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P. Cornelio Fabro - Esistenza sacerdotale. Verità e santità nell'a   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #3672 di 3675 |
Esistenza sacerdotale
Verità e santità nell'apostolato della predicazione


di P. Cornelio Fabro *


1. Con questo titolo - il sottotitolo è nostro - ispirato ad una filosofia
modernissima, il gesuita P. Karl Rahner [1] riproponeva qualche anno fa, in
piena guerra, un problema eterno nella vita cristiana, quello della
connessione fra la vita - l'esistenza - e la funzione, il munus sacerdotale.
Uno dei caratteri distintivi dell'Esistenzialismo, considerato almeno nel
suo fondatore il danese Kierkegaard (1813-1855), è quello che egli chiama la
soggettività della verità: un principio di semplice buon senso e che - in
questo contesto - non ha nulla a che fare con l'Idealismo, ma ne è anzi
l'antagonista. La verità di cui si tratta è quella morale e religiosa, cioè
quanto ordina e disciplina la vita dell'uomo nei suoi rapporti col finito e
coll'infinito. È evidente allora che il possesso di cotesta verità non può
essere assicurato dalla pura «nozione» della medesima, dal conoscerne
l'imperativo in astratto; ma essa importa l'azione, la sua attuazione in un
impegno personale tradotto nella pratica e che configura interiormente la
coscienza dell'uomo come forma compiuta della verità stessa. Principio di
buon senso, dicevo, e che l'uomo comune esprime con alcuni suoi modi di dire
ben conosciuti, ma che la filosofia ha potuto rifiutare - e deve rinunziare
a quel principio ogni filosofia che svaluta l'individuo e la persona
singola, che non riconosce la «individualità spirituale»,
l'«incorruttibilità dell'uomo interiore».
Il P. R. ha portato il problema nel campo della teologia spirituale e
pastorale, ove quella «soggettività» pace ancor più pregnante quanto
l'ordine soprannaturale della Rivelazione e della Grazia avanza per la sua
trascendenza, assoluta gratuità e imprescindibilità, l'ordine della natura.
Il P. R. fa osservare opportunamente, nell'impostazione del problema, che
nel sacerdozio cattolico si trovano presi e uniti due compiti che nel
Vecchio Testamento, ed in altre religioni, sono per lo più distinti.
L'esercizio del Culto o Sacerdozio propriamente detto, e il Profetiamo,
ovvero la trasmissione della parola di Dio agli uomini. Uniti nel sacerdote
cattolico, perchè prima uniti in Cristo, sacerdote e profeta anzi Verbo per
essenza, adeguazione perfetta di verità e azione. In quanto ogni Sacerdozio
della Chiesa è derivazione e partecipazione del Sacerdozio di Cristo, il P.
R. parla di un certo «indebolimento» che ambedue quegli attributi o compiti
subiscono nel sacerdozio cattolico; eppure il P. R. ammetterà certamente il
carattere costitutivo dei Sacramento dell'Ordinazione come anche la
superiorità del sacerdozio della «realtà» (N. T.) sul sacerdozio della
«figura» (V. T.).
Ed ecco il problema nella sua forma definitiva. Si tratta di fondare il
significato «esistentivo» del sacerdozio. Si può ammettere che il sacerdote
possa predicare la «verità» evangelica, senza che la sua vita vi
corrisponda? E questo, s'intenda in senso assoluto, come atteggiamento di
principio: cioè, potrebbe conservarsi la «verità» nella Chiesa, quando tutti
i predicatori, tutto il corpo dei banditori del Verbo, conducessero una vita
difforme dalla parola? D P. R. risponde categoricamente di no.

2. Il sacerdozio, quello cattolico specialmente, importa una vocazione e non
una semplice professione. La professione interessa l'attività esteriore,
l'uno o l'altro settore dell'azione; non impegna la persona come tale, la
quale ordina l'attività professionale, l'impiego, ecc. all'assicurazione
della sua vita, come persona in una famiglia per esempio. Così il
matrimonio, appunto perchè è una «vocazione», abbraccia tutto l'uomo, lo
impegna totalmente come persona: specifica quindi in senso esistentivo
l'essere dell'uomo che deve organizzare i suoi rapporti e la sua attività in
dipendenza di quella struttura che è il matrimonio e della funzione che
egli, come singolo, occupa in esso. Al matrimonio fa riscontro, nell'ambito
strettamente religioso, la «vocazione sacerdotale»: anch'essa qualifica in
modo totale la vita dell'uomo, nella società che è la Chiesa. Il P. R. ci
tiene a osservare la natura «ministeriale» e intermediaria di questo
sacerdozio in quanto esso «è puramente ministrante tanto al sacerdozio
esistenziale attivo di Cristo, quanto al sacerdozio esistenziale passivo dei
fedeli, in quanto esso rende possibile ad ambedue una presenzialità
sacramentale duratura » (p. 163).
Come «vocazione», il sacerdozio è di per sè esistentivo, impegnante la
personalità. Ma, dato che nel sacerdozio cattolico concorrono quei due
elementi - egualmente necessari - la potestà di culto e l'elemento
apostolico - profetico, ovvero la predicazione - ci si domanda in quale dei
due sensi avvenga la specificazione esistenziale. Per il P. R. essa avviene
nel senso della predicazione: cioè, è il fatto che il sacerdote è banditore
del Verbo, e non tanto come ministro di colto, che si esige da lui una certa
forma ovvero un certo grado di santità interiore, senza del quale - si badi
bene - ovvero qualora essa mancasse «assolutamente e dappertutto», la
predicazione stessa non sarebbe e non potrebbe essere vera. La «potestà di
culto» per porre il suo atto «validamente», non abbisogna che della
«intentio» nel ministro: questa potestà cultuale, secondo il P. R. è bensì
«un obbligo nuovo da portare a compimento della antica vocazione donata per
il Battesimo e la Confermazione, ma non costituisce un nuovo obbligo di una
vocazione nuova di significato esistentivo» (p. 167).
Altrimenti con l'elemento apostolico-profetico: qui c'è uno vocazione che
prende: a) tutta l'esistenza del chiamato, e b) in una nuova forma. Il
compito della predicazione, nel suo volgersi agli uomini, non ha limiti -
anche se l'esercizio di cotesta facoltà, essenziale al sacerdozio, è
disciplinato dalla «missio canonica». Ma - ciò che è più importante - la
predicazione del Vangelo esige nel predicatore, non solo di fatto,
l'accordo, l'intonazione personale dell'Apostolato (il suo tempo, il suo
lavoro, ecc.), ma li abbraccia in se stessa come un suo interno elemento.
Perciò la predicazione del Vangelo di Cristo non è puramente un'esposizione
«oggettiva» di verità che vada considerata in se stessa, per la quale quindi
la situazione esistenziale del predicatore sia indifferente, ma resta
sospesa fondamentalmente, per la sua propria natura, all'inserzione
esistenziale della persona del predicatore. Perchè mai? Per non distruggere
con la vita, quel che si costruisce con la parola? Certamente, ma anche per
una ragione più profonda che deve denunziare ogni scappatoia, ogni
possibilità d'infingimenti. Per la ragione cioè che predicare il Vangelo, il
messaggio di Dio, è essenzialmente un parlare nello Spirito Santo e nella
virtù di Dio. Suppone un carisma pneumatico, il quale resta vuoto e svanisce
se non s'incontra con la santità personale dei predicatore. Bisogna
approfondire il senso delle grazie «gratis datae», ammonisce il P. R.: quel
«gratis» non è certo nel senso che il predicatore possa esimersi
dall'impegno della santità personale, il carisma del Santo Pneuma, che è
necessario per la predicazione e nel quale la predica si mostra giustificata
e obbligante, è un qualcosa che santifica il predicatore stesso, un carisma
che determina la sua esistenza in quel tal modo e pertanto non altro
significa se non che la predicazione è portata essenzialmente, così che si
può mostrare come la grazia predicata è già divenuta, nel predicatore
stesso, realtà (p. 168). Volendo usare la terminologia Kierkegaardiana, si
deve dire, per interpretare la posizione del P. R.: Solo la predica «in
carattere» è vera predica. Per la predica che non è in carattere, il P. R.
non la dice «falsa»: essa cesta, o può restare «esatta», ma la discordanza
esistenziale la rende «irreale» simile a un discorso profano di teologia -
non è più esigitiva, non può colpire l'uditore per chiedergli una «decisione
per la Fede», Così ho riferito, nei suoi momenti essenziali, la posizione
del P. R. traducendo spesso letteralmente, anche se la tirannia dello spazio
mi ha obbligato a sacrificare molte sfumature, le quali però non influiscono
molto sull'assunto centrale.
Esso è espresso nella dichiarazione seguente, già accennata al principio e
che ora riferisco con le parole dell'A.: « Nell'istante in cui la Chiesa
cessasse di essere Santa, in tutti i suoi predicatori, nello stesso istante
essa cesserebbe di essere la «vera» annunziatrice della verità: la verità
del Cristianesimo cesserebbe. La predicazione della rivelazione divina, dal
fondamento della densità specifica di verità dei suo contenuto, esige come
suoo elemento interiore l'implicazione esistenziale del predicatore » (p.
169).

3. Inutile dire che la teoria del P. R., presa in generale, esprime
un'istanza che è nel Vangelo stesso e che dev'essere accolta da tutti,
specialmente dai sacerdoti i quali, del resto, se la sono sentita inculcare
chissà quante volle negli anni di formazione fino alle severe ammonizioni
dei Pontificale nell'Ordinazione. Che il sacerdote debba mettere la ma vita
in armonia con quel Vangelo ch'egli annunzia dal Palpito: di questo, nessun
dubbio. Che un sacerdote tiepido sia spesso condannato ad avere un
apostolato languido e sterile: anche questo l'esperienza le conferma in
tutti i tempi e luoghi, e non v'è alcuno fra noi che non sia stato scosso
dall'Anima dell'Apostolato del P. Chautard, che svolge questa tesi con un
ardore veramente «bernardiano», rinnovato oggi in Italia dall'Anonimo autore
di «Apostolica vivendi forma». Il problema qui però è un altro, più intimo e
che interessa - come risulta dalle ultime parole citate - la struttura della
Chiesa stessa. Nella posizione del p. R. si affama connessione necessaria
fra la santità del predicatore e la «verità» della predicazione stessa,
quindi di riflesso anche della verità e santità della Chiesa stessa.
Se, questo è il problema, a me pare meno catastrofico di quanto non sembri
al P. R, almeno dal punto di vista della Teologia di S. Tommaso. Io non
intendo di sollevare contro il P. R. le ombre sinistre delle eresie
«esistenziali», mai estinte nella Chiesa, dai Donatisti, ai Fraticelli, ai
Valdesi, agli Hussiti ecc.: credo si tratti di una somiglianza di termini
puramente casuale. Così, quanto alla connessione necessaria fra la santità
della Chiesa e la «verità» della sua predicazione, non ci può essere dubbio.
Meno evidente è invece la seconda esigenza e connessione, quella fra la
verità della predicazione e la santità personale del predicatore -
l'inserzione, l'impegno esistentivo come necessario in linea di principio,
secondo la terminologia del R. - S. Tommaso taglia facilmente il nodo perchè
per Lui - e secondo il C. I. C. - nella Chiesa il predicatore «ufficiale» è
il Vescovo, successore degli Apostoli e Pastore delle anime nell'obbedienza
a Pietro; il quale Vescovo poi, si sa, è - secondo la teologia tomista e la
sana dottrina - «costituito nello stato di perfezione» [2], supposto quindi
già «perfetto», in un senso certamente relativo di viatori.
La posizione di P. R. Passa sotto silenzio questo, aspetto
«ecclesiologico-giuridico» del problema e mette in prima linea l'esigenza
«esistenziale» nella sua universalità, ed è qui che essa più non convince.
Essa rischia d'intaccare direttamente la trascendenza della santità della
Chiesa stessa e la priorità di fondamento che compete alla Chiesa come a
«Corpo mistico» sulle sue manifestazioni esteriori in quanto attività di
«singoli» che non siano «persone ufficiali».

4. Resta però ancora il problema tutto intero, soltanto che è un po'
spostato e precisamente sui Vescovi. Devono almeno i Vescovi «essere
personalmente in carattere» perchè la loro predicazione sia non solo esatta,
ma anche « vera » nel senso indicato? La questione, per me che non sono un
teologo, non mi pare bene impostata. Anzitutto, per i Vescovi - e
analogamente per i Sacerdoti che sono uniti al Vescovo e partecipano del suo
episcopato - la santità che si richiede è di natura principalmente
giuridica, cioè sottostà al giudizio del Superiore che «chiama»: il Papa per
i Vescovi, e il Vescovo per i sacerdoti. È evidente che qui in questa
«chiamata», si tratta di un giudizio d'idoneità nel quale hanno certamente
gran parte, anzi se si vuole la prima parte, le qualità morali. Solamente
quando si ponesse - come «principio» - la perfezione morale a fondamento
della verità della predicazione: e, nel caso, la coscienza della perfezione
morale da parte del predicatore prima di salire il pulpito, io mi domando:
chi oserebbe mai salirlo? E chi l'osasse, non mostrerebbe di esserne meno
degno degli altri? Chi dei Santi ed anche di noi è mai salito con questa
coscienza?
La santità della Chiesa è garanzia della «verità» della predicazione: è
certissimo. Ma questa santità è anzitutto quella essenziale che ad Esso
comunica la Gloriosa umanità di Cristo, sempre presente nella Chiesa
specialmente nella vita sacramentale-liturgica: e poi, e partecipata da
quella, la santità dei giusti, comprensori e viatori: ciò che forma il
tesoro della «Comunione dei Santi». E mi pare che allora ci si è avvicinati
abbastanza al nucleo centrale del problema. L'efficacia della «parola» - la
sua «verità» secondo il P. R. - non è tanto legata «essenzialmente » alla
santità personale del predicatore, sia pure Vescovo od anche Papa, quanto
alla comunicazione dello Spirito che tocca nell'intimo la mente e il cuore
di colui che ascolta - Ma codesta comunicazione dello spirito non è - nè fin
quando siamo «in via » può essere - assolutamente legato alle disposizioni
soggettive del predicante, perchè ciò intaccherebbe direttamente la
indefettibilità della Chiesa abbandonandola alla contingenza della libertà
umana. La «distribuzione» dello Spirito che muove a persuasione e a
compunzione, ecc, può essere concessa a qualsiasi uditorio o uditores come
anche può essere loro negata, indipendentemente dalle disposizioni
soggettive del predicante - perchè questa distribuzione non avviene
necessariamente per derivazione diretta dal predicatore all'uditorio, ma
emana dalle intime scaturigini della vita del Corpo mistico che a noi
sfuggono. Basta quindi - in linea di principio - che sia assicurata la
predicazione «esatta», e questa è garantita dalla struttura gerarchica della
Chiesa visibile che è indefettibile nella sua «autorità» per l'assistenza
dello Spirito Santo contro qualsiasi possibilità di errore in materia di
fede e di costumi., La sua «verità» - o meglio fecondità - della parola
dipende da un altro intervento dello Spirito, il cui intimo commercio a noi
non è dato di conoscere nè è possibile comunque determinare.

5. L'ultima istanza esistenziale del P. R. a me pare quindi che non regga:
«Se nessun predicatore - nessun Vescovo - fosse «in carattere», allora la
Chiesa non sarebbe più santa». A parte la improbabilità assoluta
dell'ipotesi, io credo però che la questione non vada impostata così: come
ho detto, anzitutto basta che nel predicatore la predicazione sia garantita
come «esatta», poi la Comunicazione dello Spirito, che muove l'uditore
all'impegno esistenziale, non è necessario - e guai se lo fosse - che emani
dallo stesso predicante, ma può bensì venire per il tramite segreto della
Comunione dei Santi. Anzi può avvenire - e certamente sarà più volte
avvenuto - che un predicatore, il quale forse non era del tutto in ordine
nel suo interno, sia rimasto scosso e «convertito» pure lui, dall'efficacia
della sua parola che osservava nei fedeli o da qualche altro segreto
movimento.
I Padri non si esprimono diversamente. Bastino S. Agostino e S. Gregorio
Magno, che si rifanno, del resto, direttamente alla Sacra Scritture.
«Ma tu chi sei, dice l'avversario, che osi parlare tanto contro di noi? -
Chiunque io mi sia, tu ascolta ciò che viene detto e non ti curare da chi
venga detto. - Ma, incalza l'avversario, al peccatore il signore dice:
Perchè prendi a parlare del mio patto? (Ps. 49, 16). Ammetto che il Signore
dica tali parole al peccatore: chè forse c'è una sorta di peccatori ai quali
può giustamente Dio rivolgere tale rimprovero. Ma contro chiunque Egli si
rivolga, questo intende dire: che al peccatore, cioè, non giova affatto il
predicare la legge del Signore. E allora non gioverà neppure agli
ascoltatori?
Nella chiesa noi troviamo due categorie di predicatori: i buoni e i cattivi.
Ora i buoni quando predicano, cosa dicono? « Siate miei imitatori come io lo
sono di Cristo » (I Cor. 4, 16). E di essi cosa sta scritto?: «Sii modello
ai fedeli» (I Tim. 4, 12). E noi ci sforziamo di essere tali. Ciò che poi
siamo in realtà, lo sa soltanto Colui a cui noi rivolgiamo i nostri gemiti.
Dei perversi però vien detto ben altro: Sulla cattedra di Mosè sì assisero
gli Scribi e i Farisei: fate tutto ciò che essi vi dicono, ma non vogliate
imitarli in ciò che essi fanno (Matt. 23, 2). Vedi dunque che sulla cattedra
di Mosè, a cui tien dietro la cattedra di Cristo, sono assisi anche i
cattivi; e nondimeno, allorchè essi predicano cose buone, non nuocciono agli
ascoltatori...
Se predico cose buone e nello stesse tempo le pratico: imitami. Sei poi non
metto in pratica ciò che insegno, allora fa a proposito per te,
l'ammonimento del Signore: osserva ciò che dico: non imitarmi in quello che
faccio. In ogni modo non ti allontanare dalla Cattedra cattolica». (Aug.
Enarr. in Psalmos: In Ps. 37, Sermo III, n. 20) [3].
S. Gregorio va ancora più a fondo e confessa il mistero: il predicatore
santo ha non di rado un uditorio ritroso e ribelle, mentre un predicatore
indegno può operare conversioni; il santo è tutto preso da questo «circolo»
segreto in cui si muove la verità della predicazione.
«Spesso è data al predicatore la facilità di parola per merito
dell'ascoltatore, e spesso per colpa dell'ascoltatore gli è tolta. Pertanto
non deve il dottore levarsi in superbia perchè egli predica con facilità e
abbondanza di eloquio, giacchè forse gli è concessa la grazia del parlare,
non per rispetto a lui, ma all'ascoltatore; e qualora il dottore esponga
stentatamente e freddamente, l'uditore non si irriti, perchè forse la lingua
del dottore non manca nel dire per difetto del predicatore, ma per difetto
dell'uditore. Noi vediamo infatti che le buone parole sono date anche ai
cattivi predicatori per rispetto dei buoni uditori, siccome i Farisei
potevano avere parole di santa edificazione essendo scritto di loro:
Guardate, e fate tutte le cose che essi vi dicono, ma non vogliate fare
secondo le opere loro (Matt. 23, 3).
Per difetto degli uditori è tolta la potestà del parlare anche ai buoni
dottori, siccome è detto ad Ezechiele contro Israele: E farò che la tua
lingua ti si attacchi al palato e sarai muto e non più come un riprensore,
perchè ella è una famiglia contumace. (Ezech. 3, 26). Qualche volta poi il
parlare della santa predicazione è dato per merito dell'uno e dell'altro, e
alle volte è levato per colpa di ambedue. Per merito di ambedue è dato, come
quando la voce di Dio disse a S. Paolo a riguardo di quelli di Corinto: Non
temere, ma parla. (Att. 18, 9). E poi aggiunse: Perchè io ho un gran popolo
in questa città (Ibid. 10). Per difetto dell'uno e dell'altro è tolto, come
quando Eli sacerdote pur conoscendo la mala vita dei figlioli, non li
riprese come meritavano; onde avvenne che i figlioli per il loro peccato
furono condannati a morte crudele, ed Eli similmente perì per colpa del suo
silenzio. Ora non sapendo noi per ragione di chi il parlare sia dato o tolto
al predicatore, abbiamo in ciò un salutare ammonimento, cioè, di non
insuperbirci di quella grazia che noi abbiamo ricevuta più degli altri, e di
non burlarci di colui che ha ricevuto meno grazia di noi; ma di procedere
gravemente e costantemente col piede fermo dell'umiltà; perchè tanto siamo
noi più veramente dotti nella presente vita, quanto noi conosciamo che la
dottrina che abbiamo, non può venire da noi. Perchè dunque dovrà uno
insuperbirsi della dottrina, che egli abbia, quando non sa per quale occulto
giudizio di Dio ad uno è data e ad un altro è tolta?». (Moral, lib. XXX, in
c. 39, nn. 82-83).
E per il mio modesto assunto possono bastare quelle scarne precisazioni e
queste significative citazioni. Chi volesse scandagliare le ricchezze della
Teologia e della Patristica sull'argomento, può leggere fra l'altro le due
grandi orazioni tenute al Concilio di Basilea da Egidio Carlerius, canonico
di Cambrai («De punitione peccatorum publicorum») e dal Domenicano Enrico
Kaltheisen «qua in Concilio Basileensi anno 1433 per dies tres refutavit
tertium articulum Bohemorum, da libera praedicatione verbi Dei». (Vedile in
Harduin., t. VIII, col. 1759 ss. e 1826 ss.).

6. Appellarsi a Kierkegaard a questo proposito, giova poco; piegare verso
l'Esistenzialismo è già un mettersi fuori di strada. Kierkegard, anche se
non è mai venuto - e non poteva venire, stando nel Protestantesimo - a
chiarezza piena, ha sempre sostenuto il principio che la verità si appoggia
sull'«autorità», sulla «persona» che è il soggetto dell'autorità. E fino
alla grande polemica contro la Chiesa ufficiale ed il suo capo, il Vescovo
Mynster, egli ritenne che l'«autorità» veniva principalmente
dall'Ordinazione: ciò che è in sostanza la posizione cattolica, come
riconoscono gli stessi studiosi protestanti del pensiero kierkegaardiano.
Mentre il P. R., mettendo in secondo luogo il munus cultuale e sacrificale
nella determinazione dell'esistenza sacerdotale, per mettere in risalto il
munus della parola, sembra concedere alla teoria protestante molto di più di
quanto non concedesse K. stesso. K. ha certamente anche accentuato la
connessione fra la parola e la vita del predicatore, e ne ha fatto il punto
di volta per la critica al «pastore» ed alla «Cristianità» degenerata,
«specialmente nel Protestantesimo, specialmente in Danimarca»! Ma quando ha
voluto, agli scopi della polemica, stabilire una connessione essenziale, ha
dovuto confessare che il Cristianesimo nella sua vera esigenza non ha
esistito che in Cristo e che l'Apostolo ha subito ribassato, e così di
seguito a rotta di collo... Conclusione: il Cristianesimo, come l'ha
predicato Cristo, è impossibile e nessun uomo lo può predicare. Lo si può al
più esporre come «idealità poetica» e perseguire come mera «aspirazione».
Il P. R., non nomina Kierkegaard: l'ho nominato in come un mònito attuale e
opportuno contro i falsi passi di' un superspiritualismo che mi pare poco
teologico e poco umano.

NOTE

* Testo tratto da: Vita Cristiana XVI (1947, 5), 467-478.

[1] KARL RAHNER, Priesterliche Existenz, in «Zeitschrift fiir Aszese-und
Mystik», 17 (1942), 3, pp. 155.171.

[2] Cfr. II-II-, 184, 6. V. anche l'opusc. De perfectione vitae spiritualis,
cc. 16-22.

[3] E ad un'altra difficoltà scritturale il Santo risponde graziosamente:
«Quomodo vis de spinis me coliigere uvam verbi tui? Respondebitur non est
illa uva spinarum: sed aliquando succrescens sarmentum, implicat se in sepem
et pendet uva inter densa spinarum, sed non surgit de radice spinarum. Tu si
esurieris, et aliud non habes unde sumas caute manum mitte ne lacereris a
spinis, idest ne facta imiteris malorom; et lege uvam inter spinas
pendentem, sed de vite nascentem; ad te perveniat botri alimentum, spinis
reservatur ignis tormentum ». Sermo, 46, da Scripturis, n. 22.



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Esistenza sacerdotale Verità e santità nell'apostolato della predicazione di P. Cornelio Fabro * 1. Con questo titolo - il sottotitolo è nostro - ispirato...
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