3. Qualcosa di vero c'era forse anche in questo modo di ragionare.
Confesso pero` che non mi sono mai sentito di seguirlo nella mia pratica
ministeriale. E non per mancanza di coraggio: non ci voleva un gran
coraggio a farsi carico delle medesime denunce che in quei giorni si
ascoltavano dalle voci piu` chiassose ed erano argomento di assidua
predicazione da parte dei detentori dell'egemonia culturale di quel
tempo; ma proprio non me la sentivo di avvelenare il poco spazio di lode,
di ringraziamento, di implorazione concesso ai miei fedeli ne' di
amareggiare anche la domenica a gente che nella settimana gia` viveva una
vita problematica e assillata, e aveva soprattutto bisogno di essere
spiritualmente rianimata e ricondotta a sperare.
Soprattutto, quella di rovinare la gioia non mi pareva un programma
conforme allo stile di Cristo, il quale anche quando andava a tavola
dai grassi borghesi sfruttatori del suo paese, che erano i pubblicani
mi pareva di poter supporre che non avesse mai raggelato un boccone ai
suoi commensali ne' inacidito il vino bevuto in allegra compagnia, col
richiamo (nel bel mezzo del pranzo) all'ingiustizia della societa`, alla
miseria degli uomini, al problema della fame nel mondo; che pure erano
mali che gli erano noti e lo facevano soffrire. Se i pubblicani
continuavano a invitarlo (mi dicevo), e` segno che non lo ritenevano un
guastafeste.
4. D'altronde mi era anche capitato di leggere che le assemblee
parrocchiali consuete (come quella che si radunava nella mia chiesa) non
erano ecclesialmente genuine e credibili, perche' erano composte di
persone reciprocamente estranee e indifferenti, che non fondevano in
unita` i loro pensieri, le loro pene, le loro speranze, ma piuttosto
obbedivano stancamente a un'abitudine ricevuta e compivano un gesto
senz'anima. Non erano "comunitą", e dunque il loro esterno radunarsi non
aveva valore. Come si potevano qualificare come "credenti", i
partecipanti a quelle messe? Tutt'al piu` potevano essere definiti
"cristiani sociologici".
E anche qui c'era del vero. Il risultato pero` era che anch'io, essendo
il loro parroco, mi sentivo avvilito a "parroco sociologico" e mi trovavo
costituito in uno stato obiettivo di responsabilita` morale o quanto meno
di complicita`; una complicita` che, qualunque cosa facessi, non poteva
che aggravarsi.
Che fare?
Da qualche parte mi veniva il suggerimento di abbandonare questa
assemblea sociologica al suo destino e di affdarmi, come a una valida e
profetica alternativa della parrocchia, alle "comunita` di base". Questi
piccoli raggruppamenti di persone affatate tra loro, culturalmente
omogenei, dalla partecipazione vivace e dall'impegno verificabile, erano
presentati da alcuni come la forma ecclesiale dell'avvenire. Tanto piu`
che bisognava riconoscere che la Chiesa viveva ormai in "stato di
diaspora" e le manifestazioni di massa erano da ritenere trionfalistiche,
inautentiche, in ogni caso prossime all'estinzione.
Un po' di tempo dopo pero` qualcuno comincio` ad accorgersi che i
"piccoli gruppi" non costituivano un'alternativa molto affidabile. La
loro vitalita` dipende spesso dalle doti e dalle attrattive caratteriali
di alcuni dei partecipanti; e viene meno quando vien meno la loro
presenza o anche solo la loro assiduita`. Qualche analisi della
situazione era arrivata a notare che i cosi` detti gruppi spontanei
avevano una durata media di qualche decina di mesi. Ricordo un parere
d'Oltralpe, che sconsigliava di ripetere un'esperienza gia` dimostratasi
fallimentare nella Germania degli anni trenta, quando si era tentato un
analogo passaggio dalla parrocchia alle piccole comunita`, sotto
l'influsso di quella che allora era ritenuta una geniale e feconda
intuizione pastorale, ma che adesso veniva dai piu` qualificata
sprezzantemente come "ideologia socio-romantica".
5. Ma, a parte la questione sulle dimensioni e sulla natura della
comunita` cristiana che e` la protagonista visibile della domenica, mi
pareva che qualcosa di certo poteva essere insegnato sul "giorno del
Signore" considerato in se stesso. Esso racchiudendo in se' in modo
obiettivo un mistero di salvezza giustamente doveva essere definito
"sacro", sicche' il compito della pastorale poteva ricondursi a quello di
aiutare i credenti a entrare sempre piu` consapevolmente e sempre piu`
esistenzialmente in possesso di una ricchezza piu` alta e sostanziosa,
che e` gia` donata alla Chiesa: gia` e`, per cosi` dire, tra le nostre
mani.
Ahimč! Neppure questo mi era pacificamente concesso.
In quegli anni iniziava ad affacciarsi alla ribalta teologica e pastorale
nel contesto di una declamata e compiaciuta "svolta antropologica"
della "sacra doctrina" una forte affermazione circa il valore della
"secolaritą" delle cose e la sua sufficienza per una lettura adeguata
della realta`; affermazione che poi dava il via alla proposta (finallora
inaudita) di "desacralizzare" l'intera vita cristiana e quindi anche
l'azione cultuale.
Secondo quest'ottica, nell'universo uscito dalle mani del Creatore e
tenuto in essere da lui, non esiste una realta` "sacra" e una "realta`
profana", non esistono "azioni sacre" e "azioni profane": la sola
distinzione consentita e` quella tra il "buono" e il "cattivo". Tanto
meno si potranno distinguere "canti sacri" e "canti profani", "vesti
sacre" e "vesti profane", eccetera. L'unica differenza ammissibile e`
quella tra cio` che e` umanamente autentico e cio` che non e` autentico,
che non e` umano, che non e` apprezzabile dall'uomo di oggi.
Ovviamente in tale visione neanche i giorni potevano essere classificati
in "sacri" e "non sacri": tutti i giorni sono di Dio e tutti i giorni
sono dell'uomo. Insomma, era lo stesso concetto di "sacro" a dover essere
ormai abbandonato come vano e fuorviante.
Da qualche parte mi sembrava addirittura di capire che si irridesse alla
visione "misterica" della domenica, come a qualcosa di astratto, se non
di onirico e di fiabesco.
6. Mi fermo qui, anche se potrei continuare in questa descrizione senza
dubbio sommaria, schematica, e con qualche esagerazione didattica dei
disorientamenti e delle perplessita` che a un pastore derivavano (certo,
insieme con molte idee stimolanti) dall'apprendimento delle teorie di
alcuni moderni scrittori di cose ecclesiali. I quali fino al Concilio
sembravano quasi tutti ammantarsi nell'atteggiamento serio e anche un
po' noioso dei "probati auctores"; mentre poi pare che spesso si siano
divertiti a giocare agli "enfants terribles" della cultura cattolica:
"enfants terribles" spregiudicati e volubili. Ma e` purtroppo un
divertimento che personalmente avevo qualche difficolta` ad apprezzare.
Avere di fronte ogni domenica gli stessi volti conosciuti e amati, volti
di uomini che nella loro unica vita decidono di un destino eterno, non
incoraggia certo un pastore, che abbia conservato un po' di cuore e un
po' di senno, a proporre insegnamenti cangianti ed effimeri e ad
avventurarsi in esperimenti sempre diversi. Cosi` si spiega che molti
pastori, pur benintenzionati, abbiano dato l'impressione di essere spesso
incerti, confusi e un po' persi; che non e` lo stato d'animo piu`
conveniente per chi ha il compito irrinunciabile di essere la guida dei
suoi fratelli.
ottobre 2002 - ottobre 2003 anno del rosario
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!