XXIV DOMENICA PER ANNUM (C)
[Cattedrale: giornata dell¹anziano 11-09-04]
1. «Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori». Carissimi
anziani, è questa la bella notizia che ancora una volta la Chiesa ci
comunica: Dio vuole dimostrare in ciascuno di noi la sua misericordia. E
come avviene questa ³dimostrazione² che Dio fa del suo amore nei nostri
confronti? È Gesù stesso che ce lo narra attraverso la più bella parabola di
tutto il Vangelo. In questa parabola viene narrata la storia dell¹uomo e la
cura che Dio ha dell¹uomo.
La storia dell¹uomo inizia con l¹abbandono della casa paterna: «partì
per un paese lontano». Egli vuole rompere la sua alleanza col Padre
ritenendo che questa rottura sia condizione indispensabile della sua
libertà. Quale è il risultato? Alla fine di tutta la vicenda «si mise a
servizio di uno degli abitanti di quella regine, che lo mandò nei campi a
pascolare i porci». Il risultato è che quando l¹uomo non vuole servire il
Signore suo Creatore finisce sempre per servire le creature che gli sono
inferiori. Servire il Signore è regnare; l¹uomo perde la sua regalità e
diventa suddito degli ³elementi di questo mondo²; l¹uomo degrada la sua
grandezza ed è costretto a «saziarsi con le carrube che mangiano i porci».
Come fa l¹uomo ad uscire da questa situazione? quando e come parte dalla
sua schiavitù e si incammina verso suo padre? Egli comincia a fare un
confronto fra la dignità che possedeva nella casa del padre e la sua
situazione attuale; e questo confronto avviene nella coscienza morale
dell¹uomo [«rientrò in se stesso»], inestinguibile testimone della verità
sul bene della nostra persona.
Fate però attenzione: in realtà l¹inizio del cammino di ritorno è una
considerazione un po¹ egoistica. Ha bisogno di mangiare. E l¹uomo da solo
non può andare oltre perché non può credere che il Padre lo voglia
reintegrare nella pienezza della sua dignità originaria, quella di figlio:
«non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei
tuoi garzoni».
Come reagisce Dio di fronte a questa nostra condizione? Qui ogni parola
evangelica va profondamente meditata. «quando era ancora lontano, il padre
lo vide»: Dio non ci perde mai di vista, anche quando siamo lontani da Lui.
Noi possiamo dimenticarlo; Egli non ci dimentica, poiché Egli non può
rinunciare alla sua paternità. Il figlio lo può rinnegare, il Padre non lo
può. «E commosso gli corse incontro»: la commozione di Dio! Quale mistero!
Dio si commuove di fronte alla condizione in cui versa l¹uomo: non è
indifferente di fronte alle nostre degradazioni, Dio si commuove nel vedere
che vogliamo ritornare a Lui. E cosa fa? «gli si gettò ai collo e lo baciò»:
Dio abbraccia l¹uomo; Dio bacia l¹uomo; l¹uomo è riammesso sul suo trono
regale: «portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l¹anello
al dito e i calzari ai piedi». Il perdono di Dio restituisce all¹uomo la sua
dignità.
2. Carissimi anziani, questa è la nostra vicenda, la vicenda di ciascuno
di noi, di tutti: del popolo ebreo, di cui si narra nella prima lettura; di
S. Paolo, di cui si parla nella seconda lettura.
Ma per voi oggi questa pagina evangelica assume un particolare
significato. Da due punti di vista.
La parabola ci rivela la cura che Dio ha dell¹uomo perché non viva in
una condizione non adeguata alla sua dignità. Abbiate sempre viva nella
vostra coscienza questa certezza: non cìè nessuna condizione nella quale Dio
non si cura della dignità della persona. Anche nella vostra che spesso vi
espone a minore rispetto, a causa della vostra età in una società che è
sempre tentata di misurare la dignità della persona col metro della sua
capacità produttiva: l¹uomo ridotta ad una voce o attiva o passiva del
bilancio sociale. Si è giunti perfino a giustificare l¹eutanasia.
Ma c¹è anche un¹altra ragione per cui questa parabola assume per voi
particolare significato.
Voi siete qui per dirmi ancora una volta che volete pregare, che offrite
tutte le vostre sofferenze per ottenere dal Signore per la Chiesa di Bologna
numerose vocazioni sacerdotali e religiose. Chi sono i sacerdoti? i
testimoni e i ministri della misericordia di Dio.
Vi sono profondamente grato. La vostra presenza è di incomparabile
preziosità per la nostra Chiesa.
CAPITOLO IV
Quanto questa divozione sia utile alla nostra salute e perfezione
Se Gesù ha operato tanti prodigi per obbligarci ad amarlo, quali grazie non
farà a quelli che vedrà solleciti di testimoniargli la loro gratitudine e
l'amore ardente? Ci ha amato con tenerezza, dice S. Bernardo, ci ha colmato
di beni quando non l'amavamo, anzi quando non volevamo che ci amasse
(dilexit non existentes sed et resistentes). Quali doni perciò e quali
grazie non verserà su quelli che l'amano e si affliggono nel vederlo sì poco
amato?
Si vede ormai chiaro che la divozione al S. Cuore di Gesù è una prova o
meglio un esercizio continuo d'amore ardente verso di Lui. Ma oltre ed
essere una pratica degli esercizi più santi della nostra Religione, essa ha
un non so che di forte e tenero a un tempo che ottiene tutto da Dio.
Infatti, se Gesù concede grazie tanto grandi a chi è divoto degli strumenti
della sua Passione e delle sue Piaghe, quali favori non concederà a chi
nutre una tenera divozione verso il suo S. Cuore?
Nel proemio di questo libro sono state addotte le ragioni che possono
indurre un uomo saggio a non ricusare di prestar fede alle rivelazioni di
S.Matilde.
Ecco ciò che la Santa narra a questo proposito. (Liber specialis gratiae, P.
4, c. 28). ‹ «Un giorno, dice ella, io vidi il Figlio di Dio che teneva in
mano il suo Cuore più splendente del sole, e raggiante di luce da ogni
parte; e in quel momento l'amabile Salvatore mi fece comprendere che dalla
pienezza di quel Cuore divino sgorgavano tutte le grazie che Dio spande
incessantemente sugli uomini, secondo la capacità di ciascuno».
La stessa Santa qualche tempo prima della sua morte assicurò che, avendo un
giorno chiesto a Nostro Signore con molta istanza una grazia grande per una
persona che l'aveva pregata, Gesù le disse: ‹ Figlia mia, di' alla persona,
per cui mi preghi, che cerchi nel mio Cuore tutto ciò che essa desidera;
abbia grande divozione a questo S. Cuore, tutto mi chieda in Lui. ‹
Come un figlio che per ottenere da suo padre ciò che desidera, non usa altro
artificio che quello suggeritogli dall'amore.
Avendo Dio fatto conoscere, a quella persona, di cui ho parlato nel capitolo
2°, e per la quale il P. de La Colombière sentiva tanta venerazione, le
grazie grandi che aveva unite alla pratica di questa devozione, le fece
comprendere ch'era proprio per ultimo sforzo, a dir così, dell'amore suo
verso gli uomini, ch'Egli s'era deciso a scoprire í tesori del suo S. Cuore,
ispirando loro una divozione destinata a far nascere l'amore verso Gesù nel
cuore dei più insensibili e infiammare quello dei meno ferventi.
«Divulga per tutto, le disse l'amabile Salvatore, ispira, raccomanda questa
divozione alle persone del mondo come mezzo sicuro e facile per ottenere da
me il vero amore di Dio; agli ecclesiastici e ai religiosi come mezzo
efficace per giungere alla perfezione del loro stato; a quelli che
s'affaticano alla salute del prossimo come mezzo certo per commuovere le
anime più indurite; infine a tutti fedeli conie una divozione fra le più
solide e più adatte ad avere la vittoria sulle più forti passioni, a
riportare l'unione e la pace tra le famiglie più discordi, a liberarsi dalle
imperfezioni più inveterate, ad acquistare verso di me un amore ardentissimo
e tenerissimo, e finalmente per arrivare in breve tempo e in maniera
facilissima alla perfezione più sublime».
S. Bernardo pieno di tali sentimenti non parla mai del S. Cuore di Gesù se
non come del tesoro di ogni grazia e della sorgente inesausta di ogni bene.
‹ O dolcissimo Gesù, grida, quante ricchezze chiudi nel tuo Cuore, e a noi
quanto è facile arricchirci, mentre possediamo questo tesoro infinito
nell'adorabile Eucaristia! (1)
In questo Cuore adorabile, dice il Card. S. Pier Damiani, noi troviamo tutte
le armi per la nostra difesa, i rimedi per guarire dai nostri mali, gli
aiuti più validi contro gli assalti dei nemici, le consolazioni più dolci
per conforto delle nostre sofferenze e le delizie più pure a riempirci
l'anima di felicità.
Sei afflitto, perseguitato dai tuoi nemici? Ti spaventa il ricordo dei tuoi
peccati trascorsi? È agitato il tuo cuore da inquietudine, timore, passione?
Vieni a prostrarti dinanzi ai nostri altari; gettati, via, nelle braccia di
Gesù, entra sino nel suo Cuore; esso è l'asilo, è il ritiro delle anime
sante e un luogo di rifugio dove l'anima nostra sta in una sicurezza
perfetta. (Cor Christi asylum perfugii in tentationibus et tributationibus ‹
Blosius: Conclave animae fidelis).
Il S. Cuore di Gesù, dice il divoto Lanspergio, non è soltanto la sede di
ogni virtù, ma è anche la sorgente delle Grazie in cui le medesime si
acquistano e si con servano. Abbi una tenera divozione, verso questo Cuore
amabile, pieno d'autore e di misericordia, continua egli, chiedi per mezzo
di Lui tutto ciò che vuoi ottenere, offri per mezzo di Lui tutte le tue
azioni, perchè il S. Cuore è il tesoro dei doni soprannaturali e, per così
dire, la via per cui ci uniamo a Dio più strettamente, e per la quale più
amorosamente Egli si comunica a noi. Attingi, attingi a tuo piacere nel S.
Cuore tutte le grazie e le virtù che ti abbisognano, e non temere di
esaurire questo Tesoro infinito. Ricorri a Lui nelle necessità, rimani
fedele alle pratiche sante di una divozione così ragionevole e utile, e ne
proverai presto i benefici effetti (2).
Nella vita di S. Matilde abbiamo un'altra illustre prova di ciò che abbiamo
esposto. In una apparizione il Figlio di Dio le comandò d'amare ardentemente
e d'onorare più che poteva nel SS. Sacramento il Suo Cuore, dandoglielo,
come pegno dell'amor suo, per luogo di rifugio in vita e per conforto
nell'ora della morte. Da quel giorno in poi la Santa fu presa da divozione
sì straordinaria verso il S. Cuore e ricevette tante grazie, ch'era solita
dire che se bisognasse scrivere tutti i favori e i beni che aveva ricevuti
per mezzo di questa divozione, nessun libro, per quanto grande, li avrebbe
potuti contenere. (Liber specialis gratiae, P. II c. 19).
Ho risoluto, dice l'autore del « Cristiano interiore » di non dipendere
ormai che dalla Provvidenza divina, senza cercare consolazione o appoggio,
nelle creature. lo devo farmi simile a un bambino che riposa dolceniente
senza inquietuffine e timore nelle braccia della inamma che lo ricopre di
carezze affettuose. Confesso che N. Signore mi tratta appunto così, perchè
senza bisQgno di andar cercando altrove il nutrimento e la ricchezza
dell'anima mia, trovo nel S. Cuore di Lui ogni aiuto e ogni bene che
m'abbisogna, e in tanta abbondanza ne ho e con tanta liberalità ne sono
arricchito, che a volte ne resto pieno di stupore, e temo non vi sia
negligenza da parte mia nel ricevere dal S. Cuore grazie così grandi, mentre
m'affatico tanto poco. (L. 5. e. 23).
Ma se anche in favore di questa dìvozione non si potesse addurre autorità,
esempio o rivelazione particolare, se anche Gesù Cristo stesso non si fosse
spiegato così sovente nè con tanta chiarezza, ci sarebbe bisogno di grandi
ragionamenti per convincere un cristiano che non c'è nulla di più sodo e di
più utile alla salvezza e perfezione nostra di una divozione che ha per solo
motivo l'amore più puro verso Gesù, per fine la riparazione più che sia
possibile delle offese che si commettono nell'adorabile Eucaristia, e di cui
tutte le pratiche tendono ad onorare e far amare ardentemente Gesù Cristo?
Il Salvatore ammirabile, che ha fatto tanto per avere il cuore degli uomini,
potrebbe negare alcuna cosa a quelli che gli chiedono da se stessi un posto
nel Suo Cuore? Se Gesù si lascia dare persino a chi non l'ama, se persino
permette d'essere portato al letto di quei moribondi che quasi mai in vita
si son degnati di visitarlo, insensibili ai suoi segni manifesti d'amore e
agli oltraggi che riceveva nell'adorabile Eucaristia, a quelle persone,
infine, che forse lo hanno esse stesse crudelmente offeso; che non farà per
quei servi fedeli che sensibilmente commossi dal vedere il loro buon Signore
sì poco amato, sì di rado visitato, sì crudelmente oltraggiato, gli fanno di
tanto in tanto ammenda onorevole di tutti i disprezzi ond'è oggetto, e nulla
tralasciano per riparare tanti oltraggi con visite frequenti, adorazioni,
ossequi e sopratutto col loro amore ardente? È chiaro dunque che non c'è
cosa più ragionevole nè più utile della pratica di questa divozione; e
allora perchè portare tante ragioni per farne persuasi i cristiani? (3) .
NOTE
(1) Cor Christi coeleste gazophylacium et aerarium est. (Sermo 1 de
excellentia Joannis evangelistae).
(2) Ad venerationem Cordis piissimi Jesu amore ac misericordia
exuberantissimi studeas teipsum excitare, ac sedula devozione ipsum
frequentare. Per ipsum petenda petas et exercitia tua offeras quia
charismatum omnium est apotheca, ostium per quod nos ad Deum, et ipse ad nos
acceditŠ Gratiam quoque eius et virtutes ac prorsus quidquid fuerit tibi
(quod mensuram excedit) salutare, videaris tibi ex gratioso Corde attrahereŠ
Ad quod in omni necessitate confugias, unde consolationem quoque, et omne
auxilium haurias. (Lansperg. Pharetra divini amoris. Exercitium ad piiss.
Cor Jesu).
(3 - NOTA DELL'EDITORE) I preziosi vantaggi uniti alla pratica della
divozione al Sacro Cuore indicati dal P. Croiset, già da molto tempo erano
stati annunziati da due grandi contemplativi: S. Geltrude, a Helfta in
Sassonia (1256-1302) e Ubertino da Casale nel convento della Verna in Italia
(1248-1305).
Ciò che la prima scrisse a questo riguardo è stato spesso citato, basterà
una parola per ricordarlo. Racconta la vita di Lei che, essendole apparso il
discepolo prediletto, essa domandò al suo celeste Visitatore come mai Egli
che aveva reclinato il capo sul petto del Salvatore nell'ultima Cena, avesse
completamente taciuto i palpiti del Cuore adorato del suo Maestro; e gli
manifestò il suo dispiacere per non avercene detto nulla per nostro
ammaestramento. Il Santo le rispose: ‹ La mia missione era di scrivere per
la Chiesa ancora giovane una parola sul Verbo increato di Dio Padre, parola
che da sola avrebbe occupato ogni intelligenza umana sino alla fine del
mondo, senza però che nessuna potesse mai comprenderla in tutta la sua
pienezza. Rispetto poi al parlare dei palpiti santi del Cuore di Gesù, è
cosa riservata agli ultimi tempi, quando il mondo invecchiato e raffreddato
nell'amore divino, avrà bisogno di riscaldarsi alla rivelazione di questi
Misteri. (Lansperg. Vita della Santa e Rivelazioni geltrudiane. Legatus
divinae pietatis. L. IX, c. 4).
Fra Ubertino da Casale è anche più esplicito, ma molto meno conosciuto. Dopo
avere insegnato a Parigi per nove anni filosofia e teologia, era tornato,
rotto dalla fatica, a riposarsi alquanto in seno alla sua famiglia religiosa
nella solitudine della Verna, dove l'aveva preceduto la sua fama di scienza
e di pietà. I suoi confratelli vollero approfittare della sua dimora tra
loro, pregandolo di scrivere un trattato sul martirio del Cuore dì Gesù: De
cordiali Passione Jesu. Non sapendo resistere alla loro pia importunità egli
si mise al lavoro e, nonostante l'esaurimento delle forze, in sette mesi,
dal 9 marzo al 28 settembre 1305, compose la sua grande opera intitolata:
L'albero della vita, dove in più luoghi dichiara apertamente il futuro
avvento della divozione al S. Cuore, come pure le conseguenze felici che ne
risulteranno per il mondo. Ci piacerebbe mettere sotto gli occhi del lettore
tutto un brano magnifico del libro intorno a questo punto; ma oltre che esso
è troppo lungo, confessiamo di sentirci incapaci di tradurlo conte si
dovrebbe. Ci limiteremo però a darne la sostanza.
«La bontà ineffabile del Salvatore, dice Ubertino, aveva ispirato a S.
Giovanni una familiarità così grande, ch'egli si fece ardito sino a
riposarsi sul petto del suo Maestro. O sonno beato, estatico riposo della
santa contemplazione! Esso è l'immagine dei benefici che Dio dovrà
diffondere alla fine dei tempi sulle anime degli eletti. Verrà giorno che la
Chiesa sarà elevata a una contemplazione così sublime, che si riposerà
realmente sul Cuore di Cristo. Allora dal seno di lei sorgeranno legioni
d'anime generose, che, inebriate dalle delizie gustate sul Cuore del
Salvatore, non respireranno più che per il Maestro divino. Non erano forse
esse quelle che vedeva il profeta allorchè diceva nel Salmo 126: Quando il
Signore avrà mandato ai suoi prediletti quel sonno misterioso, essi
diventeranno davvero la sua eredità, saranno il premio delle sue fatiche, e
la Chiesa per i suoi meriti li darà ala luce. Essi saranno nelle mani del
potentissimo Gesù come frecce elette nelle mani d'un vigoroso e abile
arciere, e se ne servirà per infliggere ai suoi nemici delle ferite salutari
che li faranno cadere pentiti ai suoi piedi.
Beati quelli che regoleranno, i loro desideri secondo i consigli che
riceveranno! La manna tenuta in serbo per i vincitori sarà il loro alimento.
Sarà loro dato completamente aperto il libro della scienza, affinchè
possiedano l'intelligenza delle Scritture, onde possano predicare ai popoli,
alle tribù e alle nazioni. Sarà loro data la misura con la quale piglieranno
le dimensioni del tempio e della città per ristabilirvi il culto divino nel
suo splendore, e per rendere alla Chiesa la sua bellezza offuscata dai
delitti degli empi. Nulla potrà loro nuocere, sarà concesso loro la potestà
di incatenare Satana, e soffriranno la persecuzione con allegrezza: lungi
dall'abbattere il loro coraggio, essa anzi lo rianimerà. A imitazione di S.
Giovanni, che tuffato in una caldaia d'olio bollente non ne risentì nessun
danno, ma ne uscì come da un bagno ristoratore con rinnovata giovinezza,
avranno anch'essi il loro martirio. La caldaia d'olio bollente sarà
l'immensità del Cuore di Gesù che soffre per noi, tutto ardente d'amore; là
dentro essi riceveranno l'unzione fortificante che rende invitti gli atleti,
vi attingeranno una tal sete di sacrificio, che i martirî più spaventevoli
sembreranno un rinfresco delizioso.
Finalmente pure come S. Giovanni, che dei miserabili tentarono invano di
uccidere col presentargli una bevanda mortale, che non servì ad altro che a
restituire la vita a quelli a cui fosse tolta dal veleno, essi vivranno
sicuri tra i cattivi cristiani, senza che l'aria, impestata da
quest'atmosfera, diventi loro funesta; e ben lontano dal trovarvi la morte,
riceveranno anzi il potere di rendere la salute ai peccatori, strappandoli
ai loro disordini.
Parlando dell'Ultima Cena, in seguito alla quale il Signore istituì
l'Eucaristia, Ubertino s'esprime in questi termini:
«Mentre a Giuda, perverso e traditore, il ricevere il Sacramento fu causa
che cadesse maggiormente nelle mani del demonio, perchè lo ricevette
indegnamente, così il diletto Giovanni che lo ricevette degnamente pervenne
a tanta familiarità da riposare sul petto divino di Gesù. O beato sonno ed
estatico riposo della santa contemplazione, che allora in questo Diletto fu
figura degli inestimabili benefici che Dio doveva diffondere nelle anime dei
suoi eletti verso la fine dei tempi! In questo sonno benedetto viene
raffigurata la Chiesa contemplativa che verso la fine dei tempi deve essere
portata a tanto soave gusto della contemplazione, da riposare davvero sul
petto di Gesù, perchè a lei deve essere in modo speciale rivelato il segreto
dell'unione personale in Cristo, la diffusione di questa untone nel suo
Corpo mistico e la trasformazione delle mentì nel DilettoŠ (Arbor vitae
crucifixae Jesu, Libro IV, c. 7).
§ IV. Somma ingratitudine umana verso Gesù Cristo.
Per quanto appaia incredibile l'amore del Figlio di Dio, mostratoci
nell'adorabile Eucaristia, pure c'è un fatto che stupisce ancora di più; ed
è l'ingratitudine con cui ripaghiamo un amore sì grande. Certo è cosa
sorprendente che Gesù voglia amare l'uomo, ma è più strano 1 ancora che
l'uomo non voglia amare Gesù, e che nessun motivo, beneficio ed eccesso
possa destargli il minimo sentimento di gratitudine. In Gesù ci potrà essere
qualche motivo d'amare gli uomini; essendo essi opera sua ama in loro i suoi
doni, e amando loro ama se stesso: ma che ragioni possiamo aver noi di non
amare Gesù, di non amarlo se non mediocremente, d'amar qualche cosa con Lui?
Parlate, o uomini ingrati, insensibili: c'è forse in Lui qualche cosa di
repellente? Forse Egli non ha fatto abbastanza per aver diritto al vostro
amore? Che ne pensate? Avremmo noi ardito di desiderare, anzi ci saremmo mai
immaginato quanto Egli ha fatto per conquistarsi il nostro cuore in questo
Mistero adorabile? E tutto ciò non ha potuto ancora obbligare gli uomini ad
amare Gesù Cristo!
Che vantaggio recava a Gesù un abbassamento cosi prodigioso? Si potrebbe
dire in certo modo che gli altri Misteri, tutti conseguenza dell'amor suo,
vennero accompagnati da tali circostanze gloriose e da prodigi sì
strepitosi, che facilmente si scorgeva come Egli, pure curando i nostri
interessi, non trascurava però la sua gloria: ma in questo amabile
Sacramento sembra che Gesù si sia dimenticato dei suoi vantaggi e che solo
l'amore ve l¹occupi interamente. Dopo ciò chi non direbbe che un eccesso
d'amore così prodigioso dovesse eccitare almeno la premura, il desiderio e
l'amore illimitato di tutti gli uomini? Ahimè, è tutto il contrario! Se Gesù
ci avesse amato di meno, forse l'avremmo amato di Più.
Mio Dio, io fremo d'orrore solo al pensiero delle indegnità e degli oltraggi
che l'empietà dei cattivi cristiani o il furore degli eretici Ti hanno
recato in questo Sacramento augusto! Con quali sacrilegi orribili sono stati
profanati i nostri altari e le nostre Chiese! Con quanti obbrobri, empietà
ed infamie venne trattato cento volte il Corpo di Gesù! Come può un
cristiano pensare a tali scelleratezze senza accendersi di desiderio di
risarcire con tutte le forze oltraggi sì crudeli? Oh, se almeno Gesù, così
maltrattato dagli eretici, fosse assiduamente onorato e ardentemente amato
dai fedeli, e potesse in certo modo consolarsi degli oltraggi di quelli con
l'amore e gli omaggi sinceri di questi! Ma ahimè! Dov'è quella folla di
adoratori solleciti e assidui intorno a Gesù nelle nostre chiese? 0
piuttosto dove non si trovano chiese deserte e vuote di fedeli adoratori?
Può esserci davvero freddezza e indifferenza maggiore di quella che si ha
per Gesù nel SS. Sacramento? E il numero esiguo di persone che si trova
nelle chiese nella maggior parte del giorno, non è anch'essa una prova
palpabile della dimenticanza e del poco amore verso Gesù di quasi tutti i
cristiani? Quelli che s'accostano più spesso agli Altari s'assuefanno ai
nostri più formidabili Misteri, e sì può dire che ci sono dei sacerdoti i
quali si rendono così famigliari con Gesù da giungere sino all'indifferenza
e al disprezzo. Quanti ce ne sono che offrendo ogni giorno questa Vittima
accesa d'amore per se stessi, lo amino dì più? Quanti celebrando i Misteri
divini dimostrano di crederci? Si pensa forse che Gesù sia insensibile a
così cattivi trattamenti? E anche noi possiamo pensarci ed essere sì
insensibili da non studiarci con tutte le forze di ripararli?
Chi riflette a queste verità e non vorrà non dedicarsi tutto all¹amore
dell'Uomo Dio, che per tante ragioni deve possedere il cuore degli uomini?
Per non amarlo bisogna non conoscerlo o esser peggio di quell'infelice
demonio, di citi si parla nella vita di S. Caterina da Genova: questi non si
lagnava delle fiamme che lo bruciavano, nè d'altre pene che soffriva, ma
solo di essere senza amore, cioè senza quell'amore che tante anime ignorano
o rifiutano per loro eterna disgrazia. Ricordiamoci che nel SS. Sacramento
il Sacro Cuore di Gesù è ancora, quanto può esserlo, di quegli stessi
sentimenti che ha sempre avuto, cioè sempre sensibilmente commosso ai nostri
mali, sempre stimolato dal desiderio di parteciparci i suoi tesori e di
darci se stesso, sempre vigilante per noi, sempre disposto ad accoglierci e
a servirci d'asilo e di Paradiso in vita, e sopratutto di rifugio in punto
di morte. E per tutto ciò quale corrispondenza riconoscente Egli trova nel
cuore degli uomini, quali premure, quale affetto? Ama e non è riamato;
l'amore suo non è nemmeno conosciuto perchè non ci si degna di accettare i
doni coi quali vuole testimoniarlo, nè di ascoltare le affettuose e segrete
dichiarazioni ch'Egli vorrebbe fare al nostro cuore.
Non è questo un motivo assai stringente per commuovere il cuore di chi per
poco rifletta e senta anche un pochino di tenerezza per Gesù Cristo?
Ben prevedeva il nostro amabile Salvatore l'ingratitudine umana quando
istituiva il Sacramento dell'Amore, e ne sentiva in. anticipo nel cuore
tutta l'afflizione; eppure essa non potè trattenerlo, nè impedirgli di
mostrare l¹eccesso dell¹amor suo con l¹istituire questo Mistero.
Non è forse giusto che fra tanta incredulità, freddezze, profanazioni e
oltraggi Egli abbia almeno degli amici del Suo S. Cuore, ai quali rincresca
la pochezza dell¹amore che si ha per Lui, e sentano le offese che gli si
fanno, gli siano fedeli e assidui nell'onorarlo nell¹adorabile Eucaristia, e
nulla trascurino per riparare, col loro amore con le adorazioni e con gli
omaggi d'ogni sorta, le ingiurie a cui l'amore suo l¹espone ogni ora
nell'augusto Sacramento?
Ecco il fine a cui si mira con questa divozione, onorando il S. Cuore, che
deve esserci infinitamente più caro del nostro. La riparazione d'onore, gli
atti d'offerta, le visite regolate del SS. Sacramento, le preghiere, le
Comunioni e tutte le altre pratiche che si troveranno nella 3ª parte di
questo libro, tendono appunto a renderci più riconoscenti e più fedeli,
facendoci amare ardentemente Gesù. Ma se non si può trovare divozione più
giusta e ragionevole, non se ne troverà altresì altra più utile alla nostra
salvezza e perfezione.
§ III. Prove sensibili dell'amore immenso di Gesù verso di noi.
Di tutte le prove d'amore, quelle che maggiormente toccano il cuore degli
uomini sono i benefici, o perchè nulla meglio dimostra la passione di chi
ama, oppure perchè niente piace di più al nostro genio, naturalmente
interessato, quanto un amore che ci è utile. Anche qui Gesù ha procurato di
obbligarci ad amarlo col prevenirci e colmarci di mille benefici, il numero
considerevole dei quali supera tutto ciò. che potevamo meritare o
attenderci, o ragionevolmente desiderare. Tutti ricevono senza.tregua i suoi
benefici, tutti riconoscono l'eccesso di quell'amore, i cui benefici sono
prove così manifeste, eppure quanto pochi sono guadagnati da questi, quanto
pochi sono grati all'amor suo! A forza di sentir parlare di Creazione,
Incarnazione, Redenzione, ci si abitua a queste parole e al loro
significato; tuttavia non c'è uomo così poco ragionevole che non si sia
sentito subito acceso d'amore per un altro, da cui abbia avuto la centesima
parte del più piccolo di tali favori.
Ci sentivamo poco mossi dal ricordo di un Essere tutto spirituale, essendo
per lo più l'anima nostra soggetta. ai sensi nelle sue operazioni; perciò
prima della Incarnazione del Verbo, per quanto grandi fossero i prodigi che
Dio compieva in favore del popolo suo, pare che fosse più temuto che amato;
ma finalmente questo Dio s'è reso, per così dire, più sensibile col farsi
uomo, e quest'Uomo medesimo ha fatto più di quello che possiamo credere che
sia capace di obbligare gli uomini ad amarlo. Se Egli non avesse voluto
riscattarci, non sarebbe stato meno santo, nè meno potente, nè meno felice,
è tuttavia ha avuto così fortemente a cuore la nostra salute, che a
considerare ciò che ha fatto e il modo con cui l'ha fatto si direbbe che la
sua felicità dipendesse dalla nostra.
Poteva riscattarci con pochissima spesa, ed ha voluto meritarci la grazia
della salvezza con la morte, e la morte di Croce più disonorevole e crudele;
poteva applicarci i suoi meriti in mille modi, ed ha scelto quello del più
prodigioso abbassamento, che ha fatto stupire il Cielo e la natura intera: e
tutto questo per toccare dei cuori naturalmente sensibili al minimo
beneficio e al minimo segno d'amicizia. Una nascita povera, una vita
laboriosa e oscura, una Passione colma d'obbrobri, una morte infame e
dolorosa sono meraviglie a noi superiori, e son pure effetti dell'amore che
ha per noi Gesù.
Abbiamo mai capito bene la grandezza del beneficio della nostra Redenzione?
E se l'abbiamo capito, come possiamo essere mossi tanto poco al solo ricordo
di questo beneficio? Il peccato del primo uomo ci ha causato tanti mali e
privato di tanti beni; ma come si può guardare Gesù nel presepio, mirarlo
sulla Croce o nell'Eucaristia senza confessare che le nostre perdite sono
state con tanto vantaggio riparate, e che i vantaggi dell'uomo ricomprato
dal Sangue adorabile di Gesù Cristo pareggiano almeno i privilegi dell'uomo
innocente?
La qualifica di Redentore universale è motivo non meno potente per
obbligarci ad amarlo. Tutti gli uomini erano morti per il peccato di Adamo,
dice l'Apostolo, e Gesù è morto universalmente per tutti gli uomini. Nessuno
s'era potuto difendere dal contagio d'un male sì grande, e ciascuno ha
sentito l'effetto d¹un rimedio tanto potente. L'amabile Salvatore ha versato
tutto il suo Sangue per il pagano che non lo conosce, per l¹eretico che non
vuol credere in Lui, e per il fedele che in Lui credendo, rifiuta di amarlo.
Se poi riflettiamo al prezzo infinito del suo Sangue, oh, qual Salvatore!
che abbondanza di Redenzione!
Non bastava a Gesù di pagare i debiti contratti da noi, ma prevenne tutti.
quelli che potevamo contrarre nel futuro, li pagò, per così esprimerci, in
anticipo, prima che fossero contratti. Aggiungete a ciò gli aiuti potenti,
le grazie grandi e i lavori segnalati di cui colma le anime fedeli, e con i
quali egli fa dolce e piacevole quanto c'è di aspro e di fastidioso nel
nostro esilio.
O mio Dio, se ci faceste la grazia di capire quest'eccesso di misericordia,
potrebbe mai darsi che noi, non ci commovessimo e non amassimo Gesù con
tutto il nostro cuore? È veramente amabile questo divin Salvatore, che ci ha
voluto riscattare con un mezzo, tanto difficile. Ma non è anche più amabile
per aver Lui stesso desiderato di liberarci per questo mezzo, costretto solo
dalla sua carità immensa e dal desiderio di obbligarci ad amarlo con prove
sì splendide del suo amore ardente? L'Eterno Padre, dice Salviano, ci
conosce troppo bene per averci messo a un sì alto prezzo; il perchè è Gesù
stesso che ci ha tassati e di sua libera volontà ha offerto questo eccessivo
riscatto. E dopo tanto noi non ameremo Gesù Cristo?
Ma avvertite che per quanto grande e ineffabile sia quello che il Signore ha
compiuto per la salvezza nostra, è ancor più grande l'amore che l'ha indotto
a compierlo, perchè è infinito: e come se questo amore non fosse ancora pago
sino a che gli restasse ancora un prodigio da compiere, istituisce il SS.
Sacramento dell'altare, compendio di tutte le sue meraviglie; cioè, abita
ancora veramente con noi sino alla fine dei secoli, si dona a noi
nell'Eucaristia sotto le specie del pane e, del vino, fa della Carne e del
suo Sangue l'alimento delle anime nostre per unirsi più intimamente a noi, o
meglio per unirci più strettamente a sè.
Cristiani, possiamo noi essere ragionevoli e sentirci poco commossi al solo
racconto di questo prodigio?
Possediamo ancora sentimenti d'umanità se non bruciamo d'amore per Gesù,
alla vista di tali benefici?
Un Dio che s'intenerisce, si compiace e si dà premura per un uomo! Un Dio
che desidera d'unirsi a noi, e a tal punto da annichilarsi ogni giorno, da
immolarsi ogni giorno, e voler che ogni giorno io mi cibi di Lui senza punto
mutarsi o per l'indifferenza, il disgusto e il disprezzo di quelli che non
lo ricevono mai, o per la freddezza o anche per la colpa di quelli che lo
ricevono spesso!
Finalmente starsene chiuso sopra un altare in un ciborio ogni giorno e tutte
le ore del giorno; non sono queste, o cristiani, prove manifeste dell'amore
di Gesù per noi? Non sono motivi per obbligarci ad amarlo? O uomini ingrati,
per cui solo sono state compiute tali meraviglie, che ve ne pare? Merita
Gesù sui nostri altari d'essere onorato dagli uomini? E non mostra Egli
amore abbastanza per meritare d'essere amato? Infamia e anatema a chi dopo
tutto ciò non ama Gesù Cristo!
E certo, se una cosa potesse far oscillare la mia fede sul mistero
dell'Eucaristia, diceva un gran servo di Dio, non sarebbe già sulla potenza
divina che Dio mostra in esso, ma dubiterei dell'amore estremo che Egli in
questo ci manifesta. Come mai ciò ch'è pane diventa Carne, senza cessare
d'essere pane? E il Corpo di Gesù come può trovarsi simultaneamente in più
luoghi? Come può essere limitato in uno spazio quasi indivisibile? A queste
domande ho una sola risposta: Dio può tutto. Ma se mi si chiede perchè mai
Dio ami l'uomo, creatura tanto debole e misera, e con tanta premura e
trasporto, anzi fino a quel segno a cui è giunto, confesso di non sapere
affatto rispondere, che questa è una verità superiore alla mia intelligenza,
che l'amore di Gesù verso di non è un amore che dovrebbe colpire
d'ammirazione e di sbalordimento ogni uomo che ragioni. Io non so se queste
riflessioni, potranno muovere i fedeli dei tempi nostri, ma so bene ch'esse
hanno talmente scosso i popoli anche più inumani e barbari, che al solo
racconto di una parte di tali meraviglie si sono uditi gridare: ‹ Che buon
Dio è quello dei Cristiani! Quanto è benefico, quanto amabile! ‹ E chi mai
può tenersi dall'amare un Dio che ci ama con tanta passione? A causa appunto
di queste riflessioni e per dare qualche contraccambio a un Salvatore che ci
ama con tanta tenerezza, e per mostrargli qualche riconoscenza, si son
veduti i chiostri riempirsi di Religiosi e i deserti d'un numero prodigioso
di santi Anacoreti, tutti dedicati e consacrati alle lodi e all'amore di
Gesù Cristo.
Per quanto sia giusta una tale riconoscenza tuttavia oggi non si esige tanto
dai cristiani, ma soltanto si esortano a non dimenticarsi affatto di Gesù
che ha operato il più grande dei miracoli solo per appagare il desiderio
infinito che ha di restare sempre con loro; si esortano ad essere meno
freddi agli oltraggi che attira a Gesù il troppo suo grande amore per loro;
infine ad essere tanto grati a Gesù, che li ama con assidua costanza ed ha
compiuto per loro più prodigi di quel che essi possano comprendere; tanto
grati, dico, quanto lo sono verso gli uomini, che pure son pronti a
sacrificare i migliori amici al minimo loro interesse.
Non pare dunque giusta questa divozione che mira soltanto ad ispirare
gratitudine verso Gesù e che in verità non è che un esercizio continuo
d'amore perfettamente riconoscente? E non è giusto che si studino i mezzi
per destare verso Gesù qualche tenerezza, oggi specialmente, ch'è amato sì
poco? Egli è amato poco nel mondo, dove non si curano quasi affatto i suoi
benefici, si seguono sì poco i suoi consigli e si screditano con tanta forza
le sue massime. È poco amato oggi, che si è così indifferenti verso la sua
Persona, e ogni gratitudine e rispetto per Lui si riducono il più delle
volte ad alcune preghiere e cerimonie che l'uso ha fatto degenerare in pura
affettazione; oggi insomma, che la sua presenza divina genera la noia e il
suo Corpo santissimo e il suo Sangue preziosissimo la nausea.
Cari amici, vi comunichiamo gli aggiornamenti delle rubriche e dei siti del
network www.totustuus.it
1) IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info
Mons. Maggiolini: L'EUROPA UNITA: ANSIE E SPERANZE
«L'impresa di rinnovare, almeno nei lunghi tempi, l'Europa, si gioca
soprattutto sul terreno della mentalità metafisica e del comportamento etico
più che sulla dimensione economica e sulle dotazioni militari. Non è agevole
accordarsi tra religioni, una delle quali - l'Islam, in particolare - vuole
imporre, dentro l'orizzonte di una strana laicità, come legge civile la
propria norma religiosa pur soltanto nel caso di maggioranza numerica
civile».
2) PAGINE CATTOLICHE:
(Teologia/Morale)
I DOVERI DI CARITA'
http://www.paginecattoliche.it/41_3c1.htm
LA SUA RIVELAZIONE E IL SUO SIGNIFICATO. LE SUE CARATTERISTICHE. L'AMORE DEI
NEMICI. L'ORDINE NELLA CARITÀ. L'ordine è legge per la carità.
(Teologia/storia)
Libro II - Cap. 17 L'Italia nell'età del predominio spagnolo
http://www.paginecattoliche.it/EARLMO17.htm
Prof. A. Torresani. La cultura italiana tra XVI e XVII secolo. La crisi
strutturale del XVII secolo. L'Italia sotto diretto dominio spagnolo. La
Repubblica di San Marco. Lo Stato della Chiesa. L'assolutismo in Toscana e
in Piemonte. Cronologia essenziale. Il documento storico. In biblioteca.
(Santi)
S. BENEDETTO GIUSEPPE LABRE (1748-1783)
http://www.paginecattoliche.it/S_B_G_LABRE.htm
Il "povero del Colosseo" - così prese a chiamarlo la gente - di giorno
andava a pregare nelle chiese, Qualche prete, vedendolo sbrindellato e
divorato dagli insetti, non ardiva dargli l'ostia santa. Prima dell'alba il
santo era già in chiesa con gli occhi fissi sull'ostia, le mani incrociate
sul petto mentre dal labbro gli sfuggiva un gemito fioco e continuo. A volte
irradiava una fiamma viva dai capelli ai piedi. Altre volte restava un
quarto d'ora sollevato da terra. D. Gaetano Rogger un giorno di Quarantore
lo volle tenere sottocchio. Avendo con meraviglia costatato che, per oltre
sei ore, era rimasto inginocchiato alla balaustra immobile come una statua,
esclamò: "Se quest'uomo fosse stato prete, sarebbe bastato da solo a tutte
le ore di adorazione! Che vergogna per noi sacerdoti che abbiamo tanta pena
di passare un'ora davanti a Gesù Sacramentato! E pregando abbiamo bisogno
del cuscino per stare più comodi. Ecco qui un povero che c'insegna a
pregare!".
3) IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info
L'Europa e la Fede
«Nella Conclusione (pp. 207-216) l'autore percorre gli stadi della malattia
dell'Europa, a partire da un certo Rinascimento e dalla Riforma fino a
giungere al razionalismo del secolo XVIII e al materialismo del XIX. «Come
risultato finale di questa catastrofe di tre secoli fa, siamo giunti a una
situazione talmente insostenibile, a un tale svanire di criteri morali, a
una tale dissipazione di frammentariaattività spirituale che il corpo
sociale si dissolve. Si sente ovunque che il continuare per questa via
fatale e sempre più oscura è come accumulare debiti su debiti» (p. 216).
L'unica terapia che Belloc ritiene efficace per l' Europa è il ritorno alla
fede che, attraverso la Chiesa cattolica, l'ha storicamente plasmata».
4) SANTO DEL GIORNO:
(raggiungibile dal sommario/liturgia e preghiera)
Nella rubrica pubblicata tutti i giorni anche una delle brevi vite di santi
tratte dal volume Un santo al giorno dello scrittore cattolico Rino
Cammilleri (ed. Piemme)
5) TRACCE DI OMELIE:
http://omelie.totustuus.info
Omelia per il 12 settembre 2004, Ventiquattresima Domenica del Tempo
Ordinario.
"Nell'insieme della liturgia risuona la misericordia di Dio Padre. Ha la sua
nota più elevata nel vangelo, che raccoglie tre magnifiche parabole della
misericordia divina verso i peccatori. Nella prima lettura, ascoltiamo la
musica della misericordia di Dio verso il suo popolo, grazie all'intervento
di intercessione di Mosè. In ultimo, nella prima lettera di san Paolo a
Timoteo, sentiamo una certa commozione udendo la confessione che Paolo fa
della misericordia di Gesù Cristo verso di lui: "Gesù Cristo ha voluto
dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità" (seconda lettura)".
6) AL CINEMA:
http://cinema.totustuus.info
"Out of time" di C. Franklin, con D. Washington, E. Mendes
7) NUOVO SONDAGGIO:
Sul rapporto tra il Magistero Pontificio e la nostra vita.
(raggiungibile dalla home page, nella colonna di destra)
8a) FATTISENTIRE.NET
www.fattisentire.net
Riepilogo delle campagne in corso sui nuovi Statuti Regionali di:
http://marche.totustuus.infohttp://umbria.totustuus.infohttp://emilia.totustuus.infohttp://toscana.totustuus.info
per il
(a) riconoscimento delle radici cristiane;
(b) salvaguardia della diversità di trattamento giuridico tra famiglia
fondata sul matrimonio e c.d. "unioni di fatto";
(c) riconoscimento e sostegno della libertà di educazione
8b) "CENTRO CULTURALE CATTOLICO CARLO CAFFARRA"
http://www.caffarra.it
15 agosto 2004 - Omelia nella Solennità dell'Assunzione di Maria Santissima
"Carissimi, oggi celebriamo la potenza della risurrezione di Cristo, che si
è manifestata in tutto il suo splendore nell'aver innalzato alla gloria del
cielo in corpo e anima la Beata Vergine Maria".
9) STATISTICHE:
Il nuovo banner exchange ha 289 siti aderenti
Iscritti a questa lettera di aggiornamenti: 6.369
10) BENEFATTORI:
http://comeaiutarci.totustuus.info
Alla prossima settimana!
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
§ II. Le amabilità che si trovano nella persona dì Gesù Cristo,
Non possiamo applicarci a conoscere Gesù Cristo senza trovare in Lui tutto
ciò che c¹è di più amabile nelle creature ragionevoli, o prive di ragione.
Ognuno ha il suo allettamento per amare. Chi è mosso da rara bellezza, chi
da insigne mansuetudine; per alcuni una bontà indulgente, una singolare
elevatezza congiunta a grande modestia sono attrattive tali a cui non
possono resistere. C'è anche chi si fa avvincere da certe virtù che gli
mancano, perchè gli sembrano più ammirabili di quelle ch'egli possiede.
Qualche altro è attirato dalle qualità che gli pare siano più conformi alle
sue inclinazioni. Le belle doti e le vere virtù si fanno amare da tutti.
Ma, dice un gran servo di Dio, se esistesse una Persona nel mondo in cui
fossero raccolti tutti i motivi d'amare, chi potrebbe negarle l¹amor suo?
Ora tutti sono d'accordo nel dire che tutto ciò si trova unito in modo
eccellente nella Persona adorata di Gesù Cristo. E tuttavia Egli non è amato
che da pochissimi.
La bellezza più splendida, dice il profeta, non è che un fiore appassito in
confronto di quella del Salvatore divino.
‹ Mi pareva (così S. Teresa) dopo un'estasi, in cui vidi alcuni raggi della
bellezza di Gesù, che il sole non mandasse, sulla terra più che ombre
pallide. ‹
Le creature più perfette di questo mondo son quelle che hanno meno difetti;
le doti più belle degli uomini sono unite a tante imperfezioni, che mentre
quelle da una parte ci attirano, queste dall'altra ci respingono. Solo Gesù
è sovranamente perfetto, chè tutto in Lui è ugualmente amabile e nulla gli
manca che attiri i cuori di tutti. In Lui vediamo insieme raccolte tutte le
doti di natura, le ricchezze di grazia e di gloria, le perfezioni della
divinità. Non vi si scoprono che abissi e come spazi immensi, e una
estensione infinita di grandezze. L'Uomo-Dio insomma, che ci ama con tanta
tenerezza e che gli uomini invece riamano cosi poco, e l'oggetto dell'amore,
degli ossequi, delle adorazioni e delle lodi di tutta la Corte celeste. In
Lui è l'autorità suprema di giudicare gli uomini e gli Angeli, nelle sue
mani stanno la sorte e la felicità eterna di tutte le creature, il suo
dominio si estende su tutta la natura. Tutti gli Spiriti tremano dinanzi a
Lui, costretti ad, adorarlo o con sottomissione volontaria d'amore, o col
patimento forzato degli effetti della sua giustizia. Egli regna con potere
assoluto nell'ordine della grazia e nello stato di gloria, ed ha sotto i
suoi piedi il mondo visibile e invisibile.
Non è dunque, o uomini insensati, non è dunque Egli un oggetto degno dei
vostri omaggi? E quest'Uomo Dio con tutti i titoli e con tutta la gloria che
possiede, amandoci al segno che ci ama, non merita d'essere amato da noi?
Ma ciò che sembra più amabile ancora nel Salvatore divino è ch'Egli unisce
tutte queste rare doti, tutti questi titoli magnifici e questa sua
elevatezza sublime a una tale tenerezza per noi che giunge all'eccesso. La
sua mansuetudine è tanto amabile che incantava persino i suoi nemici più
accaniti. Come una pecorella fu portato al macello, dice il profeta, e non
apri la sua bocca, come appunto sta muto l'agnello dinanzi al tosatore. (Is
57, 7). Da se stesso ora si paragona a un padre che non può frenare la sua
gioia al ritorno del figlio traviato (Lc. 15, 5); ora a un pastore che,
avendo ritrovato la pecorella smarrita, se la pone sulle spalle e invita gli
amici e i vicini a rallegrarsi con lui perchè ha ritrovato la sua pecorella.
(Lc. 15, 4). Nessuno ti ha condannato? ‹ dice all'adultera ‹ e nemmeno io ti
condanno; va' e non peccar più in avvenire. (Gv 8,11). Nè minore dolcezza
egli mostra ancora ogni giorno verso di noi. È strano quante attenzioni
dobbiamo usare nella società per non urtare la suscettibilità d'un amico.
Gli uomini sono d'una delicatezza così sensibile, che spesso basta un
pochino di malumore per far dimenticare fino i quindici o più anni di
servigi, e una parola detta fuor di proposito rompe alle volte la amicizia
più antica.
Non è così però Gesù Cristo. La cosa sembra incredibile, ma tuttavia è vera:
non possiamo trovare un amico più riconoscente di Lui. Non lo si creda
capace di romperla con noi per la più leggera ingratitudine.
Egli vede le nostre infedeltà, sa le nostre debolezze e sopporta con bontà
incredibile tutte le miserie di quelli che ama; le dimentica e finge di non
accorgersene.
La sua compassione s'inoltra fino a consolare egli stesso le anime che ne
son troppo afflitte, perchè non vuole affatto che il timore che abbiamo di
dispiacergli arrivi sino a turbarci e a tormentarci lo spirito. Brama che si
evitino le minime colpe, ma non vuole però che ci turbiamo delle gravi;
vuole che la gioia, la libertà e la pace del cuore siano l'eredità eterna di
quelli che l'amano davvero.
Basterebbe la metà di queste qualità in un grande della terra per
acquistargli il cuore di tutti i sudditi. Il solo racconto di qualcuna di
tali virtù in un principe che non si è mai veduto e mai si vedrà, fa
impressione. E Gesù Cristo, il solo in cui si trovino raccolte tante belle
doti, virtù e tutto quel che si possa immaginare di grande, d'eccellente o
d'amabile, come mai tante ragioni non possono farcelo veramente amare?
Eppure nel mondo basta spesso tanto poco a guadagnare il nostro cuore! Noi
lo doniamo il nostro cuore, lo prodighiamo in ogni occasione per cosa da
nulla, e per Te solo, Signore, per Te solo non c'è posto!
Come si può riflettere a queste cose e non amare ardentemente Gesù, e non
avere almeno il dispiacere sensibile ch'Egli si ami sì poco? Noi gli
dobbiamo certo il nostro cuore per diversi motivi; ma possiamo
rifiutarglielo quando a questi si aggiungano i benefici immensi coi quali ci
ha prevenuti, e l'ardore e la tenerezza eccessiva con cui ci ha amato e
ancora ci ama, mai cessando, nemmeno un giorno, di darci prove manifeste.
dell'amore immenso che ci porta?
Eutanasia in Olanda: la storia di ³Caino che decide l¹assassinio del
fratello²
Intervista al Preside della Facoltà di Bioetica dell¹Ateneo Pontificio
Regina Apostolorum
ROMA, venerdì, 3 settembre 2004 (ZENIT.org).- La notizia diffusa il 31
agosto secondo cui la magistratura olandese avrebbe autorizzato la clinica
universitaria della città di Groningen (Azg) a praticare l¹eutanasia su
bambini sotto i 12 anni di età, inclusi i neonati, ha scatenato in Italia un
acceso dibattito.
Il ministro della salute Girolamo Sirchia, la Federazione Nazionale degli
Ordini dei Medici (Fnom) e un gran numero di associazioni tra cui il
Movimento italiano genitori (Moige), l'Osservatorio sui Diritti dei Minori,
l'Associazione nazionale tumori (Ant), il Comitato nazionale di bioetica
(Cnb) il centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Roma, hanno
respinto con indignazione la decisione olandese.
Per cercare di chiarire le implicazioni ed i limiti di quella che sembra
un¹ulteriore discesa verso forme di ³pratica eugenetica², ZENIT ha
intervistato padre Gonzalo Miranda, L.C., Preside della Facoltà di Bioetica
dell¹Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.
³Purtroppo ha affermato da subito padre Miranda tutte le preoccupazioni
sollevate in merito alla legislazione olandese sull¹eutanasia si stanno
tragicamente verificando².
Cosa intende dire?
Padre G. Miranda: Questo provvedimento che permette l¹applicazione
dell¹eutanasia a tutti i nati é una dimostrazione che la famosa teoria del
³pendio scivoloso² era corretta.
Una volta che si stabilisce il principio che puoi uccidere un essere umano
perché soffre, allora logicamente lo estendi a tutti quelli che soffrono. Se
uccidi un essere umano che lo chiede, lo puoi applicare a tutti gli esseri
umani che lo chiedono, anche se non soffrono.
Quando si è cominciato a discutere di eutanasia in Olanda ed in altri Paesi,
molti hanno sollevato il pericolo di scivolare verso il peggio, e i
difensori del provvedimento hanno detto che non sarebbe accaduto, e
invece.... molti hanno poi iniziato nel 1993 con la depenalizzazione
dell¹Eutanasia, ed in seguito è venuta la legge che è stata estesa ai
bambini di 12 anni in su.
Nonostante l¹opposizione dell¹opinione pubblica, ad appena due anni da
quella legge siamo già all¹applicazione a tutti i nati senza nessun tipo di
consenso informato da parte dell¹interessato.
Vorrei sottolineare che si tratta dell¹uccisione volontaria di un essere
umano che non si può pronunciare. Uccisione volontaria di un essere umano
che non può dire che cosa pensa.
Il Pontefice Giovanni Paolo II è intervenuto spesso per mettere in guardia
la comunità internazionale dai pericoli della ³cultura della morte². Che
cosa è questa cultura della morte?
Padre G. Miranda: Non si tratta di dire che la nostra società è assetata di
sangue e di morte, non è questo, piuttosto è una cultura dove la morte è
vista come la soluzione, per problemi che non sappiamo gestire altrimenti.
Problemi che non sappiamo gestire perché abbiamo perso la generosità, la
capacità di accompagnare chi soffre.
In questo caso è evidente: si dà la morte come soluzione ai bambini che
soffrono. L¹alternativa sarebbe quella di accompagnare questi bambini,
aiutarli a non soffrire e questo costa sia economicamente che emotivamente.
Ma la sofferenza estrema può portare le persone a chiedere la morte?
Padre G. Miranda: Un conto è dire, in momenti di disperazione, che uno
desidera la morte, e questo è un sentimento umano. Un¹altra cosa è decidere
di ucciderlo.
Chi può decidere che la tua vita non vale la pena di essere vissuta, che la
cosa migliore che si possa fare è che tu muoia? Qui non si tratta di
un¹invocazione della morte, ma dell¹uccisione volontaria dell¹altro.
Il desiderio emotivo, psicologico della morte lo troviamo anche nella Sacra
Scrittura. Anche Geremia e Giobbe, stravolti dalla sofferenza, maledicono il
giorno della propria nascita ³Šperché non mi fece morire nel grembo materno;
mia madre sarebbe stata la mia tomba per sempre. Perché mai sono uscito dal
seno materno, per vedere tormenti e dolore e per finire i miei giorni nella
vergogna?² (Ger 20,14-18).
E ancora: ³Šperché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l¹amarezza
nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più
di un tesoro, che godono alla vista di un tumulo, gioiscono se possono
trovare una tomba² (Gb 3,20-22).
Si tratta di un sentimento umano che può venire in mente a chiunque. Mentre
qui è Caino che decide l¹assassinio del fratello.
Adesso il medico insieme ai genitori potrà decidere di eliminare i bambini,
che secondo loro non devono vivere.
Diversi articoli pubblicati dalla stampa hanno riportato le dichiarazioni di
un medico olandese il quale sostiene che si tratta di una procedura che sarà
svolta con molto rigore. Qual è il suo giudizio?
Padre G. Miranda: La cosa è molto pericolosa, perché si parla di un rigore
tecnico, non di un rigore morale. Significa applicare procedure tecniche
rigorose. Anche i nazisti procedevano a praticare l¹eutanasia con estremo
rigore.
Nei primi anni Novanta fui invitato ad una riunione mondiale di
neurochirurghi per discutere su cosa fare quando nasce un bambino con una
malattia che si chiama mielomelingocele. Una malattia neurologica molto
grave.
Dal dibattito emersero due posizioni contrapposte. Da una parte un medico
israeliano che interveniva chirurgicamente sui bambini con risultati
eccellenti. I pazienti dovevano essere seguiti nel tempo ma conducevano una
vita piuttosto normale.
Dall¹altra parte un medico olandese che ha spiegato come nella clinica dove
lavorava i bambini affetti da questa malattia venivano eliminati con la
somministrazione di una sostanza letale.
Solo dopo aver ascoltato una relazione su che cosa è la persona umana,
quest¹ultimo medico confessò che forse bisognava mettere in discussione tale
pratica.
Di fronte alla stessa malattia, alcuni medici intervenivano e guarivano ed
altri invece decidevano per l¹uccisione, che ora è anche legale.
L'aspetto più raccapricciante di questa storia è vedere con quale
superficialità e banalità si decida di uccidere dei bambini.
Da un punto di vista civile e morale come si può valutare questa decisione
presa dalla magistratura olandese?
Padre G. Miranda: Si stanno comportando come si faceva a Sparta, uccidono i
bambini con criteri selettivi. Le battaglie fatte per secoli sulla
rivendicazione dei diritti umani sembrano cancellate di fronte a queste
decisioni.
Siamo di fronte alla negazione del pensiero giudaico-cristiano. Nella
tradizione del pensiero occidentale una persona ha un valore intrinseco per
il semplice fatto di essere un essere umano.
La dichiarazione dei Diritti dell¹Uomo sostiene all¹articolo 2 che i diritti
vengono applicati a tutti senza nessuna distinzione e condizione di sorta;
qui invece l¹essere umano ³vale² a secondo delle sue condizioni fisiche e
psichiche.
Nel momento in cui si considera che per le sue condizioni ³non vale², allora
viene eliminato, insomma, qualcuno decide di ucciderlo.
In molti hanno sollevato l¹accusa di un riemergere della mentalità
eugenetica
Padre G. Miranda: Questa mentalità eugenetica è già applicata con la pratica
dell¹aborto. Se ci fosse stata una diagnosi che avesse scoperto la malattia
durante la gravidanza, probabilmente il bambino non sarebbe mai nato.
Siccome è sfuggito a quel controllo allora si fa l¹eutanasia dopo la
nascita. Si tratta di una pratica con cui vengono eliminati gli esseri umani
considerati ³non validi². Esattamente una pratica eugenetica di eliminazione
di quello che alcuni valutano come ³difettoso².
Il quotidiano romano ³La Repubblica² (31 agosto 2004) sostiene che quella
olandese ³sarebbe una situazione ben diversa dall¹eugenetica nazista² perché
³i medici hitleriani sopprimevano a forza con iniezioni letali bimbi sani
perché ebrei o zingari²Š
Padre G. Miranda: Purtroppo l¹articolo pubblicato da ³La Repubblica² riporta
informazioni errate. Anche in Olanda si sopprimono bambini con iniezioni
letali. Inoltre l¹autore dell¹articolo forse non sa che il programma di
eutanasia di Hitler era rigorosamente riservato ai tedeschi, e solo più
tardi venne esteso alle altre etnie.
Il programma nazista era finalizzato ai bambini nati con malattie che,
secondo il loro punto di vista, ne minacciavano l¹integrità fisica.
Il primo caso di eutanasia fu praticato su un bambino che aveva il labbro
leporino. Avvenne su richiesta dei genitori, i quali, temendo che avrebbe
avuto una vita infelice, chiesero aiuto ai dottori del regime hitleriano,
che consigliarono l¹Eutanasia.
CAPITOLO III
Come la divozione al S. Cuore di N. S. G. C. sia giusta e ragionevole.
Le ragioni che persuadono ad amare Gesù Cristo superano ogni sentimento: le
anime le gustano secondo il loro stato nella grazia, e pare che il voler
investigare altri motivi che ci spingano ad amare N. Signore, sia un
dimenticarci di quello che siamo o credere d'ignorare chi Egli sia.
Potrebbe dunque apparire cosa inutile riferire qui i motivi che ci devono
spingere alla divozione al S. Cuore di Gesù. Siccome pero non tutti gli
uomini sono sempre nelle stesse disposizioni, e non essendo la grazia sempre
uguale in essi, ci sembrò opportuno di fare alcune riflessioni su i tre
motivi principali che a prima vista ci si presentano, e a cui si arrende
ogni uomo ragionevole. Essi si ricavano da tre cose che con più forza
influiscono sul nostro spirito e sul nostro cuore, cioè dalla ragione,
dall'interesse e dal piacere. Mostreremo in questo capitolo e nei due
seguenti: 1° Quanto la divozione al Sacro Cuore di Gesù è giusta e
ragionevole; 2° Quanto è utile alla nostra salute e perfezione; 3° Quanto
questa divozione contenga di vera dolcezza. E veramente se si considera
l'oggetto sensibile di questa divozione, cioè il S. Cuore di Gesù, o ci si
fermi sull'oggetto principale e spirituale, ch'è l'amore immenso di Gesù per
l'umanità, dì quali sentimenti dì rispetto, dì riconoscenza e d'amore non
dovremo esser pieni!
§ I. Eccellenza del Cuore adorabile di N. S. Gesù Cristo.
Il Cuore di Gesù è santo della santità di Dio stesso; per conseguenza tutti
i moti del suo Cuore, data la dignità della Persona che li compie, sono atti
di prezzo e di valore infinito, essendo azioni d'un Uomo-Dio. È giusto
dunque che si onori il S. Cuore di Gesù con un culto speciale, perchè tale
onore si tributa alla stia Persona divina.
Se la venerazione che tributiamo ai Santi ci rende il loro cuore così
prezioso, se lo consideriamo conte la più preziosa delle loro Reliquie, che
si deve pensare del Cuore adorabile di Gesù? Qual'è mai quel cuore che abbia
avuto disposizioni così meravigliose e così conformi ai nostri veri
interessi? Dove potremo trovarne un altro i cui moti ci siano stati più
vantaggiosi? In questo Cuore divino si formarono tutti i disegni della
nostra salvezza, e per ]`amore che divampa in questo Cuore divino tali
disegni vennero mandati ad effetto.
Il S. Cuore di Gesù, dice un gran servo di Dio, è la sede di ogni virtù, la
sorgente di ogni benedizione, il rifugio di tutte le anime sante. Le virtù
principali che si possono ancora onorare in lui sono: l¹amore ardentissimo
verso Dio suo Padre, unito al rispetto più profondo e alla maggiore umiltà
che mai sia stata; la pazienza infinita nelle pene, il dolore eccessivo per
i peccati che si era addossato, la confidenza d'un Figlio tenerissimo unita
alla confusione d'un grandissimo peccatore, infine la compassione più
sentita per le nostre miserie, l'amore immenso per noi, malgrado le nostre
stesse miserie; e non ostante tuffi questi moti, di cui ciascuno al più alto
grado immaginabile, un¹uguaglianza inalterabile causata da conformità
perfetta alla volontà di Dio, da non poter venir turbata da nessun
avvenimento, per quanto contrario al suo zelo, all¹umiltà, allo stesso amore
e a ogni altra disposizione in cui si trovava.
Questo Cuore adorabile nutre ancora, in quanto, è possibile, gli stessi
sentimenti, ma soprattutto è, sempre ardente d amore verso gli uomini,
sempre aperto per versare su di loro ogni sorta di grazie e di benedizioni,
sempre compassionevole ai nostri mali, sempre stimolato dal desiderio di
comunicarci i suoi tesori e Se stesso, sempre disposto ad accoglierci per
essere nostro asilo, abitazione, paradiso anche in questa vita.
Con tutto ciò Egli non riceve dagli uomini che durezza, oblio, disprezzi,
ingratitudine. Questi motivi non devono dunque indurre i buoni cristiani a
onorare il S. Cuore e a riparare tanti oltraggi con manifestazioni vibranti
d¹amore?
CAPITOLO II
Di quale mezzo Dio si è servito per ispirare questa divozione
Il Beato P. de la Colombière d. C. d. G. fu uno dei primi di cui Dio sì
servì per indurre i fedeli a questa divozione. Questo gran servo di Dio fu
ancor più illustre per la sua gloriosa qualità di Confessore di G. C. in
Inghilterra, che per quella di predicatore di S. A. R. la duchessa di York.
poi regina d'Inghilterra; rinomato a ragione per i suoi libri nei quali ha
saputo così bene unire la sodezza al garbo e questo all'unzione, ma più
stimato ancora per quella virtù sublime a cui s'era obbligato con voto
espresso di tendere senza posa, e a cui giunse in breve tempo, destando
l'ammirazione di tutti quelli che lo conobbero ed anche degli eretici.
Questo gran servo di Dio, dico, concepì subito una sì giusta idea della
sodezza ed importanza di questa divozione, ricevette da Dio dei favori sì
grandi mediante la pratica di questi santi esercizi, da credersi obbligato a
non trascurare nulla per render pubblico un tesoro che appartiene a tutti, e
che tuttavia la maggior parte ignora. Ecco ciò che aveva scritto nel diario
dei suoi Ritiri spirituali, fatti a Londra e pubblicati dopo la sua, morte:
«Terminando, egli dice, questi Esercizi, pieno di fiducia nella misericordia
del mio Dio, mi son fatto un obbligo di promuovere con tutte le forze
possibili l'esecuzione di, ciò che mi fu comandato dal mio adorabile
Maestro, in riguardo al suo prezioso Corpo nel SS. Sacramento
dell'altare,dove lo credo veramente e realmente presente... Ricolmo di
dolcezze che io posso gustare e ricevere dalla misericordia del mio Dio,
senza poterlo spiegare... ho compreso che Dio voleva ch'io lo servissi,
procurando il compimento dei suoi desideri circa la divozione ch'Egli ha
suggerito ad una persona a cui si rivela con grandissima famigliarità, e per
cui mezzo ha voluto servirsi della mia debolezza. L'ho già suggerita a molte
persone in Inghilterra e ne ho scritto anche in Francia, dove ho pregato un
amico a farla entrare nel luogo dov'egli si trova; essa vi sarà molto utile,
e il gran numero d'anime privilegiate che si trovano in quella Comunità mi
fa sperare che la detta pratica in quella santa casa sarà gratissima a Dio.
Oh, perchè non posso, o mio Dio, essere dapertutto per divulgare ciò che voi
attendete dai vostri servi ed amici? Essendosi dunque Iddio manifestato alla
persona che si ha motivo di credere che sia secondo il Cuor suo, per le
grandi grazie che le ha fatte, essa se ne aprì con me ed io le imposi di
scrivere ciò che mi aveva detto e che io stesso ben volentieri ho riportato
nel diario dei miei Esercizi, perchè Dio nell'esecuzione di questo disegno
vuole servirsi delle mie deboli forze.
«Mentre me ne stavo dinanzi al SS. Sacramento un giorno della sua ottava,
così quest'anima santa, io ricevetti dal mio Dio alcune grazie eccessive
dell'amor suo: e mentre io ardevo dal desiderio di contraccambiarlo
rendendogli amore per amore, Egli mi disse: ‹ Tu non puoi darmene un
contraccambio maggiore che facendo ciò che già più volte t¹ho chiesto ‹ e
scoprendo il suo Cuore divino: ‹ Ecco, (disse) quel Cuore che ha tanto amato
gli uomini, che nulla ha tralasciato fino a esaurirsi e consumarsi per
mostrare l'amor suo verso di loro; e per riconoscenza io non ricevo dai più
che ingratitudini con disprezzi, irriverenze, sacrilegi e freddezze, che
hanno per me in questo Sacramento d'amore! Ma ciò ch'è ancor più doloroso,
chi mi tratta così sono proprio dei cuori a me consacrati! Perciò ti chiedo
che il primo venerdì dopo l'ottava del Corpus Domini sia dedicato a una
festa speciale per onorare il mio Cuore, tributandogli una riparazione
d'onore con un'ammenda onorevole, comunicandosi in tal giorno per riparare
le offese ch'Egli ha ricevuto nel. tempo ch'è stato esposto su gli altari.
Io poi ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per diffondere in abbondanza
gli influssi del suo amore divino su quelli che gli renderanno questo onore.
« ‹ Ma Signore, a chi vi rivolgete voi? ‹ gli rispose questa persona ‹ a una
creatura tanto misera e povera peccatrice, che per la sua stessa indegnità
sarebbe anche capace di ostacolare il compimento del vostro disegno? Avete
tante anime generose per eseguirlo! Š
« ‹ E non sai, tu, povera innocente, che io, per confondere i forti mi servo
dei soggetti più deboli? Che di solito proprio sui più piccoli e poveri di
spirito io dimostro la mia potenza, affinchè essi non attribuiscano niente a
se medesimi?
« ‹ Datemi dunque il modo, gli dissi, di fare ciò che mi comandate.
«Allora Egli soggiunge: ‹ Rivolgiti al mio servo N. N. (il. P. de la
Colombière) e digli a nome mio che faccia il possibile per diffondere questa
divozione e di appagare il Mio Cuore divino. Non si scoraggi punto per le
difficoltà alle quali andrà incontro, chè non gli mancheranno; ma sappia che
è onnipotente chi, diffidando pienamente di sè. confida soltanto in me ».
Il P. de la Colombière, che aveva un discernimento finissimo, non era uomo
da credere con facilità a qualsiasi cosa, ma aveva delle prove troppo
evidenti dell'alta e soda virtù della persona che gli parlava, per temere in
lei la minima illusione; perciò si diede subito al ministero che Dio gli
aveva affidato; ma per adempirlo con ogni sodezza e perfezione volle
cominciar da se stesso, e prima fece la sua consacrazione intera al S. Cuore
di Gesù, offrendogli tutto quello che stimò essere in sè capace d'onorarlo e
di fargli piacere; e le grazie straordinarie che ricevette da questa pratica
lo confermarono ben presto nell'idea-che s'era fatta dell'importanza e della
solidità di tale divozione. Così non appena egli ebbe considerato i
sentimenti tenerissimi di Gesù verso di noi nel santo Sacramento, dove il
Suo Sacro Cuore arde perennemente d'amore per gli uomini, e sta sempre
aperto per diffondere su loro ogni sorta di grazie e di benedizioni, non
potè rappresentarsi, senza gemere, gli oltraggi orribili che Gesù vi riceve
da sì lungo tempo dalla malizia degli eretici e dallo strano disprezzo, che
la maggior parte dei Cattolici ha per Gesù in questo augusto Sacramento.
Questo oblio, questo disprezzo e questi oltraggi toccarono la sua
sensibilità e lo spinsero a consacrarsi di nuovo al S. Cuore con quella
bella preghiera, ch'egli chiama l'Offerta al S. Cuore di Gesù, e si trova in
fine di questo libro.
Il viaggio in Inghilterra del Servo di Dio; la prigionia e il poco tempo che
sopravvisse al suo ritorno in Francia, gl'impedirono di istruirne
maggiormente il pubblico. Ma Dio non ha lasciato imperfetta l'opera di lui.
Egli medesimo ha ispirato questa divozione, che aveva fatto conoscere a S.
Geltrude (Vita: l. 4, c. 4) come riservata a questi ultimi tempi, per
scuotere con tal mezzo la tiepidezza e l'accidia dei fedeli; e per mezzo
d'un libretto scritto quasi a caso, senza studio, senza arte e senza
disegno, ha destato questa divozione anche in quelle persone che non
l'avevano mai gustata, anzi prima, senza quasi conoscerla l'avevano per così
dire screditata. E Dio s'è servito anche di queste per diffonderla quasi
dapertutto (1).
Così in meno d'un anno si è vista questa divozione felicemente diffusa. I
Direttori più sapienti, i dottori e i prelati ne han fatto personalmente
l'elogio, i predicatori l'hanno predicata con buona riuscita; sono state
erette cappelle in onore del S. Cuore di Gesù, scolpita e dipinta la sua
Immagine e consacrati altari in suo onore; mentre le Religiose della
Visitazione che, animate dallo spirito del loro Fondatore, ne furono le più
zelanti o almeno le prime, ebbero la gioia di sentir cantare solennemente a
Digione, nella cappella fatta costruire da loro al S. Cuore di Gesù, la
Messa composta in suo onore. Il loro esempio è già stato imitato con frutto
grandissimo da parecchie altre Religiose. Questa solida divozione s'è
diffusa e stabilita con meraviglioso successo in quasi tutta la Francia, è
passata nelle altre nazioni, ed ha perfino varcato gli oceani, stabilendosi
a Quebec e a Malta, e si ha motivo di credere che per mezzo dei missionari
si sia propagata in Siria, nelle Indie e fino in Cina.
In conclusione, l'approvazione generale avuta da questa divozione e la stima
che ne hanno fatta le persone d'un merito e d'una virtù universalmente
conosciuta, fanno sperare che Gesù Cristo sarà ormai meno dimenticato,
meglio servito e assai più amato.
NOTE
(1) Il P. Croiset allude all'opuscolo di Suor Joly, di cui poco appresso
pubblicò un'edizione con note.
CAPITOLO I
Che cosa s'intenda per devozione
al S. Cuore di Gesù e in che cosa consista
Oggetto speciale.
L'oggetto speciale di questa divozione è l'amore immenso che indusse il
Figlio di Dio ad accettare la morte per noi e a darci se stesso nel SS.
Sacramento dell'Altare, senza che la vista delle molte ingratitudini e degli
oltraggi che doveva ricevere in tale stato di Vittima. immolata sino alla
fine dei secoli, abbia potuto impedirgli di operare questo prodigio; amando
meglio esporsi ogni giorno agli insulti e agli obbrobri degli uomini,
anziché non mostrarci con la maggiore di tutte le meraviglie fino a quale
eccesso Egli ci ama.
Questo è appunto quello che ha eccitato la pietà e lo zelo dì molte persone,
le quali, considerando la poca riconoscenza degli uomini per un tanto
eccesso d'amore, quanto poco Gesù sia riamato, e quanto poco caso si faccia
d'essere da Lui tanto amati, non hanno potuto tollerare di vederlo ogni
giorno sì maltrattato, senza mostrargli il giusto dolore che sentivano, e il
desiderio vivissimo di riparare al possibile tante ingratitudini e tanti
disprezzi con il loro ardente amore, col profondo rispetto e con omaggi
d'ogni specie.
A questo scopo si scelsero alcuni giorni dell'anno per riconoscere in modo
particolare l'eccesso d'amore che Gesù ci mostra nel SS. Sacramento, e
insieme per fargli almeno qualche riparazione onorevole di tutte le
indegnità e di tutti i disprezzi che l'amabile Salvatore ha ricevuto e
riceve in questo Sacramento d'amore. E certamente quel rincrescimento, che
si prova nel vedere quanto Gesù Cristo sia poco amato nel Mistero adorabile,
il dolore intenso nel vederlo così maltrattato, le pratiche divote suggerite
dal solo amore e tendenti a riparare più che si può gli oltraggi ch'Egli vi
soffre, sono una. prova dell'amore ardente verso di Lui e un segno evidente
d'una giusta riconoscenza.
È facile quindi scorgere che l'oggetto e il motivo principale di questa
divozione è, come già s'è detto, l'amore immenso di Gesù verso gli uomini, i
più dei quali non lo ripagano che con disprezzi o almeno con l'indifferenza.
Il fine a cui mira.
Il fine a cui si mira è anzitutto di riconoscere e di onorare, per quanto è
da noi, con adorazioni frequenti, con contraccambio d'amore, con
ringraziamenti e; con omaggi d'ogni maniera i sentimenti d'amore e di
tenerezza che Gesù nutre per noi nell'adorabile Eucaristia, dove però Egli è
sì sconosciuto dagli uomini o almeno amato così poco da quelli che lo
conoscono.
In secondo luogo ci proponiamo di riparare con ogni mezzo possibile le
indegnità e gli oltraggi ai quali l'espose l'amore nel corso della sua vita
mortale e a cui lo stesso amore l'espone ogni giorno nel SS. Sacramento
dell'altare. Di modo che tutta questa divozione consiste, a parlar
propriamente, nell'amare con tutto l'ardore Gesù Cristo, che sta sempre con
noi nell'Adorabile Eucaristia, nel mostrargli quest'amore ardente col nostro
rincrescimento di vederlo amato e onorato così poco dagli uomini, e nei
mezzi che si prendono per riparare tale disprezzo e poco amore.
Ma perchè nell'esercizio delle divozioni anche più spirituali, ci sono
sempre degli oggetti materiali e sensibili che, attirando maggiormente la
nostra attenzione, ce ne rinnovino la memoria e ne rendano facile la
pratica, si è scelto il S. Cuore di Gesù come oggetto sensibile più degno
dei nostri rispetti e insieme più adatto al fine di questa divozione.
Che se non ci fossero state altre ragioni particolari d'intitolare questi
esercizi di pietà col nome di Divozione al S. Cuore di Gesù, mi pare. che
meglio non si poteva esprimere il carattere speciale di questa divozione che
con tale titolo: perchè infine qui non si tratta che d'un esercizio d'amore;
l'amore n'è l'oggetto, l'amore il motivo principale, l'amore deve esserne il
fine. Il cuore umano, dice S. Tommaso, è in certo modo. la sorgente e la
sede dell'amore; i suoi movimenti naturali seguono e imitano continuamente
gli affetti dell'animo, e servono non poco con la loro forza o con la loro
debolezza ad accrescerne o a diminuirne le passioni. Perciò al cuore di
solito si attribuiscono i sentimenti più delicati dell'anima, e questo
appunto rende sì venerabile e prezioso il cuore dei Santi.
Amore e dolore.
Da tutto ciò che si è detto fin qui è facile comprendere che cosa s'intenda
per divozione al S. Cuore di Gesù: un amore ardente che si concepisce per
Gesù Cristo al ricordo di tante meraviglie da Lui. compiute per dimostrarci
la sua tenerezza, sopratutto poi nel Sacramento dell'Eucaristia, ch'è il
miracolo dell¹amor suo un dolore sensibile alla vista delle offese recate
dagli uomini a Gesù Cristo in questo mistero adorabile; un desiderio ardente
di non tralasciare cosa alcuna per riparare in ogni modo tutti questi
oltraggi. Ecco dunque ciò che s'intende per divozione al S. Cuore di Nostro
Signore Gesù Cristo, ecco in che consiste.
Essa non si riduce, come forse qualcuno si sarà immaginato, vedendo questo
titolo, ad amare solamente e a onorare con un culto particolare un Cuore di
carne simile al nostro, appartenente al Corpo adorabile di Gesù. Non già
perchè quel sacro Cuore non sia degno delle nostre adorazioni; basta dire
ch'è il Cuore di Gesù. E se il Suo Corpo e il Suo Sangue prezioso meritano
ogni nostro rispetto, chi non vede che il Suo Sacro Cuore richiede in modo
più speciale i nostri omaggi? E se ci sentiamo mossi alla divozione verso le
sue sante Piaghe, quanto più non dobbiamo sentirei accesi di divozione verso
il Suo Sacro Cuore? Solo vogliamo far notare che intendiamo prendere qui la
parola Cuore in senso figurato, e che questo Cuore divino, considerato come
parte dei Corpo adorabile di Gesù, è propriamente l'oggetto sensibile di
questa divozione, mentre il motivo principale è solo l'amore immenso che
Gesù Cristo ci porta. Ora essendo quest'amore tutto spirituale, non poteva
rendersi sensibile; era dunque necessario trovare un simbolo; e qual simbolo
più proprio e naturale dell'amore che il cuore?
Perciò la Chiesa. volendo darci un oggetto sensibile delle sofferenze del
Figlio di Dio, sofferenze non meno spirituali dell'amor suo, ci rappresenta
l'immagine delle sacre Piaghe; di maniera che siccome la divozione alle
sacre Piaghe non è altro che una divozione particolare verso Gesù paziente,
così la divozione al S. Cuore è una divozione più affettuosa e più ardente
verso Gesù nel Sacramento eucaristico, in considerazione dell'amore
eccessivo che ci porta in detto Sacramento, e con lo scopo di riparare il
disprezzo che se ne fa.
E certo il S. Cuore di Gesù Cristo ha tanta relazione con l'amor suo, per
coi questa divozione si crede debba ispirare sentimenti di gratitudine,
quanta almeno ne hanno le sacre Piaghe con le sofferenze di Lui, verso le
quali la Chiesa intende ispirare sentimenti di riconoscenza e di amore.
Ora se in tutti i tempi vi fu tanta divozione alle Piaghe di Gesù Cristo, e
se la Chiesa, volendo eccitare nei suoi figli l'amore verso Gesù, pone
continuamente sotto i loro occhi queste stesse Piaghe, che non devono fare
il ricordo e l'immagine del S. Cuore?
Non nuova ma soda
Si vedrà in seguito che questa divozione non è nuova e che parecchi grandi
Santi ne confermarono l'uso col loro esempio. Si può anche aggiungere che la
S. Sede l'ha autorizzata sotto lo stesso titolo, poichè Clemente X con una
bolla del 4 ottobre 1674 concesse grandi indulgenze a una Confraternita del
S. Cuore eretta nella Chiesa del Seminario di Contances, consacrata in Suo
onore, e il nostro S. Padre Innocenzo XII ha concesso da poco con un Breve
l'indulgenza plenaria in favore della divozione al S. Cuore.
Non occorre riferir qui molte ragioni per dimostrare la sodezza di questa
divozione: basti dire che il suo motivo più grande è l'amore immenso di Gesù
per noi, del quale ci dà una prova sì bella nell'adorabile Eucaristia; che
il fine principale a cui si mira è la riparazione del disprezzo che si fa di
questo amore; che l'oggetto sensibile è il S. Cuore tutto infiammato di
carità, e che il frutto deve essere un amore ardentissimo e tenerissimo
verso la persona di Gesù Cristo.
Cari amici,
Totus tuus offre due regali tra i libri scaricabili gratuitamente:
a) per onorare la Madonna in occasione della solennita' della Sua Assunzione
in cielo, e' in distribuzione: L'IDEA RIPARATRICE, del P. R. Plus S.J.
b) per la festa di Maria Regina, del prossimo 22 agosto, e' gia' scaricabile
il testo: LA CHIESA E IL CAPITALISMO, di Dauphin-Meunier, in una versione
riveduta e corretta.
Eccovi tutti gli aggiornamenti delle rubriche e dei siti del network
www.totustuus.it
1) PAGINE CATTOLICHE:
(Teologia/Morale)
DOVERI CONNESSI CON LA VERACITA'
http://www.paginecattoliche.it/38_3b12.htm
I DOVERI CONNESSI CON LA GIUSTIZIA E LE ALTRE VIRTU' CARDINALI. LA
VERACITA'. La veracita' come virtu' speciale. La restrizione mentale. La
menzogna. Pubblicita' e propaganda. Il segreto. LA FEDELTA'. LA GRATITUDINE.
Vizi che si oppongono alla gratitudine.
(Teologia/storia)
Libro II - Cap. 14 La guerra dei Trent'anni
http://www.paginecattoliche.it/EARLMO14.htm
Prof. A. Torresani. La difficile successione di Filippo II. La guerra dei
Trent'anni: fase boemo-palatina (1618-1623). La guerra dei Trent'anni: fase
danese (1624-1629). La guerra dei Trent'anni: fase svedese (1630-1634). La
guerra dei Trent'anni: fase francese (1635-1648). Cronologia essenziale. Il
documento storico. In biblioteca
(Santi)
S GIOVANNI BATTISTA de LA SALLE
http://www.paginecattoliche.it/S_GB_deLASALLE.htm
Battista de La Salle dopo essersi laureato in teologia (1681), si senti'
mosso a raccogliere in casa sua i maestri, nonostante il risentimento dei
familiari, per meglio formarli al difficile compito. Si reco' quindi a
Parigi per esporre le sue difficolta' al P. Barre, il quale gli rispose: "A
costo di contraddizioni si compiono i disegni di Dio. Le pene e i dolori
prostrano si' la natura, ma allo spirito infondono vigore. Prenda dunque i
suoi maestri, viva con essi, divenga loro superiore e padre ad un tempo; e'
Dio che lo vuole".
2) SANTO DEL GIORNO:
(raggiungibile dal sommario/liturgia e preghiera)
Nella rubrica pubblicata tutti i giorni anche una delle brevi vite di santi
tratte dal volume Un santo al giorno dello scrittore cattolico Rino
Cammilleri (ed. Piemme)
3) TRACCE DI OMELIE:
http://omelie.totustuus.info
Omelia del 29 agosto 2004 - Ventiduesima Domenica del Tempo Ordinario.
"Il punto di riferimento dei testi liturgici sembra essere chiaramente l'
umilta'. E' l'atteggiamento dell'uomo di fronte alle ricchezze del mondo
materiale o del mondo dello spirito (prima lettura). E' e deve essere l'
atteggiamento migliore dell'uomo, e particolarmente del cristiano, nelle
relazioni con gli altri, nelle diverse situazioni che la vita offre
(vangelo). E, soprattutto, deve essere il comportamento proprio dell'uomo di
Dio, un comportamento che scopre la propria piccolezza nella magnanimita' di
Dio (seconda lettura)".
4) AL CINEMA:
http://cinema.totustuus.info
Recensione cinematografica: "Harry Potter e il prigioniero di Azkaban" di A.
Cuaron, con D. Radcliffe, E. Thompson, G. Oldman, M. Smith
5a) MAGISTERO PONTIFICIO
http://magistero.totustuus.info
Paolo VI: Lettera ai superiori maggiori degli istituti religiosi che
prendono nome dal Cuore di Gesu' "Diserti interpretes" del 25 maggio 1965
<<[...] Noi desideriamo ardentemente [...] che "il culto al Cuore di
Gesu'... rifiorisca sempre piu' e sia stimato da tutti una forma veramente
eccellente di autentica pieta'". Ci rallegriamo percio' vivamente nel
costatare con quanta generosita' e umilta' i vostri fratelli, secondo il
carattere del proprio Istituto, con il loro esempio e il loro insegnamento,
mostrino agli uomini del nostro tempo in qual modo essi possono praticare
questa sublime devozione e trarre da essa vigore "per armonizzare
decisamente la loro vita con il Vangelo, per emendare diligentemente la
propria condotta di vita e mettere in pratica i precetti della legge
divina".>>
5b) FattiSentire.net: APPELLO
L'ETICA PAGA... ANCHE DAL PUNTO DI VISTA ELETTORALE!
Dal 2004 FattiSentire.net ha aderito al network di lobbies europee
pro-famiglia e pro-vita e, nel corso delle ultime elezioni europee, oltre
20.000 italiani hanno ricevuto da FattiSentire.net una tabella con il
comportamento dei candidati uscenti, in modo da orientarne il voto. Degli
europarlamentari che avevano sostenuto la famiglia (punteggi o Euro-Fam
superiore a 5), ben 19 - di otto partiti politici diversi - sono stati
rieletti! Il periodo estivo e' ideale per confortare questi 19 valorosi,
congratularsi per il loro impegno e far sentire che le loro e altrui scelte
non passeranno piu' inosservate. Per farlo: clicca
http://www.fattisentire.net
6) STATISTICHE:
Il nuovo banner exchange ha 286 siti aderenti
Iscritti a questa lettera di aggiornamenti: 6.316
7) BENEFATTORI:
http://comeaiutarci.totustuus.info
Alla prossima settimana!
iJpM
TTNet
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ooo @ (M) o
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
L'ASSUNZIONE DI MARIA
E LA VITA SPIRITUALE*
di P. Gabriele M. Roschini O.S.M.
L'Assunzione, il nuovo astro acceso fin dall'eternità dalla mano di Dio e
che il 1° novembre 1950, alle ore 9,44, ha incominciato a brillare, in tutta
la pienezza del suo fulgore, sul mistico orizzonte della Chiesa, diffonde su
tutta la vita spirituale una luce talmente viva da potersi dire un vivo
riflesso di quella «luce intellettual piena d'amore - amor di vero ben pien
di letizia - letizia che trascende ogni dolzore» . Che cosa è infatti la
vita spirituale, ossia, la vita della grazia sopra la terra se non un germe,
un felice inizio della vita della gloria nel cielo? Ciò posto, come la vita
di gloria nel cielo, così la vita di grazia sulla terra, può essere
sintetizzata da tre grandi parole: luce, amore, letizia: luce intellettual
piena d'amore; amor di vero ben pien di letizia; letizia che trascende ogni
dolzore. Sia la vita della grazia che la vita della gloria (la quale sboccia
dalla vita della grazia) è vera vita spirituale: imperfetta quella della
grazia, perfetta quella della gloria. Luce di visione «facie ad faciem»
quella della vita della gloria; luce di chi vede «per speculum in aenigmate»
quella della vita della grazia. Amore beatifico, quello del possesso di Dio,
sommo bene, quello della vita di gloria; amore mescolato di sacrificio
(perché costretto a sacrificare tutto ciò che ad esso si oppone) quello
della vita di grazia.
Letizia piena, perfetta, quella della vita di gloria; letizia imperfetta,
quantunque verace, quella della vita di grazia. Pallido riflesso, dunque,
della luce della vita del cielo, la luce che diffonde l'Astro
dell'Assunzione sulla vita spirituale, della terra: luce che illumina,
riscalda, letifica: illumina la mente, riscalda il cuore, letifica tutta la
vita spirituale.
²Luce intellettual piena d'amore“
Tale, innanzi tutto, è la luce diffusa sulla vita spirituale dall'astro
della Assunzione: luce che illumina la mente. La illumina intorno a vari
dogmi che sono, per se stessi, generatori della pietà, alimento sostanzioso,
soprannaturale della vita spirituale. Basta dare un rapido sguardo alla
formula stessa con la quale il Supremo Pastore ha definito, come «dogma
rivelato da Dio», l'Assunzione corporea di Maria SS.: «l'Immacolata Madre di
Dio sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta
alla gloria celeste in anima e corpo». In questa formula vengono enumerate
le tre verità mariane definite già come dogma di fede: l'Immacolata
Concezione (definita l'8 dicembre 1854), la maternità divina (definita il 22
giugno 431 nel Concilio di Efeso) e fa perpetua verginità di Maria (definita
in varii Concilii). A questi tre dogmi già definiti, se ne aggiunge un
quarto: l'Assunzione di Maria SS. in anima e corpo alla gloria celeste. Si
noti l'ordine con cui i tre precedenti dogmi mariani ‹ base solidissima dei
quarto ‹ vengono enunciati: l'Immacoláta Concezione, la Maternità Divina e
la perpetua verginità di Maria. Il primo dogma ‹ l'Immacolata ‹ è come la
radice prossima dell'Assunzione e perciò viene menzionato per primo.
L'immunità dalla colpa originale, infatti, esige l'immunità dalla pena della
colpa originale: la morte. Per questo, nella Costituzione Apostolica
«Munificentissimus Deus» si dichiara espressamente che il privilegio
dell'Immacolata Concezione e quello della Assunzione sono uniti in modo
strettissimo: «Arctissime enim haec duo privilegia inter se conectuntur».
Assunta, dunque, perché Immacolata. Chi aveva iniziato la sua vita (fin dal
primo istante) negli splendori della grazia non poteva non terminarla (fin
dall'ultimo istante) nei fulgori della gloria. La gloria è sempre
proporzionata alla grazia. Alla «pienezza di grazia» del primo istante, non
poteva non corrispondere una «pienezza di gloria» nell'ultimo istante della
vita terrena, e la «pienezza di gloria» è inconcepibile senza la
glorificazione di tutto il composto umano, vale a dire, sia dell'anima che
del corpo. ‹ Il secondo dogma mariano ‹ la divina maternità ‹ è, si può
dire, la ragione remota dell'Assunzione, in quanto cioè la maternità divina
è la radice dell'Immacolata Concezione (che è, a sua volta, radice prossima
dell'Assunzione), come lo è di tutti i singolari privilegi profusi dalla
sapienza, dalla potenza e dalla bontà di Dio in Colei che doveva essere il
suo Capolavoro. I vincoli, infatti, di ordine fisico, morale e dinamico che
legano indissolubilmente la Madre divina al suo Figlio divino, esigono sia
l'Immacolata Concezione che l'Assunzione: logicamente prima però
l'Immacolata Concezione (l'immunità dalla colpa) e poi l'Assunzione
(l'immunità dalla pena, ossia, il trionfo sopra la morte). ‹ Il terzo dogma
mariano ‹ la perpetua verginità di Maria ‹ può dirsi ragione remotissima
dell'Assunzione, in quanto appare inconcepibile che quella integrità
verginale, richiesta dalla maternità divina, miracolosamente rispettata nel
concepimento e nella nascita del Figlio di Dio, sia poi stata profanata
dallo sfacelo della morte e dalla corruzione della tomba. I tre dogmi
precedenti perciò ci appariscono come le tre ragioni, le tre basi del
quarto: Assunta perché Immacolata, perché Madre di Dio, perché Vergine
perpetua.
Ma se la connessione dei tre primi dogmi mariani col quarto fa risplendere
di nuova luce verità già definite, astri che già da tempo brillano, in tutto
il loro fulgore, sul mistico firmamento della Chiesa, il quarto dogma
mariano, la Assunzione, illumina in modo tutto particolare la trascendente
ed affascinante personalità di Maria al termine della sua vita terrena.
Basta esaminare, anche qui, i termini della definizione per intuirne la
singolare virtualità dogmatica in essi racchiusa. Si tratta, infatti, di una
celeste glorificazione non solo dell'anima ‹ come per tutti gli altri Santi
al termine della loro vita terrena ‹ ma anche del corpo. Questa «gloria
celeste» sia dell'anima che del corpo, secondo la fede e la Teologia,
importa: 1) per l'anima della Vergine una singolarissima intensità della
visione di Dio a faccia a faccia, proporzionata ai suoi singolarissimi
meriti; e un singolarissimo amore coronato da un singolarissimo gaudio
beatifico, proporzionato alla singolarissima intensità della visione; 2) per
il corpo poi, l'Assunzione importa tutte le qualità di un corpo glorioso,
descritte splendidamente da San Paolo , qualità che i Teologi riducono a
quattro: l'impassibilità, la sottigliezza, l'agilità e lo splendore . In tal
modo il corpo verginale di Maria ‹ come il corpo di tutti i Santi dopo la
Resurrezione, alla fine dei tempi ‹ risente e riflette la suprema bellezza e
l'ineffabile gaudio dell'anima.
Quanta «luce intellettuale» non diffonde dunque sulla mente del cristiano il
dogma dell'Assunzione!... Ma questa luce ‹ è bene rilevarlo ‹ è una luce
«piena d'amore» poiché in essa si riflette nel modo più vivo l'amore
singolare di Dio per Maria, ossia, Dio stesso, chiamato giustamente
dall'Alighieri «il Primo Amore». Tutto, infatti, in Maria, come del resto in
tutti gli altri esseri, è effetto dell'amore divino. Poiché l'amore di Dio ‹
come osserva acutamente S. Tommaso ‹ differisce radicalmente dall'amore
dell'uomo. Mentre l'amore dell'uomo suppone (non pone) la bontà della cosa
amata, l'amore di Dio invece pone (non suppone) la bontà delle cose ch'Egli
ama, vale a dire, causa nelle persone e nelle cose amate quella bontà stessa
per cui le ama. In tutto ciò che esiste, quindi, si vede riflesso l'amore di
Dio. Ma è facile intendere come quest'amore di Dio si rifletta in modo tutto
singolare in Colei in cui «s'aduna ‹ quantunque in creatura è di bontade» .
Con ragione perciò la singolare luce che diffonde l'astro dell'Assunzione
sulle menti di tutti i cristiani può essere chiamata «luce intellettual
piena d'amore». Tutti questi dogmi, irradiati così bene dal nuovo dogma
dell'Assunzione, non possono non generare nell'anima del cristiano una soda
vita spirituale, se è vero ‹ come è verissimo ‹ che i dogmi generano ed
alimentano la pietà, che la soda pietà fiorisce solamente sul robusto tronco
del dogma.
²Amor di vero ben, pien di letizia“
La luce intellettuale emanante dall'astro dell'Assunzione e nella quale si
riflette così vivamente il singolare amore di Dio per Maria, mentre illumina
la mente non può non riscaldare il cuore dei cristiani, spingendoli così ad
una vita spirituale sempre più intensa compendiata nell'«amor di vero ben»,
ossia, nell'amore del Bene supremo, Iddio, e di tutti gli altri beni per
Iddio.
L'Assunzione, infatti, non è altro che il termine felicissimo della vita
terrena di Maria e l'inizio felicissimo della sua vita celeste, nella gloria
dell'anima e del corpo, nella pienissima unione col Sommo Bene. È quindi,
per se stessa, un invito materno ad un distacco generoso, col cuore, dalla
terra e dalle vane cose terrene, ossia, dal falso bene; è un invito ad uno
slancio vigoroso verso il cielo e le cose celesti, ossia verso il vero bene;
è un invito ad un'intima unione con Dio, vero bene. «Assumpta est ut
assumat»: è stata «Assunta per assumere», disse con frase lapidaria Pietro
Abelardo .
Le tre classiche, vie o età della vita spirituale (purgativa, illuminativa
ed unitiva) si concretizzano in quelle tre cose alle quali ci richiama di
continuo l'Assunzione, vale a dire: il distacco della terra (via purgativa),
lo slancio verso il cielo (via illuminativa) e l'unione perfetta con Dio,
sommo Bene (vita unitiva). Che cosa è infatti, in concreto, - l'Assunzione,
se non un distacco completo dalla terra, uno slancio verso il cielo, una
pienissima unione con Dio?
1. - Distacco dal falso bene. ossia, dalle creature
Il primo richiamo dell'Assunzione è precisamente quello del distacco (via
purgativa). La Vergine SS. che lascia la terra e le varie cose terrene, alle
quali non era mai stata minimamente attaccata durante tutta la sua vita
terrena, invita maternamente tutti i suoi figli a compiere generosamente
questo distacco del cuore da tutto ciò che non è Dio, vero e infinito, e che
perciò non ci può rendere pienamente felici, non può appagare le nostre
tormentose aspirazioni ad un vero e ad un Bene infinito. È infatti
l'attaccamento alla terra e alle vane cose terrene che ci distacca da Dio
Sommo Bene. Ossia: è l'attaccamento ad una parvenza di felicità (ricchezza,
onori e piaceri) che ci distacca dalla realtà della felicità (Dio). I
disordinati appetiti che ci trascinano verso la terra e le cose terrene,
sono veri carnefici mascherati, da amici, promettitori di felicità e datori
d'infelicità. Tutti gli appetiti disordinati ‹ insegna S. Giovanni della
Croce ‹ oltre a privare l'anima dello spirito di Dio, le arrecano cinque
danni: la stancano, la tormentano, l'accecano, la macchiano e la
indeboliscono. La stancano: «Tutte le creature ‹ Egli dice ‹ sono come
briciole dalla mensa di Dio cadute; e quindi è giustamente chiamato cane chi
va pascendosi delle creature. Che perciò con ogni ragione, a guisa de' cani,
sono sempre famelici; perché i bricioli servono più ad attizzare l'appetito
che a soddisfare la fame». La tormentano: «Come chi tira un carro all'insù,
così cammina verso Dio l'anima che non iscuote da sé il pensiero delle cose
del mondo, e non nega i suoi appetiti». La accecano: «Siccome i vapori
oscurano l'aria, e non lasciano risplendere il sole, non altrimenti l'anima
presa dagli appetiti rimane ottenebrata secondo l'intelletto, e non dà
luogo, onde il sole della ragione naturale e della sapienza divina
soprannaturale la investano, ed illustrino di splendore». La macchiano:
«Doppiamente fatica l'uccello avvischiato, cioè in distaccarsi e in
ripulirsi; come in due maniere pena chi il suo appetito compiace, vale a
dire in distaccarsi, e, dopo d'essersi sciolto, in purgarsi da ciò che gli
rimane attaccato. In quella «guisa che comparirebbero i tratti di fuligine
sopra un viso molto bello e perfetto, medesimamente gli appetiti disordinati
lordano e macchiano l'anima, la quale è in sé una bellissima compiuta
immagine di Dio. Chi toccherà la pece, dice lo Spirito Santo, ne sarà
intriso: ed allora tocca uno la pece, quando soddisfa in qualche creatura
l'appetito della sua volontà». La indeboliscono: «Gli appetiti sono come i
germogli, che intorno l'albero nascono, e gli tolgono il vigore, perché non
metta tanti frutti. Non vi è tristo umore che tanto grave renda ad un
infermo il camminare e tanto odioso il cibo, quanto l'appetito delle
creature rende l'anima lenta e svogliata nel seguir la virtù. Molte anime
non sentono desiderio d'esercitare le virtù, perché hanno gli appetiti men
puri e da Dio alieni» .
S'impone perciò una lotta continua, decisa contro questi appetiti, contro
queste potenti spinte verso la terra e verso tutte le vane cose terrene. Per
riuscire vittoriosi in questa lotta purificatrice è necessario seguire
fedelmente l'aureo consiglio di S. Giovanni della Croce: «Vivi in questo
mondo come se altri non vi fosse quaggiù che Dio e l'anima tua, acciocché
non possa il tuo cuore da veruna cosa umana essere trattenuto» . È la via
regia percorsa sempre, durante tutta la sua vita terrena da Maria SS.
Assunta. Per Lei esisteva una sola grande realtà: DIO. Tutte le altre cose
per Lei erano come se non esistessero; meglio: esistevano solo in quanto
dicevano ordine a Dio, loro primo principio e loro ultimo fine. Viveva
quindi in un continuo, completo distacco dalla terra e dalle vane cose
terrene. In Lei perciò non vi fu mai nulla da purgare, nulla da purificare,
poiché immune dagli appetiti disordinati e perciò mai inclinata, mai spinta,
mai macchiata dalle vane cose terrene. Sforzarsi di raggiungere, nel nostro
lavoro di purificazione, ossia, di distacco dalla terra, questo sublime
ideale è come incominciare a sentirsi assunto dall'Assunta.
2. - Slancio verso il vero bene, ossia, verso il Creatore
Il secondo richiamo dell'Assunta, è lo slancio verso il cielo e verso le
cose celesti, dietro l'esempio di Lei e di una vera legione di anime che, in
ogni tempo, l'hanno fedelmente seguita (via illuminativa). Come il distacco
dalla terra e dalle cose terrene allontana l'anima dalla terra, così lo
slancio verso il cielo e le cose celesti, dietro l'esempio dell'Assunta,
avvicina a Dio e all'intima unione con Lui. Anche la Vergine Assunta,
perciò, può ripetere con Cristo: «Qui sequitur me non ambulat in tenebris,
sed habebit lumen vitae» . In tal modo al lato negativo delle virtù
(distacco dalla terra), si aggiunge il lato positivo delle medesime: lo
slancio verso il cielo, seguendo la via tracciata da Maria SS., la quale è
«la faccia che a Cristo più si assomiglia» non solo nei lineamenti fisici
ma anche, e sopratutto, nei suoi lineamenti morali, nell'esercizio delle
virtù. Per ciò fare, è necessario che Maria, dopo Cristo ‹ di cui è il più
fedele ritratto ‹ diventi come il centro della nostra vita, ossia, è
necessario che i nostri pensieri, i nostri affetti e le nostre azioni
vengano come a polarizzarsi intorno a Maria e, per mezzo di Maria, intorno a
Cristo. «Dacchè conobbi Gesù Cristo ‹ diceva Lacordaire ‹ nulla mi parve più
abbastanza bello da guardarlo con concupiscenza» . Altrettanto, fatte le
debite proporzioni, si può dire di Maria. Quando si è giunti a conoscerLa in
tutta la sua affascinante bellezza, non si può non pensare di continuo a
Lei, amare Lei, operare con Lei e per Lei. La sua trascendente bellezza
eclissa tutte le altre bellezze create. Il suo corpo glorificato, nel
giorno dell'Assunzione, non può non strappare, all'anima che la contempla,
quel grido di ammirazione amorosa uscito dal petto dei tre Apostoli (Pietro,
Giacomo e Giovanni) dinanzi al Corpo trasfigurato di Cristo sul Tabor:
«Bonum est nos hic esse» . Maria SS., insieme a Cristo, divenuta centro di
tutta la nostra vita, sarà come la molla più potente che ci spingerà ad
imitare Colei che è il prototipo dì tutte le virtù, sia teologali che
morali. Poiché la sua vita, da sola ‹ come asserì S. Ambrogio ‹ è il modello
di tutte le vite: «cuius unius vita omnium sit disciplina» .
Ma vi è un mistero, nella vita di Maria, che, più di qualsiasi altro, invita
alla pratica della fede, della speranza e della carità, le tre virtù
teologali che sono come l'anima, il perno della vita spirituale:
l'Assunzione. Questo mistero, infatti, spinge ad una vita di fede
nell'esistenza di una vita ultraterrena dopo il tramonto della vita
presente; spinge ad una vita di speranza nel premio eterno, nella futura
glorificazione, sia dell'anima che del corpo; spinge ad una vita di amore
verso Dio, «vero e Sommo Bene» e verso il prossimo onde assicurarci, al
termine della vita terrena, un premio così grande ed una glorificazione così
sublime.
3. - Unione col vero bene, ossia, col Creatore
Il terzo richiamo dell'Assunzione, è un invito alla piena unione con Dio.
Distaccata l'anima dalla terra, slanciata verso il Cielo mediante
l'imitazione della vita di Cristo e di Maria, diventa matura per una vita
d'intima e abituale unione con Dio, per mezzo di Cristo e di Maria: di
Cristo, nostro Capo e di Maria, collo che unisce tutti i vari membri del
mistico corpo al suo Capo. Questa unione si effettua con l'amore, giunto
però a tale grado da far sì che gli atti di tutte le altre virtù non siano
che atti di amore. Un tale amore spinge l'anima a compiere di continuo tutto
e solo ciò che piace all'Amato, e a ripetere quindi con Cristo: «Quae
placita sunt ei facio semper» . È il nulla unito al tutto, il nulla nel
pieno, abituale possesso del tutto. Nessuno, meglio di S. Giovanni della
Croce, ha saputo darci un'idea così viva e luminosa del tutto del Creatore e
del nulla delle creature e dell'unione intima della creatura col suo
Creatore mediante la cosiddetta notte dei sensi e delle facoltà dell'anima.
La salita del Carmelo e la notte oscura dell'anima ci si presentano come due
opere indispensabili per penetrare, nell'intimità dell'unione divina e nella
cognizione dei mezzi che ad essa conducono. Nella Salita del Carmelo, il S.
Dottore osserva che, allorché l'anima si attacca, mediante l'amore, alle
cose create, non solo diventa simile ad esse, ma diventa inferiore ad esse,
poiché incatenato da esse, schiavo di esse e perciò minore di esse. Per
comprendere il nulla di tutte queste cose create è necessario comprendere il
tutto di Dio. La bellezza e bontà delle cose create si offuscano e
scompariscono dinanzi alla infinita bellezza e bontà di Dio. Solo quando e
perché Iddio si comunica alla creatura, questa diventa qualcuno, qualche
cosa. ossia, bella, buona, per cui il nulla acquista tratti di somiglianza
col tutto, che è Dio. Ciò che impedisce al nulla delle creature di unirsi al
tutto, non è il nulla stesso delle creature, poiché il nulla, per se stesso,
appunto perché nulla, non presenta e non può presentare resistenza alcuna.
Ciò che impedisce l'unione del nulla col tutto è costituito dal fatto che la
creatura ama qualche cosa che non è Dio, per cui trasferisce al nulla di una
creatura l'omaggio dovuto solamente al tutto del Creatore. In tal modo la
creatura diventa men che nulla, peggiore del nulla, poiché oppone il suo
affetto sregolato per le creature all'affetto che Dio ha per Lei ed a quello
ch'essa dovrebbe avere per Lui. Questo disordine, distruggendo nell'uomo il
regno del tutto, impedisce l'unione dell'anima con Lui, con Dio. Perché la
creatura possa unirsi al Creatore è necessario ch'essa riconosca il suo
nulla, o meglio, si riduca al nulla, e riduca tutte le altre cose al loro
nulla, tenendo sempre dinanzi al suo sguardo il tutto, l'unico tutto di Dio,
distaccando il cuore da tutte le cose create, mortificando le proprie
passioni disordinate che lo inclinano verso le creature, onde evitare di
tributar loro quell'omaggio che è dovuto unicamente al Creatore.
Questa unione del nulla col tutto non è altro ‹ secondo il Dottore mistico ‹
che «la rassomiglianza che la volontà dell'uomo contrae con la volontà di
Dio, di modo che l'anima dell'uomo voglia tutto ciò che Iddio vuole, e non
già tutto ciò che non è conforme alla volontà di Dio». Questa unione quindi
‹ com'è evidente ‹ viene formata, conservata e sviluppata dall'amore.
Risultano perciò vari gradi di unione secondo i vari gradi di amore, i
quali, a loro volta, dipendono dal vario grado di grazia e dal vario grado
di corrispondere alla grazia, ossia, dal vario grado di sforzo che l'anima
fa per distaccarsi dal nulla delle creature per unirsi al tutto del
Creatore. Il supremo grado di unione ‹ la trasformazione dell'anima in Dio ‹
è corrispondente al supremo grado di amore, poiché l'amore trasforma
l'amante nella persona amata, in modo tale da accontentare tutti i gusti
della persona amata, per la quale soltanto sente di vivere e di operare. Ed
era precisamente questa l'unione ‹ un'unione trasformante ‹ quella che ebbe
la Vergine SS. con Dio, col suo tutto, fin dal primo istante della sua
personale esistenza, e che andò sempre crescendo, col crescere dell'amore,
fino all'ultimo istante della sua vita terrena, nel momento dell'Assunzione,
allorché la sua unione con Dio, mediante la visione beatifica, divenne
perfetta e perenne. Distaccata completamente da se stessa e dal nulla delle
creature, Ella fu sempre, in modo sempre più stretto, attaccata, unita al
Creatore (al suo tutto). A differenza della Vergine SS., tutti gli altri,
per giungere alla più intima unione con Dio, debbono passare attraverso la
cosiddetta notte dei sensi, dello spirito, della memoria e della volontà.
Notte dei sensi, innanzi tutto, ossia, delle passioni o inclinazioni
disordinate (eccitate dai sensi esteriori) che si riferiscono ad essi,
mediante la mortificazione la quale uccide in noi l'uomo vecchio. In che
modo? Dandosi «sempre alle cose, non più facili, ma più difficili; non più
saporose, ma più insipide; non più aggradevoli, ma più disaggradevoli; non a
quelle che consolano, ma a quelle che affliggono; non a quelle che danno
del riposo, ma a quelle che recano della pena; non alle più grandi, ma alle
più piccole; non alle più sublimi e alle più preziose, ma alle più basse e
alle più spregevoli. Finalmente vuolsi desiderare e cercare ciò che vi ha di
peggiore, non ciò che di migliore, affin di mettersi per amore di Gesù
Cristo nella privazione di tutte le cose del mondo, ed entrare nello spirito
di una nudità perfetta» . In tal modo i sensi vengono immersi nella notte
più profonda, senza riflessi di falsa luce; e su questa notte profonda
risplende fulgida la luce di Dio. Notte dello spirito, ossia
dell'intelletto, della parte più luminosa dell'anima, non già
distruggendola, ma richiamandola con i lumi soprannaturali della fede che ha
per oggetto Dio non proprio come esistente, ma come esistente per la nostra
vera felicità. per gradire i nostri omaggi e per darcene la meritati
ricompensa. Notte della memoria, liberandola dal ricordo delle vane e
pericolose cose create per presentarla libera a Dio e alle cose divine.
Notte della volontà, che è la parte più preziosa di noi, mortificando le sue
sregolate affezioni (la gioia, la speranza, il dolore, il timore) onde
portare l'amore verso Dio e la conseguente unione con Lui al più alto grado
possibile. Si cambia così il nulla delle creature col tutto del Creatore. La
via dunque per raggiungere il più alto grado di unione con Dio, è l'«amore
di vero bene», nel suo più alto grado. Ed è a questo, sopratutto, che
c'invita l'Assunta.
Ma questo «amor di vero bene», appunto perché di «vero bene», non può non
essere «pieno di letizia», di vera, autentica letizia. La letizia, infatti,
la gioia, risulta dal possesso di un bene: se questo bene è vero, la letizia
è vera; se poi questo bene è falso, la letizia è falsa. L'unico vero bene,
il bene Sommo, è Dio. Egli è il tutto; il resto è nulla. Solo quindi nel
possesso di Dio ‹ imperfetto in questa via, perfetto nell'altra ‹ si può
trovare la vera letizia.
²Letizia che trascende ogni dolzore“
La letizia che si prova nel cielo, nel perfetto «amore di vero bene» è
incomparabilmente superiore a quella che si prova sulla terra
nell'imperfetto «amore dì vero bene». Questa letizia, tuttavia, supera
incomparabilmente qualsiasi altra letizia che si possa gustare sopra la
terra. Solo chi l'esperimenta può rendersene pienamente conto. Essa è un
saggio di quella perfetta letizia che provano i Santi nel regno della gloria
di qui il grande monito e il sapiente paradosso del Dottore mistico: «Per
gustar tutto, non abbi gusto per cosa alcuna».
La funzione particolare di questa letizia nella vita spirituale è della
massima importanza. È essa, infatti, quella che dilata il cuore, questo
centro motore, e ci permette di percorrere col maggiore slancio la via
stretta, spinosa che conduce alla meta. È essa che ci dà il coraggio per
affrontare e risolvere situazioni difficili, per superare gli ostacoli. È
essa che suscita e moltiplica le energie spirituali per combattere e
vincere. «Romam petentibus ‹ diceva Annibale ai suoi soldati diretti alla
conquista dell'Urbe ‹ nil arduum esse potest». Con maggiore ragione
l'Assunta, la Madre universale, può ripetere a tutti i suoi figli: «A coloro
che tendono alla conquista di una letizia che trascende ogni dolzore, non vi
può essere nulla di difficile».
Vivere il mistero dell'Assunzione equivale a vivere la vita spirituale.
Poste, dunque, le molteplici e fondamentali relazioni che intercorrono fra
l'Assunzione e la vita spirituale, ne consegue che vivere il mistero
dell'Assunzione equivalga a vivere la vita spirituale. Quanto più si vivrà
il mistero dell'Assunzione, tanto più si vivrà la stessa vita spirituale.
P. GABRIELE M. ROSCHINI
dei Servi di Maria
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Cari amici,
Vi segnaliamo innanzi tutto un autentico evento per il Web Cattolico: la
nascita del sito ufficiale di uno dei maggiori apologisti cattolici in vita,
lo scrittore Vittorio Messori: http://www.vittoriomessori.it
Inoltre, anche in vista di una breve sospensione estiva, Totus tuus offre
due regali tra i libri scaricabili gratuitamente:
a) per onorare la Madonna in occasione della solennita’ della Sua Assunzione
in cielo, e’ in distribuzione: L'IDEA RIPARATRICE, del P. R. Plus S.J.
b) per la festa di Maria Regina, del prossimo 22 agosto, e’ gia’ scaricabile
il testo: LA CHIESA E IL CAPITALISMO, di Dauphin-Meunier, in una versione
riveduta e corretta.
Eccovi tutti gli aggiornamenti delle rubriche e dei siti del network
www.totustuus.it <http://www.totustuus.it>
1) IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info/
+ Mons. Maggiolini: Un prete che si mette con una donna
«Non si tratta di una notizia eclatante ne’ rarissima. Un prete di
trent'anni annuncia di metter su casa con una donna gia’ sposata, in un
paese vicino a Pavia».
2) PAGINE CATTOLICHE:
(Teologia/Morale)
DOVERI CONNESSI CON LA GIUSTIZIA (37)
http://www.paginecattoliche.it/37_3b11.htm
B) I DOVERI CONNESSI CON LA GIUSTIZIA E LE ALTRE VIRTU’ CARDINALI. I. LA
PIETA’. Nozione. Oggetto materiale, formale e termine della pieta’. Doveri
di pieta’ dei genitori verso i figli. Doveri particolari della madre. Doveri
di pieta’ tra fratelli. Doveri di pieta’ tra i coniugi. Obblighi di pieta’
dei figli. Doveri di pieta’ verso le persone che prestano servizio
domestico. Doveri di pieta’ verso la patria. Pieta’ verso i defunti.
(Teologia/storia)
Libro II - Cap. 13 Austria, Impero turco e Russia
http://www.paginecattoliche.it/EARLMO13.htm
Prof. A. Torresani. Le contraddizioni del Sacro Romano Impero. I principi
dell'Impero. Le guerre turche nel Mediterraneo. La ripresa della guerra
austro-turca. La Russia si affaccia a Occidente. Cronologia essenziale. Il
documento storico. In biblioteca
(Controversie-Apologetica/Non cattolici)
Breve storia delle eresie (10/10)
http://www.paginecattoliche.it/Cristiani10.htm
CAPITOLO X: CONCLUSIONE. L'ecumenismo porra’ fine alle eresie? Sete di
unita’. Breve sguardo storico. La Chiesa Cattolica Romana, centro
dell'unita'.
(Santi)
B. MARIA dell'INCARNAZIONE ACARIE (1566-1618)
http://www.paginecattoliche.it/BMARIAdellINCARNAZIONEACARIE.htm
Molto intelligente, vivace e allegra, Barbara sarebbe rimasta volentieri nel
monastero per lodare e servire Dio per tutta la vita, ma appena i genitori
si accorsero della sua propensione per la vita religiosa la richiamarono in
famiglia ( 1580) avendo altri disegni su di lei. Anche nel mondo la beata
rimase fedele alle sue pratiche di devozione. Si accostava regolarmente ai
sacramenti, leggeva assiduamente il Vangelo, compiva prontamente i doveri
che l'ubbidienza le imponeva.
3) IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info/
Introduzione alla filosofia della religione
«Nella storia delle religioni si parla di "ierofanie" e di "teofanie", cioe’
di manifestazioni indirette del sacro o di Dio nella realta’, nel profano.
Possono essere fenomeni eccezionali dotati di particolari qualita’, momenti
della vita espressi da persone delegate dal gruppo ad entrare in contatto
con il mondo delle divinita’ come il sacerdote, l' uomo del sacro. Per il
cristianesimo si tratta di "epifania" , ovvero di manifestazione diretta di
Dio all'uomo (Eb 3,1)».
4) SANTO DEL GIORNO:
(raggiungibile dal sommario/liturgia e preghiera)
Nella rubrica pubblicata tutti i giorni anche una delle brevi vite di santi
tratte dal volume Un santo al giorno dello scrittore cattolico Rino
Cammilleri (ed. Piemme)
5) FattiSentire.net: APPELLO
L'ETICA PAGA... ANCHE DAL PUNTO DI VISTA ELETTORALE!
Dal 2004 FattiSentire.net ha aderito al network di lobbies europee
pro-famiglia e pro-vita e, nel corso delle ultime elezioni europee, oltre
20.000 italiani hanno ricevuto da FattiSentire.net una tabella con il
comportamento dei candidati uscenti, in modo da orientarne il voto. Degli
europarlamentari che avevano sostenuto la famiglia (punteggi o Euro-Fam
superiore a 5), ben 19 - di otto partiti politici diversi - sono stati
rieletti! Il periodo estivo e’ ideale per confortare questi 19 valorosi,
congratularsi per il loro impegno e far sentire che le loro e altrui scelte
non passeranno piu’ inosservate. Per farlo: clicca
http://www.fattisentire.net.
6) STATISTICHE:
Il nuovo banner exchange ha 284 siti aderenti
Iscritti a questa lettera di aggiornamenti: 6.243
7) BENEFATTORI:
http://comeaiutarci.totustuus.info
Alla prossima settimana!
iJpM
TTNet
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ooo @ (M) o
@ oooooooooo @ oooooooooo @ ooooo
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
ABORTO: il candidato alle presidenziali americane John Kerry accusato di
"eresia"
(Corrispondenza romana) Un avvocato cattolico ha intrapreso una
singolare causa formalizzando l'accusa di "eresia" contro il senatore John
Kerry, il candidato democratico alle prossime elezioni presidenziali negli
Stati Uniti, per aver arrecato "grave scandalo pubblico" ricevendo la Santa
Comunione pur essendo impegnato politicamente a favore dell'aborto.
Il documento di 18 pagine a sostegno dell'accusa è stato inviato
all'Arcidiocesi lo scorso 14 giugno, e reso pubblico nel mese di luglio da
Marc Balestrieri, l'avvocato canonista di Los Angeles, assistente giudice
presso la Corte ecclesiastica dell'arcidiocesi della stessa città, promotore
della iniziativa
"L'eresia è un crimine ecclesiastico pubblico", ha ricordato l'avv.
Balestrieri, "e colpisce l'intera comunità. E' uno dei peggiori peccati che
si possono commettere". (cfr. "The Washington Times", 1 luglio 2004). Se
l'Arcidiocesi di Boston, competente per territorio (perchè è li che Kerry
vive) e che non ha rilasciato alcun commento, decidesse di portare avanti
l'accuse di eresia, il senatore del Massachusetts potrebbe essere
scomunicato.
Lo scandalo, secondo l'estensore della denuncia, è che l'opinione
pubblica può essere portata a pensare che si può essere a favore dell'aborto
e al contempo essere buoni cristiani, cioè che non è contrario alla fede
cristiana supportare l'uccisione di un innocente tramite l'aborto.
"Il mio fine è il suo pentimento, non la scomunica" precisa
Balestrieri, che nel formulare l'accusa principale ha aggiunto anche una
addizionale, cioè un "danno" arrecato a se' medesimo dai pronunciamenti del
sen. Kerry sull'aborto. La legge canonica riconosce ai cattolici il
"possesso della fede intatta", e Kerry "diffondendo l'eresia, danneggia non
solo il mio ma il possesso della fede di ogni cattolico", per questo
l'avvocato di origine italiana invita "tutti i cattolici battezzati che si
sentono danneggiati da Kerry ad unirsi all'istanza come terze parti"
leggendo il documento visibile per intero sul sito internet
"www.defide.com", e inviando una apposita lettera all'Arcidiocesi di Boston.
Don Arthur Espelage, coordinatore del "Canon Law Society" di
Alexandria, ammette che anche un semplice laico di fede cattolica può
legittimamente portare avanti una causa in un tribunale ecclesiastico nei
confronti di un altro laico, ma ha ricordato anche come questo caso "sia
veramente unico": "Non ho mai sentito che un caso come questo sia mai stato
affrontato prima", visto che usualmente sono i religiosi, e non i politici,
ad essere accusati di eresia. (CR 867/04 del 31/07/04)
Betori: «In gioco il futuro del Paese»
Intervista al segretario della Cei, preoccupato per i provvedimenti
legislativi a livello statale e regionale
A quanti si accingono a emanare provvedimenti legislativi sulla famiglia, a
livello statale o regionale, monsignor Giuseppe Betori ricorda che il
dettato della Costituzione riconosce e tutela la famiglia intesa come
"società naturale fondata sul matrimonio".
Ogni equiparazione di altre forme di convivenza risulta «infondata e non può
essere condivisa», afferma il segretario generale della Cei, non nascondendo
la propria «viva preoccupazione» in questa intervista ad Avvenire.
In cui, tra l'altro, afferma: «È in questione il volto e il futuro del
Paese».
Come considera, monsignor Betori, le proposte legislative che toccano la
famiglia?
Nelle ultime settimane sono in discussione proposte e interventi legislativi
che riguardano la condizione giuridica della famiglia da un lato, e delle
cosiddette unioni di fatto dall'altro, sia in Parlamento, in seguito
all'esame delle proposte di legge presentate in materia, sia nelle Regioni,
dove sono in discussione le proposte di statuti.
Non può che suscitare viva preoccupazione la recente evoluzione del
dibattito su temi delicatissimi che vanno a toccare natura, fondamento e
ruolo della famiglia nel nostro Paese.
Qual è la posta in palio?
Si tratta di tematiche che presentano delicati profili di carattere etico e
una forte valenza sociale.
È in gioco la dignità della persona e la solidità delle strutture
fondamentali della collettività.
Va quindi salvaguardata e promossa la famiglia come "società naturale
fondata sul matrimonio", secondo la felice espressione utilizzata dalla
nostra Costituzione.
Essa è titolare di diritti originari, significativamente riconosciuti a
livello costituzionale, anche se troppo spesso non adeguatamente tutelati
dalla legislazione ordinaria.
Sotto questo profilo, si deve tornare ad auspicare che gli sviluppi del
quadro normativo, sia a livello regionale sia a livello nazionale,
finalmente consentano un'adeguata piena realizzazione del favor familiae che
caratterizza in modo peculiare il nostro ordinamento costituzionale.
In vari Statuti regionali e in diverse proposte di legge presentate in
Parlamento si equipara la famiglia fondata sul matrimonio alle unioni di
fatto. Che cosa si può dire al riguardo?
Eventuali soluzioni legislative volte ad affermare e a promuovere una
equiparazione fra la famiglia legittima e le diverse forme di convivenza,
ovvero il riconoscimento e la tutela di queste ultime, risultano infondate e
non possono essere condivise.
Per quale motivo?
Occorre riaffermare che si tratta di situazioni non assimilabili,
radicalmente diverse rispetto alla famiglia fondata sul matrimonio.
Per questo non può che destare gravi preoccupazioni e fondate riserve il
tentativo di introdurre surrettiziamente, attraverso alcuni statuti
regionali, forme di indebita equiparazione.
Siamo dunque di fronte a un tentativo di cambiare nei fatti la Costituzione?
Diciamo che si interviene in modo improprio su un ambito che per la sua
rilevanza in materia civile e per la sua incidenza sui diritti fondamentali
delle persone appartiene al nucleo essenziale della legislazione dello
Stato.
È in questione il volto e il futuro del Paese.
courtesy of Mimmo Muolo
Avvenire, Sabato 31 luglio 2004
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
TEOLOGIA E VITA
Il teologo della Casa pontificia: il demonio è stato creato buono da Dio ma
ha usato male la sua libertà: si è messo in opposizione al Regno rendendosi
cattivo. Per invidia e gelosia dell'uomo cerca costantemente di portarlo al
peccato con la tentazione suprema: sostituirsi al Signore
Il diavolo tra noi
Cottier: un mistero tremendo l¹amore del Padre è più forte «È sbagliato
pensare che ogni prova venga da Belzebù, anche se quelle più forti e più
sottili, spirituali, ne hanno la impronta Egli agisce sulla storia umana: la
morte, il peccato e la menzogna sono i suoi segni nel mondo Eppure il nostro
peggiore nemico siamo noi stessi con la superbia»
Di Luciano Moia
Il demonio, probabilmente. C'è forse il grande ingannatore dietro la mano
assassina che domenica scorsa ha ucciso nella cattedrale di Santiago, in
Cile, un missionario italiano, padre Faustino Gazziero De Stefani. Il
giovane omicida, dopo aver inferto il colpo mortale al sacerdote, avrebbe
invocato Satana.
Il diavolo, probabilmente, anche dietro la catena di sconvolgenti delitti
che stanno emergendo nel Varesotto. Ma in questo caso gli inquirenti stanno
ancora cercando di capire se, al di là delle croci rovesciate e della
passione per la musica heavy metal, ci sia esplicitamente un progetto
satanico. Forse, in questi come nelle altre decine di casi in cui la cronaca
associa la presenza demoniaca alla malvagità dell'uomo, il più grande
successo di Satana è quello di insinuare l'inquietudine del dubbio.
«È vero - conferma il cardinale Georges Cottier, teologo della Casa
pontificia - il diavolo agisce nell'ombra e lascia l'uomo nell'incertezza.
Uno scrittore francese aveva fatto dire a Satana: "Io sono quello che non
esiste". Il principe del male agisce di nascosto. Se si manifestasse
apertamente sarebbe terrificante, ma almeno sarebbe chiara la sua presenza».
Ma nel grande mistero del male quanto conta l'azione del diavolo e quanta
parte ha invece la responsabilità dell'uomo?
Il diavolo è senz'altro il grande seduttore perché tenta di portare l'uomo
al peccato presentando il male come il bene. Ma la caduta porta la nostra
responsabilità perché coscienza ha capacità di distinguere ciò che è buono
da ciò che è cattivo.
Perché il diavolo vuole indurre l'uomo al peccato?
Per invidia e gelosia. Il diavolo vuole trascinare con sé l'uomo perché lui
stesso è un angelo caduto. La caduta del primo uomo è stata preceduta dalla
caduta degli angeli.
È un'eresia affermare che anche il diavolo fa parte del progetto di Dio?
Satana è stato creato da Dio come angelo buono perché Dio non crea il male.
Tutto quello che esce dalla mano creatrice di Dio è buono. Se il demonio è
divenuto cattivo è per colpa sua. È lui che usando male della sua libertà,
si è reso cattivo.
Ci sarà mai redenzione per il demonio, come afferma qualche teologo?
Facciamo una premessa: l'uomo è caduto nel peccato perché il primo
peccatore, cioè il demonio, l'ha trascinato nel suo abisso di male. Di cosa
si tratta in sostanza? Del rifiuto di Dio e, soprattutto, dell'opposizione
al Regno di Dio come progetto di provvidenza sul mondo. Questo rifiuto che
nasce dalla libertà di una creatura del tutto spirituale come il diavolo è
un rifiuto totale, irrimediabile e radicale, come ci dice anche il
catechismo della Chiesa cattolica.
Nessuna speranza quindi che alla fine la misericordia di Dio possa vincere
l'odio del diavolo?
Il carattere perfetto della libertà dell'angelo caduto fa sì che la sua
scelta sia definitiva. Questo non significa porre un limite alla
misericordia di Dio, che è infinita. Il limite semmai è costituito dall'uso
che il diavolo fa della libertà. È lui che impedisce a Dio di cancellare il
suo peccato.
Perché il diavolo, che è spirito intelligentissimo, usa in questo modo di
quella libertà che è pur sempre un dono di Dio?
Qui siamo davanti al mistero. Il mistero del male è prima di tutto il
mistero del peccato. Siamo colpiti, giustamente, dai mali fisici, ma c'è un
male molto più radicale e più triste che è il male del peccato. Il diavolo
si è fissato nel suo rifiuto. Oltretutto il peccato dell'angelo è sempre più
grave di quello dell'uomo. L'uomo ha tante debolezze in sé che in qualche
maniera la sua responsabilità può risultare velata; l'angelo, essendo
spirito purissimo, non ha scuse quando sceglie il male. Il peccato
dell'angelo è una scelta tremenda.
Sembra impossibile che un angelo creato nella luce di Dio abbia poi potuto
scegliere il male...
Quando parliamo di un angelo caduto a causa del peccato affrontiamo un
argomento molto serio e dobbiamo quindi trattarne con grande serietà. Nella
tentazione dell'uomo abbiamo quasi un riflesso di quello che è stato il
peccato stesso dell'angelo. Ecco la seduzione suprema: mettersi al posto di
Dio. Anche Satana non ha riconosciuto la sua condizione di creatura.
Perché il demonio è chiamato principe di questo mondo?
È un'espressione del vangelo di Giovanni. Significa che il mondo, quando
dimentica Dio, è dominato dal peccato. L'azione del demonio è guidata
dall'odio verso Dio e può fare gravi danni quando seguiamo le sue
tentazioni. Il male principale del demonio è il male spirituale, quello del
peccato. Questa azione tocca sia l'individuo sia la società.
Dio non avrebbe potuto impedire tutto questo?
Sì, ma ha permesso che sia il demonio, sia l'uomo avessero la libertà di
agire e, qualche volta, di peccare. È un mistero tremendo. San Paolo dice:
"Tutto concorre al bene di quelli che amano Dio". Quando cioè siamo con Dio,
anche il male concorre al nostro bene.
Difficile da accettare...
Pensiamo ai martiri. Allo straordinario bene spirituale che, alla luce della
fede, deriva da una tragedia come un martirio. Sant'Agostino commentando
Paolo dice: "Dio non avrebbe permesso il male se non avesse voluto fare di
questo male un bene più grande". Ci sono beni che l'umanità non avrebbe
conosciuto se non ci fosse stato la presenza del peccato e del male. È
difficile affermare questo, ma è la verità.
Come agisce il diavolo nella realtà di tutti i giorni?
Lo possiamo capire da alcune espressioni del vangelo di Giovanni, laddove si
dice che il demonio è omicida fin dal principio. Cioè è distruttore e fa
morire, sia in senso proprio, sia spiritualmente. Per questo è chiamato il
grande tentatore.
Facciamo riferimento al diavolo quando nel Padre Nostro diciamo "non ci
indurre in tentazione"?
Sì, chiediamo a Dio di resistere alla tentazione. È sbagliato pensare che
ogni tentazione venga dal demonio, ma quelle più forti e più sottili, quelle
più spirituali, hanno certamente la sua impronta. E sono sia tentazioni
individuali, sia collettive. Il demonio agisce sulla storia umana. Il suo
influsso è negativo. La morte, il peccato e la menzogna sono segni della sua
presenza nel mondo.
Padre Cottier, lei dice che non tutte le tentazioni vengono dal demonio. Da
cos'altro dobbiamo guardarci quindi?
La tradizione cristiana ci dice che le fonti di tentazioni sono tre. La più
terrificante, certo, è quella del demonio. Poi c'è il mondo, la società, gli
"altri" nell'accezione giovannea. E infine c'è la "carne", cioè noi stessi.
San Giovanni della Croce dice che di queste tre tentazioni la più pericolosa
è l'ultima, cioè noi stessi. Per ciascuno di noi il più perfido nemico siamo
noi stessi. Prima di attribuire le tentazioni al demonio e al mondo,
pensiamo a noi stessi. Lì ritroviamo anche l'importanza dell'umiltà e del
discernimento. Lo Spirito Santo ci dà il dono del discernimento e ci
preserva dalla superbia di fare troppo affidamento su di noi.
Qual è l'atteggiamento più corretto che il cristiano dovrebbe osservare di
fronte al mistero del Maligno?
Non dimenticare mai che la passione e la morte di Gesù hanno per sempre
trionfato sul demonio. Questa è una certezza. Ce lo dice San Paolo. La fede
è la vittoria sul padre del peccato e della menzogna. Questo vuol dire che
il demonio, essendo una creatura, non ha un potere infinito. Malgrado tutti
i suoi sforzi il demonio non potrà mai impedire l'edificazione del Regno di
Dio che cresce malgrado tutte le persecuzioni. Il cristiano, grazie alla
fedeltà nella fede, vince il male.
In conclusione...
Dobbiamo prendere il demonio molto sul serio ma non dobbiamo pensare che sia
onnipotente, C'è gente che ha una paura irrazionale del demonio. La fiducia
cristiana, che si alimenta di preghiera, umiltà e penitenza, dev'essere
soprattutto fiducia nell'amore del Padre. E questo amore è più forte di
tutto. Dobbiamo avere la consapevolezza che la misericordia di Dio è così
grande da vincere ogni ostacolo.
Avvenire, Mercoledi 28 luglio 2004
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Cari amici, vi comunichiamo gli aggiornamenti delle rubriche e dei siti del
network www.totustuus.it <http://www.totustuus.it>
1) IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info/
Cardinale Cottier O.P.: Il diavolo tra noi
«Si’, chiediamo a Dio di resistere alla tentazione. E’ sbagliato pensare che
ogni tentazione venga dal demonio, ma quelle piu’ forti e piu’ sottili,
quelle piu’ spirituali, hanno certamente la sua impronta. E sono sia
tentazioni individuali, sia collettive. Il demonio agisce sulla storia
umana. Il suo influsso e’ negativo. La morte, il peccato e la menzogna sono
segni della sua presenza nel mondo».
2) PAGINE CATTOLICHE:
(Teologia/Morale)
DOVERI DEI CITTADINI VERSO LO STATO
http://www.paginecattoliche.it/36_3a45.htm
Doveri politici, correlativi ad altrettanti diritti. Altri doveri. Diritti
ed obblighi del cittadino contribuente e dello Stato impositore.
(Teologia/storia)
Libro II - Cap. 12 L'ascesa di Olanda e Inghilterra
http://www.paginecattoliche.it/EARLMO12.htm
Prof. A. Torresani. Il crocevia d'Europa. La Riforma nei Paesi Bassi. I
pirati della regina. La vicenda di Maria Stuart. Il disastro dell'Armada.
Cronologia essenziale. Il documento storico. In biblioteca.
(Controversie-Apologetica/Non cattolici)
Breve storia delle eresie (9/10)
http://www.paginecattoliche.it/Cristiani09.htm
CAPITOLO IX. ERESIE DAL XVII AL XX SECOLO. Il Quietismo. Il Semi-Quietismo.
Il Naturalismo. Il Libero Pensiero. Il Rousseaunianismo. Agnosticismo e
Positivismo. Le leggi di diffusione del Naturalismo. Il Cattolicesimo
Liberale. L'americanismo. Il Modernismo.
(Santi)
S. ANSELMO d'AOSTA (1033 - 1109)
http://www.paginecattoliche.it/SANSELMOdAOSTA.htm
Alla morte dell'abate Herluin (26-8-1078) all'unanimita’ i confratelli
designarono Anselmo a succedergli nella carica. Con l'acutezza
dell'intelligenza, la straordinaria dolcezza di carattere e la santita’
della vita egli consegui’ un immenso ascendente nel monastero e fuori. Le
relazioni con Lanfranco, nominato arcivescovo di Canterbury nel 1070, e
l'organizzazione della vita monastica in alcuni monasteri inglesi, lo
costrinsero piu’ di una volta a recarsi presso il venerato maestro, a farsi
conoscere dalla nobilta’ del paese e apprezzare dalla corte di Londra.
3) IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info/
L'incarnazione
«La ricerca intrapresa dall'autore sul dogma dell' Incarnazione e’
un'interpretazione razionale del dato rivelato. Egli si e’ servito della
corretta conoscenza teologica del dogma che la Chiesa (attraverso la
Tradizione, la Scrittura, il Magistero) ha raggiunto e della chiarezza
terminologica e concettuale della filosofia. Come Livi afferma nel suo
saggio introduttivo, "Gino Zarmati non tenta l'impresa antiteologica di
razionalizzare il mistero dell' Incarnazione, ma si sforza di mostrare il
senso preciso dei termini con i quali il dogma e’ formulato"».
4) SANTO DEL GIORNO:
(raggiungibile dal sommario/liturgia e preghiera)
Nella rubrica pubblicata tutti i giorni anche una delle brevi vite di santi
tratte dal volume Un santo al giorno dello scrittore cattolico Rino
Cammilleri (ed. Piemme)
5) TRACCE DI OMELIE:
http://omelie.totustuus.info
Omelia dell'8 agosto 2004
"In fiduciosa e vigilante speranza", cosi’ riassumo il contenuto principale
del messaggio liturgico di oggi. Questo e’ l'atteggiamento di Abramo e di
Sara, e di tutti coloro che sono morti nella speranza della promessa fatta
da Dio (seconda lettura). Questo e’ l'atteggiamento dei discendenti dei
patriarchi, che aspettavano con fiducia, in mezzo a duri lavori, la notte
della liberazione (prima lettura). Questo e’ l'atteggiamento del cristiano
in questo mondo, dedito alle sue occupazioni quotidiane, aspettando con
cuore vigile la venuta del suo Signore (vangelo).
6) FATTISENTIRE.NET: NUOVA CAMPAGNA
Statuto Marche: lo stupro dell'identita’ italiana continua!
Il Consiglio regionale delle Marche ha approvato il nuovo Statuto Regionale
"federale", nel quale Risorgimento, Repubblica, Resistenza, laicismo e
un'equivoca religiosita’ (buddismo? scientology? sciamanesimo?) si
sostituiscono al cattolicesimo. Una generica "famiglia" prevale su quella
Costituzionale, monogamica e tra persone di diverso sesso. Si assiste alla
totalitaria scomparsa del pluralismo nelle istituzioni scolastiche. Per
saperne di piu’ e manifestare il tuo dissenso, clicca qui:
http://radici.totustuus.info/
7) STATISTICHE:
Il nuovo banner exchange ha 286 siti aderenti
Iscritti a questa lettera di aggiornamenti: 6.256
8) BENEFATTORI:
http://comeaiutarci.totustuus.info
Alla prossima settimana!
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
ASPETTI E SVILUPPI
DELLA GRAZIA IN MARIA SANTISSIMA
SECONDO LA DOTTRINA DI S. GIOVANNI DELLA CROCE*
di P. Gabriele di S. M. Maddalena O.C.D.
Comincio con una domanda:
Non è una cosa arbitraria, e quindi temeraria, volersi servire della
dottrina di S. Giovanni della Croce per descrivere lo sviluppo della grazia
nell'anima di Maria? Non è forse vero che, nelle sue opere, il Dottore
mistico rarissimamente parlò in modo esplicito di Maria Santissima, come del
resto di qualunque Santo, essendo egli sempre ed unicamente inteso a far
conoscere lo stato di unione con Dio ‹ cioè la meta alla quale vuol condurre
l'anima ‹ e la via che vi porta effettivamente? Non è un esporsi a cadere
nel regno delle pie fantasie il voler ricostruire la vita spirituale della
Madonna, che fu una creatura del tutto privilegiata, con i principi di una
dottrina che intende illuminare il cammino comune delle anime contemplative?
E sarà questa dottrina applicabile allo studio della vita interiore della
Madonna?
Risponderà Io stesso Santo.
È vero che egli non parla molto della Madonna: nelle sue opere maggiori
possiamo appena citare quattro testi dove la ricorda in modo esplicito[1],
ma questi bastano per dimostrare ad evidenza che, secondo il pensiero del
Dottore mistico, le dottrine da lui esposte si verificano anche, ed anzi nel
modo più pieno e più perfetto, nella vita spirituale di Maria Santissima.
Dirò di più: uno solo di questi testi basterebbe per rendere pienamente
legittimo quel che intendiamo fare.
Si sa che tutta la dottrina di S. Giovanni della Croce si aggira intorno
allo stato di unione con Dio che costituisce difatti il punto centrale di
tutto il suo insegnamento. Ora, egli dichiara esplicitamente che questo
stato si è verificato nella Madonna in maniera veramente singolare; dice
infatti nel modo più formale che Maria «dalla sua origine fu elevata a
questo stato»[2] di unione col Signore.
Il Santo intende quindi evidentemente che la dottrina da lui esposta trova
la sua applicazione anche nella vita spirituale della Madonna; tuttavia
dobbiamo tener conto che in Lei non si può parlare di una «via all'unione»
appunto perché fin da principio era già innalzata a questo alto stato;
invece tutto ciò che appartiene alla vita dell'anima giunta all'unione si
deve ritrovare in Lei, e certamente nel modo più perfetto.
Essendo quindi l'affermazione della presenza dello stato di unione
nell'anima di Maria così importante per poterci permettere di contemplare la
sua anima alla luce della dottrina di S. Giovanni della Croce, bisogna prima
di tutto esporre come questa affermazione sia ben fondata; ne dedurremo poi
le conseguenze.
I.
MARIA INNALZATA ALLO STATO DI UNIONE
Quando S. Giovanni della Croce propone Maria come modello all'anima che vuol
salire alle vette del Monte Carmelo, simbolo dell'unione più intima con Dio,
non fa altro che esprimere in modo personale e veramente geniale
un'antichissima tradizione della sua famiglia religiosa raccolta in un
libro, che sembra risalga al XIII secolo e che ha per titolo: Istituzione
dei primi monaci. S. Giovanni l'ha evidentemente conosciuto; esso faceva
parte dei preziosi documenti raccolti nel famoso Speculum Ordinis stampato a
Venezia nel 1507 e, che, nel 1563, quando il Santo ventunenne entrò
nell'Ordine, doveva essere diffuso nei principali conventi. Probabilmente
l'avrà trovato a Medina del Campo dove fece il Noviziato e sicuramente a
Salamanca dove studiò e frequentò l'Università. In quel libro trovò esposto
nel modo più attraente come, non solo il profeta Elia, il grande
contemplativo, è il modello della vita carmelitana, ma anche Maria
Santissima, che gli antichi carmelitani si compiacevano di chiamare loro
«Sorella», appunto perché Ella aveva vissuto nel modo più perfetto quella
vita tutta di purezza che essi volevano coltivare quale mezzo più efficace
per giungere presto all'unione con Dio.
Nella nuvoletta contemplata dal grande Profeta ‹ la quale, salendo dal mare,
ricoprì il Carmelo e si sciolse in abbondante pioggia ‹ l'antico autore vede
una prefigurazione di Maria, ed enumerando le diverse proprietà della
nuvoletta, vi trova tanti simboli delle prerogative della Madonna: è
l'Immacolata, è la prima donna che ha fatto il voto di verginità, è la
privilegiata Madre di Dio[3]. Fra le creature ve ne può essere un'altra in
cui si mostri meglio come la vita di purezza conduce alla maggiore intimità
con Dio?
Giovanni, innamorato fin da bambino della Madonna, deve godere immensamente
di poter e dover ormai regolare tutta la sua vita su quella di Colei che gli
antichi scrittori dei suo Ordine si compiacciono di chiamare anche «Madre
del Carmelo», Mater Carmeli![4]. E' una gioia intima alla quale egli non
potrà mai più rinunciare; e quando, coi suo genio, darà all'ideale
dell'Ordine la formulazione definitiva proclamando che esso consiste nello
stato di unione che, unisce l'anima con Dio nel modo più intimo, si sentirà
spontaneamente portato a vedere quest'ideale realizzato in Colei la cui vita
sa di dover imitare, e vedrà spontaneamente in Maria il modello dell'anima
giunta all'unione con Dio. Difatti scrive: «Da principio Maria fu elevata a
questo altissimo stato»!
È questa una intuizione del suo cuore o è il giudizio di un teologo
profondo?
Per noi non c'è dubbio: l'amore per Maria ha potuto dargliene il
presentimento, ma il suo sguardo penetrante di geniale teologo ha scoperto
la luminosissima verità!
Giovanni sa che Maria è l'Immacolata. Però nell'Immacolata Concezione non
vede soltanto la preservazione dal peccato originale; ne intuisce anche
l'aspetto positivo cioè la presenza della grazia santificante nell'anima di
Maria fin dal primo momento della sua esistenza.
«Da principio», dunque, Maria fu elevata allo stato di grazia. Ma non è
tutto. La grazia con cui Maria Santissima iniziò quella che potremmo
chiamare la sua «carriera spirituale» fu, secondo, l'insegnamento molto
comune dei teologi, più grande, più intensa, più perfetta di quella che i
più grandi santi raggiungono al termine della loro ascesa. Ora, tutti i
Santi raggiungono come ultima meta lo stato di unione. Maria dunque che, fin
dal principio, stava nella vita della grazia più in alto dei Santi al
termine della loro carriera, doveva, dal primo momento della sua esistenza,
godere dello stato di unione. L'affermazione del Dottore mistico è quindi
veramente giustificata.
A condizione però che lo stato di unione segni effettivamente la perfezione,
la piena maturazione della vita della grazia. Per dare quindi una
dimostrazione completa è necessario esporre come lo stato di unione non sia
altro che la piena perfezione spirituale.
Ma neppure questo presenta grande difficoltà, perché il Dottore mistico ci
ha lasciato una definizione dello stato di unione che dimostra limpidamente
come in esso consiste la piena maturità della vita spirituale. Dice infatti:
«Lo stato di unione consiste ‹ e quando un teologo usa la parola «consiste»
vuole indicare quali sono gli elementi richiesti e sufficienti per
realizzare l'oggetto della sua definizione ‹ lo stato di unione consiste
nell'essere l'anima, secondo la volontà, del tutto trasformata nella volontà
di Dio, di modo che in questa volontà non vi sia più nulla dì contrario alla
volontà di Dio, ma che in tutto e per tutto, ciò che la muove sia solamente
la volontà di Dio»[5].
Lo stato di unione consiste quindi nella trasformazione della volontà umana
nella volontà divina, trasformazione che richiede due condizioni: la prima,
previa e negativa: nella volontà umana non vi deve essere più nulla
contrario alla volontà divina, nulla, cioè nessun attaccamento che la renda
prigioniera della creatura, sicché questa domini in qualche modo nel suo
affetto e la spinga ad agire per amore della creatura stessa: tutto ciò deve
essere eliminato.
La seconda condizione invece è positiva e costitutiva, ma non si può
realizzare se manca la prima, ossia: ciò che muove la volontà umana in tutto
e per tutto è solamente la volontà di Dio. Il che vuol dire: non vi è più
nessun impulso d'amor proprio, d'amore disordinato alle creature che muove
una tale anima; ella riceve il suo impulso ad agire unicamente dalla volontà
divina, dal beneplacito divino: è un'anima che vive in balía della volontà
divina. Proprio in questo consiste anche la perfezione della carità che è la
sostanza della perfezione cristiana: quindi lo stato di unione non è altro,
in realtà, che la vera perfezione della vita spirituale.
Il nostro Santo vede con tanta chiarezza questo stato realizzato in Maria
nella maniera più perfetta, che gli piace completare la sua affermazione
fondamentale esponendo il modo in cui le due condizioni dello stato di
unione si sono verificate in Maria: «mai vi fu impressa nell'anima di Lei
forma di creatura che la muovesse ad agire (precisamente perché non ebbe mai
nessun attacco al creato, ma sempre la sua mozione venne dallo Spirito
Santo»[6].
Quest'ultima espressione è particolarmente suggestiva, appunto perché
determina quale sia l'impulso che muove l'anima giunta alla trasformazione
d'amore dello stato dì unione: "Quest'impulso è, l'impulso divino, cioè la
Persona divina dello Spirito Santo che, divenuto pienamente padrone
dell'anima, la muove in tutte le sue operazioni. Lo vedremo subito
continuando la nostra indagine, che, alla luce della dottrina del Dottore
mistico, ci permetterà di penetrare nel segreto della più intima vita
spirituale della Madonna.
II.
CONSEGUENZE
Infatti, una volta dimostrato che lo stato dì unione si verificò nell'anima
di Maria fin dal primo momento della sua esistenza per prendere poi una
forma sempre più perfetta ‹ perché nell'anima della Madonna, durante tutta
la vita, la grazia fu in continuo aumento ‹ e anzi, che fin d'al principio,
questo stato di unione fu in Lei più perfetto che nei più grandi Santi al
termine della loro vita, diventa del tutto legittimo attribuire
esplicitamente alla Madonna tutte le proprietà e prerogative dell'anima
giunta a questo sublime stato e che S. Giovanni della Croce ha indagato e
messo in luce con insuperabile maestria.
Basandoci su queste preziose informazioni potremo spingere lo sguardo
nell'intimo santuario della vita interiore di Maria e contemplare l'abituale
stato del suo animo ‹ le sue continue ascensioni in Dio nella preghiera ‹,
la sua più delicata adesione ai voleri divini nell'azione e nel compimento
della sua missione: aspetti tutti di una vita che nello stesso tempo si
rivela particolarmente feconda per la Chiesa. Vedremo infine come tutte
queste ricchezze spirituali continuarono a crescere in Lei fino alla sua
beata morte.
> Stato d'animo abituale
Dicevamo, col Dottore mistico che, vivendo nello stato di unione, l'anima di
Maria si trovava in tutto il suo agire sotto l'impulso dello Spirito Santo.
È la caratteristica dello stato di unione sulla quale il Santo ha
maggiormente insistito e che sembra anche essere la radice di altre due
prerogative in cui si riverbera l'alta qualità spirituale dello stato di
unione: la piena pacificazione e serenità dell'anima e la magnifica
armonizzazione di tutte le sue facoltà impiegate contemporaneamente nel solo
esercizio dell'amore.
Nello stato di unione ‹ ama ripetere S. Giovanni ‹ l'anima vive una vita
divina fino al punto da «sembrare più Dio che anima» e questo precisamente
perché tutta la sua attività appare divinizzata.
«Oh dichosa ventura!» O beata sorte! canta l'anima che, uscendo dal
tenebroso cammino dell'oscura notte di purificazione, giunge finalmente allo
stato di unione in cui «passò dalla conversazione e operazione umana
all'operazione e conversazione divina». Cioè: il mio intelletto uscì da sé
cambiandosi, da umano e naturale, in divino, perché... unendosi con Dio, già
non intende più per proprio vigore e lume naturale, ma per la divina
sapienza con cui si unì. E la mia volontà uscì da sé, diventando divina,
perché, unita col di-vino amore, non ama più bassamente con la sua forza
naturale, ma con la forza e la purezza dello Spirito SantoŠ e così la
volontà intorno a Dio non opera più umanamenteŠ E infine tutte le forze e
gli affetti dell'anima si rinnovano con diletti di tempra divina»[7].
«L'anima, come vera figlia di Dio, è mossa in tutto dallo spirito di Dio,
come insegna S. Paolo quando dice che coloro che sono mossi dallo Spirito di
Dio sono figli di Dio stesso»[8].
Lo Spirito Santo che dimorava nella santissima Anima di Cristo «come nel suo
tempio preferito» - per usare la bella espressione dell'enciclica «Mystici
Corporis» ‹ e la teneva tutta sotto il suo influsso, così dimora anche nel.
l'anima giunta all'unione trasformante. È diventato anzi il suo vero
principio di azione che la muove in tutto; è diventato come l'anima
dell'anima stessa.
Anche l'anima di Maria, così ricca di grazia, così arresa ai voleri divini,
doveva essere per lo Spirito Santo un luogo di singolare compiacimento in
cui Egli regnava totalmente e Che inondava di pace e di armonia.
Il senso cristiano ricusa di vedere nell'anima della Madonna qualsiasi
specie di turbamento umano: abbiamo bisogno di vederla tutta serena, tutta
composta, anche spiritualmente, dolce ed amabile, tranquilla e sicura; e
tale è l'anima giunta allo stato di unione appunto perché sotto la mozione
pacificante dello Spirito Santo, che prende il comando di tutto il suo
agire, ogni movimento non pienamente ordinato scompare.
In ispecie le emozioni della sensibilità, di cui l'uomo non si rende mai del
tutto padrone, si quietano perfettamente appena lo Spirito Santo governa
appieno l'anima: «in tale stato ‹ spiega il Santo ‹ il Signore dà alla sua
sposa abbondanza di beni e forza e soddisfazione con le dolci lire della sua
soavitàŠ affinché dette affezioni, non solo non regnino in lei, ma neppure
possano recarle il minimo dispiace re»[9]. Sembra che con questa
pacificazione delle emozioni sensibili debba sparire per l'anima una grande
causa di sofferenza. Il Santo aggiunge però in proposito: « Tuttavia alcune
volte e in date occasioni Dio dispensa l'anima su questo punto, affinché
meriti di più e s'infervori nell'amore... come fece con la Vergine Madre».
E' una nuova attestazione della presenza dello stato di unione nell'anima di
Maria, ma è insieme l'affermazione di una « eccezione » che si verificò in
Lei riguardo ad una prerogativa- di questo stato e sulla quale dovremo
fermarci più avanti: per compiere la sua missione, era necessario che la
Madonna potesse soffrire.
Però, sotto la continua mozione divinizzante che si estendeva a tutte le
potenze, Maria provava nel suo interno una mirabile armonia delle sue
facoltà tutte impiegate nell'esercizio dell'amore divino.
«È l'anima impiegata
con tutto il capitale al suo servizio
ŠŠŠŠŠŠŠŠŠŠŠŠŠ
ché Solo nell'amare è il mio esercizio!»[10]
canta l'anima giunta all'unione e nessuno può cantarlo meglio della Madonna.
E il Santo commenta: «Ogni facoltà dell'anima e del corpo, la memoria,
l'intelletto e la volontà, i sensi esterni ed interni, gli appetiti della
parte sensitiva e spirituale, tutto insomma, si muove per amore e, in amore:
nell'operare faccio ogni cosa con amore e nel patire soffro tutto con gusto
di amoreŠ Felice vita, felice stato, e fortunata l'anima che vi
giunge!»[11].
Oh, sì, Maria: felice ti diranno tutte le generazioni perché sei Madre di
Dio, ma anche perché sei madre del bell'amore, che regna splendidamente nel
tuo cuore e lo trasforma in luogo di delizie per Iddio! Perciò il tuo cuore
ha attirato il Verbo divino che ha voluto nascere da te!
> Ascensioni in Dio nella preghiera
Ma se lo Spirito Santo celebra nell'anima dì cui sì è totalmente impadronito
le feste d'amore splendidamente descritte da S. Giovanni della Croce nella
1ª strofa della Fiamma d'amor viva, quali non saranno quelle che dovette
celebrare di continuo nelle ascensioni mistiche del cuore della sua Sposa
prediletta?
«L'anima, dice S. Giovanni, posta in tale stato di trasformazione di amore è
abitualmente come il legno investito dal fuoco; i suoi atti poi sono come la
fiamma che nasce dal fuoco dell'amore, la quale con tanta più veemenza ne
esce, quanto più intenso è il fuoco dell'unione: fiamma in cui si uniscono e
si innalzano gli atti della volontà rapita e assorta nella fiamma dello
Spirito Santo, simile all'angelo che salì a Dio nella fiamma del sacrificio
di Mapue»[12].
Quando l'anima di Maria, così profondamente unita e trasformata nell'amore,
si raccoglieva nella preghiera in cui il suo spirito sempre con nuovo
slancio si innalzava al Signore, il suo atto di amore veniva dallo Spirito
Santo come rapito ed assorbito in quella corrente di amore che è Egli
stesso, ed allora si verificava in Lei, nel modo più pieno, ciò che S.
Giovanni della Croce amava ripetere dell'anima trasformata nei momenti più
alti della sua contemplazione: «l'anima ama Dio con la volontà di Dio la
quale è anche volontà sua, e così lo amerà quanto è amata da Dio, poiché lo
ama con la volontà dello stesso Dio e con lo stesso amore col quale Egli
l'ama, che è lo Spirito Santo il quale è dato all'anima»[13].
Così la Madonna nella sua preghiera contemplativa arrivava veramente a dare
a Dio il «contraccambio» nell'amore[14], giungendo in tal modo alla vera
gioia nell'amore «perché l'amante non può essere soddisfatto se non sente di
amare quanto è amato»[15]. L'amore mistico però, con l'esperienza che esso
comunica, è rivelatore delle grandezze divine; intuiamo così quanto profondo
doveva essere in Maria quel senso contemplativo di Dio, caratteristico delle
anime mistiche.
In queste sublimi elevazioni Maria doveva anche sentirsi partecipe della
vita trinitaria sperimentando, nella corrente di vita divina che allora la
invadeva, una duplice processione di luce e di amore in cui si riflettono le
due processioni delle Divine Persone[16]. E' vero che tale coscienza della
partecipazione alla vita trinitaria suppone nell'anima la conoscenza
dogmatica dell'altissimo mistero, ma nessuno può dubitare che Maria, almeno
dal momento dell'annunciazione, abbia avuto una distinta rivelazione del
mistero trinitario. L'angelo Gabriele stesso, inviatole dal Padre celeste,
le parlò dello Spirito Santo e di Colui che doveva nascere da Lei e che
sarebbe stato chiamato il Figlio di Dio.
Quale intimità con Dio suppone tutto questo!
E quanto potente, dunque, sarà sul Cuore di Dio una creatura a Lui così cara
quando ella gli porgerà le sue suppliche! S. Giovanni della Croce, sempre
seguendo il solco della trasformazione di amore, si è spinto dentro il
mistero della potenza di intercessione di Maria, mettendone in luce ad un
tempo e l'estrema delicatezza di fronte ai voleri divini e la pratica
indefettibilità: «Chi ama con discrezione, dice egli, non si cura dì
chiedere ciò che gli manca e desidera, ma palesa solamente il suo bisogno
affinché l'amato da parte sua disponga a suo piacimento. Così fece la
Vergine benedetta nelle nozze di Cana in Galilea ove, rivolgendosi al suo
amato Figlio, non gli chiese direttamente il vino, ma gli disse: Non hanno
più vino»[17]. Così S. Giovanni della Croce. Sappiamo tuttavia che tale
domanda bastò per muovere Gesù ad operare il suo primo miracolo, anche «se
l'ora sua non era ancora venuta»[18]. Quanta fiducia c'infonde tutto questo
nell'intercessione della Madonna! Il Dottore mistico ne trova del resto la
ragione profonda nel fatto che le opere ed anche le preghiere di un'anima
giunta alla trasformazione d'amore procedono dalla mozione dello Spirito
Santo ed entrano così anch'esse nel piano delle elargizioni divine che Egli,
nella sua misericordia, si degna di concederci: «Dio solo muove le potenze
di quest'anima ‹ dice il Santo ‹ a queste opere che sono conformi alla
volontà e alle disposizioni divine, cosicché non ci possono portare ad
altro; e così le opere e le preghiere di queste anime conseguono sempre
l'effetto. Tali erano quelle della gloriosissima Vergine Nostra
Signora»[19]. Ne concluderemo: felice quella persona per cui prega un'anima
giunta all'unione di trasformazione, un'anima santa! Felicissima poi sarà
quella per cui prega la Madonna!
> Abbandono a Dio nell'azione
L'assorbimento della volontà umana nella volontà divina, caratteristica
fondamentale dello stato di unione, non si limita ai momenti della preghiera
e della contemplazione, ma si estende all'intera vita dell'anima appunto
perché, come dice S. Giovanni della Croce, «delle due volontà se ne è fatta
una sola, la quale è la volontà di Dio, e questa volontà di Dio è anche
volontà dell'anima»[20].
Sarebbe difficile esprimere più vigorosamente l'intero dominio esercitato
dalla volontà divina nella volontà umana di un'anima giunta all'unione la
quale allora vive effettivamente e del tutto «in balía della volontà
divina». E se questo si verificherà anche nelle azioni più ordinarie della
vita, si intende che non potrà mancare davvero nel compimento della missione
che Dio ha affidata ad un'anima..
Che la Madonna, nelle sue azioni più ordinarie, nelle sue occupazioni
quotidiane, nei suoi lavori domestici sia stata in continua corrispondenza
col divino beneplacito, anche quando le circostanze non le erano facili e
piacevoli, anche nelle contrarietà e contrattempi piccoli o grandi, che non
mancano in nessuna vita umana e che furono eccezionalmente gravi e penosi in
quella di Maria, nessuno ne può dubitare; e già qui, ammiriamo in Lei il
perfetto modello dell'anima che concretamente vuol vivere «in balía della
volontà divina». È tuttavia particolarmente istruttivo l'atteggiamento che
le vediamo prendere dinanzi all'invito divino alla più completa associazione
al mistero dell'Incarnazione redentiva, invito che, sebbene in grado assai
minore, si rinnova per tutte le anime che Dio chiama all'apostolato.
Sì è domandato talvolta come Dio abbia potuto far dipendere l'Incarnazione
del Figlio suo dal consenso della Madonna: e se avesse detto di no?... Ma
una tale «ipotesi» appare assurda se ricordiamo che Maria « da principio era
innalzata all'elevato stato di unione» in cui l'anima vive in balía della
volontà di Dio. Come può Ella, che si è perduta nella volontà divina,
rifiutarsi a ciò che tale volontà le chiede? Ed effettivamente sentiamo la
sua pronta risposta appena l'angelo le fa comprendere ciò che il Signore
aspetta da Lei: «Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum!». E'
la risposta di un'anima completamente abbandonata alla volontà divina,
risposta che costituiva Maria Madre di Dio e Madre nostra.
Con la più intera adesione e col più intenso e più puro amore Maria accetta
ed abbraccia l'invito divino e continuerà ad aderirvi giorno per giorno, ora
per ora, minuto per minuto, allorché il piano divino, effettuandosi in
concreto, la metterà di fronte al dolore fino a quando la condurrà sul
Calvario ai piedi della Croce, dove offrirà al Padre lo stesso sacrificio
offerto dal Redentore: quello di Gesù che era insieme il più profondo
olocausto di se stessa, poiché era il sacrificio di Colui in cui era
affettivamente tutta concentrata. Dio che le aveva dato il suo Figlio
divino, glielo richiede, ed Ella glie lo offre con tutto l'affetto del suo
cuore, con la più intera adesione alla volontà divina, con amore puro.
Proprio così Maria è giunta alle più sublimi vette della cooperazione alla
redenzione dell'umanità, alle più elevate cime dell'apostolato: cioè con la
sua immolazione animata da quell'amore puro di cui S Giovanni della Croce ha
potuto affermare: «è più prezioso al cospetto di (Dio) Š un pochino dì
questo puro amore ed apporta maggiore utilità alla ChiesaŠ che non tutte
(le) Š altre opere unite insieme»[21].
Oh, se potessero intenderlo bene tutti coloro che, oggi, presi dall'urgenza
delle opere di apostolato, vorrebbero attrarre tutte le anime generose nel
campo dell'attività esterna, anche a danno della vita contemplativa pura!
Colei che è la «Regina degli apostoli » visse unicamente l'apostolato
dell'amore tutto nutrito di preghiera e d'immolazione; eppure nessun'altra
creatura umana ha avuto mai un apostolato più fecondo.
Maria sia nella Chiesa la protettrice della vita contemplativa pura!
> Sviluppo della grazia di unione
Finora abbiamo descritto i vari aspetti dello stato di unione nell'anima di
Maria; bisogna però che ci fermiamo pure un momento sullo sviluppo di questa
grazia in Lei. S. Giovanni della Croce insegna che anche nello stato di
unione il progresso è possibile[22]; anzi sembra che il progresso continuo
nella grazia e nell'amore sia più che mai assicurato per un'anima giunta
alla trasformazione d'amore, appunto perché essa sta sotto la mozione
abituale dello Spirito Santo, la quale la spinge ad atti sempre più
fervorosi.
Ora, noi sappiamo che quando un'anima fa le sue opere buone «con tutto il
cuore», il merito che così acquista e, che consiste sempre in un aumento di
grazia e di carità viene immediatamente concesso all'anima; ed allora la sua
vita spirituale cresce subito in intensità; mentre quando queste stesse
opere buone vengono compiute senza generosità, con un po' di grettezza, o
sono sminuite da seconde intenzioni umane, il merito, già di per sé molto
minore, viene messo in riserva e non viene dato all'anima se non nel giorno
in cui entrerà nell'eternità. In questo caso il suo stato spirituale rimane
stazionario, anzi in pericolo di regresso[23].
Applicando questi principi a Maria Santissima, intenderemo che Ella, mossa
di continuo dallo Spirito Santo con i più potenti stimoli dell'amore puro,
ha dovuto, in tutte le sue operazioni crescere di continuo nella carità, e
proprio in modo che gli aumenti dì carità da Lei meritati venivano
immediatamente concessi all'anima sua, cosicché il suo capitale di amore
soprannaturale e di grazia cresceva immensamente di giorno in giorno. Le
ricchezze dello stato di unione sono quindi andate aumentando in Lei sempre
più.
Sapendo tuttavia che per la creatura umana che vuol darsi totalmente a
Dio l'immolazione a cui viene invitata dalle circostanze della vita è un
incitamento fra i più efficaci per l'intensificazione dell'amore, dovremo
credere che l'introduzione progressiva di Maria nella via di dolore, che
doveva condurla sul Calvario, fu accompagnata da un meraviglioso sviluppo di
tutte le prerogative di cui abbiamo parlato.
Viene così pienamente giustificata quella specie di eccezione segnalata da
S. Giovanni della Croce e che abbiamo già ricordato ‹ ad una delle
condizioni normali dello stato di unione, cioè che «di per sé» l'anima in
tale stato non dovrebbe più soffrire da parte delle emozioni della sua
sensibilità. Il Santo nota infatti in proposito che «in date occasioni Dio
dispensa l'anima su questo punto, facendole sentire alcune cose e patire in
esse affinché meriti di più e s'infervori nell'amoreŠ come fece con la
Vergine Madre»[24]. Certa mente il Signore permise che Maria soffrisse
«affinché meritasse di più e s'infervorasse ancora nell'amore». Quale
esempio confortante per noi! Da Lei impariamo il valore del dolore, che deve
essere fonte di sempre più grande santità e fecondità.
Ma ogni sviluppo giunge infine al suo termine ed il termine qui è la morte
che segna per l'anima, pervenuta allo stato di unione, l'immediato
trasferimento nella vita beata senza passare per il purgatorio.
Studiando lo stato dell'anima in questo termine della vita spirituale S.
Giovanni della Croce insiste sul suo desiderio di giungere lassù dove ella
intuisce che l'aspetta una vita di amore più perfetta ancora, non più
intralciata dal peso di un corpo non glorificato, non spiritualizzato.
Questo desiderio, dice il Santo, è tutto abbandonato al divino beneplacito,
ma non lascia però di accendersi tutte le volte che un più forte impulso
dello Spirito Santo rapisce l'anima nella sua corrente amorosa e la porta in
Dio con una forza irresistibile ed allora ella grida allo stesso Spirito
Santo:
«Rompi la tela a questo dolce incontro! » Parla della tela della vita
terrena, l'unica tela che sussiste ancora in tale anima e che impedisce
l'immediatezza degli incontri sublimi con Dio sulla terra, perché le altre
tele, quelle cioè delle imperfezioni umane, come spiega S. Giovanni, sono
distrutte da tempo mediante le purificazioni spirituali[25].
In Maria queste altre tele non esistettero mai e si può dire perciò che in
Lei dovette essere sempre viva l'aspirazione all'unione immediata con Dio
nella visione beatifica, sebbene sempre temperata dall'abbandono al divino
beneplacito. Si intende però che anche in Lei, quando giunse finalmente
l'ora del Signore, l'anima venne tolta dal corpo dalla forza dell'amore,
cioè «da qualche impeto o incontro amoroso molto più sublime dei precedenti
e sì potente da squarciare la tela e portarsi via quel prezioso gioiello
dell'anima»[26]. E il Santo continua: «Ben a ragione David disse che è
preziosa al cospetto del Signore la morte dei Santi suoi; perché in essa si
adunano tutte le ricchezze dell'anima ed entrano nel mare i fiumi del suo
amore i quali sono ivi tanto gonfi e vasti che già sembrano mari. Là si
uniscono i primi e gli ultimi tesori dell'anima giusta, per accompagnarla al
momento che va e parte per il suo regno, mentre sin dagli estremi confini
della terra echeggiano le lodiŠ a gloria del giusto!»[27]. Non sembra forse
che questa poderosa descrizione si possa applicare ottimamente all'anima di
Maria Santissima al momento del suo beato transito, coronato dalla gloriosa
Assunzione al cielo?
* * *
Ma non solo in un senso puramente spirituale le glorie di Maria echeggiano
nel mondo. Nei giorni della recente glorificazione della Madre di Dio una
marea crescente di esultanza ha inondato i cuori cristiani e, festosa, è
dilagata con impeto irresistibile fino agli estremi confini della terra,
quando nel pronao della Basilica vaticana il Vicario di Cristo ha
pronunciato le fatidiche, infallibili parole che permettono al nostro
sguardo di fede di fissarsi con la più assoluta certezza nella gloria
trionfante dell'Assunta, in cui abbiamo riposto le nostre speranze. Il
nostro cuore ha esclamato: « Signum magnum apparuit in coelo; Mulier amicta
soleŠ». Sì, Maria ci è apparsa ammantata col sole della risurrezione
gloriosa, col corpo trasfigurato dai raggi della luce divina che l'inonda,
vicino a Cristo, dinanzi al trono del Padre celeste, in atteggiamento di
intercessione per noi.
O Tu, Madre del bell'amore, ineffabile conforto dei nostri cuori, illumina
col raggio del tuo splendore il nostro cammino terreno, proteggici,
santificaci, e guida !e anime nostre a questo stato di unione che
contempliamo in Te coronato dai più irradianti fulgori.
Fr. GABRIELE DI S. MARIA MADDALENA, O.C.D.
------------------------------------------------------------------------
* Testo tratto da Rivista di vita spirituale, 5,1 (1951), 52-70.
[1] Citiamo: Salita, L. III, c. 2, n. 10; Cantico, str. 2, n. 8, str. 20, n.
10; Fiamma, III, n. 12.
[2] Salita, L. III, c. 2, n. 10.
[3] Cfr.. Institutio prirnorum monachorum, Lib. VI, cap. l.
[4] Cfr.. il nostro opuscolo Mater Carmeli, la vie mariale Carmélitaine,
Roma, 1931.
[5] Salita, L. I, c. 11. n. 2.
[6] Salita, L. III, c. 2, n. 10.
[7] Notte, L. II, c. 4, n. 2.
[8] Fiamma B, II, n. 34.
[9] Cantico, str. 20, n. 10.
[10] Cantico, Poesia, str. 28.
[11] Cantico, str. 28, nn. 8 e 10.
[12] Fiamma B, I, n. 4.
[13] Cantico A, str. 37, n. 2.
[14] Cantico B, str. 38, n, 2.
[15] Ivi, n. 3.
[16] «L'anima giunta allo stato di matrimonio spirituale sente di continuo
dentro di sé, nei fondo più intimo, un abbraccio divino che la tiene avvinta
e mediante il quale le si comunica la mozione divina che la dirige. In certi
momenti, facendosi quest'abbraccio sentire maggiormente e dandole così una
più intensa fruizione di Dio, ne risulta anche nell'intelligenza una nuova
illuminazione delle grandezze divine dalla quale deriva poi un nuovo impulso
d'amore che trascina l'anima in Dio. L'anima sente quindi effettivamente
dentro di sé una duplice processione: cioè di luce e d'amore, che trova
origine nell'abbraccio divino che si è fatto sentire più Potente.
Spontaneamente l'anima attribuisce l'abbraccio al Padre, l'illuminazione al
Verbo, l'infiammazione d'amore allo Spirito Santo, vedendo in questa grazia
la pieni realizzazione della promessa fatta da Cristo «che se alcuno lo
amasse, la Santissima Trinità verrebbe a lui a farvi stabile dimora: ossia
illustrandone divinamente l'intelletto nella sapienza dei Figlio,
dilettandone la volontà nello Spirito Santo e assorbendolo il Padre
possentemente e fortemente nell'abbraccio abissale della sua dolcezza»
(Fiamma, 1, n. 15),
[17] Cantico, str. 2, n. 8.
[18] Gv 2, 4.
[19] Salita, L. III, c. 2, n. 10.
[20] Salita, L. I, c. II, n. 3.
[21] Cantico, str. 29, n. 2.
[22] Il Santo scrive infatti nel Proemio della Fiamma: «Sebbene nelle strofe
spiegate più sopra (si tratta del Cantico spirituale) abbiamo parlato del
più eminente grado di perfezione a cui si possa arrivare quaggiù, e che
consiste nella trasformazione in Dio, tuttavia le strofe presenti trattano
dell'amore ancor più perfetto e qualificato che si può avere in quello stato
di trasformazione. In verità ciò che le une e le altre dicono, tutto
appartiene ad un medesimo stato di trasformazione che, in quanto tale, non
si può oltrepassare, ma che col tempo e l'esercizio può benissimo
qualificarsi, ripeto, e sostanziarsi sempre più nell'amore; alla stessa
guisa che, quantunque il fuoco penetrato nel legno, lo abbia unito e
trasformato in sé, nondimeno quanto più si accende e seguita ad agire sul
legno, tanto più lo rende incandescente, sino a tal segno da mandare
scintille e fiamme» (n. 3).
[23] È da notarsi che gli atti virtuosi soprannaturali fatti con grettezza e
senza mettervi tutto l'amore di cui siamo capaci ‹ atti che in teologia si
chiamano «actus remissi» ‹ non solo non procurano un immediato aumento
d'amore, ma, quando sono tali avvertitamente e deliberatamente, possono
diventare per l'anima un pericolo di regresso appunto perché permettono che
nell'anima si rassodino gli impedimenti che ostacolano la virtù superiore ed
eroica, non essendo essi controbattuti dal fervore e dallo sforzo.
[24] Cantico, str. 20, n. 10.
[25] Nella Fiamma (str. I, n. 29) Il Santo ha spiegato come vi siano tre
tele che ostacolano la perfetta unione dell'anima con Dio: «Le tele che si
devono rompere perché detta unione avvenga e l'anima possieda Dio
perfettamente, possiamo dire che sono tre: la tela temporale, sotto il qual
nome sono comprese tutte le creature; quella naturale, in cui si comprendono
le operazioni e le inclinazioni puramente naturali; la terza poi è la tela
sensitiva, che significa l'unione dell'anima con il corpo, cioè la vita
sensitiva e animale, di cui S. Paolo dice: Sappiamo che quando verrà a
disfarsi la casa terrestre di questo nostro tabernacolo, avremo da Dio una
eterna abitazione nei cieli (2 Cor 5, 1). Per arrivare al Possesso
dell'unione divina, è necessario che siano rotte le prime due tele, con la
rinunzia di tutte le cose del mondo e con la mortificazione di tutti gli
appetiti ed affetti naturali, in modo che le operazioni dell'anima da
naturali diventino divine».
[26] Fiamma, str. 1, n. 30.
[27] Ivi.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
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network www.totustuus.it
1) IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info/
Mons. Caffarra: il servizio petrino norma della fede
"Quando noi diciamo che la Chiesa, la comunita' cristiana e' fondata sulla
fede intendiamo dire che mediante la fede l'uomo raggiunge, "tocca col
cuore" direbbe Agostino, la persona stessa di Cristo che diventa il
fondamento che dona solidita' e stabilita'. Tuttavia la pagina evangelica
odierna ci insegna in modo preciso che e' la fede di Pietro a fondare, nel
senso suddetto, la Chiesa. Perche' la fede di Pietro ha questa funzione
assolutamente unica? Che cosa ha di particolare questo Apostolo la cui fede
fonda e da' stabilita' alla Chiesa?."
2) PAGINE CATTOLICHE:
(Teologia/Morale)
DIRITTI E DOVERI SOCIALI
http://www.paginecattoliche.it/32_3a41.htm
I. NATURA DELLA SOCIETA' E SUOI ELEMENTI ESSENZIALI. Natura. Fine del vivere
sociale. Autorita'. Concetto sintetico della società. Collaborazione di
tutti alla vita pubblica.
(Teologia/storia)
Libro II - Cap. 8 La Francia da Luigi XI a Francesco I
http://www.paginecattoliche.it/EARLMO08.htm
Prof. A. Torresani. Da Luigi XI a Luigi XII. La politica religiosa del regno
di Francia. Francesco I (1515-1547). La politica estera francese. Cronologia
essenziale. Il documento storico. In biblioteca
(Controversie-Apologetica/Non cattolici)
Breve storia delle eresie (6/10)
http://www.paginecattoliche.it/Cristiani06.htm
CAPITOLO VI. LA RIVOLUZIONE PROTESTANTE. Una catastrofe. Le cause del
Protestantesimo. Lutero e la rottura dell'unita'. Formazione della chiesa
protestante. Zwinglio e lo Zwinglianesimo. Giovanni Calvino e il Calvinismo.
(Santi)
S. MARCO EVANGELISTA (I secolo)
http://www.paginecattoliche.it/SMARCOEVANGELISTA.htm
Tutti gli studiosi ammettono concordi che il secondo vangelo, il piu' breve
di tutti, fu scritto da S. Marco, il quale, come fu l'ausiliare di S. Pietro
nella predicazione in Asia e a Roma, cosi' ne fu pure l'interprete e il
portavoce autorizzato. Nel suo Vangelo, percio', non ci ha trasmesso altro
che la catechesi del primo papa, tale e quale egli la predicava ai primi
cristiani.
3) IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info/
Misericordia Divina per il mondo intero. La mistica di S. Faustina Kovalska
"La ricognizione dell'insegnamento di Suor Faustina fornitaci da Ludmila
Grygiel ci aiuta a cogliere e ad apprezzare quanto il culto della Divina
Misericordia possa, particolarmente oggi, essere prezioso per le singole
persone e per l'intera comunita' l'uomo e il mondo contemporaneo, purtroppo
intimamente lacerati, hanno infatti più che mai bisogno di essere pienamente
consapevoli che Dio e' sempre presente nella storia e opera in essa come
Misericordia infinita".
4) SANTO DEL GIORNO:
(raggiungibile dal sommario/liturgia e preghiera)
Nella rubrica pubblicata tutti i giorni anche una delle brevi vite di santi
tratte dal volume Un santo al giorno dello scrittore cattolico Rino
Cammilleri (ed. Piemme)
5) TRACCE DI OMELIE:
http://omelie.totustuus.info
Omelia del 18 luglio 2004 - Domenica Sedicesima del Tempo Ordinario
"La prima lettura e il vangelo parlano chiaramente dell´ospitalità. Vi si
parla di Abramo che, in piena canicola, offre una splendida accoglienza a
tre misteriosi personaggi. Vi si parla di Marta di Betania, che accoglie
Gesù e i suoi discepoli nella propria casa, e di Maria, sua sorella, che
accoglie come discepola attenta la parola di Gesu' nel suo cuore. Il testo
della lettera ai colossesi presenta Paolo che ospita nel suo corpo e nella
sua anima Cristo Crocifisso, per completare le tribolazioni di Cristo nel
suo corpo, che è la Chiesa".
6) NUOVA RELIGIOSITA' E DINTORNI:
http://nuovareligiosita.totustuus.info
L'antroposofia
7a) MAGISTERO PONTIFICIO
http://magistero.totustuus.info
Leone XIII: "Paternae providaeque" del 18 settembre 1899 sulla formazione
del clero nei seminari del Brasile.
"[...] conosciamo bene quanto lavoro avete compiuto per difendere
l'incolumità e i diritti dei membri delle congregazioni religiose, che sono
sopravvissuti dalle antiche famiglie di questa regione, e per riportarli
all'antico splendore della loro istituzione. A questi si sono associati in
modo validissimo altri fratelli dall'Europa: non hanno ritardato il loro
nobile impeto ne' la lunghezza del viaggio, ne' l'inclemenza del cielo, ne'
i dissimili costumi. Si aggiungono le numerose congregazioni istituite piu'
di recente, fatte venire dal vostro concorde zelo, sia per istituire o
guidare le case per adolescenti, sia per procedere alle sacre missioni, sia
per compiere altre cose nel servizio sacerdotale, per le quali questo clero
impari di numero non avrebbe potuto essere sufficiente. Non ultima causa di
conforto infine, la offrono i seminari, che presso di voi sono aumentati di
numero o sono stati restituiti alla condizione migliore".
7b)FattiSentire.net: NUOVA CAMPAGNA
Umbria: Risorgimento, statalismo e Unioni di fatto
Il progetto di silenziosa e progressiva distruzione delle radici cristiane e
della famiglia prosegue: dopo la Toscana e l'Emilia-Romagna, anche la
Regione Umbria approva uno Statuto che nega le radici "francescane" di tale
Regione e la liberta' di educazione, tutela la "liberta' di orientamento
sessuale" e promuove le Unioni di Fatto. Per saperne di piu' e manifestare
il tuo dissenso, clicca qui: http://radici.totustuus.info/
7c) "CENTRO CULTURALE CATTOLICO CARLO CAFFARRA"
http://www.caffarra.it
26 giugno 2004 - Omelia nella Dedicazione della chiesa di Castel d'Aiano
"Come ogni edificio, come questo edificio, anche voi venire costruiti sopra
un fondamento: "infatti, nessuno può porre un fondamento diverso da quello
che già si trova, che è Gesù Cristo". La nostra comunità cristiana è
costruita sulla persona del Signore, nel senso che ciascuno di noi entra in
questo edificio mediante la fede in Lui. Mediante la fede noi veniamo
inseriti nell'edificio di Dio che è la Chiesa".
7d) Rassegna stampa del Centro cattolico di documentazione
www.totustuus.biz/users/rassegnastampa
E' attivo il link dedicato all'Islam, con numerosi interventi e articoli
dedicati al dialogo, alla condizione dei cristiani nell'Islam,
all'integralismo islamico, alla storia e alla dottrina islamica.
8) STATISTICHE:
Il nuovo banner exchange ha 284 siti aderenti
Iscritti a questa lettera diaggiornamenti: 5.941
9) BENEFATTORI:
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Alla prossima settimana!
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
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Mons. Caffarra: il servizio petrino norma della fede
"Quando noi diciamo che la Chiesa, la comunita' cristiana e' fondata sulla
fede intendiamo dire che mediante la fede l'uomo raggiunge, "tocca col
cuore" direbbe Agostino, la persona stessa di Cristo che diventa il
fondamento che dona solidita' e stabilita'. Tuttavia la pagina evangelica
odierna ci insegna in modo preciso che e' la fede di Pietro a fondare, nel
senso suddetto, la Chiesa. Perche' la fede di Pietro ha questa funzione
assolutamente unica? Che cosa ha di particolare questo Apostolo la cui fede
fonda e da' stabilita' alla Chiesa?."
2) PAGINE CATTOLICHE:
(Teologia/Morale)
COOPERAZIONE AL MALE
http://www.paginecattoliche.it/31_3a39.htm
COOPERAZIONE AL MALE E OBBLIGHI DI RESTITUZIONE. Nozione.
Cooperatori positivi e negativi e relativi obblighi. MORALE PROFESSIONALE.
Che cos'e' la morale professionale. Cenni storici. Principi generali della
morale delle professioni.
(Teologia/storia)
Libro II - Cap. 7 La Germania nell'eta' della Riforma
http://www.paginecattoliche.it/EARLMO07.htm
Prof. A. Torresani. La situazione della Germania nel XVI secolo. Cavalieri e
contadini durante la rivoluzione dei prezzi. Lutero e la Riforma
protestante. Zwingli riformatore di Zurigo. Calvino riformatore di Ginevra.
Cronologia essenziale. Il documento storico. In biblioteca
(Controversie-Apologetica/Non cattolici)
Breve storia delle eresie (5/10)
http://www.paginecattoliche.it/Cristiani05.htm
CAPITOLO; V. LE ERESIE MEDIOEVALI. Caratteri generali. Eresie individuali.
I Petrobrussiani. I Valdesi. Gli Albigesi. L'eresia di Wycleff. Giovanni
Huss
e gli Hussiti.
(Santi)
MARTINO I (656)
http://www.paginecattoliche.it/SMARTINOI.htm
L'autore del Liber Pontificalis, contemporaneo di Martino I, non fornisce
notizie sulla sua vita prima dell'elezione al pontificato. Sappiamo che era
un diacono originario di Todi (Umbria) e che aveva esercitato l'ufficio di
apocrisario a Costantinopoli. Aveva quindi potuto conoscere a fondo l'aspra
controversia suscitata dall'eresia monotelita, sorta nell'Oriente cristiano
all'inizio del secolo VII, che combatte' strenuamente. Mori' il 13-4-656. La
salma di Martino I fu seppellita a Costantinopoli nella chiesa della Vergine
di Blacherna. Tanto la Chiesa latina quanto la greca e la slava lo venerano
come martire.
3) IN LIBRERIA:
Studi cattolici: L'Europa assente
http://libreria.totustuus.info/
"In effetti, per che cosa siamo andati a votare il 12-13 giugno? Per un'
Europa senza fisionomia, non essendosi trovato, prima del voto, un accordo
sulla bozza di Costituzione? Votare per un Parlamento con quali poteri? Se
si volesse un'Europa veramente dei popoli, il Parlamento dovrebbe esserne il
centro istituzionale, ma tuttora l'Europa e' soprattutto un'Europa dei
governi e delle burocrazie (Commissione europea) e la bozza di Costituzione,
analitica fino al dettaglio nelle questioni secondarie, non ha slancio
propositivo ne' quanto ai valori ispiratori (le famose "radici cristiane" su
cui ironizza il presidente Chirac), ne' quanto all'articolazione dei poteri"
4) SANTO DEL GIORNO:
(raggiungibile dal sommario/liturgia e preghiera) Nella rubrica pubblicata
tutti i giorni anche una delle brevi vite di santi tratte dal volume Un
santo al giorno dello scrittore cattolico Rino Cammilleri (ed. Piemme)
5) TRACCE DI OMELIE:
http://omelie.totustuus.info/
Omelia perl'11 luglio 2004 - Quindicesima Domenica del tempo Ordinario "La
questione Gesu' potrebbe essere il centro di convergenza dei testi
liturgici.
Gesu' e' una domanda, e la Bibbia ci offre una grande risposta".
6) RITIRO 2004:
http://ritiro2004.totustuus.info/
7) AL CINEMA:
http://cinema.totustuus.info
Recensione cinematografica: "La preda" di W.Friedkin, con T. Lee Jones, B.
Del Toro
8a) MAGISTERO PONTIFICIO
http://magistero.totustuus.info/
Giovanni XXIII: Lettera apostolica "Inde a primis", del 30 giugno 1960.
"Piu' volte ci e' accaduto [...] di invitare i fedeli in materia di
devozione viva e quotidiana a volgersi con ardente fervore verso
l'espressione divina della misericordia del Signore sulle singole anime,
sulla sua Chiesa e sul mondo intero, di cui resta il redentore ed il
Salvatore. Vogliamo dire la devozione al Preziosissimo Sangue.
8b) "E' TUTTA UN'ALTRA STORIA "
http://altrastoria.totustuus.info/
sezione "Biografie": Donoso Cortes: il cattolicesimo, il beralismo e il
socialismo, di Alessandro Augusto Monti della Corte
8c) FattiSentire.net: NUOVA CAMPAGNA
Umbria: Risorgimento, statalismo e Unioni di fatto
Il progetto di silenziosa e progressiva distruzione delle radici cristiane e
della famiglia prosegue: dopo la Toscana e l'Emilia-Romagna, anche la
Regione Umbria approva uno Statuto che nega le radici "francescane" di
tale Regione e la liberta' di educazione, tutela la "liberta' di
orientamento
sessuale" e promuove le Unioni di Fatto. Per saperne di piu' e
manifestare il tuo dissenso, clicca qui: http://radici.totustuus.info"
8d) "CENTRO CULTURALE CATTOLICO CARLO CAFFARRA"
http://www.caffarra.it
27 giugno 2004 - Omelia nella Solennita' dei Santi Pietro e Paolo.
"Tu sei Pietro e su questa pietra edifichero' la mia Chiesa". Carissimi
fedeli, le parole dette da Cristo a Pietro manifestano un grande mistero che
coinvolge tutti noi: il mistero della Chiesa. Piu' precisamente: del
fondamento della Chiesa.
9) STATISTICHE:
Il nuovo banner exchange ha 284 siti aderenti
Iscritti a questa lettera diaggiornamenti: 3.535
10) BENEFATTORI:
http://comeaiutarci.totustuus.info/
Alla prossima settimana!
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
Comunicato stampa
CONGRESSO A ROMA, 2 - 3 LUGLIO 2004
LA FECONDAZIONE ASSISTITA: PROFILI MEDICI, ETICI E GIURIDICI
Venerdi` 2 e sabato 3 luglio, a Roma, dalle ore 9 alle 19, presso l'Ateneo
Pontificio Regina Apostolorum (Via degli Aldobrandeschi, 190), si terra` il
congresso "La fecondazione assistita: profili medici, etici e giuridici",
organizzato dalla Facolta` di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina
Apostolorum in collaborazione con l'Universita` degli Studi di Roma "La
Sapienza".
L'argomento e` di grande attualita` e il convegno vuole rappresentare un
momento d'approfondimento e di riflessione, dopo la recente approvazione
della legge italiana sulle norme in materia di procreazione assistita.
Il tema sara` affrontato dal punto di vista medico, etico e giuridico, con
la
partecipazione di numerosi esperti.
Fra i vari argomenti che saranno affrontati, una conferenza sulla
fecondazione assistita nei mezzi di comunicazione, una riflessione sul ruolo
della donna ed un confronto tra la legge italiana e quelle degli altri
Paesi.
L'incontro prevede diversi momenti di dibattito, con la partecipazione dei
relatori.
Per informazioni: tel. 06 66527800.
Sito Internet: www.upra.org
PROGRAMMA:
Prima giornata (2 luglio 2004)
PRIMA SESSIONE H. 9,15 - 14,00
9,15-9,30 Benvenuto ed apertura dei lavori.
Padre Paolo Scarafoni (Rettore Ateneo Pontificio Regina Apostolorum)
Dott. Massimo Tortorella (Presidente di Sanita` in-Formazione S.p.a.)
9,30-10,00 Saluto delle autorita` ai partecipanti.
10,00-11,00 Aspetti medici della fecondazione assistita.
Prof. Giuseppe Benagiano (Docente di Medicina della Riproduzione -
Universita` di Roma"La Sapienza")
h. 11,00 -11,15 Coffee Break
11,15-12,15 Aspetti scientifici della fecondazione assistita: lo stato
dell'arte.
Prof. Nicola Garcea (Direttore unita` operativa Ginecologia ed ostetricia -
Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata - Calvary Hospital di Roma)
12,15-13,00 La fecondazione assistita nei mass-media.
Prof.ssa Cinzia Caporale (Docente di Bioetica ed educazione ambientale
presso l'Universita` di Siena - Facolta` di Scienze Naturali)
13,00-14,00 Confronto/dibattito: risposta ai quesiti posti dai partecipanti.
SECONDA SESSIONE H. 14,45 - 19,00
14,45-15,45 La fecondazione assistita e il ruolo della donna.
On. Prof.ssa Olimpia Tarzia (Presidente dell'Osservatorio Permanente sulle
famiglie - Regione Lazio)
15,45-16,45 Principi-guida per un giudizio etico sulla procreazione
assistita.
Prof. Gonzalo Miranda (Decano Facolta` di Bioetica - Ateneo Pontificio
Regina
Apostolorum)
h. 16,45-17,00 Coffee Break
17,00-18,00 Applicazione dei principi-guida della fecondazione assistita
alle tecniche esistenti.
Prof. Mario Palmaro (Docente Ateneo Pontificio Regina Apostolorum - Facolta`
di Bioetica)
18,00-19,00 Confronto/dibattito: risposta ai quesiti posti dai partecipanti.
Seconda giornata (3 luglio 2004)
PRIMA SESSIONE H. 9,00 - 13,15
9,00-9,30 Intervento del Ministro per le Politiche Comunitarie On. Rocco
Buttiglione
9,30-10,15 Fecondazione assistita: normativa vigente in Italia.
Prof. Raffaele Iuso (Professore di Diritto Amministrativo; gia` Presidente
T.A.R.)
10,15-10,45 Fecondazione assistita: problemi medici
Dott. Lucio Romano (Universita` degli Studi di Napoli "Federico II"; Docente
di Bioetica - Ateneo Pontificio Regina Apostolorum)
10,45-11,15 Fecondazione assistita tra possibile e ragionevole.
Prof.ssa Avv. Paola Frati (Prof. Associato Istituto Medicina Legale-
Universita` di Roma "La Sapienza")
h. 11,00-11,15 Coffee Break
11,15-12,15 Il rapporto tra Bioetica e Diritto in materia di fecondazione
assistita.
Prof. Alberto Gambino (Docente di Diritto Privato - Universita` di Napoli
"Parthenope"; Docente di Filosofia del Diritto - Ateneo Pontificio Regina
Apostolorum)
12,15-13,15 Confronto/dibattito: risposta ai quesiti posti dai partecipanti.
SECONDA SESSIONE H. 14,00 - 18,15
14,00-15,00. La fecondazione assistita e il diritto internazionale.
Prof. Avv. Luca Marini (Associato di diritto internazionale - Universita` di
Roma "La Sapienza" e componente del Comitato Nazionale per la Bioetica)
15,00-16,00 La fecondazione assistita alla luce della recente
giurisprudenza.
On. Prof. Carlo Casini (Magistrato Consigliere presso la Suprema Corte di
Cassazione; Docente Facolta` di Bioetica - Ateneo Pontificio Regina
Apostolorum)
16,00-17,00 Confronto/dibattito: risposta ai quesiti posti dai partecipanti.
Segreteria organizzativa: Sanita` in-Formazione
Responsabile ufficio stampa dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum: Carlo
Climati - Tel. 06 66527800.
E-mail: md3416@...
Carissimi, comincia il mese del Preziosissimo Sangue
Spero farvi cosa gradita inviandovi questa bella lettera del beato Giovanni
XXIII - Don Alfredo
lettera apostolica "Inde a primis"
Venerabili Fratelli, Salute e Apostolica Benedizione!
Piu` volte ci e` accaduto fin dai primi mesi del Nostro servizio
pontificale, e la parola fu sovente precorritrice ansiosa ed
innocente del Nostro stesso sentimento, di invitare i fedeli in materia di
devozione viva e quotidiana a volgersi con ardente
fervore verso l'espressione divina della misericordia del Signore sulle
singole anime, sulla sua Chiesa e sul mondo intero, di cui
Gesu` resta il redentore ed il Salvatore. Vogliamo dire la devozione al
Preziosissimo Sangue.
Questa devozione ci fu istillata nello stesso ambiente domestico in cui
fiori` la nostra fanciullezza, e tuttora ricordiamo con viva
emozione la recita delle Litanie del Preziosissimo Sangue che i nostri
vecchi facevano nel mese di luglio.
Memori della salutare esortazione dell'Apostolo: "Badate a voi; badate al
gregge in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha
costituito vescovi per pascere la Chiesa di Dio, acquistata da lui col
proprio sangue", crediamo, o Venerabili Fratelli, che tra le
sollecitudini del Nostro universale ministero pastorale, dopo la vigilanza
sulla sana dottrina, debba avere un posto di privilegio
quella che riguarda il retto svolgimento e l 'incremento della pieta`
religiosa, nelle manifestazioni del culto liturgico e privato. Ci
sembra pertanto particolarmente opportuno richiamare l'attenzione dei nostri
diletti figli sul nesso indissolubile che deve unire le
due devozioni, gia` tanto diffuse in seno al popolo cristiano, cioe` al Nome
Santissimo di Gesu` e al suo Cuore Sacratissimo, quella
che intende onorare il Sangue preziosissimo del Verbo incarnato, "sparso per
molti in remissione dei peccati".
Se, infatti, e` di somma importanza che tra il Credo cattolico e l'azione
liturgica della Chiesa regni una salutare armonia, poiche'
"Lex credendi legem statuat supplicandi", e non siano mai consentite forme
di culto che non scaturiscano dalle sorgenti purissime
della vera fede, e` giusto altresi` che fiorisca una simile armonia tra le
varie devozioni, in modo che non vi sia contrasto o
dissociazione tra quelle che sono stimate come fondamentali e piu`
santificanti, ed in pari tempo sulle devozioni personali e
secondarie abbiano il primato nella stima e nella pratica quelle che meglio
attuano l'economia dell'universale salvezza operata
dal "solo Mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesu` uomo, colui che diede
se stesso prezzo di riscatto per tutti". Movendosi in
questa atmosfera di retta fede e di sana pieta`, i credenti sono sicuri di
"sentire cum Ecclesia", ossia di vivere in comunione di
preghiera e di carita` con Gesu` Cristo, fondatore e Sommo Sacerdote di
quella sublime religione, che da lui trae, col nome, ogni
sua dignita` e valore. Se diamo ora un rapido sguardo ai mirabili
progressi che la Chiesa Cattolica ha operato nel campo della
pieta` liturgica, in salutare consonanza con lo sviluppo della sua fede
nella penetrazione delle verita` divine, e` indubbiamente
consolante il costatare che nei secoli a noi piu` vicini non sono mancati da
parte di questa Apostolica Sede chiari e ripetuti
attestati di consenso e di incoraggiamento, per tutte e tre le devozioni
sopra menzionate: devozioni che furono praticate fin dal
medioevo da molte anime pie e furono poi diffuse in varie Diocesi, Ordini e
Congregazioni religiose, ma che attendevano dalla
Cattedra di Pietro il suggello dell'ortodossia e dell'approvazione per la
Chiesa universale.
Ci basti ricordare che i Nostri Predecessori fin dal secolo XVI hanno
arricchito di spirituali favori la devozione al Nome Santissimo
di Gesu`, di cui si era fatto nel secolo precedente apostolo infaticabile,
in Italia, San Bernardino da Siena. In onore di questo
Santissimo Nome furono anzitutto approvati l'Ufficio, la Messa, ed in
seguito le Litanie. Ne' meno insigni furono i privilegi
concessi dai Romani Pontefici al culto verso il Cuore Sacratissimo di Gesu`,
nella cui ammirabile propagazione tanta parte hanno
avuto le rivelazioni fatte dal Sacro Cuore a Santa Margherita Maria
Alacoque.
E cosi` alta e unanime e` stata la stima dei Sommi Pontefici verso questa
devozione, che essi si compiacquero di illustrarne la
natura, difenderne la legittimita`, inculcarne la pratica con molti atti
ufficiali, cui hanno posto coronamento tre importanti
Encicliche su questo argomento.
Ma anche la devozione al Sangue Preziosissimo, di cui e` stato propagatore
ammirabile nel secolo scorso il sacerdote romano San
Gaspare del Bufalo, ebbe il meritato consenso e il favore di questa Sede
Apostolica. Giova infatti ricordare che per ordine di
Benedetto XlV furono composti la Messa e l'Ufficio in onore del Sangue
adorabile del Salvatore divino; e che Pio IX, a
soddisfazione di un voto fatto a Gaeta, ne volle estesa la festa liturgica
alla Chiesa universale. Fu infine Pio Xl, di felice
memoria, che a ricordo del XlX Centenario della Redenzione, elevo` la
suddetta festa a rito doppio di prima classe, affinche' dalla
accresciuta solennita` liturgica piu` intensa si facesse la devozione stessa
e piu` copiosi si riversassero sugli uomini i frutti del
Sangue redentivo.
Seguendo pertanto l'esempio dei Nostri Predecessori, allo scopo di favorire
ulteriormente il culto verso il Sangue prezioso
dell'Agnello immacolato Cristo Gesu`, ne abbiamo approvate le Litanie,
secondo l'ordine compilato dalla Sacra Congregazione dei
Riti, incoraggiandone altresi` la recita in tutto il mondo cattolico; sia in
privato che in pubblico, con l'elargizione di speciali
indulgenze.
Possa questo nuovo atto della "cura di tutte le Chiese", propria del Supremo
Pontificato, in tempi di piu` gravi ed urgenti bisogni
spirituali, risvegliare nell'animo dei credenti la convinzione del valore
perenne, universale, sommamente pratico delle tre
devozioni sopra elogiate.
Nell'approssimarsi percio` della festa e del mese dedicati al culto del
Sangue di Cristo, prezzo del nostro riscatto, pegno di
salvezza e di vita eterna, ne facciano i fedeli l 'oggetto di piu` devote
meditazioni e di piu` frequenti comunioni sacramentali.
Riflettano essi, illuminati dai salutari insegnamenti che promanano dai
Libri Sacri e dalla dottrina dei Padri e Dottori della Chiesa,
al valore sovrabbondante, infinito, di questo Sangue veramente
preziosissimo, "cuius una stilla salvum facere totum mundum
quit ab omni scelere", come canta la Chiesa con l'Angelico Dottore, e come
ha sapientemente confermato il Nostro Predecessore
Clemente Vl. Che', se infinito e` il valore del Sangue dell'Uomo-Dio ed
infinita e` stata la carita` che lo spinse ad effonderlo fin dal
giorno ottavo della sua nascita e poi con sovrabbondanza nell'agonia
dell'orto, nella flagellazione e coronazione di spine, nella
salita al Calvario e nella Crocifissione, e infine dalla ampia ferita del
costato, a simbolo di quello stesso Sangue divino che scorre
in tutti i Sacramenti della Chiesa, e` non solo conveniente ma sommamente
doveroso che ad esso siano tributati omaggi di
adorazione e di amorosa riconoscenza da parte di tutti i rigenerati nelle
sue onde salutari.
E al culto di latria, da rendersi al Calice del Sangue del Nuovo Testamento,
soprattutto nel momento della sua elevazione nel
sacrificio della Messa, e` quanto mai decoroso e salutare che tenga dietro
la Comunione con quel medesimo Sangue,
indissolubilmente unito al Corpo del Salvatore nostro nel sacramento
dell'Eucaristia. In unione allora col Sacerdote celebrante, i
fedeli potranno con piena verita` ripetere mentalmente le parole che egli
pronuncia nel momento della Comunione: "Calicem
salutaris accipiam et nomen Domini invocabo... Sanguis Domini Nostri Jesu
Christi custodiat animam meam in vitam aeternam.
Amen" In tal modo i fedeli, che vi si accosteranno degnamente, percepiranno
piu` abbondanti i frutti di redenzione, di risurrezione
e di vita eterna, che il Sangue sparso da Cristo "per impulso dello Spirito
Santo" ha meritato al mondo intero. E nutriti del Corpo
e del Sangue di Cristo, resi partecipi della sua vita divina che ha fatto
sorgere legioni di martiri, essi andranno incontro alle lotte
quotidiane, ai sacrifici, sino al martirio, se occorre, in difesa della
virtu` e del regno di Dio, sentendo in se medesimi quell'ardore
di carita`, che faceva esclamare a san Giovanni Crisostomo: "Partiamo da
quella Mensa come leoni spiranti fiamme, divenuti
terribili al demonio, pensando chi sia il nostro Capo, e quanto amore abbia
avuto per noi... Questo Sangue, se degnamente
ricevuto, allontana i demoni, chiama presso di noi gli angeli, e lo stesso
Signore degli angeli... Questo Sangue, versato, purifica
tutto il mondo... Questo e` il prezzo dell'universo, con questo Cristo
redime la Chiesa... Tale pensiero deve frenare le nostre
passioni. Fino a quando, infatti, rimarremo attaccati al mondo presente?
Fino a quando rimarremo inerti? Fino a quando
trascureremo di pensare alla nostra salvezza? Riflettiamo sui beni che il
Signore si e` degnato di concederci, siamone grati,
glorifichiamolo non solo con la fede, ma anche con le opere ".
Oh! se i cristiani riflettessero piu` sovente al paterno monito del primo
papa: "Vivete con timore nel tempo del vostro
pellegrinaggio; ben sapendo che non a mezzo di cose corruttibili, quali l
'oro e l 'argento, siete stati riscattati... ma col prezioso
Sangue di Cristo, dell'Agnello immacolato e incontaminato!"; se porgessero
essi piu` sollecito ascolto all'esortazione dell'Apostolo
delle genti: "Siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Iddio,
e portatelo nel vostro corpo!". Quanto piu` degni, piu`
edificanti sarebbero i loro costumi; quanto piu` salutare per l 'umanita`
intera la presenza nel mondo della Chiesa di Cristo! E se
tutti gli uomini assecondassero gli inviti della grazia di Dio, che li vuole
tutti salvi, perche' ha voluto che tutti fossero redenti dal
Sangue del suo Unigenito e tutti chiama a essere membri di un solo mistico
Corpo, di cui Cristo e` il Capo, quanto piu` fraterni
diverrebbero i rapporti tra gli individui, i popoli, le nazioni; quanto piu`
pacifica, piu` degna di Dio e dell'umana natura, creata a
immagine e somiglianza dell'Altissimo, risulterebbe la sociale convivenza.
E` alla contemplazione di questa sublime vocazione
che san Paolo invitava i fedeli provenienti dal popolo eletto, tentati di
pensare con nostalgia e un passato che era stato soltanto
una pallida figura e il preludio della Nuova Alleanza: "Voi vi siete
accostati al monte Sion e alla citta` di Dio vivente, alla
Gerusalemme celeste, e alle miriadi di angeli, adunata assemblea dei
primogeniti iscritti nei cieli, a Dio giudice, e agli spiriti dei
giusti arrivati alla perfezione, e a Gesu` mediatore del Nuovo Patto, e al
Sangue della aspersione, che parla meglio di quello di
Abele ". Pienamente fiduciosi, o Venerabili Fratelli, che queste Nostra
paterne esortazioni, rese note da voi nel modo che
crederete piu` opportuno al Clero e ai fedeli a voi affidati, non solo
volentieri saranno salutarmente attuate, ma altresi` con fervido
zelo, in auspicio delle grazie celesti e in pegno della Nostra particolare
benevolenza, con effusione di cuore impartiamo la
Benedizione Apostolica a ciascuno di voi e a tutti i vostri greggi, e in
modo particolare a coloro che risponderanno generosamente
e piamente al Nostro invito.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 giugno 1960,
vigilia della Festa del Preziosissimo Sangue di N.S.G.C.,
anno secondo del Nostro Pontificato.
Papa Giovanni XXIII
In Jesu et Maria
Sac. Alfredo M. Morselli
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
Unioni di fatto*
di Héctor Franceschi**
Il riconoscimento e la conseguente registrazione, sul piano legale, in un
numero crescente di paesi, delle «unioni di fatto», sotto forma di
«contratti» tra le parti interessate che accordano a tali unioni uno statuto
e dei vantaggi sociali simili oppure alternativi a quelli riservati ai
matrimoni, ha provocato una reazione, talvolta indignata, da parte delle
popolazioni alle quali erano imposte senza il loro consenso, e senza che ci
fosse stato un reale dibattito pubblico preliminare. Ha anche portato, per
contraccolpo, a una riflessione nuova, e salutare, su ciò che costituisce il
matrimonio, e fa sì che nessun «patto», fosse pure «civico» e «di
solidarietà» (ad esempio il PACS francese), può pretendere di sostituirsi a
questa istituzione naturale, con cui un uomo e una donna si danno l'uno
all'altra per la vita, in un'unione permanente ed esclusiva, aperta alla
procreazione. (cf. le altre voci del Lexicon: Amore coniugale?; Famiglia e
privatizzazione; Indissolubilità matrimoniale?; Matrimonio, separazione,
divorzio e coscienza; «Matrimonio» di omosessuali)
Premessa
Le unioni di fatto, fenomeno che negli ultimi anni si è diffuso nella
società, soprattutto in quella occidentale, interpellano la coscienza di
tutte le persone che credono alla famiglia fondata sul matrimonio come un
bene per la persona e per la società umana. La Chiesa, più intensamente
negli ultimi tempi, ha fatto uno sforzo per ricordare la fiducia dovuta alla
persona umana e alla sua libertà, dignità e valori, nonché la speranza che
proviene dall'azione salvifica di Dio nel mondo, la quale aiuta la persona a
superare ogni debolezza. Allo stesso tempo, ha manifestato la sua grande
preoccupazione di fronte ai diversi attentati alla persona umana e alla sua
dignità, rendendo noti anche alcuni presupposti ideologici propri della
cultura «postmoderna», che rendono difficile comprendere e vivere i valori
che esige la verità sulla persona umana. Non si tratta più di contestazioni
parziali e occasionali, ma di una messa in discussione globale e sistematica
del patrimonio morale, basata su determinate concezioni antropologiche ed
etiche. Alla loro radice sta l'influsso più o meno nascosto di correnti di
pensiero che finiscono per sradicare la libertà umana dal suo essenziale e
costitutivo rapporto con la verità[1].
Quando si produce questo svincolamento tra libertà e verità, viene meno ogni
riferimento a valori comuni e a una verità assoluta per tutti: la vita
sociale si avventura nelle sabbie mobili di un relativismo totale. Allora
tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile: anche il primo dei diritti
fondamentali, quello alla vita[2]. Certamente, si tratta di una messa in
guardia anche per quanto riguarda la realtà del matrimonio e la famiglia,
unica fonte e cammino pienamente umano di realizzazione della
propriatendenza sessuale mediante la fondazione di un rapporto proprio in
quanto si è uomo e donna, il quale richiede un'adeguata comprensione della
libertà umana, contro quella frequente corruzione dell'idea e
dell'esperienza della libertà, concepita non come la capacità di realizzare
la verità del progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia, ma come autonoma
forza di affermazione, non di rado contro gli altri, per il proprio
egoistico benessere[3].
Nel contesto di una società frequentemente lontana dai valori della verità
della persona umana, tenteremo ora di sottolineare precisamente il contenuto
di quel patto matrimoniale con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro
la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e
alla procreazione ed educazione della prole[4], tale quale fu istituito da
Dio «al principio»[5]. Vale a dire, conviene ora spiegare l'essere intimo
del matrimonio in quanto realtà inerente alla persona umana e alla sua
modalizzazione sessuale, nonché i presupposti antropologici sui quali si
basa la realtà matrimoniale. Soltanto in questo modo si potrà capire la
radicale e non soltanto formale o culturale differenza tra la famiglia
fondata sul matrimonio e le cosiddette «unioni di fatto», siano queste
eterosessuali od omosessuali[6].
Sin dalla sua fondazione, la Chiesa ha fatto sentire la sua voce circa gli
aspetti morali della sessualità umana, e di conseguenza ha affermato
l'immoralità oggettiva degli atti sessuali avuti fuori dall'unione
matrimoniale e, pertanto, l'immoralità delle diverse unioni o modi di
coabitazione sessuale al di fuori del vincolo matrimoniale[7].
Ciononostante, la cultura odierna ci pone di fronte a una nuova sfida:
infatti, la mentalità contemporanea ha portato a considerare socialmente e
giuridicamente uguali 4 o, almeno, equiparabili 4 codeste unioni di fatto
nei confronti della vera unione matrimoniale.
Di fronte a queste pretese, conviene ricordare la natura della famiglia
fondata sul matrimonio, il carattere soprastorico di cui è rivestita, al di
sopra dei cambiamenti temporali, di luogo e di cultura, nonché la dimensione
di giustizia che scaturisce dallo stesso essere della famiglia e dalle
relazioni che la costituiscono[8].
Le unioni di fatto e la loro disfunzione sociale
Alla luce della verità sul matrimonio come l'unico cammino degno della
persona umana per stabilire una relazione che implichi la donazione della
propria condizione sessuale, e quindi dell'identità propria della famiglia
fondata sul matrimonio, analizzeremo il fenomeno delle unioni di fatto,
descrivendo gli elementi che le caratterizzano, siano esse omosessuali o
eterosessuali. In questo modo, attraverso una valutazione razionale, e non
confessionale o tanto meno ideologica, si potranno costatare le differenze
abissali che distinguono l'una e l'altra realtà (matrimonio e unioni di
fatto) e, quindi, l'ingiustizia che comporterebbe la loro equiparazione
giuridica, cosi come i mali sociali - per l'intera comunità umana - che
deriverebbero dal riconoscimento pubblico di tali unioni non matrimoniali.
Partiremo dall'analisi dell'espressione del matrimonio come frutto
dell'esperienza giuridica plurisecolare della Chiesa, per poi vedere il
graduale svuotamento che questa realtà ha subito negli ultimi secoli e,
infine, il modo in cui il fenomeno delle unioni di fatto e i diversi
tentativi di riconoscimento è stato affrontato dal magistero più recente
della Chiesa.
La necessità di un'adeguata comprensione dell'espressione canonica
delmatrimonio
Prima di addentrarci nell'analisi della complessa realtà delle unioni di
fatto, è d'obbligo un seppur breve riferimento all'espressione canonica del
matrimonio o, detto con altre parole, al modo in cui è contemplata la realtà
naturale del matrimonio nella legge vigente della Chiesa. La legge descrive
nella sua sostanza l'essere naturale del matrimonio, tanto nel suo momento
in fieri 4 il patto coniugale 4 quanto nella sua condizione di realtà
permanente 4 chiamata dalla tradizione matrimonio in facto esse 4 nella
quale si inseriscono vincolarmente non soltanto la relazione coniugale ma
anche le altre relazioni propriamente familiari. In questo senso, la
giurisdizione sul matrimonio che compete alla Chiesa è, in questi momenti,
decisiva come baluardo e salvaguardia dei valori intrinsecamente
matrimoniali e familiari.
Ciononostante, certe prassi pastorali 4 e alcune decisioni giudiziarie 4 non
comprendono adeguatamente i principi nucleari dell'essere del matrimonio,
almeno in queste due aree di conoscenza: quella dell'amore coniugale e
quella della sacramentalità del matrimonio cristiano. Per quanto riguarda la
prima, si parla frequentemente dell'amore come base del matrimonio, e di
questo quale comunità di vita e di amore, ma non di rado non si capiscono
convenientemente queste espressioni, dimenticando di metterle in connessione
con la coniugalità come elemento intrinseco, lasciando anche fuori dalla
definizione dell'amore coniugale la sua dimensione di giustizia. Questo fa
si che per questa via si tralascino gli argomenti possibili contro le unioni
di fatto, e persino che queste espressioni possano servire alle unioni di
fatto come «alibi» per affermare la loro «identità»: anche coloro che
difendono l'unione di fatto potrebbero dire che la loro unione è fondata
sull'amore, o che costituisce una comunità di vita e di amore. Il problema
è, invece, che non può essere tale se non è, realmente e intrinsecamente,
«coniugale», cioè, unione nella propria condizione maschile e femminile,
dovuta in giustizia, e per la sua stessa natura fedele, indissolubile e
aperta alla vita.
Nei confronti della sacramentalità, la questione è più complessa, perché i
pastori della Chiesa non possono mettere in disparte l'immensa ricchezza che
scaturisce dall'essere sacramentale del matrimonio tra battezzati. Dio ha
voluto che il patto coniugale «del principio», il matrimonio della
creazione, fosse segno permanente dell'unione di Cristo e la sua Chiesa, e
fosse perciò vero sacramento della Nuova Alleanza. Il problema risiede nel
comprendere adeguatamente che la sacramentalità non è qualcosa di
sopraggiunto o qualcosa di estrinseco all'essere naturale del matrimonio,
bensì lo stesso matrimonio voluto dal Creatore, il quale viene elevato alla
dignità di sacramento mediante l'azione redentrice di Cristo, senza che
questo supponga uno snaturamento della realtà naturale. A causa della
mancata comprensione del significato della sacramentalità e della
peculiarità di questo sacramento nei confronti degli altri sacramenti della
Nuova Alleanza, appaiono delle imprecisioni, persino terminologiche, che
finiscono per oscurare l'essenza del matrimonio e, di conseguenza, l'essenza
della propria sacramentalità. Questo ha una speciale importanza nella
preparazione al matrimonio: i lodevoli sforzi nel formare i fidanzati, per
la celebrazione del sacramento, possono lasciare in ombra una chiara
comprensione di quello che è il matrimonio che stanno per contrarre, senza
che pertanto si rendano conto che non si presentano dinanzi alla Chiesa
primariamente per celebrare il sacramento mediante determinati riti, ma per
contrarre un matrimonio che è sacramento in virtù dell'inserzione nella
Nuova Alleanza di Cristo e la Chiesa che si è attuata mediante il battesimo
di coloro che per il patto coniugale divengono coniugi[9].
Una siffatta visione della sacramentalità, in qualche modo estrinseca e
legata a determinati riti sacri, in non poche occasioni spinge i contraenti
che non hanno fede alla celebrazione del matrimonio civile o, persino, alla
costituzione di un'unione di fatto, la quale verrebbe percepita come un modo
alternativo di unirsi, e nella quale la differenza essenziale con il
matrimonio cristiano sarebbe soltanto la mancata osservanza di determinati
requisiti formali. Da lì l'importanza di recuperare una visione unitaria e
intrinseca della sacramentalità del matrimonio dei battezzati[10].
Il graduale svuotamento dell'istituto matrimoniale negli ordinamenti
secolari
Questa espressione canonica del matrimonio, che era patrimonio comune della
cultura occidentale, ha subito grandi mutamenti nei sistemi giuridici
moderni. Per capirne il perché, prima di analizzare l'evoluzione degli
ordinamenti statuali sul matrimonio, conviene soffermarsi sulla comprensione
culturale del diritto al matrimonio che è alla base delle grandi
trasformazioni delle leggi riguardanti il matrimonio.
Il diritto di contrarre il matrimonio non può essere interpretato come un
semplice diritto di libertà, senza tener conto dellaverità sul matrimonio e
sulla famiglia. Non è un diritto alla libertà nell'esercizio della
sessualità, bensì il diritto a contrarre matrimonio come l'unica strada
umana e umanizzante nell'uso della sessualità, che non è un istinto
corporale, ma una tendenza che ha il suo fondamento nella persona umana
sessuata e, quindi, nella complementarità tra persona-uomo e persona-donna,
e che implica tutta la persona nei suoi diversi elementi: corporale, degli
affetti e spirituale.
La concezione del diritto al matrimonio come un frutto della cultura,
suscettibile perciò di superamento, ha fatto sì che questo diritto sia stato
inteso in modo sbagliato. Più che un diritto alla realizzazione della
vocazione all'amore nel matrimonio, è stato inteso come diritto alla libertà
assoluta di scelta 4 senza nessun rapporto con la verità dell'uomo 4
nell'esercizio della sessualità.
Questa impostazione, d'accordo con l'imperante concezione della libertà 4
libertà come assenza assoluta di determinazioni o di finalità, anziché come
capacità di scegliere il bene, di autodeterminazione verso il bene 4 ha
portato gravi conseguenze. Tutti i successi dei difensori dell'amore libero,
del divorzio, dell'unione tra omosessuali, sono stati impostati come una
vittoria della libertà contro le imposizioni della cultura di un determinato
momento storico, ormai superate. Partendo da una visione del matrimonio come
un frutto della cultura, nel quale poco o nulla avrebbe da dire la natura,
oggi è frequente una visione secondo la quale se, per la cultura e la morale
classiche dell'occidente, il matrimonio era l'unione di un uomo e una donna
per sempre, unione peraltro aperta alla fecondità, la cultura odierna
avrebbe smontato, a uno a uno, i fondamenti di questa concezione del
matrimonio.
Il primo elemento a subire questo assalto è stata l'indissolubilità: perché
solo per sempre? Dovremmo avere il diritto a un'unione transitoria, non solo
fino a che la morte ci separi, ma finché vi sia l'amore, inteso come un
sentimento. La conseguenza di questa prospettiva è stata l'introduzione del
divorzio. Nella stragrande maggioranza delle legislazioni questo
atteggiamento ha portato non soltanto a una modificazione del contenuto del
diritto al matrimonio, nel senso che le persone avrebbero il diritto a
contrarre un matrimonio che si può dissolvere, ma ha portato anche al
diniego dell'autentico diritto al matrimonio di molte persone, nel senso che
lo Stato non ha voluto riconoscere il diritto a contrarre il matrimonio cosi
come esso si intende, e cioè uno, indissolubile e aperto alla vita[11].
Un'ulteriore tappa in questo svuotamento 4 sebbene molti lo intendano come
una conquista 4 è stata la mentalità contraccettiva, che ha portato alla
scissione tra sessualità e fecondità. Non sarebbe più un'unione tra uomo e
donna aperta alla fecondità, ma un'unione con una qualunque finalità, che
cercherebbe soltanto di soddisfare il desiderio di piacere e di
realizzazione: un altro passo nel cammino verso l'intendimento dello ius
connubii come semplice diritto di libertà nell'esercizio della sessualità.
La situazione è più grave nei paesi in cui lo Stato obbliga i coniugi a
regolare la natalità o impone e promuove campagne di sterilizzazione o,
ancora più grave, di aborto come mezzo di controllo delle nascite. Lo stesso
si potrebbe dire della possibilità di separare la filiazione dalla sua
dimensione coniugale, mediante l'utilizzo dei metodi di fecondazione
artificiale che non tengono conto dell'inseparabilità tra coniugalità e
procreazione, o con il dilagare dell'aborto, che fa perdere l'idea basilare
del figlio come un dono e della famiglia come la cornice nella quale la vita
concepita, frutto della coniugalità, si dovrebbe trovare più protetta.
L'ultimo passo, al quale abbiamo assistito con la risoluzione del Parlamento
europeo sul diritto al «matrimonio» fra gli omosessuali[12], è stata la
negazione dell'esigenza della eterosessualità: perché uno con una, solo un
uomo con una donna? Respingere il diritto al matrimonio a due uomini o a due
donne, affermano, sarebbe negare l'esercizio del diritto al matrimonio. È
questo l'ultimo gradino nello svuotamento dello ius connubii, che non
sarebbe più un diritto con un contenuto determinato dalla stessa natura
dell'uomo e del matrimonio, ma un semplice diritto di libertà, intesa questa
come libertà assoluta di scelta. Più che di diritto a contrarre matrimonio,
si dovrebbe parlare di diritto di contrarre: che cosa? Nessuno lo sa.
Contro questa impostazione del diritto al matrimonio, conviene ritrovare una
visione conforme alla verità sull'uomo e sul matrimonio, che tiene conto
della natura della sessualità umana come essenzialmente diversa da quella
animale in tutti i suoi piani o livelli. Lo ius connubii ha un contenuto che
va specificato 4 più che limitato 4 dalla stessa natura umana. Quello che ha
fatto il sistema giuridico matrimoniale della Chiesa durante i secoli, e che
era stato accolto dalla cultura e dai sistemi giuridici occidentali, è stato
delineare questo diritto, sempre nel rispetto del suo contenuto naturale,
anche tenendo conto della condizione di persona-fedele dei contraenti del
matrimonio tra cristiani.
In questo modo, possiamo affermare che il diritto al matrimonio, dal punto
di vista del suo contenuto essenziale, determinato dalla sua natura,
implicherebbe le seguenti realtà: a) diritto a contrarre matrimonio uno,
indissolubile e aperto alla fecondità, e al riconoscimento, difesa e
promozione di questo diritto da parte della comunità ecclesiastica e civile;
b) diritto di fondare una famiglia. Il diritto al matrimonio e il suo
riconoscimento sarebbero la prima manifestazione di una realtà: la sovranità
della famiglia in quanto realtà in se stessa[13]; c) diritto di strutturare
la propria famiglia secondo le proprie convinzioni. Il diritto al matrimonio
è diverso da altri diritti individuali, ma è in stretto rapporto con essi:
la libertà religiosa, la libertà delle coscienze, la libertà di pensiero, la
libertà di educazione ecc.; d) diritto della famiglia di essere riconosciuta
come parte del bene comune e come soggetto del dialogo sociale.
Alla luce di questi principi, possiamo ora analizzare le trasformazioni
della comprensione del matrimonio e della famiglia negli ordinamenti
secolari.Agli esordi del cosiddetto processo di secolarizzazione
dell'istituzione matrimoniale, la prima e quasi unica cosa che venne
secolarizzata furono le nozze o forme di celebrazione del matrimonio, almeno
nei paesi occidentali di radice cattolica. Furono mantenuti negli
ordinamenti secolari, almeno per un certo tempo, i principi basilari del
matrimonio, tra i quali il principio vincolare indissolubile.
L'introduzione generalizzata in questi ordinamenti di quello che il concilio
Vaticano Il denomina «la piaga del divorzio» diede origine a un progressivo
allontanamento da quello che costituì durante secoli una grande conquista
dell'umanità, grazie allo sforzo della Chiesa primitiva, non già per
sacralizzare o cristianizzare la nozione romana del matrimonio, bensì per
restituire questa istituzione alle sue origini creazionali, alla «verità del
principio». È vero che nella coscienza di quella Chiesa primitiva c'era la
chiara persuasione che l'essere naturale del matrimonio era stato pensato da
Dio creatore per essere il segno dell'amore di Dio verso il suo popolo e,
nella pienezza dei tempi, dell'amore di Cristo per la sua Chiesa. Ma la
prima cosa che fa la Chiesa, guidata dal vangelo e dagli espliciti
insegnamenti di Cristo, «è quella di ricondurre il matrimonio ai suoi
principi, consapevole che è Dio stesso l'autore del matrimonio, dotato di
molteplici valori e fini; tutti quanti di somma importanza per la continuità
del genere umano, il progresso personale e il destino eterno di ciascuno dei
membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità
della stessa famiglia e di tutta la società umana»[14].
Man mano che trascorre il tempo, il principio consensuale perde vigore in
quanto causa effettiva di un vincolo giuridico, fino a diventare una mera
formalità, circondata di alcuni riti che danno alle nozze, al fatto di
sposarsi, una qualche solennità e riconoscimento pubblico, la quale
culminerebbe con l'iscrizione in un registro civile. Con la scomparsa
graduale di impedimenti importanti, gli ordinamenti secolari si allontanano
ogni giorno di più da quello che è l'essere naturale del matrimonio,
avvicinandosi invece a quello che sarebbe una mera unione di fatto. Secondo
questo modo di capire il matrimonio, la differenza «essenziale» tra il
matrimonio e l'unione di fatto sarebbe che il primo è stato celebrato con i
requisiti di forma e le solennità richieste dalla legalità vigente ed è
stato iscritto nel registro ufficiale, ricevendo quindi il «nome» di
matrimonio, mentre le unioni di fatto non si legherebbero a nessuna regola
stabilita, oltre a quelle estrinseche dei requisiti formali per ottenere un
qualche riconoscimento. Ad ogni modo, le distinzioni, nella pratica,
resterebbero molto vaghe, soprattutto nella misura in cui l'equiparazione
fosse più forte. Da un lato, nelle unioni di fatto riconosciute vi è una
qualche formalizzazione. D'altro lato 4 come si preciserà di seguito 4 si
mantiene una differenza di nomen iuris, la quale ha non poca importanza di
fatto nei confronti della volontà reale delle parti. Inoltre, nelle unioni
di fatto riconosciute, la tendenza è quella di stabilire una qualche
procedura di «divorzio» 4 altrimenti il caos giuridico sarebbe insostenibile
4 e quindi ci sarebbe una certa «stabilità» riconosciuta.
Con questo si vuol dire che la proliferazione di certe unioni di fatto,
lasciando a parte le argomentazioni antropologiche e ideologiche, trova un
buon terreno di crescita nel declino progressivo che hanno subito le leggi
matrimoniali statuali nei confronti di quella che è la sostanza del
matrimonio e della famiglia. Ciò non significa, però, che chi si sposa
secondo le formalità stabilite dalla legge dello Stato non possa o non
voglia contrarre un vero matrimonio, perché la tendenza all'unione coniugale
è inerente alla persona umana sessualmente differenziata, e nella sua
decisione sovrana 4 e non nelle leggi dello Stato 4 trova il suo fondamento
la giuridicità del patto coniugale e la nascita di un vero vincolo
coniugale. Sposarsi in questo modo, cioè con le solennità richieste e con
l'esigenza dell'iscrizione registrale, conferisce al patto coniugale la
dimensione pubblica e sociale inerente alla sua natura, il che non succede
con le cosiddette «unioni di fatto». Qui risiede in buona parte la ragione
di fondo della necessità di distinguere tra il matrimonio e la famiglia
fondata sul matrimonio 4 con gli effetti giuridici sociali che il suo
riconoscimento pubblico implica 4 e le unioni di fatto, che per la loro
propria natura deliberatamente intendono mantenersi al di fuori del sistema
legale. Qualunque sia la valutazione morale o etica del fatto, è certo che
in una società come quella attuale è difficile pensare a una restrizione
della libertà di convivere o coabitare privatamente, incluso more uxorio,
delle persone che cosi lo desiderino. Cosa ben diversa è che a queste unioni
gli si trasferisca il nome di matrimonio e gli si riconosca uno status
giuridico identico 4 o almeno analogo 4 con il matrimonio e con la famiglia
d'origine matrimoniale.
Le unioni di fatto nel recente magistero ecclesiastico
Tenuto conto di quanto abbiamo detto sull'importanza della difesa della
famiglia fondata sul matrimonio per la protezione del bene della società,
faremo riferimento al modo in cui il magistero della Chiesa ha affrontato
l'argomento delle unioni di fatto negli ultimi anni. Non si tratta, però, di
una «visione di fede», ma di una necessità che riguarda tutte le persone nel
loro bene, nella misura in cui questi interventi del magistero, più che
rivolti ai soli cristiani, sono uno sforzo per chiarire quale sia la verità
della persona e della sua dimensione sessuale, al di sopra dei singoli credi
e delle culture, cioè con un fondamento nella natura stessa della persona
umana, come ben esprime Giovanni Paolo Il nel suo discorso alla Rota romana
dell'anno 2001: «Ma tale donazione personale ha bisogno di un principio dì
specificità e di un fondamento permanente. La considerazione naturale del
matrimonio ci fa vedere che i coniugi si uniscono precisamente in quanto
persone tra cui esiste la diversità sessuale, con tutta la ricchezza anche
spirituale che questa diversità possiede a livello umano. Gli sposi si
uniscono in quanto persona-uomo ed in quanto persona-donna. Il riferimento
alla dimensione naturale della loro mascolinità e femminilità è decisivo per
comprendere l'essenza del matrimonio. Il legame personale del coniugio viene
a instaurarsi proprio al livello naturale della modalità maschile o
femminile dell'essere persona umana»[15]. Alla luce di questa «natura del
matrimonio», vedremo gli interventi del magistero nei confronti delle unioni
di fatto.
Nella Costituzione sulla Chiesa nel mondo attuale, il concilio Vaticano II
ha fatto vedere come la salvezza della persona e della società umana e
cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità
coniugale e familiare. E avverte in seguito come non dappertutto la dignità
di questa istituzione brilla con identica chiarezza, poiché è oscurata dalla
poligamia, dalla piaga del divorzio, del cosiddetto libero amore e da altre
deformazioni[16].
I Padri conciliari ebbero la consapevolezza del fatto che il cosiddetto
«amore libero» costituiva un elemento dissolvente e distruttore del
matrimonio, perché mancante dell'elemento costitutivo dell'amore coniugale,
il quale si fonda sul consenso personale e irrevocabile mediante il quale
gli sposi si danno e si ricevono mutuamente, dando cosi origine a un vincolo
giuridico e a un'unità sigillata da una dimensione pubblica di giustizia.
Il fenomeno dell'amore libero, contrapposto al vero amore coniugale, ora 4
ed è 4 il seme che ha fatto germogliare in grande misura le unioni di fatto,
in un primo momento e, successivamente, e con la rapidità con cui si operano
oggi i cambiamenti culturali, ì tentativi dei poteri pubblici di equiparare
queste unioni di fatto con la famiglia di fondazione matrimoniale, almeno in
alcuni livelli giuridici e di riconoscimento pubblico.
Il recente magistero pontificio spiega con grande chiarezza questo processo
di assimilazione. Nel 1981, quando Giovanni Paolo Il scriveva l'esortazione
apostolica Familiaris consortio, le unioni senza un vincolo istituzionale
pubblicamente riconosciuto 4 né civile né religioso 4 costituivano un
fenomeno sempre più frequente che attirava l'attenzione dell'azione
pastorale della Chiesa. Per dare un'adeguata risposta alle singole
situazioni, il pontefice invita a distinguere i diversi elementi e fattori
che originano queste unioni di fatto. In effetti, non sono la stessa cosa le
unioni alle quali alcuni si vedono come portati da situazioni difficili 4
economiche, culturali e religiose 4 e quelle volute in se stesse con un
atteggiamento di disprezzo, di contestazione o di rigetto della società,
dell'istituto familiare, dell'ordinamento sociopolitico, o di sola ricerca
del piacere[17]. Il papa aggiunge un terzo tipo di unioni di fatto: quelle
di coloro che si trovano in queste situazioni spinti dall'estrema ignoranza
e povertà, talvolta da condizionamenti dovuti a situazioni di vera
ingiustizia, o anche da una certa immaturità psicologica, che li rende
incerti e timorosi di contrarre un vincolo stabile e definitivo[18]. Il modo
di affrontare il fenomeno dovrà necessariamente tenere conto della
molteplicità di realtà che si trovano sotto la stessa categoria di «unioni
di fatto»[19].
Quelle che siano le cause che originano queste unioni senza vincolo
giuridico valido a causa della mancata formalizzazione adeguata del
consenso, l'irregolarità di queste situazioni 4 riconosce il pontefice 4
pone alla Chiesa ardui problemi pastorali, per le gravi conseguenze che ne
derivano, sia religiose e morali (perdita del senso religioso del
matrimonio, visto alla luce dell'alleanza di Dio con il suo popolo;
privazione della grazia del sacramento; grave scandalo), sia anche sociali
(distruzione del concetto di famiglia; indebolimento del senso di fedeltà
anche verso la società; possibili traumi psicologici nei figli; affermazione
dell'egoismo)[20].
Queste parole rispecchiano la preoccupazione del pontefice dinanzi a queste
unioni non soltanto non riconosciute, ma che in molti casi rifiutano in
partenza l'idea di un impegno stabile. Ma non si intuisce ancora il problema
che si sarebbe presentato con forza posteriormente alla Familiaris consortio
4 dovuto alla pretesa di poteri pubblici4 di equiparare, in un modo o
nell'altro, queste unioni di fatto alla famiglia fondata sul matrimonio.
Invece, in un discorso del 1998, il papa mostra in modo più chiaro la sua
preoccupazione al riguardo: «Ancora più preoccupante è l'attacco diretto
all'istituto familiare che si sta sviluppando sia a livello culturale che
nell'ambito politico, legislativo e amministrativo E chiara infatti la
tendenza ad equiparare alla famiglia altre e ben diverse forme di
convivenza, prescindendo da fondamentali considerazioni di ordine etico e
antropologico»[21].
Più di recente, nel suo discorso al tribunale della Rota romana del 21
gennaio 1999, il romano pontefice affronta direttamente il problema,
descrivendolo con chiarezza e sottolineando la gravità e l'insostituibilità
di alcuni principi, che sono basilari per l'umana convivenza, e ancor prima
per la salvaguardia della dignità di ogni persona. Le ragioni invocate dal
papa non sono teologiche o sacramentali, né ricorda questi principi basici
soltanto a coloro che fanno parte della Chiesa di Cristo Signore, ma altresì
a tutte le persone sollecite del vero progresso umano, perché è l'essere
stesso del matrimonio come realtà naturale e umana quello che è in gioco, ed
è il bene di tutta la società quello che si mette in pericolo. Come tutti
sanno 4 afferma il papa 4 oggi non si mettono in discussione soltanto le
proprietà e le finalità del matrimonio, ma il valore e l'utilità stessa
dell'istituto. Pur escludendo indebite generalizzazioni, non è possibile
ignorare, al riguardo, il fenomeno crescente delle semplici unioni di fatto
(cf. Familiaris consortio, 81: AAS 74[19821 181S) e le insistenti campagne
d'opinione volte a ottenere dignità coniugale a unioni anche fra persone
appartenenti allo stesso sesso[22].
In tal modo, non è la finalità del pontefice, nell'ambito di questa
allocuzione, quella di insistere nella «riprovazione e la condanna», bensì
quella di indicare positivamente i binari entro i quali deve trascorrere la
riflessione circa quello che è il matrimonio nel suo essere naturale. In
questo senso, il nucleo centrale ed elemento portante di tali principi è
l'autentico concetto di amore coniugale fra due persone di pari dignità, ma
distinte e complementari nella loro sessualità[23]. Si tratta di un
principio centrale che il papa sviluppa in continuazione e al quale abbiamo
già fatto riferimento, cioè di un amore che, per essere qualificato come
vero amore coniugale, deve essere trasformato in un amore dovuto in
giustizia, mediante l'atto libero del consenso matrimoniale.
Alla luce di questi principi 4 conclude il papa 4 può essere stabilita e
compresa l'essenziale differenza esistente fra una mera unione di fatto 4
che pur si pretenda originata da amore 4 e il matrimonio, in cui l'amore si
traduce in impegno non soltanto morale, ma rigorosamente giuridico. Il
vincolo, che reciprocamente si assume, sviluppa di rimando un'efficacia
corroborante nei confronti dell'amore da cui nasce, favorendone il perdurare
a vantaggio della comparte, della prole e della stessa società[24].
Per tutto questo 4 aggiunge il papa 4 si rivela anche quanto sia incongrua
la pretesa di attribuire una realtà «coniugale» all'unione fra persone dello
stesso sesso. Vi si oppone, innanzitutto, l'oggettiva impossibilità di far
fruttificare il connubio mediante la trasmissione della vita, secondo il
progetto inscritto da Dio nella stessa struttura dell'essere umano. È di
ostacolo, inoltre, l'assenza dei presupposti per quella complementarità
interpersonale che il Creatore ha voluto, tanto sul piano fisico-biologico
quanto su quello eminentemente psicologico, tra il maschio e la femmina[25].
Nel suo discorso alla Rota romana del l' febbraio 2001, egli ribadisce come
queste pretese di equiparazione tra il matrimonio e le unioni di fatto,
persino quelle tra omosessuali, traggano origine da una visione del
matrimonio come realtà meramente culturale, senza un solido fondamento nella
natura- «Questa contrapposizione tra cultura e natura lascia la cultura
senza nessun fondamento oggettivo, in balia dell'arbitrio e del potere. Ciò
si osserva in modo molto chiaro nei tentativi attuali di presentare le
unioni di fatto, comprese quelle omosessuali, come equiparabili al
matrimonio, di cui si nega per l'appunto il carattere naturale»[26].
La problematicità del riconoscimento delle unioni di fatto
Le unioni di fatto e l'inadeguatezza del loro riconoscimento giuridico e
pubblico
Una volta studiato il fenomeno delle unioni di fatto e il modo in cui il
magistero della Chiesa è venuto incontro a questo, incentriamo la nostra
analisi nel problema di queste unioni ai nostri giorni e nell'inadeguatezza
del loro riconoscimento come realtà di diritto pubblico negli ordinamenti
statuali.
a) Che cosa si intende oggi per «unioni di fatto» alle quali alcuni
ordinamenti civili vogliono dare uno statuto giuridico-pubblico,
equiparandole - in molti dei loro effetti - all'unione matrimoniale?
Non è facile elaborare una nozione unica che coinvolga i molteplici ed
eterogenei fenomeni implicati nell'espressione «unioni di fatto». L'elemento
comune che le configura è il loro carattere di unioni non matrimoniali, vale
a dire fondate sul rifiuto dell'impegno matrimoniale. Di conseguenza, tutto
ciò che si può predicare del matrimonio, in ordine al bene delle persone e
della società intera, deve porre su un piano negativo le unioni di fatto.
Nel matrimonio si assumono pubblicamente, mediante il patto coniugale, tutte
le responsabilità che nascono dal vincolo creato, il quale costituisce un
bene per gli stessi coniugi e per il loro perfezionamento; per i figli nella
loro crescita affettiva e di formazione; per gli altri membri della famiglia
estesa fondata sulla coniugalità e la consanguineità; e per la società tutta
la cui trama più solida poggia sui valori che scaturiscono dalle diverse
relazioni familiari[27]. Continua a essere vera la massima secondo la quale
la salute dell'umanità passa attraverso la salute della famiglia:
«L'avvenire dell'umanità passa attraverso la famiglia»[28]. Le unioni di
fatto costituiscono, in questo senso, una malattia che intaccherà tutto il
corpo sociale se, anziché provvedere alla sua guarigione, viene stimolata la
loro propagazione e le si etichetta pubblicamente con il nome e lo statuto
del matrimonio e la famiglia, almeno in modo analogo.
La società odierna porta l'uomo a ritenere che può desiderare e optare per
un uso della sessualità diverso da quello previsto dalla stessa natura e
dalle sue finalità proprie. Privatamente può vivere in coppia in modo
stabile o transitorio, in relazioni eterosessuali od omosessuali. Da un
punto di vista morale è chiaro che questi atteggiamenti non rispettano la
dinamica dell'amore coniugale proprio della condizione di persona-maschio e
persona-femmina e quindi non sono degni della persona umana, più
radicalmente nel caso delle unioni tra omosessuali, che snaturano alla sua
radice la sessualità umana e rendono impossibile la comprensione della sua
struttura e finalità. Ma la questione non è ora quella di insistere nella
condanna morale di questi atteggiamenti, bensì di mettere in guardia
sull'inadeguatezza di elevare questi interessi privati alla categoria di
interesse pubblico, sancito e riconosciuto dalla legge alla stregua o in
maniera analoga alle relazioni matrimoniali e familiari, come se nella loro
essenza fossero un bene da tutelare e persino da promuovere. Seguendo il
paragone precedente, una cosa è convivere con la malattia per il fatto che
molti scelgono liberamente quello stato, pensando forse che sia uno stato di
perfetta salute, e tutt'altra cosa sarebbe quella di dare impronta pubblica
di salute a degli atteggiamenti che, in quanto sono in relazione con
l'istituto matrimoniale, potrebbero recare un danno grave a questa
istituzione naturale e a tutto il corpo sociale, che trova in essa il suo
fondamento basilare.
b) Ma non tutte le cosiddette «unioni di fatto» hanno lo stesso impatto
sociale né le stesse motivazioni. Oltre a essere unioni non matrimoniali, i
tratti che le caratterizzano si potrebbero descrivere nel seguente modo: 1)
il carattere puramente «di fatto» della relazione, perché sono unioni che
mancano di giuridicità intrinseca propria: i conviventi non hanno titolo
alcuno di giustizia per esigere a vicenda un tipo specifico di condotta, né
per chiedere all'altro ragione delle decisioni prese, il che non toglie che
da quelle relazioni possano derivare conseguenze giuridiche di carattere
privato; 2) una coabitazione nella quale c'è un qualche contenuto sessuale;
3) un certo carattere di stabilità, che le distingue dalle unioni sporadiche
od occasionali: non si tratta, pertanto, di una stabilità basata su un
vincolo giuridico, perché la caratteristica di queste unioni è proprio
quella di non accettare alcun vincolo; 4) l'apertura costante alla
possibilità di interruzione della convivenza; 5) nelle relazioni di fatto si
verifica anche un qualche carattere di esclusività simultanea, nel senso che
l'unione non è, in linea di principio, poligamica, benché non include di per
sé alcun dovere di fedeltà; 6) in linea di massima non implicano un rapporto
intrinseco con il debito coniugale né con la prole, benché quest'ultima si
possa accettare come circostanza occasionale[29].
Benché abbiamo indicato questi tratti comuni delle unioni di fatto, dobbiamo
dire che la loro tipologia è molto varia a seconda delle circostanze e dei
motivi che danno loro origine. Ci sono unioni di fatto volute come
alternativa al matrimonio, ma ne esistono altre non cercate come tali, ma
semplicemente tollerate o sopportate.
All'origine delle prime, ci possono essere i motivi più svariati. Tra
questi: 1) ideologici, di rifiuto del matrimonio, il quale viene considerato
come una forma inammissibile di fare violenza al benessere personale, per
poi optare per altre alternative o modi dì vivere la sessualità; 2) motivi
economici o giuridici; 3) la considerazione dell'unione di fatto come una
sorta di matrimonio «a prova», nella quale la coppia avrebbe il progetto di
contrarre il matrimonio in futuro, ma le parti non hanno ancora una vera
volontà matrimoniale, che in ogni caso condizionerebbero all'esito positivo
dell'unione «senza vincolo»[30].
Tra le altre possiamo anche distinguere diverse situazioni. In alcuni paesi,
il maggior numero di unioni di fatto si deve a una disaffezione al
matrimonio non basata su motivi ideologici, bensì sulla mancanza di una
formazione adeguata, conseguenza di una situazione di povertà, emarginazione
o mancata evangelizzazione. In altri casi, buona parte delle unioni di fatto
trovano la loro spiegazione nella cultura nella quale sono immersi i
conviventi, per esempio in quelle società nelle quali più di un secolo di
legislazione divorzistica ha fatto si che il matrimonio perdesse quasi tutto
il suo senso e il suo contenuto. Infine, troviamo delle situazioni nelle
quali i condizionamenti familiari, economici, ambientali portano a delle
situazioni di vera ingiustizia che impediscono o, almeno, rendono molto
difficile la celebrazione del matrimonio. In questi casi è possibile trovare
delle unioni di fatto che contengono, persino sin dal loro inizio, una
volontà coniugale autentica, e nelle quali i conviventi si ritengono
vincolati come marito e moglie e si sforzano per adempiere i loro doveri
matrimoniali e familiari. In queste situazioni, l'azione pastorale molte
volte verrà indirizzata alla «regolarizzazione» di queste unioni, mediante
la celebrazione del matrimonio o tramite la convalidazione o la sanazione, a
seconda dei casi[31].
Altre situazioni di convivenza di fatto possono rispondere a motivi
«assistenziali». Sarebbe il caso, ad esempio, delle persone in età anziana
che stabiliscono relazioni di fatto per la paura che l'unione matrimoniale
causi loro danni fiscali o la perdita della pensione. Forse anche in questi
casi non è del tutto assente la volontà di essere e di vivere veramente come
coniugi. Potrebbe anche darsi il caso di persone che abbiano una vera
volontà matrimoniale ma si trovino ingiustamente impedite per accedere alle
nozze alle quali hanno diritto in virtù dello ius connubii proprio di ogni
persona umana come sarebbe, ad esempio, il caso di un ingiusto divieto di
matrimonio per ragioni eugenetiche[32]. In casi del genere, se non ci sono
altri motivi che si oppongono alle nozze, pensiamo che si potrebbe presumere
l'esistenza di una volontà matrimoniale.
Come è ovvio, negli ultimi due tipi di situazioni descritte si dovrà agire
partendo dalla pastorale familiare, nel primo caso, e tentando di rimuovere
gli ostacoli ingiusti per l'esercizio effettivo dello ius connubii, nel
secondo. Perciò, queste situazioni non rappresentano il problema principale
al quale ci riferiamo quando parliamo della pretesa di riconoscimento
pubblico e di istituzionalizzazione delle unioni di fatto in quanto tali da
parte del legislatore, dato che queste unioni tendono verso il vero
matrimonio, nella misura in cui esiste una vera volontà matrimoniale, e
possono essere ricondotte verso un'unione matrimoniale.
c) Benché, tenendo conto di queste diverse situazioni, il modo giuridico
pubblico di trattare gli stati delle persone non può né deve essere identico
- come non lo è neanche il loro giudizio etico o morale, né i mezzi
pastorali per venir loro incontro - conviene, ciononostante, evidenziare le
differenze sostanziali tra il matrimonio e le unioni di fatto o, se si
preferisce 4 in una visione più ampia 4 tra la famiglia fondata sul
matrimonio e la comunità affettiva che nasce da un'unione di fatto.
«Il fatto differenziale, autenticamente sostantivo, è che i vincoli
giuridici delle comunità familiari hanno quella struttura di riferimento
originaria: la famiglia fondata sul matrimonio, la cui prima giuridicità
scaturisce da se stessa e non invece da una creazione del potere
legislativo, esecutivo o giudiziario dello Stato. Le comunità affettive,
invece, sono quelle che mancano della giuridicità specifica e intrinseca che
trova la sua fonte nella coniugalità o nella consanguineità. È il caso di
quelle coppie che mettono in comune il "fatto" del loro reciproco affetto,
ma allo stesso tempo rifiutano espressamente che quel fatto costituisca un
vincolo giuridico tra di loro sul quale si debba articolare una
consanguineità che anche escludono. Manca anche la giuridicità familiare
nelle convivenze affettive tra le coppie dello stesso sesso, le quali, come
è palese, possono mettere in comune dei legami affettivi, ma gli manca
assolutamente il potere sovrano di originare tanto la coniugalità, che
poggia sulla dualità maschio-femmina, quanto la trasmissione della vita in
modo consanguineo, la quale pure riposa sulla stessa dualità sessuale»[33].
Questa radicale differenza tra il matrimonio, il quale ha una dimensione di
giustizia intrinseca che esige di essere riconosciuta, protetta e promossa
dallo Stato, e le unioni di fatto, che acquisiscono uno statuto legale che
trae la sua forza soltanto ed esclusivamente dal potere dello Stato, fa si
che sia una grave ingiustizia e un abuso da parte delle autorità pubbliche
il tentativo di equiparazione di queste con la famiglia fondata sul
matrimonio.
Di conseguenza, «una prospettiva oggettiva, serenamente lontana da una
posizione arbitraria o demagogica, invita a riflettere circa le importanti
differenze nel contributo reale al bene comune della società tutta, che si
danno tra gli apporti della famiglia fondata sul matrimonio e, con essa,
delle comunità familiari [&], e di quelle che offrono le mere convivenze
affettive. È un chiaro dato di fatto che, in paragone con le comunità
familiari, le funzioni strategiche di trasmettere la vita umana, di curarla
ed educarla in una comunità di lacci amorosi e affettivi, e di congiungere
la convivenza e la successione intergenerazionale di valori e di beni [&]
non possono essere realizzate in forma massiva, stabile e permanente dalle
convivenze meramente affettive»[34].
d) Queste differenze sostanziali tra il matrimonio e le unioni di fatto
costituiscono l'argomento principale per considerare inadeguati i tentativi
di equiparare o di misurare con gli stessi criteri, da parte dei poteri
pubblici, delle realtà così diverse e con dei contributi al bene comune
tanto dispari. Non si deve confondere una società pluralista con una società
uniforme. L'uguaglianza dinanzi alla legge deve essere presieduta dal
principio di giustizia, il che significa trattare come uguale quello che è
uguale, e quello che è diverso come diverso; vale a dire, dare a ognuno
quello che gli è dovuto per giustizia. Questo principio basilare della
società umana verrebbe infranto se si desse alle unioni di fatto un
trattamento giuridico pubblico identico o assimilato a quello che spetta
alla famiglia fondata sul matrimonio. Se la famiglia matrimoniale e le
unioni di fatto non sono equiparabili nei loro doveri, funzioni e servizi
alla società, non possono allora essere uguagliate né nel loro nome né nel
loro statuto giuridico. Diversamente, il tentativo di non discriminare le
unioni di fatto comporterebbe una discriminazione della famiglia
matrimoniale. Per questo, sarebbe un segno di dittatura ideologica o di
pensiero debole il fatto di promuovere dai poteri pubblici, con il pretesto
del pluralismo democratico, un trattamento politico e giuridico
indifferenziato, che discrimina le comunità familiari nei confronti delle
comunità di fatto, senza tenere conto del loro contributo reale al benessere
sociale e al bene comune generale[35].
Non si deve dimenticare, nello stesso ambito dei principi, la distinzione
tra interesse pubblico e interesse privato. Nel primo caso, la società e i
poteri pubblici che la rappresentano devono sviluppare un'azione di
protezione e di promozione. Nel secondo caso, lo Stato deve soltanto
garantire la libertà. Laddove l'interesse sia pubblico, interviene il
diritto pubblico. Quello che invece risponde agli interessi privati, deve
essere rinviato al diritto privato. Ai sensi dell'art. 16 della
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, la famiglia riveste un
interesse pubblico: «La famiglia è nucleo naturale e fondamentale della
società e dello Stato, e come tale deve essere riconosciuta e protetta. Due
o più persone possono decidere di vivere insieme, con una dimensione
sessuale o senza, ma quella convivenza o coabitazione non riveste un
interesse pubblico. Lo Stato può tollerare il fenomeno privato di quella
opzione libera, ma non equipararla pubblicamente al matrimonio, e ancor meno
riconoscere quegli interessi privati come se fossero pubblici. Per di più,
nel matrimonio si assumono, dinanzi alla società, delle responsabilità in
modo pubblico e formale, esigibili in ambito giuridico, cosa che non avviene
nelle convivenze di fatto».
Un'equiparazione giuridico-pubblica delle unioni di fatto con il matrimonio,
vuoi in forma diretta, vuoi per analogia, oltre a costituire un trattamento
ingiusto e poco ragionevole, sarebbe il frutto di una profonda incoerenza e
ipocrisia giuridica: a) da una parte, si pretende regolare quello che
rifiuta espressamente qualunque regolamentazione del suo contenuto; b)
inoltre, si stabilisce uno statuto giuridico pubblico costituito da soli
diritti: i conviventi rifiutano per principio di legarsi con doveri; c) di
fronte alle unioni di fatto che si costituiscono a causa dell'impossibilità
di contrarre matrimonio dovuta all'esistenza dì un impedimento legale, è
difficile che lo stesso sistema giuridico non apra loro un'altra via di
applicazione degli stessi diritti che il matrimonio gli proibisce; d)
neanche si riuscirebbe a capire perché regolare soltanto le unioni di fatto
il cui contenuto venga determinato dal sesso, facendo di esso un elemento
sostanziale, lasciando al di fuori altre forme legittime di cooperazione e
dì convivenza mutua - un anziano con sua nipote, due fratelli anziani che
dipendono e si sostengono mutuamente ecc. - per il solo fatto che non esiste
un contenuto sessuale nella relazione tra coloro che convivono; e) infine,
se si attribuisse alle unioni di fatto determinati effetti giuridici per il
semplice fatto di osservare il requisito di un registro pubblico, le altre
unioni di fatto che rifiutassero di osservare questo requisito potrebbero
esigere con lo stesso fondamento gli effetti attribuiti alle unioni
registrate, o accusare lo Stato di discriminazione ingiusta, poiché i fatti
reali di convivenza sarebbero gli stessi in entrambi i casi[36].
Sembra anche inadeguata una regolamentazione specifica delle unioni di fatto
e degli effetti giuridici che comportano, non già soltanto per quanto
riguarda gli eventuali figli che siano nati da quelle relazioni, ma anche
per la stessa relazione tra i conviventi, quando quella relazione sì sia
protratta nel tempo. Sono tanto svariate le possibilità di convivenze senza
vincolo e cosi diverse le situazioni, che risulta difficile e problematico
sottometterle tutte a uno stesso regime giuridico. Inoltre, il fondamento
giuridico-sociale di un tale regime sarebbe troppo debole, per quanto
riguarda una realtà instabile, giuridicamente e sociologicamente, quali sono
le unioni non matrimoniali. D'altra parte, difficilmente si potrebbe evitare
l'impressione, nell'insieme dei cittadini, che tale regolamentazione
specifica sia una forma strategica di eludere l'equiparazione diretta, ma
configurando una specie di «sostitutivo» del matrimonio, nel quale ci
sarebbero quasi tutti i diritti di esso, ma non i doveri, configurandosi
quasi in uno strumento per raggirare le esigenze del matrimonio, ottenendone
però i vantaggi. Da parte dello Stato, il riconoscimento delle unioni di
fatto potrebbe essere inteso come un tentativo di controllare socialmente,
da parte dei poteri pubblici, quello che per sua propria natura è un puro
fatto, frutto di un comportamento sociale libero e che vuol restare tale:
controllo che otterrebbe lo Stato dando come contraccambio determinati
benefici in materia patrimoniale.
Tutte queste ragioni servono a dimostrare l'inconvenienza di creare uno
statuto pubblico nei confronti delle unioni di fatto. Ma oltre a questi
motivi, c'è una ragione di fondo che non va dimenticata: il matrimonio e la
famiglia fondata su di esso sono l'unica strada di sviluppo della dimensione
sessuale della persona che è degna di essa e quindi conforme alla natura
umana. Le unioni di fatto, siano esse eterosessuali od omosessuali, non
rispondono alle esigenze intrinseche della natura umana, intesa non come una
realtà statica ed estrinseca alla libertà, ma come quello che è «degno della
persona umana». Inoltre, nel caso delle unioni tra omosessuali, mancano
assolutamente i presupposti per una qualsiasi integrazione della propria
sessualità, la quale, per sua natura, si fonda sulla diversità e
complementarità tra mascolinità e femminilità in quanto dimensioni
intrinseche della persona umana.
In conclusione, il matrimonio è l'unica unione tra uomo e donna in quanto
tali 4 nella loro condizione maschile e femminile 4 che permette la
costruzione di un rapporto che ha in sé la potenza di condurre verso il bene
e la realizzazione della persona nella donazione totale della sua dimensione
sessuale, e verso il bene della persona dell'altro coniuge e dei figli nati
dalla loro unione.
Il ricorso alle regole del diritto per la soluzione di alcune questioni
patrimoniali
Nella misura in cui si tratta di una questione meramente di fatto, sembra
che quello che dovrebbe fare lo Stato è determinare le relazioni private di
giustizia patrimoniale che possono essere nate in ogni singolo caso,
riguardo ai figli che siano nati, riguardo al tempo che sia durata la
convivenza e, in alcuni casi, nei confronti dei possibili svantaggi che la
dedicazione della donna alla vita comune abbia avuto per il suo sviluppo
professionale e per le entrate che avrebbe potuto avere in quel periodo o
delle quali avrebbe disposto nel caso di non aver avuto una relazione di
dipendenza. Infatti, nulla osta affinché, partendo dall'equità e dai
principi generali del diritto, si riconosca in alcuni casi l'esistenza di un
vero patto implicito in questa dedicazione, il che esige di conseguenza un
risarcimento da parte di colui che ne abbia ottenuto beneficio personale.
Proprio per questo non sembra opportuno elaborare delle regole generali sul
momento iniziale di una relazione che è volontariamente aliena all'impegno
di giustizia, la quale manca in se stessa di una dimensione di giustizia
intrinseca che chieda una protezione giuridica da parte della società.
Invece, ci sembra che il momento giudiziale 4 quando sia il caso 4 possa
essere quello adeguato per risolvere le esigenze concrete e private dì
giustizia le quali, anche per la via di fatto, possano essere sorte durante
una convivenza more uxorio, non a causa di determinati impegni assunti in
quanto tali, bensì a causa della realtà di fatto di un patto implicito che
genera, con il passare del tempo, degli obblighi naturali[37].
Héctor Franceschi
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* Testo tratto da: Pontificio consiglio per la famiglia (a c, di), Lexicon.
Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, Bologna.
EDB, 2003, pp. 835-851.
** Dottore in diritto canonico e in diritto civile (Università di Navarra),
avvocato della Rota romana, vicerettore della Pontificia università della
Santa Croce a Roma. Professore alla Facoltà di diritto canonico della
Pontificia università della Santa Croce, dove è coordinatore di studi e
direttore tecnico del corso di specializzazione in diritto canonico del
matrimonio e della famiglia. Collaboratore dell'Istituto di scienze per la
famiglia dell'Università di Navarra. È stato invitato a partecipare a
numerosi corsi, convegni e riunioni in materia matrimoniale e familiare.
Autore di numerose pubblicazioni, tra cui: Curso de actualización en derecho
matrimonial y procesal (2001).
[1] Giovanni Paolo II, enciclica Veritatis splendor, 4.
[2] Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitae, 20; cf. 19.
[3] Giovanni Paolo II, esortazione apostolica Familiaris consortio, 6; cf.
Id., Lettera alle Famiglie, 13.
[4] CIC 1055; Catechismo della Chiesa cattolica, 1601.
[5] Cf. Concilio Vaticano II, costituzione Gaudium et spes, 48-49.
[6] È chiaro il più grave disordine antropologico e quindi morale delle
unioni tra omosessuali, nelle quali è radicalmente impossibile qualsiasi
integrazione della propria sessualità in un rapporto con l'altro, nel quale
mancano la diversità e la complementarità proprie e specifiche della
donazione sessuale.
[7] Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, 2390; Familiaris consortio, 81.
[8] Cf.Pontificio consiglio per la famiglia, «Famiglia, matrimonio e «unioni
di fatto», Città del Vaticano 2000, 19-22.
[9] Cf. Familiaris consortio, 68; cf. anche Giovanni Paolo II, «Discorso
alla Rota romana del 1° febbraio 2001», in L'Osservatore Romano, 2 febbraio
2001.
[10] Cf. T. Rincón, El matrimonio cristiano. Sacramento de la creación y de
la redención. Claves de un debate teológico-canónico, Pamplona 1997; Id.,
«Admisión a la celebración sacramental del matrimonio de los bautizados
imperfectamente dispuestos, según la Exh. Apostólica Familiaris consortio»,
in Sacramentalidad de la Iglesia y sacramentos, Pamplona 1983, 717-741.
[11] Cf. J.M. Martí, «Ius connubii y regulación del matrimonio», in Humana
Iura 5(1995), 149-176.
[12] Risoluzione dei Parlamento Europeo dell'8 febbraio 1994, sulla Paridad
de derechos para los homosexuales en la Comunidad.
[13] Cf. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 16.
[14] Gaudium et spes, 48.
[15] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota romana del 1° febbraio 2001», 5.
[16] Gaudium et spes, 47.
[17] Familiaris consortio, 81.
[18] Familiaris consortio, 81.
[19] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e
«unioni di fatto», 4-6.
[20] Familiaris consortio, 81.
[21] Giovanni Paolo II, «Discorso al "Forum delle Associazioni familiari"»,
27 giugno 1998, 2.
[22] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana dei 21 gennaio 1999», 2.
[23] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana del 21 gennaio 1999», 3.
[24] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana del 21 gennaio 1999», 5.
[25] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana dei 21 gennaio 1999», 5.
[26] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota romana del l' febbraio 2001», 3.
[27] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e
«unioni di fatto», 25-28.
[28] Familiaris consortio, 86.
[29] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e
«unioni di fatto», 4.
[30] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e
«unioni di fatto», 5.
[31] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e
«unioni di fatto», 6.
[32] Cf. Pio XI, enciclica Casti connubii, 24; Pio XII, «Allocuzione ai
partecipanti nel Convegno internazionale di genetica medica, il 7 settembre
1953», in AAS 45(1953), 605-607.
[33] P.J. Viladrich, «Documento sobre la familia de 40 Organizaciones No
Gubernamentales 3 ONG's - presentado en Madrid el 29 de noviembre de 1994,
en conmemoración del Año Internacional de la Familia», in Documentos del
Instituto de Ciencias para la Familia dell'Università di Navarra, Madrid
21998.
[34] P.J. Viladrich, «Documento sobre la familia de 40 Organizaciones».
[35] P.J. Viladrich, «Documento sobre la familia de 40 Organizaciones».
[36] Cf. J.I. Bañares, «Derecho, antropología y libertad en las uniones de
hecho», in Ius Canonicum 39(1999)77, 187-204.
[37] Cf. J.I. Bañares, «Derecho, antropología y libertad en las uniones de
hecho».
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Cari amici, spero di farvi cosa graditi inviandovi il testo della
meditazione all'ultimo convegno di TTnet
Vs don Alfredo
Come trasformare l'apostolato in internet in preghiera[1].
Dichiarazione preliminare
Sottopongo quanto ho scritto al giudizio della Chiesa Cattolica Romana e
intendo fin d'ora per ritrattato tutto quello che dovesse risultare, per suo
insindacabile giudizio, non in perfetta conformità con la sana dottrina.
Sac. Alfredo M. Morselli
Sommario
1 - Introduzione
2 - Il triplice comandamento di Gesù sulla preghiera
2.1 - Pregare è necessario
2.2 - Bisogna pregare sempre
2.2.1 - Cosa significa intenzione virtuale?
2.2.2 - La pratica dell'orazione continua
2.2.1.1 - Tutti i giorni un po' di preghiera
2.2.2.2 - Un po' di preghiera per tutto il giorno
2.2.2.3 - Trasformare tutto in preghiera
2.3 - Bisogna pregare sempre senza stancarsi
2.3.1 - Superando le difficoltà.
2.3.1.1 - Sono occupato in cose importantissimeŠ
2.3.1.2 - Mi distraggo e non provo alcuna
consolazioneŠ
2.3.2 - Senza tiepidezza, con devozione.
3 - Conclusione
1 - Introduzione
Cari fratelli, vorrei fare alcune considerazioni con voi su come sia
possibile trasformare in preghiera l'apostolato in internet.
Grazie al Sangue di Cristo, nulla su questa terra è ormai più soggetto a
maledizione: e non vi è niente che in qualche modo non possa essere
vivificato dallo Spirito. Quanto vengono a proposito, proprio in questo
giorno di Pentecoste, le parole del salmo: Emitte Spiritum tuum et
creabuntur, et renovabis faciem terrae! Il Salmista contempla la creazaione
nuova, operata dallo Spirito di Dio, che risana e vivifica tutto:
Se ci lasceremo guidare dallo Spirito Santo, anche un freddo microchip,
anche una freddissima sequenza binaria, potranno essere per noi strumento di
santificazione e di continua preghiera.
Cominciamo dunque la nostra meditazione e ascoltiamo la parola di Dio:
"Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:
«C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per
nessuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli
diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli
non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di
nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non
venga continuamente a importunarmi». E il Signore soggiunse: «Avete udito
ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti
che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi
dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando
verrà, troverà la fede sulla terra?»"[2] (Lc 18, 1-8)
2 - Il triplice comandamento di Gesù sulla preghiera
"Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza
stancarsi": da queste parole ricaviamo la presenza di un triplice
comandamento sulla preghiera:
I) pregare è necessario
II) bisogna pregare sempre
III) bisogna pregare sempre senza stancarsi
2.1 - Pregare è necessario
Quando si deve parlare della preghiera, pur con tante cose che ci sarebbero
da dire su questo argomento ‹ pensate a tutti i trattati sulla vita di
orazione, gli innumerevoli passi della S. Scrittura etc. ‹ è opportuno
ricominciare sempre da quello che diceva S. Alfonso "Chi prega, certamente
si salva; chi non prega certamente si danna. Tutti i beati, eccettuati i
bambini, si sono salvati col pregare. Tutti i dannati si sono perduti per
non pregare; se pregavano non si sarebbero perduti. E questa è, e sarà la
loro maggiore disperazione nell'inferno, l'aversi potuto salvare con tanta
facilità, quant'era il domandare a Dio le di lui grazie, ed ora non essere i
miseri più a tempo di domandarle"[3].
L'importanza di questa lapidaria frase di S. Alfonso è stata rilevata anche
da Giovanni Paolo II, il quale, nell'ultimo documento ufficiale dedicato a
questo santo, redatto in occasione del secondo centenario della sua morte
(1787-1987), dovendo scegliere alcune frasi particolarmente significative
del santo dottore, non ha indugiato a ripetere "Solo chi prega si salva, chi
non prega si danna"[4].
Si capisce bene come queste parole siano profondamente vere: per salvarci
dobbiamo compiere le buone opere, per compiere le buone opere abbiamo
bisogno della grazia ("Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io
in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla" Gv 15,5),
per ottenere la grazia, ‹ sebbene esista la "grazia preveniente" ‹ dobbiamo
chiederla. Quindi niente preghiere => niente grazia, niente grazia => niente
buone opere, niente buone opere => niente salvezza.
Il discorso è chiaro: chi prega si salva, chi non prega si danna.
Il diavolo sa benissimo questa regola; e siccome vuole perderci,
contrariamente a Dio che "vuole che tutti gli uomini siano salvati e
arrivino alla conoscenza della verità" (1 Tim 2,4.), il demonio vuole
ingannarci tutti e vuole che tutti gli uomini si dannino; egli svolge quindi
nei nostri confronti una invisibile e terribile lotta perché non preghiamo.
Non dimentichiamo poi che l'obbligo della preghiera è di diritto naturale; è
un dovere di giustizia e tutti gli uomini devono onorare la Divinità.
Permettetemi, per illustrare questo concetto, di presentarvi un esempio che
di solito faccio ai fanciulli del catechismo della mia parrocchia:
"Il turco e l'ufficiale che non prega. - Un ufficiale francese, combattendo
in Africa, fu fatto prigioniero da un beduino, che lo tenne schiavo, il
turco lo chiamava continuamente cane d'un francese. Un giorno l'ufficiale,
stanco di sentirsi chiamar così, riprese sdegnato: «Perché mi chiami cane?
Sono tuo prigioniero, ma sono però un uomo come te!». «Tu un uomo? Rispose
freddamente il turco: no, tu non sei un uomo. Da sei mesi ti ho prigioniero,
e non ti ho mai visto pregare; e non vorresti che ti chiamassi cane?» Quel
barbaro aveva ragione: l'uomo che viola la legge e non sente il dovere della
preghiera si fa simile ai bruti, giacché in tutta la natura solo chi è privo
di ragione non prega"[5].
Ma pregare non basta! Abbiamo sentito Gesù che ci dice che bisogna pregare
sempre!
2.2 - Bisogna pregare sempre
Qual'é il significato dell'espressione pregare sempre? Certamente non
significa pregare in senso stretto ventiquattro ore su ventiquattro; questo
è impossibile, e Dio non comanda cose impossibili!
Ci troveremmo davanti ad una impossibilità psicologica (impossibile rimanere
sempre concentrati in preghiera) e pratica (trascureremmo i nostri doveri ed
obblighi: famiglia, lavoro, apostolatoŠ: "pregare sempre" non significa
pregare per un tempo tale da farci trascurare o non adempiere i nostri
doveri. Immaginate un buon marito che torna a casa e non trova niente da
mangiare; chiede alla moglie ragione del fatto e si sente rispondere: "Ho
pregato tutto il giorno". Ascoltiamo, a questo proposito, quanto insegna San
Francesco di Sales:
"La devozione deve essere vissuta in modo diverso dal gentiluomo,
dall'artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla nubile,
dalla sposa; ma non basta, l'esercizio della devozione deve essere
proporzionato alle forze, alle occupazioni e ai doveri dei singoli.
Ti sembrerebbe cosa fatta bene che un Vescovo pretendesse di vivere in
solitudine come un Certosino? E che diresti di gente sposata che non volesse
mettere da parte qualche soldo più dei Cappuccini? Di un artigiano che
passasse le sue giornate in chiesa come un Religioso? E di un Religioso
sempre alla rincorsa di servizi da rendere al prossimo, in gara con il
Vescovo? Non ti pare che una tal sorta di devozione sarebbe ridicola,
squilibrata e insopportabile?
Eppure queste stranezze capitano spesso, e la gente di mondo, che non
distingue, o non vuol distinguere, tra la devozione e le originalità di chi
pretende essere devoto, mormora e biasima la devozione, che non deve essere
confusa con queste stranezze.
Se la devozione è autentica non rovina proprio niente, anzi perfeziona
tutto; e quando va contro la vocazione legittima, senza esitazione, è
indubbiamente falsa.
Aristotele dice che l'ape ricava il miele dai fiori senza danneggiarli, e li
lascia intatti e freschi come li ha trovati. La vera devozione fa ancora
meglio, perché non solo non porta danno alle vocazioni e alle occupazioni,
ma al contrario, le arricchisce e le rende più belle.
Qualunque genere di pietra preziosa, immersa nel miele diventa più
splendente, ognuna secondo il proprio colore; lo stesso avviene per i
cristiani: tutti diventano più cordiali e simpatici nella propria vocazione
se le affiancano la devozione: la cura per la famiglia diventa serena, più
sincero l'amore tra marito e moglie, più fedele il servizio del principe e
tutte le occupazioni più dolci e piacevoli.
Pretendere di eliminare la vita devota dalla caserma del soldato, dalla
bottega dell'artigiano, dalla corte del principe, dall'intimità degli sposi
è un errore, anzi un'eresia. E' vero che la devozione contemplativa,
monastica e religiosa non può essere vissuta in quelle vocazioni; ma è anche
vero che, oltre a queste tre devozioni ce ne sono tante altre, adatte a
portare alla perfezione quelli che vivono fuori dai monasteri.
Poco importa dove ci troviamo: ovunque possiamo e dobbiamo aspirare alla
devozione"[6].
Caro S. Francesco di Sales, aiutaci tu a non eliminare la vita devota
dall'apostolato in inrtenet!
Pregare sempre non vuole dunque dire far seguire agli esercizi di pietà
nuovi esercizi di pietà, a un rosario la recita di un piccolo ufficio, poi
una lettura, un'orazione mentale e così di seguito; ma significa vivere in
uno stato in cui tutto sia «elevazione dell'anima a Dio».
Gli atti continui di preghiera sono impossibili; ma lo stato continuo di
preghiera è sommamente desiderabile: lo stato di preghiera consiste nella
completa purezza d'intenzione nel corso dei doveri di stato. Non posso
mantenere il pensiero incessantemente occupato da Dio, ma non devo mai avere
la volontà orientata verso qualcosa di diverso da Dio, almeno come fine
ultimo.
L'unione con Dio, in una forma contemporaneamente perfetta e molto facile da
raggiungere, consisterà dunque nel riferire a Lui, dall'intimo della
volontà, se non sempre esplicitamente, tuttavia effettivamente, tutto quello
che noi facciamo.
"Pregare sempre" significa avere l'intenzione virtuale di pregare sempre: il
contenuto questa intenzione virtuale è ben spiegato da S. Ignazio di Loyola,
quando ci dice di chiedere a Dio "che tutte le nostre azioni, intenzioni,
operazioni, siano ordinate esclusivamente a maggior servizio e lode di Sua
Divina Maestà"[7]
La questione si riduce dunque a questo: come riferire a Dio, dall'intimo
della volontà, tutte le nostre azioni? È il problema della purezza
dell'intenzione.
Cercherò ora di spiegare queste ultime affermazioni.
2.2.1 - Cosa significa intenzione virtuale?
L'intenzione può essere attuale, abituale, virtuale.
L'intenzione è attuale quando uno compie, coscientemente, una certa azione
per un determinato fine.
L'intenzione è abituale quando si compie un'azione, senza avere coscienza
del fine, ma tuttavia abitualmente l'azione è compiuta per lo stesso fine.
L'intenzione è virtuale quando si compie un'azione, senza avere coscienza
del fine, ma tuttavia quella stessa azione è compiuta per quel determinato
fine; es: un tale sale in auto per andare da Roma a Milano: questo è il fine
principale del viaggio: certamente, mentre guida, non pensa in continuazione
che sta andando a Milano: quando ci pensa la sua intenzione è attuale,
quando non ci pensa la sua intenzione è virtuale: realissima, ma non sempre
conscia.
Se gli chiedessero: "Cosa stai facendo", risponderebbe "Sto andando a
Milano", anche se in quel momento magari stava fischiettando e non stava
pensando di andare a Milano.
Quando noi abbiamo l'intenzione pura come descritta da S. Ignazio per ogni
nostra azione, anche quando questa intenzione non è attuale, ma soltanto
virtuale, noi siamo in stato di preghiera, noi adempiamo al comandamento di
Gesù di "pregare sempre". Se ci chiedessero in un qualunque momento: "Per
chi fai questa azione?" e noi potessimo rispondere, riprendendo coscienza
dell'azione: "Per Dio, per Dio solo", allora siamo in stato di preghiera.
Vorrei ora fare alcuni esempi, proposti dal P. Plus.
Il p. Enrico Maria Boudon, arcidiacono di Evreux, felicemente scrive:
«Desidererei che tutti i cristiani si mantenessero alla presenza di Dio,
nella maniera suggerita dal p. de Condren. Secondo lui, compiere le proprie
azioni in modo tale che, ripensandoci, non si ripeterebbero né in altro modo
né per altri motivi, equivale a mantenersi costantemente alla presenza di
Dio»[8].
N.B le 2 condizioni:
1 - le azioni non si ripeterebbero in altro modo: Ciò significa che le
nostre azioni devono essere fatte bene: la professione, lo studio, i lavori
domestici: immaginiamo come la Madonna faceva le pulizie nella santa casa di
Nazareth. Certamente il suo altissimo grado di orazione continua non le
impediva di pulire a fondo qulla povera casetta. E San Giuseppe non lavorava
certo con sufficienza.
2 - le azioni non si ripeterebbero per altri motivi = ciò significa che ogni
nostra azione è indirizzata alla maggior gloria di Dio (anche salvaguardando
i fini intermedi)
A queste condizioni tutto diventa preghiera:
Il riposo: sentiamo, a questo proposito, cosa insegna Sant'Agnese Della
Croce
«Ho sempre pensato che la notte la mia miglior preghiera fosse il sonno
[...]. Soltanto che non dormo di un sonno completo: il mio cuore veglia
presso il tabernacolo e prego il mio buon Angelo di offrirne ogni battito a
nostro Signore come un atto d'amore»[9]
Le distrazioni degli esterni: è il turno di Santa Maddalena Sofia Barat, che
così scriveva a una superiora:
«Quanto alla vostra difficoltà di raccogliervi e di unirvi a nostro Signore
nel mezzo delle occupazioni dissipanti che vi oberano, non inquietatevi: è
per Dio che le sopportate, e quante occasioni di rinunce vi si offrono!
Certamente questa vita di sacrificio, di lavoro, di sopportazione del
prossimo, è la migliore preghiera che possiate fare, purché eleviate
frequentemente il cuore verso il nostro buon Maestro e operiate soltanto per
Lui»[10]
Riassumendo quanto detto fin'ora, possiamo dire che è preghiera tutto ciò
che sale a Dio. La preghiera può essere esplicita formale, quando ci si
rivolge con la mente a Dio con presenza di attenzione; implicita e
virtuale,quando eseguiamo qualsiasi opera con purità d'intenzione.
Nel primo caso la preghiera è soprattutto col pensiero, nel secondo
soprattutto con la volontà.
Semplice da capire, ma non facile da realizzare: ascoltiamo ancora una volta
i suggerimenti del P. Plus.
2.2.1 - La pratica dell'orazione continua
Il Padre Plus ci propone tre regole pratiche fondamentali:
I. Tutti i giorni un po' di preghiera
II. Un po' di preghiera per tutto il giorno
III. Trasformare tutto in preghiera
2.2.1.1 - Tutti i giorni un po' di preghiera
Abbiamo già come far sì che ogni azione diventi preghiera: ma devo dire che
pretendere di trasformare tutto in preghiera o ritenere di aver pregato
agendo, senza dedicare un certo periodo di tempo alla preghiera propriamente
detta, è un'illusione diabolica. Gesù ha dato un ben altro esempio: chi più
di lui ha potuto agire con intenzione pura, agendo e pregando nello stesso
tempo? Ma i Vangeli ci descrivono un Gesù che passava le notti in orazioneŠ
Come una casa è riscaldata perché ci sono i radiatori, e i radiatori sono
caldi perché nel bruciatore c'é il fuoco (massimo calore), come il calore si
irradia a partire dal fuoco e si diffonde per la casa, così tutta la
giornata può essere di preghiera se c'é un momento irradiante . S. Tommaso
spiega da par suo questo concetto con la sua solita perfetta sintesi: "Ciò
che è primo in un certo ordine è causa di tutto ciò che consegue nel
medesimo ordine"[11].
Così ci deve essere un momento di massima preghiera attuale, perché ne
consegua una vita trasformata in preghiera.
Si può quantificare questo momento? Sebbene nella vita spirituale non
esistano "ricette" e ognuno debba sempre lasciarsi guidare dallo Spirito, è
doveroso tuttavia considerare quanto raccomandano i Pontefici. Leggo alcuni
brani dell'Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, perché
particolarmente adatti a indicare come si devono arricchire con la devozione
le varie forme di vita attiva laicale.
Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, , n° 61: quali pratiche?
"Per preparare e prolungare nella casa il culto celebrato nella Chiesa, la
famiglia cristiana ricorre alla preghiera privata, che presenta una grande
varietà di forme (Š) Oltre alle preghiere del mattino e della sera, sono
espressamente da consigliare, seguendo anche le indicazioni dei Padri
Sinodali: la lettura e la meditazione della parola di Dio, la preparazione
ai sacramenti, la devozione e la consacrazione al Cuore di Gesù, le varie
forme di culto alla Vergine santissima, la benedizione della mensa,
l'osservanza della pietà popolare.
Nel rispetto della libertà dei figli di Dio, la Chiesa ha proposto e
continua a proporre ai fedeli alcune pratiche di pietà con una particolare
sollecitudine ed insistenza. tra queste è da ricordare la recita del
Rosario: "Vogliamo ora, in continuità con i nostri Predecessori,
raccomandare vivamente la recita del santo Rosario in famigliaŠ Non v'é
dubbio che la Corona della beata Vergine Maria sia da ritenere come una
delle più eccellenti ed efficaci preghiere in comune, che la famigli
cristiana è invitata a recitare. Noi amiamo, infatti, pensare e vivamente
auspichiamo che, quando l'incontro familiare diventa tempo di preghiera, il
Rosario ne sia espressione frequente e gradita" (Paolo PP. VI, Esort. Ap.
Marialis cultus, 52-54: AAS 66 (1974), 164 s.). Così l'autentica devozione
mariana, che si esprime nel vincolo sincero e nella generosa sequela degli
atteggiamenti spirituali della Vergine Santissima, costituisce uno strumento
privilegiato per alimentare la comunione d'amore della famiglia e per
sviluppare la spiritualità coniugale e familiare. Lei, la Madre di Cristo e
della Chiesa, è infatti in maniera speciale anche la Madre ella famiglie
cristiane, delle Chiese domestiche".
Ibidem, n° 62: preghiera ed impegno quotidiano:
"Šla preghiera non rappresenta affatto un'evasione dall'impegno quotidiano,
ma costituisce la spinta più forte perché la famiglia cristiana assuma ed
assolva in pienezza tutte le sue responsabilità di cellula prima e
fondamentale della società umana. In tal senso, l'effettiva partecipazione
alla vita e missione della Chiesa nel mondo è proporzionale alla fedeltà e
all'intensità della preghiera con la quale la famiglia cristiana si unisce
alla Vite feconda, che è Cristo Signore.
Dall'unione vitale con Cristo (Š) deriva pure la fecondità della famiglia
nel suo specifico servizio di promozione umana, che di per sé non può non
portare alla trasformazione del mondo".
Riassumendo brevemente l'insegnamento del Papa, tanti buoni motivi per
pregare insieme; tra le preghiere viene raccomandata la recita del Santo
Rosario; dalla fedeltà a queste piccole cose dipende la "buona educazione
dei figli", la "costruzione della Chiesa" e "la trasformazione del mondo".
Capiamo così come ci prendiamo tragicamente in giro se parliamo di nuova
Evangelizzazione e poi non adempiamo al dovere della preghiera.
2.2.2.2 - Un po' di preghiera per tutto il giorno
Per mantenere lo stato di orazione, il Padre Plus raccomanda frequenti
orazioni giaculatorie (Cuore di Gesù confido in Voi, Gesù mio misericordia,
Venga il tuo Regno etc. orazioni brevissime che il cuore suggerisce), le
quali intessono tutta la giornata di preghiera, e rendono più facile la
purezza di intenzione.
Per ricordare di ripetere queste giaculatorie, sono raccomandabili degli
agganci mnemonici: quando si entra o si esce di casa, in particolari momenti
del lavoro, quando si sale in auto etc.
Per quanto riguarda questa pratica nella vita familiare, può essere utile
adorare la presenza di Dio, che si attua mediante la Grazia, nell'anima dei
bambini, specialmente se sono ancora molto piccoli e quindi incapaci di
commettere un peccato mortale; ancora è necessario insegnare ai bambini
questa pratica, sfruttando tutte le occasioni (es: all'inizio del gioco, dei
compiti etc.).
In questo genere di preghiera, sebbene non siano giaculatorie in senso
stretto, si possono annoverare le preghiere prima e dopo i pasti: sono
preghiere oltremodo "familiari", che arrecano veramente una connotazione di
"sacralità" a tutta la nostra giornata.
Ecco ancora alcune considerazioni sulle giaculatorie di S. Francesco di
Sales:
"Šcome gli innamorati di un amore umano e naturale hanno quasi continuamente
i loro pensieri rivolti verso la persona amata, il cuore pieno di affetto
verso di essa e la bocca piena delle sue lodi, e quand'essa è lontana non
perdono una sola occasione per testimoniare per lettera i loro sentimenti,
mentre incidono sulla corteccia degli alberi il loro amato; così coloro che
amano Dio non possono stare senza pensare a lui, senza respirare per lui,
aspirare a lui e parlare di lui, e vorrebbero, se fosse possibile, scolpire
nel cuore di tutti gli uomini il sacrosanto nome di Gesù; tutte le cose sono
per loro un invito a fare ciò, e non vi é creatura che non annunzi loro le
lodi del beneamato; e, come dice S. Agostino (Enarratio II in Psalmum
26,12), citando S. Antonio (SOCRATES, Historia, IV, 23), tutto ciò che
esiste nel mondo parla loro un linguaggio muto ma intelligentissimo, in
favore del loro amore; tutte le cose destano in loro buoni pensieri, che
danno origine a frequenti slanci ed aspirazioni a Dio"[12].
I santi hanno praticato questa forma di orazione: nella vita di alcuni Padri
del deserto si legge come si esercitavano nel rinnovare il ricorso a Dio,
raggiungendo nella giornata cifre straordinarie di giaculatorie. San
Leonardo da Porto Maurizio, per esempio, aveva preso la risoluzione di
ripetere l'invocazione Gesù mio, misericordia mille volte al giorno,
mentalmente o vocalmente. San Luigi Gonzaga ‹ attesta una rivelazione di
santa Maria Maddalena de' Pazzi ‹ non smetteva di lanciare verso il cielo
frecce infuocate di amore di Dio, San Francesco Saverio ripeteva cosi spesso
l'invocazione O Santissima Trinitas, che gli idolatri avevano preso
l'abitudine di ripeterla senza comprenderne il significato.
2.2.2.3 - Trasformare tutto in preghiera
Abbiamo già visto prima come la purezza d'intenzione trasformi in preghiera
tutta la nostra attività. Da un punto di vita pratico, troveremo giovamento
se misureremo il nostro agire con i due criteri chiave del p. de Condren.
Rifaremmo una certa cosa allo stesso modo, o faremmo meglio? Per chi stiamo
operando? Per il nostro amor proprio? Per vanità? Per la gloria di Dio? Il
più delle volte le nostre intenzioni sono miste, cioè c'è sempre l'amor
proprio che fa capolino e trascina verso la terra ciò che noi vorremmo fosse
solo per il cielo. Succede come al ristorante, quando, davanti a un bel
piatto di minestra squisita e fumante, mentre siamo sul punto di
assaporarla, scopriamo che nel piatto c'è una mosca! Si tratta di un piccolo
insetto, ma pur così piccolo ‹ rovina tutto. Così fa l'amor proprio con il
bene che, per grazia di Dio, realizziamo. Conviene allora rettificare spesso
le intenzioni; tra le giaculatorie ripetere spesso "per te Gesù" o simili.
San Francesco di Sales diceva: "Signore, se anche una sola fibra del mio
cuore non palpita per te, strappala!".
Mai come in questo caso è necessaria la devozione a Maria Regina dei Cuori:
se ci consacriamo alla Madonna secondo il modo suggerito da San Luigi M.
Grignion de Montfort, cioè affidando a Lei anche i nostri meriti, la nostra
buona Madre ce li prende prima che li possiamo sciupare e li rimette in
circolo nel Copro Mistico con tutto il loro valore[13].
2.3 - Bisogna pregare sempre senza stancarsi
Senza stancarsi può significare due concetti: da un lato, che bisogna
pregare con perseveranza, superando le difficoltà dell'orazione; dall'altro
che dobbiamo pregare senza tiepidezza, ovvero sempre pieni di devozione.
2.3.1 - Superando le difficoltà.
Rimando a un trattato più completo di teologia spirituale una spiegazione
completa delle difficoltà che si incontrano nella vita di orazione. Mi
limito qui a toccare bevente due argomenti: la risposta all'obiezione sono
occupato in cose importantissime e le aridità nella preghiera.
2.3.1.1 - Sono occupato in cose importantissimeŠ
Diceva il Padre Bouillon S.I.
«Si rimane alzati sedici ore. Non si troverà 1/16 della propria giornata?
Macché! Vi sono proprio sedici cose più importanti tutti i giorni?»[14].
Ciò per la meditazione di un'ora; se è solo di mezz'ora o di un quarto d'ora
il tempo si riduce a 1/32 o 1/64. Ed ora permettetemi di offrirvi un altro
esempio che faccio ai bambini del catechismo della mia parrocchia:
"L'udienza del Re dei cielo. - L'imperatore Carlo V stava un giorno a
pregare quando gli fu annunziato che un ambasciatore straniero chiedeva di
parlargli soltanto per pochi minuti, aggiungendo che doveva annunziargli
cose della più alta importanza. Ma l'imperatore ricusò di ascoltarlo e si
contentò di dire: «Io sono occupato intorno ad affari infinitamente più
seri, perché sono all'udienza del Re del cielo». - Così dobbiamo far noi
riguardo alle preoccupazioni terrene quando preghiamo: non dar loro ascolto
perché siamo noi in udienza dei Re del cielo"[15].
2.3.1.2 - Mi distraggo e non provo alcuna consolazioneŠ
Anche questo è un argomento troppo vasto per essere esaurito in toto in una
conversazione come questa; mi limiterò a leggere alcune parole consolanti di
alcuni maestri spirituali. Teniamo conto poi che la preghiera è gradita a
Dio non per i nostri sforzi e/o i nostri risultati, ma per la bontà stessa
di Dio: Egli non ci ascolta perché siamo bravi noi, ma perché è buono Lui.
La nostra preghiera, in qualunque condizione venga fatta (salvo ovviamente
il caso di distrazione volontaria grossolana) gli è sempre gradita. A volte
ci perdiamo di coraggio perché facciamo di noi stessi il centro
dell'orazione. Se invece teniamo sempre fisso lo sguardo su Gesù e crediamo
che Egli non può che esaudirci sempre in modo superiore alle nostre
richieste o aspettative, allora ci importerà poco di quello che abbiamo
sentito nell'orazione; ci importerà l'opera di Dio in noi, non la nostra. Ma
veniamo ora agli insegnamenti disanti:
Voi mi dite che nella meditazione vi rimanete come un fantasma o una statua.
Sappiate che il rimanervi così non è poco, perché è grande felicità per noi
stare alla presenza di Dio. Accontentatevi di ciò. Anche questo stare
produce il suo frutto. (S. Francesco di Sales)
Perseverare nella meditazione senza ricavarne frutto non è tempo perduto, ma
molto fruttuoso, perché si lavora senza interesse per la sola gloria di Dio.
(S. Teresa d'Avila)
Nella meditazione, dobbiamo sopportare con pazienza, quella folla di
pensieri, di immaginazioni importune o di movimenti naturali e impetuosi,
che provengono sia dall'anima per la sua aridità e dissipazione; sia dal
corpo perché non troppo sottomesso allo spirito. Ma non scorgeremo tutte
queste imperfezioni se non quando Dio ci aprirà gli occhi dell'anima come
usa fare con chi medita. (S. Teresa d'Avila)
L'uomo spirituale, quando medita, stia con attenzione amorosa in Dio e con
tranquillità d'intelletto, quando non può meditare, pur sembrandogli di non
far nulla. Se per questo avesse scrupoli rifletta che non sta facendo poco
tenendo l'anima in pace senza bramosia o desideri. (S. Giovanni della Croce)
Se avviene che non avete gusto o consolazione nella meditazione, vi prego di
non turbarvi. Se non restate consolato per la vostra grande aridità non
preoccupatevi. Continuate a stare davanti a Dio con contegno devoto e
tranquillo. Egli. certamente gradirà la vostra pazienza . (S. Francesco di
Sales)
Se un giorno non potete meditare, riparate questa perdita con brevi
preghiere e atti d'amore, con la lettura di qualche pagina di buon libro o
con qualche penitenza che impedisca la continuazione di questo difetto,
rinnovando una ferma risoluzione, di non lasciarla il giorno dopo.
(S. Francesco di Sales)
2.3.2 - Senza tiepidezza, con devozione.
Ascoltiamo nuovamente il santo Vescovo di Ginevra:
"La vera e viva devozione, Filotea, esige l'amore di Dio, anzi non è altro
che un vero amore di Dio; non un amore genericamente inteso. Infatti l'amore
di Dio si chiama grazia in quanto abbellisce l'anima, perché ci rende
accetti alla divina Maestà; si chiama carità, in quanto ci dà la forza di
agire bene; quando poi è giunto ad un tale livello di perfezione, per cui,
non soltanto ci dà la forza di agire bene, ma ci spinge ad operare con cura,
spesso e con prontezza, allora si chiama devozione. Gli struzzi non possono
volare, le galline svolazzano di rado, goffamente e rasoterra; le aquile, le
rondini e i colombi volano spesso, con eleganza e in alto.
Similmente i peccatori non riescono a volare verso Dio, ma si spostano
esclusivamente sulla terra e per la terra; le persone dabbene, che non
possiedono ancora la devozione, volano verso Dio per mezzo delle buone
azioni, ma di rado, con lentezza e pesantemente; le persone devote volano in
Dio con frequenza, prontezza e salgono in alto.
A dirlo in breve, la devozione è una sorta di agilità e vivacità spirituale
per mezzo della quale la carità agisce in noi o, se vogliamo, noi agiamo per
mezzo suo, con prontezza e affetto. Ora, com'è compito della carità farci
praticare tutti i Comandamenti di Dio senza eccezioni e nella loro totalità,
spetta alla devozione aggiungervi la prontezza e la diligenza. Ecco perché
chi non osserva tutti i Comandamenti di Dio non può essere giudicato né
buono né devoto. Per essere buoni ci vuole la carità e per essere devoti,
oltre alla carità, bisogna avere grande vivacità e prontezza nel compiere
gli atti.
Siccome la devozione si trova in grado di carità eccellente, non soltanto ci
rende pronti, attivi e diligenti nell'osservare tutti i Comandamenti di Dio;
ma ci spinge inoltre a fare con prontezza e affetto tutte le buone opere che
ci sono possibili, anche se non cadono sotto il precetto, ma sono soltanto
consigliate o indicate.
Come un uomo guarito di recente da una malattia, cammina quel tanto che gli
è necessario, piano piano e trascinandosi un po', così il peccatore, guarito
dal suo peccato, cammina quel tanto che Dio gli comanda, trascinandosi
adagio adagio fino a che non giunga alla devozione. Allora, da uomo
completamente sano, non soltanto cammina, ma corre e salta nella via dei
Comandamenti di Dio e, inoltre, prende di corsa i sentieri dei consigli e
delle ispirazioni celesti.
In conclusione, si può dire che la carità e la devozione differiscono tra
loro come il fuoco dalla fiamma; la carità è un fuoco spirituale, che quando
brucia con una forte fiamma si chiama devozione: la devozione aggiunge al
fuoco della carità solo la fiamma che rende la carità pronta, attiva e
diligente, non soltanto nell'osservanza dei Comandamenti di Dio, ma anche
nell'esercizio dei consigli e delle ispirazioni del cielo".[16]
Conclusione
Vorrei concludere lasciando ancora parlare i santi: adesso tocca a San
Leonardo da Porto Maurizio:
"La mia vocazione sono le missioni e la solitudine: predicare le missioni
per essere sempre occupato per Dio, ritirarmi in solitudine per essere
sempre occupato in Dio. Tutto il resto è vanità".
Ognuno di noi, non ha forse la medesima vocazione? Come dunque trasformare
in preghiera il nostro apostolato in Internet?
La nostra preghiera esplicita e formale, con giaculatorie e le frequenti
rettifiche della purezza di intenzione = essere occupati in Dio; i doveri di
stato e l'apostolato in Internet: essere occupati per Dio.
E adesso invece ascoltiamo quanto Gesù disse a Santa Geltrude:
"Pensi forse che lo sposo abbia meno piacere quando s'intrattiene
familiarmente e teneramente con la sposa nella camera nuziale, che quando è
fiero di vederla apparire in pubblico nello splendore dei suoi
ornamenti?"[17]
Intratteniamoci con lo sposo nell'orazione e mostriamo i suoi doni con una
vita tutta trasformata in preghiera!
E perché questo riesca, ci affidiamo nuovamente ‹ numquam satis ‹ alla Beata
sempre Vergine Maria. Saimo tutti tuoi!
------------------------------------------------------------------------
[1] Mi rifaccio quasi in toto, per questa meditaione, al prezioso libretto
del P. Rodolphe Plus S.J., Come pregare sempre, Sondrio. San Lorenzo, 1984.
Ove nonindicato diversamente, le citazioni sono tratte, passim, da questo
libro. Così anche le referenze dei libri in lingua straniera sono presentate
come citate dal P. Plus.
[2] Lc 18, 1-8.
[3] S. Alfonso M. de' Liguori, Del gran mezzo della preghiera, cap I
conclusione.
[4] "In sede strettamente dommatica si deve dire che Alfonso elaborò una
dottrina della grazia imperniata sulla preghiera, la quale restituirà alle
anime il respiro della fiducia e l'ottimismo della salvezza. Scrisse tra
l'altro: «Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con ogni
concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre sino
a che avrò vita che tutta la nostra salute sta nel pregare». Da qui il
famoso assioma: «Chi prega si salva, chi non prega si danna». Lettera
apostolica Spiritus domini del sommo pontefice Giovanni Paolo II per il
bicentenario della morte di S. Alfonso maria de' Liguori (1-8-1987).
[5] Mons. G. Perardi, Nuovo Manuale del Catechista, Torino LICE, 1914, p.
537.
[6] Filotea, cap. III.
[7] Esercizi Spirituali, 46.
[8] In Continua preghiera, p. 22.
[9] Sant'Agnese Della Croce, delle Guardie Adoratrici dell'Eucaristia, dette
di saint'Aignan, Vita, Lethellieux, p. 84
[10] P. Alessandro Brou S.I., Travail et Prière: Sainte Mad. Sophie Barat,
Beauchesne, Parigi 1925, pp. 282 e 181-182
[11] "Cum primum in quolibet ordine sit causa eorum quae consequuntur"; S.
Theol., I, q. 105, a. 3, c.
[12] Filotea, cap. 13.
[13] Ecco alcune parole del Trattato della vera devozione a Maria che
spiegano questi concetti: "[87] QUINTA VERITÀ - Data la nostra debolezza e
fragilità, ci è molto difficile mantenere le grazie e i tesori ricevuti da
Dio.
1) Perché portiamo questo tesoro, che vale più del cielo e della terra, in
vasi di creta, vale a dire in un corpo corruttibile e in un'anima debole ed
incostante che un nulla sconcerta e abbatte.
[88] 2) Perché i demoni, che sono ladri astuti, cercano di prenderci alla
sprovvista per derubarci e svaligiarci. A tal fine, spiano giorno e notte il
momento favorevole, Si aggirano di continuo intorno a noi per divorarci e
toglierci in un momento, con un peccato, quanto abbiamo potuto guadagnare di
grazie e di meriti in parecchi anni. La loro malizia, la loro esperienza, le
loro insidie e il loro numero devono farci temere infinitamente tanta
sventura, sapendo che persone più ricolme di grazie, più ricche di virtù,
più mature per esperienza e più elevate in santità sono state sorprese,
derubate e infelicemente spogliate.
Ah, quanti cedri del Libano e stelle del firmamento si sono visti cadere
miseramente e perdere in poco tempo tutta la loro altezza e il loro
splendore! Da che cosa dipende questo strano cambiamento? Non certo da
mancanza di grazia - la grazia è data a tutti - ma da mancanza di umiltà. Si
credevano più forti e più sufficienti di quanto non fossero, si sono fidati
e appoggiati su se stessi, hanno creduto la loro casa abbastanza sicura e le
loro casseforti abbastanza solide per custodire il prezioso tesoro della
grazia. Così, per questo loro appoggio impercettibile su se stessi - anche
se pareva loro di contare soltanto sulla grazia di Dio - il Signore
giustissimo ha permesso che siano stati derubati e abbandonati a se stessi.
Ahimè! Se avessero conosciuto la meravigliosa devozione che sto per
spiegare, avrebbero affidato il loro tesoro alla Vergine potente e fedele. E
lei l'avrebbe custodito come un bene proprio, anzi se ne sarebbe fatto un
dovere di giustizia.
[89] 3) È difficile perseverare nello stato di grazia, a causa
dell'incredibile corruzione del mondo. Il mondo, infatti, è corrotto a tal
punto, che gli stessi cuori religiosi sono ricoperti quasi necessariamente
se non dal suo fango, almeno dalla sua polvere. È davvero una specie di
miracolo se qualcuno rimane saldo in mezzo a questo impetuoso torrente senza
essere o sommerso dalle onde o depredato dai pirati e dai corsari, in mezzo
a questa aria inquinata senza rimanerne danneggiato.
La Vergine fedelissima e mai vinta dal demonio opera un tale miracolo a
favore di quelli e quelle che l'amano nella forma migliore".
[14] P. Bouillon S.I., Dernières pensées, Librairie du S.C., Lione, p. 72.
[15] Mons. G. Perardi, Nuovo Manuale del Catechista, Torino LICE, 1914, p.
538.
[16] Filotea, 1.
[17] Santa Geltrude, Le Héraut de l'amour divin, Ed. Oudin, 1876, I, p. 209.
In Jesu et Maria
Sac. Alfredo M. Morselli
oooooooooo @ oooooooooo @ oooo
ooo @ (M) o
@ oooooooooo @ oooooooooo @ ooooo
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--+--
|
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
In Jesu et Maria
Sac. Alfredo M. Morselli
oooooooooo @ oooooooooo @ oooo
ooo @ (M) o
@ oooooooooo @ oooooooooo @ ooooo
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Il Papa e la Chiesa
La Chiesa è un esercito. Questo carattere le appartiene nel nome: Chiesa
Militante; le appartiene nei membri, in virtù della cresima formalmente
«soldati»; le appartiene nell'ordinamento, unitario e gerarchico; le
appartiene nel doppio compito, di difendere e di conquistare; le appartiene
nella disciplina, nel rigore della disciplina, che non dispensa dal
versamento del sangue; le appartiene nella forza, che ha fatto e
continuamente fa i martiri, che dal Cenacolo l'ha portata a piantar le tende
nei cinque continenti del globo.
La fede, la liturgia, la poesia han raccolto l'immagine, che in Dante ha
l'incedere di una ferrea colonna in marcia:
L'esercito di Cristo, che sì caro
Costò a riarmar, retro l'insegna
Si moveaŠ
La Chiesa è infatti un esercito, in movimento, quanto dire in guerra, e lo
sarà finchè l'«insegna » del suo re, la croce di Cristo, non avrà
soppiantato ovunque - la consegna è perentoria: « Omnes gentes », « omni
creaturae», « universum mundum», «usque ad ultimum terrae» - le insegne
dell'errore e del male. Le capanne dei missionari, sul ghiaccio e sulla
sabbia rovente, sulla roccia e dentro la giungla, segnano gli avamposti di
questa marcia gloriosa e dura, mentre, all'interno, ogni campanile, col suo
vessillo e i suoi bronzi, indica un presidio, una guardia contro le
insurrezioni del vinto, non meno che una piazza d'arme per gli esercizi
della truppa, secondo, il monito di san Paolo: «Resta, o fratelli, che vi
alleniate nel SignoreŠ Indossate l'armatura di Dio, sì che possiate
affrontar le insidie del diavolo, battagliando, com'è di noi, non col sangue
e la carne ma contro i principi e le potestà, contro gli agguati delle
tenebre, contro gli spiriti perversi dell'aria. Armatevi per questo di Dio
così da poter resistere nel giorno duro e, fatto il dovere, restare in
piedi. La verità cinga i vostri fianchi, la corazza della giustizia vi
avvolga, i vostri piedi siano calzati, lo scudo della fede, sempre nel
pugno, a rintuzzar le infocate frecce del maligno. L'elmo della salvezza e
la spada dello spirito ‹ la parola di Dio ‹ siano parimente con voi, mentre,
pregando e supplicando, veglierete senza intervallo».
Di questo esercito, armato di fede e di preghiera, accampato tra un polo e
l'altro e sulle cui tende il sole non arriva più a tramontare, il papa è il
capo, il generalissimo, e senza di lui la Chiesa non, sarebbe più Chiesa ma
Babele, non più esercito ma accozzaglia, fossero pur, come ora,
intercontinentale il suo spazio e centinaia di milioni i gregari, mentre,
col papa, la Chiesa può ridursi alle dimensioni di una parrocchia, alla
«forza» di una pattuglia, senza cessar d'essere, e d'esser cattolica,
senz'aver perduto o pericolar di perder la guerra.
Dov'è il papa è la Chiesa: così ha voluto Chi l'ha fondata, istituendo
Pietro ‹ diciamo Pietro, e non Simone ‹ suo luogotenente e plenipotenziario
sopra la terra, e in questo, senso ‹ riferendosi cioè a Pietro, e non a
Simone ‹ il dire ego sum Cephae non è un dannabile discriminarsi, come in
altro tempo e in altro senso fu tra i Corinzi, ma una formale professione di
unità, l'equivalente di ego sum Christi.
A questa verità, a questa legge, divinamente ricevuta e inderogatamente
tenuta, l'esercito cristiano deve, dalla prima Pentecoste a oggi, da Pietro
a Pio dodicesimo, la propria invittezza e dovrà sino alla fine del mondo la
propria invincibilità. Quanto al mondo, esso le deve la civiltà che da
Cristo prende l'inconfondibile nome: civiltà che le rivoluzioni e le guerre
potranno ‹ come oggi ‹ temporaneamente e relativamente oscurare, ma non
senza ‹ come oggi ‹- esaltarla nella più perentoria maniera, quella del
confronto tra i due termini del baratto, il perduto e il trovato.
Se le rivoluzioni e le guerre, in una parola ‹ etimologicamente intesa ‹ gli
scismi, recati fino alle ultime e massime conseguenze, possono dopo venti
secoli di Vangelo dilaniare ancora la sparsa e varia figliolanza adamitica,
la ragione è questa precisamente, ch'essa non si è ancora tutta e in tutto
identificata con la Chiesa, una nella sua cattolicità, cattolica nella sua
unità; con la Chiesa, erede ancora dell'ansia del suo fondatore: et alias
oves habeo quae non sunt ex hoc ovili, della sua volontà: et illas oportet
me adducere, della sua certezza: et fiet unum ovile et unus pastor. Per non
prender che un segno dell'insana resistenza all'umana volontà della Chiesa
consequenzialmente. collegato alle origini e al furore dell'immane
fratricidio odierno, veder con che dichiarata formale antitesi si sia
insorti e si pugni, in questo nostro ventesimo secolo, contro, l'essenziale
principio della carta cristiana: Non est gentilis et Iudeus... barbarus et
Scyta, servus et liberŠ E noto come oggi vi sia il Gentile l'« ariano » ‹ e
vi sia l'Ebreo.
L'unità del gregge intorno all'unico pastore si compirà tuttavia, poichè
divino è il disegno e divina è la società cui il disegno è stato dato in
esecuzione. Uomini e solamente uomini sono però gli esecutori, e sull'opera
la loro umanità può influire nel senso di affrettarla come di ritardarla,
come di arretrarla, con tutte le conseguenze di bene e di male. Questi
uomini siamo noi, i cattolici, e il senso e la misura del nostro apporto
alla causa è dato e determinato dalla nostra maggiore, minore o inversa
fedeltà ai nostri impegni battesimali e cresimali, quanto dir di membri e
militi della Chiesa.
Non c'è che un modo d'esser fedeli alla Chiesa: quello d'esser fedeli al
papa, il capo, il generalissimo, che in nome di Cristo apre e chiude,
comanda e vieta, insegna e riprende, certo di sè grazie a un'assistenza di
cui sarebbe ozioso rilevare i duemila anni di prova quando si sa ch'essa lo
rende partecipe dell'infallibilità divina. Trattandosi di un assioma di
fede, il dovere dei gregari ‹ noi cattolici ‹ ne risulta di un'evidenza e
semplicità matematica: credere che nella pratica si traduce: ubbidire.
Credere e ubbidire al Papa, l'eletto di Dio, sapendo ‹ e la fede sublima
l'atto ‹ che ciò significa credere e ubbidire a Dio stesso. Ma il papa non è
soltanto l'eletto di Dio; egli è anche, nel preciso e, diciamo pure,
democratico senso della parola, l'eletto degli uomini, siano ‹ come una
volta ‹ la massa del popolo, o siano ‹ come oggi ‹ un ristretto «collegio»:
egli è l'uomo, eminente per talenti acquistati e non ereditati, a cui altri
uomini, venuti anch'essi da non importa che condizione e famiglia e
convenuti da ogni parte del mondo, han detto, liberi di sè e gelosi della
libertà umana, han detto, dopo diuturna riflessione e consultazione, a nome
degl'interessi cristiani: ‹ Sii tu, in nome di Dio, finchè vivrai, il nostro
capo. ‹ E non la mano di un angelo nè la sua propria ma ancora quella di un
uomo gli ha, posto in testa la corona. Così facendo, noi gli abbiamo, in
certo modo, delegato i nostri poteri incaricandola di rappresentarci presso
Dio, nel tempo stesso che Dio gli delegava i propri, riconoscendolo suo
rappresentante presso di noi. Con questo noi ci siamo impegnati a eseguire,
piacciano o non piacciano, i suoi ordini, per lo meno nella misura in cui i
cittadini di uno Stato a costituzion democratica sono impegnati a osservare,
piacciano o non piaccian, le leggi che il governo eletto dalla maggioranza
emana per tutti.
Ma la Chiesa ‹ abbiamo detto ‹ è un esercito, e di questo esercito il papa è
il comandante supremo. Trasferito in questo campo, il principio viene a
risultare di un'evidenza maggiore anche di quello che occorra nel caso.
L'indiscutibilità, del capo nei riguardi del corpo, è qui talmente una
regola fondamentale, che per essa si è lesa, coscientemente, volutamente,
dichiaratamente, la logica, elevando a norma il paradosso che il «superiore
ha sempre ragione, specialmente quando ha torto». Sta di fatto che in un
esercito un cattivo ordine eseguito (cattivo, s'intende, tecnicamente, non
moralmente) non nuoce all'unità, che vuol dire la forza, quanto il disordine
che una resistenza vi arrecherebbe; e un mediocre generale ubbidito vale,
sul campo, essenzialmente più di un ottimo generale discusso.
Senza estendere al torto, e meno che mai posponendoli, i titoli della
ragione; senza nè comandare nè raccomandare di starsene contenti «al quia»,
e desiderando, al contrario, che l'ossequio sia rationabile, la Chiesa non
gode che i suoi gregari, impegnati nella più serrata e vasta battaglia, si
distraggano a verificare se il Capo parla « dalla cattedra », dal posto di
comando, o da terra.
Il papa è comunque, per definizione, derivazione e missione, un padre: è il
Padre santo, immagine e vicario in terra del Padre divino: e il distinguere
per sistema, nei suoi riguardi, è fuori di luogo, inarmonico e pericoloso,
per lo meno quanto in una famiglia il distinguere tra i doveri stretti della
figliazione e quelli dell'affetto, tra i diritti della paternità e i suoi
doveri. È storia, è dolorosa storia ecclesiastica, che chi ha preteso troppo
di separare ha finito, contro le proprie buone intenzioni, col separarsi.
Quanto alla storia generale, io non so se essa conosca un caso nel quale
l'aver ascoltato il papa non parlante ex cathedra abbia recato danno al
mondo: sappiamo tutti che il non averlo ascoltato lo ha riempito di
sciagure; e i popoli non sono e saranno i soli a rimpiangere che non si sia
creduto a Pio dodicesimo allorchè, già puntati i cannoni, in un ultimo
tentativo d'impedire l'apertura del fuoco, avvertiva, dalla sola cattedra
del suo cuore, col solo lume della sua mente, la vigilia del 1° settembre
1939, come nulla fosse perduto con la pace e tutto potesse esserlo con la
guerra.
Il papa è padre, e il monito di san Paolo ai Romani, Honora patremŠ ut bene
sit tibi, vige per esso a maggior ragione nei riguardi del mondo. Si può
bene asserir del papa ciò che un grande scrittore asserì di un gran
cardinale, «non esserci», secondo lui, «giusta superiorità d'uomo sopra gli
uomini, se non in lor servizio». Il suo potere è infatti di quelli di cui
disse Gesù agli apostoli dopo aver loro lavato i piedi: «I re delle nazioni
le dominano e que' che le opprimono si hanno il nome di benefattori. Non
così però sia tra voi: il più grande sia tra voi come il più piccolo, e chi
governa sia come quello che serve».
Et qui praecessor est, sicut ministrator. Queste parole si confanno talmente
al papa da non sembrar che la traduzione di un titolo noto e familiare ai
cristiani attraverso gli atti legislativi della loro universale repubblica:
«Servo dei servi di Dio».
(31 gennaio 1943)
Testo tratto da:
TITO CASINI, Per un'Italia migliore, Firenze: LEF 1944, pp. 53-61.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Legge di gioia
Quante generazioni di funghi son nate e marcite al piede di questa querce
alla cui ombra massiccia mi son seduto stamani mentre le cicale davan
principio al concerto? O precisamente: quante cicale si son, nei secoli,
succedute su pe' suoi rami a berciare, tra le crepe della corteccia? E
perchè Esopo non ha inventato una favola nella quale i funghi, confrontando
con l'immobilità della querce la propria esuberanza nativa, ovvero le
cicale, pigliando il ruvido della scorza per le rughe della vecchiaia, si
figuran d'esser da più del sacro albero e gl'intonano il Proficiscere?
Questi paragoni mi son venuti in testa per l'appunto stamani trovando
ancora, in una raccolta di articoli uscita postuma or è qualche mese,
l'affermazione, buttata là col tono di chi sa quel che dice, che il
Cattolicismo sarebbe ormai vicino alla fine; esattamente: «moribondo». Non
occorre esser granchè colti per sapere quanto sia vecchia e recidiva questa
mania di contare i giorni alla Chiesa, e in verità si stenta a capire come
ancora possan levarsi e parlare, dopo tanti e tanto ridicoli fallimenti, dei
profeti del genere.
Profeti minori, come la vescia da cui è nato questo discorso, e profeti
maggiori, come il boleto della, rimaniamo nel nostro tempo, Laus Vitae:
> E la croce del Galileo
> di rosse chiome gittata
> sarà nelle oscure favisse dei Campidoglio,
> e finito nel mondo il suo regno per sempre...
La croce fu in realtà l'unica cosa che accompagnò nella fossa Gabriele
D'Annunzio, morto, con tanta ironia del caso, tra le allegrie di una fine di
carnevale, lasciando la più deserta eredità di tristezza nelle ultime parole
che la sua mano, due giorni avanti, tracciò: «sono malato, e infelice»,
nelle ultime che dalle sue labbra, lo stesso giorno, furon raccolte, nel
dare addietro da una gita da lui voluta e subito bruscamente troncata:
«M'annoio! M'annoio!»
Ironia del caso, in verità (e non diciamo gastigo, volendo piuttosto creder
misericordia), per chi aveva, al bel tempo, cicalato a quella maniera
proprio in nome della felicità e del piacere, vaticinando a favore di Venere
Afrodite lo sfratto della Dolente:
> E quella sua vergine madre,
> vestita di cupa doglianza,
> ŠŠŠŠŠŠŠŠŠŠŠŠ
> si dissolverà come nube
> innanzi alla Dea ritornante
> dal florido mare onde nacque.
Così, nel nome di Lidia, Carducci, il «Maestro», a cui l'ode era intitolata,
aveva scomunicato Gesù:
> Addio, semitico nume! Continua
> ne' tuoi misterii la morte domina.
> O inaccessibile re degli spiriti,
> tuoi templi il sole escludono.
> Cruciato martire, tu cruci gli uomini,
> tu di tristizia l'aer contamini...
>
E nessuna meraviglia in questo: san Paolo lo aveva già detto un venti secoli
prima: Christum crucifixum, Iudaeis quidem scandalum, Gentibus autem
stultitiam; cosa che non impedì a molti Giudei e Gentili di farsi cristiani,
trovando nella religion della croce una gioia di cui non si era mai appreso,
di cui non si apprese mai più l'uguale.
Così è, così doveva e deve essere, contro tutte le oppugnazioni della carne,
circoncisa o incirconcisa che sia. Accusar Cristo, o il Cristianesimo,
quanto dire la Chiesa, di proscriver la luce, di diffonder tristezza, è come
accusare il sole di spargere il buio e il freddo. Il sole è per l'appunto,
nel traslato liturgico, l'immagine di cui si vale più spesso e volentieri la
Chiesa per invocare o designare il Dio che fu crocifisso, e la croce è così
poco, nel suo intendimento, il patibolo della gioia, il trono della
mestizia, che il suo ingresso nel mondo, il giorno della sua inalberazione,
viene salutato da lei, nei riti del Venerdì Santo, come l'ingresso della
gioia stessa nel mondo, e si è tratti, udendo, a pensare al sole che
squarcia d'improvviso le nuvole e trasfigura la terra: Crucem tuam adoramus,
DomineŠ: ecce enim propter lignum venit gaudium in universo mundo.
L'Incarnazione non ha avuto altro scopo, e le parole di Gesù lo attestano in
ogni pagina del Vangelo: Haec loquor in mundo, ut habeant gaudium meum
impletum in semetipsis. Il Vangelo, che si apre con la parola Beati,
potrebbe definirsi il codice della gioia: essa vi è comandata e
raccomandata: GaudeteŠ Gaudete et esultateŠ PetiteŠ ut gaudium vestrum sit
plenumŠ tanto che Paolo, non solo, ripeterà continuamente ai suoi cristiani
l'esortazione ‹ GaudenteŠ Gaudete semper: iterum dico gaudeteŠ ‹ ma, subito
dopo la carità, porrà la gioia tra i segni ai quali si riconosce il
cristiano: Fructus autem Spiritus est caritas, gaudium, paxŠ È vero che il
Vangelo chiama beati quelli che piangono, e una logica troppo spiccia
potrebbe leggervi la condanna di quelli che ridono: la condanna è in realtà
per quelli che fanno piangere, o che ridono di chi piange, giacchè i
piangenti son detti tali non per le lacrime che versano o in opposizione a
quelli che non ne versano ma per il giubilo in cui quelle loro lacrime si
cambieranno: «perchè saranno consolati». Non dunque beato al pianto e guai
al riso (il cristiano ha, nei Salmi, riferita ai popoli, una vera e propria
beatitudine del riso: Beatus Populus qui scit iubilationem) ma beato, in
Gesù, anche il pianto, anche ciò che, fuor dì Gesù, è solamente e
inconsolabilmente sventura.
Non è colpa del Vangelo se tutti gli uomini hanno, chi più chi meno, la loro
parte di lacrime da versare (gli antichi sentivan piangere anche gli dèi:
anche Venere) e non c'è che il Vangelo che possa dire all'uomo, qualunque
sia la ragione che lo faccia lacrimar: Noli flere.
Il Vangelo è perciò più che mai presente nel mondo, oggi che nel mondo
abbonda come non mai il pianto.
Delusi, sconsolati, sgomenti, gli occhi degli uomini si rivolgono, dalle
false immagini di bene avventatamente credule, furiosamente seguite, a chi
disse, per tutti i secoli e tutti i dolori: Venite ad me: e lo ritrovano,
veritiero, nella Chiesa, che può, come oggi in questa lettera Mystici
Corporis, rivolgere con espressa fiducia la sua più alta parola anche «a
coloro che son fuor del suo gremboŠ perchè la loro benevolenza verso la
Chiesa sembra aumentare di giorno in giorno» ‹ mentre volge alle sue estreme
violenze la guerra che nei calcoli della carne doveva travolgerla o
lasciarla addietro priva di forze e di speranza.
Che cosa rimarrà, al contrario, di «una religione del sangue» la quale ha
tra i suoi articoli di fede che «la terra non è una valle di lacrime ma il
luogo della nostra vita di lottatori, dura e allietata dal dovere, pervasa
di salute e di felicità», e tra i suoi precetti quello di «rinunziar
fieramente a ogni rifugio dell'al di là»? li precetto, in sè, è più facile a
osservarsi che non l'articolo a credersi, da circa quattr'anni a questa
parte, e sappiamo che proprio per la difficoltà di credervi, con quel che
sta accadendo di qua, molti son tornati a rifugiarsi nell'al di là. E che
cosa rimarrà di una «religione della scienza e della tecnica», dopo tanta
immolazione di credenti avvenuta per opera della macchina, in terra, in
cielo e nel mare? A parte e prima che la grande mattazione avesse principio,
in uno dei giornali dediti al nuovo culto si poteva legger questa lagnanza:
«C'è della gente che, dopo aver vissuto interamente da atei, ritorna alla
religione nel caso di una sofferenza o di una prova seria subita». Risulta
che la guerra ha moltiplicato, da quella parte, i ritorni, con grande gioia
della Chiesa e vantaggio di quella stessa comunità, patria e statale, alla
cui sicurezza, al cui «bene», fatto per i cittadini che la compongono, e non
fruibile dal cittadino altro che vivendo, il cittadino dovrebbe precisamente
sacrificare la vita: dico, la vita di qua, che per la «religione del sangue»
come per quella «della scienza e della tecnica» è l'unica vita, mentre per
il cristiano non è che il mezzo gioioso di giungere alla vita di là dove
ogni sacrifizio sarà immancabilmente e proporzionatamente rimunerato.
La guerra è la più dura pietra di paragone, e d'inciampo, per tutto ciò che
pretende trasferir di qua, nell'idea di patria o di Stato, di razza o di
classe, il paradiso che il Cristianesimo addita oltre la tomba. Il «canto»
del sangue e le «meraviglie» della tecnica possono infatti, accendere
d'entusiasmo l'uomo di vent'anni,sano e senza pensieri: ma diciamo a
quest'uomo che tutto è lì e poi chiediamoci di che cuore egli vorrà andare
ai vermi, quaranta o cinquant'anni prima di quel che senza la guerra
probabilmente gli toccherebbe, col solo viatico del pensiero che, grazie al
suo sacrifizio, un'altro come lui, a lui sconosciuto o non anche nato ma
ematicamente o socialmente suo simile, potrà godersi tutt'intera la propria
vita magari svagandosela a bordo di una macchina ultimo modello.
Le malattie, gli svariati affanni di spirito in. separabili e insuperabili
dalla condizione umana basterebbero già da sè ‹ esclusa anche la morte ‹ a
provare la falsità di ogni concezione che in materia di felicità la pretenda
all'assoluto senza avere la sua bilancia nell'al di là. Calza per queste ciò
che Leopardi diceva delle scienze sociali: «Considerando filosoficamente
l'inutilità quasi perfetta degli studj fatti dall'età di Solone in poi per
ottenere la perfezione degli Stati civili e la felicità dei popoli, mi viene
un poco da ridere di questo furore di calcoli e d'arzigogoli politici e
legislativi; e umilmente domando se la felicità de' popoli si può dare,
senza la felicità degl'individui. I quali sono condannati alla infelicità
dalla naturaŠ Discipline secchissime, le quali, anche ottenendo i loro fini,
gioverebbero pochissimo alla felicità vera degli uomini, che sono individui
e non popoli».
A sostegno di ciò, Leopardi avrebbe potuto citare il Vangelo: Quid prodest
homini si mundum universum, lucretur, animae vero suae deIrimentum patiatur?
Aut quam dabit homo commutationem pro anima sua? Domande inversibili, senza
che ne sia everso il valore: «Che nuoce all'uomo perdere anche tutto il
mondo quando sia salva l'anima sua?»
È per la risposta che dà, e ch'essa sola può dare, che la Chiesa è più che
mai viva, oggi, nel mondo, dove agonizza o è già freddo chi credeva di
sopravviverle dopo esserne stato il fossore.
Sulla smarritezza di oggi, come sull'oltrecotanza di ieri, essa continua,
tranquilla, a ripetere il suo breviario: Hi in curribus et hi in equis - nos
autem in nomine Domini.
Ipsi obligati sunt et ceciderunt - nos autem surreximus et erecti sumus.
(18 Luglio 1943).
Testo tratto da:
TITO CASINI, Per un'Italia migliore, Firenze: LEF 1944, pp. 79-87.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
La resurrezione di Gesù secondo Gibson
Dopo la lunga contemplazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ‹
non si può altro che chiamare così il film di Gibson ‹ il regista cattolico
offre allo spettatore anche l'interpretazione della resurrezione di Gesù. Si
tratta di pochi, intensi e significativi fotogrammi.
La sceneggiatura della resurrezione è sempre rischiosissima, perché nessuno
era presente il mattino di Pasqua dentro il santo sepolcro e quindi non è
possibile ricostruire con esattezza ciò che è avvenuto.
Tuttavia, come ha detto Giovanni Paolo II qualche anno fa, "non si può
interpretare la Resurrezione di Gesù astraendo dall'ordine fisico" (Udienza
generale del 25 gennaio 1989). La resurrezione non è solo un'affermazione di
fede, ma è anche un evento storico, che ha il suo "terminus a quo" ben
radicato nella storia: il corpo inanimato di Gesù ‹ unito alla divinità ‹
che giaceva, avvolto nei lini funebri, in una tomba. A questo corpo, in un
certo istante del tempo proprio della storia umana, si è riunita l'anima: ci
troviamo anche sebbene non solo nell'ordine fisico, quindi in qualcosa
di rappresentabile, qualcosa che si può cercare di rappresentare con
verosimiglianza storica e non solo simbolicamente.
Ma come rappresentare ciò che nessuno ha mai visto? Gibson ci offre una
scena in cui le bende si afflosciano su se stesse e un uomo cammina con ben
visibili ancora il segno delle ferite della passione. Per quanto riguarda
quest'ultimo aspetto si tratta di vangelo puro: "Perché siete turbati, e
perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi:
sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come
vedete che io ho" (Lc 24,38-39) "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani;
stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma
credente!" (Gv 20,27)
Per quanto riguarda invece le bende che si afflosciano, Gibson segue una
traduzione di Gv 20, 6-8 meno nota ma grammaticalmente ben fondata.
Confrontiamo il testo della CEI, a cui siamo abituati, con un'altra
possibilità di traduzione:
Bibbia CEI: " Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel
sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto
sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora
entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide
e credette.
Altra possibilità: "... e osservò i pannilini giacenti (appiattiti) e il
sudario, che era stato posto sul capo di Lui, non afflosciato
indistintamente insieme ai pannilini (oppure: giacente, non un tutt'uno coi
pannilini, ma per conto suo), rimasto riavvolto nella stessa ubicazione (in
cui era stato avvolto). Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto
per primo al sepolcro, e vide e credette".
Vediamo la differenza tra le due traduzioni. Sul capo di Gesù era stato
messo un sudario (infatti il volto di Gesù era molto sfigurato); secondo la
prima e più comune traduzione Giovanni e Pietro vedono il sudario ripiegato
in un luogo a parte rispetto alla sindone; invece, secondo l'altra ipotesi,
i due apostoli vedono i panni riavvolti su se stessi e, all'interno della
sindone, nella stessa ubicazione in cui era stato avvolto (cioè in
corrispondenza del capo di Gesù), il sudario.
Questo rinvenimento esclude l'ipotesi del furto del cadavere di Gesù, già
sospettato da Maria Maddalena (Gv 20,2: "Hanno portato via il Signore dal
sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!"); infatti sarebbe stato
impossibile ricomporre artificialmente i lini in maniera tale da lasciare
ripiegato il sudario all'interno della sindone, e per giunta in
corrispondenza del volto.
Il ritrovamento dei lini ripiegati su se stessi in questo modo ‹ proprio
perché cosa impossibile a ricostruirsi artificialmente ‹, fece sì che Pietre
e Giovanni credessero alla resurrezione ed escludessero l'ipotesi di furto,
avanzata molto ragionevolmente da Maria Maddalena e temuta dai discepoli:
che cosa ci sarebbe stato di meglio per il Sinedrio che far rubare il Corpo
di Gesù e ‹ una volta che gli apostoli avessero ritrovato il sepolcro vuoto
e avessero detto "È risorto" ‹ mostrare il cadavere dicendo "Eccolo qui il
vostro risorto!"
Da un punto di vista puramente grammaticale, forse non ci sono prove
decisive per scegliere la seconda traduzione rispetto alla più consueta
(sono entrambe possibili). Ma la coerenza interna del racconto (il timore
del furto che viene escluso e il fatto di credere dopo aver visto i lini
ripiegati) propende nettamente a favore di questa seconda ipotesi: solo
questa infatti dà ragione del fatto che, storicamente ‹ tutto d'un tratto ‹,
svanisce dal cuore degli apostoli la paura del ragionevolmente temuto furto
del cadavere; e ciò coincide con l'impossibilità da parte del sinedrio di
produrre il corpo di Gesù.
E mentre le menti dei primi compagni del Signore sono liberate dal timore
del furto del corpo del loro Maestro, il sinedrio spiazzato è costretto a
"montare" quella "diceria" che "si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi"
(Mt 28,16), ovvero il furto del cadavere da parte dei discepoli.
Non e pensabile a un furto con destrezza (una guardia armata romana non può
non accorgersi della manomissione del sepolcro: ci sarebbe voluta
l'anestesia totale dei soldati): non c'è traccia poi di colluttazione o di
furto con violenza (ogni minimo indizio in questo senso sarebbe stato un
argomento a favore del sinedrio).
Il sinedrio spiazzato si è trovato costretto a formulare la ridicola accusa
del furto: ai soldati della guardia non conveniva raccontare della
resurrezione o di fatti misteriosi, rischiando così la pena di morte
(sarebbe stato facile accusare i soldati: "Eravate ubriachi e così vi siete
inventati la storia della resurrezione...". Conveniva loro piuttosto
accettare la di essere corrotti, perché, se fossero stati processati,
avrebbero rischiato la condanna a morte: era meno rischioso tacere e non
essere processati. Anche al Sinedrio non conveniva far processare i soldati,
per evitare che al processo questi parlassero di resurrezione, con gran
clamore tra il popolo. Se era stato facile far condannare Gesù perché era
ebreo, sarebbe stato difficile far condannare dei soldati romani. I
responsabili morali dell'uccisione di Gesù furono dunque costretti a
scegliere la soluzione meno clamorosa, il silenzio accompagnato dalla
calunnia.
Le bende funebri di Gesù, perfettamente intatte e ripiegate, confortano la
nostra fede e smentiscono ogni falsità sulla resurrezione del nostro
Salvatore: Mel Gibson non è solo dunque il regista della Passione di Cristo,
ma anche della Sua credibilissima Resurrezione.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
L'AMBASCIATRICE DELLA RISURREZIONE.
Il giovedì dopo Pasqua, ottava della Cena, il vangelo è di Giovanni. Un per
giorno, cominciando da Matteo e seguitanto nell'ordine in cui presentarono
alla Chiesa maestra la loro dettatura, gli altri tre amanuensi dello Spirito
Santo han già tutti pubblicato, nella radunanza dei fratelli, il capitolo
supremo della nostra gioia, la notizia certamente più bella di tutta la
Bella Notizia: Cristo, come aveva detto, risorto: oggi tocca dunque a
Giovanni.
Il sepolcro vuoto, i lini sparsi per terra, il sudario piegato e messo da
parte, Giovanni li vide co' suoi occhi, accorrendovi insieme a Pietro prima
di tutti gli altri discepoli, ma questo lo racconterà un altro giorno.
innanzi che finisca la settimana: oggi, accosto a Gesù non vi è che una
donna, e tutto di lei è l'onor del racconto.
Ben ti sta, Maria Maddalena, l'onore e la gioia che tutte le donne
t'invidieranno, perché tu fosti la prima nunzia della nostra allegrezza,
quando tornasti in gran fretta a dir che il Signore non era più nel
sepolcro, ‹ benché tu aggiungessi d'ignorar chi l'avesse tolto, o dove egli
fosse, come se non il Padre lo avesse ripreso alla morte, ed egli, risorto,
non dovesse innanzi tutto ricordarsi di una povera mamma che le parole più
amorose di Giovanni ‹ parole ormai di figliolo ‹ non riuscivano a consolare.
Per questo, data appena, agli undici, la notizia, che ad essi suonò forse
rimprovero, com'era una richiesta di aiuto, Maria tornò non meno in fretta
al sepolcro, a cercar di lui trafugato, a piangere, almeno, sul sasso di
dov'era vanito il suo ultimo conforto, tutte le lacrime che le restavano.
Quante lacrime, o Maria Maddalena, da que' tuoi poveri occhi in tre giorni!
Quasi a contarle, l'antica pietà cristiana ti chiedeva, fra i riti di questa
alleluiante ottava (poiché il ricordo delle passate pene aggiunge gioia alla
gioia), ti chiedeva quello che nei tre giorni tu avessi visto, ben sapendo,
che ogni vista t'era rivo di pianto:
Di' Maria ciò che hai visto
Contemplanddo la croce di Cristo
E tu rispondevi:
Ho visto Gesù venir spogliato
Ed in croce sollevato
Dalle mani dei peccatori
E che altro?
La testa di spine incoronata
La faccia di sputi imbrattata
e piena di lividi
E poi?
I chiodi le mani forare
La lancia il costato trapassare,
di viva fonte il fiotto
Su, su, Maria, che altro vedesti, contemplando la croce del tuo Signore?
Che al Padre si raccomandò
E che il capo reclinò
Ed rese lo spirito.
E dopo? che facesti dopo averlo perduto? Tu ti appoggiasti alla madre, e
volevi consolarla; tornasti con lei a casa.
Alla Madre piangente mi associavo
Mentre a casa ritornavo
ma poi, tornata a casa, a riveder tutte quelle cose... Eh, sì, Maria, anche
noi l'abbiam provato che sia il primo ritorno alla casa diminuita: tu ti
lasciasti andar per terra, e piangi e piangi, tu ti sentivi tutta disfare
nella doppia compassione:
E in terra mi prostravo
End entrambi supplicavo
E poi, quando ti potesti riavere?
Gli unguenti ho comperato
Il sepolcro visitato
Il mio pianto raddoppiato
A pensar che quei pianti entrarono anch'essi nel prezzo totale della nostra,
affrancazione; che ad essi dobbiamo se non fu tutta un tradire o un fuggire
o un rinnegare o un irridere, la parte nostra in quel giorno, ci sentiamo
anche noi commuovere. per te, di compassione e riconoscenza. Ma per le
lacrime che tu versi stamani presso il sepolcro deserto, volendo e non
potendo staccartene a ricuperare una lacera spoglia, troppo a te più cara
d'ogni più viva e salda cosa, per queste tue raddoppiate lacrime noi non ci
sentiamo stringere il cuore, ma anzi dilatare a gioia, come si dilata, dopo
la lunga strettura di rovinosa tempesta, all'ultimo stillar di pioggia giù
dall'umide piante, mentre, tra i nuvoli emunti di tutta la loro cupa
minaccia, appare già e ribrilla più forbito il sole... Piangi pure quel che
ti resta di lacrime, o Maria Maddalena: tu sarai presto consolata. Mentre
piangeva, si chinò verso il sepolcro (Gv 20,11). Non poteva ancor credere a'
suoi occhi, per quante volte, ponendoli sulla scavata pietra, ne avessero
toccato il fondo: e tornò cupidamente a guardare se, adagiate fra gli aromi,
apparissero, restituite o non tolte, le dilette forme. Vide, in loro vece,
a' due estremi del duro letto, due giovanette figure vestite di bianco, che
i suoi occhi dal piangere non conobber per angeli, sebbene splendessero i
loro visi di non umana cortesia. Neppur li riconobbe alla voce, allorché, in
suono di gentile compatimento: «Donna» le chiesero, «che cos'hai da
piangere?» Rispose tuttavia, avidamente cercando nel loro viso quello che
senza frutto cercava entro e fuori al sepolcro: «M'han portato via il mio
Signore, e non so dove l'abbian messoŠ». Si voltò repentina a un lieve
frusciar d'erbe che intese dietro di sé, e vide e udì insieme un uomo
rivolgerle la medesima umana domanda: «Donna, che cos'hai da piangere?»
Ella, pensando che fosse il giardiniere, e dubitando in lui la cagione del
suo pianto: «Signore» lo supplicò per risposta, «se sei stato tu che l'hai
tolto, dimmi dove l'hai messo, ch'io lo riprenda!» Ma come lo vide tacere, a
modo non di colpevole sibbene di chi indulge facilmente a gran pena, si rese
tutta ai due primi, aspettando forse da loro dove quetar la sua ambascia.
Una parola, una sola, la fece di subito rivolgere, e questa sola fu per lei
quel che sarà per altri e lo spezzar del pane, e il consumar del pesce, e il
ritrar piena la rete, e il toccar delle piaghe: «Maria!»
Nel duro coltivatore di piante da cui implorava in restituzione un cadavere,
la piangente riconobbe, intero e vivo, Gesù.
Con una sola parola gli rispose: «Maestro!» ‹ e si buttò a' suoi piedi, e
quel che nessun discorso avrebbe potuto dire disse un'onda di lacrime, tra
un impeto di baci sul doppio segno dei chiodi.
Così, entro un giardino, gustava prima una donna i frutti di riconcessa
vita, come prima, entro un giardino, aveva gustato una donna i frutti di
morte... Perché questo privilegio a Maria Maddalena, se non perché, recando
anche prima, agli uomini la risurrezione, cancellasse il gesto d'Eva, che
prima aveva porto all'uomo la sua rovina? Forse per questo, per affrettare
agli uomini l'allegrissima notizia (che Dio, soddisfatto, s'era rimutato in
padre), il Risorto non tollerò a lungo l'indugio di Maria a' suoi piedi:
togliendosi con amorosa forza dal laccio delle sue braccia: «Lascia», le
disse, «di toccarmi... e va' da' miei fratelli a dir loro ch'io salgo al
Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro».
Così, come tu ubbidisti, da te l'imparammo; e questo fa che t'onoriamo prima
credente e confitente, apostola degli apostoli; che t'amiamo, quanto ci è
cara la gioia o il saperci imperituri, nostra prima e somma confortatrice,
sorella nostra e di Cristo, Maria Maddalena.
Sgreccia: Sulla fecondazione hanno fatto quello che potevano!
ACCESO DIBATTITO IN ITALIA DOPO L'APPROVAZIONE
DELLA LEGGE SULLA PROCREAZIONE ASSISTITA
- Intervista con mons. Elio Sgreccia -
In Italia, non accennano a placarsi gli echi
polemici accesi dall'approvazione ieri in Senato
della legge sulla fecondazione assistita
soprattutto all'interno dello schieramento
politico di centrosinistra.
La legge vieta il ricorso alla fecondazione
cosiddetta eterologa, cioè con gameti non
appartenenti ai genitori.
Possono ricorrere alle tecniche solo coppie di
maggiorenni di sesso diverso, coniugati o
conviventi in modo stabile, in età
potenzialmente fertile, entrambi viventi.
Proibiti i test genetici preventivi, la
sperimentazione su ciascun embrione umano, il
suo congelamento e la sua clonazione.
Dure sanzioni sono previste per i medici che
non rispettano questi divieti.
Una legge "cattolica", come viene definita dai
suoi detrattori.
Ma è realmente così?
Ecco la replica del vescovo mons. Elio Sgreccia,
vicepresidente della Pontificia Accademia per
la Vita:
**********
R. - Questo credo che sia il primo equivoco da
chiarire: non è una legge che riflette la morale
cattolica, perché tutti sanno - ed è bene che
si ripeta - che per la visione cattolica della
vita e della procreazione, il figlio che
lecitamente viene concepito è quello che viene
concepito all'interno di un atto di amore
coniugale. Per cui, una legge che ammette un
concepimento in provetta non è mai considerata
lecita.
D. - Chi si è opposto alla legge afferma che
introduce discriminazioni, danni e condizionerebbe
la libertà della ricerca scientifica. Lei cosa
risponde?
R. - Rispondo che coloro che hanno promosso questa
legge, l'hanno portata avanti con insistenza e con
coraggio, cattolici e non cattolici: hanno operato
da cittadini che sono preoccupati dei danni che
possono venire non solo dal far-west che esisteva
fino a ieri, ma dalla procreazione artificiale
nelle sue varie tecnologie, che si moltiplicano
sempre di più.
Hanno cercato di ridurre il danno su punti
importanti: per esempio, quello di evitare il
congelamento degli embrioni: si evita un danno
enorme a un tipo di delitto, quello del
congelamento di esseri viventi, di creature umane,
che - e non so se la gente ha avuto modo di
rifletterci in modo adeguato - è un inferno di
gelo che questo secolo, armato di tante
possibilità scientifiche, ha messo in atto per
un utilitarismo spietato, per fare di queste
creature delle vittime di sperimentazioni o
comunque destinate alla soppressione.
Ora, l'aver evitato questo fatto va a merito della
legge; come aver limitato le possibilità della
procreazione artificiale almeno all'interno della
famiglia, in modo che il figlio che nasce possa
riconoscere un padre e una madre.
Questo è un vantaggio molto importante per
l'educazione, per l'identità, per la crescita
psicologica e morale del figlio.
Quindi, non è uno scherzo, quello che si è ottenuto.
Con tutto ciò, non possiamo dire che la legge si
adegui alla morale cattolica o che sia perfetta in
tutti i suoi punti: hanno fatto quello che potevano!
RADIOVATICANA - RADIOGIORNALE
Anno XLVII n. 346
Testo della Trasmissione di venerdì 12-12-2003
18 DICEMBRE - II ANTIFONA
O Adonai, Signore, capo della casa d'Israele, che sei apparso a Mose`
nella fiamma del roveto ardente e gli hai dato la legge sul Sinai, vieni
a ricattarci nella forza del tuo braccio.
O Supremo Signore, Adonai, vieni a riscattarci, non piu` nella tua
potenza, ma nella tua umilta`. Una volta ti sei manifestato a Mose`, tuo
servo, in mezzo ad una divina fiamma; hai dato la Legge al tuo popolo tra
fulmini e lampi. Ora non e` piu` tempo di spaventare, ma di salvare. Per
questo la tua purissima Madre Maria, conosciuto, al pari dello sposo
Giuseppe, l'editto dell'Imperatore che li obblighera` ad intraprendere il
viaggio di Betlemme, si occupa dei preparativi della tua prossima
nascita. Dispone per te, o divino Sole, gli umili panni che copriranno la
tua nudita`, e ti ripareranno dal freddo in questo mondo che tu hai
fatto, nell'ora in cui apparirai nel profondo della notte e del silenzio.
Cosi` ci libererai dalla servitu` dei nostro orgoglio, e il tuo braccio
si fara` sentire piu` potente quando sembrera` piu` debole e piu`
immobile agli occhi degli uomini. Tutto e` pronto, o Gesù! I tuoi panni
ti attendono. Parti dunque presto e vieni a Betlemme, a riscattarci dalle
mani del nostro nemico.
Testo tratto da: Dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico, vol. I Avvento
e Natale, Alba 1956, pp. 359-75 passim.