esistenza anche sul piano fisico è necessario elevare il proprio
livello di coscienza al grado spirituale.

In Oriente, esiste una tradizione più ricca e più antica in questo senso
(anche l'alchimia, dopotutto, ha radici orientali). Secondo la filosofia
taoista, per esempio, la pratica costante di particolari tecniche conduce
all'equilibrio perfetto di corpo e spirito, e quindi all'immortalità. Nella
credenza comune, questo stato di perfezione è stato raggiunto da grandi
saggi della storia come Confucio, Lao Tsu e i leggendari "Otto Immortali"
taoisti.

Passando dalla Cina al vicino Tibet, in "I cinque tibetani" di Peter Kelder
(Ed. Mediterranee), un libriccino diffuso per la prima volta in Occidente
negli anni Trenta, si afferma l'esistenza di un gruppo di Lama che conosceva
il segreto della "Fonte della Giovinezza" e lo ha tramandato per millenni.
Eseguendo dei semplici esercizi, o meglio riti, pare che questi monaci
fossero in grado di mantenere o di restituire la giovinezza riequilibrando
il funzionamento dei sette chakra, poiché sarebbe proprio la loro condizione
anormale la causa della malattia, dell'invecchiamento e della morte. (Per
saperne di più sui "5 tibetani", leggi l'altro articolo della sezione "Nuova
Spiritualità" intitolato "I riti tibetani per l'eterna giovinezza").


DAL KRIA YOGA AD AUROBINDO

Un'altra tradizione immortalista orientale è quella del Kria Yoga,
originario dell'India Meridionale. Nel testo "Babaji, lo yogi immortale"
(ed. Jackson/Futura) si associa questa antica pratica ai diciotto Siddha, i
mitici yogi immortali che meditano sull'Hymalaya per favorire l'evoluzione
spirituale dell'umanità, ed al leggendario maestro Babaji, il quale si dice
che viva sulla Terra da 1.700 anni, mantenendo un aspetto giovane e
affascinante (si tratterebbe dello stesso Babaji che, all'inizio degli anni
Ottanta, ispirò a Leonard Orr i principi del Rebirthing).

Allo scopo di ringiovanire il corpo e di renderlo immortale, i Siddha
crearono dei particolari trattamenti, i kaya kalpa, per conservare le
energie vitali del corpo attraverso il controllo delle secrezioni interne e
per trasmutare l'energia sessuale. Tutto questo interesse per il corpo era
dovuto al fatto che i Siddha lo consideravano il veicolo perfetto della
scintilla divina interiore, e ritenevano che solo prendendosene cura l'uomo
potesse arrivare alla realizzazione delle sue più alte potenzialità.

All'insegnamento dei Siddha sembra ispirarsi il celebre Sri Aurobindo, per
il quale, in effetti, l'immortalità fisica rappresentava il prossimo stadio
nell'evoluzione dell'umanità. "Se la totale trasformazione dell'essere è il
nostro scopo", scriveva questo grande saggio indiano contemporaneo, "la
trasformazione del corpo è indispensabile; senza di essa, non ci sarà
possibile ottenere realmente una vita divina sulla Terra".
Secondo la sua dottrina, dunque, un cambiamento di coscienza non può non
comportare anche una trasformazione fisica. Raggiungendo l'illuminazione,
anche il corpo e gli organi che lo compongono dovrebbero diventare "centri
di energia cosciente attivati dalla volontà cosciente".


DEEPAK CHOPRA E IL "CORPO SENZA ETA'"

All'opera di Aurobindo si ricollega idealmente, da una prospettiva
scientifica, Deepak Chopra, il celebre "medico New Age" di origine indiana,
quando, basandosi sull'identità di energia e materia scoperta da Einstein,
definisce il corpo "pura energia tenuta insieme e plasmata dalla
consapevolezza".

Nel suo splendido libro "Corpo senza età, mente senza tempo" (Sperling &
Kupfer), il dottor Chopra scrive che il nostro corpo, apparentemente
composto di materia solida suddivisibile in molecole ed atomi, è in realtà
soprattutto vuoto, poiché la fisica quantistica ci dice che ogni atomo è
composto per il 99,9999% di spazio vuoto e che le particelle subatomiche,
che in questo spazio si muovono alla velocità della luce, sono in realtà
fasci di energia vibrante.
Si tratta tuttavia di un "vuoto" che reca misteriosamente impressa
un'infinità di informazioni e che pulsa di un'intelligenza invisibile,
condivisa da tutto il corpo.

Col passare del tempo, però, il flusso di quest'intelligenza subisce vari
intoppi a causa di quello che chiamiamo invecchiamento. Come mai? Secondo
Chopra, "l'aspettativa che abbiamo ereditato, secondo la quale il corpo deve
deteriorarsi con il tempo, insieme con le profonde convinzioni secondo cui
siamo destinati a soffrire, invecchiare e morire, crea il fenomeno biologico
che chiamiamo invecchiamento", e quindi la morte.


"RINASCERE" PER NON MORIRE

E' d'accordo su questo anche Leonard Orr, l'ideatore del Rebirthing, che si
ricollega alla tradizione indiana dei Siddha (il suo maestro, in effetti, è
stato proprio Babaji, o almeno una sua materializzazione avvenuta negli anni
Settanta). Secondo lui, la principale causa dei decessi è la credenza comune
secondo cui la morte è ineluttabile.

In realtà, assicura Orr, ci sono casi di persone vissute migliaia di anni
praticando degli esercizi di purificazione spirituale, ma se non crediamo
nella possibilità dell'immortalità fisica non ci viene neppure in mente di
andarli a cercare, e comunque, se li incontrassimo, li considereremmo degli
impostori (in effetti, come si fa a chiedere la carta d'identità a
un'immortale?)

Inoltre, l'invecchiamento e la morte rappresenterebbero il desiderio rimosso
di tornare nell'utero, visto come oasi di beatitudine prima di una vita
piena di sofferenze. In effetti, i cambiamenti sia fisici sia psicologici
che ci si aspettano dall'invecchiamento (come la caduta di capelli e denti,
il rimpicciolimento del corpo, la diminuzione della forza fisica e della
coordinazione psicomotoria, e talvolta l'incontinenza e la perdita
dell'autocoscienza) corrispondono a certe caratteristiche salienti della
primissima infanzia. Persino l'incurvamento che spesso si verifica in età
avanzata potrebbe rappresentare un tentativo di riassumere la posizione
fetale.

In ogni caso, che l'invecchiamento sia di natura psicologica è dimostrato,
secondo Chopra, dal fatto che le cellule del corpo, in realtà, non
invecchiano. Anzi, si rinnovano continuamente. La pelle viene sostituita in
un mese, il rivestimento dello stomaco ogni cinque giorni, mentre per il
fegato ci vogliono sei settimane e per lo scheletro tre mesi. Organi che
sembrerebbero sempre gli stessi sono, in realtà, in costante divenire. "Ogni
anno", conclude Chopra, "il 98% degli atomi del vostro corpo sarà stato
cambiato".


L'ILLUSIONE DEL TEMPO

Allora, "se i nostri corpi sono in grado di creare nuove cellule", aggiunge
Phil Laut, un allievo di Orr, nel libro "Rebirthing" (Astrolabio), "per
poter invecchiare, queste cellule dovrebbero essere più vecchie di quelle
che hanno sostituito. Ma se sono cellule nuove, come fanno a essere più
vecchie?"

Questa domanda ci riporta al fattore fondamentale a cui invecchiamento e
morte appaiono indissolubilmente legati: il tempo. O meglio, la sua
percezione soggettiva, poiché il tempo, come ha dimostrato ancora una volta
Einstein, non è un fenomeno assoluto. Il fatto che le nuove cellule nascano
già vecchie dipende dalla nostra convinzione che esista un tempo oggettivo
che ci trasporta inesorabilmente verso la morte. Ma da secoli, basandosi
sull'esperienza della meditazione, i mistici indiani affermano senza mezzi
termini che lo scorrere del tempo è un'illusione: solo il presente esiste,
passato e futuro sono proiezioni mentali.

Se dunque il tempo non è che un eterno presente, Phil Laut consiglia di
porsi una domanda rivelatrice per comprendere la questione dell'immortalità:
"Sarei disposto a vivere per sempre provando esattamente quello che provo in
questo momento?" Se la risposta fosse sì in ogni istante, forse l'illusione
dell'invecchiamento e della morte potrebbe dissolversi...


Copyright © 2001 Giampiero Cara

#10281 Da: <amadeus@...>
Data: Mar 27 Mar 2007 8:29 am
Oggetto: Ritalin e senso di responsabilità
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Ritalin e senso di responsabilità

Giovanni Peccarisio per disinformazione.it

Leggo dal comunicato stampa di "Giù le mani dai bambini" del giorno 8-3-07
che l'agenzia italiana del farmaco Aifa con a capo un'ex dirigente di
FarmIndustria ha nuovamente immesso, e questa volta in via definitiva, il
Ritalin in Italia anticipando di tre settimane la data della delibera
annunciata a suo tempo, facendo in tal modo un bel regalo a tutte le donne
in occasione della loro festa.

Questo cosiddetto farmaco, già tolto dal mercato italiano (1989) per i
molti, devastanti effetti collaterali, appartiene alla famigerata famiglia
delle anfetamine e dovrebbe curare la sindrome da deficit di attenzione,
iperattività ed impulsività dei bambini.
L'arroganza delle multinazionali che agisce tramite i vari strumenti in loro
possesso, non ha veramente limiti.
Basti pensare che persino la Food and Drug Administration americana ha messo
in guardia dall’uso del Ritalin perché può causare ictus, crisi
maniaco-depressive, complicazioni cardiache e morte improvvisa.

Come non bastasse, a tutto ciò occorre aggiungere anche dell’altro.
I criteri diagnostici che portano alla somministrazione del Ritalin e di
altri psicofarmaci, come ormai molte persone sanno, non più soltanto gli
addetti, si basano essenzialmente sul Diagnostical and statistical manual,
4° edizione (Dsm-4a) redatti dall'Apa (Associazione psichiatri americani) od
anche su un altro manuale pressoché identico, pubblicato dall'Oms
(International classification diseases), 10a edizione (Icd-10°).

Questi due manuali descrivono diciotto comportamenti tipici di un bambino
normalmente vivace; la descrizione però dell’osservazione di questi del
tutto insufficienti diciotto comportamenti, in cui potrebbe essere
riconosciuto qualsiasi normale bambino, viene preceduta dall’avverbio
spesso, avverbio che nulla ha di scientifico.
Entrambi i manuali affermano che per poter formulare una diagnosi di Adhd è
necessario che un insieme di sintomi, il cui numero oltretutto varia dal
manuale a manuale a dimostrazione della soggettività non scientifica del
termine spesso, perduri almeno per sei mesi.

Questo è l'unico criterio diagnostico per definire l'Adhd come risulta dalla
parola stessa statistical di uno dei manuali. Ciò significa che la diagnosi
è formulata su principi statistici e non su principi obiettivamente
scientifici.
D'altra parte la stessa scienza medica riconosce che al momento, con gli
strumenti a disposizione, con gli attuali esami medici di laboratorio non è
in grado di diagnosticare la Adhd.
Su questa base lacunosa e ben poco scientifica, viene compiuta la scelta
terapeutica che nella maggior parte dei casi, dopo l'iter a cui viene
sottoposto il bambino, il ragazzo, il giovane, come ho già descritto in un
mio precedente articolo, si conclude con una prescrizione farmacologica.

Delle prescrizioni farmacologiche fanno parte gli psicofarmaci e tra questi
viene compreso il Ritalin anche se, come è già stato detto da più parti, il
prodotto non è un semplice psicofarmaco bensì un metilfenidato; di fatto il
Ritalin è una (meta) anfetamina.
Il 3 febbraio scorso a Padova si è tenuto un incontro sul tema:
"Psicofarmaci e bambini" a cui hanno partecipato come relatori  Luca Poma,
portavoce del comitato "Giù le mani dai bambini", il dottor Paolo Paolucci,
responsabile di un centro disabili psichici dell’Ussl 16, Marcello Pamio,
responsabile del sito www disinformazione.it ed il sottoscritto.
Dai vari interventi dei relatori e dalle testimonianze di persone presenti
tra il pubblico è risultato che la prima cosa da fare è imparare a
distinguere tra vivacità eccessiva, disagio affettivo e quello che invece è
il vero e proprio deficit di attenzione, l’iperattività e l’ impulsività
dipendenti da una causa organica quale ad esempio una sindrome post
encefalica.

Nessuno di coloro che hanno a che fare con bambini che potrebbero rientrare
nella supposta sindrome da Adhd, si possono permettere di lusso di sottrarsi
alle proprie responsabilità e sbagliare diagnosi.
I primi responsabili sono i genitori che devono porre la massima attenzione
ai disagi che manifestano i loro bambini poiché spesso sono conseguenza di
contrasti fra adulti o errori educativi di base.
In secondo luogo sono tutti coloro che in un modo o l’altro fanno parte
della attività scolastica e che considerano l'insegnamento un fine e non uno
strumento tra molti altri a servizio dell'educazione del bambino, ragazzo,
dell'adolescente e che si preoccupano più del profitto scolastico degli
alunni piuttosto che avere a cuore la maturazione psicoaffettiva di esseri
umani in formazione.

In terzo luogo la responsabilità di diagnosi errate sta in quei molti medici
e specialisti che sbrigativamente curano i sintomi farmacologicamente
basandosi su strumenti diagnostici inadeguati, quali il Dsm di cui sopra,
senza considerare con la dovuta attenzione le vere cause di disagio
affettivo scambiato per malattia.
Dalla responsabilità non vengono esclusi gli esperti dei programmi
ministeriali che ritengono di primaria e pressoché esclusiva importanza lo
sviluppo delle capacità intellettive dello scolaro senza tenere conto che,
di pari importanza, è la maturazione del suo mondo affettivo nonché la sana
costituzione del suo organismo fisico soprattutto nel periodo compreso tra
la, impropriamente detta, "scuola materna" e la fine della scuola media
inferiore ossia tra i tre ed i quattordici anni.

Come ho già scritto e ribadito in altri articoli e in altri libri, il
bambino è un essere unitario e come tale, molto più che nell'adulto, la
dipendenza e gli influssi reciproci di corpo, parte psichica e spirituale
sono strettissimi.
Alla luce di queste considerazioni è non solo necessario ma indispensabile
quindi che tutti gli adulti che attorniano il bambino non agiscano in ordine
sparso ma al contrario si scambino informazioni sul suo atteggiamento
comportamentale, ciascuno nel rispetto dei propri ambiti specifici.

Perciò i genitori, che in ogni caso sono da considerarsi i primi,
responsabili educatori, debbono imparare a colloquiare attivamente con gli
insegnanti i quali a loro volta, avendo globalmente a cuore la salute
dell'allievo loro affidato e non solo del suo rendimento scolastico, non
potranno che essere sempre disponibili a questi incontri in una fattiva e
reciproca collaborazione.
Il medico, il pediatra, il terapeuta, lo psicologo in una parola tutti
coloro che agiscono nell'ambito medico, dovrebbero cercare anch’essi di
farsi un quadro il più possibile completo del comportamento del piccolo o
giovane paziente. Dovrebbero conoscere a fondo il suo comportamento sia
nell'ambito familiare che nell'ambito scolastico per poter avere elementi
maggiormente validi per una corretta diagnosi.

Personalmente conosco situazioni che operano in questo modo, anche se sono
molto poche rispetto la maggioranza. So che all’apparenza tutto ciò può
sembrare solo un ideale date le condizioni in cui spesso sono costretti ad
operare e vivere genitori, insegnanti e medici in generale.
Quando però questo succede si  ottengono validi e duraturi risultati.
Occorre sempre tener presente che la crescita e lo sviluppo globale del
bambino può avvenire grazie ad una armoniosa collaborazione tra le parti
costitutive del bambino stesso. Esse si esprimono tramite la vitalità del
corpo fisico, tramite l'espressione del mondo dei suoi sentimenti, nella
serena manifestazione delle sue capacità individuali.

Così come esiste una stretta collaborazione tra tutte le parti costitutive
del mondo interiore del bambino così lo stesso principio di collaborazione
dovrebbe esistere anche nei vari ambienti che compongono il suo mondo, e
quindi tra tutti gli adulti che hanno a che fare con il bambino stesso
affinché quest'ultimo possa crescere e svilupparsi in una situazione
omogenea.
Il bambino non può e non deve vivere in contrasto fra il suo essere, la sua
personalità e l'ambiente esterno che lo circonda così come non può crescere
sano quando esistano contrasti tra le sue parti costitutive e cioè corpo
fisico, forze vitali, mondo dei sentimenti e capacità individuali.
Il ricorso esclusivo, per sanare situazioni di disagio, ad interventi
farmacologici, soprattutto per quanto riguarda i vari psicofarmaci che
troppo affrettatamente vengono somministrati senza tenere conto
assolutamente della natura unitaria del bambino, tutto ciò può essere
causato da una serie di de-responsabilizzazioni e da mancanza di
collaborazione fattiva fra famiglia, ambiente scolastico e classe medica.

Personalmente, basandomi su esperienze fatte in collaborazione con medici,
sono convinto che nella quasi totalità dei casi non esiste un problema Adhd
ma quello di diagnosi non corrette e che il disagio del bambino, del giovane
può essere risolto senza necessariamente arrivare ad un intervento medico.
Occorre però che da parte dei genitori e degli insegnanti si possa formare
una maggiore conoscenza e coscienza delle cause che possono determinare
disagi e contrasti nel bambino.
In conclusione invito soprattutto i genitori ad informarsi in maniera più
approfondita sull’argomento e, se è il caso, farsi aiutare da persone
competenti per poter effettuare scelte il più possibile coscienti.

Giovanni Peccarisio, laureato alla "Libera Università della Scienza e dello
Spirito" di Dornach (Svizzera), come Maestro Waldorf (scuole steineriane) e
Maestro di pittura.
Consulente pedagogico, svolge la sua attività di conferenziere in varie sedi
in Italia e all'estero.

#10280 Da: "amadeux@gmx" <amadeux@...>
Data: Lun 26 Mar 2007 8:29 am
Oggetto: Il potere vibratorio del mantra
amadeusoft
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Il potere vibratorio del mantra

di Amadio Bianchi


Moto uguale vibrazione, vibrazione uguale suono. Ho letto questa
affermazione in un libro di fisica. Se nel nostro universo, dunque, tutto si
muove, ne consegue che tutto vibra. E se tutto vibra, l'universo ha un suo
suono che consegue dalla somma dei suoni dei corpi celesti.

La fisica, perciò, concorda con le interpretazioni filosofiche religiose che
affermano il suono come principio primo. Basti pensare all'induismo e al
suono dell'Om, oppure a "In principio era il verbo" della nostra cultura
religiosa.

I più autorevoli movimenti filosofici indiani affermano che l'uomo
(microcosmo) è della stessa sostanza di Dio (macrocosmo). Di conseguenza, si
possono studiare le componenti e reazioni umane per comprendere quelle
universali.


LA REALTA' VIBRAZIONALE DEL DESIDERIO

Se sottoponiamo un soggetto a elettroencefalogramma, notiamo le seguenti
reazioni : in presenza di attività cerebrale si manifestano vibrazioni che,
per farla breve, l'ago dello strumento trasforma in segni grafici visibili.
Qui a noi interessa esaminare un aspetto di questo fenomeno.

Se poniamo un soggetto in condizioni ideali di riduzione dell'attività
cerebrale, a digiuno, magari in una stanza silenziosa, incolore, a occhi
chiusi e poi appoggiamo davanti a lui una mela e lo esortiamo ad aprire gli
occhi, notiamo che, non appena il soggetto vede la mela ed inizia una
primordiale attività cerebrale comparabile al suo primo desiderio di
mangiarla, l'ago si muove. Voglio arrivare a dimostrare che il desiderio di
mangiare la mela che precede l'azione stessa dell'afferrarla è già una
realtà vibrazionale.

La cultura indiana afferma che il desiderio di dare vita alla manifestazione
da parte del trascendente è già una realtà assolutamente concreta, una prima
vibrazione espressa dallo stesso trascendente, come il desiderio nella mente
dell'uomo che vede la mela. Tale vibrazione sarebbe l'Om. L'Om precederebbe,
dunque, l'espressione della manifestazione. E' come dire che questa
vibrazione si trova tra l'idea e la sua materializzazione o messa in
pratica.

Ecco perché, nelle lezioni di yoga, si inizia cantando l'Om. Per mettere gli
allievi nella condizione di suggerire a se stessi di trovarsi, come minimo,
tra il materiale e il trascendente, tra la tangibile manifestazione e Dio,
nonché di iniziare a prendere in esame i fenomeni da quel punto di vista. Lo
Yoga, infatti, mira all'esperienza del trascendente, e con l'Om è come se
scegliessimo di collocarci su una piattaforma spaziale intermedia tra l'uomo
e Dio, tra il materiale e lo spirituale. Da questa piattaforma si può
azzardare l'ipotesi di un viaggio verso l'esperienza sovrumana.


OM: VIBRAZIONE DIVINA

Vediamo ora altri aspetti dell'Om. Esso rappresenta la somma di tutti i
suoni presenti nella manifestazione. La lingua sanscrita ha creduto di
raggruppare in 50 suoni la tipologia delle vibrazioni universali, dando vita
ad altrettanti segni grafici corrispondenti alle lettere dell'alfabeto. Tra
queste ce ne sono tre, che poi diventano due (e vedremo come), le quali
praticamente li comprendono tutti.

Questi suoni sono corrispondenti alle lettere A U M. Da un punto di vista
pratico la lettera A, quando si pronuncia (e provate a farlo ora), ha una
collocazione fisica bassa nella gola, la lettera U al centro sul palato e la
lettera M sulle labbra. Tutti gli altri suoni si collocano nella cavità
orale all'interno di queste tre posizioni, e per questo le comprendono
tutte, assumendo quel giusto valore di sintesi universale

Ecco cosa l'Om rappresenta : la sintesi universale della vibrazione
materiale divina espressa.

Si parte sempre dalla presa di coscienza del molteplice, poi si procede
all'identificazione di espressioni che possono essere raggruppate, nel
tentativo, semplificando, di fare l'esperienza dell'Uno. E' così anche in
questo caso, dove l'infinita molteplicità dei suoni presenti nell'Universo
viene organizzata in cinquanta lettere-suoni per poi identificarne tre che
li rappresentano tutti ed infine scoprire che la A e la U, se pronunciate
insieme, possono essere benissimo contratte nel suono O. In tal modo prende
corpo la sillaba sacra Om che esprime la vibrazione universale, principio
della manifestazione.

Per lo stesso presupposto, un Om di base risulterebbe dalla somma di tutti i
suoni che le particelle, in noi attive, emetterebbero. Una specie di suono
personale per ogni essere o oggetto animato, una sua caratteristica, una sua
tendenza e sensibilità vibrazionale. Si ha ragione di ritenere che questo
suono possa essere modificato. Da lì la scienza del mantra, che mira ha
innestare processi di cambiamento, in grado di determinare nuove
caratteristiche.


LA SCIENZA DEL MANTRA

La parola Mantra, letteralmente, significa strumento per la mente, ed è
qualcosa in grado di indurre una diversa natura vibrazionale.< o:p>Come
dicevamo all'inizio, la mente emette diversi tipi di vibrazione. Vi sarà
capitato di entrare in certi luoghi dove la presenza dei pensieri di qualità
bassa dei presenti non vi faceva sentire a vostro agio.

Diverso è il tipo di vibrazioni emesso dalla mente di un assassino rispetto
a quello della mente di una madre che si rivolge a un neonato. Potete
constatarlo anche in pratica : la voce della madre assume toni sottili, alti
ed acuti, sicuramente di natura superiore. Di diversa qualità sono, infatti,
le onde cerebrali che lei emette.

Proprio partendo da questo presupposto, il mantra stabilisce che si possono
praticare, volontariamente, diversi tipi di onde cerebrali, fino a
modificare, attraverso la ripetizione ossessiva, quelle naturali.
L'obbiettivo è di indurne di migliori, abituando la mente a esercitare
pensieri della stessa natura.

Questo è ciò che il mantra si prefigge. In qualche caso, ha la pretesa di
portare la mente a vibrare all'unisono con Dio.

Copyright © 2001 Amadio Bianchi

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approfondimenti su: http://www.sublimen.com

#10279 Da: <posta@...>
Data: Lun 26 Mar 2007 8:29 am
Oggetto: Come cambiare i tuoi lati negativi, in positivi
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Come cambiare i tuoi lati negativi, in positivi


<COME CAMBIARE L'IMMAGINE DI SE'>

(di Antonella Lucato)

Primavera, simbolo di rinnovamento. I raggi del sole si fanno più caldi
sulla nostra pelle, la natura si risveglia dal sonno dell'inverno insieme
alla nostra energia. E' la stagione ideale per trasformare la nostra
immagine, far fiorire noi stessi e i nostri progetti, così come in natura il
seme si trasforma in fiore. Proviamo a guardarci allo specchio con occhi
nuovi.

Ciascuno di noi, a qualsiasi età, può trasformare l'immagine di sé. Tutti
desideriamo essere accettati, amati, apprezzati, rispettati, ammirati.
Quando questi bisogni primari non vengono soddisfatti possono portare ad
un'immagine negativa di se stessi.

CHI SIAMO VERAMENTE?

Il Dottor Roy Martina, medico e psicologo, ha lavorato molto su questo tema
e propone nei Seminari che conduce in molti Paesi, ed anche in Italia, le
tecniche che l'hanno aiutato a realizzare i suoi obiettivi e a diventare
campione europeo di karate e judo. Nel suo libro "Chi siamo veramente"
(Tecniche Nuove, £ 29.000), scrive: "Gran parte della nostra immagine viene
determinata dalle informazioni che riceviamo da bambini. La qualità della
nostra immagine nella nostra mente si basa sulla qualità delle immagini di
noi stessi che esistono nelle menti dei nostri genitori e da come veniamo
fisicamente trattati da loro. E' importante conoscere quanto influisce
l'ambiente su di noi. A circa sedici anni ad una persona è già stato detto
mediamente 180. 000 volte che cosa non sa fare, che cosa ha fatto in modo
sbagliato e che cosa non deve fare. I vissuti possono portare ad avere
un'immagine negativa di sé, alterare la propria identità, il senso del
proprio valore e l' autostima. L'immagine è raccolta in ciò che pensiamo di
noi, modifica il nostro atteggiamento verso la vita, influenza il nostro
entusiasmo, la nostra creatività e anche le nostre possibilità di ottenere
il meglio dalla vita".

Abbiamo bisogno di circondarci di persone che non distruggano la nostra
immagine; ma, che, anzi, grazie a saggi consigli, ci guidino verso una
profonda e vera comprensione di noi stessi. Senza nasconderci la realtà, ci
ispirino, ci sostengano nelle nostre idee, nei nostri progetti, nei nostri
sogni.

LE PAURE CHE CONDIZIONANO LA NOSTRA IMMAGINE

Attraverso le seguenti domande, si definiscono alcuni dei principali
comportamenti caratteristici di un'immagine negativa di sé:

1) Quanto ci fa paura il rifiuto? Essere rifiutati è una delle paure più
profonde. Ha a che fare con il modo con il quale siamo stati educati. Un
neonato ha dentro di sé un istinto innato di farsi amare. Essere amato
equivale a sopravvivere ed essere rifiutato rappresenta un pericolo. Il
nostro subconscio ha costruito efficaci meccanismi per non essere rifiutati.
Il rifiuto è una minaccia diretta alla nostra vita. Gran parte dei nostri
comportamenti sono influenzati dal desiderio di essere accettati e benvoluti
dagli altri.

2) Come ci comportiamo con le persone arroganti, sgradevoli o aggressive? Se
viviamo questi comportamenti come un attacco personale, ne soffriamo o ci
sentiamo sminuiti e ci mettiamo sulla difensiva. Spesso gli altri ci "usano"
in modo inconsapevole per sfogare le loro frustrazioni, anche quando non
hanno minimamente a che fare con noi. Ci sono persone sempre insoddisfatte
che non riescono a far altro che scaricare sugli altri le loro frustrazioni.
Quanto ci facciamo condizionare? Riusciamo a mettere delle sane distanze
emotive e considerare solo ciò che ci è utile?

3) Come ci sentiamo quando qualcuno ci critica? Il nostro modo di reagire
alle critiche è determinato dall'immagine che abbiamo di noi stessi. Spesso
non siamo disposti ad accettare che qualcuno ci rivolga delle critiche e ci
mettiamo subito in difesa o ci ritraiamo. Indipendentemente dal modo in cui
sono espresse, possiamo cercare di non vivere ogni critica come un affronto
personale e trarne ciò che può esserci utile. Anche saper muovere una
critica è importante. Riusciamo a dire onestamente all'altro ciò che vediamo
e che pensiamo potrebbe essere migliorato?

4) Siamo capaci di chiedere aiuto? Dipende dall'immagine che abbiamo di noi
stessi; quando siamo disponibili ad aiutare gli altri, ma non "osiamo"
chiedere qualcosa anche se ci troviamo in difficoltà. E' importante imparare
ad essere indipendenti, ma anche, se ne abbiamo bisogno, a saper chiedere
aiuto agli altri. Diventare più consapevoli migliora la nostra immagine e
cambia il nostro modo di relazionarci con gli altri. Chiedere ciò che ci
spetta diventa più facile.

5) Ci preoccupiamo troppo dell'opinione degli altri? Teniamo troppo conto di
come gli altri ci possono considerare, dell'impressione che possiamo dare e
stiamo ansiosamente attenti a fare bella figura? Potremmo avere una debole
immagine di noi stessi che ci spinge ad agire in modo da renderci sempre ben
accettati anche a costo di sacrificare noi stessi.

6) Abbiamo il coraggio di dire "no", quando va detto? Quando non siamo
d'accordo con ciò che qualcuno dice, o fa, oppure il suo comportamento non
ci piace, o ci fa male, ci sabotiamo se non lo esprimiamo, se non sappiamo
dire "no" per piacere agli altri, per paura che l'altro ci rifiuterà e
smetterà di accettarci o di amarci.

7) Sappiamo assumerci le nostre responsabilità? Addossare sempre agli altri
le proprie responsabilità è un atteggiamento che testimonia un'immagine
debole, o negativa di se stessi.

8) Riusciamo a farci valere? A farci rispettare in famiglia, nel lavoro, in
un gruppo sociale? Ad esprimere i nostri sentimenti e le nostre emozioni? A
chiedere attenzione e rivendicare ciò che sentiamo essere per noi
importante?

9) Parlate a raffica, o conoscete qualcuno che lo fa? Travolgere gli altri
con una valanga di parole è segno di scarsa immagine di sé e di insicurezza.
Cercare di attirare l'attenzione in questo modo e monopolizzare la
conversazione dimostra di non essere minimamente interessati a ciò che
l'interlocutore ha da raccontare e di non saperlo ascoltare.

RIPROGRAMMARE LA MENTE

Possiamo riprogrammare la nostra mente subconscia con un nuovo modo di
pensare, sentire e immaginare noi stessi, come un "software" scelto da noi
per raggiungere la nostra realizzazione.

Bisogna lavorare sulla causa, non sui sintomi. Insuccesso, fallimento,
infelicità, malessere, frustrazione, macanza d'energia sono alcuni sintomi
causati da scarsa ,o cattiva immagine di sé. Pensare positivo non è
sufficiente se non modifichiamo l' immagine che abbiamo di noi stessi.

Un segreto, è cominciare ad ascoltare, a sentire ciò che desideriamo.

"Creiamo ciò che vogliamo essere". Proviamo a plasmare, a modellare nella
nostra mente la nostra immagine fino a trasformarla e poi manifestarla.
Saremo così artefici consapevoli dell'affascinante progetto di creare chi
siamo o chi vogliamo ESSERE.

#10278 Da: <amadeux@...>
Data: Lun 26 Mar 2007 8:28 am
Oggetto: La realizzazione spirituale non necessita di credenze e fantasie
amadeux@...
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La realizzazione spirituale non necessita di credenze e fantasie


La scienza dell'interiorità e la sua diretta esperienza non richiedendo
particolari credenze.

di Shibendu Lahiri


Se voi vi lasciate abbindolare dalle forze seducenti proprie dei mercati
"religiosi" presupponendo di essere delle creature molto speciali,
allora vivrete divisi, non come singoli individui ma come folla di
individui: questo è caos.

Il Kriya Yoga vi insegna a vivere come una unità armoniosa, vi insegna
l'integrazione ovvero a liberarvi dalla presa strangolatrice delle
attività centrifughe della mente. Quello di cui c'è bisogno è un
processo di cristallizzazione in cui la forza centripeta diventa essenziale.

Se questo non avviene allora tutto quello che è fatto è del tutto
inutile: la vostra vita e il vostro tempo sono sprecati. La vera gioia è
con colui il cui percorso è totalmente diretto verso il centro.

Perché per vivere avete bisogno di storie, di varie credenze, fantasie,
bugie?

Come mai quella che chiamate verità non sono che delle belle bugie,
delle frasi altisonanti, dei concetti che pretendono di essere "sacri"
ma che invece provengono dalla meschinità della mente?

Kriya Yoga è esperienziale ed esistenziale. Non ce bisogno di alcun
credo. Quello di cui c'è bisogno è il coraggio di sperimentare quello
che non è proiettato e sostenuto dalle pure credenze! Quello di cui c'è
bisogno è una trasformazione che non sia manipolata dalla mente!

Kriya Yoga è la scienza dell'interiorità. Questa scienza deve essere
compresa e praticata. Solo allora ci potrà essere libertà dal dolore,
dall' angoscia e dalla agitazione. Non è necessario conferire titoli
immaginari (Paramahansa, Avatar, Ananda questo e Ananda quell'altro,
Giri tal dei tali e Giri tal altro) a degli yogi ed attendersi
soddisfacimento delle proprie brame egoiste attraverso di loro. Lo yogi
non è altro che uno scienziato che lavora con l'energia della pura
comprensione cioè con la NON MENTE.

Chiamereste Max Plank come Paramahansa Max Plank e Einstein lo
chiamereste Avatar Einstein? Allora lasciamo che Lahiri Mahashay sia per
noi semplicemente Lahiri Mahashay, lui che forse è stato il più grande
scienziato dell'azione centripeta di pura percezione.

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