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Il Papa e la Chiesa   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #3622 di 3675 |
Il Papa e la Chiesa

La Chiesa è un esercito. Questo carattere le appartiene nel nome: Chiesa
Militante; le appartiene nei membri, in virtù della cresima formalmente
«soldati»; le appartiene nell'ordinamento, unitario e gerarchico; le
appartiene nel doppio compito, di difendere e di conquistare; le appartiene
nella disciplina, nel rigore della disciplina, che non dispensa dal
versamento del sangue; le appartiene nella forza, che ha fatto e
continuamente fa i martiri, che dal Cenacolo l'ha portata a piantar le tende
nei cinque continenti del globo.
La fede, la liturgia, la poesia han raccolto l'immagine, che in Dante ha
l'incedere di una ferrea colonna in marcia:

L'esercito di Cristo, che sì caro
Costò a riarmar, retro l'insegna
Si moveaŠ

La Chiesa è infatti un esercito, in movimento, quanto dire in guerra, e lo
sarà finchè l'«insegna » del suo re, la croce di Cristo, non avrà
soppiantato ovunque - la consegna è perentoria: « Omnes gentes », « omni
creaturae», « universum mundum», «usque ad ultimum terrae» - le insegne
dell'errore e del male. Le capanne dei missionari, sul ghiaccio e sulla
sabbia rovente, sulla roccia e dentro la giungla, segnano gli avamposti di
questa marcia gloriosa e dura, mentre, all'interno, ogni campanile, col suo
vessillo e i suoi bronzi, indica un presidio, una guardia contro le
insurrezioni del vinto, non meno che una piazza d'arme per gli esercizi
della truppa, secondo, il monito di san Paolo: «Resta, o fratelli, che vi
alleniate nel SignoreŠ Indossate l'armatura di Dio, sì che possiate
affrontar le insidie del diavolo, battagliando, com'è di noi, non col sangue
e la carne ma contro i principi e le potestà, contro gli agguati delle
tenebre, contro gli spiriti perversi dell'aria. Armatevi per questo di Dio
così da poter resistere nel giorno duro e, fatto il dovere, restare in
piedi. La verità cinga i vostri fianchi, la corazza della giustizia vi
avvolga, i vostri piedi siano calzati, lo scudo della fede, sempre nel
pugno, a rintuzzar le infocate frecce del maligno. L'elmo della salvezza e
la spada dello spirito ‹ la parola di Dio ‹ siano parimente con voi, mentre,
pregando e supplicando, veglierete senza intervallo».
Di questo esercito, armato di fede e di preghiera, accampato tra un polo e
l'altro e sulle cui tende il sole non arriva più a tramontare, il papa è il
capo, il generalissimo, e senza di lui la Chiesa non, sarebbe più Chiesa ma
Babele, non più esercito ma accozzaglia, fossero pur, come ora,
intercontinentale il suo spazio e centinaia di milioni i gregari, mentre,
col papa, la Chiesa può ridursi alle dimensioni di una parrocchia, alla
«forza» di una pattuglia, senza cessar d'essere, e d'esser cattolica,
senz'aver perduto o pericolar di perder la guerra.
Dov'è il papa è la Chiesa: così ha voluto Chi l'ha fondata, istituendo
Pietro ‹ diciamo Pietro, e non Simone ‹ suo luogotenente e plenipotenziario
sopra la terra, e in questo, senso ‹ riferendosi cioè a Pietro, e non a
Simone ‹ il dire ego sum Cephae non è un dannabile discriminarsi, come in
altro tempo e in altro senso fu tra i Corinzi, ma una formale professione di
unità, l'equivalente di ego sum Christi.
A questa verità, a questa legge, divinamente ricevuta e inderogatamente
tenuta, l'esercito cristiano deve, dalla prima Pentecoste a oggi, da Pietro
a Pio dodicesimo, la propria invittezza e dovrà sino alla fine del mondo la
propria invincibilità. Quanto al mondo, esso le deve la civiltà che da
Cristo prende l'inconfondibile nome: civiltà che le rivoluzioni e le guerre
potranno ‹ come oggi ‹ temporaneamente e relativamente oscurare, ma non
senza ‹ come oggi ‹- esaltarla nella più perentoria maniera, quella del
confronto tra i due termini del baratto, il perduto e il trovato.
Se le rivoluzioni e le guerre, in una parola ‹ etimologicamente intesa ‹ gli
scismi, recati fino alle ultime e massime conseguenze, possono dopo venti
secoli di Vangelo dilaniare ancora la sparsa e varia figliolanza adamitica,
la ragione è questa precisamente, ch'essa non si è ancora tutta e in tutto
identificata con la Chiesa, una nella sua cattolicità, cattolica nella sua
unità; con la Chiesa, erede ancora dell'ansia del suo fondatore: et alias
oves habeo quae non sunt ex hoc ovili, della sua volontà: et illas oportet
me adducere, della sua certezza: et fiet unum ovile et unus pastor. Per non
prender che un segno dell'insana resistenza all'umana volontà della Chiesa
consequenzialmente. collegato alle origini e al furore dell'immane
fratricidio odierno, veder con che dichiarata formale antitesi si sia
insorti e si pugni, in questo nostro ventesimo secolo, contro, l'essenziale
principio della carta cristiana: Non est gentilis et Iudeus... barbarus et
Scyta, servus et liberŠ E noto come oggi vi sia il Gentile l'« ariano » ‹ e
vi sia l'Ebreo.
L'unità del gregge intorno all'unico pastore si compirà tuttavia, poichè
divino è il disegno e divina è la società cui il disegno è stato dato in
esecuzione. Uomini e solamente uomini sono però gli esecutori, e sull'opera
la loro umanità può influire nel senso di affrettarla come di ritardarla,
come di arretrarla, con tutte le conseguenze di bene e di male. Questi
uomini siamo noi, i cattolici, e il senso e la misura del nostro apporto
alla causa è dato e determinato dalla nostra maggiore, minore o inversa
fedeltà ai nostri impegni battesimali e cresimali, quanto dir di membri e
militi della Chiesa.
Non c'è che un modo d'esser fedeli alla Chiesa: quello d'esser fedeli al
papa, il capo, il generalissimo, che in nome di Cristo apre e chiude,
comanda e vieta, insegna e riprende, certo di sè grazie a un'assistenza di
cui sarebbe ozioso rilevare i duemila anni di prova quando si sa ch'essa lo
rende partecipe dell'infallibilità divina. Trattandosi di un assioma di
fede, il dovere dei gregari ‹ noi cattolici ‹ ne risulta di un'evidenza e
semplicità matematica: credere che nella pratica si traduce: ubbidire.
Credere e ubbidire al Papa, l'eletto di Dio, sapendo ‹ e la fede sublima
l'atto ‹ che ciò significa credere e ubbidire a Dio stesso. Ma il papa non è
soltanto l'eletto di Dio; egli è anche, nel preciso e, diciamo pure,
democratico senso della parola, l'eletto degli uomini, siano ‹ come una
volta ‹ la massa del popolo, o siano ‹ come oggi ‹ un ristretto «collegio»:
egli è l'uomo, eminente per talenti acquistati e non ereditati, a cui altri
uomini, venuti anch'essi da non importa che condizione e famiglia e
convenuti da ogni parte del mondo, han detto, liberi di sè e gelosi della
libertà umana, han detto, dopo diuturna riflessione e consultazione, a nome
degl'interessi cristiani: ‹ Sii tu, in nome di Dio, finchè vivrai, il nostro
capo. ‹ E non la mano di un angelo nè la sua propria ma ancora quella di un
uomo gli ha, posto in testa la corona. Così facendo, noi gli abbiamo, in
certo modo, delegato i nostri poteri incaricandola di rappresentarci presso
Dio, nel tempo stesso che Dio gli delegava i propri, riconoscendolo suo
rappresentante presso di noi. Con questo noi ci siamo impegnati a eseguire,
piacciano o non piacciano, i suoi ordini, per lo meno nella misura in cui i
cittadini di uno Stato a costituzion democratica sono impegnati a osservare,
piacciano o non piaccian, le leggi che il governo eletto dalla maggioranza
emana per tutti.
Ma la Chiesa ‹ abbiamo detto ‹ è un esercito, e di questo esercito il papa è
il comandante supremo. Trasferito in questo campo, il principio viene a
risultare di un'evidenza maggiore anche di quello che occorra nel caso.
L'indiscutibilità, del capo nei riguardi del corpo, è qui talmente una
regola fondamentale, che per essa si è lesa, coscientemente, volutamente,
dichiaratamente, la logica, elevando a norma il paradosso che il «superiore
ha sempre ragione, specialmente quando ha torto». Sta di fatto che in un
esercito un cattivo ordine eseguito (cattivo, s'intende, tecnicamente, non
moralmente) non nuoce all'unità, che vuol dire la forza, quanto il disordine
che una resistenza vi arrecherebbe; e un mediocre generale ubbidito vale,
sul campo, essenzialmente più di un ottimo generale discusso.
Senza estendere al torto, e meno che mai posponendoli, i titoli della
ragione; senza nè comandare nè raccomandare di starsene contenti «al quia»,
e desiderando, al contrario, che l'ossequio sia rationabile, la Chiesa non
gode che i suoi gregari, impegnati nella più serrata e vasta battaglia, si
distraggano a verificare se il Capo parla « dalla cattedra », dal posto di
comando, o da terra.
Il papa è comunque, per definizione, derivazione e missione, un padre: è il
Padre santo, immagine e vicario in terra del Padre divino: e il distinguere
per sistema, nei suoi riguardi, è fuori di luogo, inarmonico e pericoloso,
per lo meno quanto in una famiglia il distinguere tra i doveri stretti della
figliazione e quelli dell'affetto, tra i diritti della paternità e i suoi
doveri. È storia, è dolorosa storia ecclesiastica, che chi ha preteso troppo
di separare ha finito, contro le proprie buone intenzioni, col separarsi.
Quanto alla storia generale, io non so se essa conosca un caso nel quale
l'aver ascoltato il papa non parlante ex cathedra abbia recato danno al
mondo: sappiamo tutti che il non averlo ascoltato lo ha riempito di
sciagure; e i popoli non sono e saranno i soli a rimpiangere che non si sia
creduto a Pio dodicesimo allorchè, già puntati i cannoni, in un ultimo
tentativo d'impedire l'apertura del fuoco, avvertiva, dalla sola cattedra
del suo cuore, col solo lume della sua mente, la vigilia del 1° settembre
1939, come nulla fosse perduto con la pace e tutto potesse esserlo con la
guerra.
Il papa è padre, e il monito di san Paolo ai Romani, Honora patremŠ ut bene
sit tibi, vige per esso a maggior ragione nei riguardi del mondo. Si può
bene asserir del papa ciò che un grande scrittore asserì di un gran
cardinale, «non esserci», secondo lui, «giusta superiorità d'uomo sopra gli
uomini, se non in lor servizio». Il suo potere è infatti di quelli di cui
disse Gesù agli apostoli dopo aver loro lavato i piedi: «I re delle nazioni
le dominano e que' che le opprimono si hanno il nome di benefattori. Non
così però sia tra voi: il più grande sia tra voi come il più piccolo, e chi
governa sia come quello che serve».
Et qui praecessor est, sicut ministrator. Queste parole si confanno talmente
al papa da non sembrar che la traduzione di un titolo noto e familiare ai
cristiani attraverso gli atti legislativi della loro universale repubblica:
«Servo dei servi di Dio».

(31 gennaio 1943)

Testo tratto da:

TITO CASINI, Per un'Italia migliore, Firenze: LEF 1944, pp. 53-61.


[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Sab 8 Mag 2004 11:11 am

sacerdos58
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Inoltra Messaggio #3622 di 3675 |
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Sacerdos
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8 Mag 2004
11:12 am
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