Ieri sera ho intervistato il presidente del Lama Tzong Khapa di Pomaia e mi ha
detto che l'immagine dovrebbe risalire ad avvenimenti precedenti, del 2003: ciò
non toglie significato alla foto. E' evidente che, comunque, l'esercito cinese
usa di questi stratagemmi che può aver ripetuto anche recentemente.
Elena Parisi
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From : SUBLIMEN@yahoogroups.com
To : SUBLIMEN@yahoogroups.com
Cc :
Date : Mon, 31 Mar 2008 22:35:29 +0200
Subject : R: <[SUBLIMEN]> Ecco i monaci che hanno causato le violenze a
Lhasa!!!
> Salve a tutti,
> ho riportato un messaggio che a mia volta ho ricevuto,
> per cui mi e' difficile verificarne l'attendibilita' in tempi brevi,
> ad ogni modo appena avro' maggiori informazioni le comunichero' sulla lista.
>
> Data la peculiarita' e la velocita' del mezzo di comunicazione che usiamo
> non ci e' possibile garantire la veridicita' e/o l'autenticita' di tutti i
> messaggi che inviamo direttamente o tramite terzi, per questo ricordiamo
> spesso che non possiamo assumerci responsabilita' riguardo ai contenuti
> degli stessi. Ogni messaggio che inviamo deve essere considerato dubbio con
> l'obiettivo di farsi una opinione personale.
>
> saluti
> alan
>
> -----Messaggio originale-----
> Da: SUBLIMEN@yahoogroups.com [mailto:SUBLIMEN@yahoogroups.com] Per conto di
> Laboratorio Eudemonia
> Inviato: lunedì 31 marzo 2008 19.42
> A: SUBLIMEN@yahoogroups.com
> Oggetto: Re: <[SUBLIMEN]> Ecco i monaci che hanno causato le violenze a
> Lhasa!!!
>
> GENTILMENTE: MI DICONO CHE LA FOTO IN OGGETTO SIA TRATTA DA UN FILM, QUINDI
> SAREBBE UN FALSO.
>
> D'ANTRO CANTO RISULTA INVEROSIMILE CHE SIA STATA RIPRESA DA UN SATELLITE.
>
> CORTESEMENTE POTREBBE FARCI SAPERE QUALCOSA RIGUARDO L'ATTENDIBILITà O MENO
> DELLA COSA DA LEI RIPORTATA?
>
> GRAZIE, DANILO D'ANTONIO
>
>
>
> *********** REPLY SEPARATOR ***********
>
> On 03/30/2008 at 12:16 amadeux@... wrote:
>
> >Ecco i monaci che hanno causato le violenze a Lhasa!!!
> >
> >Cari Amici,
> >vi segnalo la possibilità semplicissima di mandare una e-mail all'ONU,
> >attraverso il sito di Beppe Grillo:
> >http://www2.beppegrillo.it/iniziative/free_tibet.php
> >
> >Ma soprattutto v'invito a guardare la foto sottostante!!!
> >(via satellite, from:Britain's GCHQ, the government communications agency)
> >scattata prima degli scontri e la rivolta di Lhasa.
> >
> >Subject: Ecco i monaci che hanno causato le violenze a Lhasa!!!
> >
> >http://www.amadeux.it/Public/data/admin/2008330121131_monacicinesi.jpg
> >
> >
> >Per favore, fate girare il più possibile questa foto, per far in modo che
> >arrivi anche a giornalisti di TV pubbliche e private, giornali ecc affinchè
> >possano pubblicarla.
> >
> >Pechino orchestrava la rivolta nel Tibet'
> >Canada Free Press [Venerdi, 21 Marzo, 2008 10:20] spie britanniche
> >confermano la denuncia del Dalai Lama sulle violenze inscenate
> >
> >di Gordon Thomas
> >
> >Londra, 20 Marzo - Britain's GCHQ, l'agenzia governativa delle
> >comunicazioni
> >che controlla elettronicamente mezzo mondo dallo spazio, ha confermato la
> >rivendicazione del Dalai Lama che agenti dell'Esercito Popolare di
> >Liberazione, l'EPL, travestiti da monaci, hanno innescato le rivolte che...
>
>
>
>
Salve a tutti,
ho riportato un messaggio che a mia volta ho ricevuto,
per cui mi e' difficile verificarne l'attendibilita' in tempi brevi,
ad ogni modo appena avro' maggiori informazioni le comunichero' sulla lista.
Data la peculiarita' e la velocita' del mezzo di comunicazione che usiamo
non ci e' possibile garantire la veridicita' e/o l'autenticita' di tutti i
messaggi che inviamo direttamente o tramite terzi, per questo ricordiamo
spesso che non possiamo assumerci responsabilita' riguardo ai contenuti
degli stessi. Ogni messaggio che inviamo deve essere considerato dubbio con
l'obiettivo di farsi una opinione personale.
saluti
alan
-----Messaggio originale-----
Da: SUBLIMEN@yahoogroups.com [mailto:SUBLIMEN@yahoogroups.com] Per conto di
Laboratorio Eudemonia
Inviato: lunedì 31 marzo 2008 19.42
A: SUBLIMEN@yahoogroups.com
Oggetto: Re: <[SUBLIMEN]> Ecco i monaci che hanno causato le violenze a
Lhasa!!!
GENTILMENTE: MI DICONO CHE LA FOTO IN OGGETTO SIA TRATTA DA UN FILM, QUINDI
SAREBBE UN FALSO.
D'ANTRO CANTO RISULTA INVEROSIMILE CHE SIA STATA RIPRESA DA UN SATELLITE.
CORTESEMENTE POTREBBE FARCI SAPERE QUALCOSA RIGUARDO L'ATTENDIBILITà O MENO
DELLA COSA DA LEI RIPORTATA?
GRAZIE, DANILO D'ANTONIO
*********** REPLY SEPARATOR ***********
On 03/30/2008 at 12:16 amadeux@... wrote:
>Ecco i monaci che hanno causato le violenze a Lhasa!!!
>
>Cari Amici,
>vi segnalo la possibilità semplicissima di mandare una e-mail all'ONU,
>attraverso il sito di Beppe Grillo:
>http://www2.beppegrillo.it/iniziative/free_tibet.php
>
>Ma soprattutto v'invito a guardare la foto sottostante!!!
>(via satellite, from:Britain's GCHQ, the government communications agency)
>scattata prima degli scontri e la rivolta di Lhasa.
>
>Subject: Ecco i monaci che hanno causato le violenze a Lhasa!!!
>
>http://www.amadeux.it/Public/data/admin/2008330121131_monacicinesi.jpg
>
>
>Per favore, fate girare il più possibile questa foto, per far in modo che
>arrivi anche a giornalisti di TV pubbliche e private, giornali ecc affinchè
>possano pubblicarla.
>
>Pechino orchestrava la rivolta nel Tibet'
>Canada Free Press [Venerdi, 21 Marzo, 2008 10:20] spie britanniche
>confermano la denuncia del Dalai Lama sulle violenze inscenate
>
>di Gordon Thomas
>
>Londra, 20 Marzo - Britain's GCHQ, l'agenzia governativa delle
>comunicazioni
>che controlla elettronicamente mezzo mondo dallo spazio, ha confermato la
>rivendicazione del Dalai Lama che agenti dell'Esercito Popolare di
>Liberazione, l'EPL, travestiti da monaci, hanno innescato le rivolte che...
GENTILMENTE: MI DICONO CHE LA FOTO IN OGGETTO SIA TRATTA DA UN FILM, QUINDI
SAREBBE UN FALSO.
D'ANTRO CANTO RISULTA INVEROSIMILE CHE SIA STATA RIPRESA DA UN SATELLITE.
CORTESEMENTE POTREBBE FARCI SAPERE QUALCOSA RIGUARDO L'ATTENDIBILITà O MENO
DELLA COSA DA LEI RIPORTATA?
GRAZIE, DANILO D'ANTONIO
*********** REPLY SEPARATOR ***********
On 03/30/2008 at 12:16 amadeux@... wrote:
>Ecco i monaci che hanno causato le violenze a Lhasa!!!
>
>Cari Amici,
>vi segnalo la possibilità semplicissima di mandare una e-mail all'ONU,
>attraverso il sito di Beppe Grillo:
>http://www2.beppegrillo.it/iniziative/free_tibet.php
>
>Ma soprattutto v'invito a guardare la foto sottostante!!!
>(via satellite, from:Britain's GCHQ, the government communications agency)
>scattata prima degli scontri e la rivolta di Lhasa.
>
>Subject: Ecco i monaci che hanno causato le violenze a Lhasa!!!
>
>http://www.amadeux.it/Public/data/admin/2008330121131_monacicinesi.jpg
>
>
>Per favore, fate girare il più possibile questa foto, per far in modo che
>arrivi anche a giornalisti di TV pubbliche e private, giornali ecc affinchè
>possano pubblicarla.
>
>Pechino orchestrava la rivolta nel Tibet'
>Canada Free Press [Venerdi, 21 Marzo, 2008 10:20] spie britanniche
>confermano la denuncia del Dalai Lama sulle violenze inscenate
>
>di Gordon Thomas
>
>Londra, 20 Marzo - Britain's GCHQ, l'agenzia governativa delle
>comunicazioni
>che controlla elettronicamente mezzo mondo dallo spazio, ha confermato la
>rivendicazione del Dalai Lama che agenti dell'Esercito Popolare di
>Liberazione, l'EPL, travestiti da monaci, hanno innescato le rivolte che...
Out of control
di: Alessio Mannucci - ecplanet.net
I robot da guerra - gli automi cingolati, i velivoli automatizzati, le
nano-spie - diventeranno il peggior pericolo per la sicurezza delle persone.
Lo ha denunciato Noel Sharkey, professore di Scienze Informatiche
dell'università inglese di Sheffield, in un discorso tenuto presso il Royal
United Services Institute (RUSI). Sharkey ha parlato, senza mezzi termini,
di grave rischio per l'umanità...
“Siamo attualmente compiendo i primi passi di una invasione robotica”,
avverte Sharkey, “ed è bene affrontare subito il pericolo di un potenziale
effetto negativo che macchine ultra-sofisticate potrebbero avere (ad
esempio) nelle mani di terroristi”. Secondo Sharkey, droni kamikaze in grado
di farsi saltare in aria potrebbero presto sostituire gli attentatori
suicidi in carne ed ossa.
È vero che molte nazioni evolute sono impegnate con ingenti investimenti
nella ricerca&sviluppo di macchine da guerra super-tecnologiche da impiegare
nei più diversi contesti a supporto o a totale sostituzione di fanti e
combattenti umani. Il Pentagono guida, naturalmente, la classifica. Secondo
la “Unmanned Systems Roadmap 2007-2013”, pubblicata nel dicembre dell'anno
scorso, i fondi previsti per il programma di “robowarfare” ammontano a 4
miliardi di dollari entro il 2010, con una spesa complessiva che dovrebbe
crescere fino ai 24 miliardi di dollari. Sono al lavoro su programmi simili
gli australiani, i sudcoreani, i canadesi, Singapore, Israele, Cina e
Russia.
L'invasione è già cominciata: in Iraq sono attualmente presenti oltre 4mila
robot da guerra al servizio della coalizione guidata dagli Stati Uniti, e
già a ottobre del 2006 gli UAV avevano totalizzato, senza il bisogno
dell'assistenza umana, ben 400mila ore di volo. Se, per il momento, i
sistemi preposti al controllo delle macchine sono ancora affidati a
decisioni umane, si punta decisamente all'approccio automatizzato. Proprio a
questo scopo, è entrato in funzione il satellite Skynet ormai da quasi un
anno.
Sharkey, che è stato consulente per la serie TV “Robot Wars” e per la BBC,
non ha dubbi: “Una volta che le nuove armi saranno in circolazione, sarà
abbastanza facile copiarle. Quanto tempo occorrerà prima che i terroristi
entrino nel gioco? Con gli attuali prezzi per la costruzione dei robot in
caduta libera e la disponibilità di componenti già pronti per il mercato
amatoriale, la realizzazione di armi robot automatizzate potrebbe essere
accessibile a tutti”. Un robot con pilota automatico funzionante tramite il
segnale GPS costa attualmente la modica cifra di 250 dollari.
La proliferazione dei robot da guerra pone poi la questione della
“roboetica”: “non è possibile garantire la discriminazione tra combattenti e
innocenti o un uso proporzionato della forza come richiesto dalle attuali
Leggi di Guerra”, dice Sharkey, secondo cui “c'è un urgente bisogno di
valutare i rischi di queste nuove armi ora, piuttosto che attendere il loro
furtivo insinuarsi nell'impiego comune”. “Le nostre più potenti tecnologie
del 21imo secolo - scienze robotiche, ingegneria genetica e nanotecnologia -
minacciano di far degli umani una specie a rischio. Se alle macchine sarà
permesso di prendere le proprie decisioni, sarà impossibile prevedere come
tali macchine potranno comportarsi. Il destino della razza umana sarà alla
mercè delle macchine”. Bill Joy, cofondatore e capo scienziato di Sun
Microsystems, è stato dirigente della commissione presidenziale sul futuro
della ricerca informatica, ed è coautore delle specifiche del linguaggio
Java. Nell'aprile del 2000, sulle pagine del mensile Wired, ha esternato le
sue preoccupazioni per il futuro della specie umana (in un articolo
intitolato “Perché il Futuro non ha bisogno di noi”).
“Nell'autunno del 1998 sono diventato ansiosamente consapevole di quanto
grandi siano i pericoli che ci aspettano nel 21imo secolo. Il mio sconforto
è cominciato il giorno in cui ho incontrato Ray Kurtzweil, l'inventore della
prima macchina per leggere per ciechi, ed altre cose stupefacenti. [...]
Avevo sempre pensato che i robot senzienti appartenessero al dominio della
fantascienza. Ma ora, da qualcuno che rispettavo, mi sentivo dire che era
una possibilità a breve termine. Ero sconcertato, specialmente conoscendo la
provata abilità di Ray di immaginare e creare il futuro. Sapevo già che le
nuove tecnologie, come l'ingegneria genetica e la nanotecnologia, ci stavano
dando il potere di rifare il mondo, ma un realistico ed imminente scenario
di robot intelligenti mi ha lasciato esterefatto. [...] Ray mi diede una
prestampa del suo prossimo libro - “The Age of Spiritual Machines” (Orion
Business, 1999) - in cui delineava un'era in cui gli umani, diventando un
tuttuno con la nanotecnologia robotica, si avvicinavano all'immortalità
[...] La razza umana può facilmente lasciarsi scivolare verso una posizione
di totale dipendenza dalle macchine fino al punto in cui non avrà
alternativa e dovrà accettare tutte le decisioni prese dalle macchine. Visto
che la società ed i suoi problemi diventano sempre più complicati, e le
macchine sempre più intelligenti, le persone lasceranno che le macchine
prendano sempre più le decisioni per loro. Si arriverà prima o poi ad uno
stadio in cui le decisioni da prendere per mantenere il sistema saranno così
complicate che gli esseri umani non saranno in grado di prenderle in modo
intelligente. A quel punto, le macchine avranno effettivamente il controllo.
Le persone non saranno più neanche in grado di spegnere le macchine, perché
ne saranno così dipendenti che lo spegnimento costituirebbe un suicidio”.
“Una bomba viene fatta esplodere una volta sola, ma un robot intelligente
evoluto si può auto-replicare velocemente e essere incontrollabile [...]
Quanto presto potrebbe essere costruito un robot intelligente? Stando agli
sviluppi tecnologici sembra che questo sia possibile entro il 2030. Una
volta creato il robot intelligente, il passo perché un robot intelligente
possa fare copie evolute di se stesso è breve”.
Secondo Kurzweil, sarà il 2029 l'anno in cui l'intelligenza artificiale
raggiungerà il livello di quella umana e uomini e macchine si fonderanno.
Kurzweil, che recentemente è stato nominato dalla U.S. National Academy of
Engineering come uno dei 18 visionari incaricati di prevedere le sfide
tecnologiche del prossimo futuro, dice che la “legge del ritorno accelerato”
sta già provocando una avanzata non più lineare ma esponenziale dello
sviluppo tecnologico plasmato dall'informatica. Nei prossimi 50 anni,
l'umanità assisterà ad un progresso 32 volte maggiore rispetto a quello
compiuto in metà del secolo scorso; bionanotecnologia e informatica si
fonderanno in computer molecolari quantistici e si potrà realizzare il
“reverse engineering” del cervello: software e hardware permetteranno a
mente e macchina di comunicare fino ad integrarsi. Così che nascerà una
nuova intelligenza artificiale, più evoluta ed efficiente di quella umana,
in grado di aumentare, le potenzialità degli individui, che potranno
tranquillamente navigare nei metamondi (gli ambienti di realtà virtuale tipo
Second Life, ndr) direttamente attraverso il sistema nervoso, proprio come
in “Matrix”.
“Più o meno nello stesso periodo in cui ho incontrato Kurtzweil, ho anche
trovato il libro “Robot: Mere Machine to Transcendent Mind” di Hans Moravec.
Moravec è uno dei leader nella ricerca robotica, e fu fondatore di uno dei
più grandi programmi di ricerca alla Carnegie Mellon University. [...] Le
specie biologiche quasi mai sopravvivono allo scontro con un competitore
superiore. Dieci milioni di anni fa, il Sud e il Nord America erano separati
da uno sprofondato istmo di Panama. Il Sud America, come oggi l'Australia,
era popolata da mammiferi marsupiali, compresi marsupiali equivalenti di
ratti, cervi e tigri. Quando l'istmo che connetteva Nord e Sud America
sorse, ci sono voluti solamente poche migliaia di anni perché le specie
placentali, con metabolismi, sistemi riproduttivi e nervosi di poco più
efficaci, destituissero ed eliminassero quasi tutti i marsupiali del sud. In
un mercato completamente libero, robot superiori sicuramente eliminerebbero
gli umani come i placentali Nord Americani fecero fuori i marsupiali Sud
Americani (e come gli umani hanno fatto e continuano a fare con innumerevoli
specie). Le industrie robotiche entrerebbero fortemente in competizione tra
di loro per interesse, energia e spazio, portandosi oltre le possibilità
umane. Incapaci di permettersi tali necessità della vita, gli umani
biologici sarebbero schiacciati via. [...] Secondo Moravec, il nostro lavoro
per il 21imo secolo sarà di “assicurare la continua cooperazione delle
industrie robotiche” per formulare leggi che decretino quanto essi siano
“buoni” e descrivere quanto seriamente pericoloso possa essere un umano “una
volta trasformato in un robot super intelligente senza limiti”. L'opinione
di Moravec è che prima o poi i robot ci succederanno e che gli umani
evidentemente si avviano all'estinzione”.
“Un secondo sogno della robotica è che gradualmente ci rimpiazzeremo con
protesi varie e potremo anche scaricare le nostre coscienze raggiungendo
l'immortalità; lo descive Ray Kurzweil nel suo libro. Ma quali sono le
possibilità che da lì in poi rimarremo noi stessi o addirittura umani? A me
sembra molto più probabile che l'esistenza robotica non possa essere in
nessun senso come quella umana a noi comprensibile, che i robot non
sarebbero in nessun senso i nostri figli, e che su questo percorso la nostra
umanità possa essere perduta. L'ingegneria genetica promette di
rivoluzionare l'agricoltura incrementando la produzione del raccolto
riducendo l'uso dei pesticidi; creando decine di migliaia di nuove specie di
batteri, piante, virus e animali; sostituendo la procreazione, o
complementandola, con la clonazione; producendo cure per molte malattie,
aumentando la nostra longevità e qualità della vita; e molto, molto di più.
Tecnologie come la clonazione umana hanno alzato in particolare la nostra
coscienza dei profondi problemi etici e morali. Se, per esempio, dovessimo
ricostruire noi stessi in alcune specie separate e ineguali usando il potere
dell'ingegneria genetica, allora potrebbe essere minacciata l'idea di
uguaglianza che è la vera pietra miliare della nostra democrazia [...] Un
libro che mi colpì molto, verso la metà degli anni '80, fu “Engines of
Creation” di Eric Drexler (recentemente aggiornato alla versione 2.0, ndr),
che descrive come la manipolazione a livello atomico possa creare un futuro
utopico di abbondanza, dove quasi ogni cosa possa essere prodotta a basso
costo, e quasi ogni tipo di immaginabile infezione o problema fisico possa
essere risolto usando la nanotecnologia e l'intelligenza artificiale. Un
libro successivo, “Unbounding the Future: The Nanotechnology Revolution”,
che Drexler ha scitto insieme ad altri, immagina alcuni dei cambiamenti che
potrebbero avvenire in un mondo dove avremmo “assemblatori” a livello
molecolare.
Gli assemblatori potrebbero rendere possibile, ad un incredibile basso
costo, cure per il cancro a energia solare e cure per un comune raffreddore
attraverso l'ampliamento del sistema immunitario umano, sistemi per la
pulizia dell'ambiente, incredibili economici supercomputer tascabili.
Qualsiasi prodotto potrebbe essere fabbricato dagli assemblatori ad un costo
non maggiore di quello del legno [...] Con queste meraviglie sono diventati
chiari anche i pericoli, di cui io ero acutamente cosciente. Non possiamo
solamente fare la nostra scienza e non preoccuparci dei problemi etici.
Nella sezione di “Engines of Creation” chiamata “Dangers and Hopes”
(“Pericoli e Speranze”), Drexler parla anche di come le nanotecnologie
possono diventare “macchine per la distruzione”.
Le nanotecnologie hanno infatti chiari usi militari e terroristici, e non
c'è bisogno di essere suicidi per utilizzare un apparecchio nanotecnologco
di distruzione di massa. Tali apparecchi possono essere costruiti per essere
selettivamente distruttivi, colpendo, per esempio, solamente una certa area
geografica o un gruppo di persone geneticamente distinto. Il rischio è che
potremmo distruggere la biosfera dalla quale tutta la vita dipende. Come
spiega Drexler: piante geneticamente modificate potrebbero competere con le
piante naturali, affollando la biosfera con un fogliame non commestibile; un
resistente batterio onnivoro potrebbe sopraffare i batteri naturali,
potrebbe disperdersi come polline soffiato, replicarsi rapidamente, e
ridurre la biosfera in polvere in pochi giorni; pericolosi replicanti
potrebbero facilmente essere troppo forti, minuti e rapidi per essere
fermati. Abbiamo già abbastanza problemi per controllare i virus e i
pidocchi della frutta. Tra intenditori di nanotecnologie, queste minacce
sono diventate note come “gray goo” [...] Non possiamo permetterci certi
tipi di incidenti con assemblatori replicanti, potremmo andare incontro ad
una triste fine dell'avventura umana sulla Terra, molto peggio del fuoco o
del ghiaccio, o di un arginabile incidente di laboratorio. È soprattutto il
potere di auto-replicazione distruttiva, in genetica, nonotecnologia e
robotica, che dovrebbe fermarci. L'auto-replicazione è il Modus Operandi
dell'ingegneria genetica, che usa il meccanismo delle cellule per replicare
le proprie architetture, e il primario pericolo sottostante alla minaccia
“gray goo” in nanotecnologia”.
“Le mutazioni genetiche sull'uomo non solo devono essere permesse, ma sono
l'unica strada possibile per evitare un tracollo della specie”. In risposta
a Bill Joy, lo scrittore e scienziato Stephen Hawking (autore del bestseller
“Dal Big Bang ai Buchi Neri”), dalle pagine del settimanale tedesco Focus,
nel settembre del 2001 ha argomentato la sua tesi “superumanista”. Hawking -
che a causa di una grave malattia vive su una sedia a rotelle e comunica
grazie a un PC - individua nei computer i nemici più insidiosi per l'uomo,
che si deve “attrezzare” per non perdere la battaglia più importante, quella
della sopravvivenza. I computer raddoppiano le loro prestazioni ogni 18
mesi, da qui parte la necessità di intervenire sull'uomo, che invece si
evolve con molta meno fretta. “Per questo - dice Hawking - esiste il reale
pericolo che i computer sviluppino intelligenza e prendano il controllo del
mondo intero”. “Noi - ha detto ancora Hawking - dobbiamo sviluppare al più
presto delle tecniche che consentano un collegamento diretto fra cervello e
computer, in modo tale che l'intelligenza artificiale dia un contributo a
quella umana, invece di mettersi in contrapposizione ad essa”.
Secondo Hawking, “con mutazioni mirate del patrimonio genetico potremmo
aumentare la complessità del DNA, migliorando con ciò l'uomo. Bisognerà
muoversi con rapidità, perché poi si dovrà attendere per ogni generazione
circa 18 anni per accertare gli effetti dei mutamenti genetici. Ma è
indispensabile imboccare questa via se vogliamo che i sistemi biologici
restino superiori a quelli elettronici”.
[...] Sistemi telefonici planetari, incubatori di virus dei computer,
prototipi di robot, mondi di realtà virtuale, personaggi animati sintetici,
varie ecologie artificiali e modelli al computer dell'intero pianeta. Come
dovremmo chiamare quell'anima comune tra le comunità organiche che
conosciamo come organismi ed ecologie, e le loro controparti artificiali
come i robot, i grandi gruppi aziendali, i sistemi economici e i circuiti di
computer ? Definisco questi esempi, sia “nati” che “prodotti”, come
“vivisistemi”, per la somiglianza alla vita che ogni tipo di sistema ha.
[...] Il reame del nato - tutto ciò che è naturale - e il reame del prodotto
- tutto ciò che è artificiale - stanno diventando una cosa sola. Finora,
alcune caratteristiche del vivente che sono state trasportate con successo
nei sistemi meccanici sono: l'autoriproduzione, l'autogoverno, una forma
limitata di autoriparazione, una moderata capacità di evoluzione e una
parziale capacità di apprendimento. Abbiamo motivo di credere che altre
caratteristiche possano essere sintetizzate e tradotte in qualcosa di nuovo.
Nello stesso momento in cui la logica di Bios viene trasfusa nelle macchine,
la logica di Tecne viene trasfusa nella vita. [...] Tuttavia, nel momento in
cui immettiamo forze viventi nelle macchine che abbiamo creato, ne perdiamo
il controllo. Esse acquisiscono uno stato selvaggio e alcune sorprese che
questo stato comporta. Questo dunque è il dilemma che tutti gli dèi devono
accettare: non poter mantenere la completa sovranità sulle proprie creazioni
migliori. [...].
Nel 1994 usciva, a cura di Kevin Kelly, direttore responsabile di Wired, la
nota rivista statunitense portavoce delle avanguardie in campo tecnologico,
“Out of Control” (la nuova biologia delle macchine, dei sistemi sociali e
dell'economia globale), una brillante e accurata indagine
giornalistico-scientifica che salutava l'alba di una nuova era in cui le
macchine e i sistemi che governano l'economia diverranno sempre più
complessi e sempre meno distinguibili dagli organismi viventi. Kelly porta
improvvisamente alla luce un presente-futuro dove le frontiere tra
fantascienza e “fantarealtà” si assottigliano di colpo, un mondo
iper-tecnologico e neo-biologico in cui le macchine assumono le
caratteristiche degli organismi naturali.
“Il mondo del prodotto sarà presto come il mondo del nato: autonomo,
adattabile e creativo, ma, di conseguenza, fuori dal nostro controllo. Io
credo che sia un ottimo affare”. “La storia del mondo non è altro che il
dispiegamento della dipendenza. La dipendenza non ha più i caratteri odiosi
perché intenzionalmente determinati della schiavitù o della dittatura
politica, ma i caratteri della pervasione bio-macchinica, inevitabili e
indipendenti dalla volontà umana. Non più l'oppressione ma gli automatismi
dominano la storia del mondo, e la vita degli uomini” (Franco Berardi Bifo,
prefazione a “Out Of Control” di Kevin Kelly).
Che la razionalità umana possa governare, disciplinare, il mutamento, il
divenire tecnologico, politico, immaginario e sociale, è un'illusione;
ciascuna di queste sfere si evolve in modo troppo complesso, secondo ritmi e
in direzioni determinati da dinamiche che sfuggono ad ogni controllo.
Zbigniew Brzezinski, ex Segretario alla Sicurezza Nazionale con Jimmy
Carter, uno dei maggiori esperti e consiglieri di politica estera di
numerose Amministrazioni americane, è l'autore di “Global Turmoil on the Eve
of the Twenty First Century”, in cui descrive la storia del Ventesimo secolo
come storia della follia organizzata, rivelando i paradossi del potere
globale, il disordine sociale, il vuoto geopolitico, la disuguaglianza
economica crescente. Il controllo politico, che la modernità ha messo al
centro della scienza e della tecnica del governo, appare così ridotto ad
un'illusione. L'unica forma globale che si intravede è quella del caos.
“Brzezinski vede la crisi della razionalità moderna come un'entropia che
colpisce al cuore l'unica forma di civiltà che possediamo, la civiltà
fondata sulla scelta politica democratica. Per Kelly, invece, la crisi del
controllo è il manifestarsi di un ordine nuovo, un ordine di tipo superiore,
che non è più soggetto all'esercizio organizzativo e consapevole della
volontà umana. È l'ordine del superorganismo” (Bifo, cit.).
La tesi essenziale del libro di Kevin Kelly è che stiamo vivendo una
transizione verso un mondo di fittissima integrazione tecno-comunicativa, in
cui l'azione sociale sarà sempre più interconnessa da interfacce
tecno-sociali. In questa intersezione tra umano e tecnologico, Kelly vede
emergere le linee di una civiltà tecno-biologica, in cui viene varcato il
limite di demarcazione tra “prodotto” e “nato”, tra ciò che è generato dalla
natura e ciò che è artificialmente costruito. Kelly sostiene che da questa
integrazione tecno-cuturale, dall'interconnessione di menti umane e congegni
capaci di autogoverno e di autoreplicazione, emergerà una mente globale
(rappresentata al momento da internet). Una mente “fuori controllo”, in cui,
più che la volontà individuale o collettiva degli uomini, o l'azione
politica, sarà l'autoreplicazione tecno-biologica delle macchine
intelligenti a determinare i processi della vita sociale.
“Cosa accade quando la potenza della tecnica incontra la potenza della
natura, e si fonde con essa ? La tecnica, che è stata lo strumento di
emancipazione dell'uomo dal dominio della natura, diviene a questo punto
seconda natura, istituisce automatismi cognitivi, relazionali, linguistici,
che limitano fino ad annullarlo il margine di libertà dell'azione umana”
(Bifo, cit).
Nella visione tecno-positivista di Kelly vi è uno smaccato conflitto di
interessi. Poichè Kelly è un leader all'interno del mercato tecno-culturale,
per quanto brillante, il suo discorso manca di sufficiente coscienza
critica, volutamente forse. La sua posizione è fondamentalmente
neo-liberista. Mentre Brzezinski vede (giustamente) nell'ingovernabilità un
grave pericolo e la possibilità di una catastrofe, Kelly la vede come
un'opportunità per un nuovo sviluppo economico post-umano.
“L'automatismo della mente globale interconnessa funziona secondo un
principio simile a quello della mano invisibile di smithiana memoria. Per
l'autore di 'La ricchezza delle nazioni', il mercato funziona secondo
automatismi di tipo super-individuale e super-sociale, che tendono verso un
equilibrio spontaneo, verso il massimo di razionalità oggettiva. Nel mercato
agirebbe una mano invisibile che guida gli uomini verso l'utile comune. Ma
la libertà di impresa economica di cui parlano i teorici del neo-liberismo
hi tech non ha quasi niente a che fare con la nozione storicistica e
romantica della libertà. La libertà di cui parla il neoliberismo ha come
orizzonte il mercato. La libertà dei romantici è spazio indeterminato che la
volontà umana può liberamente progettare. La libertà economica di cui parla
il pensiero liberista è possibilità di agire secondo le regole rigorose
dell'economia, che il matrimonio con la tecnologia rende ancora più
rigorose. Al posto della libertà romantica, Kelly mette la potenza del
superorganismo. La rete è il modello di questo passaggio dalla volontà
individuale alla formazione della mente alveare” (Bifo, cit.).
Kelly non tiene conto della volontà di potenza altamente nichilista del
superorganismo. Li stiamo vedendo gli effetti della mente alveare
neo-liberista sull'ambiente e sugli esseri viventi.
[...] La rete è un emblema di multipli. Da essa emerge un essere-sciame, un
essere distribuito: il se si diffonde attraverso l'intera rete così che ogni
parte può dire: «Io sono l'Io»... La rete porta la logica del computer e
quella della natura, un potere oltre la comprensione. Nascosto nella rete
c'è il mistero della mano invisibile, controllo senza autorità. In un testo
intitolato 'La società di controllo', una delle ultime cose scritte prima
della morte, Gilles Deleuze sostiene che il modello disciplinare descritto
da Michel Foucault è oggi tendenzialmente rimpiazzato da un modello di
controllo. Il disciplinamento di cui parlava Foucault è l'azione di
sottomissione dei corpi e delle menti individuali da parte dei ritmi
produttivi della società moderna: la fabbrica, la scuola, il carcere, il
manicomio agiscono sui diversi piani per rendere il corpo e la mente
individuali dipendenti dal funzionamento del sistema industriale, della
macchina, della città capitalistica. Ma ciò che si sta verificando è che la
sottomissione si sposta dalla sfera del comportamento sociale alla sfera
degli automatismi cognitivi. Non più disciplinamento, sottomissione,
repressione della devianza, ma creazione di interfacce tecno-sociali che
precostituiscono i percorsi cognitivi, e il comportamento sociale. La
mente-alveare di cui parla Kelly non è forse la realizzazione del modello di
controllo del quale parla Deleuze ? Dobbiamo salutare questo passaggio come
una evoluzione della civiltà umana verso una fase superiore di integrazione,
o dobbiamo temerlo come un totalitarismo di tipo tecno-cognitivo ?” (Bifo,
cit.).
Il lato oscuro della mente globale è il Grande Fratello, quello vero, ed è
questa la direzione verso cui stiamo andando. L'invasione tecno-biologica
produce effetti distruttivi catastrofici, e li stiamo vedendo. Non è vero,
come sostiene Kelly, che le macchine assumono i connotati degli organismi
naturali. È vero il contrario. Può anche darsi che sia possibile una
integrazione uomo-macchina non invasiva, non distruttiva, persino positiva,
ma non sarà certo quella che vuole il pseudo-libero mercato, e che di fatto
stà determinando. Perché esso agisce del tutto irrazionalmente, incurante
delle mostruosità che produce. Perché l'Impero aspira a diventare Dio.
La mente globale interconnessa, che ha appena cominciato ad evolversi, non è
mossa da nessuna mano invisibile, ma da una volontà di onnipotenza, quella
dell'Impero, a cui bisogna opporsi, con ogni mezzo necessario.
Data articolo: marzo 2008
Storia della morte di Dio (parte 2)
di: Alessio Mannucci - ecplanet.net
Non avete mai sentito parlare di quell'uomo pazzo che, in pieno mattino,
accesa una lanterna, si recò al mercato e incominciò a gridare senza posa:
“Cerco Dio! Cerco Dio !” Trovandosi sulla piazza molti uomini non credenti
in Dio, egli suscitò in loro grande ilarità. Uno disse: “L'hai forse perduto
?”, e altri: “S'è smarrito come un fanciullo ? Si è nascosto in qualche
luogo ? Ha forse paura di noi? Si è imbarcato ? Ha emigrato ?”. Così
gridavano, ridendo fra di loro...
L'uomo pazzo corse in mezzo a loro e fulminandoli con lo sguardo gridò: “Che
ne è di Dio ? Io ve lo dirò. Noi l'abbiamo ucciso - io e voi ! Noi siamo i
suoi assassini! Ma come potemmo farlo ? Come potemmo bere il mare ? Chi ci
diede la spugna per cancellare l'intero orizzonte ? Che facemmo sciogliendo
la terra dal suo sole ? Dove va essa, ora ? Dove andiamo noi, lontani da
ogni sole ? Non continuiamo a precipitare: e indietro e dai lati e in avanti
? C'è ancora un alto e un basso ? Non andiamo forse errando in un infinito
nulla ? Non ci culla forse lo spazio vuoto ? Non fa sempre più freddo ? Non
è sempre notte, e sempre più notte ? Non occorrono lanterne in pieno giorno
? Non sentiamo nulla del rumore dei becchini che stanno seppellendo Dio ?
Non sentiamo l'odore della putrefazione di Dio? Eppure gli Dei stanno
decomponendosi ! Dio è morto ! Dio resta morto ! E noi l'abbiamo ucciso!
Come troveremo pace, noi più assassini di ogni assassino ? Ciò che vi era di
più sacro e di più potente, il padrone del mondo, ha perso tutto il suo
sangue sotto i nostri coltelli. Chi ci monderà di questo sangue ? Con quale
acqua potremo rendercene puri ? Quale festa sacrificale, quale rito
purificatore dovremo istituire ? La grandezza di questa cosa non è forse
troppo grande per noi ? Non dovremmo divenire Dei noi stessi per esserne
all'altezza ? Mai ci fu fatto più grande, e chiunque nascerà dopo di noi
apparterrà per ciò stesso a una storia più alta di ogni altra trascorsa”.
A questo punto l'uomo pazzo tacque e fissò nuovamente i suoi ascoltatori;
anch'essi tacevano e lo guardavano stupiti. Quindi gettò a terra la sua
lanterna che andò in pezzi spegnendosi. “Vengo troppo presto, disse, non è
ancora il mio tempo. Questo evento mostruoso è tuttora in corso e non è
ancor giunto alle orecchie degli uomini. Per esser visti e riconosciuti
lampo e tuono hanno bisogno di tempo, la luce delle stelle ha bisogno di
tempo, i fatti hanno bisogno di tempo anche dopo esser stati compiuti.
Questo fatto è per loro ancor più lontano della più lontana delle stelle e
tuttavia sono loro stessi ad averlo compiuto !” Si racconta anche che l'uomo
pazzo, in quel medesimo giorno, entrò in molte chiese per recitarvi il suo
Requiem aeternam Deo. Condotto fuori e interrogato non fece che rispondere:
“Che sono ormai più le chiese se non le tombe e i sepolcri di Dio ?”
(Nietzsche, “La gaia scienza”, Aforisma 125 - L'uomo pazzo)
L'annuncio della Morte di Dio è drammatico, perché implica il crollo di una
Weltanschauung, una visione del mondo, quella metafisica, che nel rapporto
col divino aveva fondato l'esistenza della società umana. Rinnegando la fede
in Dio, in una entità trascendente che governa il destino degli uomini,
proclamando l'avvento della ragione (illuminismo), della scienza
(positivismo), dell'evoluzione (darwinismo), l'umanità vede crollare quel
sistema di valori che per tanto tempo ha retto, nel bene e nel male,
l'ordine socio-culturale.
La Morte di Dio coincide con la fine di tutta la metafisica. In particolare,
secondo Nietzsche, di quella platonica, che aveva eletto come vero il mondo
iperuranico delle idee e il mondo sensibile come apparente.
Questo crollo di valori implica un forte senso di vertigine e smarrimento.
L'uomo folle conclude di essere venuto “troppo presto”, perché l'umanità non
è ancora pronta ad affrontare questo evento traumatico, in progress, che
tutt'oggi stiamo vivendo.
La pretesa di laicità da parte dello Stato, il permissivismo, il liberismo,
il nichilismo della tecnica, la “mistica del DNA”, la ricerca
dell'immortalità fisica, la violenza generalizzata come regressione allo
stato primitivo, sono tutte conseguenze della Morte di Dio. Cioè
dell'esclusione della dialettica tra sacro e profano dal continuo processo
di costruzione e ordinamento socio-culturali. L'Età della Ragione assegna
alle Chiese il compito di ammaestrare il rigurgito metafisico delle masse,
ma esclude Dio dalle decisioni politiche, sociali, economiche (si pensi, ad
esempio, alla grande importanza che nel mondo antico rivestivano la
divinazione e gli oracoli, ndr). L'Età dei Lumi elegge la scienza a nuovo
Dio. Ogni credenza nel magico e nel soprannaturale viene relegata
nell'ambito della superstizione.
«Noi filosofi e spiriti liberi - scrive Nietzsche ne La gaia scienza - alla
notizia che il vecchio Dio è morto, ci sentiamo come illuminati dai raggi di
una nuova aurora; il nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di
meraviglia, di presentimento, d'attesa, - finalmente l'orizzonte torna ad
apparirci libero, anche ammettendo che non è sereno, - finalmente possiamo
di nuovo scioglier le vele alle nostre navi, muovere incontro a ogni
pericolo; ogni rischio dell'uomo della conoscenza è di nuovo permesso; il
mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinanzi, forse non vi è ancora
mai stato un mare così aperto».
«Morti son tutti gli dèi: ora vogliamo che il superuomo viva», esclama
Zarathustra.
Nietzsche era ottimista. Sperava che la dimensione traumatica fosse solo un
momento di passaggio in vista dell'avvento di un uomo nuovo: l' “oltreuomo”
o “superuomo”, ovvero un nuovo modo di esistere dell'uomo, in base ad una
trasformazione (transvalutazione) di tutti i precedenti valori morali:
libero dall'illusione di verità eterne, di una vita ultraterrena,
dell'uguaglianza tra gli uomini, libero dalla legge di Dio. Dal momento che
non c'è più un Dio che dice all'uomo che cosa fare, l'uomo avrebbe
raggiunto, con un balzo, più che con un'evoluzione graduale, un superamento
dell'uomo, fino a diventare Dio egli stesso, facendosi creatore di nuovi
valori.
Ma come non ha potuto accorgersi Nietzsche che è proprio questo il senso
della Rivelazione cristiana: Gesù porta la spada del Logos, rinnega la
Legge, scaccia i Mercanti dal Tempio e proclama la venuta del figlio di Dio.
È Gesù stesso ad annunciare la Morte di Dio e l'avvento di un Uomo Nuovo,
terrestre, umano e divino al tempo stesso, alla cui forza, sapienza,
generosità, umiltà, compassione, è affidato il compito di portare il Regno
di Dio sulla Terra.
“La religione è l'oppio dei popoli”.
Dopo Nietzsche, un altro grande filosofo (ottimista), Karl Marx, ha
proclamato l'avvento di un Uomo Nuovo: l' “Uomo Totale”, libero dalle
costrizioni-alienazioni religiose ed economiche, che, attraverso il
socialismo comunista, si pone come padrone del proprio destino. All' “uomo
economico”, ossessionato dall’avere, Marx contrappone un oltreuomo che
esercita in modo creativo le sue potenzialità: “Ciascuno secondo le sue
capacità; a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Sulla scia di Nietzsche, Marx attacca la religione in quanto vede nella
Morte di Dio la necessità per l'uomo, specie quello oppresso, di abbandonare
le illusioni metafisiche e riappropriarsi della propria sovranità.
“La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di
lacrime, di cui la religione è l'aureola. La critica ha strappato dalla
catena i fiori immaginari, non perché l'uomo porti la catena spoglia e
sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi. La
critica della religione disinganna l'uomo affinché egli pensi, operi, dia
forma alla sua realtà come un uomo disincantato e giunto alla ragione,
affinché egli si muova intorno a se stesso e, perciò, intorno al suo sole
reale. La religione è soltanto il sole illusorio che si muove intorno
all'uomo, fino a che questi non si muove intorno a se stesso. È dunque
compito della storia, una volta scomparso l'al di la della verità, quello di
ristabilire la verità dell'al di qua. E innanzi tutto è compito della
filosofia, la quale sta al servizio della storia, una volta smascherata la
figura sacra dell'auto-estraneazione umana, smascherare l'auto-estraneazione
nelle sue figure profane. La critica del cielo si trasforma così nella
critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto,
la critica della teologia nella critica della politica. La critica della
religione approda alla teoria che l'uomo è per l'uomo l'essere supremo”.
(Marx, “Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico”)
Ne “La Terza Morte di Dio”, Andrè Glucksmann sostiene che in Europa,
attualmente, si celebra la terza morte di Dio. Se la prima è quella narrata
nei Vangeli ed avviene sulla Croce, la seconda è quella filosofica,
inaugurata e gestita, sebbene attraverso diverse modalità e dunque
differenti traiettorie, da Friedrich Nietzsche, Karl Marx e dai rispettivi
discepoli o epigoni, la terza si materializza nella storia attraverso forme
di nichilismo spirituale, etico, politico.
Assistiamo, ai nostri giorni, agli effetti sul lungo termine della Morte di
Dio e, contemporaneamente, del fallimento dell'utopia cristiana (di un mondo
pacifico e non-violento), di quella comunista-socialista (di un mondo
egalitario neo-primitivo), di quella “post-umana” invocata da Nietzsche (di
un mondo governato da liberi spiriti). Assistiamo al trionfo del nichilismo,
cioè alla negazione di tutti i valori, alla distruzione, all'annullamento.
La Morte di Dio si sta compiendo oggi come Morte dell'Uomo, in quanto
uccidendo Dio l'uomo ha ucciso la sua parte divina, in connessione con il
trascendente.
«Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò
che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l'avvento del nichilismo.
Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa è
qui all'opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si
annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono
già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante
tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una
catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che
vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere»
(Nietzsche, “Wille zur Macht” - “La volontà di potenza”)
Più cresce il progresso della scienza e della tecnica, più l'uomo sprofonda
nel nichilismo, regredisce ad uno stadio primitivo, animale, mostrandosi
incapace di una vera convivenza civile. Perché il progresso della tecnica
invece di produrre un'epoca di pace ed armonia produce mostruosità come la
bomba atomica? Perché racchiude in sé i germi del nichilismo.
“Dal momento in cui la ragione divenne lo strumento del dominio esercitato
dall’uomo sulla natura umana ed extraumana - il che equivale a dire: nel
momento in cui nacque - essa fu frustrata nell’intenzione di scoprire la
verità. Ciò è dovuto al fatto che essa ridusse la natura alla condizione di
semplice oggetto e non seppe distinguere la traccia di se stessa in tale
oggettivazione. […] Si potrebbe dire che la follia collettiva imperversante
oggi, dai campi di concentramento alle manifestazioni apparentemente più
innocue della cultura di massa, era già presente in germe
nell’oggettivazione primitiva, nello sguardo con cui il primo uomo vide il
mondo come una preda”.
(Horkheimer, “Eclissi della ragione”)
La concezione scientistica di Bacone, di Newton, di Galileo e di Cartesio ha
trovato nel ‘900 la sua realizzazione in forma di incubo, poiché, come mai
prima d'allora, scienza e tecnologia, lungi dall'essere neutre (come le
riteneva Marx) ma pregne di ideologia, hanno dimostrato di non possedere
alcuna forza emancipativa, ma, anzi, di essere per loro stessa natura
repressive, in quanto esprimono una volontà di dominio.
Esiste una malattia della ragione che è la volontà di potenza, cioè
l'aspirazione a voler dominare la natura, ponendosi al di fuori di essa, o,
peggio ancora, al di sopra. La ragione dovrebbe ricercare la libertà, la
verità, la bellezza, invece agisce come strumento di morte.
Husserl, ne “La Crisi delle Scienze Europee” (1936), vede la tecnica
rivolgere alle cose uno sguardo distaccato, freddo, che tende ad
“oggettivizzare” anche il soggetto che guarda, rendendo l'uomo “una cosa tra
le cose”.
Per Heidegger, la tecnica costituisce l'ultimo atto della metafisica: quando
oramai il mondo, nella sua totalità, si identifica con ciò che può essere
conosciuto, dominato ed utilizzato. Tale destino è nichilistico, ovvero si
apre un'epoca dove “dell'essere non ne è più niente”.
[...] rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose [...]
dice Marx del “Feticismo della Merce”, del fatto cioè che il valore della
merce, puramenrte economico, ha sostituito il valore d'uso, alienando il
rapporto sociale (perché così si perseguono solo interessi privati). Una
cosa ha valore non perché serve, ad es. per la sussistenza, ma solo se è
scambiabile con altre cose, cioè se può essere acquistata sul mercato, se di
essa esiste un equivalente in denaro. Gli altri significati della merce sono
conseguenti a questo.
“Il carattere mistico della merce [ovvero la sua natura 'sensibilmente
soprasensibile']” - dice Marx - “non deriva dal suo valore d'uso”.
È il Dio Mercato che stabilisce se una cosa è utile o no, in base alla
compravendita delle merci (la borsa), e in questo modo determina la
socializzazione, sempre più mediata da merci, prive di valore d'uso, che
finiscono per far accumulare immensi profitti e capitali a chi produce la
merce che vende di più.
La società capitalista è dunque una società alienata e nichilista che non
persegue il benessere collettivo ma solo interessi individuali, privati, che
favoriscono il darwinismo sociale, la lotta tra classi, e alimentano una
spirale di violenza infinita.
Data articolo: marzo 2008
Corso di Meditazione Vipassana 1
di S.N. GOENKA
- I DISCORSI -
(Questi discorsi, tenuti da S.N. Goenka durante un
corso di meditazione Vipassana, sono stati riassunti e
curati da William Hart)
- Associazione Vipassana Italia -
PREMESSA
"La liberazione si raggiunge con la pratica, mai
semplicemente discutendone", dice S.N. Goenka. Un
corso di meditazione Vipassana offre l'opportunità di fare
passi concreti verso la liberazione. In esso il partecipante
impara come liberare la propria mente dalle tensioni e dai
pregiudizi che disturbano la vita quotidiana. Ciò porta a
scoprire come si possa vivere ogni momento nella pace e
nella gioia, e ad essere attivi e produttivi.
Nello stesso tempo, si inizia il cammino verso le mete
più alte alle quali l'umanità possa aspirare: purezza
mentale, liberazione dalla sofferenza, piena illuminazione.
Per giungere a questi traguardi, non basta pensarci su o
semplicemente desiderarli, bisogna incamminarsi verso di
essi. Per questo, in un corso di Vipassana, si insiste
sempre sulla pratica effettiva. Non sono ammesse
discussioni filosofiche, né dibattiti teorici, né questioni
estranee all'esperienza personale di ciascuno. Si
incoraggiano i meditatori a trovare le risposte ai loro
problemi, per quanto possibile, all'interno di loro stessi.
L'insegnante fornisce tutte le istruzioni necessarie alla
pratica, ma spetta poi ad ognuno applicarle concretamente;
ciascuno deve combattere la propria battaglia personale,
conquistare la salvezza con le proprie forze.
Pur sottolineando la necessità della pratica, è tuttavia
necessario offrire il contesto di riferimento. Per questo,
ogni sera del corso, il maestro Goenka tiene un "discorso
sul Dhamma" che esamina gli aspetti della pratica della
giornata e ne chiarisce la tecnica. Egli avverte che questi
discorsi non intendono gratificare l'intelletto o le
emozioni, ma vogliono semplicemente aiutare i meditatori
a capire ciò che devono fare, spiegandone i motivi; sarà
così possibile lavorare in modo corretto e raggiungere
risultati adeguati.
Questi discorsi, undici in tutto, sono qui presentati in
forma concentrata. Essi forniscono una visione d'insieme
dell'insegnamento del Buddha. L'approccio a questo
argomento non è però né accademico né analitico;
l'insegnamento viene infatti presentato nel modo in cui
esso si svela progressivamente al meditatore e cioè come
un insieme dinamico e coerente. Attraverso le sue diverse
sfaccettature, si intravede una fondamentale unità, quella
data dall'esperienza meditativa. Quest'esperienza è il
fuoco interno che conferisce vita e splendore al gioiello
del Dhamma. Senza di essa è impossibile afferrare
appieno il significato di questi discorsi e, in ultima analisi,
dell'insegnamento del Buddha.
Questo vuol dire che c'è anche spazio per la
comprensione intellettuale dell'insegnamento stesso; essa
serve di sostegno per la pratica meditativa, anche se la
meditazione è un processo che oltrepassa i limiti
dell'intelletto.
La finalità di questi riassunti è quella di fissare i punti
essenziali di ogni conversazione. Essi vogliono soprattutto
illuminare e guidare coloro che praticano la meditazione
Vipassana insegnata da S.N. Goenka.
È auspicabile che i semplici lettori siano stimolati a
partecipare ad un corso di Vipassana, in modo da sperimentare
direttamente gli argomenti trattati.
I riassunti non dovrebbero essere considerati un
manuale di fai-da-te per imparare la meditazione
Vipassana, in sostituzione di un corso di dieci giorni. La
meditazione, e in particolare la tecnica di Vipassana, che
affronta le profondità della mente, è una cosa seria e non
dovrebbe mai essere presa con leggerezza e superficialità.
Il modo corretto di imparare Vipassana è quello di
partecipare ad un corso organizzato, dove il meditatore
trova un'atmosfera adatta e una guida esperta.
Chi volesse trascurare questi avvertimenti e imparare la
tecnica semplicemente sulla base di quanto ha letto, lo
farebbe interamente a suo rischio. Attualmente vengono
organizzati corsi di Vipassana in diverse parti del mondo,
secondo l'insegnamento di S.N.Goenka. Si possono
ricevere i programmi di questi corsi scrivendo ai centri
elencati in fondo al presente volume.
Questi riassunti sono, per la maggior parte, ricavati dai
discorsi tenuti da S.N.Goenka al Centro di Meditazione
Vipassana del Massachusetts, U.S.A., nell'agosto del
1983. L'unica eccezione è rappresentata dal discorso del
decimo giorno, che si basa su di un corso tenuto
nell'agosto del 1984.
S.N.Goenka ha esaminato questo materiale e ne ha
approvato la pubblicazione, ma non ha avuto il tempo di
controllarne i dettagli. Il lettore potrebbe quindi trovare
delle inesattezze e discrepanze che non possono essere
addebitate al maestro od all'insegnamento, ma unicamente
a chi scrive. Sarei quindi grato per ogni correzione che
contribuisse ad eliminare le imperfezioni del testo. Mi
auguro che questo lavoro possa aiutare molti nella loro
pratica del Dhamma.
Che tutti gli esseri siano felici!
William Hart
--------------------
ANNOTAZIONI SUL TESTO
I detti del Buddha e dei suoi discepoli, citati da
Goenkaji, provengono dalle Raccolte della disciplina
monastica (Vinaya-piµaka) e dei discorsi (Sutta-piµaka)
del Canone P±li (un certo numero di queste citazioni
appare in entrambe le raccolte, per quanto in casi del
genere vengano dati qui solamente i riferimenti ai Sutta).
Vi sono pure alcune citazioni tratte dalla letteratura p±li
post-canonica. Nei suoi discorsi, Goenkaji spiega questi
passaggi più con l'uso di parafrasi che servendosi della
traduzione letterale dal p±li. La sua intenzione è quella di
restituire l'essenza di ogni passaggio nella lingua
colloquiale, sottolineandone il rapporto con la pratica della
meditazione Vipassana.
Quando nei presenti riassunti viene citato un brano in
p±li, la spiegazione che ne viene offerta è quella data da
Goenkaji nel discorso corrispondente. Nell'ultima parte di
questo volume, e precisamente nella sezione in p±li con
traduzione italiana, si è cercato di riprodurre più
esattamente i brani in questione, sempre partendo dal
punto di vista del meditatore.
Nel testo dei riassunti, l'uso delle parole p±li è stato
ridotto al minimo. Quando queste parole sono state
utilizzate, per coerenza ne abbiamo dato il plurale secondo
la forma p±li: ad esempio, il plurale di saªkh±ra è
saªkh±r±, quello di kal±pa è kal±p±, quello di p±ram²
è p±ram².
--------------------
INDICE
Premessa .........................................................pag. 3
Annotazioni sul testo .......................................pag. 6
Discorso del primo giorno................................pag. 13
Difficoltà iniziali - scopo di questa meditazione - perché
si sceglie la respirazione come punto di partenza - la
natura della mente - causa delle difficoltà e come
affrontarle - pericoli da evitare.
Discorso del secondo giorno ............................pag. 21
Definizione universale di moralità e immoralità - il
Nobile Ottuplice Sentiero: O²la e sam±dhi.
Discorso del terzo giorno .................................pag. 28
Il Nobile Ottuplice Sentiero: paññ± - saggezza
acquisita, saggezza intellettuale, saggezza basata
sull'esperienza - le kal±p± - i quattro elementi - le tre
caratteristiche: impermanenza, illusoria natura dell'io,
sofferenza - andare al di là della realtà apparente.
Discorso del quarto giorno ...............................pag. 35
Domande sulla pratica di Vipassana - la legge del
kamma - importanza dell'azione mentale - le quattro
parti della mente: coscienza, percezione, sensazione,
reazione - rimanere consapevoli ed equanimi è la via per
uscire dalla sofferenza.
Discorso del quinto giorno ...............................pag. 45
Le Quattro Nobili Verità: sofferenza, causa della
sofferenza, liberazione dalla sofferenza, il mezzo per
eliminare la sofferenza - la catena dei condizionamenti.
8
Discorso del sesto giorno................................ pag. 53
Importanza di sviluppare consapevolezza ed equanimità
nei confronti delle sensazioni - i quattro elementi ed il
loro rapporto con le sensazioni - le quattro cause del
flusso della materia - i cinque ostacoli: bramosia,
avversione, indolenza fisica e mentale, agitazione,
dubbio.
Discorso del settimo giorno..............................pag. 62
Importanza dell'equanimità sia verso le sensazioni più
sottili che verso quelle più forti - continuità della
consapevolezza - i cinque "amici": fede, sforzo,
consapevolezza, concentrazione, saggezza.
Discorso dell'ottavo giorno .............................pag. 72
La legge della moltiplicazione ed il suo contrario, la
legge dell'eliminazione - l'equanimità è il bene maggiore
- l'equanimità rende possibile una vita di vera azione -
rimanendo equanimi, ci si garantisce un futuro felice.
Discorso del nono giorno .................................pag. 81
Applicazione della tecnica nella vita quotidiana - i dieci
p±ram².
Discorso del decimo giorno..............................pag. 90
Ripasso della tecnica.
Discorso dell'undicesimo giorno ......................pag. 101
Come continuare la pratica dopo la fine del corso.
Passaggi in p±li citati nei discorsi con traduzione in
Italiano ............................................................
pag.108
Glossario delle parole p±li................................ pag.138
Centri per la pratica della meditazione Vipassana
insegnata da S.N.Goenka. ............................... pag.154
RIASSUNTI DEI DISCORSI
Namo tassa bhagavato arahato
samm±-sambuddhassa
DISCORSO DEL PRIMO GIORNO
Difficoltà iniziali - scopo di questa meditazione -
perché si sceglie la respirazione come punto di
partenza - la natura della mente - causa delle
difficoltà e come affrontarle - pericoli da evitare.
Il primo giorno è pieno di grandi difficoltà e di disagi, in
parte perché non si è abituati a star seduti tutto il giorno
nello sforzo di meditare, ma soprattutto a causa del tipo di
meditazione che avete cominciato a praticare:
consapevolezza del respiro, solamente del respiro.
Sarebbe stato più facile e rapido concentrare la mente,
evitando tutti questi disagi se, insieme alla consapevolezza
del respiro, aveste cominciato a ripetere una parola, un
mantra, il nome di una divinità, o se aveste cominciato ad
immaginare l'apparenza o la forma di un dio. Vi si
richiede invece di osservare il semplice respiro, così com'è
naturalmente, senza regolarlo: non si devono aggiungere
parole né formare immagini.
Queste ultime non sono ammesse perché scopo di
questa meditazione non è la concentrazione della mente.
La concentrazione è solo un supporto, un gradino che
porta ad una meta più elevata: la purificazione della
mente, che comporta lo sradicamento di tutte le
contaminazioni mentali e delle negatività interiori,
conducendo così alla liberazione da tutte le sofferenze ed
al raggiungimento della piena illuminazione.
Ogni volta che nella mente sorge un'impurità, come
rabbia, odio, passione, paura, ecc., si diventa infelici. Ogni
volta che accade qualcosa di indesiderato, ci irritiamo e
cominciamo a creare tensione dentro di noi. Ogni volta
che non si avvera ciò che desideriamo, ecco che
generiamo di nuovo tensioni al nostro interno. Questo
processo va avanti tutta la vita, e si arriva al punto che la
nostra intera struttura, fisica e mentale, diventa un fascio
di grandi tensioni. E non ci limitiamo a tenere queste
tensioni dentro di noi, ma le comunichiamo a tutti quelli
con cui entriamo in contatto.
Non è certo questo il modo giusto di vivere. Siete
venuti a questo corso di meditazione per imparare l'arte di
vivere: come vivere in pace ed armonia con voi stessi, e
come procurare gioia ed armonia a tutti gli altri; come
vivere felici nel quotidiano, progredendo, nel frattempo,
verso la massima felicità di una mente totalmente pura,
piena di amore disinteressato, di compassione, di gioia per
la felicità altrui, di equanimità.
Per imparare l'arte di vivere armoniosamente, occorre
innanzi tutto scoprire la causa della disarmonia. La causa è
sempre dentro di noi, e per questa ragione dobbiamo
esplorare la realtà di noi stessi. Questa tecnica vi aiuta ad
esaminare la vostra struttura mentale e fisica, ed il forte
attaccamento che provate per essa, che produce soltanto
tensioni e infelicità.
È attraverso l'esperienza che dobbiamo arrivare a capire
la natura sia del corpo che della mente. Solo allora si potrà
sperimentare qualsiasi cosa possa esserci al di là della
mente e della materia. Questa si può quindi definire una
tecnica che porta alla realizzazione della verità, alla
comprensione di sé stessi, attraverso la penetrazione della
realtà di ciò che chiamiamo il "sé". Potremmo anche
chiamarla una tecnica di realizzazione di Dio, visto che
Dio non è altro che verità, amore, purezza.
L'esperienza diretta della realtà è essenziale. "Conosci
te stesso": dalla realtà superficiale, apparente, grossolana,
attraverso realtà più sottili, fino alla più profonda realtà
della mente e della materia. Dopo aver sperimentato tutto
ciò, si può allora procedere oltre, fino a sperimentare la
realtà ultima che sta oltre la mente e la materia.
La respirazione è il punto di partenza giusto per questo
viaggio. L'uso di un oggetto immaginario, frutto della
nostra fantasia, rischia soltanto di dar luogo ad altre
immaginazioni ed a maggiori illusioni: non aiuterà a
scoprire la verità profonda su se stessi. Per giungere ad
una forma più sottile di verità, occorre partire da una
verità, da una realtà chiara ed evidente qual è il respiro.
Inoltre, se ci si serve di una parola, o dell'immagine di una
divinità, la tecnica diventa settaria. La parola o l'immagine
verrà associata ad una cultura, ad una certa religione, e
potrà quindi risultare inaccettabile per coloro che hanno
altre credenze.
Essendo la sofferenza una malattia
universale, il rimedio non può essere settario, e la consapevolezza
del respiro risponde a questa esigenza di
universalità, perché il respiro è comune a tutti, e chiunque
può accettare di osservarlo. Ogni passo che si compie sul
sentiero deve essere libero da settarismi, dal confinamento
di verità universali in particolari strutture religiose.
Il respiro è lo strumento che permette di osservare la
verità su se stessi. In effetti, si sa ben poco del nostro
corpo. Conosciamo solo la sua apparenza esterna, e quelle
parti e funzioni di esso che possiamo controllare
coscientemente. Non sappiamo nulla degli organi interni
che operano al di fuori del nostro controllo, nulla delle
cellule di cui è composto l'intero corpo e che cambiano in
continuazione. Ininterrottamente, in tutto il nostro corpo,
avvengono innumerevoli reazioni biochimiche ed elettromagnetiche,
ma di esse non sappiamo niente.
Seguendo questa via, arriverete a conoscere tutto ciò
che ignorate su voi stessi. E, per questo scopo, la
respirazione è particolarmente adatta. Agisce infatti da
ponte tra il conosciuto e l'ignoto, poiché la respirazione è
l'unica funzione fisica che può essere sia conscia che
inconscia, sia intenzionale che automatica. Noi incominciamo
con una respirazione intenzionale, conscia, e
proseguiamo verso la consapevolezza del respiro normale,
naturale. Di lì progrediremo verso verità sempre più
profonde su noi stessi. Ogni passo è un passo compiuto
nella realtà; ogni giorno penetrerete più a fondo nella
scoperta delle realtà più impercettibili su voi stessi, sul
vostro corpo e sulla vostra mente.
Oggi vi è stato chiesto di osservare semplicemente
come funziona il respiro, ma contemporaneamente avete
anche osservato la mente, poiché la natura del respiro è
strettamente connessa allo stato mentale. Infatti, non
appena nella mente sorge un'impurità, una negatività, il
respiro diventa anormale e si comincia a respirare più
rapidamente e pesantemente. Quando la negatività se ne
va, il respiro ridiventa leggero. È così che il respiro può
diventare uno strumento per esplorare non solo la realtà
del nostro corpo, ma anche della nostra mente.
Una caratteristica della mente, che avete cominciato a
sperimentare oggi, è la sua abitudine di saltare in
continuazione da un oggetto all'altro. La mente non vuole
rimanere fissa sul respiro o su qualsiasi altro oggetto di
attenzione: preferisce scorrazzare incontrollatamente.
E quando la mente divaga, dove va? Avete ormai notato
che va o nel passato o nel futuro. Si tratta di un'abitudine
fissa della mente: non vuole rimanere nel momento
presente. In realtà, è nel presente che dobbiamo vivere.
Ciò che è passato è irrevocabilmente finito; ciò che è
futuro non si può raggiungere, fino a che non diventa
presente. Ricordare il passato e pensare al futuro serve
solo nella misura in cui ci aiuta a vivere il presente.
Eppure, a causa di un'abitudine radicata, la mente cerca
continuamente di fuggire dalla realtà del presente verso un
passato od un futuro irraggiungibili; è una mente pazza,
perpetuamente agitata ed infelice.
La tecnica che state imparando qui si chiama arte di
vivere, e la vita si può vivere concretamente solo nel
presente. Perciò il primo passo è imparare come vivere nel
momento presente, mantenendo la mente su una realtà
presente: il respiro che in questo momento sta entrando e
uscendo dalle narici. Anche se superficiale, questa è la
realtà di questo momento. Quando poi la mente divaga,
noi dobbiamo, sorridendo e senza tensione, accettare il
fatto che, a causa di un'abitudine ormai radicata, essa si è
distratta. Non appena ci rendiamo conto che la nostra
mente si è distratta, essa ritorna naturalmente e spontaneamente,
alla consapevolezza del respiro.
Avete facilmente riscontrato la tendenza della mente a
scivolare in pensieri riguardanti il passato od il futuro. Di
che tipo sono questi pensieri? Oggi avete constatato che
talvolta i pensieri sorgono senza alcuna sequenza, senza
capo né coda. Un comportamento mentale del genere
viene di solito considerato segno di follia. Ora anche voi
avete fatto la scoperta di essere dei pazzi, immersi
nell'ignoranza, nell'illusione, nell'autoinganno. Ma anche
quando i pensieri seguono una logica, essi hanno come
oggetto qualcosa di piacevole o di spiacevole. Nel caso di
un oggetto piacevole, si comincia a reagire con un senso
di gradimento, che sfocia in bramosia e attaccamento. Se
l'oggetto è spiacevole, si comincia a provare ripugnanza,
che si trasforma in avversione ed odio. La mente è
costantemente colma di ignoranza, bramosia ed avversione.
Tutte le altre impurità hanno origine da queste tre
impurità fondamentali, che in p±li vengono chiamate
rispettivamente: moha, r±ga, dosa, ed ognuna è causa di
infelicità.
Scopo di questa tecnica è quello di purificare la mente,
di liberarla dalla sofferenza, sradicando gradualmente i
condizionamenti interiori. È un'operazione che avviene
nelle profondità dell'inconscio, compiuta nell'intento di
scovare ed eliminare i complessi che vi sono nascosti.
Anche il primo passo in questa tecnica deve purificare la
mente, e questo è il caso: osservando il respiro, avete
iniziato non soltanto a concentrare la mente, ma anche a
purificarla.
Forse, nel corso di questa giornata, la vostra
mente è stata concentrata sul respiro solo per pochi
momenti, ma ognuno di questi è estremamente efficace
per cambiare l'abitudine mentale. In momenti del genere,
siete consapevoli della realtà del presente, e cioè del
respiro che entra o esce dalle narici, senza illusioni. Né
potete provare desiderio o avversione nei confronti del
respiro, perché vi limitate ad osservarlo, senza reagire.
Mentre fate questo, la mente è libera dalle tre
contaminazioni di base, ed è quindi pura. Questo momento
di purezza a livello conscio ha un forte impatto sulle
vecchie impurità accumulate nell'inconscio. Il contatto tra
quella forza positiva e queste forze negative produce
un'esplosione; alcune delle impurità nascoste nell'inconscio
emergono a livello conscio, e si manifestano come
differenti tipi di disagi fisici o mentali.
Il pericolo, in una situazione del genere, è quello di
agitarsi, aumentando così le proprie difficoltà. La
saggezza dovrebbe suggerirci che ciò che ci appare come
un ostacolo è in realtà un segno di successo nella meditazione,
un'indicazione che la tecnica ha effettivamente
cominciato a funzionare. È iniziata l'operazione nell'in-
conscio, e parte del pus chi vi è nascosto ha cominciato ad
uscire dalla piaga.
Il processo può risultare spiacevole, ma
è l'unico modo per liberarsi dal pus, per eliminare le
impurità. Continuando a lavorare nel modo giusto, tutte
queste difficoltà a poco a poco diminuiranno. Domani sarà
un po' più facile, il giorno dopo ancora di più. Se lavorate
bene, gradualmente tutti i problemi spariranno.
Siete voi che dovete lavorare, nessun altro può
assumersi questo compito al vostro posto. Per riuscire a
liberarvi, dovete esplorare la realtà all'interno di voi stessi.
Alcuni suggerimenti su come lavorare
Rimanete all'interno durante le ore di meditazione.
Facendo meditazione all'aperto, a diretto contatto con la
luce ed il vento, non riuscirete a penetrare in profondità
nella vostra mente. Potete invece andar fuori durante gli
intervalli.
Dovete rimanere entro il perimetro del luogo in cui si
svolge il corso. State eseguendo un'operazione sulla vostra
mente: rimanete in sala operatoria.
Prendete la decisione di fermarvi per l'intero periodo
del corso, indipendentemente dalle difficoltà che potrete
incontrare. Ricordatevi di questa ferma determinazione
ogniqualvolta, durante l'operazione, sorgeranno dei
problemi. Andarsene a metà corso può essere pericoloso.
Allo stesso modo, decidete di attenervi alla disciplina
ed a tutte le regole, la più importante delle quali è la
regola del silenzio. Ripromettetevi anche di attenervi agli
orari e soprattutto di essere in sala di meditazione per le
tre sedute di gruppo quotidiane di un'ora.
Evitate di mangiar troppo, di cedere alla sonnolenza e
di parlare quando non ve ne sia necessità.
Seguite esattamente le istruzioni. Mettete da parte, per
il periodo del corso, tutto ciò che avete letto od imparato
altrove, senza giudicarlo. Mescolare le tecniche è molto
pericoloso. Se qualcosa non vi è chiaro, chiedete
spiegazioni all'insegnante. Ma sperimentate questa tecnica
senza pregiudizi; se lo farete, i risultati saranno eccellenti.
Utilizzate questo periodo nel miglior modo possibile,
per liberarvi dalla schiavitù dell'attaccamento, dell'avversione,
dell'ignoranza, e così provare vera pace, vera
armonia, vera felicità.
Auguro a tutti voi la felicità vera.
Che tutti gli esseri siano felici!
Dove c'è dharma, c'è la vittoria
di Swami Kriyananda
Il principio di Ananda
C'è un detto indiano che abbiamo adottato ad Ananda come principio
fondamentale: "Dov'è il dharma", e cioè l'azione giusta, in sintonia con la
verità e con gli ideali spirituali, "c'è la vittoria". È importante vivere
sempre nella coscienza che se mettiamo i principi al primo posto nella vita,
tutto andra come deve andare e non ci sara mai fallimento. Come dice la
Bhagavad Gita: "Oh, Arjuna, sappi con certezza che il mio devoto non si pede
mai".
A questo proposito mi ricordo di una volta in cui Yogananda stava affrntando
una prova che riguardava la situazione economica della sua organizzazione,
che sembrava stesse per fallire (vivere in questo mondo significa avere
delle prove: i maestri non vivono in un altro mondo e anche loro hanno delle
prove nella vita). Yogananda invocò la Madre Divina che gli rispose: "Io
sono i tuoi investimenti: che cosa vuoi di più se hai me? La danza della
vita, la danza della morte: sappi che tutto questo viene da me. Vivi quindi
nella gioia".
- La vita è fatta di un'opposizione polare -
E noi dobbiamo realizzare quella gioia, che è una gioia che non nasce quando
tutto va bene, come alla fine di un film, specialmente di Hollywood. Non è
così la vita. La vittoria di oggi diventa la sconfitta di domani e il gran
successo di oggi diviene il fallimento di domani, non può essere altrimenti.
Come dice Satya Sai Baba "La gioia è un intervallo fra due dolori e il
dolore è un intervallo tra due gioie". La vita è fatta di un'opposizione
polare. Per questo se sperimentiamo qualcosa, dobbiamo anche sperimentare il
suo opposto. Soltanto al centro si trova una gioia per la quale non c'è un
opposto.
È bene essere gioioso nella vita, avendo sempre presente che la gioia deve
nascere da dentro, perché la gioia divina non cambia e non si perde. Mi
ricordo quando mi hanno espulso dalla SRF. Per me è stata una tragedia, non
so se ho mai sperimentato un'altra cosa simile. Durante quel periodo ho
tenuto alcune conferenze, al termine delle quali le persone mi dicevano
"Abbiamo sentito in lei una tale gioia...". E io ho pensato "Gioia? È
impossibile!". Poi ho capito che non l'avevo persa: la gioia mi era rimasta
come una corrente sotterranea, al di sotto della sofferenza.
E anche nella tua vita, se mediti e vivi nella presenza di Dio, avrai una
gioia che niente ti potrà togliere. Cose una discepola era moltoma lata di
Yogananda, che quando fu portata in ospedale per l'ennesima operazione,
mentre era sotto anestesia, dusse "Togli tutto, non importa, togli tutto".
Se viviamo nella coscienza che "non importa nulla: io sono figlio di Dio",
se perdiamo tutto, non importa poi tanto. Quando puoi vivere in questo modo,
vedrai che non importa cosa ti succede, perché avrai quello che cerchi
veramente nella vita: la gioia.
Dio ha tante cose merangliose da darci, però noi non le accettiamo perché
vogliamo ciò che desideriamo, non quello che Lui vuole. E spesso, dato che
Lui ha un buon senso dell'umorismo, ci fa pensare che sarà un disastro se
non otteniamo quello che vogliamo. Invece Lui ci dà l'unica cosa che noi
veramente non volevamo, e in effetti quando l'abbiamo vediamo che è l'unica
cosa possibile per la nostra felicità.
- La legge del karma -
Quando hai un desiderio metti in moto del karma. Poi hai un altro desiderio
e provochi altro karma. Così nell'ego si creano correnti di desideri che
sono in contraddizione fra loro e lottano. Si arriva alla fine, ma soltanto
dopo una gran confusione. Perciò quando adesso soffri per qualcosa nella tua
vita, pensi "ma io non ho mai fatto qualcosa per meritare un dolore così
grande". Eppure, lo hai fatto, se non in questa vita in un'altra, perché il
karma che hai creato prima o poi sicuramente verrà.
Ma se riesci veramente a lasciare i desideri e a dare a Dio tutta la tua
vita, ad aprirti alla sua volontà, vedi subito il perché di quanto accade,
vedi subito che le cose si risolvono come devono. E se vivi in Lui, vedrai
che la tua vita diventera come un bel canto, dove le diverse voci sono in
armonia. Ma se non ti sforzi di essere in sintonia con la volontà di Dio, la
vita sarà molto confusa.
Non voglio però che abbiate paura, perché Dio è il regno di tutto. Una
volta, una persona che era molto preoccupata per la condizione del mondo si
è recata dalla santa Ananda Moi Ma. Lei ha detto "Lui ha creato questo
mondo: non pensi che sappia come dirigerlo?". Abbi fede in Lui. Se tu lo
ami, se tu vivi per Lui, se tu dai tutto a Lui, qualsiasi cosa ti capiti è
per il meglio, il meglio per te. Dio ti darà sempre delle prove, altrimenti
come può sapere che il tuo amore e la tua dedizione sono vere e di valore.
Se vivrai con questa disposizione interiore, vedrai che tutto sarà per il
tuo benessere.
- Cambia la tua vita -
Penso che essere ad Ananda in questo inizio d'anno sra un'ottima cosa per
cambiare la vita nel modo migliore. Qui puoi meditare, essere tranquillo, e
questo ti dà una maggiore chiarezza e ti rende più facile cambiare la tua
vita, almeno in alcuni aspetti. Mentre stai qui, ti suggerisco di pensare
profondamente alla tua vita. Noi tutti abbiamo certe cose che vorremmo
cambiare, o nelle nostre vite o in noi stessi. I saggi capiscono che tutto
comincia con se stessi, mentre gli stolti pensano che tutto cominci con gli
sbagli degli altri.
Quindi pensa a come puoi cambiare te stesso e offri a Dio anche il
cambiamento, perché spesso il cambiamento che vogliamo noi non è un buon
cambiamento. Ogni pensiero al riguardo offrilo a Lui e chiedigli di guidarti
nei tuoi pensieri, per agire in sintonia con la sua volontà. Quello che Lui
vuole per te è veramente il tuo bene, non un bene illusorio. Vedrai che in
questo rapporto interiore ti verranno date delle idee su come cambiare.
Spesso ci sono delle qualità che vorremmo assolutamente conquistare, ma sono
troppo grandi. Un generale saggio cerca di vincere lì dove è possibile
vincere. Così a poco a poco acquisisce la forza per fare la grande battaglia
finale nel cuore della postazione nemica. Allo stesso modo anche noi
dobbiamo selezionare. Devi decidere quali sono le battaglie che puoi vincere
o che speri di poter vincere. E così con ogni vittoria conquisterai più
forza interiore, fino a quando potrai anche affrontare i tuoi grandi
difetti, che forse adesso ti sembrano invincibili.
Prima o poi ogni difetto può essere vinto, perché ognuno di noi ha il
destino di diventare uno con Dio. Non siamo deboli, non siamo neanche umani:
siamo angeli, siamo punti di luce. Poiché siamo figli del Signore Infinito
dobbiamo capire che un bel giorno arriveremo a una libertà completa e che
anche noi nell'anima abbiamo potenzialità infinite.
Inizia dai difetti più piccoli e sottilmente, a poco a poco, come l'acqua,
entrerai in ogni piccola fessura e arriverai dove vuoi. Non cercare di
affrontare prove impossibili per il tuo stato di coscienza attuale. Scegli
tra tutti i difetti quello che riesci ad affrontare. E non pensare "ma, ce
ne sono tanti, non importa" e non dire "sono solo un essere umano". Dovresti
dire "non sono ancora umano", perché non sarai veramente un essere umano
perfetto fino a quando non avrai realizzato e superato tutti i difetti della
vita umana. Un vero essere umano ha realizzato tutte le potenzialità della
propria vita. E questo significa realizzare Dio dentro di te.
Per affrontare questo processo due cose sono importanti: la volontà e la
concentrazione. Ci vuole molta volontà, però concentrata, non diretta in
tante direzioni diverse.
E così vedrai che quest'anno nonsarà un anno difficile, ma un anno di
vittoria, un anno di gioia interiore mai compresa prima. Accetta come una
grazia ogni prova che Dio, perché è un'opportunità per crescere verso questa
gioia. Fino a quando non l'avrai, non avrai mai quello che desideri nella
vita. Noi tutti, uomini e donne, cerchiamo quella gioia, e questa è l'unica
direzione che può portarti a quello che tida,desideri veramente nel tuo
cuore. Alla luce di tutto questo, vi auguro nuovamente un "buon" anno.
Chakra e reiki 1
Il nostro corpo fisico è una realtà semplice che i nostri sensi razionali
percepiscono immediatamente.
Dietro questa realtà, e la fisica ce lo conferma sempre più, c'e' un'altra
realtà più sottile,
meno palpabile, che esercita la sua azione sul corpo fisico. Mentre la
nostra mentale
funziona consapevolmente ed inconsapevolmente, il nostro corpo reagisce in
modo fisico ed energetico.
Questa energia, il Prana, e' iscritta in noi secondo le leggi millenarie che
la tradizione tantrica
dell'India ha esplorato, codificate, per un un approccio olistico
dell'essere umano.
Per vivere pienamente il suo potenziale e le sue capacità extrasensoriali,
l'insieme della nostra energia deve circolare sotto forma di una fontana
attraversando dei canali, dette Nadi,
situati fra le ruote energetiche: i Chakras.
Non c'e' nulla di occulto, e non c'è nessuno bisogno di essere adepto del
buddismo
tantrico per svegliare ed aprire i propri Chakras.
Vere ruote energetiche, i Chakras sono in numero di sette e la loro apertura
è la chiave che permette di sviluppare le nostre facoltà extrasensoriali
innestandosi
in osmosi con la nostra natura divina...
"L'uomo è fatto ad immagine dell'universo"...
L'uomo è composto di una trinità composta dal corpo, dallo spirito e
dall'anima....
non bisogna confondere il corpo spirituale col corpo di carne
corruttibile...
la vera essenza del corpo spirituale sono i Chakras.
Lo spirito è il mezzo che unisce l'anima al corpo e l'anima è la parte
divina dell'uomo...
L'uomo è prigioniero di una moltitudine di reincarnazioni che hanno lo scopo
di farlo evolvere
verso un "stato divino" ... Questo avviene quando si è staccato
completamente dalla sua parte animale,
quando si dirige verso un altro mondo che si chiama "paradiso" o "nirvana":
talvolta tutt
o dipende dalla propria cultura religiosa.
Per introdurre
l’aspetto più prettamente ‘tecnico’ del Reiki come disciplina ‘energetica’ è
utile
introdurre brevemente la conoscenza della ‘Teoria dei Chakra’ che è la base
essenziale
e fondamentale di tutta la cultura indiana che è tra le più antiche del
mondo
ed ha ispirato anche le tradizioni Tibetane (da cui con ogni probabilità
il Reiki trae origine), la Medicina Cinese e le altre che seguirono.
E’ esperienza comune ed ormai fa parte della consapevolezza di molti
che non siamo fatti di solo corpo, di pura materia fine a se stessa,
ma esiste una realtà, certo invisibile finchè vogliamo, la quale viene
percepita non dal sistema cognitivo come da sempre lo conosciamo,
ovvero i normali 5 sensi, bensì dalla nostra sensibilità, più o meno
sviluppata,
che ci permettere di ‘leggere’ aspetti della vita diversi da quelli che i
normali
sensi percepiscono: si parla quindi di ‘Energia’ (dal greco ‘forza in atto’
o ‘forza dentro’),
concetto a volte sfuggente, molte altre volte indefinibile, ma che
sicuramente tutti, in qualche modo,
conosciamo; chi non ha mai sperimentato la carica energetica che ci dà una
bella giornata, oppure
l’incontro con una persona cara, ecc. ecc.
La stessa scienza ufficiale ha sentenziato che la stessa materia altro
non è che una forma altamente condensata di Energia; a questo punto è facile
affermare che tutto, noi compresi, siamo Energia, in senso strettamente
scientifico
siamo costituiti da campi elettromagnetici che interagiscono solidalmente
tra loro
ed anche con altri campi, sempre elettromagnetici, che sono tutte le cose e
gli esseri c
he ci circondano senza escludere neppure l’atmosfera e praticamente
l’Universo intero.
Facendo un passo indietro nel tempo scopriamo come circa 3000 anni fa in
oriente,
ed in India in particolare, compaiono i primi testi in cui si fanno precisi
riferimenti a questo concetto
in relazione a tutto il Creato ed in particolar modo alla relazione tra
questo e l’Uomo;
ovvero si definiscono le ‘leggi’ che regolano appunto l’Energia, la sua
circolazione, la sua trasmissione e così via.
Chiariamo meglio: se tutto è Energia, così come esiste la spina da cui
prendiamo
energia elettrica per far funzionare radio, tv, computer, ecc. ci sarà anche
per l’essere
umano qualcosa che, proprio come una spina elettrica, permetta di
‘alimentarsi’ di Energia,
a parte le forme convenzionali di cibo, acqua ed aria: questo qualcosa,
secondo la tradizione
Vedica (Veda=conoscenza) indiana sono i ‘Chakra’, la cui traduzione dal
sanscrito è ‘vortice’
o ‘ruota che gira, i quali sono situati su tutto il corpo in gran quantità;
facendo un esempio simbolico
i Chakra sono le nostre finestre ‘virtuali’ da cui l’Energia fluisce; così
come il naso, la bocca,
i pori della pelle sono le finestre da cui l’aria entra ed esce per metterci
di respirare e quindi di vivere,
così come l’ostruzione di tutti i pori porterebbe in poche ore alla morte,
in modo analogo l’ostruzione
dei Chakra non consente all’Energia di circolare per alimentare tutti i
processi,
anche fisiologici, di cui l’organismo ha bisogno.
Di tutti i Chakra è importante fare riferimento ai sette principali:
i più grandi (=le finestre di più ampia luce) che sono collocati in
precisi e definiti punti corporei e sono allineati tra loro esattamente
lungo la colonna vertebrale, nonché ‘legati’ da un circuito che li mette in
comunicazione.
A seconda della disposizione hanno dei precisi e definiti riferimenti
simbolici, fisiologici e psichici.
Ciascun chakra è raffigurato anche da un simbolo grafico detto ‘Mandala’
(= cerchio, in esso tutti gli elementi che lo compongono sono equidistanti
dal centro in significato di riunione unitaria di tutte le cose, di armonia
globale).
Col Reiki sostanzialmente si va a ‘lavorare’, su questi Chakra al fine di
amplificare
la capacità energetico-vibrazionale di cui ogni organismo è dotato;
Semplicemente
per riarmonizzare o ‘sintonizzare’ meglio l’organismo e ciò che lo circonda
e ricondurlo
ad una dimensione più armonica, naturale e ‘piena’.
In pratica, e qui giungiamo al nocciolo del discorso, con l’attivazione
Reiki
ci si immette in un cammino, assolutamente personale e particolare,
che porta verso una piena consapevolezza della propria esistenza,
e come ogni cammino sulla via possiamo trovare di tutto, cose che
ci sono gradite ed altre meno ma, citando una massima che non vuole
certo impensierire o mettere paura, si sa che “Nessuno Arriva in Paradiso
con gli Occhi Asciutti”, nel senso che ogni percorso di vita pone
sicuramente
ostacoli o difficoltà ma ponendosi verso questi con accettazione e
consapevolezza
meglio si apprezza la vita ed il cammino verso cui ci conduce.
E’ un po’ come riuscire a vedere meglio la pianura (la ns. vita) salendo la
montagna
( il cammino): comporta certo impegno ma solo salendo, passo dopo passo,
riusciremo ad averne una visione più ampia. Spesso il Reiki viene confuso
con una semplice pratica di puro rilassamento (anche se uno degli effetti
più evidenti
all’inizio è questo) o peggio come una potente arma (dal secondo livello in
avanti)
per asservire alla nostra volontà la dea bendata o gli altri esseri, ma, si
sottolinea ancora,
la visione che, in modo forse più corretto e valida per tutti, si può
proporre è proprio quella d
el cammino che poi ognuno decide come gestire: chi preferirà salire la
montagna inerpicandosi
sulle rocce e sulle salite più erte e chi, invece, deciderà ugualmente la
scalata ma
abbandonandosi alle vie e sentieri più dolci che, comunque, portano
ugualmente in cima!
E, sempre per citare una massima famosa:
"non è tanto importante raggiungere la cima quanto ‘vivere’
momento per momento, giorno per giorno, il sentiero stesso".
Altro aspetto che vale la pena di toccare è quello relativo alla
‘guarigione’
di cui spesso si parla quando si cita il Reiki: bisogna chiarire che il
termine
"guarigione" non è sinonimo di terapia quasi magica di mali e situazioni
patologiche ma implica una valenza forse di portata maggiore nel senso che
guarigione significa prendere coscienza del fatto che molte situazione della
nostra vita,
le quali prendono un’aspetto di tipo fisico, contingente (parliamo anche di
malanni
e tutto quanto ne consegue) non sono altro che il risultato finale di un
processo
che parte proprio da una base energetica; in altre parole se il libero
fluire dell’Energia
è ostacolato e poi congestionato, a lungo andare, si creano situazioni che
favoriscono
l’insorgenza di mali in senso ampio e, pertanto, con una disciplina
energetica quale
il Reiki possiamo iniziare a ristabilire una corretta armonia energetica
che anzitutto
ci fortifica e poi, magari, aiuta ad affrontare al meglio e aiutare a
risolvere situazioni
problematiche perché ne abbiamo preso coscienza rispetto all’origine delle
stesse.
Testi tratti da: www.isolafelice.info
"Dovreste trasferire la vostra attenzione dall'insuccesso al successo,
dall'ansia alla calma, dalle distrazioni mentali alla concentrazione,
dall'irrequietudine alla pace, dalla pace alla beatitudine divina inferiore.
Quando raggiungerete questo stato di Auto-Realizzazione lo scopo della
vostra vita sarà stato gloriosamente raggiunto."
(Paramahansa Yogananda)
Fino a che siete soggetti
a vivere incatenati alla forza dell'abitudine,
non sarete liberi dal fardello del corpo.
Kuei-Shan (771-854)
"Quali che siano le circostanze, abituatevi a discendere in voi
stessi per trovarvi quelle quintessenze che vengono chiamate
amore, saggezza, dolcezza, bontà, pace, ispirazione, purezza,
gratitudine... Dei semplici oggetti, da voi tenuti in mano,
possono aiutarvi a far riaffiorare ciò che è nascosto nel più
profondo di voi stessi. Una piuma d'uccello, una foglia
d'albero, un sasso. tutto può divenire un intermediario, un
mezzo per entrare in relazione con il vostro mondo interiore.
Anche una parola scritta su un foglio di carta può bastare:
scrivete una parola, e grazie a quella sola parola, entrate nel
vostro laboratorio interiore, dove trovate il "flacone" che
porta lo stesso nome. Quella parola scritta è come un testimone,
un rivelatore; la tenete in una mano, mentre con l'altra cercate
il flacone, e poiché esiste un'affinità fra quella parola e un
certo flacone, finite per trovarlo. Non finirò mai di
ripetervelo: ci sono tantissime cose a vostra disposizione, ma a
condizione che facciate lo sforzo di utilizzarle!"
Omraam Mikhaël Aïvanhov
"La felicità sboccia spontaneamente nei cuori di coloro che internamente
sono liberi. Fluisce spontaneamente, come un torrente di montagna dopo le
piogge primaverili, nei cuori che si accontentano di una vita semplice e che
volontariamente rinunciano al frastuono delle cosiddette "necessità"
superflue,
castelli di sogno di una mente irrequieta.
(Paramahansa Yogananda)
Seguire istinti, richieste
che ci conducano a soddisfare
ogni segnale corporeo,senza discernimento,
è non saperne superare il limite,
non saper fare della nostra volontà
il percorso che possa liberarci
dal potere che esso esercita su di noi.
Seguire un percorso
che conduca alla consapevolezza
di altre qualità, è il pilastro
del non attaccamento, dell'ascolto profondo
che sprigiona la via che liberi dalla sofferenza.
Lontani dalla paura, dalla malattia e dalla morte,
perchè si alimenta la capacità
di vedere oltre i limiti del corpo.
Poetyca
"Come i raggi vitali del sole nutrono tutto, così voi dovreste diffondere i
raggi della speranza nei cuori dei poveri e dei negletti, infondere il
coraggio nei cuori dei disanimati, e luce e nuova forza nei cuori di coloro
che credono di essere dei falliti."
(Paramahansa Yogananda)
La natura della mente è lo sfondo dell'insieme di vita e morte, come il
cielo
che comprende l'intero universo nel suo abbraccio.
Sogyal Rinpoche
"Ricordati che, quando sei infelice, è generalmente perché non metti a fuoco
abbastanza fortemente le grandi cose che tu vuoi compiere definitamente
nella vita, né che impieghi con la necessaria rapidità la tua forza di
volontà, la tua abilità creativa, o la tua pazienza, perché i tuoi sogni si
materializzino."
(Paramahansa Yogananda)
Abbracciare la realtà,
così come essa è,
delinea il passo che svela
ogni possibile illusione,
è consapevolezza che abbatte
tutte le costruzioni della mente:
tutto si lega e si rincorre
ed è contenuto in un alternarsi
di luce ed ombra che non separa
ma accoglie in unità ogni cosa.
Poetyca
"Quando Dio non risponde alle vostre preghiere, è perché non siete zelanti.
Voi gli offrite aride imitazioni di preghiere, che non rappresentano il
mezzo per richiamare l'attenzione del Padre Celeste. Il solo modo per
giungere a Dio attraverso la preghiera è quello della persistenza,
regolarità, e profondità d'intenti. Purificate la vostra mente di tutto ciò
che è negativo, come la paura, l'ansietà, la collera; quindi, colmatela con
pensieri di amore, laboriosità, e gioiosa aspettazione. Nel tabernacolo
interiore del vostro cuore dev'esserci una forza, una gioia, una pace - e
quella è Dio."
(Paramahansa Yogananda)
(Sul muro della Casa dei bambini di Madre Teresa a Calcutta c'è
un'iscrizione che recita):
Trova il tempo di pensare
Trova il tempo di pregare
Trova il tempo di ridere
E' la fonte del potere
E' il più grande potere sulla Terra
E' la musica dell'anima
Trova il tempo per giocare
Trova il tempo per amare ed essere amato
Trova il tempo di dare
E' il segreto dell'eterna giovinezza
E' il privilegio dato da Dio
La giornata è troppo corta per essere egoisti
Trova il tempo di leggere
Trova il tempo di essere amico
Trova il tempo di lavorare
E' la fonte della saggezza
E' la strada della felicità
E' il prezzo del successo
Trova il tempo di fare la carità
E' la chiave del Paradiso.
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Seminari: Yoga-Sutra e Bhagavad-Gita
Psicologia e Spiritualità dell'India
Un percorso alla scoperta di sè stessi per il benessere interiore dell'Uomo,
della Famiglia e della Società
Pinarella di Cervia (RA), 21-25 Marzo 2008
Struttura sul Lungomare - Viale Abruzzi n° 88, Pinarella di Cervia (RA)
Relatore: Marco Ferrini (Ph.D. Psychology). Professore incaricato di Florida
Vedic College e The Yorker Intl. University. International Affiliate of the
American Psychological Association
http://www.c-s-b.org/it/newsletter/21_03_2008/img/f2.jpg
Dal 21 al 25 marzo, a Pinarella di Cervia, sull'Adriatico, Marco Ferrini ha
tenuto un Seminario dal titolo Yoga-sutra e Bhagavad-gita. Psicologia e
Spiritualità dell'India. Un percorso alla scoperta di sé stessi per il
benessere interiore dell'Uomo, della Famiglia e della Società.
http://www.c-s-b.org/it/newsletter/21_03_2008/img/f3.jpg
Le sessioni di studio quotidiane, in uno stimolante dialogo tra il portato
spirituale e quello scientifico delle due grandi opere tradizionali di
riferimento, hanno consentito, grazie all'esperienza del relatore e
all'ottima interazione del nutrito pubblico proveniente da tutta Italia, di
affrontare e di approfondire tematiche di vitale importanza per l'uomo di
oggi, per la sua autodiagnosi, per lo sviluppo delle sue potenzialità
cognitive ed affettive e, in prima istanza, per lo scioglimento dei numerosi
e dolorosi condizionamenti.
http://www.c-s-b.org/it/newsletter/21_03_2008/img/f4.jpg
Come è stato ben spiegato, lo Yoga costituisce uno stile di vita, una vera e
propria scienza del vivere che riguarda ogni aspetto dell'umana esistenza e
che si cala nel vissuto quotidiano in maniera pratica ed efficace. Primo
scopo dello Yoga è quello di liberare l'individuo dalla sofferenza, generata
dai condizionamenti. Imparare a vedere e a gestire dinamiche interiori ed
esteriori, a riconoscere ciò che ci accade come reazione di qualcosa che noi
abbiamo attivato, scoprire dentro di noi risorse e facoltà superiori per
poter elaborare i nostri contenuti inconsci, sviluppare la capacità di amare
e di ricevere amore, è di fondamentale importanza per riuscire a dare una
svolta alla nostra rotta esistenziale e a finalmente svincolarci da catene
invisibili ma robuste che ci impediscono di elevarci verso dimensioni più
luminose della coscienza, riscoprendo il nostro rapporto di armonia e amore
con Dio, il mondo e tutti gli esseri.
http://www.c-s-b.org/it/newsletter/21_03_2008/img/f5.jpg
Lo studio, sistematico, ha visto lettura e commento dei primi 17 sutra del
Samadhi Pada di Patanjali analizzati alla luce della saggezza senza tempo
della Bhagavad-gita, ed anche con numerose riflessioni e commenti inerenti
la letteratura puranica e upanishadica. Le domande dei presenti hanno
permesso di fare degli zoom di grande utilità su aspetti e problemi pratici
della vita e sulle relazioni interpersonali ed intrapersonali.
http://www.c-s-b.org/it/newsletter/21_03_2008/img/f6.jpg
Ai due appuntamenti giornalieri con Marco Ferrini si sono accompagnate
numerose altre piacevoli occasioni di scambio, riflessione e confronto, come
i lavori di gruppo (workshop), gli esami dei corsisti dell'Accademia del
CSB, passeggiate sul mare, gustosi pasti di alta cucina vegetariana che
assieme abbiamo apprezzato e condiviso e serate di poesia, canti spirituali
e teatro.
Il 24 marzo pomeriggio è stata condotta anche un'intensa esperienza di
visualizzazione meditativa con esplorazione di propri vissuti affettivi,
grazie alla quale sono stati sciolti nodi karmici ed afflizioni della
personalità.
Lo studio comparato tra Yoga-sutra e Bhagavad-gita proseguirà con il
Seminario estivo, per la soddisfazione e il benessere di tutti coloro che
vorranno partecipare ad un'altra esperienza di condivisione e di crescita
per riscoprire più profonda gioia e senso più alto del vivere.
Per richiedere la registrazione audio in digitale di suddetto Seminario e
per ricevere informazioni sulle prossime attività del CSB, si consiglia di
chiamare allo 0587-733730 o di visitare il Sito Internet www.c-s-b.org
oppure www.csbstore.com
Informazioni
Segreteria CSB:
tel 0587 733730 - 320 3264838
fax 0587 739898
secretary@...
www.c-s-b.org
Ecco i monaci che hanno causato le violenze a Lhasa!!!
Cari Amici,
vi segnalo la possibilità semplicissima di mandare una e-mail all'ONU,
attraverso il sito di Beppe Grillo:
http://www2.beppegrillo.it/iniziative/free_tibet.php
Ma soprattutto v'invito a guardare la foto sottostante!!!
(via satellite, from:Britain's GCHQ, the government communications agency)
scattata prima degli scontri e la rivolta di Lhasa.
Subject: Ecco i monaci che hanno causato le violenze a Lhasa!!!
http://www.amadeux.it/Public/data/admin/2008330121131_monacicinesi.jpg
Per favore, fate girare il più possibile questa foto, per far in modo che
arrivi anche a giornalisti di TV pubbliche e private, giornali ecc affinchè
possano pubblicarla.
Pechino orchestrava la rivolta nel Tibet'
Canada Free Press [Venerdi, 21 Marzo, 2008 10:20] spie britanniche
confermano la denuncia del Dalai Lama sulle violenze inscenate
di Gordon Thomas
Londra, 20 Marzo - Britain's GCHQ, l'agenzia governativa delle comunicazioni
che controlla elettronicamente mezzo mondo dallo spazio, ha confermato la
rivendicazione del Dalai Lama che agenti dell'Esercito Popolare di
Liberazione, l'EPL, travestiti da monaci, hanno innescato le rivolte che
hanno lasciato dietro di sé centinaia di morti e feriti tibetani.
Gli analisti della GCHQ ritengono che la decisione fosse deliberatamente
calcolata dalla leadership di Pechino per fornire una scusa per schiacciare
il malcontento che ribolliva nella regione, che sta già attirando la
sgradita attenzione del mondo proprio durante la corsa alle Olimpiadi di
questa estate.
Per settimane c'è stato un crescente astio a Lhasa, la capitale del Tibet,
contro azioni minori compiute dalle autorità cinesi.
I monaci hanno guidato sempre più azioni di disobbedienza civile, chiedendo
il diritto di compiere il tradizionale rito d'incensi bruciati. Alle loro
richieste si unisce il grido per il ritorno del Dalai Lama, il 14esimo a
tenere la massima carica spirituale.
Impegnato ad insegnare i punti fermi della sua autorità morale--pace e
compassione--il Dalai Lama aveva 14 anni quando l'Esercito Popolare di
Liberazione invase il Tibet nel 1950 e fu costretto a fuggire in India da
dove ha condotto senza sosta una campagna contro la durezza del dominio
Cinese.
Ma i critici hanno obiettato sulla sua attrazione per le star dei film. Il
magnete dei giornali Rupert Murdoch l'ha definito: "un monaco molto politico
con scarpe Gucci"
Scoprendo che i suoi sostenitori dentro il Tibet e la Cina sarebbero
divenuti ancora più attivi nei mesi precedenti le Olimpiadi di quest'estate,
I funzionari della British Intelligence a Pechino hanno compreso che il
regime avrebbe cercato una scusa per muoversi e schiacciare l'attuale
malcontento.
Questo timore è stato pubblicamente espresso dal Dalai Lama. I satelliti del
GCHQ, geo-posizionati nello spazio, erano incaricati di monitorare da vicino
la situazione.
Il complesso a forma di ciambella, vicino all'ippodromo di Celtenham, è
situato nel piacevole Cotswords ad ovest dell'Inghilterra. Con 700
dipendenti, include i più grandi esperti elettronici e analisti del mondo.
Tra di loro si parla più di 150 lingue. A loro disposizione ci sono 10.000
computers, molti dei quali sono stati appositamente costruiti per il loro
lavoro.
L'immagine che hanno scaricato dai satelliti ha fornito la conferma che i
Cinesi hanno usato agenti provocatori per iniziare le rivolte, cosa che ha
dato all'EPL la scusa per muovere su Lhasa e uccidere e ferire durante
l'ultima settimana.
Ciò che il regime di Pechino non si aspettava era che le rivolte si
sarebbero diffuse, non solo attraverso il Tibet, ma anche nelle province del
Sichuan, Quighai e Gansu, trasformando una larga parte della Cina
occidentale in una zona di battaglia.
Il Dalai Lama lo ha chiamato "genocidio culturale" e si è offerto di dare le
dimissioni come capo delle proteste contro il governo cinese al fine di
portare la pace. L'attuale agitazione è cominciata il 10 Marzo, segnando
l'anniversario della rivolta del 1959 contro il regime cinese.
Comunque, I suoi seguaci non stanno ascoltando il suo "messaggio di
compassone".
Molti di loro sono giovani, disoccupati ed espropriati di ogni diritto e
rifiutano la sua filosofia della non-violenza, credendo che la sola speranza
per un cambiamento sia l'azione radicale che stanno portando avanti.
Per Pechino, l'urgente bisogno di trovare una soluzione alla rivolta sta
diventando un crescente imbarazzo.
Tra 2 settimane, le celebrazioni nazionali per i Giochi Olimpici inizieranno
con la tradizionale accensione della torcia. E' previsto che i teodofori
passiono per il Tibet. Ma la torcia potrebbe ritrovarsi ad essere portata
dai corridori in mezzo a palazzi e templi in fiamme.
Un segno di questa urgenza è che il primo ministro Cinese ha ora affermato
che è pronto ad aprire un dialogo col Dalai Lama. Poco prima di questo
annuncio, il primo ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato che
avrebbe incontrato il Dalai lama durante la sua visita a Londra il prossimo
mese. Questa è la prima volta che entrambi I leaders hanno proposto di
incontrare il Dalai Lama.
Pechino 2008: Un mondo, Un sogno - Tibet libero
Lhadon Tethong
(tradotto da ery)
La risalita
Scuoto ora la polvere dai passi
e guardo indietro, a quel che è stato:
Luce che come sfera mi cerchi
- parli un linguaggio dimenticato -
d' emanazione e potenza che d'Amore
è traccia oltre questo tempo,
mi hai aperto la via della consapevolezza
ed è con te che è iniziato il mio viaggio:
Mille ostacoli per la risalita
d'una montagna, che con compagni,
dai volti non messi in luce,
ma con la forte presenza di una guida,
dal capo incappucciato è benevolenza
ed emanazione di quella legge incisa,
nel rispetto della scelta - andare o tornare -
E senza indugio mi tuffo,
per ricacciarmi indietro dove mi conduce il cuore.
Ed avanzando resti accanto ad ogni passo.
Sorella e Fratello - Cuore e Ratio
opposti in ricerca d'unità
per proteggere ed amalgamare
il correre nel mondo
come anima indifesa che teme:
si conduce tra sensibilità e riflessione.
Ho cercato e compreso come fortificare
tutte le mie paure dove il cuore vacilla
ed è l'equidistanza a condurre la ragione.
Passero ferito;
io sono questa
nella provenienza, dei giorni
che ho vissuto.
Cuore antico come il mondo,
dove tutto passa dentro la ferita
che non s'è rimarginata ancora
e poi... malgrado tutto
quel vociare, sull'incapacità,
per bloccare la mia crescita.
Apro le ali al cielo:
casa da sempre riconosciuta
e poi...gabbiano tra gabbiani
e senza che sapessi nulla,
Aquila che mi cerca
e mi riporta a casa
- dove tutto riconosco -
ed Aquila anch'io,
tra potenza d'ali e pace
ma una la scelta, una soltanto:
ritornare tra passeri
a sollecitare la capacità di volo.
Scorreva la storia di quel che ero
nel comprendere il vivere l'istante.
Solitaria presenza,sono io,
anima che vaga nel bosco:
tra memoria di voci
che non seguiranno il mio passo
e scelte da loro fatte ed altre mie da fare,
tra chi è stato e chi deve arrivare.
Voce che fuoricampo indica
di non essere in pena perchè
c'è chi resta e chi devo incontrare,
che molti potrei perdere ancora
ma altri arriveranno,
mentre resto in silenzio con questa
nostalgia che indefinibile
comprende che qualcosa presto accade:
bivacco e fuoco spento,
cenere in un cerchio di pietra,
mentre la notte arriva ed è attesa
di chi non arriverà perchè teme.
Inquietudine e ricerca,
parole che corrono
e quel peso attaccato addosso:
brama,proiezione di altri e in me fatica
che rallentano il mio passo,
ed è ora Volontà da cercare;
dentro di me voce potente,
perchè si separi quel che non fa avanzare
da quel che si è compreso ed è valore.
Notte di fatica e lotta per ritrovare Luce
ed essere consapevole della Forza
che solo io posso guidare:
"Che le acque si separino dalla terra
che la tenebra rifugga da me
ora che so scegliere e capire
dove poggerò i passi da questo istante!"
Ed ora dal bosco dell'attesa,
della sera in nostalgia,
avanzo decisa alla radura
piena di brillanti colori,
prato in pieno sole tra fiori
che intensi offrono dono:
Compagni di viaggio ancora,
antiche figure ritrovate
- E' festa per questo chiarore -
stessa Luce che accoglie,
tre occhi e non uno solo,
per vedere oltre quel che appare:
dove la forma cambia
ma è sempre stato Amore.
09.09.2007 Poetyca
Antichi ed originali mantra tibetani
«La musica tibetana religiosa e rituale rappresenta un potente strumento per
entrare in rapporto con le energie dinamiche presenti in natura (è questa la
'magia' del tantrismo) e rappresenta uno dei più efficaci sostegni alla
meditazione.
Le sonorità, affinate attraverso la pratica di secoli (attraverso una
tradizione che viene fatta risalire a Buddha stesso), contribuiscono a
produrre stati mentali particolari; i ritmi e le melodie entrano in
relazione con gli stati meditativi più profondi.
I rituali tantrici evocano divinità ed esse rappresentano l'archetipo dello
stato di perfetta chiarezza, nella quale i tre livelli (corpo, parola,
mente) sono armonizzati e sincronizzati e divengono liberi dai veleni della
passione, dell'aggressività e dell'ignoranza»
Piero Verni
La Tradizione di Lahiri: Shibendu Lahiri
LA TRADIZIONE DI LAHIRI
Il Kriya Yoga autentico
Nonostante le affermazioni insistenti, fatte da altri, forse nessun'altra
persona è cosi propriamente autorizzato come Shibendu Lahiri, 63 anni,
pronipote del famoso capofamiglia Yogi Lahiri Mahasaya (1828-1895), a
diffondere oggi nel mondo gli insegnamenti e le tecniche originali del Kriya
Yoga.
Tuttavia, in sincera umiltà, egli afferma che nessun saggio ha mai
esercitato il diritto della propria "autorità" e che coloro che affermano
una pretesa "autorità" non sono saggi! Le Organizzazioni danno enfasi alla
propria "autorità" eppure può darsi che in esse non ci sia alcunché di
autentico. Il loro modo di agire può persino creare una mafia pur tuttavia
non riuscendo ad attingere a ciò che è autenticamente sacro. Gli -ismi non
hanno posto quando si vuol trattare di sottili e profonde realtà spirituale.
Lahiri Mahasaya (il cui nome per intero è Shyama Charan Lahiri) divenne noto
ai ricercatori di verità di tutto il mondo per mezzo del famoso libro di
Paramahansa Yogananda "Autobiografia di uno Yogi" che fu tradotto in molte
lingue.
Shibendu ebbe la peculiare grazia di poter ricevere il processo originale
del Kriya nella tradizione indiana antica dei Rishi, trasmessa da padre a
figlio cioè generazione dopo generazione. Cosi questo processo si trasferì
(non solo attraverso la conoscenza ma anche attraverso lo stesso patrimonio
genetico) da Shyama Charan a Tincori a Satya Charan a Shibendu che venne
iniziato nel 1960 dal padre (ora scomparso) Satya Charan nel tempio di
famiglia "Satyalok" D22/3, Chousatti Ghat, Varanasi - 221 001 (India).
Kriya Yoga: Kriya significa azione e Yoga significa integrazione. Il Kriya
Yoga pone tutta la sua enfasi sul processo di integrazione della coscienza
separata dell'Io (generata dall'incessante movimento del pensiero) con la
coscienza pienamente risvegliata (e quindi al di fuori dai limiti stabiliti
dalle incessanti trame della mente) attraverso una qualche azione che
comporti una percezione diretta e non attraverso processi mentali di
concettualizzazione.
Il Kriya libera dai condizionamenti e dal Karma passato. Esso trasforma
radicalmente il grossolano centro dell'Ego in una sottile unità che è si
individuale ma che include anche l'universalità . Esso conduce all'armonia
con l'intera esistenza riuscendo a perforare il velo di ignoranza che separa
la coscienza umana dalla comprensione del Sé. Kriya Yoga è una combinazione
unica nel suo genere di Hatha-Raja-Laya Yoga. Esso riesce a ripristinare il
ricercatore nel suo stato naturale che è quello in cui il corpo riceve
ordini soltanto dalle ghiandole endocrine e dai Chakra.
Il pensiero non si intromette più in questo meccanismo e non crea problemi
psicosomatici, desideri e ambizioni. Nel Kriya Yoga autentico non c'è
l'abitudine di raccontare storie oppure di spacciare notizie di miracoli
onde fornire ai ricercatori qualche misera consolazione che paralizzi la
loro capacità di seria ricerca. Le Organizzazioni che incoraggiano
congetture e invenzioni sono deviazioni lungo il sentiero della verità. Il
Kriya Yoga incoraggia i ricercatori a scoprire se nella loro vita, colui che
ricerca e l'oggetto stesso della ricerca, possono diventare un unico
movimento senza più alcuna dicotomia.
Cosi come i suoi avi Shibendu Lahiri è un capofamiglia che è passato
attraverso tutti gli aspetti della vita umana: in questo il ricercatore non
avrà alcun motivo per ritenere che il percorso spirituale sia troppo arduo.
Egli ha ricevuto una educazione universitaria e ha badato pienamente alle
esigenze della sua famiglia attraverso un lavoro ben remunerato. Le sue due
figlie cosi come i loro mariti sono medici specialisti mentre il suo unico
figlio maschio, anche lui sposato, è un esperto ingegnere.
Dal 14 Gennaio 1988 Shibendu si sta dedicando al Kriya Yoga a tempo pieno.
Anno dopo anno ha viaggiato in tutto il mondo ovunque devoti e discepoli lo
invitano. Finora ha visitato gli USA (includendo Hawaii e Puerto Rico),
Canada, Australia, Spagna, Portogallo, Italia, Francia, Svizzera, Austria,
Germania, Bulgaria, Russia, Sudafrica, Sudamerica, Nepal, Singapore,
Malesia, Svezia, Olanda, Inghilterra e naturalmente molti luoghi della sua
nazione.
Shibendu Lahiri non ha fondato organizzazioni, istituzioni, sette o culti.
Egli non desidera esercitare influenza su alcuno. Quello che fa è invitare i
ricercatori a condividere la profonda comprensione che è fiorita,
generazione dopo generazione nella dinastia Lahiri attraverso il processo
del Kriya. La sua missione è di renderci accessibile, proprio come fecero i
suoi avi, la profonda spiritualità dell'India. Il suo desiderio è vedere
l'umanità vivere in pace e amicizia senza dolore, angoscia o animosità,
senza la mostruosa cultura di uccidere e venire uccisi nel nome di qualche
bandiera o di qualche strampalata idea portata avanti da fanatici.
---------
- Messaggio di Sri Shibendu Lahiri -
Verona, 1 Agosto 1997
II Kriya è la collaborazione con il disegno divino. Le religioni
tradizionali ci forniscono solo le stampelle, mentre il Kriya rende forti le
nostre gambe.
II Kriya ci mette in grado di sperimentare la Verità, il Divino attraverso
una diretta percezione da e per noi stessi, mentre le religioni tradizionali
ci impongono Dio come un mero credo ed ecco perché, per la maggior parte di
noi, Dio è diventato il piacere estremo e la stupida gratificazione della
mente.
II Comunismo è ancora un'altra religione che è il coltivato-opposto delle
religioni tradizionali. Tutti gli opposti contengono gli elementi dei loro
stessi contrari e il pensiero finisce cosi col vagare nel corridoio degli
opposti. La propagazione dell'incredulità in Dio risulta (cosi) essere sullo
stesso piano della propagazione del credo in Dio da parte delle religioni
tradizionali. Le menti profondamente religiose non hanno credenze o mancanze
di credo, qualunque esse siano.
Le buffonate dei falsi maestri religiosi, le loro mezze verità, i loro santi
concetti, le loro frasi altisonanti hanno fatto della religione l'ultima
vanità del ricco e l'ultima brama del povero. Questa è la tragedia della
nostra incarcerazione nel meccanismo auto-protettivo del pensiero. La
rivoluzione del Comunismo non è una rivoluzione, è semplicemente una
rivalutazione dello status-quo.
E' la continuità modificata dell'antico sistema. Il Comunismo parla di
cancellare la proprietà. II Kriya annulla l'istinto di possessività,
liberandoci cosi dagli impulsi di accumulazione e di acquisizione. La
possessività non concerne solo la terra, il denaro, e le proprietà ma si
estende anche al guru, ad un ideale, ad un "ismo", ad un essere umano,
ecc... Noi abbiamo raggiunto il limite estremo della consapevolezza di
separazione creata dalle malizie e dalle macchinazioni del pensiero. La
mente ha compiuto il suo lavoro, è arrivata ad eccellere nel campo tecnico
dandoci così il controllo sulle vicissitudini e sui capricci della natura
permettendoci cosi una vita confortevole.
II pensiero ha permesso eccellenti progressi in campo tecnico ma ha anche
creato il difetto neurologico, il centro dell''ego, con tutta la sua
arroganza ed aggressività, animosità ed antagonismo. Tutte le guerre sono
l'esagerazione finale dell'ego e il pianeta si trova ora sotto la minaccia
di un olocausto nucleare. Nonostante i progressi la psiche più profonda è
ancora alla "mentalità delle caverne" e le caverne sono ora chiamate
nazioni. E la più antica arma, L'osso mascellare di un asino è ora diventato
la moderna bomba atomica.
La malizia della mente ci sta guidando verso il totale annientamento. E'
perciò venuto il tempo di ascendere dalla mente alla "Non-mente". Solo cosi
la vita su questo pianeta potrà essere salvata. Questa percezione dell'
"Altro" è possibile tramite il Kriya ed è per questo che il Kriya è cosi
sacro ed essenziale, poiché ci permette di collaborare con il Divino Disegno
di transizione dalla mente alla "Non-mente".
Jai Babaji Jai Lahiri Mahashay
L'ANTICA MEDICINA INDIANA (AYURVEDA)
(di Amadio Bianchi)
Ogni disciplina, scientifica o metafisica, ha come base una interpretazione
filosofico-matematica della natura e delle sue regole che la caratterizza e
la distingue. Così è anche per la medicina indiana più tipica: l'Ayurveda.
I pilastri di questo edificio sono costituiti da elementi di una antica
visione filosofica, dualistica, denominata Samkya, anteriore all'avvento del
Buddha ma anch'essa atea. Per tradizione si attribuisce a Kapila l'onere di
aver redatto il testo anche se, come afferma Radhakrishnan nel suo trattato
La filosofia Indiana, nessuna scuola filosofica ha origine in tutta la sua
pienezza dalla mente di un solo uomo. Troviamo, infatti, tracce di questo
"punto di vista" già nel Rg Veda e nelle Upanisad o perlomeno riferimento a
termini che saranno poi adottati dallo stesso Kapila.
Come forse non tutti sanno, il Samkhya è uno dei "Sat Darshana" o sei punti
di vista Brahmanici ortodossi, i quali nel corso della storia del pensiero
filosofico indiano ebbero il compito di enunciare alcune speculazioni
riguardanti la natura dell'universo in generale. Essi sono ancora oggi
considerati sistemi autorevoli del pensiero indù in quanto pur essendo
diversi hanno in comune le radici negli antichi testi sacri denominati Veda.
Personalmente ritengo che per comprendere i fondamenti teorici dell'Ayurveda
e dello Yoga si debba passare attraverso un esame del Samkhya.
Bisogna premettere che i filosofi e gli scienziati che hanno voluto indagare
alla ricerca dei principi della "Manifestazione", per ovvia costituzione
limitata umana, hanno nelle loro enunciazioni costretto l'infinito
molteplice in regole finite tentando così di trovare elementi fondamentali
ed inscindibili costituenti il presupposto su cui poggiare con sicurezza le
loro interpretazioni.
Così è anche per il Samkhya dove con ventiquattro elementi base (Tattva o
principi della realtà) si procede a costituire una piramide interpretativa,
tuttavia priva di vertice o causa prima trascendente.
Nella mia esposizione ritengo interessante iniziare l'analisi partendo dalla
sommità di questo schema.
Gli antichi saggi relatori di questa dottrina, decretarono che due
componenti la natura, erano da considerarsi principi ultimi, eterni ed
assolutamente incausati: il Purusa e la Prakrti. Il primo può essere
considerato, da un certo punto di vista, l'Energia Cosmica Spirituale
inespressa. Esso è il Veggente sprovvisto sia di qualità, sia di attributi;
la coscienza cosmica impassibile ed immutabile che nel microcosmo ritroviamo
riflesso nel puro soggetto interiore ripulito dall'identificazione nella
materia.
La seconda, è l'Energia Cosmica Materiale, priva di coscienza ma attiva e
dinamica, l'oggetto con il quale erroneamente si identifica il soggetto.
Dalla unione dei due si origina, secondo alcune scuole, il male in quanto,
la Prakrti indurrebbe il Purusa a considerare bello e eterno, tutto ciò che
in verità sarebbe doloroso e impermanente.
Scopo dell'Ayurveda, come del resto anche dello Yoga, sarebbe di liberare
l'uomo dall'identificazione del soggetto nell'oggetto mediante la
discriminazione.
Ma per tornare al macrocosmo, mi sembra di comprendere che questi due
costituenti, potrebbero godere in natura di uno stato di quiete e inattività
fino a quando non entrano in contatto tra di loro. Sarebbe come a dire che,
se si ammette un inizio, l'uno è in grado di attivare l'altro.
In poche parole, quando lo spirito entra nella materia la attiva. La
conseguenza di tale affermazione potrebbe portarci a considerare lo spirito
come responsabile e forse anche, per altre scuole interpretative, causa
prima anche se, onestamente, mi pare che i fautori di questo movimento di
pensiero non desiderassero presentare l'idea di un Dio sia manifesto, sia
trascendente, che potesse essere la causa prima di entrambi sia il Purusa,
sia la Prakrti, vedendoli, come altre scuole ammetteranno, come aspetti
della manifestazione divina.
Come già detto all'inizio, il Samkhya è ateo, è inutile pertanto cavillare,
come alcuni studiosi fanno, nel tentativo di trovare un aggancio per un
recupero teistico di tale metodo d'indagine.
Quando il Purusa e la Prakrti, dunque, entrano in contatto tra di loro per
un motivo del quale non viene dichiarata la causa, sembra avere inizio
l'universo animato che si presenta come evoluzione della Prakrti, sempre
secondo questa filosofia, in un primo amalgama, denominato Mahat nel quale
sono già attive le qualità che determineranno in seguito, le caratteristiche
di ogni singolo agglomerato di materia compreso quello umano. Tali qualità
(Guna), se riferite al macrocosmo o all'aspetto microcosmico intellettivo
sono: Sattva, Rajas e Tamas.
La prima è la coscienza potenziale, la spinta verso la perfezione, tutto ciò
che è in grado di generare bontà e felicità. È leggero, trasparente e
illuminante. Esso tra l'altro è responsabile e determinante la formazione
dei cinque sensi conoscitivi o jnanendriya: udito, tatto, vista, gusto e
olfatto.
La seconda è l'attività, compreso il divenire del mondo; è responsabile di
produrre dolore e spingere alla attività febbrile. Determina lo sviluppo
degli organi di azione karmendriya: parola, mani, piedi, organi di
riproduzione, organi di escrezione.
La terza, infine, Tamas è ciò che si contrappone all'attività, è l'apatia,
l'indifferenza che conduce all'ignoranza e all'inerzia. Dal Tamas procedono
dapprima i cinque tanmatra o elementi sottili: suono, tatto, forma sapore e
odore, poi, con una successiva condensazione, i cinque elementi grossolani
(maha-bhuta): spazio, aria, fuoco, acqua e terra.
I tre Guna o qualità della Prakrti non sono mai separati ma convivono in
interrelazione dinamica tra di loro, si mescolano e si sostengono a vicenda.
Ecco che, nella medicina Ayurvedica, troviamo rappresentate nel corpo,
manifestate fisicamente e più concretamente le tre qualità, definite in
questo caso: Vata, Pitta e Kapha (tridosa).
Il medico Ayurvedico, tra l'altro, è in grado di sentire la loro presenza
auscultando anche semplicemente il polso. Non si tratta di una
interpretazione occidentale del battito cardiaco ma della capacità di
avvertire il pulsare di queste qualità in tre punti vicini, sia nel braccio
destro, sia nel sinistro alla ricerca di eventuali anomalie o disarmonie tra
di loro.
I Dosa (peculiarità-difetti) si manifestano nel corpo con queste
caratteristiche divergenti: il Vata corrisponde al secco, freddo, ruvido,
leggero, può essere anche il magro ed è situato nella parte bassa del corpo;
Il Pitta è calore, fluidità ma anche acidità ed è situato al centro del
corpo; infine il Kapha che è la pesantezza, il freddo, la solidità, il
grasso e lo ritroviamo collocato nella testa e nel torace.
All'atto della nascita, insieme al patrimonio genetico, l'uomo porta con sé
le sue caratteristiche di base, ma queste possono essere sicuramente
modificate lungo il percorso della vita dal contenuto della mente (manas)
per cui, si afferma che, anche la costituzione dei dosa, è variabile.
Affermo che la medicina Ayurvedica sostiene l'ipotesi dell'origine
psicosomatica delle malattie. Per questa ragione essa si occupa anche del
mentale ed i medici sono sempre pronti a dare consigli ai pazienti per
portarli ad una purificazione della loro mente, al risveglio dello stato di
attenzione e della conseguente consapevolezza, preludio della coscienza.
La strada è quella di ammettere che esiste una visione soggettiva ed una
oggettiva.
La prima è preda dell'ego. Ma vediamo da dove ha origine nell'Ayurveda il
concetto di ego: quando la manifestazione viene toccata dall'impulso
dell'evoluzione si attiverebbe un principio cosmico di coesione
"separatista" chiamato ahamkara in grado con la sua forza centripeta di far
coagulare la materia inerte portando, le particelle dell'universo, a
condensarsi in corpi separati. Da tale principio deriverebbe il senso
dell'Io o principio di individuazione soggettiva, nemico della visione
oggettiva, che spesso viene vista nelle discipline indiane come l'ostacolo
alla realizzazione
Meditare fa bene
La meditazione è in grado di modificare alcune aree del cervello
La meditazione è in grado di condizionare il cervello, nei centri importanti
per l´empatia. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori diretti da Richard
Davidson dell'Università del Wisconsin-Madison. Ne parla Repubblica.
«La meditazione - scrive il quotidiano - rende buoni e altruisti, e arriva a
modificare l´attività di aree nervose cruciali per amare gli altri, i centri
di emozioni ed empatia grazie ai quali possiamo essere buoni e
compassionevoli. Lo dimostra la risonanza magnetica a cui è stato sottoposto
il cervello di 16 monaci tibetani e altrettanti laici, durante uno studio
diretto da Richard Davidson dell'Università del Wisconsin-Madison».
«Abbiamo voluto vedere - spiega Davidson - se questa pratica fosse in grado
di condizionare il cervello nei centri importanti per l´empatia”. L'équipe
ha coinvolto monaci e laici, insegnando a questi ultimi le pratiche della
meditazione per sviluppare compassione: meditazioni sui nostri cari,
augurando loro ogni bene sperando che non soffrano, infine pensare al bene
degli altri anche degli sconosciuti. Dopo una pratica di alcune settimane,
gli psichiatri hanno osservato il cervello dei volontari con la risonanza».
«Il test - conclude Repubblica - ha documentato la potenza benefica della
meditazione volta alla compassione e all'amore per gli altri: la meditazione
è risultata associata all'attivazione intensa del “quartier generale” dei
sentimenti, l'insula, una regione vicina alla corteccia frontale. La sua
attivazione è risultata tanto più intensa quanto più profonda era la
meditazione. Quest'ultima inoltre è anche risultata capace di attivare i
centri dell'empatia, alla giuntura tra lobo temporale e parietale».
Italia, nuove regole bancarie
Data articolo: marzo 2008
Fonte: Reuters
Banche, dal 30 aprile nuove regole su contanti, assegni,libretti
Poco più di un mese poi, dal 30 aprile, ci sarà in Italia una rivoluzione
nelle regole per i pagamenti in contanti, assegni e libretti al portatore.
Arrivano forti disincentivi e nuovi limiti agli assegni trasferibili che
saranno tassati 1,5 euro al pezzo, una stretta sulla pratica
dell'intestazione “a me medesimo”, sanzioni dall'1% al 40% dell'importo
dell'assegno per le inadempienze, con un chiaro e dichiarato obiettivo del
legislatore: scoraggiare l'uso del contante la cui gestione costa circa 10
miliardi di euro l'anno, favorisce evasione e traffici criminosi e al
contempo incoraggiare la moneta di plastica, carte di credito e bancomat,
più sicura e più economica per il sistema.
Queste nuove regole sono state illustrate oggi all'Abi in una conferenza
stampa con il direttore generale dell'associazione bancaria italiana
Giuseppe Zadra e il direttore del dipartimento antiriciclaggio del Tesoro
Giuseppe Maresca.
“Le motivazioni delle nuove norme sono di legalità e di riduzione dei
costi”, ha sintetizzato Maresca ricordando che un recente studio
commissionato dall'Abi aveva quantificato in 10 miliardi l'anno i costi per
il settore privato legati all'uso del contante e che l'Italia, rispetto alla
media Ue, usa di più il contante, 90% contro il 70%, e ha più economia in
nero, 26% contro 18%.
“La questione dell'evasione fiscale è uno dei problemi: posso assicurare che
i problemi sono molto più profondi”, ha detto Maresca riferendosi alla
correlazione tra pagamenti in cash ed economia criminale.
“Le carte di plastica sono il vero modo di pagare in contanti con la massima
sicurezza nelle transazioni”, ha sottolineato Zadra definendo “antico,
pre-tecnologico” l'uso della moneta cartacea.
Per questo, ha spiegato il direttore generale dell'Abi, è stata introdotta,
dal 30 aprile, la sovratassa di 1,5 euro su ogni assegno trasferibile: “Ci
aspettiamo che il numero di assegni usati liberamente e che rappresenta il
mezzo di pagamento su cui ci sono i maggiori problemi di truffe si riducano
e che il sistema delle carte di credito sia più usato”.
NUOVI LIMITI PER TRASFERIMENTO DI CONTANTE A 5 MILA EURO
Con l'adozione in Italia delle nuove norme antiriciclaggio si abbasserà a 5
mila euro, dagli attuali 12.500, la soglia per i pagamenti in contanti o
assimilati al contante, come appunto gli assegni trasferibili. I nuovi
libretti degli assegni, a meno di esplicita richiesta del correntista,
avranno stampata la dicitura NON TRASFERIBILE, e potranno continuare a
essere usati come oggi senza altri limiti.
Un milione di brochure, con una guida all'uso delle nuove regole, inizierà
ad essere recapitata agli sportelli delle banche dal 15 aprile con la
previsione di incrementare la diffusione per informare in modo capillare i
correntisti.
Regole analoghe agli assegni valgono per i libretti bancari e postali al
portatore, che saranno in genere non trasferibili e avranno ugualmente il
limite di 5 mila euro se ne verrà richiesta l'emissione senza clausola di
non trasferibilità.
ASSEGNI TRASFERIBILI PIÙ CARI, STOP AL 'ME MEDESIMO'
Regole nuove e più stringenti per chi invece vorrà continuare a emettere
assegni con la possibilità di girata, i cosiddetti assegni in forma libera.
Gli assegni trasferibili, comunque sotto 5.000 euro, saranno gravati da una
nuova imposta di bollo da 1,5 euro ad assegno, che la banca verserà al
fisco, e da limiti che toccheranno anche la pratica, largamente diffusa in
Italia, degli assegni a me medesimo: dal 30 aprile le intestazioni a me
medesimo saranno possibili solo per consentire a chi li emette di incassare
soldi allo sportello, ma non più come strumento di pagamento a terzi, spesso
usato come alternativa al contante.
SI COMPLICA ANCHE LA GIRATA, SERVE IL CODICE FISCALE
A complicare volutamente la vita a chi vuole restare fedele all'assegno
trasferibile, c'è anche l'introduzione dell'obbligo di indicare, pena la
nullità della girata, anche il codice fiscale del girante accanto alla firma
(nel caso di girata di una società, il codice fiscale della ditta). La banca
potrà pagare l'assegno solo se tutte le girate avranno anche i relativi
codici fiscali, viceversa l'assegno è incassabile solo dall'ultimo girante
che ha indicato correttamente anche il codice fiscale.
Multe infine, dall'1% a 40% dell'importo trasferito per chi usa in modo
scorretto assegni, libretti e contanti. Le banche segnaleranno le
inadempienze al dipartimento del Tesoro (NYSE: TSO - notizie) incaricato
dell'antiriciclaggio che provvederà entro massimi 90 giorni irrorare la
relativa sanzione amministrativa.
CSB a Galassia Gutenberg 2008
Dal 28 al 31 marzo 2008 il Centro Studi Bhaktivedanta sarà ospite alla Fiera
Galassia Gutenberg - Libri e Multimedia, presso la nuova Stazione Marittima
nel Porto di Napoli, al centro della città, stand 214.
Galassia Gutenberg - libri e multimedia giunge nel 2008 alla diciannovesima
edizione. Una rassegna storica dedicata alla promozione della lettura, al
mondo dell’editoria e ai linguaggi multimediali, unica nel suo genere nel
panorama nazionale e fortemente radicata nella città di Napoli e nel Sud. La
sede della Stazione Marittima è uno scenario naturale di una fiera di
qualità ubicata nel centro cittadino e proiettata verso il mare. Uno spazio
accogliente e funzionale ai percorsi espositivi degli stand e allo
svolgimento degli eventi del ricco programma culturale che ogni anno attira
visitatori, lettori, addetti ai lavori, studenti.
Venerdì alle ore 19.30 presso la Sala Euridice avrà luogo la video
conferenza di Marco Ferrini (Ph.D. Psychology): "Pensiero Azione Destino.
Potere e Uso del Pensiero"
http://www.c-s-b.org/it/newsletter/28_03_2008/galassia.jpg
Per informazioni
Segreteria CSB
www.c-s-b.org
www.csbstore.com
secretary@...
Tel. 0587 733730
Cell. 320 3264838
Api e pipistrelli: misteriosa peste
"Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbe che
quattro anni di vita"
Albert Einstein
Pochi si rendono conto che le api e i pipistrelli sono animali fondamentali
per l'intero ecosistema.
Non a caso rappresentano i due "animali polari" per eccellenza: le api
infatti rappresentano le forze solari e i pipistrelli quelle lunari!
La loro diminuzione e peggio ancora scomparsa dovrebbe farci riflettere
tutti quanti per trovare una soluzione prima che sia troppo tardi.
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Api e pipistrelli: misteriosa peste
Maurizio Blondet - Effedieffe 28 marzo 2008
Benchè gli uni siano mammiferi e gli altri insetti, pipistrelli ed api hanno
sempre avuto qualcosa in comune. Entrambi volano. Entrambi sono
indispensabili per l’agricoltura, i pipistrelli perché combattono gli
insetti nocivi (ciascuno di loro, d’estate, mangia insetti per la metà del
suo peso ogni giorno), le api perché necessarie ad impollinare le culture.
Ora hanno un’altra cosa in comune: una malattia sconosciuta li uccide a
migliaia, portando le due specie sull’orlo dell’estinzione. La moria dei
pipistrelli è stata notata nei nordici e nevosi stati di New York, Vermont e
Massachusetts, le cui caverne o vecchie miniere sono siti d’ibernazione dei
mammiferi volanti (1). I biologi dell’Environmental Conservation Department
hanno tentato un censimento in quattro grotte e miniere dello Stato di New
York, e calcolano che il 90% degli animaletti che vi avevano svernato in
letargo sono morti.
Li si vede uscire in pieno giorno dalle caverne, in questo scorcio d’inverno
- i pipistrelli sani volano solo di notte e d’inverno dormono - e morire
sbattendo le ali nella neve. I piccoli corpi appaiono anormalmente emaciati;
spesso gli scienziati li hanno trovati picchiettati da un fungo e con la
polmonite, ma ritengono che queste siano affezioni secondarie.
La malattia che li uccide - chiamata Sindrome del Naso Bianco - ha causa
sconosciuta: virus o batterio, intossicazione da inquinamento o disordine
metabolico; dieci laboratori americani stanno studiando tutte le ipotesi, ma
senza esito.
Il tasso di mortalità è spaventoso: in una sola caverna presso Albany, dove
erano stati contati 15.584 pipistrelli nel 2005, se ne sono trovati 6.735
nel 2007 e appena 1.500 quest’inverno.
Alcuni studiosi sospettano che un pesticida introdotto di recente per
stroncare il West Nile virus (il virus del Nilo) possa essere la causa della
strage, sia per intossicazione diretta sia per cause indirette, riducendo la
popolazione di insetti di cui i mammiferi volanti si nutrono.
Altri gruppi stanno monitorando il comportamento degli insettivori durante
il letargo nella caverne con telecamere ad infrarossi, per vedere quante
volte si svegliano durante l’ibernazione, e misurare la temperatura corporea
del branco.
Il professor Thomas Kunz, biologo della Boston University, ha studiato i
resti dei pipistrelli uccisi dal misterioso male ed ha notato che sono
anormalmente magri, mancanti del grasso - specie del cosiddetto «grasso
bruno», una sorta di accumulo che si trova tra le scapole, e che fornisce
l’energia per il primo volo agli animali che escono dal letargo. Le femmine,
così magre, non raggiungono l’ovulazione e quindi, anche se sopravvivono,
non partoriscono (nelle razze studiate, ogni femmina genera solo un figlio
l’anno, il che rende più vicina la prospettiva di estinzione).
Per contro, ben poche ricerche sono state avviate e finanziate sulla strana
malattia che sta facendo scomparire le api, come hanno dichiarato i
proprietari di 22 apiarii di dieci Stati americani. Questi allevatori di api
si trovano ogni anno in California dove portano i loro alveari durante la
fioritura dei mandorli, sia per aiutare l’impollinazione che darà i frutti,
sia per ottenere un miele pregiato.
Ora, scambiandosi le informazioni, hanno scoperto che il 37% delle 230.500
colonie che allevano è scomparso; l’anno precedente la perdita era stata del
30% (2). Pochi vedono le api morire. Apparentemente, la malattia, chiamata
provvisoriamente Colony Collapse Disorder, induce un comportamento anomalo e
distruttivo: le api operaie se ne volano via, abbandonando nell’alveare la
regina con le larve nei favi, e non si trovano più.
«Se morissero le mucche la gente scenderebbe in piazza a chiedere
finanziamenti per lo studio del male», dice Jerry Hayes, l’entomologo del
Dipartimento dell’Agricoltura della Florida: «La gente crede che il cibo gli
venga dalle industrie. Ma le api impollinano un terzo delle colture degli
USA, che danno raccolti per 15 miliardi di dollari».
Oggi, gli apicoltori hanno portato un terzo di tutte le api americane (le
superstiti) per salvare il raccolto di mandorle in California. In Florida,
si attendono questi apicoltori con i loro alveari per impollinare migliaia
di ettari di aranceti, frutteti vari e chiodi di garofano. E’ incerto se
potranno farlo l’anno prossimo. Lo stesso vale per i pipistrelli.
«La presenza dei pipistrelli nel Texas consente ai coltivatori di cotone di
salvare da un sesto a un ottavo del raccolto, perché divorano gli insetti
nocivi», dice la dottoressa Elizabeth Buckles, specialista in mammiferi
della Cornell University: «La morìa in corso - mezzo milione di insettivori
scomparsi nel solo Vermont - avrà di sicuro effetti economici. Li
constateremo la prossima stagione, come sovrabbondanza di insetti
infestanti».
Tutti sospettano, a mezza bocca, che qualche intervento umano da agricoltura
industriale, introdotto per aumentare la produzione, abbia sconvolto
delicati e sconosciuti equilibri naturali fra il mondo animale e vegetale,
vigenti da tempo immemoriale: forse i pesticidi chimici, forse le sementi
geneticamente modificate (3), e la scienza non sembra in grado di stabilire
né la causa né i rimedi.
E le strane allarmanti pestilenze che stanno riducendo all’estinzione api e
pipistrelli coincidono con il rincaro storico dei grani e dei prodotti
agricoli in genere (più 20% in media), esso stesso causato dalla
speculazione nel «nuovo ordine globale». Il risultato può essere la carestia
globale (4). Una punizione che ci saremo meritata.
Note
1) Tina Kelley, «Bats perish, and no one know why», New York Times, 25 marzo
2008.
2) Susan Salisbury, «Bee plague worsening, anxious beekeepers say», Palm
Beach Post, 24 marzo 2008.
3) Brit Amos, «Death of bees: GMO crops and the decline of bee colonies in
North America», GlobalResearch, 25 marzo, fornisce un’ipotesi convincente
sul perchè i campi coltivati con sementi OGM possono influire sulle api:
«There are many reasons given to the decline in Bees, but one argument that
matters most is the use of Genetically Modified Organism (GMO) and
Terminator seeds that are presently being endorsed by governments and
forcefully utilized as our primary agricultural needs of survival. I will
argue what is publicized and covered by the media is
in actuality, masking the real problems of Terminator seeds and Genetically
Modified Organisms (GMO’s). Terminator seeds; genetically produced and
distributed by powerful multinational lobbies manipulate government and
agricultural policy to encompass their agenda of dominance in the
agricultural industry. American conglomerates such as Monsanto, Pioneer
Seeds, and others, have created seeds that do not reproduce (whereas these
seeds have a life span of the crop chosen). The sterilizing of the plant by
the means of sterilizing the flower pollen genetically altered and mutated
for production in the agricultural industry. Logic states that if the flower
pollen is sterile, bees are potentially going malnourished and dying of
illness due to the lack of nutrients and the interruption of the digestive
capacity of what they feed on through the summer and over the winter
hibernation process».
4) Peter Popham, «Threats to millions as food aid scheme runs out of money»,
Independent, 25 marzo 2008
Olimpiadi e controllo del clima
a cura di freenfo
Questo articolo conferma le politiche mondiali di controllo climatico per
mezzo dell'irrorazione di sostanze in grado di prevenire le precipitazioni,
oppure creare le condizioni affinché si verifichino. L'articolo correlato
descrive benissimo il programma cinese, senza ombra di dubbio e senza minima
allusione al complotto. Tutto viene eseguito alla luce del sole. Ognuno può
giudicare secondo coscienza.
Questa foto (rendering) è un omaggio a chi crede al simbolismo occulto.
“Chinese Olympic Stadium”
http://www.ecplanet.com/pic/2008/03/1206636392/reyelg.jpg
Il governo cinese si sta adoperando per mantenere le condizioni meteo
stabili durante le controverse olimpiadi di Pechino. Programmi di controllo
climatico sono all'opera per evitare le piogge del monsone durante i giochi.
Fox News ha visitato i controllori del meteo cinesi. Nonostante il loro
arsenale di 4000 lanciarazzi, 7000 cannoni antiaerei e 30 aerei per far
sparire le nubi atmosferiche, il governo non è così sicuro di tenere a bada
il monsone di stagione.
“Siamo abbastanza sicuri di poter trattare con quelle piccole nuvole”, ha
affermato l'ufficio di controllo del clima, “ma non siamo certi di poter
competere con le nubi più grandi, per essere onesti non siamo così
fiduciosi”.
LA CINA PROGETTA DI FERMARE LA PIOGGIA
PER LE OLIMPIADI DI BEIJING
Si tratta di un altro tentativo da parte dell'uomo di trionfare sulla
natura.
Determinati a non permettere che qualcosa rovini la loro festa, gli
organizzatori delle Olimpiadi Estive del 2008 hanno dichiarato Mercoledì che
assumeranno il controllo del più imprevedibile degli elementi -- il clima.
Mentre gli atleti olimpici della Cina si stanno preparando a competere sui
campi, i suoi meteorologi stanno lavorando sui cieli, tentando di
raggiungere l'arduo obiettivo di assicurarsi che non piova durante la
cerimonia di apertura dell'otto Agosto. “Il nostro team è allenato. I nostri
preparativi sono completati”, ha dichiarato Wang Jiajie, una portavoce del
Beijing Meteorological Bureau, durante una conferenza stampa tenuta nel
quartier generale del comitato per l’organizzazione di Beijing.
I Cinesi sono tra i leader mondiali in ciò che viene chiamato “modificazione
del clima”, ma hanno più esperienza nel causare la pioggia che nel
prevenirla. In effetti le tecniche sono virtualmente identiche.
Il “cloud-seeding” è una pratica relativamente conosciuta che comporta lo
sparare varie sostanze nelle nuvole, come lo ioduro d'argento, sali e
ghiaccio secco, che portano alla formazione di gocce di pioggia più larghe,
dando il via ad un acquazzone. Ma gli scienziati cinesi credono di aver
perfezionato la tecnica che riduce la dimensione delle gocce di pioggia,
ritardando i rovesci fino a quando la nuvola si è spostata.
La modificazione del clima verrebbe utilizzata solo sopra piccole aree,
aprendo quello che sarebbe, in effetti, un ombrello meteorologico sopra i
91,000 posti a sedere dello stadio Olimpico. Lo stadio da 400 milioni di
dollari, soprannominato il “nido d’uccello” per i suoi tubi di acciaio
incrociati, non ha tetto.
“Questo è un processo molto complesso in termini di selezione degli spazi e
delle tempistiche” ha detto Wang Yubin, un ingegnere proveniente dal
meteorological bureau. “Probabilmente dovremo prendere la decisione un
giorno prima, o comunque a ridosso dell’evento”. Jeff Ruffalo, un public
relations advisor per le Olimpiadi di Beijing, crede che questo sia un
evento senza precedenti per le Olimpiadi Estive, che, negli anni recenti, si
sono svolte in città più secche -- Atene, Sydney, Barcellona.
L'Estate è la stagione delle piogge nel Nord-Est asiatico. Originariamente
le Olimpiadi di Beijing dovevano partire il 25 di Luglio, ma i meteorologi
hanno spinto per spostare la data il più in là possibile. Nonostante ciò, le
possibilità di pioggia sopra Beijing per l'otto Agosto sono vicine al 50%.
Allenandosi con le Olimpiadi in mente, i meteorologi hanno praticato le loro
tecniche di “mitigazione della pioggia” fin dal 2006. Hanno tenuto un paio
di prove generali (c'è un gioco di parole con il termine dry, che vuol dire
secco), per così dire -- tra le varie, un summit Cina-Africa ed un festival
del panda nella provincia di Sichuan.
I Cinesi hanno tentato di interferire con il clima sin dai tardi anni
cinquanta, cercando di portare la pioggia nei terreni desertici delle
province settentrionali. L'ufficio per la modificazione del clima fu fondato
negli anni ottanta, ed oggi si stima che sia il più grande al mondo. Ha un
esercito di 37,000 persone -- molte delle quali sono una specie di
“mercenari”, chiamati al dovere durante periodi di siccità eccezionale.
L'ufficio possiede 30 aerei, 4,000 lancia missili e 7,000 postazioni
antiaeree, conferma Wang Guohe, direttore della modificazione del clima
dell'Accademia Cinese di Meteorologia.
“Abbiamo il più ampio programma del mondo con il maggior numero di persone
ed il maggior quantitativo di equipaggiamento coinvolti, ma nonostante tutto
non è il più avanzato”, dice Wang. Questo riconoscimento va ai Russi, che,
continua Wang, hanno usato sofisticati cloud-seeding nel 1986 per prevenire
che le piogge radioattive provocate dall'incidente nucleare di Chernobyl
raggiungessero Mosca. Nonostante molti scienziati discutano sull’efficacia
della modificazione del clima, Wang insiste che ha avuto successo in Cina su
una scala limitata.
“Se parliamo di una lieve pioggerella, la possiamo eliminare”, dice Wang.
“Ma se sta per arrivare un diluvio (grande acquazzone), non c'è nulla che
l'uomo possa fare”.
Data articolo: marzo 2008
Articolo correlato: China plans to halt rain for Beijing Olympics
Traduzione a cura di ErSandro
Fonte: http://freenfo.blogspot.com/
CHI MUORE?
di Pablo Neruda
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia
aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della
pioggia
incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà
al raggiungimento di una splendida felicità.
Pablo Neruda
Credere non è realtà
Jiddu Krishnamurti
Ci si può convertire da una fede all'altra, si può passare da un dogma
all'altro, ma non ci si può convertire alla comprensione della realtà.
Credere non è realtà.
Possiamo cambiare le nostre idee, cambiare opinione, ma la verità, Dio, non
sono una convinzione: sono un'esperienza che non si basa su nessuna fede o
dogma, nemmeno su nessuna precedente esperienza. Se abbiamo avuto
un'esperienza nata dalla fede, la nostra esperienza è il riflesso
condizionato di quella fede. Se avete un'esperienza inaspettatamente,
spontaneamente, e costruite altre esperienze sulla prima, allora
l'esperienza non è che la continuazione del ricordo che risponde al contatto
col presente. Il ricordo è sempre morto, viene in essere soltanto in
contatto col presente vivo.
La conversione è un cambiamento da una fede, o dogma, a un'altra, da una
cerimonia a un'altra più edificante, e non apre la porta alla realtà. Anzi,
una cerimonia edificante è un ostacolo alla realtà. Eppure è proprio questo
ciò che le religioni organizzate e i gruppi religiosi tentano di fare:
convertirvi a un dogma più o meno ragionevole, a superstizioni o speranze
più o meno ragionevoli. Vi offrono una gabbia migliore. Essa può, o non può
essere comoda, ciò dipende dal vostro temperamento, ma è sempre una
prigione.
Religiosamente e politicamente, a livelli di cultura differenti, questa
conversione è continuamente in corso. Le organizzazioni, coi loro capi, si
sforzano di mantenere l'uomo nei quadri ideologici che esse offrono, sia
religiosi sia economici. In questo processo si trova il reciproco
sfruttamento. La verità è ai di fuori di ogni schema, paura o speranza. Se
volete scoprire la suprema felicità della verità, dovete rompere con ogni
cerimonia e tutti gli schemi ideologici.
La mente trova forza e sicurezza in schemi religiosi e politici, ed è
proprio questo che dà base e resistenza alle organizzazioni. Ci sono sempre
i duri a morire e le nuove reclute. Costoro mantengono le organizzazioni,
coi loro investimenti e proprietà, in funzione, e la potenza e il prestigio
delle organizzazioni attraggono coloro che adorano il successo e la saggezza
mondana. Quando la mente si accorge che gli antichi schemi non sono più
soddisfacenti e vitalizzati, si converte ad altri dogmi e altre fedi di
maggior conforto e dispensatori di nuove energie.
Onde la mente non è che il prodotto dell'ambiente, e si ricrea e si sostiene
con sensazioni e identificazioni; ed è per questo che la mente aderisce a
norme di condotta, a scuole di pensiero e così via. Finché la mente non sarà
che il prodotto del passato, non potrà mai scoprire la verità né permettere
alla verità di venire in essere. Restando aggrappata alle organizzazioni,
rinuncia alla ricerca della verità.
Ovviamente, i riti offrono ai partecipanti un'atmosfera in cui essi si
trovano a loro agio. Tanto i riti collettivi quanto quelli individuali danno
una certa serenità alla mente; offrono un contrasto vitale col tedio e la
monotonia della vita quotidiana. C'è una certa quantità di bellezza e di
ordine nelle cerimonie, ma fondamentalmente, non sono che degli eccitanti; e
come tutti gli eccitanti in breve ottundono la mente e il cuore. I riti
divengono abitudine; divengono una necessità, e non se ne può più fare a
meno.
Questa necessità è considerata una rinascita spirituale, un raduno delle
forze necessarie per affrontare la vita, una meditazione quotidiana o
settimanale, e così via; ma se si osservi più attentamente questo processo,
si vedrà che i riti sono una vana ripetizione, la quale offre un'evasione
mirabile e decente dalla conoscenza di sé. Senza conoscenza di sé, l'azione
conta ben poco
.
La ripetizione di canti sacri, inni e litanie, di parole e frasi, fa dormire
la mente, anche se di primo acchito sembra abbastanza stimolante. In questo
stato di assopimento, si verificano delle esperienze, ma non sono che
proiezioni di se stesse. Per edificanti che siano, queste esperienze sono
illusorie. La sperimentazione della realtà non viene in essere mediante
nessuna ripetizione, mediante nessuna pratica. La verità non è un fine, un
risultato, una meta; non la si può inventare, perché non è un oggetto della
mente.
L'origine e il significato dei Mantra 2f
Swami Veetamohananda
<L'origine e il significato dei Mantra>
(parte seconda e fine)
(Traduzione a cura di Maria Teresa Fogliatti)
L'uomo vuole essere certo che crea dal nuovo e la scienza ne è il risultato.
Ed è questa certezza che dà all'uomo la novità. L'uomo vuole anche mantenere
la sua attitudine di pura ammirazione verso le cose e la loro essenza più
profonda. La religione risponde a questo bisogno. Ma perseguendo queste
attitudini non facciamo troppo? La nostra ricerca si orienta sempre verso
l'aspetto dell'essere? O abbiamo perduto il contatto con la nostra realtà
più profonda, col nostro essere essenziale. Ciò che risveglia quel contatto
con la nostra interiorità, che dà prima piacere e poi ci avvicina al nostro
essere è l'Arte con la sua bellezza. Il mondo sembra già stanco di
religione; forse si stancherà presto della scienza? Allora è probabile che
si rivolgerà all'arte che provoca un rivolgimento della nostra visione,
dall'esterno all'interno, in presa diretta con la bellezza.
Lo sapete bene, viviamo in un mondo di forme, belle o brutte. Quello che è
bello per me può non esserlo per un altro. La bellezza è la gioia di
spezzare tutte le regole. Come un mago che fa uscire dal suo cappello
migliaia di cose, l'uomo estrae dalla perfezione che è nel suo cuore
migliaia di forme di bellezza e quelle forme risvegliano di nuovo
l'intuizione e così di seguito. Forme musicali, forme di pensiero, forme
artistiche, ecc. sono in perpetuo movimento rinnovate senza posa. Nessun
artista è soddisfatto di ciò che ha creato . Ogni artista ha strappato le
sue prime opere prima di arrivare alla forma finale con cui percepisce il
mondo. Non è mai una forma fissa, ma in continuo divenire, una specie di
nostalgia. Le forme sono vive, perché rispondono a un bisogno e si rinnovano
indefinitamente. E' ciò che chiamiamo la Bellezza, che è un sentire, un
allargarsi verso limiti scoperti di nuovo. E' un eterno divenire, un flusso
di forme verso un ideale sempre in cambiamento: il Senza Forma. Si passa
dalla forma all'intuizione, poi si ritorna alla forma.
La forma è un intervallo tra l'intelligenza comune e un'intuizione più
elevata. Forse porrete la domanda: "La forma deve essere perfetta per
risvegliare l'intuizione più elevata?" Niente affatto. Una forma è
imperfetta o brutta quando non ci sentiamo uniti con lei, quando la
rifiutiamo mentalmente, quando non le siamo appropriati, cioè quando non la
amiamo. L'atto di percezione più banale presuppone l'instaurarsi di
un'identità perduta tra colui che percepisce e ciò che è percepito. Chi
percepisce trasferisce il suo essere a ciò che è percepito e la dualità tra
il soggetto e l'oggetto svanisce totalmente. Ogni percezione è una porta
aperta a quella identità. Ma non resistiamo a quella identità a causa delle
nozioni preconcette delle cose? Non è a causa di quello che vediamo negli
oggetti e negli esseri umani bruttezza e imperfezione?
C'è una volontà e un'intelligenza nel cuore di ogni forma, così come c'è
della bellezza nel cuore di ogni oggetto. C'è un essere nel cuore di ogni
forma. Per entrare in contatto con l'essere situato nel cuore delle forme,
dobbiamo prima risvegliarci al nostro essere. E non ci sono due esseri, ma
un essere. Di solito le vallate e i fiumi non ci impressionano molto. Per
noi sono cose senza forma e senza anima. Ma per i poeti e i mistici, hanno
non solo un'anima e una forma perfetta, ma anche una personalità e un
essere.
Il mio Amato è come una montagna,
Come la valle solitaria ricca di foglie,
Come le isole meditative,
Come i torrenti nella loro corsa tumultuosa,
Come il mormorio della brezza del sud
Che parla d'amore.
Questi versi sono di Giovanni della Croce. E' chiaro che i mistici hanno la
certezza di Dio come esistenza, conoscenza e felicità. Sono i tre aspetti
dell'Essere del Signore. Siccome i mistici sono ben fermi nella certezza del
Signore, è facile per loro entrare in contatto con l'essere delle forme
esteriori.
Sarà ora più facile comprendere la verità vedantica secondo la quale tutte
le forme hanno un essere (Sat). Esistere è essere l'esistenza. Una forma
esiste, ha un impatto sulla nostra mente, dà la gioia. L'Esistenza, la
Conoscenza e la Felicità sono i tre aspetti dell'Infinito. (Brahman).
è nel cuore delle forme; e così le forme esistono, e la felicità irradia. I
tre aspetti non sono separati, coesistono nell'Uno. Si rivelano secondo il
nostro modo d'integrazione. Sia della felicità con l'esistenza quando
qualcosa ci piace, nell'ambito dell'arte, per esempio, sia dell'esistenza
con la felicità.
Una forma ha della profondità E' ciò che bisogna comprendere attraverso
esistenza, luce e felicità. Al contatto con una forma, abbiamo globalmente
un'impressione. E, finchè ne approfondiamo la comprensione, ci si rivelano
nuovi aspetti. Può accadere che stabiliamo una relazione emozionale con una
forma, talvolta perfino una devozione religiosa o un amore assoluto.
Quell'approfondimento della comprensione della forma non è legato a un
approfondimento della nostra natura interiore? Più andiamo in profondità in
una forma, più vediamo una volontà nel suo seno. Diventiamo uniti alla forma
e in quella identità la nostra volontà si scopre e si rafforza.
Sappiamo che quando siamo sul piano dell'intuizione spirituale, abbiamo, di
una situazione o di una forma, la conoscenza istantanea. Si dice spesso: "
per me, la prima impressione è quella buona" e questo dimostra che è
possibile percepire una forma sotto tutti i suoi aspetto, in un solo
sguardo. Questo è ancora più vero per una persona spiritualmente avanzata,
per un artista creativo, per un poeta, ecc. La loro intuizione non procede
per tappe successive, ma come in un flash. Il poeta che vede un uccello in
una nube che passa non costruisce l'uccello poco a poco, ma in un lampo.
Deve dimenticare ciò che lo circonda e costruire l'uccello in un istante.
Distruzione e creazione d'un tratto accadono prima nella mente dell'artista
e nessuna creazione può avvenire senza distruzione, senza morte. L'artista o
l'uomo ordinario, poco importa, crea tre strati di coscienza - esistenza,
conoscenza, felicità - grazie alle quali vede in tutte le forme i tre
strati.
Nella meditazione profonda, tocchiamo lo strato più intimo del nostro essere
e risvegliamo la felicità fino a inglobare gli altri strati. Nella
meditazione profonda ogni linguaggio e ogni pensiero sono ridotti allo stato
di semenza. E' vero che le formule sacre, i simboli e le forme sono
utilizzate all'inizio nella meditazione, ma non servono che a creare un
centro o presenza che si cristallizza come certezza spirituale dove non c'è
posto che per la felicità, dove non esiste più nessuna forma. Più la
meditazione va in profondità, il simbolo divino, per esempio Cristo o Budda,
nome e forma diventano uno e come uno passano nel subconscio. Là resta allo
stato di semenza. A questo punto sentiamo la gioia della meditazione toccare
la forma sottile. Anche quel supporto scompare quando il centro meditativo
passa dal subconscio alla coscienza pura. Nella pura coscienza il mondo
della manifestazione è in una forma senza semenza. E quello sfocia in un
sentimento di felicità che viene da ogni parte.
Così, nel subconscio, gli oggetti e le forme restano senza semenza. Gli
oggetti e il loro nome ( o percezione degli oggetti) restano uniti al
subconscio. E' così nel bimbo piccolo che non parla o almeno che non si
esprime a parole. Per il bambino il mondo delle forme non è stato ancora
creato, lui non fa differenza tra una matita e un pezzo di cioccolata; li
mette in bocca e li mordicchia. Diciamo che non può distinguere le forme,
che significa che in lui non è ancora sviluppata l'intuizione. Per lui il
mondo degli oggetti è ancora allo stato latente.
E' in questo periodo che si possono dare al bambino valori veri e nuovi che
l'aiuteranno a costruirsi. Ecco perché nella tradizione indiana l'educazione
del bambino comincia nel seno della madre. Quando il bambino è ben
strutturato, una qualunque educazione formale non toccherà in lui che la
superficie e non toccherà le basi della educazione ricevuta prima. Sri
Chakra è l'esempio perfetto dell'intuizione spirituale: rappresentazione
della Realtà nei suoi aspetti statici e dinamici. E' un simbolo
dell'Universo, a volte microcosmo a volte macrocosmo e della sue origine
divina. Ci sono due specie di triangolo: il triangolo " regolare" e il
triangolo capovolto. Il triangolo capovolto rappresenta il processo di
differenziazione e di diversificazione. Simbolizza l'aspetto dinamico, la
Sakti. Il triangolo con la punta verso l'alto rappresenta l'assimilazione,
l'integrazione e l'identificazione, l'aspetto statico o dell'Assoluto. Nel
primo triangolo, tutto è rifiutato per manifestarsi sotto forma di
separazione, polarità e anche opposizione, nel secondo, tutto è ricondotto
all'armonia, alla pace, all'unità. E' al centro che bisogna cercare la
chiave di quel processo di armonizzazione.
Al Centro si trova un punto dove i due aspetti, Sakti e assoluto si
riuniscono nell'indifferenziato. Quel punto è incluso in un triangolo
capovolto che rappresenta la volontà, l'azione e il sapere ( Sakti), i tre
guna e le tre divinità che li presiedono. I nove altri triangoli sono dei
chakra o centri. Questi centri sono governati dalle divinità che presiedono
l'attività del mentale, dei sensi e della materia. Si onorano queste
divinità per potersi stabilire nella pura coscienza. Ci sono tecniche di
meditazione per realizzare questa Realtà Assoluta.
Presentazione del film Bharata - India nell'Anima
Un film per comunicare emozioni
Napoli, Martedì 1 aprile 2008 ore 20.00
Buddha Village - Scuola di Naturopatia, via Ripuaria 38B, Napoli
Relatori:
introdurrà un collaboratore del Centro Studi Bhaktivedanta
seguirà un dibattito per approfondire le attività didattiche dell'Accademia
Ingresso Gratuito. E' gradita la prenotazione.
Al termine verrà offerto un dessert vegetariano
BHARATA - INDIA NELL’ANIMA
Il film Bharata raccoglie suoni e immagini che raccontano la storia di un
viaggio in India in tre dei luoghi sacri considerati più importanti:
Jagannath Puri situata sulle rive del Golfo del Bengala, sacra per il
secolare tempio a Jagannath; Mayapur situata a nord est del subcontinente
indiano, sacra perché nel 15° secolo fu luogo di nascita di Caitanya
Mahaprabhu, il massimo esponente del bhakti yoga; Vrindavana nel cuore
dell’India, estremamente sacra per essere stata il luogo dove Krishna, la
divinità più adorata di tutta l’India, ha trascorso l’infanzia.
Un viaggio che più che nello spazio e nel tempo si svolge nell'universo
interiore, in cui luoghi, immagini, suoni e gesti di antica simbologia e
sacralità accompagnano lo spettatore in un percorso alle origini della vita
e della coscienza.
La lavorazione lunga e complessa di questo film, sulla base di uno studio
approfondito sui rapporti tra coscienza, percezioni, emozioni e frequenze
sonore, ha fatto sì che si ottenesse un risultato unico nel suo genere, in
cui la relazione tra musica ed immagini non risulta essere una semplice
interazione, ma costituisce una vera e propria fusione dinamica tra le due
forme artistiche, che diventano così espressione altamente creativa di una
simbologia e di significati volti a collegare l'uomo e il suo percorso nel
mondo ad una dimensione sacra e trascendente.
La scelta di non includere dialoghi è proprio per agevolare l’espressione
delle più alte funzioni intuitive e lasciarsi da esse condurre per
giungere, attraverso il linguaggio del sogno, del mito e del simbolo, ad un
piano più profondo di visione, oltre il quale si svelano i contenuti più
essenziali dell'opera.
Titolo: Bharata - India nell’Anima
Nazione: Italia
Anno: 2007
Genere: Documentario
Durata: 44 minuti
Regia: Keshava Ferrini
Musica: Fabio Pianigiani
Produzione: Golden Avatar Production http://www.goldenavatarproduction.com/
Distribuzione: Centro Studi Bhaktivedanta
http://www.c-s-b.org/userimages/film_bharata.jpg
locandina
http://www.c-s-b.org/it/images/locandine/napoli_01-04-2008.jpg
Informazioni e Prenotazioni
Segreteria CSB
0587 733730; 320 3264838
secretary@...http://www.c-s-b.org
Un’altra puntata del Great Game
di Carlo Bertani – 26 marzo 2008
“Fanatico è colui che non può cambiare idea, e non intende cambiare
argomento.”
Winston Spencer Churchill
In questi giorni, come tanti, ho scorso gli articoli sul Tibet ed ho
guardato i filmati su Youtube: della TV mi fido sempre meno. Ho un certo
riserbo a parlare del Tibet, giacché vivo quasi una sorta di “conflitto
d’interesse”: sono buddista da circa vent’anni.
A prima vista, sarebbe semplice chiudere la vicenda esortando tutti a
sostenere le sacrosante libertà dei tibetani, ma sarebbero parole al vento.
Riflettiamo che, durante la recente visita in Italia di S.S. il XIV Dalai
Lama – Tenzin Ghiatzo – l’unico uomo “politico” – per così dire – che ebbe
il coraggio di parlare con lui fu Beppe Grillo. Se qualcun altro lo ha
ricevuto e non ne sono a conoscenza me ne scuso, ma è acclarato che nessuno
dei leader politici e delle figure istituzionali ha osato parlare con questa
persona, che rappresenta soltanto le istanze di un governo in esilio.
Dispiace ascoltare voci che, in qualche modo, avallano la conquista cinese
oppure accusano i tibetani di chissà quali nequizie per la spedizione
“geografica” che i nazisti fecero in Tibet nel 1939. Sono affermazioni di
chi conosce poco la storia tibetana, di là delle cronache della David-Neel e
di qualche orientalista: in realtà, abbiamo iniziato a conoscere il vero
Tibet solo dopo la diaspora, dai profughi che si sono insediati in Europa e
negli USA.
Iniziamo con il raccontare che i primi a violare i sacri confini della terra
dei Lama furono i britannici, nel 1904, al comando di Francis Younghusband,
i quali non ebbero difficoltà – durante la loro avanzata, nei pressi di
Phari, a Chumi Shengo[1] – ad accettare la resa di un contingente tibetano
armato con fucili ad acciarino. Appena i tibetani s’arresero e furono ben
visibili, i britannici scaricarono loro addosso nastri e nastri di
mitragliatrice, compiendo un massacro. British honour.
Perché gli inglesi e quella data? Se riflettiamo un attimo sulle date, ci
rendiamo conto che era lo stesso anno nel quale l’ammiraglio russo
Rozhedestvensky cercava di raggiungere il Giappone con la flotta del
Baltico, dopo gli esiti rovinosi della battaglia dello Shantung, nella quale
i giapponesi avevano distrutto la flotta russa del Pacifico, di base a Port
Arthur. L’anno dopo, ci sarebbe stato l’epilogo a Tsushima. Dunque, un
momento di debolezza per la Russia , già minata al suo interno dai latenti
moti rivoluzionari.
La Cina , a sua volta, era nel bel mezzo di una buriana, ovvero la rivolta
dei Boxer e – in definitiva – era alle prese con l’ultimo atto delle sue
millenarie dinastie.
Gli altri protagonisti del Great Game nell’Asia Centrale, dunque, erano alle
corde: la Gran Bretagna cercò semplicemente d’approfittarne.
Quando Younghusband entrò in Lhasa, non fu considerato proprio un visitatore
amichevole, anche se i tibetani – vista la potenza britannica – fecero di
necessità virtù.
La ragione della fretta inglese nel porre una sorta di “prelazione” sul
regno tibetano era dovuta all’intraprendenza dell’altro competitore del
Great Game d’inizio secolo, ossia la Russia degli zar. Il rivale di
Younghusband era il colonnello russo Grombtchevski, che era stato inviato su
quelle montagne per lo stesso scopo: garantire “amicizia” e
“collaborazione”[2]. Nell’attesa di riuscire a farne un sol boccone.
Gli inglesi lasciarono quasi subito il Tibet, formulando una soluzione
furbesca: riconobbero il diritto di protettorato della Cina sul Tibet, una
questione controversa, che affonda le sue radici dai tempi di Gengis Khan.
Perché lo fecero?
Probabilmente per complicare le cose ai russi, giacché conoscevano bene le
condizioni disastrose nelle quali versava il morente Impero Cinese. Come si
potrà facilmente capire, la complessità di quelle vicende richiederebbe ben
altre analisi, che prendessero in considerazione tutte le velleità delle
potenze dell’epoca, ma un articolo rimane pur sempre un articolo, e non un
libro.
Sarebbe dunque lungo ricordare la complessità del Great Game nell’Asia
Centrale d’inizio secolo: sottolineiamo solo che gli attori erano tre –
britannici, russi e cinesi – e che la Prima Guerra Mondiale e la guerra
civile in Cina posero fine alle ambizioni sul Tibet[3].
A margine, possiamo notare come la situazione tibetana del 1900 fosse
straordinariamente simile a quella dell’odierno Afghanistan: una terra non
molto importante per le ricchezze naturali, quanto per la sua posizione
geo-strategica. Difatti, sono decenni che ci si scanna nelle pietraie
afgane, per un territorio che – di per sé – vale poco o nulla.
L’ultimo “sussulto” del Great Game fu però cinese: nel 1910, le truppe
manciù cinesi entrarono in Lhasa ed il XIII Dalai Lama dovette fuggire in
India. Durò poco: lo scoppio della guerra civile in Cina condusse alla
ritirata, nel 1912. Per rendere più agibile la collocazione degli eventi,
ricordiamo che l’ultima (e molto discussa) imperatrice cinese, Ci Xi, morì
nel 1908, lasciando come erede un bambino, Pu Yi, la storia del quale è
narrata nel film “L’ultimo imperatore” di B. Bertolucci.
Le guerre mondiali del ‘900 portarono – paradossalmente – tranquillità
sull’Himalaya: inglesi, cinesi e russi erano occupati a scannarsi, in patria
e per il mondo, e nessuno si ricordava del Tibet.
Nessuno, a parte i tedeschi (nazisti), che inviarono una spedizione nel
paese nel periodo 1938-39 (come la parallela missione in Amazzonia, alla
ricerca di segreti esoterici): in quale Tibet giunsero il dott. Ernst
Schäfer, biologo e zoologo (ed ufficiale delle SS), e gli altri componenti
della spedizione?
Il XIII Dalai Lama – Thubten Ghiatzo – era morto nel 1933 e, nel 1934, la
reggenza era stata assunta dall’abate del monastero di Reting, Reting
Rimpoche. L’attuale Dalai Lama (il XIV) – Tenzin Ghiatzo – nacque nel 1935 e
fu ufficialmente riconosciuto come sua precedente incarnazione nel 1940
(1939 secondo altre fonti).
I tedeschi giunsero quindi in un momento delicato, come tutte le reggenze, e
furono ben accolti dal reggente, che fece loro dono di parecchie, antiche
scritture buddiste. La spedizione terminò nel 1939 e, il 4 Agosto del 1939,
l’aereo che li riportava in patria atterrò all’aeroporto di Berlino.
Una seconda spedizione partì nel 1939, ma fu interrotta dagli eventi
bellici: Heinrich Harrer (alpinista, prima appartenente alle SA e poi alle
SS) e Peter Aufschnaiter (agronomo), partiti per scalare il Nanga Parbat[4],
furono internati dagli inglesi poiché di nazionalità austro-tedesca, ma
riuscirono a fuggire ed a raggiungere Lhasa nel 1946. Rimasero parecchi anni
nella capitale, dove Aufschnaiter lavorò come agronomo, cartografo e per la
sistemazione di canali ed impianti idroelettrici. Harrer divenne amico
dell’allora giovane Dalai Lama, e le sue vicende sono raccontate nel famoso
libro Sette anni nel Tibet (poi divenuto un non esaltante film).
Questi sono gli unici e documentati contatti fra la Germania nazista ed il
Tibet dei Lama: un po’ pochino, a mio avviso, per far gridare a Fulvio
Grimaldi che “il Dalai Lama flirtava con i nazisti, nel segno della comune
purezza ariana”. In primis, nessun Dalai Lama ebbe a che fare con la prima
spedizione: sulla seconda – che spedizione non era più, perché non esisteva
più la Germania nazista quando i due giunsero a Lhasa – riflettiamo che il
Dalai Lama era un ragazzino di dieci anni.
La figura del reggente – Reting Rimpoche – fu invece discussa, al punto che
la condotta non proprio “monacale” dell’abate lo costrinse a dare le
dimissioni nel 1944. Nel 1946, volle riprendersi il potere, ma fu fermato ed
imprigionato nelle carceri del Potala, dove morì (qualche fonte afferma
avvelenato, ma non ci sono certezze). La vicenda di Reting Rimpoche è però
tutta interna al Tibet ed ai suoi equilibri, e nulla ha a che vedere con i
nazisti.
Heinrich Harrer e Peter Aufschnaiter rimasero in Tibet fino al 1951, quando
il giovane Dalai Lama (dichiarato maggiorenne a sedici anni per l’invasione
cinese) fuggì ai confini del paese, verso l’India, per poi tornare a Lhasa e
cercare un accordo con i cinesi. I due tedeschi, invece, tornarono in
patria.
Cos’era successo, nel frattempo?
La fine del processo rivoluzionario in Cina, aveva riaperto i giochi: russi
ed inglesi erano poco interessati al Tibet – i primi affaccendati con la
nuova Guerra Fredda, i secondi che cercavano di salvare il salvabile
dell’Impero – e la Cina ebbe tutte le vie aperte per conquistare Lhasa.
Sulle ragioni dell’intervento cinese, ci sono varie ipotesi. Di natura
geostrategica nei confronti dell’India, oppure per una sorta di “frattura”
nelle relazioni con l’URSS (durante la cosiddetta fase della
“destalinizzazione”) che s’evidenziò alla fine degli anni ’50: forse, la
principale ragione fu la pura e semplice conquista territoriale.
Il Tibet non era certo uno stato florido, ma i cinesi del dopoguerra erano
praticamente alla fame: alcuni monaci tibetani, imprigionati, raccontarono
che il cibo, per i prigionieri, era quasi “simbolico”. Nemmeno le guardie,
però, avevano di che scialare: addirittura, però, gli stessi cinesi Han
affamati s’avvicinavano ai “campi di rieducazione” in cerca di cibo. La
carestia, in quegli anni, in Cina era quasi la regola e non l’eccezione.
Era quindi una situazione poco comprensibile per noi occidentali, quando il
“ricco” è colui che detiene un semplice sacco di cereali.
Le razzie nei monasteri condussero ad accumulare oro e preziosi, ma anche il
legname ed altri prodotti naturali furono depredati e spediti in Cina: il
solito copione di una guerra di conquista, questa volta operato dal più
straccione degli imperialisti che si possa immaginare.
Qual era la situazione interna del Tibet, in quegli anni?
La società tibetana era feudale fino al midollo, con un rilevante potere
ecclesiale che aveva voce in capitolo su quasi tutto, anche se le cariche
pubbliche erano “sdoppiate”, ovvero in ogni amministrazione c’era un pari
grado, civile ed ecclesiastico.
Siccome, spesso, i grandi abati dei monasteri provenivano da importanti
famiglie aristocratiche, il potere si “saldava” nelle mani del “primo e
secondo stato” quasi in ogni luogo. La grande nobiltà, generalmente,
preferiva dimorare a Lhasa, mentre i nobili in sottordine accettavano di
fare i governatori (bon-po) nelle aree più lontane: a ben vedere, nulla di
diverso dalla struttura russa, cinese o d’alcuni stati dell’Italia
pre-risorgimentale.
Le condizioni economiche della popolazione erano naturalmente improntate ad
una generale povertà, resa meno evidente rispetto ad altri luoghi dalla
specificità dell’ambiente ecologico tibetano: grazie all’altitudine, la
ridotta carica batterica nell’aria consentiva di conservare i cereali, in
apposite torri, per quasi un secolo, mentre la carne seccata e salata
rimaneva intatta per un anno intero.
Per questa ragione, è giusto affermare che nel Tibet (almeno, negli ultimi
due secoli) non c’erano state gravi carestie, ma è altrettanto vero che la
disparità di ricchezza fra la nobiltà e la popolazione rurale era enorme.
Uno dei cardini dell’ordinamento tibetano era l’ereditarietà dei debiti, sia
nei confronti dei privati, sia con lo Stato, e questa era la vera
“maledizione” dei contadini tibetani, sempre in ritardo con pagamenti e
rimesse. Fu la prima riforma che introdusse, appena riconosciuto come capo
di Stato, l’attuale Dalai Lama, nel 1951: cancellò l’ereditarietà dei
debiti.
Il clero non viveva nel lusso, ma i monaci in Tibet erano decine, forse
centinaia di migliaia, e questo era un aggravio che pesava tutto sulla
popolazione rurale, priva di qualsiasi protezione sociale da parte dello
Stato.
Sulla supposta protervia degli ecclesiastici, non abbiamo molte fonti
attendibili: possiamo soltanto immaginare che ci fossero i più svariati
comportamenti, secondo il feudatario – civile od ecclesiale – che governava
quella regione. Il Tibet abolì la pena di morte già nel XIX secolo (poiché
in contrasto con il dettato buddista), ma mantenne – come qualsiasi società
feudale – le pene corporali. Insomma, nei giudizi che possiamo formulare,
dobbiamo ricordare che parliamo di una nazione medievale proiettata nel XX
secolo.
Ciò che – a mio avviso – molti commentatori non hanno compreso, è che
eravamo di fronte ad una società feudale come le nostre del XVII-XVIII
secolo, catapultata – grazie all’isolazionismo cercato fino
all’inverosimile, ed alle due guerre mondiali che avevano posto in seria
difficoltà gli eventuali colonialisti – nella seconda metà del XX secolo.
Nel 1951 – potremmo quasi affermare – un mondo che aveva appena attraversato
mezzo secolo terrificante, e che aveva tratto da quelle esperienze (in
positivo ed in negativo) una nuova impostazione sociale, si trovò
improvvisamente di fronte un paese vasto come mezza Europa, popolato da 6-8
milioni d’abitanti (le cifre sono approssimative, e comprendono l’intero
Tibet, Amdo e Kham inclusi) che vivevano secondo tradizioni ancestrali.
L’impatto, fu tremendo.
E’ mia opinione che, se non ci fossero stati gli imperialisti cinesi, quel
mondo sarebbe franato ugualmente: falce e martello o Coca-Cola, il Tibet
medievale era condannato.
Se ne resero conto, a posteriori, anche parecchi Lama tibetani giunti in
Occidente, i quali ammisero d’essersi illusi di poter continuare a vivere
nel loro “nido samsarico[5]”, come se il resto del pianeta non li
riguardasse.
Nel Tibet esistevano già prima dell’invasione cinese cellule comuniste,
simpatizzanti per la Rivoluzione Cinese , ma erano individui che credevano
di riuscire a coniugare il grande principio della Compassione buddista con
l’uguaglianza di matrice marxista. Dopo pochi anni, s’accorsero che quella
sintesi era solo ideale, cancellata dalla brutalità delle truppe cinesi.
Nel decennio 1950-1960 ci fu il tentativo, da parte cinese, di cooptare il
giovane Dalai Lama e l’altrettanto giovane Panchen Lama al marxismo
leninismo, con viaggi in Cina e nomine – soltanto simboliche –
nell’organigramma cinese. Intanto, in Tibet avvenivano tragedie.
Nel 1959 – e qui ci sono opinioni discordi su chi fomentò o diresse i
disordini – il Dalai Lama fuggì da Lhasa per raggiungere l’India:
recentemente, due scrittori statunitensi hanno raccontato che la fuga fu
organizzata dalla CIA, ma non possiamo affermarlo con certezza. Se si crede
agli americani, si crede loro sempre, anche quando sbatacchiano fialette di
presunto antrace all’ONU, non solo quando fa comodo.
E’ invece accertato che gli USA eseguirono lanci d’armi[6] (solo di
fabbricazione inglese, e molto vecchie, per non inimicarsi troppo la Cina )
ai resistenti tibetani che, in ogni modo, non impensierirono mai l’esercito
cinese.
Addestrarono piccoli gruppi di tibetani alla guerriglia, ma non appoggiarono
mai con forza la causa tibetana: perché?
Nel 1951, quando avvenne la prima occupazione, gli USA erano impegnati in
Corea e non se la sentivano d’aprire un altro fronte. Soprattutto, temevano
un eventuale fronte contro la Cina in un Paese che non era toccato dal mare:
la potenza anglo-americana è sempre stata fedele a Nettuno.
L’appoggio aereo fu probabilmente scartato per le esperienze della Seconda
Guerra Mondiale, quando in Cina combattevano le famose “Tigri Volanti” di
Charlie Chennault: il problema era rifornirli partendo dall’India.
Gli americani scoprirono quanto fosse difficile sorvolare l’Himalaya, perché
le cime svettano oltre i 25.000 piedi d’altitudine, quote molto elevate per
gli aerei da trasporto dell’epoca. Difatti, parecchi equipaggi si dovettero
lanciare per problemi meccanici e presero terra anche in Tibet.
L’ultima ragione che non portò Washington ad un evidente appoggio alla causa
tibetana fu la stessa che condusse a sospendere i rifornimenti alla
guerriglia: la politica sorretta da George Bush (padre), quando era
ambasciatore a Pechino, era quella di creare legami in chiave antisovietica.
In quegli anni, Cina ed URSS giunsero addirittura a confrontarsi
militarmente sui fiumi Amur ed Ussuri – per questioni di confini – e tutto
ciò mandava in brodo di giuggiole Washington. E Taiwan? Quando mai gli USA
accettarono che l’isola si dichiarasse completamente indipendente dalla
grande Cina? Una indipendenza de facto poteva anche passare, mentre quella
de iure avrebbe condotto a fratture con Pechino: il Tibet, a ben vedere,
valeva ancora di meno.
Di conseguenza, gli USA hanno usato più che sorretto la causa tibetana, ed
anche gli ultimi avvenimenti sembrano confermarlo.
Liberi da ogni ingerenza esterna (incubo della politica cinese, dai tempi
della parziale occupazione europea d’inizio ‘900) i cinesi si dedicarono
alla “modernizzazione” del Tibet.
I cinesi non compresero – abituati ai grandi numeri – che la società
tibetana era un microcosmo assai fragile: la richiesta di 2.000 tonnellate
d’orzo per sfamare le truppe d’occupazione e gli animali al loro seguito –
fatta da un generale cinese al governo tibetano nei primi anni – provocò
quasi ilarità: non c’era, nell’intero paese, un simile quantitativo di
granaglie!
Abituati al frumento, i cinesi non gradivano l’orzo: collettivizzarono le
terre ed imposero la coltivazione del grano, al posto del tradizionale orzo.
Il frumento, in Tibet, cresce soltanto nella bassa valle del Brahamaputra –
nei pressi di Shigatse – mentre nel resto del paese l’altitudine non
consente che l’orzo, le patate e poco altro.
I cinesi “liberatori”, grazie a questa bella invenzione, inflissero ai
tibetani la più grave carestia che gli abitanti ricordassero a memoria
d’uomo. Obbligarono anche ad adottare, in tutto il Paese, l’ora di Pechino:
chi difende l’operato cinese contro i “Lama nazisti”, queste cose dovrebbe
raccontarle.
Sull’altro piatto della bilancia, i cinesi hanno modernizzato il Paese
costruendo strade, ferrovie, aeroporti, ecc, ma hanno trasferito decine di
milioni di cinesi Han in terre, per loro, poco ospitali: i cinesi Han sono
una popolazione di pianura, abituata ai grandi fiumi e che mal s’adatta a
vivere a 3.500 metri d’altitudine.
La situazione odierna vede alcune decine di milioni di cinesi Han (intorno
ai 40 milioni) convivere con circa 6,5 milioni di tibetani e con una
minoranza musulmana (da secoli presente in Tibet), chiamati Hui.
Devo confessare che i filmati della recente rivolta mi hanno lasciato
alquanto perplesso, per la violenza con la quale sono stati portati avanti –
indubbiamente – dalla minoranza tibetana, poco avvezza a questi scenari di
guerriglia urbana. Sembrava quasi d’osservare Gaza o Beirut.
Riflettiamo che lo stesso Dalai Lama – più volte – ha affermato che
l’indipendenza del Tibet dalla Cina non è più in agenda: quello che chiede è
il rispetto delle tradizioni e del credo buddista. Il quale – nonostante si
siano fatti vivi i soliti “avvoltoi della storia”, che non esitano ad
imputare sommosse o guerre per altre ragioni alla religione – non ha mai
fomentato guerre nel mondo. Di certo, cristiani, musulmani ed ebrei hanno
ben altro su cui meditare.
Inutile qui ricordare che la minoranza Tamil dello Shri Lanka è sì buddista,
ma le ragioni della contrapposizione sono politiche, e non c’entrano niente
con il buddismo. Come se la ragione delle guerre in Medio Oriente fossero
l’Islam o l’Ebraismo! Cerchiamo dalle parti del petrolio, che è meglio.
Quei manifestanti di Lhasa mi hanno colpito perché erano straordinariamente
violenti, organizzati, efficaci nei loro attacchi di guerriglia urbana.
Qualcosa che stride con il carattere dei tibetani.
Ho il sospetto che – ancora una volta – non fosse in agenda la libertà del
Tibet, ma qualcos’altro. Forse l’enorme debito che gli USA stanno
accumulando nei confronti della Cina? O i dollari che i cinesi cercano
subito di rivendere, perché è come essere pagati con monete di ghiaccio, che
si sciolgono con il trascorrere del tempo? Una rivolta con un copione
“globalizzato”, che sembra avere il giusto marchio per essere sbattuto sui
principali media planetari. Dopo i tanti fallimenti delle due presidenze
Bush, un po’ di Tibet in rivolta può risollevare le quotazioni di
Washington. La speranza, nello Studio Ovale, è l’ultima a morire.
La rivolta di Lhasa non condurrà a nulla di buono per i tibetani, tanto che
lo stesso Dalai Lama ha subito lanciato un appello per la fine delle
violenze da entrambe le parti.
Chi, oggi, può pensare d’infastidire la Cina con delle manifestazioni di
piazza? I cinesi reagiranno come sempre, ovvero con la forza bruta, e non
hanno rivali.
Solo qualche sprovveduto nostrano va in piazza a gridare libertà per il
Tibet: facile farlo a Roma, un po’ più arduo farlo a Lhasa, dove ti prendi
le fucilate cinesi.
Qualcuno, ancora più fesso, non s’è accorto di compiere una discriminazione
senza remore: difendiamo strenuamente la libertà dei palestinesi e dei
curdi, e che i tibetani vadano a farsi fottere. Di questo passo, potremo
dissertare se i curdi sono “buoni” quando combattono i turchi e “cattivi”
quando appoggiano gli USA in Iraq. Oppure giocarci ai dadi chi dovrà
ammazzare l’altro in Kosovo, serbi od albanesi: è un vicolo cieco, che si
chiama nazionalismo.
Il vero internazionalismo passa sopra a razze e religioni, nel nome della
comune appartenenza alla razza umana. Non declina le rime delle alleanze fra
le borghesie finanziarie, perché sono quelle stesse borghesie – arabe,
europee, russe, ecc – che recitano i versi della guerra per raggiungere i
loro scopi di dominio sul proletariato: cinese e tibetano, inglese ed
irlandese, armeno e turco, basco e spagnolo.
Chi si sente profondamente internazionalista, inorridisce nel vedere le
sofferenze di questo o di quel popolo “tirate per la giacchetta” per miseri
scopi di bottega: nella guerra del 1982, con chi ci si doveva schierare, con
gli imperialisti britannici o con i fascisti argentini?
Non provo e non trovo contraddizioni fra il pensiero marxista e molti
assiomi delle principali religioni: scopro invece terribili compromessi e
macchinazioni – fra sedicenti idealisti, dottrinari e dottrinali – per
cercare d’essere domani il nuovo padrone, al posto di quello che oggi ci
schiaccia. Ora, nessun cane abbaia tanto perché gli sia cambiata la catena.
E, fra un padrone americano ed uno cinese, forse sceglierei ancora quello
made in USA: se non altro, perché è senz’altro più fesso, ed avrei qualche
speranza di batterlo.
Carlo Bertani articoli@... www.carlobertani.it
http://carlobertani.blogspot.com/
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[1] Chumi Shengo, in tibetano, significa sorgenti termali. Patrick French –
Oltre le porte della città proibita – Sperling & Kupfer - 2000.
[2] Patrick French, op. cit.
[3] Ho cercato di riassumere qualche aspetto di quegli importantissimi
avvenimenti nel mio libro “Europa Svegliati” – Malatempora – 2003.
[4] Heinrich Harrer era un valente alpinista, ed aveva fatto parte della
cordata che aveva scalato per la prima volta la parete Nord dell’Eiger.
[5] Il Samsara, nella filosofia buddista, rappresenta i sei regni della
rinascita (Inferi, Spiriti, Animali, Uomini, Semidei, Dei) che gli esseri
percorrono infinite volte, prima di giungere alla condizione di Liberato
(Arhat) od Illuminato (Buddha).
[6] Tenzin Ghiatzo – La libertà nell’esilio – Sperling & Kupfer - 1998
Le entità virtuali
di: Oscar Bettelli - ecplanet.net
Il concetto di personalità virtuale o di entità virtuale parte dall'ipotesi
che ciò che conta sia il comportamento risultante dal corretto funzionamento
del programma nel rispondere a domande. L'approccio teorico segue lo schema
della “black box” ovvero ci si prefigge la costruzione di una “scatola nera”
in grado di rispondere ad una serie pressoché infinita di input.
DOMANDA ==> PROGRAMMA ==> RISPOSTA
Allo stato attuale delle conoscenze questo approccio sembra a molti il più
robusto sia in termini teorici che applicativi. Infatti consente di
utilizzare un discreto numero di strumenti software già elaborati e
l'impatto psicologico si è dimostrato, in situazioni analoghe, ben
accettato.
L'obiettivo operativo consiste nel configurare la reazione della black box
in modo tale da somigliare il più possibile allo stile di reazione della
persona da sintetizzare.
In fondo la percezione che noi abbiamo della personalità di un individuo non
è altro che l'insieme delle sue reazioni rispetto ai quotidiani stimoli
esterni: le sue opinioni, il modo di esprimerle, il suo modo di rapportarsi
con noi, con gli estranei, con gli eventi che scorrono. Naturalmente il
grado di sofisticazione necessaria ad elaborare una risposta universale ad
un generico stimolo complesso è ancora molto lontana dalle attuali capacità
della intelligenza artificiale. Questo però non vuol dire che non sia
possibile fissare, anche se fondamentalmente in modo statico, alcuni aspetti
della personalità di un individuo.
Ad esempio da una persona oppurtunamente interrogata si può ricavare un
discreto numero opinioni fino a capirne i tratti salienti della personalità.
Una volta capita la struttura della personalità si può tentare anche di
effettuare delle previsioni comportamentali spesso abbastanza coincidenti
con i comportamenti osservabili.
L'idea di base che sta alla costruzione della black box è proprio questa:
osservare il comportamento di un individuo conseguente a determinati stimoli
e fissarlo in modo riproducibile. L'esempio più semplice (ma anche il più
interessante in generale) di sequenza “stimolo => reazione” è sicuramente
quello legato alla sequenza “domanda => risposta” in ambito verbale.
In fondo sarebbe già un eccellente risultato poter costruire una blackbox
che sia in grado di rispondere ad un elevato numero di domande verbali
riproducendo fedelmente il modo in cui risponderebbe l'individuo da
sintetizzare. Ed allo stato attuale della tecnologia probabilmente questo è
anche l'unico obiettivo raggiungibile nell'arco di qualche anno.
A tutti piacerebbe interagire con i propri antenati o con personaggi del
passato, famosi e non.
Gli eventuali scritti (o più in generale le opere) che questi personaggi ci
hanno lasciato sono una prima forma di elementare e limitata interazione nel
tempo. Quando leggiamo un libro o ascoltiamo un brano musicale in un certo
senso l'autore, anche se è morto da molti secoli, comunica direttamente con
noi.
L'intelligenza artificiale ci permetterà di ampliare e dilatare
significativamente la nostra interazione temporale con le generazioni
future. Anche se simulata la comunicazione sarà comunque bi direzionale e
appena i progressi teorici lo consentiranno la blackbox sarà in grado di
adattarsi anche ad eventi strutturalmente nuovi come l'opinione su un futuro
avvenimento di cronaca o la posizione rispetto ad una nuova idea politica o
filosofica.
Data articolo: marzo 2008
Conferenze: Presentazione del film Bharata - India nell'Anima
Un film per comunicare senza parole
Genova, Sabato 5 Aprile ore 16.00
C/O Associazione Zenzero - via Giovanni Torti 35, Genova
Relatori:
introdurrà il Dr. Andrea Boni, docente del Centro Studi Bhaktivedanta
Ingresso gratuito. E' gradita la prenotazione.
BHARATA - INDIA NELL’ANIMA
Il film Bharata raccoglie suoni e immagini che raccontano la storia di un
viaggio in India in tre dei luoghi sacri considerati più importanti:
Jagannath Puri situata sulle rive del Golfo del Bengala, sacra per il
secolare tempio a Jagannath; Mayapur situata a nord est del subcontinente
indiano, sacra perché nel 15° secolo fu luogo di nascita di Caitanya
Mahaprabhu, il massimo esponente del bhakti yoga; Vrindavana nel cuore
dell’India, estremamente sacra per essere stata il luogo dove Krishna, la
divinità più adorata di tutta l’India, ha trascorso l’infanzia.
Un viaggio che più che nello spazio e nel tempo si svolge nell'universo
interiore, in cui luoghi, immagini, suoni e gesti di antica simbologia e
sacralità accompagnano lo spettatore in un percorso alle origini della vita
e della coscienza.
La lavorazione lunga e complessa di questo film, sulla base di uno studio
approfondito sui rapporti tra coscienza, percezioni, emozioni e frequenze
sonore, ha fatto sì che si ottenesse un risultato unico nel suo genere, in
cui la relazione tra musica ed immagini non risulta essere una semplice
interazione, ma costituisce una vera e propria fusione dinamica tra le due
forme artistiche, che diventano così espressione altamente creativa di una
simbologia e di significati volti a collegare l'uomo e il suo percorso nel
mondo ad una dimensione sacra e trascendente.
La scelta di non includere dialoghi è proprio per agevolare l’espressione
delle più alte funzioni intuitive e lasciarsi da esse condurre per giungere,
attraverso il linguaggio del sogno, del mito e del simbolo, ad un piano più
profondo di visione, oltre il quale si svelano i contenuti più essenziali
dell'opera.
Titolo: Bharata - India nell’Anima
Nazione: Italia
Anno: 2007
Genere: Documentario
Durata: 44 minuti
Regia: Keshava Ferrini
Musica: Fabio Pianigiani
Produzione: Golden Avatar Production http://www.goldenavatarproduction.com/
Distribuzione: Centro Studi Bhaktivedanta
locandina
http://www.c-s-b.org/it/images/locandine/pres_genova_05-04-2008.jpg
Informazioni e Prenotazioni
035 904607 - 349 7338422
Segreteria CSB:
0587 733730 - 320 3264838
secretary@...http://www.c-s-b.org
Il corpo e l'anima - Itinerari del simbolo
Introduzione all'Ecobiopsicologia
di D. Frigoli
Ed. Sapere, Padova, 1999
Attraverso una discussione dei principi della psicoanalisi e seguendo gli
ultimi sviluppi delle Scienze della Complessità, l’Autore propone una
lettura dell’Uomo e della Natura come aspetti unificati da un unico centro:
l’archetipo del Sé.
In quest’opera il corpo e la mente, la materia e la psiche, sempre in bilico
fra ragione scientifica e fenomenologia dell’immaginario, ritrovano la loro
dimensione reale come aspetti di un’attività archetipica aperta anche
all’integrazione dell’anima. Nel mondo (eco) è implicito un ordine che si
ritrova nell’evoluzione del corpo dell’uomo (bios) e nella storia dei suoi
sogni e dei suoi miti (psiche) per comporre, grazie all’Ecobiopsicologia,
quell’harmonia mundi che vuole il microcosmo analogo al macrocosmo.
INDICE
1. La Weltanschauung del 3° Millennio. La psicoanalisi freudiana fra
grandezze e dilemmi (La nascita della psicoanalisi; Freud e l'inconscio; La
Weltanschauung freudiana e i suoi limiti).
2. La prospettiva esistenziale della Psicologia Analitica junghiana
(L'inconscio in Jung; La libido come energia psichica; Il complesso;
Archetipi; La terapia e l'individuazione; Jung e la cultura).
3. L'enigma del corpo (Il corpo diviso; Il corpo nelle tradizioni orientali;
Wu-Hsing, la regola della vita; La Medicina Ayurvedica).
4. La scienza e l'indivisibilità del tutto (Il metodo scientifico; La fisica
quantistica e relativistica; L'indecidibilità di Gödel; Il paradosso della
fisica quantistica e il Teorema di Bell; La rivoluzione scientifica del '900
e il caos; La nuova geometria: i frattali; L'organismo vivente come sistema
complesso; La nuova visione dell'uomo).
5. L'Uomo e i suoi archetipi (Il metodo "circolare" e "sincronico"; Il
modello del continuum materia-psiche; Il Sé come centro del continuum; Il Sé
e l'individuazione; L'archetipo e le sue leggi; Il rito e il mito; Il
modello unitario e la malattia; Le potenzialità del modello unitario; Lo
sviluppo della coscienza).
6. Il Sé psicosomatico e l'Ecobiopsicologia (Lo spazio mentale e la sua
"curvatura"; La formazione degli organi; Il continuum corpo-universo;
L'Ecobiopsicologia).
7. La Complessità e il Simbolo (L'analogia e le sue caratteristiche;
L'analogia vitale; L'analogia e l'inconscio; Simbolo e analogia; Simbolo ed
entropia; L'ermeneutica e i simboli; Simbolo e intuizione).
8. Oltre la Sincronicità: le Metamorfosi della coscienza umana (Il Sé
psicosomatico e il suo progetto; Neg-entropia del Sé; Il Sé e
l'Illuminazione; Il Sé e la Sezione Aurea).
9. Riflessioni conclusive (La sofferenza eroica; La crisi della psicologia
del profondo; Il dilemma della psicoterapia; La nuova domanda di terapia:
l'Olismo; Il modello archetipico; L'approccio ecobiopsicologico; Il Sé
psicosomatico e le sue prospettive; Il Sé psicosomatico e la sincronicità).
[Brano tratto dal libro]
Con il modello dell’ecobiopsicologia, l’ordinamento analogico del microcosmo
con il macrocosmo, si fa concreto come oggetto di studio scientifico, senza
perdere quella spontaneità e creatività proprie dell’elemento individuale
necessario ad interpretare la relazione micro–macrocosmica. Se lo psicosoma
dell’uomo è la sintesi operativa e concreta delle grandi leggi analogiche
dell’universo, lo studio di esso, condotto secondo le regole del simbolo e
della sincronicità degli eventi psicosomatici, ci aprirà la mente alla
dimensione conoscitiva dell’archetipo del Sé. Se, come ci ricordano i
filosofi neoplatonici, in primo luogo c’è l’unità delle cose per cui ogni
cosa è in armonia con se stessa, è costituita da se stessa, e aderisce a se
stessa, e in secondo luogo, c’è l’unità per cui una creatura è unita con le
altre, e tutte le parti del mondo costituiscono un unico mondo: allora,
conoscendo l’armonia segreta dell’essere umano, si entrerà in risonanza con
l’anima mundi collettiva.
Come abbiamo affermato in accordo con gli studi più recenti della scienza,
ogni nostra molecola, ogni nostra cellula, organo od apparato, funziona
sulla base di precisi eventi sincronici fra loro, e connessi analogicamente
al mondo esterno, costruendo un modello di complessità così vasto che è
tenuto assieme dalla funzione archetipica del Sé. Sul piano della nostra
vita psichica gli eventi sincronici sono assai rari, e si verificano nei
momenti di abaissement du niveau mental, quando si dà spazio all’aumentata
carica energetica dell’archetipo e alla sua numinosità. Se però proviamo ad
immergerci con la nostra coscienza, nel centro del funzionamento del nostro
corpo, allora non potrà non sorprenderci l’osservazione che tutto in noi sul
piano fisiologico, dalla cellula all’organo, risuona come un immenso evento
sincronico. Anzi, diremo di più, quegli eventi psichici e comportamentali
che la psiche dell’Io registra come sincronici, altro non sono che la messa
in risonanza sul piano esteriore della vita, di un momento parziale
dell’harmonia mundi dell’"infrarosso" corporeo che attiva le analoghe imago
psicologiche e relazionali, con l’effetto finale di un evento "percepibile"
dai sensi, ma originato da una armonia biologica che ci sfugge. Queste
conclusioni ci portano ad affermare che nel modello dell’Unus Mundus
esistono connessioni inscindibili fra gli eventi del mondo fisico e naturale
e della sua storia filogenetica, con i corrispettivi aspetti sedimentati nel
corpo dell’uomo come funzioni e le manifestazioni simmetriche della psiche,
tali da costituire una totalità dinamica retta dal Sé psicosomatico.
I singoli momenti di questa relazione complessa micro–macrocosmica sono per
la normale coscienza egoica eventi che si succedono in modo inconsapevole,
anche se la loro sincronicità di relazione può essere intuita mettendosi
nella prospettiva centrale del Sé psicosomatico. Tuttavia, studiando questa
relazione sincronica con il metodo analogico e simbolico del modello
eco–biopsicologico, è possibile accedere, seppur per frammenti, alla
conoscenza del modo di funzionamento del Sé psicosomatico e dunque delle
relazioni che esso intrattiene con il mondo micro–macrocosmico, visti come
rappresentazione concreta spazio–temporale dell’atemporalità dell’archetipo
dell’ordine. In questo senso, tutti gli avvenimenti esistenziali della vita
dell’uomo, così come la storia del mondo, si troverebbero fra loro legati da
due tipi di connessioni fondamentalmente diverse; in primo luogo avremmo la
connessione oggettiva, legata al criterio causale come modello descrittivo
della realtà, e in secondo luogo dovremmo tenere presente la connessione
soggettiva, che ha valore solo per l’individuo che la esperisce, e che è
soggettiva come i suoi sogni il cui contenuto — nel dispiegarsi — è
determinato da una necessità nel modo stesso in cui le scene di un dramma
sono determinate dalla trama del poeta.
Che entrambi i tipi di connessione esistano simultaneamente e che lo stesso
avvenimento, sebbene sia un anello di due catene simultaneamente diverse,
ciò nonostante si adatti con precisione ad entrambe — facendo sì che il
destino di un individuo inevitabilmente si intersechi al destino di un altro
individuo, determinando così la possibilità che ciascuno sia l’eroe del
proprio dramma pur comparendo simultaneamente come comparsa in un dramma
altrui — tutto ciò va oltre le nostre capacità di comprensione e si può
soltanto ritenerlo possibile in virtù dell’accettazione che una grande
meravigliosa armonia prestabilita regoli il divenire del mondo e dei suoi
protagonisti.
In altre parole si tratta di pensare la Vita e i suoi multiformi eventi come
il prodotto di un grande sogno, sognato da quell’unico soggetto che è la
Volontà di vivere dell’archetipo del Sé, tale per cui tutte le sue personae
lo possono sognare insieme a lui, in una contemporaneità reciprocamente
armonizzata e connessa. Nel Sé psicosomatico, centro ideale la cui
circonferenza non ha confini e il cui centro non risiede in nessun luogo
particolare, si riassume così tutta la magia di un sogno che condensa le
nostre idee di eternità e immortalità, e forse anche quella "scienza nuova"
capace di rivisitare il corpo e la sua storia come tempio di un’anima a noi
non più sconosciuta.
Edizioni "Sapere", Padova 1999.
Collana editoriale "Scienze della Terapia", diretta da Ivano Spano e Diego
Frigoli.
L'Amore del Divino nella vita di ogni giorno
di Swami Veetamohananda
(Traduzione a cura di Amanzio Borio)
Nel corso di tutta la vita cerchiamo di ottenere molte cose. Ma ahimè, non
tutto e non sempre va come desideriamo. Così, si crea una specie di ironia
della sorte tra quanto è desiderato e quanto è ottenuto. E tuttavia c'è un
significato creativo in quanto ci accade. Attraverso le prove e gli errori,
le esperienze e i fallimenti, le disillusioni e le lezioni, siamo guidati a
desiderare quello stato supremo in non c'è spazio per l'ironia della sorte.
E' lo stato più elevato che si possa ottenere nel corso della vita.
L'amore del divino non può mai dare dispiacere a quelli che l'ottengono.
Narada, il grande maestro della Bhakti dice: "La bhakti è quella cosa
attraverso la cui realizzazione si diventa perfetti, immortali e
completamente soddisfatti".
Non è per desiderio verso la soddisfazione mondana che il devoto ama il
Divino. Per il devoto sincero, la Bhakti è la vera finalità. Egli ama il
Divino per amore dell'amore. Nondimeno, si può dire che un tale amore ha
come corollario uno stato di perfezione, di immortalità e di soddisfazione
indescrivibile.
Shri Ramakrishna dice: "La Bhakti è l'unica cosa essenziale. La migliore
via per il mondo d'oggi è la Bhakti yoga, la via della Bhakti prescritta da
Narada. La Bhakti yoga è la religione per questa epoca". Intuendo che
queste affermazioni richiedono un spiegazione, Shri Ramakrishna aggiunge:
"Ma questo non significa che l'adoratore del Divino raggiungerà una meta e
il filosofo e il lavoratore un'altra. Ciò significa che se una persona cerca
la conoscenza di Brahman, può raggiungere Questo seguendo la via della
devozione. Il Divino, che ama il suo devoto, può dargli la conoscenza di
Brahman se egli ( il devoto) lo desidera".
La concezione di Shri Ramakrishna della devozione e della conoscenza è un
po' differente dalle concezioni tradizionali, appartenendo le une alla
dualità, l'altra alla non dualità. L'aver realizzato che Brahman e Shakti
(il potere di Brahman) sono identiche, è in perfetta correlazione con i suoi
insegnamenti che Bhakti e Jnana sono il dritto e il rovescio dello stesso
capo. Egli dice infatti: "La conoscenza e l'amore del divino sono una cosa
sola. Non c'è differenza tra la conoscenza pura e l'amore puro". La prova
che non c'è differenza tra la conoscenza pura e l'amore puro può essere
largamente percepita nella devozione di Shri Ramakrishna e in quella di
Swami Vivekananda.
Ramakrishna raccomandava la bhakti yoga come la religione di oggi per una
ragione semplice. E' per compassione della moltitudine che egli lotta. Il
Signore non opera perché la liberazione sia sulle spalle del devoto. La
liberazione è il compito del Signore e il privilegio del devoto. Dio si
incarna nel mondo per aiutare l'umanità, e il genere umano non può
assolutamente e in nessun modo fermare questo. Il Signore del maya sa dove
il maya crea gli attaccamenti.
Le parole di Shri Ramakrishna sono di un realismo supremo e tuttavia piene
di compassione illuminata: "Per l'epoca attuale seguire l'Jnana yoga è.molto
difficile. Prima di tutto, la vita di un uomo dipende completamente dal
cibo. Poi, il periodo della vita è corto. Infine, egli non può liberarsi
della consapevolezza del corpo. Lo jnani dice - io sono Brahman; Io non sono
il corpo. Io sono aldilà della fame e della sete, della malattia e della
sofferenza, della nascita e della morte, del piacere e del dolore".
Come potete essere uno jnani se avete coscienza della malattia, del
dispiacere, del dolore, del piacere e di quanto gli corrisponde? L'umanesimo
(l'ingegnosità, la chiaroveggenza) di Shri Ramakrishna non si fermano qui.
In un altro contesto egli dice: "Lo jnani yogi desidera realizzare
Dio-Brahman, l'Impersonale, l'Assoluto e il Non-Condizionato. Ma, in linea
di massima, una siffatta anima farebbe meglio, nell'epoca attuale, ad amare,
pregare e abbandonarsi totalmente a Dio. Il Signore salva il suo devoto e
gli accorda anche l'jnana-brahma se il devoto lo desidera ardentemente e ne
è assetato. Così, lo jnani yogi raggiungerà perfettamente la jnana come la
bhakti. Gli sarà dato di realizzare Brahman, ed egli aspirerà alla volontà
divina di realizzare il Dio personale del Bhakta".
Shri Ramakrishna vuol dire che la Bhakti non è una via specifica della
dualità: può essere un cammino personale di realizzazione dell'Impersonale
parallelamente alla via tradizionale generalmente conosciuta come jnana
yoga. In questo modo la finezza (chiaroveggenza) eccezionale di Shri
Ramakrishna allarga i confini dell'idealismo spirituale annichilendo le
divisioni artificiali che separavano tradizionalmente la via dello Jnana e
della Bhakti.
In altri termini, non solo il suo maestro della non-dualità, Totapuri, ma
anche i suoi discepoli più eminenti che aspiravano all'advaita hanno finito
con l'accettare che la Madre Divina Kali era fondamentale non solo nelle
loro vite, ma anche in tutta la saggezza del Vedanta. Questa saggezza, che
Swami Vivekananda ha appreso in modo particolare da Shri Ramakrishna, egli
l'ha
insegnata più tardi nella sua vita come la sintesi di tutti gli yoga. Questo
insegnamento è rappresentato sull'emblema dell'Ordine di Ramakrishna.
Con questa visione retrospettiva possiamo ora focalizzarci sulla via
dell'amore
divino.
Prima di tutto, consideriamo alcune trasformazioni tangibili attraverso cui
la bhakti benedice le nostre vite. Queste sono considerate come difficili
da raggiungere attraverso altre vie, diverse dalla bhakti.
Possiamo dire che la bhakti conferisce al devoto quattro tipi di
benedizioni:
1.- la capacità di conquistare se stessi
2. - la capacità di provare gioia o di essere soddisfatti
3. - la capacità di salvaguardia o di preservazione
4. - la capacità direttrice e integrante
Vediamo ora di discutere brevemente come esse agiscono nella vita di ogni
giorno.
La Bhakti conferisce al devoto la capacità di conquistare se stesso, e con
essa si giunge a padroneggiare i due tipi di ostacoli che tendono a creare
l'asservimento
dell'anima.
Il primo gruppo si compone dei sensi intrinseci all'uomo, non controllati,
che lo perturbano dentro. Il secondo consiste nelle tentazioni del mondo che
lo intrappolano dal di fuori. Ogni persona che si sforza seriamente di
raggiungere l'eccellenza spirituale dovrà confrontarsi con i due gruppi di
ostacoli e padroneggiarli. Essi sono i pericoli più potenti e più costanti
sul cammino spirituale. Ma come pervenire al dominio di questi due gruppi
di ostacoli?
Una volta, un devoto ha chiesto a Shri Ramakrishna: "E' necessario, Signore,
che si debba giungere prima di tutto al controllo dei nostri sensi
attraverso una giusta discriminazione?". Shri Ramakrishna ha risposto:
"Bene, questa è una via, la via della giusta discriminazione. Nella via
della bhakti, il controllo di sé viene da solo - e viene molto facilmente.
Più il nostro amore per il Divino aumenta, più i piaceri dei sensi. potranno
divenire più insipidi". E più avanti egli dice: "Una volta che la fede per
il divino è completamente risvegliata, tutte le cattive passioni come la
lussuria e la collera sono totalmente distrutte".
Shri Krishna dice: "Così come il fuoco acceso riduce la legna in cenere,
così la devozione a Me distrugge totalmente tutti i peccati". E aggiunge:
"Così,un devoto che si vota a Me e non essendo padrone dei sensi è turbato
dagli oggetti dei sensi, generalmente non è dominato da essi in ragione
della sua profonda devozione".
Queste assicurazioni non fanno forse crescere in noi l'entusiasmo?
2. La Bhakti conferisce al devoto la capacità di provare gioia o di essere
soddisfatti. Questo è relativo a tutta l'acquisizione della felicità (o
della pienezza) nella vita. Così Narada dice: "Ottenendola, un uomo non
desidera nient'altro; egli non si rallegra di nulla: egli non agisce per
servire il suo interesse personale".
Si può essere deformi. Si può essere brutti, ciechi o infermi. Si può
soffrire di una malattia incurabile. Si può non avere il potere della
seduzione o un talento pronunciato, si può essere di una mediocrità
indescrivibile. Potete essere un uomo povero, potete non avere educazione,
non avere amici, voi potete essere vittima dell'ingiustizia sociale o
dell'oppressione
politica. Se non avete l'amore del divino, una qualunque di queste
situazioni è sufficiente per rendervi miserabili. E abbastanza sovente,
nella nostra vita, ci sarà una combinazione di due o più di questi ostacoli
che trasformano la vita in una costante agonia.
Ma per chi ha nel cuore amore per il divino, nessuna di queste situazioni
può rendere la vita miserabile. Per quello di cui Dio ci ha privato, Dio
stesso ci colma dentro rivelandosi più vicino a chi gli è devoto.
Se siamo privati dei beni materiali comuni e di sostegno psicologico, e
nello stesso tempo non siamo confortati da un minimo di amore del divino, la
situazione diventa infatti tragica.
Per quanto provvisti di bellezza, denaro, istruzione, potere e fama - tutto
ciò che la gente apprezza - se non si ha l'amore del Divino, anche se si
possiede l'uno, alcuni o tutti questi doni e valori, è come se si viaggiasse
verso la propria rovina sulla linea del TGV.
E' detto in un proverbio cinese:
"Quando il divino porta la sventura ad una persona, gli offre una qualche
possibilità di riempirla di gioia perché la disgrazia possa essere ricevuta
in maniera proficua; quando Dio vuole prodigare benedizioni a una persona,
le infligge una piccola disavventura e vede come la persona può trarne
profitto".
Solo il devoto sincero riceve davvero dalle mani piene di grazia del
divino tali esperienze destinate alla sua evoluzione.
La bhakti, quando continua ad intensificarsi presso il devoto arricchisce
spontaneamente la sua natura interiore di tesori divini come la
non-violenza, la verità, l'assenza di collera, il distacco, la calma,
l'assenza
di calunnia, la compassione per gli esseri, l'assenza di cupidigia (di
desideri), la dolcezza, la modestia, la ponderazione, l'intrepidezza, il
perdono, il coraggio, la purezza di cuore, la benevolenza, la modestia, etc.
Così come i fiori di primavera appaiono in spazi inattesi, così dall'avvento
dell'amore del divino, queste qualità sbocciano nella vita del devoto senza
che siano ricercate. Colui la cui comprensione è stata risvegliata sa che
nessun tesoro più ricco può essere trovato in qualunque sorta di
soddisfazione: è allora che il bisogno di compensazione non comparirà mai
più.
3. La Bhakti conferisce al devoto la capacità di salvaguardia o di
preservazione. Le inquietudini della vita consumano anche la resistenza del
mentale. Nella maggior parte delle società, il crescere delle inquietudini
sembra progredire con l'aumento dell'abbondanza. Più una società è ricca,
più le case diventano infelici. Ma per il devoto sincero, è così facile
liberarsi delle sue inquietudini !
Il saggio Narada dice nel suo aforisma sull'Amore Divino: "Il bhakta non ha
più motivo di preoccuparsi delle miserie del mondo, perché egli ha
abbandonato il suo sé individuale, il mondo e i Veda al Signore Supremo".
Se un uomo dice di amare il Divino e tuttavia si preoccupa di ogni sorta di
cose, egli mente semplicemente a se stesso. Un vero devoto del supremo non
ha più inquietudini. Per di più, la bhakti distrugge le tendenze immorali e
dunque preserva il devoto da ogni tipo di sofferenza che altrimenti avrebbe
segnato il suo destino. E ancora, se il devoto può realmente abbandonare il
suo ego e il suo karma al Signore, egli è liberato dagli effetti di
asservimento al karma e delle interminabili miserie che ne derivano.
Infine, al di là e al di qua di tutte queste benedizioni, c è la
dichiarazione inequivocabile del Supremo: "Arjuna" egli dichiara
arditamente "(Stanne certo) Il mio devoto non muore mai". Interpreteremo
questa dichiarazione che è stata fatta a più riprese attraverso le
incarnazioni, dicendo che qualunque cosa possa accadere al devoto in
relazione alle situazioni mondane, il Signore Supremo veglierà, attraverso
tutti i pericoli, sull'evoluzione del devoto e lo guiderà verso lo scopo
ultimo della vita, cioè Dio.
4. La Bhakti conferisce al devoto la capacità direttrice e integrante ed
eleva un essere umano, originariamente inerte, al livello di una persona
altamente evoluta attraverso il canale per cui l'amore e la luce del divino
possono manifestarsi anche nelle case degli uomini
La Bhakti può essere definita come un innalzamento alla verticale delle
nostre emozioni attraverso un'armonizzazione di tutte le nostre energie
interiori per la conquista più intima del divino. Una tale verticalizzazione
delle energie ci rende simili ad un'unica fiamma che si eleva. In un vero
bhakta non c'è nulla che sia dissipato, nulla che sia disperso.
L'integrazione
è così spontanea che c'è il minimo di lotta per (il raggiungimento di)
questo stato. Tutto diventa chiaro come una sinfonia divina in una struttura
perfetta dell'armonia ultima della vita.
Swami Vivekananda lo attesta ( lo corrobora): "La Bhakti non è distruttrice;
lei insegna che tutte le nostre facoltà possono divenire mezzi per
raggiungere la liberazione. Noi dobbiamo dirigerle tutte verso il Divino e
offrire a Lui questo amore che abitualmente è disperso nei fugaci oggetti
dei sensi".
La missione dei Bodhisattva 2f
(liberamente tratto da "Il buddhismo e la Scienza dello Spirito", di G.
Burrini)
(parte seconda e fine)
[...] Occorreva provvedere a che potesse rivivere a poco a poco la profonda
sapienza dei tempi di Ermete, dei tempi di Mosè, dei tempi di Zarathustra e
di quelli dei santi Rshi indiani; bisognava offrire di nuovo la possibilità
di comprendere il Cristo con sempre maggiore profondità"
.
"Dai tempi della rivelazione cristiana in poi, vediamo così che
esteriormente, nel mondo, l'antichissima saggezza fluisce nell'umanità
lentamente e gradualmente dal suo più elementare inizio [...]. Non esiste
sapienza orientale che non sia fluita nell'occultismo dell'Occidente, e
nella dottrina e nell'indagine rosicruciana si trova assolutamente tutto
quanto dai grandi saggi dell'Oriente è mai stato conservato".
Ecco dunque una prima conseguenza dell'Incarnazione del Logos sul piano
umano. Ma come si riflette lo stesso evento entro la sfera dei Bodhisattva?
Quale svolta comporta? R. Steiner affronta questo tema in una conferenza
tenuta a Berlino il 25 ottobre 1909, in cui dice: "Nel periodo greco-latino
era in particolar modo l'anima razionale o affettiva che, a poco a poco,
iniziava a far germogliare le facoltà interiori. Mentre nel periodo
precedente, le cose principali, per così dire, si riversavano nell'uomo
soprattutto dall'esterno - come potete vedere dall'esempio delle Furie,
figure vendicative che l'uomo aveva intorno a sé, non in sé - nel periodo
greco-latino, invece, c'era qualcosa che scaturiva dall'interno per
confluire nei grandi maestri. Con ciò erano subentrati, a questo punto,
rapporti del tutto nuovi.
"Precedentemente, quindi, gli esseri discesi dai mondi superiori avevano
trovato una situazione tale da poter dire: non abbiamo bisogno di entrare
completamente nell'organizzazione umana, perché possiamo operare così come
dobbiamo, semplicemente calando dai mondi superiori ciò che l'uomo non è
ancora in grado di fare e lasciando che ciò si riversi appunto nell'uomo.
A quel tempo l'uomo non poteva offrire nulla ai maestri, se però questi
avessero continuato nella loro strategia, sarebbe potuto accadere, dal
quarto periodo in poi, che simili individualità, discendendo in una regione
qualsiasi, avrebbero trovato sulla Terra qualcosa che lassù non c'era.
Finché sulla Terra si vedevano le Vendicatrici, le Erinni, si poteva fare a
meno di ciò che era sulla Terra. Ma poi apparve in basso qualcosa di
completamente nuovo: la coscienza. In alto non la si conosceva, non vi era
possibilità di osservarla. Era qualcosa di nuovo che veniva incontro a
coloro che erano lassù.
"In altre parole: nella quarta epoca postatlantidea subentrò la necessità
che i maestri discendessero effettivamente fino al gradino dell'umanità e
imparassero a conoscere, all'interno di questo gradino, ciò che dalla stessa
anima umana pulsa verso l'alto: verso il mondo spirituale. Iniziò quindi
allora il periodo in cui non fu più possibile rifiutarsi di essere partecipi
delle facoltà umane"
Dal "farsi uomo" del Cristo anche i Bodhisattva - per lo meno alcuni di
essi - furono spinti a superare l'antico rapporto che li induceva ad agire
sull'umanità in veste disincarnata, quindi a "farsi uomini". Il primo di
questi Bodhisattva che, nell'epoca dell'anima razionale, si fece uomo per
preparare nelle anime la comprensione del futuro evento del Golgotha fu il
Buddha. Il primo che - dopo il sacrificio del Cristo - si fece uomo per
tessere un connubio fra l'antica saggezza e l'impulso del Cristo è Mani, il
fondatore del manicheismo.
Il suo compito fu quello di "far rivivere in
avvenire, sempre più diffusa e più forte, la saggezza che si era propagata
nei tempi postatlantidei" con l'ausilio delle Guide precedenti, cioè di
Sciziano, di Buddha, di Zarathustra. Queste personalità spirituali
concordarono, infatti, su un piano invisibile, di "far fluire in modo sempre
più intenso nell'evoluzione futura dell'umanità l'intera somma della
saggezza dei Bodhisattva dell'epoca postatlantidea".
Il nuovo ruolo spirituale delle antiche Guide dopo l'Incarnazione del Logos
è soprattutto far "comprendere il più degno oggetto di ogni comprensione, il
Cristo: il Cristo che è un essere del tutto diverso dai Bodhisattva e che si
può comprendere soltanto sommando l'intera saggezza dei Bodhisattva"
.
Tanta è l'importanza di queste personalità che "solo quando l'ultimo dei
Bodhisattva appartenenti al Cristo avrà svolto la sua opera, l'umanità potrà
percepire che cosa sia il Cristo; allora essa sarà animata da una volontà in
cui il Cristo stesso vivrà. Il Cristo penetrerà negli esseri umani
attraverso il pensare, il sentire e, infine, il volere: l'umanità sarà
l'impronta esteriore del Cristo sulla Terra".
Nella conferenza del 31 maggio 1909, tenuta a Budapest durante il XV
Congresso internazionale delle federazioni europee della Società teosofica,
R. Steiner spiega che i Bodhisattva sono esseri che non si incarnano sul
piano fisico, ma vivono sul piano eterico, prendendo talvolta dimora nel
corpo eterico di certe personalità incarnate sulla Terra. Sono questi i
Bodhisattva che la scolastica mahayanica ha denominato Mahâsattva ("Grandi
esseri"), in quanto sono gli animatori e gli ispiratori disincarnati delle
anime umane: sono i grandi Bodhisattva celesti come Maitreya, Mañjurî,
Avalokitevara e altri.
Rudolph Steiner sostiene che questa incorporazione eterica
obbedisce a un ben preciso principio spirituale, secondo il quale
nell'economia dello spirito nulla si perde, anzi tutto ciò che è prezioso
per l'evoluzione interiore si conserva, in modo da ricollegare costantemente
il passato al futuro. Tale "incorporazione" di facoltà spirituali - ben
diversa dall'idea di reincarnazione - non contrasta affatto con il principio
di unità della personalità umana rappresentato dall'Io e tante volte
invocato nella critica cattolica all'idea della reincarnazione. Difatti
l'"incorporazione" di un corpo eterico "estraneo" equivale all'assimilazione
di nuove forze eteriche che vengono a fungere da humus per l'attività
dell'Io che le riceve. Qualcosa del genere si può cogliere nell'intenso
rapporto di continuità e di immedesimazione che si instaurava
tradizionalmente nelle civiltà antiche fra maestro e discepolo e soprattutto
in India fra il guru e il chela
Quando, alcuni mesi dopo, Steiner ritorna sull'argomento durante il corso
sul Vangelo di Luca, così definisce la funzione dei Bodhisattva: "I
Bodhisattva sono appunto una data categoria di esseri che sono sì incarnati
nel corpo fisico, ma che hanno rapporti con entità divino-spirituali, al
fine di poter portare sulla Terra e di comunicare agli uomini ciò che da
quelle entità essi hanno imparato. Sono dunque esseri incarnati nel corpo
umano, che, con le loro facoltà, arrivano tanto in alto da potersi mettere
in rapporto con le entità divino-spirituali" . Anche in questo caso,
quando si parla di "incarnazione" si intende in realtà "incorporazione".
Dice infatti poco oltre Steiner, parlando del Buddha storico: "Così
l'individualità che prima si era sviluppata in forma di Bodhisattva e che,
finché era Bodhisattva non era ancora completamente penetrata nella forma
umana, ma ne emergeva fino alle sfere celesti, penetrò una volta tutta
dentro un corpo umano, così da venirne avviluppata interamente"
Attraverso questa particolare forma di incarnazione i Bodhisattva esplicano
la loro missione, ricevuta, in lontanissime epoche, nei mondi superiori25:
suscitare negli uomini forze morali e conoscitive che favoriscano il loro
cammino evolutivo, ispirare nuove forze interiori, invitare la coscienza
umana al superamento di sé. Quando per il Bodhisattva - continua Steiner -
giunge il momento in cui sente di aver compiuto la sua missione, allora
avviene che tutte le forze spirituali delle quali è stato mediatore nei
confronti degli uomini finalmente possono fluire verso l'umanità e
trasformarsi in nuove facoltà umane, accessibili a tutti. Quando un
Bodhisattva ha espletato il suo compito, rinasce completamente in un corpo
fisico umano nel quale vengono a incarnarsi in modo esemplare tutte le virtù
e le facoltà che dapprima egli ispirava dall'alto: a questo punto può
divenire un Buddha e donare le sue stesse facoltà al mondo.