Entra
Nuovo su Yahoo! Gruppi? Registrati
Sacerdos · Comunita` di sacerdoti che si aiutano fraternamente
? Già Iscritto? Entra su Yahoo!

Suggerimenti

Lo sapevi che...
Puoi imposatare la cronologia dei messaggi? Clicca nel link datea. le tue preferenze verranno salvate.

Messaggi

  Messaggi Aiuto
Avanzata
Giovanni di S. Tommaso O. P. (1586-1644) - Della Orazione, Meditazio   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #3670 di 3675 |
Della Orazione, Meditazione e Contemplazione
di Giovanni di S. Tommaso O. P. (1586-1644)



Discepolo - Che cos'è l'orazione?

Maestro - È l'elevazione dell'anima a Dio.

D. - Quale differenza passa tra l'orazione e la devozione?

M. - La devozione è quell'affetto della volontà per cui uno si applica con
prontezza a tutto ciò che si riferisce al culto e al servizio di Dio; e di
qui quella gioia e dolcezza spirituale che l'uomo sperimenta in questo
servizio. E quantunque venga comunemente chiamata devozione, in realtà non è
che un effetto di essa.
L'orazione è un atto della intelligenza che pensa e si innalza fino a Dio
per domandargli qualcosa. E di qui veramente ha origine la devozione, che a
sua volta ci porta all'orazione.
Tutte e due però sono atti della virtù di religione di cui è proprio
esercitare tutto ciò che si riferisce al culto divino.

D. - Di quante parti, o meglio di quali atti si compone l'orazione?

M. - Di quattro: l'orazione propriamente detta, la domanda, la supplica e il
ringraziamento.

D. - Queste quattro parti come si distinguono e in che modo differiscono tra
loro?

M. - L'orazione, nel suo significato ordinario, le include tutte e quattro.
Ma siccome l'Apostolo (I. Tim. 2, 1) dice: «Vi esorto, prima di tutto, ad
innalzare suppliche, orazioni, voti e rendimenti di grazie», dà motivo a
distinguerla in, questo modo.
L'orazione dunque è un volgersi o meglio accostarsi a Dio, in modo da porsi
alla sua presenza.
La petizione è una domanda con cui si chiede a Dio qualcosa, o supplicando,
o suggerendo, o manifestando quelle necessità in cui si trova colui che
prega.
La supplica è come una pia istanza con cui veniamo a presentare a Dio i
motivi che noi abbiamo da parte sua, per poter impetrare; quali ad esempio:
la sua infinita santità, l'immensa bontà, i misteri e i sovrabbondanti
meriti di Cristo, l'intercessione della Beata Vergine, le soddisfazioni
degli altri santi, che noi offriamo a Dio Padre per mezzo dell'unico e
supremo Mediatore, col dire: Per Dominum nostrum Jesum Christum etc.
Il ringraziamento è quella lode, quell'onore e quella gloria che noi
tributiamo a Dio, con l'assoggettamento completo di noi a Lui, per gli
immensi benefici che continuamente da Lui riceviamo.
In queste quattro cose deve esercitarsi con ogni diligenza l'anima nostra
ogni qualvolta si applica all'orazione.

D. - Ma perchè l'amore, senza il quale è impossibile accostarsi a Dio, non
viene annoverato tra le parti dell'Orazione?

M. - Perchè quest'amore è come il frutto o meglio l'effetto che noi
intendiamo conseguire per mezzo dell'orazione. E infatti, è in forza dei
motivi dell'orazione che la volontà è come accesa, e infiammata di amore per
un Dio sì benigno e amoroso, che ci ricolma con tanta larghezza dei suoi
benefici. Però possiamo anche dire che una devota orazione procede dalla
carità; nel senso che uno dall'amore di Dio viene come disposto a rendere a
Lui il culto dovuto.
Anzi per una certa reciprocità, l'amore generala devozione e la devozione
alimenta l'amore; come nel corpo dell'animale il calore naturale produce gli
umori sani e a sua volta essi alimentano e conservano il calore naturale.

D. - Che cosa si richiede perché uno possa accostarsi degnamente a Dio e
mettersi alla sua presenza nella preghiera?

M. - Ci dà su ciò uno stupendo ammaestramento il Reale Profeta col suo
esempio: «Vedo il Signore sempre dinanzi ai miei occhi; poiché Egli sta alla
mia destra non vacillerò » (Salm. 15, 8). E l'Apostolo Paolo ci raccomanda
seriamente: «Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi
altra cosa, fate tutto a gloria di Dio!) (I. Cor. 10, 31).
Per stare quindi alla presenza di Dio, per accostarsi a Lui, non si richiede
altro, in sostanza, che compiere tutte le nostre azioni sotto il suo
sguardo, in modo tale che tutte vengano esercitate e regolate in conformità
alla sua legge e per la gloria del suo nome; e non ci deve essere nulla di
cui subito non cerchiamo di renderci conto se sia, o no conforme alla sua
volontà.
Nondimeno colui che perfettamente cammina al cospetto di Dio, con ogni
diligenza e con tutte le energie si studia di riflettere ad ogni istante e
nel qua intimo fa oggetto di meditazione Dio e tutto ciò che a Dio
appartiene,
È un fatto che noi ci portiamo con maggior frequenza all'oggetto amato; ed è
indizio di amore di Dio tenerci il più spesso possibile alla sua presenza
mediante pie e sante riflessioni.

D. - E perchè uno possa in modo particolare custodire dentro di sé la,
presenza di Dio, di quali mezzi deve fare uso?

M. - Di tre in modo particolare: lettura, meditazione e contemplazione.
La lettura é come il punto di partenza relativamente alla meditazione. E
perciò David, parlando del giusto dice: «Egli mediterà giorno e notte nella.
sua legge». E questo consigliava il Dottore delle Genti al suo discepolo:
«Sii assiduo alla lettura, fino alla mia venuta» (I. Tim., 4, 13).
Con la meditazione la mente dell'uomo si volge alle verità divine e quasi
ruminandole a poco a poco giunge sino a Dio: dalla considerazione di un
beneficio passa gradatamente ad un altro, da un mistero viene come guidata
alla cognizione di un altro; e, conosciute quelle arcane bellezze, la
volontà è infiammata di amore di Dio, secondo il detto del Salmista: «I
sentimenti del mio cuore sono sempre al tuo cospetto» (Salm, 18, 15), vale a
dire: cresce sempre più nella cognizione.
E ancora: «Nel pensare avvampò un fuoco dentro di me» (Salm. 38. 4)» cioè il
mio cuore arse del fuoco del divino amore.
Con la contemplazione l'anima viene come a fissarsi in Dio e ad, unirsi a
Lui, compiacendosi in tutto ciò che spira fragranza di divinità, e ciò in
forza di una trasformazione spirituale dovuta ad un intima esperienza di
dolcezza e soavità, secondo il detto della Scrittura: «pianterò i miei piedi
sulla vedetta, e osserverò per vedere ciò che mi si dirà» (Abacuc 2, 1),
vale a dire, nella contemplazione di quelle verità riguardanti Dio e le sue
arcane bellezze io mi consoliderò in modo tale da poterle scrutare e
approfondire sempre più.
Ciò concorda con quanto scrive l'Apostolo Paolo: «Noi tutti col viso
scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, ci
trasformiamo nella stessa immagine di gloria in gloria, come per opera dello
spirito del Signore » (II. Cor. 3-18). Ecco i gradi della contemplazione che
egli raccomanda a tutti coloro che si danno alla vita spirituale.

D. In che modo e in quali libri va fatta?

M. Prima di tutto è la, legge del Signore che bisogna ricercare, scrutare e
custodire. La lettura più utile dì tutte è quella della Sacra Scrittura,
dato che essa è divinamente ispirata, secondo le parole dell'Apostolo:
«Tutta la Scrittura è divinamente ispirata e utile ad insegnare, a
redarguire, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio
sia, perfetto e reso adatto a qualsiasi opera buona» (II Tim. 3, 16). Queste
parole sono talmente chiare, che non vi é bisogno alcuno di spiegazione.
Ma poiché la S. Scrittura in molti passi è oscura e piena di mistero o non è
a tutti ugualmente accessibile, sono da considerarsi come appartenenti alla
legge divina anche i libri di coloro che commentano la Scrittura medesima, i
quali «traggono il miele dalla pietra e l'olio dal sasso durissimo» (S.
Bernardo, super Missus, Homil. 1), cioè traggono da quella insegnamenti di
vita spirituale che poi indicano a noi. A questo accenna egregiamente
l'Apostolo Paolo quando dice che vero Ministro di Cristo è colui che è
«venuto colle parole della fede e della sana dottrina» (I Tim. 4, 6), cioè
che ha raggiunto la vera scienza della fede.

D. - Quali cose principalmente ci impone la meditazione e quali sono le
verità sulle quali dobbiamo meditare?

M. - Il Salmista ci indica espressamente che noi dobbiamo meditare nella
legge del Signore. In questa noi troviamo due ordini di verità alle quali
possono ridursi tutte le altre che possono formare oggetto della nostra
meditazione.
Anzitutto quelle verità che riguardano direttamente Dio; quali la sua
infinita bontà, i suoi benefici, i suoi doni e i suoi misteri; come siamo
stati da lui creati, e come Egli ci conservi; come ci custodisca per mezzo
dei suoi Angeli; come ci abbia redenta col suo sangue e in pegno di amore
abbia a noi lasciato sotto le specie sacramentali il suo corpo; e infine
come ci elargisca la fede, la grazia e la misericordia con cui indulge alle
nostre miserie.
Tale meditazione, poiché si aggira sugli effetti, o meglio, su quelle che
sono irradiazioni della luce divina, si chiama illuminativa: per essa
infatti viene sempre più eccitato l'amore della meditazione medesima e la
speranza della salvezza, come bene a proposito dice il Salmista: «Buono è
per me lo stare unito a Dio e porre nel Signore Iddio la mia, speranza»
(Salm. 72, 28).
In secondo luogo (troviamo nella legge) quelle verità che riguardano noi
medesimi; quali la considerazione dei nostri peccati e dei nostri difetti
dove molto troveremo da piangere e detestare; la gravità dei peccati con i
quali abbiamo offeso la maestà di quel Dio che continuamente volge su di noi
il suo sguardo; l'ingratitudine con la quale abbiamo ricambiato il suo
immenso amore; l'abuso da noi fatto sia della misericordia con cui perdona
le nostre colpe, sia dell'amore con citi ci attira a sé; ciò che è, avvenuto
quando noi non ci siamo peritati, pur sapendoci sotto il suo sguardo, di
fare del ventre e dell'ambizione e dei denaro i nostri dèi.
Non è meno da deplorarsi il fatto che noi, pur constatando come da ogni
parte siamo avvolti nelle tenebre dell'ignoranza e agitati da tentazioni e
dagli stimoli di passioni disordinate, e come inoltre gravi desideri e altre
mille imperfezioni macchino l'anima nostra, siamo lenti ad accostarci a Dio,
fonte di ogni bene.
E quindi mossi da tali considerazioni, dobbiamo umiliarci e come annientarci
davanti a Dio, e ricordando il nostro nulla, e quali poveri bisognosi levare
il nostro sguardo a lui perché voglia nella sua bontà, soccorrerci nelle
nostre miserie. Noi, è vero, niente abbiamo da offrirgli all'infuori del
nostro nulla, ma Egli è l'essere infinito, e perciò a somiglianza di David
diciamo: «Alzai gli occhi miei verso i monti, donde mi viene l'aiuto; il mio
aiuto viene dal Signore» (Salm. 120, 1), che vuol dire: poiché io dinanzi a
te sono un nulla imploro il tuo soccorso.
Una considerazione di questo genere, che ha per oggetto le nostre debolezze
e i nostri difetti, si dice purgativa; si tratta infatti del male che
dobbiamo estirpare e degli impedimenti nocivi allo spirito che dobbiamo
rimuovere.

D. - Quale di queste forme di meditazione deve esser tenuta in maggior
pregio e avere la precedenza, la purgativa o l'illuminativa?

M. - Il più delle volte si trovano insieme, e l'una è di aiuto all'altra.
Una senza l'altra, giova ben poco; come se qualcuno si muovesse da un luogo
per andare in un altro, poco gli gioverebbe essersi mosso se non
raggiungesse il posto designato.
In ogni modo però, a seconda delle diverse inclinazioni naturali e delle
varie disposizioni dell'uomo, sarà bene esercitarsi quando in una e quando
nell'altra delle due meditazioni.
Coloro che sono di ingegno più pronto e molto ferventi è opportuno che si
applichino alla meditazione purgativa, poiché è bene che si sforzino di
acquistare l'umiltà.
Quelli invece di indole mite ed umile sarà meglio che si applichino a quella
illuminativa.
Chi ha l'anima gravata da molti peccati deve stare bene attento; che il
ricordare spesso e fermare il pensiero sopra i propri peccati, specialmente
di lussuria, suole causare ed eccitare moti di passioni disordinate. E
quindi, fino a che l'anima non si è stabilmente fissata in Dio e nelle cose
spirituali, bisogna che si disponga attraverso la via illuminativa, se vuole
che tali pensieri si risolvano in, frutto spirituale per lui.
E cosi, meditando sulla grandezza ed eccellenza divina diverrà sempre più
uomo spirituale, il cuore sarà, come avvinto da queste bellezze divine, ed
egli come da un'altissima vetta considererà la sua bassezza, quanto si sia
degradato disprezzando un bene sì grande per un peccato sì vile, e
rinunziando a tanta felicità per una così spregevole miseria.
Il cuore dell'uomo che sta alla presenza di Dio non è turbato da tentazioni
quand'anche debba pensare e riflettere sui propri peccati, come ci ammonisce
il Salmista: «Vedo il Signore sempre dinanzi ai miei occhi»: ecco la luce
della presenza divina; «poiché Egli sta alla mia destra, io non vacillerò»
(Salm. 15, 8): ecco la confidenza nell'aiuto di Dio, per cui non teme le
tentazioni.
Accade proprio per questo che molte anime vanno soggette e sono sconvolte
dalle tentazioni anche nella stessa preghiera, perchè appunto non si
dispongono in antecedenza mediante la luce della divina presenza.

D. - Come dobbiamo comportarci da parte nostra per poter contemplare come si
deve e con frutto?

M. - La contemplazione è uno degli atti pili vitali e più spirituali
dell'intelligenza, con cui ci uniamo a Dio: e quindi è propriamente
operazione del Dono della Sapienza, mediante il quale la mente dell'uomo è
illuminata e, in forza di una soave esperienza delle cose divine, è
facilmente mossa dallo Spirito Santo a contemplare e a giudicare queste
stesse cose in base a motivi divini.
La contemplazione poi avviene in due modi: o per infusione da parte di Dio,
o mediante lo sforzo e l'opera nostra.
Si ha la contemplazione per infusione quando il nostro intelletto, in
conseguenza di una mozione superiore, indipendente da noi, si sente come
inondato da una luce nuova fino allora mai sperimentata, e nello stesso
tempo la volontà è come dilatata da un nuovo e inesplicabile affetto.
Quando ciò avviene senza lo sforzo nostro o la nostra cooperazione, si ha
allora l'infusione dello Spirito Santo, secondo il detto di S. Giovanni:
«Non avete bisogno che alcuno vi ammaestri, ma l'unzione di Lui vi insegna
tutte le cose ecc.» (I. Giov., 2, 27).
E su questo non vi è nulla da dire, poiché sorpassa ogni scienza e
previdenza umana: è Dio infatti che agisce come e quando vuole.
Comunemente però nelle anime che ancora non hanno pienamente raggiunta la
perfezione, tutto ciò suole avvenire in modo transitorio, come il guizzare
di un lampo.
Qui però conviene essere canti e osservare il modo con cui viene percepita
(tale mozione) e quali effetti produce. Quanto al modo, se avviene
nell'intimo del cuore e non nella sola immaginazione, e giunge fino
all'intelligenza, all'amore, al puro affetto che si alimento alla fiamma
della divina carità, allora è segno che questa mozione proviene da Dio.
Nell'intimo del cuore infatti non può agire alcuno spirito creato, neppure
il demonio; che se noi non gli apriamo la parta, si aggira al di fuori come
lupo rapace e come leone che ruggisce, va cercando la preda da divorare.
Quanto agli effetti poi, bisogna vedere se per tali mozioni si nota un
accrescimento di umiltà e un maggior disprezzo di sé; se la pazienza si
rianima, so la fede si irrobustisce, se si riaccende la carità: cosicché in
nessun modo venga meno o si raffrèddi l'affetto. Anzi bisogna vedere
piuttosto se l'anima diventa più pronta e più agile a sopportare i travagli,
e deve apparir chiaro che essa ha chi la solleva e la sostiene. Di più
bisogna vedere se in tutto questo vi è perseveranza. Poiché lo spirito
malvagio quando si è insinuato nel cuore dell'uomo, subito lo contamina con
la sua presenza, e fa nascere in, lui il torpore e l'accidia, suscita turpi
e oscene immaginazioni; e quantunque per brevissimo tempo possa anche
occultarsi, tuttavia a lungo andare non può fare a meno di darsi a
conoscere.
La meditazione poi mediante lo sforzo e l'attività nostra avviene quando noi
risaliamo fino all'eccelsa maestà di Dio, manifestata a noi o mediante gli
effetti della creazione, o mediante il mistero della nostra Redenzione e
della umanità di Cristo, meditando su tutto ciò che si è svolto
relativamente a quella: come le fatiche sostenute fino dalla giovinezza, la
sua acerbissima passione, la sua morte ignominiosa, ed anche tutti quei
benefici, elargiti agli uomini durante la sua presenza in mezzo a loro. Da
tali considerazioni veniamo come guidati alla cognizione e alla
contemplazione di Dio e messi nella condizione di lodare e venerare la
potenza, la sapienza, la bontà e la provvidenza di un sì grande artefice.

D. - In questa contemplazione sono possibili diversi gradi?

M. - Anzi molti, a seconda della maggiore o minore astrazione
dell'intelletto dalle cose create; quando cioè messe da parte le
imperfezioni, considera ed estrae ciò che in esse è puro e perfetto, cioè
Dio.
Confesso francamente che si trova non poca difficoltà a spogliarci delle
creature e che difficilmente possiamo riuscirvi in questa vita.
Per mezzo della fede noi arriviamo, è vero, con una semplice intuizione e
senza ragionamento incerto alla conoscenza intelligibile di Dio; nondimeno
siccome la fede è oscura e per conoscere Dio la mente si serve delle
immagini sensibili delle cose create, anche per purificare e spiritualizzare
queste immagini vi sono vari gradi e modi diversi di considerare le cose
divine.
I misteri della umanità di Cristo, la sua tenera infanzia, l'invitta
fortezza dell'amore nella sua acerbissima passione, essa li considera in una
maniera meno elevata quando se li rappresenta in modo puramente umano e si
immagina la sua indole soave, la sua bellezza infantile, la sua dolce
affabilità e tutte le altre azioni di Lui così amabili, mentre viveva tra
gli uomini.
In tal modo venivano attratti gli Apostoli mentre qui in terra convivevano
col dolce Redentore; e col medesimo modo di contemplazione sono attratte
molte anime al principio della loro vita spirituale. Paolo stesso diceva:
«Non giudicai di sapere alcuna cosa fra voi se non Gesù, Cristo e questo
Crocifisso » (I. Cor. 2, 2): infatti l'essere guidati alla cognizione della
divinità per questa porta, che è la Passione e l'umanità del Salvatore, è il
modo e la via veramente Apostolica.
Si sale poi ad un grado ancora più alto di contemplazione, quando tutto
questo ce lo rappresentiamo in un modo più elevato e divino, come in altro
luogo asserisce il medesimo Apostolo: «Se anche abbiamo conosciuto secondo
la carne Cristo, ora non lo conosciamo più cosi» (II Cor. 5, 16), quasi
volesse dire: quantunque un tempo noi abbiamo conosciuto Cristo nel suo modo
di essere esteriore, sensibile e corporale, ora però lo conosciamo non più
in quel modo, ma in maniera più elevata. Tutto questo infatti lo
consideriamo non umanamente, mediante cioè le specie sensibili o attraverso
oggetti che dilettano i sensi, ma mediante una cognizione superiore e più
spirituale, vale a dire, la considerazione della sua infinita grandezza,
della sua inesauribile potenza, in modo che in tutte le sue opere e in tutti
i suoi misteri ci apparisca e risplenda il suo altissimo essere divino.
Finalmente si giunge al supremo grado di contemplazione. quando possiamo
dire con l'Apostolo: «Noi tutti col viso scoperto, riflettendo come in
specchio la gloria del Signore, ci trasformiamo nella stessa immagine di
gloria in gloria, come per opera dello spirito del Signore» (II, Cor. 3,
18): cioè quando passiamo da un attributo all'altro, da un atto di amore ad
un altro più fervente, da una cognizione imperfetta ad una più perfetta.
Questo significa essere guidati dallo Spirito, e mediante la mozione dello
Spirito Santo, che proviene dal dono della sapienza, risalire fino alle
arcane bellezze della divinità.

D. - Chi si dà alla vita spirituale deve esercitarsi spesso in tutto questo?

M. - Non merita neppure il nome di persona spirituale o Religiosa colui che
almeno ogni giorno non si esercita in qualcuna di dette cose; a meno che sia
scusato per qualche legittimo impedimento, o per l'obbedienza o a causa di
qualche urgente necessità. Del resto non si dà occupazione talmente
necessaria da costituire sempre e continuamente un ostacolo agli esercizi
della vita interiore per coloro che coltivano la vita spirituale; a meno che
non intervenga l'accidia o la mancanza di devozione.
Veramente tremende e degne di essere qui riportate sono le parole di un
certo Dottore, che il Maestro Avila indirizza ad un Religioso.
Egli scrive così: «I Religiosi che camminano avendo perso di mira il proprio
fine, diventano tiepidi inquieti, mormoratori, ambiziosi, iracondi,
ciarlieri, sensuali e più duri dei secolari. Che se Dio per sua
misericordia, non li richiamasse a penitenza o non li preservasse dal male.
cadrebbero in tali abissi dai quali mai più potrebbero rialzarsi».
Quindi qualsiasi rilassatezza nei Religiosi proviene dall'aver così perduto
di vista, il fine loro e dal tralasciare l'orazione, come può facilmente
dedursi dalle conseguenze qui sopra enumerate.

D. - Da che cosa, possiamo dedurre che l'anima nell'orazione vada
gradatamente crescendo nella, perfezione?

M. Dal fatto che essa esperimenta in sé una maggiore prontezza di volontà e
una maggiore propensione verso le cose soprannaturali.

D. - E allora non traggono nessun profitto dall'orazione coloro che
nell'orazione stessa vanno soggetti a frequenti distrazioni e ad aridità?

M. - Queste aridità e questi smarrimenti interiori possono avvenire in due
modi: o sono causati da tedio e da una certa fiacchezza interiore, o da una
certa ripugnanza delle cose spirituali, compresa la preghiera. Un segno
evidente che le cause sono queste lo abbiamo quando per qualsiasi occasione
o futile pretesto uno si esime dall'orazione e con grande piacere si volge
alle cose di questo mondo e in esse pone lo, sua compiacenza.
In tali anime questo tedio sta ad indicare che non ricavano alcun frutto o
alcun vantaggio, secondo quanto sta scritto: «Ecco che si avanza conte nubi
e come turbine ecc.» (Gerem. 41, 13); che vuol dire: Dio permetterà che una
nube si frapponga, affinché non giunga fino a Lui una preghiera fatta di
pensieri inutili e vani che ci distraggono mentre pretendiamo di attendere
alla orazione, come nota S. Gregorio.
Oppure tali aridità consistono non in questa noia interiore, ma nella fatica
e difficoltà a comprendere e a formare specie atte a rappresentarci Dio,
rimanendo però ferma la volontà e un forte desiderio di giungere fino a Lui
e di perseverare nell'esercizio dell'orazione: ma poiché Dio non si dà a
conoscere, non troviamo nessun gusto nella preghiera.
Queste aridità non impediscono il frutto dell'orazione; anzi, piuttosto ne
aumentano il merito; ché il frutto dell'orazione non va misurato o calcolato
da un facile godimento della volontà o in base all'acume della intelligenza,
ma dalla propensione dello spirito, docile, umile, che si annienta dinanzi
al suo Dio, e dall'amore sempre crescente verso le cose divine.
>> (Traduzione del P. L. M., O. P.)


(1) Testo tratto da: Vita Cristiana (XVI, 1947), pp. 498-515. Così la
rivista introduceva l'articolo: "Nel 1944 ricorreva il III centenario della
morte di questo grandissimo teologo, che ebbe il merito di far convergere le
luci della filosofia e teologia scolastiche sullo studio della vita mistica.
Pubblichiamo questo brano, come un tardivo e piccolo contributo alle
celebrazioni centenarie. Queste pagine semplici e chiare sulla preghiera e
sulla meditazione sono tratte da un Compendium totius Doctrinae Christianae
che il grande filosofo e teologo domenicano spagnolo, non dimentico e anzi
preoccupato dell'istruzione del popolo, compose nella sua lingua nativa e
che fu poi tradotto in latino dal P. Enrico Hectermans O. P. Noi seguiamo la
prima edizione fatta in Italia a Milano nel 1673 (P. II, cap. XII, par. 1,
p. 128 ss.)".





[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Lun 5 Dic 2005 9:36 am

sacerdos58
Offline Offline
Invia email Invia email

Inoltra Messaggio #3670 di 3675 |
Espandi messaggi Autore Disponi per data

Della Orazione, Meditazione e Contemplazione di Giovanni di S. Tommaso O. P. (1586-1644) Discepolo - Che cos'è l'orazione? Maestro - È l'elevazione...
Sacerdos
member; u=77...
Offline Invia email
5 Dic 2005
9:40 am
Avanzata

Copyright ? 2009 Yahoo! Tutti i diritti riservati.
La Tua Privacy - Testo aggiornato - Condizioni generali di utilizzo del servizio - Linee guida - Aiuto

?