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Legge di gioia   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #3621 di 3675 |

Legge di gioia

Quante generazioni di funghi son nate e marcite al piede di questa querce
alla cui ombra massiccia mi son seduto stamani mentre le cicale davan
principio al concerto? O precisamente: quante cicale si son, nei secoli,
succedute su pe' suoi rami a berciare, tra le crepe della corteccia? E
perchè Esopo non ha inventato una favola nella quale i funghi, confrontando
con l'immobilità della querce la propria esuberanza nativa, ovvero le
cicale, pigliando il ruvido della scorza per le rughe della vecchiaia, si
figuran d'esser da più del sacro albero e gl'intonano il Proficiscere?
Questi paragoni mi son venuti in testa per l'appunto stamani trovando
ancora, in una raccolta di articoli uscita postuma or è qualche mese,
l'affermazione, buttata là col tono di chi sa quel che dice, che il
Cattolicismo sarebbe ormai vicino alla fine; esattamente: «moribondo». Non
occorre esser granchè colti per sapere quanto sia vecchia e recidiva questa
mania di contare i giorni alla Chiesa, e in verità si stenta a capire come
ancora possan levarsi e parlare, dopo tanti e tanto ridicoli fallimenti, dei
profeti del genere.
Profeti minori, come la vescia da cui è nato questo discorso, e profeti
maggiori, come il boleto della, rimaniamo nel nostro tempo, Laus Vitae:

> E la croce del Galileo
> di rosse chiome gittata
> sarà nelle oscure favisse dei Campidoglio,
> e finito nel mondo il suo regno per sempre...

La croce fu in realtà l'unica cosa che accompagnò nella fossa Gabriele
D'Annunzio, morto, con tanta ironia del caso, tra le allegrie di una fine di
carnevale, lasciando la più deserta eredità di tristezza nelle ultime parole
che la sua mano, due giorni avanti, tracciò: «sono malato, e infelice»,
nelle ultime che dalle sue labbra, lo stesso giorno, furon raccolte, nel
dare addietro da una gita da lui voluta e subito bruscamente troncata:
«M'annoio! M'annoio!»
Ironia del caso, in verità (e non diciamo gastigo, volendo piuttosto creder
misericordia), per chi aveva, al bel tempo, cicalato a quella maniera
proprio in nome della felicità e del piacere, vaticinando a favore di Venere
Afrodite lo sfratto della Dolente:

> E quella sua vergine madre,
> vestita di cupa doglianza,
> ŠŠŠŠŠŠŠŠŠŠŠŠ
> si dissolverà come nube
> innanzi alla Dea ritornante
> dal florido mare onde nacque.

Così, nel nome di Lidia, Carducci, il «Maestro», a cui l'ode era intitolata,
aveva scomunicato Gesù:

> Addio, semitico nume! Continua
> ne' tuoi misterii la morte domina.
> O inaccessibile re degli spiriti,
> tuoi templi il sole escludono.
> Cruciato martire, tu cruci gli uomini,
> tu di tristizia l'aer contamini...
>

E nessuna meraviglia in questo: san Paolo lo aveva già detto un venti secoli
prima: Christum crucifixum, Iudaeis quidem scandalum, Gentibus autem
stultitiam; cosa che non impedì a molti Giudei e Gentili di farsi cristiani,
trovando nella religion della croce una gioia di cui non si era mai appreso,
di cui non si apprese mai più l'uguale.
Così è, così doveva e deve essere, contro tutte le oppugnazioni della carne,
circoncisa o incirconcisa che sia. Accusar Cristo, o il Cristianesimo,
quanto dire la Chiesa, di proscriver la luce, di diffonder tristezza, è come
accusare il sole di spargere il buio e il freddo. Il sole è per l'appunto,
nel traslato liturgico, l'immagine di cui si vale più spesso e volentieri la
Chiesa per invocare o designare il Dio che fu crocifisso, e la croce è così
poco, nel suo intendimento, il patibolo della gioia, il trono della
mestizia, che il suo ingresso nel mondo, il giorno della sua inalberazione,
viene salutato da lei, nei riti del Venerdì Santo, come l'ingresso della
gioia stessa nel mondo, e si è tratti, udendo, a pensare al sole che
squarcia d'improvviso le nuvole e trasfigura la terra: Crucem tuam adoramus,
DomineŠ: ecce enim propter lignum venit gaudium in universo mundo.
L'Incarnazione non ha avuto altro scopo, e le parole di Gesù lo attestano in
ogni pagina del Vangelo: Haec loquor in mundo, ut habeant gaudium meum
impletum in semetipsis. Il Vangelo, che si apre con la parola Beati,
potrebbe definirsi il codice della gioia: essa vi è comandata e
raccomandata: GaudeteŠ Gaudete et esultateŠ PetiteŠ ut gaudium vestrum sit
plenumŠ tanto che Paolo, non solo, ripeterà continuamente ai suoi cristiani
l'esortazione ‹ GaudenteŠ Gaudete semper: iterum dico gaudeteŠ ‹ ma, subito
dopo la carità, porrà la gioia tra i segni ai quali si riconosce il
cristiano: Fructus autem Spiritus est caritas, gaudium, paxŠ È vero che il
Vangelo chiama beati quelli che piangono, e una logica troppo spiccia
potrebbe leggervi la condanna di quelli che ridono: la condanna è in realtà
per quelli che fanno piangere, o che ridono di chi piange, giacchè i
piangenti son detti tali non per le lacrime che versano o in opposizione a
quelli che non ne versano ma per il giubilo in cui quelle loro lacrime si
cambieranno: «perchè saranno consolati». Non dunque beato al pianto e guai
al riso (il cristiano ha, nei Salmi, riferita ai popoli, una vera e propria
beatitudine del riso: Beatus Populus qui scit iubilationem) ma beato, in
Gesù, anche il pianto, anche ciò che, fuor dì Gesù, è solamente e
inconsolabilmente sventura.
Non è colpa del Vangelo se tutti gli uomini hanno, chi più chi meno, la loro
parte di lacrime da versare (gli antichi sentivan piangere anche gli dèi:
anche Venere) e non c'è che il Vangelo che possa dire all'uomo, qualunque
sia la ragione che lo faccia lacrimar: Noli flere.
Il Vangelo è perciò più che mai presente nel mondo, oggi che nel mondo
abbonda come non mai il pianto.
Delusi, sconsolati, sgomenti, gli occhi degli uomini si rivolgono, dalle
false immagini di bene avventatamente credule, furiosamente seguite, a chi
disse, per tutti i secoli e tutti i dolori: Venite ad me: e lo ritrovano,
veritiero, nella Chiesa, che può, come oggi in questa lettera Mystici
Corporis, rivolgere con espressa fiducia la sua più alta parola anche «a
coloro che son fuor del suo gremboŠ perchè la loro benevolenza verso la
Chiesa sembra aumentare di giorno in giorno» ‹ mentre volge alle sue estreme
violenze la guerra che nei calcoli della carne doveva travolgerla o
lasciarla addietro priva di forze e di speranza.
Che cosa rimarrà, al contrario, di «una religione del sangue» la quale ha
tra i suoi articoli di fede che «la terra non è una valle di lacrime ma il
luogo della nostra vita di lottatori, dura e allietata dal dovere, pervasa
di salute e di felicità», e tra i suoi precetti quello di «rinunziar
fieramente a ogni rifugio dell'al di là»? li precetto, in sè, è più facile a
osservarsi che non l'articolo a credersi, da circa quattr'anni a questa
parte, e sappiamo che proprio per la difficoltà di credervi, con quel che
sta accadendo di qua, molti son tornati a rifugiarsi nell'al di là. E che
cosa rimarrà di una «religione della scienza e della tecnica», dopo tanta
immolazione di credenti avvenuta per opera della macchina, in terra, in
cielo e nel mare? A parte e prima che la grande mattazione avesse principio,
in uno dei giornali dediti al nuovo culto si poteva legger questa lagnanza:
«C'è della gente che, dopo aver vissuto interamente da atei, ritorna alla
religione nel caso di una sofferenza o di una prova seria subita». Risulta
che la guerra ha moltiplicato, da quella parte, i ritorni, con grande gioia
della Chiesa e vantaggio di quella stessa comunità, patria e statale, alla
cui sicurezza, al cui «bene», fatto per i cittadini che la compongono, e non
fruibile dal cittadino altro che vivendo, il cittadino dovrebbe precisamente
sacrificare la vita: dico, la vita di qua, che per la «religione del sangue»
come per quella «della scienza e della tecnica» è l'unica vita, mentre per
il cristiano non è che il mezzo gioioso di giungere alla vita di là dove
ogni sacrifizio sarà immancabilmente e proporzionatamente rimunerato.
La guerra è la più dura pietra di paragone, e d'inciampo, per tutto ciò che
pretende trasferir di qua, nell'idea di patria o di Stato, di razza o di
classe, il paradiso che il Cristianesimo addita oltre la tomba. Il «canto»
del sangue e le «meraviglie» della tecnica possono infatti, accendere
d'entusiasmo l'uomo di vent'anni,sano e senza pensieri: ma diciamo a
quest'uomo che tutto è lì e poi chiediamoci di che cuore egli vorrà andare
ai vermi, quaranta o cinquant'anni prima di quel che senza la guerra
probabilmente gli toccherebbe, col solo viatico del pensiero che, grazie al
suo sacrifizio, un'altro come lui, a lui sconosciuto o non anche nato ma
ematicamente o socialmente suo simile, potrà godersi tutt'intera la propria
vita magari svagandosela a bordo di una macchina ultimo modello.
Le malattie, gli svariati affanni di spirito in. separabili e insuperabili
dalla condizione umana basterebbero già da sè ‹ esclusa anche la morte ‹ a
provare la falsità di ogni concezione che in materia di felicità la pretenda
all'assoluto senza avere la sua bilancia nell'al di là. Calza per queste ciò
che Leopardi diceva delle scienze sociali: «Considerando filosoficamente
l'inutilità quasi perfetta degli studj fatti dall'età di Solone in poi per
ottenere la perfezione degli Stati civili e la felicità dei popoli, mi viene
un poco da ridere di questo furore di calcoli e d'arzigogoli politici e
legislativi; e umilmente domando se la felicità de' popoli si può dare,
senza la felicità degl'individui. I quali sono condannati alla infelicità
dalla naturaŠ Discipline secchissime, le quali, anche ottenendo i loro fini,
gioverebbero pochissimo alla felicità vera degli uomini, che sono individui
e non popoli».
A sostegno di ciò, Leopardi avrebbe potuto citare il Vangelo: Quid prodest
homini si mundum universum, lucretur, animae vero suae deIrimentum patiatur?
Aut quam dabit homo commutationem pro anima sua? Domande inversibili, senza
che ne sia everso il valore: «Che nuoce all'uomo perdere anche tutto il
mondo quando sia salva l'anima sua?»
È per la risposta che dà, e ch'essa sola può dare, che la Chiesa è più che
mai viva, oggi, nel mondo, dove agonizza o è già freddo chi credeva di
sopravviverle dopo esserne stato il fossore.
Sulla smarritezza di oggi, come sull'oltrecotanza di ieri, essa continua,
tranquilla, a ripetere il suo breviario: Hi in curribus et hi in equis - nos
autem in nomine Domini.
Ipsi obligati sunt et ceciderunt - nos autem surreximus et erecti sumus.

(18 Luglio 1943).

Testo tratto da:

TITO CASINI, Per un'Italia migliore, Firenze: LEF 1944, pp. 79-87.





[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Ven 7 Mag 2004 9:04 pm

sacerdos58
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7 Mag 2004
9:05 pm
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