Cari amici,
credo di farvi cosa gradita girandovi questo annuncio:
Nasce in questi giorni il forum di Totus Tuus:
http://www.totustuus.biz/
È un "nuovo inizio", che porta in se' prospettive inconsuete e
promesse di bene.
Tuttavia…
«..."nuovo inizio" non vuol dire qualcosa di nuovo che noi facciamo,
qualcosa che inventiamo noi, che non ci è stato ancora detto o dato.
Il nuovo inizio è il replicarsi della Presenza, di una Presenza: è
una Presenza che si impone, che ci tocca.
…Siccome questo nuovo inizio è fatto di cose, di una cosa che non
potremmo pensar noi, immaginar noi, fantasticar noi, allora è una
mendicanza quella che compone l'atteggiamento di volontà,
l'atteggiamento di sforzo, di tentativo nuovo, come esito nel cuore.
Il nuovo inizio è oggetto di una domanda, di una mendicanza…»
[Luigi Giussani]
E allora eccoci, Signore.
Eccoci a chiedere - a "mendicare" - la Tua Presenza in questo luogo,
la Tua mano sul nostro povero impegno, la Tua protezione sui primi
passi di questo tentativo.
Ti consegnamo tutto, ma proprio tutto, per le mani della Vergine.
Laura_BP
__________________
Veni Sancte Spiritus
Veni per Mariam
Prima di cominciare la predica...
"Non dimenticatevi neanche per un momento che nell'inferno vi sono molti
predicatori che ebbero maggiori doti di voi nel predicare, e che con le loro
prediche ottennero più frutto di quanto voi fate, e per di più essi furono
lo strumento affinché molti lasciassero di peccare. Ma quello che più fa
meraviglia è che furono loro la causa strumentale grazie alla quale molti
sono andati alla gloria, mentre loro stessi, i miseri, sono andati
all'inferno, avendo attribuito a sé quello che era di Dio, gettandosi in
mezzo al mondo, rallegrandosi di venire lodati da esso, crescendo in una
vana opinione di sé e in una grande superbia, e per tale motivo si sono
perduti".
S. Francesco Saverio
Esistenza sacerdotale
Verità e santità nell'apostolato della predicazione
di P. Cornelio Fabro *
1. Con questo titolo - il sottotitolo è nostro - ispirato ad una filosofia
modernissima, il gesuita P. Karl Rahner [1] riproponeva qualche anno fa, in
piena guerra, un problema eterno nella vita cristiana, quello della
connessione fra la vita - l'esistenza - e la funzione, il munus sacerdotale.
Uno dei caratteri distintivi dell'Esistenzialismo, considerato almeno nel
suo fondatore il danese Kierkegaard (1813-1855), è quello che egli chiama la
soggettività della verità: un principio di semplice buon senso e che - in
questo contesto - non ha nulla a che fare con l'Idealismo, ma ne è anzi
l'antagonista. La verità di cui si tratta è quella morale e religiosa, cioè
quanto ordina e disciplina la vita dell'uomo nei suoi rapporti col finito e
coll'infinito. È evidente allora che il possesso di cotesta verità non può
essere assicurato dalla pura «nozione» della medesima, dal conoscerne
l'imperativo in astratto; ma essa importa l'azione, la sua attuazione in un
impegno personale tradotto nella pratica e che configura interiormente la
coscienza dell'uomo come forma compiuta della verità stessa. Principio di
buon senso, dicevo, e che l'uomo comune esprime con alcuni suoi modi di dire
ben conosciuti, ma che la filosofia ha potuto rifiutare - e deve rinunziare
a quel principio ogni filosofia che svaluta l'individuo e la persona
singola, che non riconosce la «individualità spirituale»,
l'«incorruttibilità dell'uomo interiore».
Il P. R. ha portato il problema nel campo della teologia spirituale e
pastorale, ove quella «soggettività» pace ancor più pregnante quanto
l'ordine soprannaturale della Rivelazione e della Grazia avanza per la sua
trascendenza, assoluta gratuità e imprescindibilità, l'ordine della natura.
Il P. R. fa osservare opportunamente, nell'impostazione del problema, che
nel sacerdozio cattolico si trovano presi e uniti due compiti che nel
Vecchio Testamento, ed in altre religioni, sono per lo più distinti.
L'esercizio del Culto o Sacerdozio propriamente detto, e il Profetiamo,
ovvero la trasmissione della parola di Dio agli uomini. Uniti nel sacerdote
cattolico, perchè prima uniti in Cristo, sacerdote e profeta anzi Verbo per
essenza, adeguazione perfetta di verità e azione. In quanto ogni Sacerdozio
della Chiesa è derivazione e partecipazione del Sacerdozio di Cristo, il P.
R. parla di un certo «indebolimento» che ambedue quegli attributi o compiti
subiscono nel sacerdozio cattolico; eppure il P. R. ammetterà certamente il
carattere costitutivo dei Sacramento dell'Ordinazione come anche la
superiorità del sacerdozio della «realtà» (N. T.) sul sacerdozio della
«figura» (V. T.).
Ed ecco il problema nella sua forma definitiva. Si tratta di fondare il
significato «esistentivo» del sacerdozio. Si può ammettere che il sacerdote
possa predicare la «verità» evangelica, senza che la sua vita vi
corrisponda? E questo, s'intenda in senso assoluto, come atteggiamento di
principio: cioè, potrebbe conservarsi la «verità» nella Chiesa, quando tutti
i predicatori, tutto il corpo dei banditori del Verbo, conducessero una vita
difforme dalla parola? D P. R. risponde categoricamente di no.
2. Il sacerdozio, quello cattolico specialmente, importa una vocazione e non
una semplice professione. La professione interessa l'attività esteriore,
l'uno o l'altro settore dell'azione; non impegna la persona come tale, la
quale ordina l'attività professionale, l'impiego, ecc. all'assicurazione
della sua vita, come persona in una famiglia per esempio. Così il
matrimonio, appunto perchè è una «vocazione», abbraccia tutto l'uomo, lo
impegna totalmente come persona: specifica quindi in senso esistentivo
l'essere dell'uomo che deve organizzare i suoi rapporti e la sua attività in
dipendenza di quella struttura che è il matrimonio e della funzione che
egli, come singolo, occupa in esso. Al matrimonio fa riscontro, nell'ambito
strettamente religioso, la «vocazione sacerdotale»: anch'essa qualifica in
modo totale la vita dell'uomo, nella società che è la Chiesa. Il P. R. ci
tiene a osservare la natura «ministeriale» e intermediaria di questo
sacerdozio in quanto esso «è puramente ministrante tanto al sacerdozio
esistenziale attivo di Cristo, quanto al sacerdozio esistenziale passivo dei
fedeli, in quanto esso rende possibile ad ambedue una presenzialità
sacramentale duratura » (p. 163).
Come «vocazione», il sacerdozio è di per sè esistentivo, impegnante la
personalità. Ma, dato che nel sacerdozio cattolico concorrono quei due
elementi - egualmente necessari - la potestà di culto e l'elemento
apostolico - profetico, ovvero la predicazione - ci si domanda in quale dei
due sensi avvenga la specificazione esistenziale. Per il P. R. essa avviene
nel senso della predicazione: cioè, è il fatto che il sacerdote è banditore
del Verbo, e non tanto come ministro di colto, che si esige da lui una certa
forma ovvero un certo grado di santità interiore, senza del quale - si badi
bene - ovvero qualora essa mancasse «assolutamente e dappertutto», la
predicazione stessa non sarebbe e non potrebbe essere vera. La «potestà di
culto» per porre il suo atto «validamente», non abbisogna che della
«intentio» nel ministro: questa potestà cultuale, secondo il P. R. è bensì
«un obbligo nuovo da portare a compimento della antica vocazione donata per
il Battesimo e la Confermazione, ma non costituisce un nuovo obbligo di una
vocazione nuova di significato esistentivo» (p. 167).
Altrimenti con l'elemento apostolico-profetico: qui c'è uno vocazione che
prende: a) tutta l'esistenza del chiamato, e b) in una nuova forma. Il
compito della predicazione, nel suo volgersi agli uomini, non ha limiti -
anche se l'esercizio di cotesta facoltà, essenziale al sacerdozio, è
disciplinato dalla «missio canonica». Ma - ciò che è più importante - la
predicazione del Vangelo esige nel predicatore, non solo di fatto,
l'accordo, l'intonazione personale dell'Apostolato (il suo tempo, il suo
lavoro, ecc.), ma li abbraccia in se stessa come un suo interno elemento.
Perciò la predicazione del Vangelo di Cristo non è puramente un'esposizione
«oggettiva» di verità che vada considerata in se stessa, per la quale quindi
la situazione esistenziale del predicatore sia indifferente, ma resta
sospesa fondamentalmente, per la sua propria natura, all'inserzione
esistenziale della persona del predicatore. Perchè mai? Per non distruggere
con la vita, quel che si costruisce con la parola? Certamente, ma anche per
una ragione più profonda che deve denunziare ogni scappatoia, ogni
possibilità d'infingimenti. Per la ragione cioè che predicare il Vangelo, il
messaggio di Dio, è essenzialmente un parlare nello Spirito Santo e nella
virtù di Dio. Suppone un carisma pneumatico, il quale resta vuoto e svanisce
se non s'incontra con la santità personale dei predicatore. Bisogna
approfondire il senso delle grazie «gratis datae», ammonisce il P. R.: quel
«gratis» non è certo nel senso che il predicatore possa esimersi
dall'impegno della santità personale, il carisma del Santo Pneuma, che è
necessario per la predicazione e nel quale la predica si mostra giustificata
e obbligante, è un qualcosa che santifica il predicatore stesso, un carisma
che determina la sua esistenza in quel tal modo e pertanto non altro
significa se non che la predicazione è portata essenzialmente, così che si
può mostrare come la grazia predicata è già divenuta, nel predicatore
stesso, realtà (p. 168). Volendo usare la terminologia Kierkegaardiana, si
deve dire, per interpretare la posizione del P. R.: Solo la predica «in
carattere» è vera predica. Per la predica che non è in carattere, il P. R.
non la dice «falsa»: essa cesta, o può restare «esatta», ma la discordanza
esistenziale la rende «irreale» simile a un discorso profano di teologia -
non è più esigitiva, non può colpire l'uditore per chiedergli una «decisione
per la Fede», Così ho riferito, nei suoi momenti essenziali, la posizione
del P. R. traducendo spesso letteralmente, anche se la tirannia dello spazio
mi ha obbligato a sacrificare molte sfumature, le quali però non influiscono
molto sull'assunto centrale.
Esso è espresso nella dichiarazione seguente, già accennata al principio e
che ora riferisco con le parole dell'A.: « Nell'istante in cui la Chiesa
cessasse di essere Santa, in tutti i suoi predicatori, nello stesso istante
essa cesserebbe di essere la «vera» annunziatrice della verità: la verità
del Cristianesimo cesserebbe. La predicazione della rivelazione divina, dal
fondamento della densità specifica di verità dei suo contenuto, esige come
suoo elemento interiore l'implicazione esistenziale del predicatore » (p.
169).
3. Inutile dire che la teoria del P. R., presa in generale, esprime
un'istanza che è nel Vangelo stesso e che dev'essere accolta da tutti,
specialmente dai sacerdoti i quali, del resto, se la sono sentita inculcare
chissà quante volle negli anni di formazione fino alle severe ammonizioni
dei Pontificale nell'Ordinazione. Che il sacerdote debba mettere la ma vita
in armonia con quel Vangelo ch'egli annunzia dal Palpito: di questo, nessun
dubbio. Che un sacerdote tiepido sia spesso condannato ad avere un
apostolato languido e sterile: anche questo l'esperienza le conferma in
tutti i tempi e luoghi, e non v'è alcuno fra noi che non sia stato scosso
dall'Anima dell'Apostolato del P. Chautard, che svolge questa tesi con un
ardore veramente «bernardiano», rinnovato oggi in Italia dall'Anonimo autore
di «Apostolica vivendi forma». Il problema qui però è un altro, più intimo e
che interessa - come risulta dalle ultime parole citate - la struttura della
Chiesa stessa. Nella posizione del p. R. si affama connessione necessaria
fra la santità del predicatore e la «verità» della predicazione stessa,
quindi di riflesso anche della verità e santità della Chiesa stessa.
Se, questo è il problema, a me pare meno catastrofico di quanto non sembri
al P. R, almeno dal punto di vista della Teologia di S. Tommaso. Io non
intendo di sollevare contro il P. R. le ombre sinistre delle eresie
«esistenziali», mai estinte nella Chiesa, dai Donatisti, ai Fraticelli, ai
Valdesi, agli Hussiti ecc.: credo si tratti di una somiglianza di termini
puramente casuale. Così, quanto alla connessione necessaria fra la santità
della Chiesa e la «verità» della sua predicazione, non ci può essere dubbio.
Meno evidente è invece la seconda esigenza e connessione, quella fra la
verità della predicazione e la santità personale del predicatore -
l'inserzione, l'impegno esistentivo come necessario in linea di principio,
secondo la terminologia del R. - S. Tommaso taglia facilmente il nodo perchè
per Lui - e secondo il C. I. C. - nella Chiesa il predicatore «ufficiale» è
il Vescovo, successore degli Apostoli e Pastore delle anime nell'obbedienza
a Pietro; il quale Vescovo poi, si sa, è - secondo la teologia tomista e la
sana dottrina - «costituito nello stato di perfezione» [2], supposto quindi
già «perfetto», in un senso certamente relativo di viatori.
La posizione di P. R. Passa sotto silenzio questo, aspetto
«ecclesiologico-giuridico» del problema e mette in prima linea l'esigenza
«esistenziale» nella sua universalità, ed è qui che essa più non convince.
Essa rischia d'intaccare direttamente la trascendenza della santità della
Chiesa stessa e la priorità di fondamento che compete alla Chiesa come a
«Corpo mistico» sulle sue manifestazioni esteriori in quanto attività di
«singoli» che non siano «persone ufficiali».
4. Resta però ancora il problema tutto intero, soltanto che è un po'
spostato e precisamente sui Vescovi. Devono almeno i Vescovi «essere
personalmente in carattere» perchè la loro predicazione sia non solo esatta,
ma anche « vera » nel senso indicato? La questione, per me che non sono un
teologo, non mi pare bene impostata. Anzitutto, per i Vescovi - e
analogamente per i Sacerdoti che sono uniti al Vescovo e partecipano del suo
episcopato - la santità che si richiede è di natura principalmente
giuridica, cioè sottostà al giudizio del Superiore che «chiama»: il Papa per
i Vescovi, e il Vescovo per i sacerdoti. È evidente che qui in questa
«chiamata», si tratta di un giudizio d'idoneità nel quale hanno certamente
gran parte, anzi se si vuole la prima parte, le qualità morali. Solamente
quando si ponesse - come «principio» - la perfezione morale a fondamento
della verità della predicazione: e, nel caso, la coscienza della perfezione
morale da parte del predicatore prima di salire il pulpito, io mi domando:
chi oserebbe mai salirlo? E chi l'osasse, non mostrerebbe di esserne meno
degno degli altri? Chi dei Santi ed anche di noi è mai salito con questa
coscienza?
La santità della Chiesa è garanzia della «verità» della predicazione: è
certissimo. Ma questa santità è anzitutto quella essenziale che ad Esso
comunica la Gloriosa umanità di Cristo, sempre presente nella Chiesa
specialmente nella vita sacramentale-liturgica: e poi, e partecipata da
quella, la santità dei giusti, comprensori e viatori: ciò che forma il
tesoro della «Comunione dei Santi». E mi pare che allora ci si è avvicinati
abbastanza al nucleo centrale del problema. L'efficacia della «parola» - la
sua «verità» secondo il P. R. - non è tanto legata «essenzialmente » alla
santità personale del predicatore, sia pure Vescovo od anche Papa, quanto
alla comunicazione dello Spirito che tocca nell'intimo la mente e il cuore
di colui che ascolta - Ma codesta comunicazione dello spirito non è - nè fin
quando siamo «in via » può essere - assolutamente legato alle disposizioni
soggettive del predicante, perchè ciò intaccherebbe direttamente la
indefettibilità della Chiesa abbandonandola alla contingenza della libertà
umana. La «distribuzione» dello Spirito che muove a persuasione e a
compunzione, ecc, può essere concessa a qualsiasi uditorio o uditores come
anche può essere loro negata, indipendentemente dalle disposizioni
soggettive del predicante - perchè questa distribuzione non avviene
necessariamente per derivazione diretta dal predicatore all'uditorio, ma
emana dalle intime scaturigini della vita del Corpo mistico che a noi
sfuggono. Basta quindi - in linea di principio - che sia assicurata la
predicazione «esatta», e questa è garantita dalla struttura gerarchica della
Chiesa visibile che è indefettibile nella sua «autorità» per l'assistenza
dello Spirito Santo contro qualsiasi possibilità di errore in materia di
fede e di costumi., La sua «verità» - o meglio fecondità - della parola
dipende da un altro intervento dello Spirito, il cui intimo commercio a noi
non è dato di conoscere nè è possibile comunque determinare.
5. L'ultima istanza esistenziale del P. R. a me pare quindi che non regga:
«Se nessun predicatore - nessun Vescovo - fosse «in carattere», allora la
Chiesa non sarebbe più santa». A parte la improbabilità assoluta
dell'ipotesi, io credo però che la questione non vada impostata così: come
ho detto, anzitutto basta che nel predicatore la predicazione sia garantita
come «esatta», poi la Comunicazione dello Spirito, che muove l'uditore
all'impegno esistenziale, non è necessario - e guai se lo fosse - che emani
dallo stesso predicante, ma può bensì venire per il tramite segreto della
Comunione dei Santi. Anzi può avvenire - e certamente sarà più volte
avvenuto - che un predicatore, il quale forse non era del tutto in ordine
nel suo interno, sia rimasto scosso e «convertito» pure lui, dall'efficacia
della sua parola che osservava nei fedeli o da qualche altro segreto
movimento.
I Padri non si esprimono diversamente. Bastino S. Agostino e S. Gregorio
Magno, che si rifanno, del resto, direttamente alla Sacra Scritture.
«Ma tu chi sei, dice l'avversario, che osi parlare tanto contro di noi? -
Chiunque io mi sia, tu ascolta ciò che viene detto e non ti curare da chi
venga detto. - Ma, incalza l'avversario, al peccatore il signore dice:
Perchè prendi a parlare del mio patto? (Ps. 49, 16). Ammetto che il Signore
dica tali parole al peccatore: chè forse c'è una sorta di peccatori ai quali
può giustamente Dio rivolgere tale rimprovero. Ma contro chiunque Egli si
rivolga, questo intende dire: che al peccatore, cioè, non giova affatto il
predicare la legge del Signore. E allora non gioverà neppure agli
ascoltatori?
Nella chiesa noi troviamo due categorie di predicatori: i buoni e i cattivi.
Ora i buoni quando predicano, cosa dicono? « Siate miei imitatori come io lo
sono di Cristo » (I Cor. 4, 16). E di essi cosa sta scritto?: «Sii modello
ai fedeli» (I Tim. 4, 12). E noi ci sforziamo di essere tali. Ciò che poi
siamo in realtà, lo sa soltanto Colui a cui noi rivolgiamo i nostri gemiti.
Dei perversi però vien detto ben altro: Sulla cattedra di Mosè sì assisero
gli Scribi e i Farisei: fate tutto ciò che essi vi dicono, ma non vogliate
imitarli in ciò che essi fanno (Matt. 23, 2). Vedi dunque che sulla cattedra
di Mosè, a cui tien dietro la cattedra di Cristo, sono assisi anche i
cattivi; e nondimeno, allorchè essi predicano cose buone, non nuocciono agli
ascoltatori...
Se predico cose buone e nello stesse tempo le pratico: imitami. Sei poi non
metto in pratica ciò che insegno, allora fa a proposito per te,
l'ammonimento del Signore: osserva ciò che dico: non imitarmi in quello che
faccio. In ogni modo non ti allontanare dalla Cattedra cattolica». (Aug.
Enarr. in Psalmos: In Ps. 37, Sermo III, n. 20) [3].
S. Gregorio va ancora più a fondo e confessa il mistero: il predicatore
santo ha non di rado un uditorio ritroso e ribelle, mentre un predicatore
indegno può operare conversioni; il santo è tutto preso da questo «circolo»
segreto in cui si muove la verità della predicazione.
«Spesso è data al predicatore la facilità di parola per merito
dell'ascoltatore, e spesso per colpa dell'ascoltatore gli è tolta. Pertanto
non deve il dottore levarsi in superbia perchè egli predica con facilità e
abbondanza di eloquio, giacchè forse gli è concessa la grazia del parlare,
non per rispetto a lui, ma all'ascoltatore; e qualora il dottore esponga
stentatamente e freddamente, l'uditore non si irriti, perchè forse la lingua
del dottore non manca nel dire per difetto del predicatore, ma per difetto
dell'uditore. Noi vediamo infatti che le buone parole sono date anche ai
cattivi predicatori per rispetto dei buoni uditori, siccome i Farisei
potevano avere parole di santa edificazione essendo scritto di loro:
Guardate, e fate tutte le cose che essi vi dicono, ma non vogliate fare
secondo le opere loro (Matt. 23, 3).
Per difetto degli uditori è tolta la potestà del parlare anche ai buoni
dottori, siccome è detto ad Ezechiele contro Israele: E farò che la tua
lingua ti si attacchi al palato e sarai muto e non più come un riprensore,
perchè ella è una famiglia contumace. (Ezech. 3, 26). Qualche volta poi il
parlare della santa predicazione è dato per merito dell'uno e dell'altro, e
alle volte è levato per colpa di ambedue. Per merito di ambedue è dato, come
quando la voce di Dio disse a S. Paolo a riguardo di quelli di Corinto: Non
temere, ma parla. (Att. 18, 9). E poi aggiunse: Perchè io ho un gran popolo
in questa città (Ibid. 10). Per difetto dell'uno e dell'altro è tolto, come
quando Eli sacerdote pur conoscendo la mala vita dei figlioli, non li
riprese come meritavano; onde avvenne che i figlioli per il loro peccato
furono condannati a morte crudele, ed Eli similmente perì per colpa del suo
silenzio. Ora non sapendo noi per ragione di chi il parlare sia dato o tolto
al predicatore, abbiamo in ciò un salutare ammonimento, cioè, di non
insuperbirci di quella grazia che noi abbiamo ricevuta più degli altri, e di
non burlarci di colui che ha ricevuto meno grazia di noi; ma di procedere
gravemente e costantemente col piede fermo dell'umiltà; perchè tanto siamo
noi più veramente dotti nella presente vita, quanto noi conosciamo che la
dottrina che abbiamo, non può venire da noi. Perchè dunque dovrà uno
insuperbirsi della dottrina, che egli abbia, quando non sa per quale occulto
giudizio di Dio ad uno è data e ad un altro è tolta?». (Moral, lib. XXX, in
c. 39, nn. 82-83).
E per il mio modesto assunto possono bastare quelle scarne precisazioni e
queste significative citazioni. Chi volesse scandagliare le ricchezze della
Teologia e della Patristica sull'argomento, può leggere fra l'altro le due
grandi orazioni tenute al Concilio di Basilea da Egidio Carlerius, canonico
di Cambrai («De punitione peccatorum publicorum») e dal Domenicano Enrico
Kaltheisen «qua in Concilio Basileensi anno 1433 per dies tres refutavit
tertium articulum Bohemorum, da libera praedicatione verbi Dei». (Vedile in
Harduin., t. VIII, col. 1759 ss. e 1826 ss.).
6. Appellarsi a Kierkegaard a questo proposito, giova poco; piegare verso
l'Esistenzialismo è già un mettersi fuori di strada. Kierkegard, anche se
non è mai venuto - e non poteva venire, stando nel Protestantesimo - a
chiarezza piena, ha sempre sostenuto il principio che la verità si appoggia
sull'«autorità», sulla «persona» che è il soggetto dell'autorità. E fino
alla grande polemica contro la Chiesa ufficiale ed il suo capo, il Vescovo
Mynster, egli ritenne che l'«autorità» veniva principalmente
dall'Ordinazione: ciò che è in sostanza la posizione cattolica, come
riconoscono gli stessi studiosi protestanti del pensiero kierkegaardiano.
Mentre il P. R., mettendo in secondo luogo il munus cultuale e sacrificale
nella determinazione dell'esistenza sacerdotale, per mettere in risalto il
munus della parola, sembra concedere alla teoria protestante molto di più di
quanto non concedesse K. stesso. K. ha certamente anche accentuato la
connessione fra la parola e la vita del predicatore, e ne ha fatto il punto
di volta per la critica al «pastore» ed alla «Cristianità» degenerata,
«specialmente nel Protestantesimo, specialmente in Danimarca»! Ma quando ha
voluto, agli scopi della polemica, stabilire una connessione essenziale, ha
dovuto confessare che il Cristianesimo nella sua vera esigenza non ha
esistito che in Cristo e che l'Apostolo ha subito ribassato, e così di
seguito a rotta di collo... Conclusione: il Cristianesimo, come l'ha
predicato Cristo, è impossibile e nessun uomo lo può predicare. Lo si può al
più esporre come «idealità poetica» e perseguire come mera «aspirazione».
Il P. R., non nomina Kierkegaard: l'ho nominato in come un mònito attuale e
opportuno contro i falsi passi di' un superspiritualismo che mi pare poco
teologico e poco umano.
NOTE
* Testo tratto da: Vita Cristiana XVI (1947, 5), 467-478.
[1] KARL RAHNER, Priesterliche Existenz, in «Zeitschrift fiir Aszese-und
Mystik», 17 (1942), 3, pp. 155.171.
[2] Cfr. II-II-, 184, 6. V. anche l'opusc. De perfectione vitae spiritualis,
cc. 16-22.
[3] E ad un'altra difficoltà scritturale il Santo risponde graziosamente:
«Quomodo vis de spinis me coliigere uvam verbi tui? Respondebitur non est
illa uva spinarum: sed aliquando succrescens sarmentum, implicat se in sepem
et pendet uva inter densa spinarum, sed non surgit de radice spinarum. Tu si
esurieris, et aliud non habes unde sumas caute manum mitte ne lacereris a
spinis, idest ne facta imiteris malorom; et lege uvam inter spinas
pendentem, sed de vite nascentem; ad te perveniat botri alimentum, spinis
reservatur ignis tormentum ». Sermo, 46, da Scripturis, n. 22.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
SANTITÀ SACERDOTALE
Appunti di una conferenza tenuta da P. Matteo Crawley il giorno 23 gennaio
1930 al Clero e ai Chierici teologi nel seminario di Novara
Vengo a parlare a Voi senz'alcuna presunzione, ma solo perché il Papa
Benedetto XV mi ha fatto un espresso dovere di accettare sempre, quando mi
si propone, di parlare, a Sacerdoti e Seminaristi. Non ho chiesto. Vostra
Eccellenza mi ha invitato a rivolgere la mia parola, ed io «in nomine
Domini», vi parlerò come può parlare un povero Sacerdote. Voi non sentirete
un maestro; non ho alcuna pretesa., ma solo un grande convinto.
Vi parlerò senza pessimismo. Il male attuale è gravissimo. Tanti, tanti
uomini battezzati con acqua... senza fede! Quanti non praticano la Religione
e non vivono pronti a morire! Assistiamo ad una rinascita pagana: spiagge di
lussuria, ballo pagano, moda peccaminosa, peccati e peccati... ! Ma io ho un
rimorso: vi è un male assai più grave: la mancanza di Santità Sacerdotale.
Vi sono, è vero, preti onesti e buoni: tuttiŠ quasi tutti! Ma non basta; non
basta onestà e bontà Sacerdotale. Il Sacerdote è «Alter Christus» ed essendo
Cristo, non basta una mediocrità di virtù: «Sancti estote». Non mancano i
preti, no, non mancano i preti; mancano un Cottolengo, un Cafasso, un D.
Bosco. Diceva Pio X: «Santi bisogna essere, prima di plasmare Cristo nelle
anime». Bisogna essere Santi. Non è il numero che vale: un santo, un santo
solo, vale un esercito.
Vorrei condensare in una frase tutta la mia convinzione. La potenza della
«sinistra» non fu mai potenza; essa è potenza solo quando trova la debolezza
della «destra», dell'estrema destra, in noi Sacerdoti. Per me, quando sento
parlare del male che dilaga, di tanto male, dico: «Mea Culpa, mea culpa; il
mondo si perde perché io non sono santo».
Scende la lava e tutto invade, perché non trova una barriera. Ricordate
l'Etna nella sua ultima eruzione: la lava, scendendo, sconvolgeva, ed
atterrava uliveti, case e paesi: tutto devastava,. perché non vi era una
barriera. Ci vuole la barriera: la santità del Sacerdote. Siamo santi...
siamo santi!
Vi riporto una espressione dei P. Chevrier, un francese originale nel suo
modo di parlare, e di operare; gli amici si prendevano gioco di lui. Aveva
per cappella un baraccone. E gli dicono: «Un baraccone per il Signore?
Quando avrai una cappellina? Non è sconveniente un baraccone per il
Signore?». Ed egli rispondeva: «Oh, il Signore è il Re del Cielo e della
terra ed è quindi anche il Re dei baracconi! Però sto preparando una Chiesa,
una bella Chiesa».
Hai denari?
E che denari? oh, per la mia Chiesa non ci voglion denari! Sentite,
sentite come sarà: avrà per fondamenta... santi Sacerdoti; per colonne,
santi Sacerdoti; per lampada, un santo Sacerdote, tutto fuoco; sul pulpito,
un santo Sacerdote a predicare solo la semplice parola di Dio; all'altare,
un santo Sacerdote, «alter Christus» un altro Cristo.
«Sì, a che giova una basilica di marmo, bella e magnifica, se dentro vi è un
prete di carta? Attorno a tante basiliche c'è tanto inferno... tanto
inferno, perché dentro vi è un prete buono, è vero; onesto, è vero; ma un
prete che, non è santo: un povero pretino di carta... un povero pretino di
carta! Non è la basilica che salva il mando, ma un santo prete, un santo
Tabernacolo vivente.
Sentite quel che mi è avvenuto durante, la guerra. Il S. Cuore aveva detto a
S. Margherita Maria: «lo regnerò, malgrado i miei nemici». Mi trovavo dunque
in quella cappella, dove il S. Cuore aveva parlato, e, dove io ero stato
guarito. Eravamo, non ricordo più bene, se nel 1916 o '17. V'erano dei preti
e v'era un Arcivescovo (chiedo scusa a V. Eccellenza: non intendo nemmeno
alla lontana di mettere alcun discredito).
L'Arcivescovo predicò e disse «Fratelli miei, il S. Cuore qui ha detto:
"Regnerò" ed Egli regnerà, malgrado Satana ed i Tedeschi». lo ero invitato a
parlare dopo di lui e non sapevo, come ribattere quelle, sue parole, senza
mancare di rispetto e di venerazione. Tuttavia. parlai e dissi: «Sì, il S.
Cuore regnerà, come ha promesso, nonostante i suoi nemici; ma nemici, ha
detto; non che regnerà malgrado la freddezza dei suoi amici». Ma per regnare
ha bisogno di santi Sacerdoti.
Sono venuto a dirvi ciò che già ho detto a ottomila Sacerdoti lo scorso
anno; a quarantamila Sacerdoti in tutta Europa. No, non mancano Sacerdoti,
non mancano macchine sacerdotali, non mancano funzionari sacerdotali, non
mancano fonografi sonori, mancano Sacerdoti santi, e santi perché «Alter
Christus».
Conosco una suora, o meglio, ma buona donna vestita da suora, la quale
annoiava durante, la guerra cento volte al giorno il Signore con una
giaculatoria non certo indulgenziata: «Signore, basta la guerra, quando ci
darai la vittoria? Noi abbiamo diritto e giustizia; quando ci darai la
nostra vittoria? ».
Ed il Signore dal Tabernacolo, un giorno le parla:
Che cosa vuoi dire?
Ma, Signore si tratta della guerra! dacci la nostra vittoria?
Per la guerra è affare mio. Domanda piuttosto la mia vittoria, e per
questo, sii santa. Il mondo si perde, perché mancano i Santi. Di buoni «alla
buona», come te, ne ho da selciare le strade.
Santi per la vittoria del S. Cuore! Volete che vi riassuma in due parole
che, cosa ho io imparato, girando il mondo? Ho avuto due lezioni; una
lezione negativa, di delusione; ed una lezione positiva.
Ho, girato la Spagna, la Francia, il Belgio, l'Italia, l'Europa e l'America
ed ho, trovato, sì, grandi oratori, grandi scienziati, professoroni, vere
biblioteche ambulanti. Ho trovato dei dottori sette volte, ma non dottori
della carità di Cristo. Grandi oratori di Cristo, poi dentro cadaveriŠ
cadaveri.
Ditemi di un prete come celebra la Messa, come fa le meditazioni; poi anche
se è muto, se è cieco, se è mutilato, se non può muoversi, egli fa
l'ApostoIo, egli è un Apostolo, poiché per l'Apostolato non si richiede che
amore e sacrificioŠ amore e, sacrificio.
Dopo aver parlato di questo ad un folto gruppo di preti, a cui presiedeva
l'Arcivescovo, un professore, che scrisse molto e molto bene, mi fece questa
confessione in ginocchio, in sacrestia, alla presenza del suo Arcivescovo:
"Tremendo argomento quello che ha trattato Lei, Padre. Per quarant'anni ho
scritto tanto, ho predicato tanto, sempre acclamato sempre applaudito. Padre
e dire che da quarant'anni non so che cosa sia assolvere un'anima convertita
dalle mie prediche. E da trentanove anniŠ qui dentroŠ un sacrilegio. Da
trentanove anniŠ!"
Dottori..., dottori ne abbiamo. Ci manca un dottore come il Curato d'Ars,
come il Cottolengo, come Don Bosco.
Ecco la prima lezione.
Dove invece ho trovato anche solo una paglia, ma oche bruciava di santo
amore sarà stato un contadino, una contadina, ma povera figliuola, un
giovane, un parroco, un vecchio prete là v'era la fecondità, come da un
miracolo.
Non ho pretese di fare dei grandi discorsi; mi piace predicare, come Gesù,
in parabole. Invece della parabola, assumo un fatto. Dovevo recarmi in una
grande città. Prima di partire ricevo un biglietto da una giovane, che già
altre volte mi aveva scritto e che io stimavo come una santa anima. Vi si
diceva: «Lei, Padre, si recherà in quella città. Oggi stesso ho scritto al
signor X che vi abita, perché venga a sentirla e si confessi, dopo
trentacinque anni. E per rendere la cosa più semplice, ho mandato a quel
signore un foglio grande, scritto con inchiostro azzurro, con l'esame di
coscienza già fatto. Mando anche a vostra Paternità copia dello stesso
esame, scritto su foglio grande, con inchiostro azzurro».
Guardo il foglio grande, scritto con inchiostro azzurroŠ: che litania! Non
certo quella delle Rogazioni.
In quel momento ho formulato un pensiero temerario, che ora ripeto; Vostra
Eccellenza me ne darà l'assoluzione:
Ah, delusione! l'avevo sempre creduta una santa, e inveceŠ testa balzana:
è un'isterica .
Ma tosto mi sono ripreso: «Questo potrebbe provare ch'essa è veramente
santa. Dicono che molti santi hanno una facciata di matto e che tutti i
santi siano un po' matti non però tutti i matti sono santi; intendiamoci
Ed allora mi dico così: «Per ora, da buon inglese che vuol riflettere, me ne
rimango neutrale e sospendo il giudizio, Metto in tasca il documento,
l'esame di coscienza, scritto su carta grande con inchiostro azzurro, e mi
ripeto: «In caso di esito negativo, al cestino il documento e in una casa di
salute la santina».
Vado da quel signore e mi passa subito, un biglietto: Legga, legga che
cosa mi hanno scritto Ed io leggo lo sapevo già : «Verrà a predicare P.
Matteo, Lei, dopo trentacinque anni che non si confessa più, ecc.
Ma chi è mai che così mi scrive?
Non posso dirlo.
Legga, legga quel foglio grande, scritto con inchiostro azzurro!
Che cos'è questo? dico io, mostrando una certa meraviglia.
Che cos'è? Ma sono i miei peccati; tutti, tutti li ho io commessi! Si
metta, Padre, là, vicino a quella finestra. Mi basta questo foglio per
preparazione.
Cade in ginocchio ai miei piedi e le: lagrime, scendendogli dagli occhi su
quell'azzurro, cancellavano i peccati suoi sul foglio e nell'anima, prima
ancora dell'assoluzione sacramentale.
Ma chi mai ha compiuto questo miracolo? Una povera fanciulla, un'anima
nascosta, ma un'anima santa; non un dottore, una paglia che bruciava: ecco
chi ha compiuto il miracolo.
Cristo non ci chiede che siamo dei S. Francesco Saverio, che predichiamo
sette volte al giorno, ma chiede a noi l'anima divinizzata di S. Teresina.
Chiede a noi la santità, la vita interiore, un cuore piene, fino all'orloŠ
fino all'orlo!
Un santo, lo ripeto, un santo solo, vale un esercito. Un santo Curato d'Ars,
un piccolo Cottolengo, un Don Bosco!
In Italia lavorano migliaia di Sacerdoti. Certamente un piccolo Cottolengo
ha fatto più di loro. Ah, potesse questa semplice istruzione valere per Voi,
miei Confratelli, otto giorni di ritiro!
Siamo santi per essere Apostoli. Noi confondiamo spesso l'Apostolo con
l'operaio che lavora, s'affatica, s'affanna. No, non tutti gli operai sono
Apostoli, ma tutti gli Apostoli sono operai.
L'Apostolo ama. Siamo Apostoli come Maria: Essa ben poco ha parlato, poco si
sa di Lei, ma ha lavorato «ab intus», sola così: «ab intus». Eppure è la
Regina degli Apostoli.
Un giorno un, giovane prete, di ventinove anni mi dice:
« Padre, ho lavorato tanto, ho lavorato tanto! Da quattro anni io e il
parroco abbiamo tentato tutto, tutto abbiamo provato, ma sempre senza
frutto. Gli uomini peggio che peggio; le donne, oh, anche le donne... non si
può far più nulla. Padre, mi dia Lei un consiglio ». Ed io gli chiedo:
Ha provato tutto?
Sì, tutto.
Proprio tutto, tutto?
Sì, tutto, tutto; proprio tutto.
Ma scusi... sa... io non sono italiano e non intendo bene. Ripeta, per
favore
Ma sì, tutto, tutto.
E... mi dica ancora: ha provato a vivere un giorno, un giorno solo da
santo?
Non ci ho pensato.
Ed allora il suo lamento non mi fa più meraviglia.
Le anime si salvano non con le campane, non con le processioni, non con le
ConfraterniteŠ! C'è un Tabernacolo che salva le anime, nel Tabernacolo una
pisside, nella pisside Cristo... Lui solo salva le anime, ed il Sacerdote in
quanto sa essere «alter Christus».
Se vi si chiedesse di lavorare quattro volte di più di quel che ora fate; se
vi si dicesse di mettere quattro nuove istituzioni nella vostra
Parrocchia... ebbene, questo sarebbe ancora un nulla. Ma no, vivete la
vostra Messa e niente altro. Siate santi di dentro, «ab intus». Diventate
santi ed il resto non conta, ed il resto verrà da sé.
Eccellenza, quando si parla in teologia non si insiste abbastanza sul valore
«ex opere operantis». Un Curato d'Ars, che predicava alla buona, faceva più
dei grandi predicatori di Nôtre Dame; la Messa del Cottolengo... più che
migliaia di altre Messe. Voi, teologi Seminaristi, preparatevi alla
Messa!... a gustarla... a viverlaŠ e basta. Non una macchina Sacerdotale, ma
Cristo.
Permettetemi un paragone, a proposito della S. Messa e del Sacerdozio. Si
dice di una persona che vale molto: «Quello vale un Perù». È la mia terra;
ed essa è davvero una montagna, una cordigliera d'oro. Per questo la Spagna
ha cercato in ogni modo di tenerne il dominio. Essa ha coperto d'oro le
volte dei suoi templi, ha, costruito i suoi altari in oro; tutto oro del
Perù. Vale un Perù: e questo vuol dire: vale una fortuna. Ma in quel Perù,
presso quella cordigìiera d'oro, molto spesso si muore di fame e, morti, si
può avere ancora un sepolcro d'oro. La montagna di oro: ecco il Sacerdozio!
Ma si può morire di fame anche attorno a questa montagna d'oro. No, non
basta possedere la montagna d'oro, bisogna sfruttarla, bisogna saper
estrarre quest'oro, altrimenti... cadaveri... Intorno al Sacerdote,
cadaveri, cadaveri! perché l'oro non è sfruttato.
Signore, si ripete spesso, non ho potuto lavorare! Non è il lavoro
materiale che ha chiesto il Signore, ma solo: «Diligis me plus his?» La tua
Messa! il resto non conta; il resto verrà, secondo che hai sfruttata la
montagna d'oro: la tua Messa.
Ricordo di un Cappuccino in Svizzera, che predicava semplice, veramente alla
Francescana, cose stupende, in un ritiro per Sacerdoti. Nell'ultima predica
ch'egli tenne parlava così: «Meditiamo quel dolce mistero che ci presenta la
Visitazione di Maria a S. Elisabetta. Vedete come Giovanni nel seno della
Madre esulta e canta e si scuote; egli riconosce il Cristo che la Vergine
porta. Ma come si spiega che quando noi avviciniamo le anime, queste
rimangono inerti, inutili, non si scuotono, non cantano, non esultano?
Perché mai Saulo rimane Saulo e non si muta in Paolo? Ah!... perché noi non
siamo come Maria; perché noi non portiamo Cristo!».
Si celebra la Messa; si sconquassa il Paradiso, Cristo scende nelle nostre
mani e poi... diciamo: «Non possoŠ» e poi siamo... buoni laici, vestiti di
sottana.
No, si può, perché si deve. Ecco la vita del Sacerdote, sulla base
dell'altare: vivere per la Messa, vivere la Messa.
Non ho avuto alcuna intenzione di predicare novità. Ho voluto solo darvi una
spinta verso l'alto... più in alto! Ho chiesto stamattina nella S. Messa con
umiltà di essere serbatoio, un buon serbatoio, per diventare un buon canale.
Ecco il caso tuo, o Sacerdote: essere serbatoio, per diventare come Maria e
con Maria un canale ed un buon canale.
LAUS DEO
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Della Orazione, Meditazione e Contemplazione
di Giovanni di S. Tommaso O. P. (1586-1644)
Discepolo - Che cos'è l'orazione?
Maestro - È l'elevazione dell'anima a Dio.
D. - Quale differenza passa tra l'orazione e la devozione?
M. - La devozione è quell'affetto della volontà per cui uno si applica con
prontezza a tutto ciò che si riferisce al culto e al servizio di Dio; e di
qui quella gioia e dolcezza spirituale che l'uomo sperimenta in questo
servizio. E quantunque venga comunemente chiamata devozione, in realtà non è
che un effetto di essa.
L'orazione è un atto della intelligenza che pensa e si innalza fino a Dio
per domandargli qualcosa. E di qui veramente ha origine la devozione, che a
sua volta ci porta all'orazione.
Tutte e due però sono atti della virtù di religione di cui è proprio
esercitare tutto ciò che si riferisce al culto divino.
D. - Di quante parti, o meglio di quali atti si compone l'orazione?
M. - Di quattro: l'orazione propriamente detta, la domanda, la supplica e il
ringraziamento.
D. - Queste quattro parti come si distinguono e in che modo differiscono tra
loro?
M. - L'orazione, nel suo significato ordinario, le include tutte e quattro.
Ma siccome l'Apostolo (I. Tim. 2, 1) dice: «Vi esorto, prima di tutto, ad
innalzare suppliche, orazioni, voti e rendimenti di grazie», dà motivo a
distinguerla in, questo modo.
L'orazione dunque è un volgersi o meglio accostarsi a Dio, in modo da porsi
alla sua presenza.
La petizione è una domanda con cui si chiede a Dio qualcosa, o supplicando,
o suggerendo, o manifestando quelle necessità in cui si trova colui che
prega.
La supplica è come una pia istanza con cui veniamo a presentare a Dio i
motivi che noi abbiamo da parte sua, per poter impetrare; quali ad esempio:
la sua infinita santità, l'immensa bontà, i misteri e i sovrabbondanti
meriti di Cristo, l'intercessione della Beata Vergine, le soddisfazioni
degli altri santi, che noi offriamo a Dio Padre per mezzo dell'unico e
supremo Mediatore, col dire: Per Dominum nostrum Jesum Christum etc.
Il ringraziamento è quella lode, quell'onore e quella gloria che noi
tributiamo a Dio, con l'assoggettamento completo di noi a Lui, per gli
immensi benefici che continuamente da Lui riceviamo.
In queste quattro cose deve esercitarsi con ogni diligenza l'anima nostra
ogni qualvolta si applica all'orazione.
D. - Ma perchè l'amore, senza il quale è impossibile accostarsi a Dio, non
viene annoverato tra le parti dell'Orazione?
M. - Perchè quest'amore è come il frutto o meglio l'effetto che noi
intendiamo conseguire per mezzo dell'orazione. E infatti, è in forza dei
motivi dell'orazione che la volontà è come accesa, e infiammata di amore per
un Dio sì benigno e amoroso, che ci ricolma con tanta larghezza dei suoi
benefici. Però possiamo anche dire che una devota orazione procede dalla
carità; nel senso che uno dall'amore di Dio viene come disposto a rendere a
Lui il culto dovuto.
Anzi per una certa reciprocità, l'amore generala devozione e la devozione
alimenta l'amore; come nel corpo dell'animale il calore naturale produce gli
umori sani e a sua volta essi alimentano e conservano il calore naturale.
D. - Che cosa si richiede perché uno possa accostarsi degnamente a Dio e
mettersi alla sua presenza nella preghiera?
M. - Ci dà su ciò uno stupendo ammaestramento il Reale Profeta col suo
esempio: «Vedo il Signore sempre dinanzi ai miei occhi; poiché Egli sta alla
mia destra non vacillerò » (Salm. 15, 8). E l'Apostolo Paolo ci raccomanda
seriamente: «Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi
altra cosa, fate tutto a gloria di Dio!) (I. Cor. 10, 31).
Per stare quindi alla presenza di Dio, per accostarsi a Lui, non si richiede
altro, in sostanza, che compiere tutte le nostre azioni sotto il suo
sguardo, in modo tale che tutte vengano esercitate e regolate in conformità
alla sua legge e per la gloria del suo nome; e non ci deve essere nulla di
cui subito non cerchiamo di renderci conto se sia, o no conforme alla sua
volontà.
Nondimeno colui che perfettamente cammina al cospetto di Dio, con ogni
diligenza e con tutte le energie si studia di riflettere ad ogni istante e
nel qua intimo fa oggetto di meditazione Dio e tutto ciò che a Dio
appartiene,
È un fatto che noi ci portiamo con maggior frequenza all'oggetto amato; ed è
indizio di amore di Dio tenerci il più spesso possibile alla sua presenza
mediante pie e sante riflessioni.
D. - E perchè uno possa in modo particolare custodire dentro di sé la,
presenza di Dio, di quali mezzi deve fare uso?
M. - Di tre in modo particolare: lettura, meditazione e contemplazione.
La lettura é come il punto di partenza relativamente alla meditazione. E
perciò David, parlando del giusto dice: «Egli mediterà giorno e notte nella.
sua legge». E questo consigliava il Dottore delle Genti al suo discepolo:
«Sii assiduo alla lettura, fino alla mia venuta» (I. Tim., 4, 13).
Con la meditazione la mente dell'uomo si volge alle verità divine e quasi
ruminandole a poco a poco giunge sino a Dio: dalla considerazione di un
beneficio passa gradatamente ad un altro, da un mistero viene come guidata
alla cognizione di un altro; e, conosciute quelle arcane bellezze, la
volontà è infiammata di amore di Dio, secondo il detto del Salmista: «I
sentimenti del mio cuore sono sempre al tuo cospetto» (Salm, 18, 15), vale a
dire: cresce sempre più nella cognizione.
E ancora: «Nel pensare avvampò un fuoco dentro di me» (Salm. 38. 4)» cioè il
mio cuore arse del fuoco del divino amore.
Con la contemplazione l'anima viene come a fissarsi in Dio e ad, unirsi a
Lui, compiacendosi in tutto ciò che spira fragranza di divinità, e ciò in
forza di una trasformazione spirituale dovuta ad un intima esperienza di
dolcezza e soavità, secondo il detto della Scrittura: «pianterò i miei piedi
sulla vedetta, e osserverò per vedere ciò che mi si dirà» (Abacuc 2, 1),
vale a dire, nella contemplazione di quelle verità riguardanti Dio e le sue
arcane bellezze io mi consoliderò in modo tale da poterle scrutare e
approfondire sempre più.
Ciò concorda con quanto scrive l'Apostolo Paolo: «Noi tutti col viso
scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, ci
trasformiamo nella stessa immagine di gloria in gloria, come per opera dello
spirito del Signore » (II. Cor. 3-18). Ecco i gradi della contemplazione che
egli raccomanda a tutti coloro che si danno alla vita spirituale.
D. In che modo e in quali libri va fatta?
M. Prima di tutto è la, legge del Signore che bisogna ricercare, scrutare e
custodire. La lettura più utile dì tutte è quella della Sacra Scrittura,
dato che essa è divinamente ispirata, secondo le parole dell'Apostolo:
«Tutta la Scrittura è divinamente ispirata e utile ad insegnare, a
redarguire, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio
sia, perfetto e reso adatto a qualsiasi opera buona» (II Tim. 3, 16). Queste
parole sono talmente chiare, che non vi é bisogno alcuno di spiegazione.
Ma poiché la S. Scrittura in molti passi è oscura e piena di mistero o non è
a tutti ugualmente accessibile, sono da considerarsi come appartenenti alla
legge divina anche i libri di coloro che commentano la Scrittura medesima, i
quali «traggono il miele dalla pietra e l'olio dal sasso durissimo» (S.
Bernardo, super Missus, Homil. 1), cioè traggono da quella insegnamenti di
vita spirituale che poi indicano a noi. A questo accenna egregiamente
l'Apostolo Paolo quando dice che vero Ministro di Cristo è colui che è
«venuto colle parole della fede e della sana dottrina» (I Tim. 4, 6), cioè
che ha raggiunto la vera scienza della fede.
D. - Quali cose principalmente ci impone la meditazione e quali sono le
verità sulle quali dobbiamo meditare?
M. - Il Salmista ci indica espressamente che noi dobbiamo meditare nella
legge del Signore. In questa noi troviamo due ordini di verità alle quali
possono ridursi tutte le altre che possono formare oggetto della nostra
meditazione.
Anzitutto quelle verità che riguardano direttamente Dio; quali la sua
infinita bontà, i suoi benefici, i suoi doni e i suoi misteri; come siamo
stati da lui creati, e come Egli ci conservi; come ci custodisca per mezzo
dei suoi Angeli; come ci abbia redenta col suo sangue e in pegno di amore
abbia a noi lasciato sotto le specie sacramentali il suo corpo; e infine
come ci elargisca la fede, la grazia e la misericordia con cui indulge alle
nostre miserie.
Tale meditazione, poiché si aggira sugli effetti, o meglio, su quelle che
sono irradiazioni della luce divina, si chiama illuminativa: per essa
infatti viene sempre più eccitato l'amore della meditazione medesima e la
speranza della salvezza, come bene a proposito dice il Salmista: «Buono è
per me lo stare unito a Dio e porre nel Signore Iddio la mia, speranza»
(Salm. 72, 28).
In secondo luogo (troviamo nella legge) quelle verità che riguardano noi
medesimi; quali la considerazione dei nostri peccati e dei nostri difetti
dove molto troveremo da piangere e detestare; la gravità dei peccati con i
quali abbiamo offeso la maestà di quel Dio che continuamente volge su di noi
il suo sguardo; l'ingratitudine con la quale abbiamo ricambiato il suo
immenso amore; l'abuso da noi fatto sia della misericordia con cui perdona
le nostre colpe, sia dell'amore con citi ci attira a sé; ciò che è, avvenuto
quando noi non ci siamo peritati, pur sapendoci sotto il suo sguardo, di
fare del ventre e dell'ambizione e dei denaro i nostri dèi.
Non è meno da deplorarsi il fatto che noi, pur constatando come da ogni
parte siamo avvolti nelle tenebre dell'ignoranza e agitati da tentazioni e
dagli stimoli di passioni disordinate, e come inoltre gravi desideri e altre
mille imperfezioni macchino l'anima nostra, siamo lenti ad accostarci a Dio,
fonte di ogni bene.
E quindi mossi da tali considerazioni, dobbiamo umiliarci e come annientarci
davanti a Dio, e ricordando il nostro nulla, e quali poveri bisognosi levare
il nostro sguardo a lui perché voglia nella sua bontà, soccorrerci nelle
nostre miserie. Noi, è vero, niente abbiamo da offrirgli all'infuori del
nostro nulla, ma Egli è l'essere infinito, e perciò a somiglianza di David
diciamo: «Alzai gli occhi miei verso i monti, donde mi viene l'aiuto; il mio
aiuto viene dal Signore» (Salm. 120, 1), che vuol dire: poiché io dinanzi a
te sono un nulla imploro il tuo soccorso.
Una considerazione di questo genere, che ha per oggetto le nostre debolezze
e i nostri difetti, si dice purgativa; si tratta infatti del male che
dobbiamo estirpare e degli impedimenti nocivi allo spirito che dobbiamo
rimuovere.
D. - Quale di queste forme di meditazione deve esser tenuta in maggior
pregio e avere la precedenza, la purgativa o l'illuminativa?
M. - Il più delle volte si trovano insieme, e l'una è di aiuto all'altra.
Una senza l'altra, giova ben poco; come se qualcuno si muovesse da un luogo
per andare in un altro, poco gli gioverebbe essersi mosso se non
raggiungesse il posto designato.
In ogni modo però, a seconda delle diverse inclinazioni naturali e delle
varie disposizioni dell'uomo, sarà bene esercitarsi quando in una e quando
nell'altra delle due meditazioni.
Coloro che sono di ingegno più pronto e molto ferventi è opportuno che si
applichino alla meditazione purgativa, poiché è bene che si sforzino di
acquistare l'umiltà.
Quelli invece di indole mite ed umile sarà meglio che si applichino a quella
illuminativa.
Chi ha l'anima gravata da molti peccati deve stare bene attento; che il
ricordare spesso e fermare il pensiero sopra i propri peccati, specialmente
di lussuria, suole causare ed eccitare moti di passioni disordinate. E
quindi, fino a che l'anima non si è stabilmente fissata in Dio e nelle cose
spirituali, bisogna che si disponga attraverso la via illuminativa, se vuole
che tali pensieri si risolvano in, frutto spirituale per lui.
E cosi, meditando sulla grandezza ed eccellenza divina diverrà sempre più
uomo spirituale, il cuore sarà, come avvinto da queste bellezze divine, ed
egli come da un'altissima vetta considererà la sua bassezza, quanto si sia
degradato disprezzando un bene sì grande per un peccato sì vile, e
rinunziando a tanta felicità per una così spregevole miseria.
Il cuore dell'uomo che sta alla presenza di Dio non è turbato da tentazioni
quand'anche debba pensare e riflettere sui propri peccati, come ci ammonisce
il Salmista: «Vedo il Signore sempre dinanzi ai miei occhi»: ecco la luce
della presenza divina; «poiché Egli sta alla mia destra, io non vacillerò»
(Salm. 15, 8): ecco la confidenza nell'aiuto di Dio, per cui non teme le
tentazioni.
Accade proprio per questo che molte anime vanno soggette e sono sconvolte
dalle tentazioni anche nella stessa preghiera, perchè appunto non si
dispongono in antecedenza mediante la luce della divina presenza.
D. - Come dobbiamo comportarci da parte nostra per poter contemplare come si
deve e con frutto?
M. - La contemplazione è uno degli atti pili vitali e più spirituali
dell'intelligenza, con cui ci uniamo a Dio: e quindi è propriamente
operazione del Dono della Sapienza, mediante il quale la mente dell'uomo è
illuminata e, in forza di una soave esperienza delle cose divine, è
facilmente mossa dallo Spirito Santo a contemplare e a giudicare queste
stesse cose in base a motivi divini.
La contemplazione poi avviene in due modi: o per infusione da parte di Dio,
o mediante lo sforzo e l'opera nostra.
Si ha la contemplazione per infusione quando il nostro intelletto, in
conseguenza di una mozione superiore, indipendente da noi, si sente come
inondato da una luce nuova fino allora mai sperimentata, e nello stesso
tempo la volontà è come dilatata da un nuovo e inesplicabile affetto.
Quando ciò avviene senza lo sforzo nostro o la nostra cooperazione, si ha
allora l'infusione dello Spirito Santo, secondo il detto di S. Giovanni:
«Non avete bisogno che alcuno vi ammaestri, ma l'unzione di Lui vi insegna
tutte le cose ecc.» (I. Giov., 2, 27).
E su questo non vi è nulla da dire, poiché sorpassa ogni scienza e
previdenza umana: è Dio infatti che agisce come e quando vuole.
Comunemente però nelle anime che ancora non hanno pienamente raggiunta la
perfezione, tutto ciò suole avvenire in modo transitorio, come il guizzare
di un lampo.
Qui però conviene essere canti e osservare il modo con cui viene percepita
(tale mozione) e quali effetti produce. Quanto al modo, se avviene
nell'intimo del cuore e non nella sola immaginazione, e giunge fino
all'intelligenza, all'amore, al puro affetto che si alimento alla fiamma
della divina carità, allora è segno che questa mozione proviene da Dio.
Nell'intimo del cuore infatti non può agire alcuno spirito creato, neppure
il demonio; che se noi non gli apriamo la parta, si aggira al di fuori come
lupo rapace e come leone che ruggisce, va cercando la preda da divorare.
Quanto agli effetti poi, bisogna vedere se per tali mozioni si nota un
accrescimento di umiltà e un maggior disprezzo di sé; se la pazienza si
rianima, so la fede si irrobustisce, se si riaccende la carità: cosicché in
nessun modo venga meno o si raffrèddi l'affetto. Anzi bisogna vedere
piuttosto se l'anima diventa più pronta e più agile a sopportare i travagli,
e deve apparir chiaro che essa ha chi la solleva e la sostiene. Di più
bisogna vedere se in tutto questo vi è perseveranza. Poiché lo spirito
malvagio quando si è insinuato nel cuore dell'uomo, subito lo contamina con
la sua presenza, e fa nascere in, lui il torpore e l'accidia, suscita turpi
e oscene immaginazioni; e quantunque per brevissimo tempo possa anche
occultarsi, tuttavia a lungo andare non può fare a meno di darsi a
conoscere.
La meditazione poi mediante lo sforzo e l'attività nostra avviene quando noi
risaliamo fino all'eccelsa maestà di Dio, manifestata a noi o mediante gli
effetti della creazione, o mediante il mistero della nostra Redenzione e
della umanità di Cristo, meditando su tutto ciò che si è svolto
relativamente a quella: come le fatiche sostenute fino dalla giovinezza, la
sua acerbissima passione, la sua morte ignominiosa, ed anche tutti quei
benefici, elargiti agli uomini durante la sua presenza in mezzo a loro. Da
tali considerazioni veniamo come guidati alla cognizione e alla
contemplazione di Dio e messi nella condizione di lodare e venerare la
potenza, la sapienza, la bontà e la provvidenza di un sì grande artefice.
D. - In questa contemplazione sono possibili diversi gradi?
M. - Anzi molti, a seconda della maggiore o minore astrazione
dell'intelletto dalle cose create; quando cioè messe da parte le
imperfezioni, considera ed estrae ciò che in esse è puro e perfetto, cioè
Dio.
Confesso francamente che si trova non poca difficoltà a spogliarci delle
creature e che difficilmente possiamo riuscirvi in questa vita.
Per mezzo della fede noi arriviamo, è vero, con una semplice intuizione e
senza ragionamento incerto alla conoscenza intelligibile di Dio; nondimeno
siccome la fede è oscura e per conoscere Dio la mente si serve delle
immagini sensibili delle cose create, anche per purificare e spiritualizzare
queste immagini vi sono vari gradi e modi diversi di considerare le cose
divine.
I misteri della umanità di Cristo, la sua tenera infanzia, l'invitta
fortezza dell'amore nella sua acerbissima passione, essa li considera in una
maniera meno elevata quando se li rappresenta in modo puramente umano e si
immagina la sua indole soave, la sua bellezza infantile, la sua dolce
affabilità e tutte le altre azioni di Lui così amabili, mentre viveva tra
gli uomini.
In tal modo venivano attratti gli Apostoli mentre qui in terra convivevano
col dolce Redentore; e col medesimo modo di contemplazione sono attratte
molte anime al principio della loro vita spirituale. Paolo stesso diceva:
«Non giudicai di sapere alcuna cosa fra voi se non Gesù, Cristo e questo
Crocifisso » (I. Cor. 2, 2): infatti l'essere guidati alla cognizione della
divinità per questa porta, che è la Passione e l'umanità del Salvatore, è il
modo e la via veramente Apostolica.
Si sale poi ad un grado ancora più alto di contemplazione, quando tutto
questo ce lo rappresentiamo in un modo più elevato e divino, come in altro
luogo asserisce il medesimo Apostolo: «Se anche abbiamo conosciuto secondo
la carne Cristo, ora non lo conosciamo più cosi» (II Cor. 5, 16), quasi
volesse dire: quantunque un tempo noi abbiamo conosciuto Cristo nel suo modo
di essere esteriore, sensibile e corporale, ora però lo conosciamo non più
in quel modo, ma in maniera più elevata. Tutto questo infatti lo
consideriamo non umanamente, mediante cioè le specie sensibili o attraverso
oggetti che dilettano i sensi, ma mediante una cognizione superiore e più
spirituale, vale a dire, la considerazione della sua infinita grandezza,
della sua inesauribile potenza, in modo che in tutte le sue opere e in tutti
i suoi misteri ci apparisca e risplenda il suo altissimo essere divino.
Finalmente si giunge al supremo grado di contemplazione. quando possiamo
dire con l'Apostolo: «Noi tutti col viso scoperto, riflettendo come in
specchio la gloria del Signore, ci trasformiamo nella stessa immagine di
gloria in gloria, come per opera dello spirito del Signore» (II, Cor. 3,
18): cioè quando passiamo da un attributo all'altro, da un atto di amore ad
un altro più fervente, da una cognizione imperfetta ad una più perfetta.
Questo significa essere guidati dallo Spirito, e mediante la mozione dello
Spirito Santo, che proviene dal dono della sapienza, risalire fino alle
arcane bellezze della divinità.
D. - Chi si dà alla vita spirituale deve esercitarsi spesso in tutto questo?
M. - Non merita neppure il nome di persona spirituale o Religiosa colui che
almeno ogni giorno non si esercita in qualcuna di dette cose; a meno che sia
scusato per qualche legittimo impedimento, o per l'obbedienza o a causa di
qualche urgente necessità. Del resto non si dà occupazione talmente
necessaria da costituire sempre e continuamente un ostacolo agli esercizi
della vita interiore per coloro che coltivano la vita spirituale; a meno che
non intervenga l'accidia o la mancanza di devozione.
Veramente tremende e degne di essere qui riportate sono le parole di un
certo Dottore, che il Maestro Avila indirizza ad un Religioso.
Egli scrive così: «I Religiosi che camminano avendo perso di mira il proprio
fine, diventano tiepidi inquieti, mormoratori, ambiziosi, iracondi,
ciarlieri, sensuali e più duri dei secolari. Che se Dio per sua
misericordia, non li richiamasse a penitenza o non li preservasse dal male.
cadrebbero in tali abissi dai quali mai più potrebbero rialzarsi».
Quindi qualsiasi rilassatezza nei Religiosi proviene dall'aver così perduto
di vista, il fine loro e dal tralasciare l'orazione, come può facilmente
dedursi dalle conseguenze qui sopra enumerate.
D. - Da che cosa, possiamo dedurre che l'anima nell'orazione vada
gradatamente crescendo nella, perfezione?
M. Dal fatto che essa esperimenta in sé una maggiore prontezza di volontà e
una maggiore propensione verso le cose soprannaturali.
D. - E allora non traggono nessun profitto dall'orazione coloro che
nell'orazione stessa vanno soggetti a frequenti distrazioni e ad aridità?
M. - Queste aridità e questi smarrimenti interiori possono avvenire in due
modi: o sono causati da tedio e da una certa fiacchezza interiore, o da una
certa ripugnanza delle cose spirituali, compresa la preghiera. Un segno
evidente che le cause sono queste lo abbiamo quando per qualsiasi occasione
o futile pretesto uno si esime dall'orazione e con grande piacere si volge
alle cose di questo mondo e in esse pone lo, sua compiacenza.
In tali anime questo tedio sta ad indicare che non ricavano alcun frutto o
alcun vantaggio, secondo quanto sta scritto: «Ecco che si avanza conte nubi
e come turbine ecc.» (Gerem. 41, 13); che vuol dire: Dio permetterà che una
nube si frapponga, affinché non giunga fino a Lui una preghiera fatta di
pensieri inutili e vani che ci distraggono mentre pretendiamo di attendere
alla orazione, come nota S. Gregorio.
Oppure tali aridità consistono non in questa noia interiore, ma nella fatica
e difficoltà a comprendere e a formare specie atte a rappresentarci Dio,
rimanendo però ferma la volontà e un forte desiderio di giungere fino a Lui
e di perseverare nell'esercizio dell'orazione: ma poiché Dio non si dà a
conoscere, non troviamo nessun gusto nella preghiera.
Queste aridità non impediscono il frutto dell'orazione; anzi, piuttosto ne
aumentano il merito; ché il frutto dell'orazione non va misurato o calcolato
da un facile godimento della volontà o in base all'acume della intelligenza,
ma dalla propensione dello spirito, docile, umile, che si annienta dinanzi
al suo Dio, e dall'amore sempre crescente verso le cose divine.
>> (Traduzione del P. L. M., O. P.)
(1) Testo tratto da: Vita Cristiana (XVI, 1947), pp. 498-515. Così la
rivista introduceva l'articolo: "Nel 1944 ricorreva il III centenario della
morte di questo grandissimo teologo, che ebbe il merito di far convergere le
luci della filosofia e teologia scolastiche sullo studio della vita mistica.
Pubblichiamo questo brano, come un tardivo e piccolo contributo alle
celebrazioni centenarie. Queste pagine semplici e chiare sulla preghiera e
sulla meditazione sono tratte da un Compendium totius Doctrinae Christianae
che il grande filosofo e teologo domenicano spagnolo, non dimentico e anzi
preoccupato dell'istruzione del popolo, compose nella sua lingua nativa e
che fu poi tradotto in latino dal P. Enrico Hectermans O. P. Noi seguiamo la
prima edizione fatta in Italia a Milano nel 1673 (P. II, cap. XII, par. 1,
p. 128 ss.)".
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
STELLARIO DI MARIA VERGINE IMMACOLATA
Si diranno devotamente 12 Ave Maria, 3 Padre Nostro e 3 Gloria, in memoria
dei dodici privilegi concessi dalle tre divine Persone alla Vergine
Immacolata.
Col primo Padre Nostro si ringrazia l'Eterno Padre per i privilegi concessi
a questa SS. Vergine Immacolata come sua dilettissima Figlia. Padre nostro.
O Concetta Immacolata
Fosti eletta dal gran Padre
del suo Figlio degna Madre,
Fra le amate la più amata.
Tuttochè di Adamo figlia
Da sua colpa fosti esente,
E la testa del Serpente
Dal tuo piè fu conculcata.
O Concetta Immacolata. Ave. O Concetta Immacolata. Ave
Fosti libera ed esente
D'ogni colpa qualsisia
Questa fu, alma Maria,
Che a Dio piacque e gli fu grata:
Fosti ancor preordinata
Per riparo all'uom che geme;
Ci dai vita, ci sei speme,
Ci sei scorta ed avvocata,
O Concetta Immacolata. Ave. O Concetta Immacolata. Ave, e Gloria.
Col secondo Padre Nostro si ringrazia l'Eterno Divino Figlio per i
privilegi concessi all'Immacolata Vergine, come sua degnissima Madre. Padre
nostro.
Non fu mai verginitade
La più bella, la più chiara,
Del Dio Figlio Madre cara
Fosti, o Vergine sacrata,
Fu la tua feconditade
Per virtù del Santo Amore
Sempre illeso il tuo candore
E sei Vergine illibata.
O Concetta Immacolata. Ave. O Concetta Immacolata. Ave.
La tua santa gravidanza
Al tuo seno non fu grave:
Fu leggera, fu soave,
Che ti rese ognor beata.
Il tuo parto poi, Maria
Non ti diè pena o dolore,
Ma bensì gioia di cuore
Che fe l'alma consolata.
O Concetta Immacolata. Ave. O Concetta Immacolata. Ave, e Gloria
Col terzo Padre Nostro si ringrazia lo Spirito Santo per i privilegi
concessi all'Immacolata Vergine, come sua purissima Sposa. Padre nostro.
Per suo tempio e per sua Sposa
Ti accettò l'Eterno amore;
Di sue fiamme accese il core
D'ogni ben ti rese ornata
D'ogni grazia già ripiena
Io ti scorgo, alta Regina;
Donna sei tutta divina
Tutta bella ed illibata,
O Concetta Immacolata. Ave. O Concetta Immacolata. Ave.
Colma sei di santitade
Ma colmata in tal misura
Che non fu mai creatura
Sotto Dio la più colmata,
Finalmente sei Rifugio,
O Maria, del peccatori;
Non sprezzar dunque i clamori
Di chi sei fatta Avvocata,
O Concetta Immacolata. Ave. O Concetta Immacolata. Ave e Gloria.
OFFERTA
Offriamo queste dodici Ave, i tre Padre Nostro, e i tre Gloria a
quest'Immacolatissima Signora, affinché si degni di ottenerci dal Padre, dal
Figliuolo e dallo Spirito Santo, il perdono dei nostri peccati, la
conservazione nella sua grazia, e la liberazione dalla morte eterna; e con
puro e vero affetto dica ognuno di noi coll'intimo del cuore:
«Purissima ed Immacolatissima Signora Maria, Figlia del Padre, dolce Madre
del Figlio, Sposa dello Spirito Santo, mi pento e mi dolgo, e pentito di
vero cuore mi prostro ai piedi del vostro SS. Figlio Gesù, chiedendo pietà,
perdono e misericordia delle mie colpe. Che potesse spezzarsi il mio cuore,
e scioglierlo in vive lacrime di sangue; poiché conosco il mio errore!
Rifugio dei peccatori, vi prometto di non offendere più, con l'aiuto divino,
la Maestà del mio Redentore! E Voi fate, o potentissima Signora, che dopo
le miserie di questa vita possiamo conseguire una santa morte assicurata
colla Vostra assistenza; e se qui in terra vi lodiamo coronata di stelle,
concedeteci di vedervi in Paradiso coronata di gloria, ringraziandovi
sempre col dire: Sia lodato il SS. Sacramento, e viva la gran Madre di Dio
Maria, Concetta senza macchia di peccato originale».
Ave Maria,
Graziosa e pia,
Vergine eletta,
Fosti Concetta
Senza peccato;
Orto serrato
Vergine Santa,
Felice Pianta.
Portasti al mondo
Frutto giocondo
Deh! per pietade,
Per caritade,
Candido Giglio,
Prega il tuo Figlio,
Ch'io sempre l'ami
Ch'io sempre brami
Ogni momento
Dargli contento;
E te, Maria,
Speranza mia,
Possa servire
Sino al morire
E dopo morte
Sia la mia sorte
Poter cantare,
Poter lodare
Con mente pia
Gesù e Maria!
Gesù e Maria!
Gesù e Maria!
VERI SEGNI DI PROGRESSO NELLA VITA SPIRITUALE.
La vita spirituale è composta di contraddizioni. Questo non è che un dire
can altre parole che l'umana natura è decaduta. Una delle più grandi
contraddizioni, e di quelle che più difficilmente si riesce a conciliare in
pratica, è questa, che in fatto di spiritualità è d'alta importanza, che noi
abbiamo una ben intima cognizione di noi stessi, e che allo stesso tempo ci
occupiamo ben poco di noi stessi; non è facile di conciliare questo due
cose. Accennai fin d' ora a questa difficoltà perché nel corso di questo
trattato dovremo guardar spesso e a lungo dentro di noi stessi, e per
conseguenza correremo rischio allo stesso tempo di pensare altamente di noi
stessi; e quest'ultimo ci sarebbe più dannoso che non possa essere
vantaggioso l'altro.
Non v'è al mondo cognizione per noi più interessante di quella di sapere
come ci troviamo rispetto a Dio. Tutto dipende da questa nozione. Questa è
per noi la scienza delle scienze, e supera la cognizione del bene e del
male, la quale tentò così intensamente Adamo ed Eva. Se ci troviamo in buoni
termini con Dio, tutto è bene per noi, ancorché ci trovassimo avvolti dalle
più fitte tenebre dell'avversità. Se al contrario non siamo bene con Dio,
nulla è bene per noi, benché avessimo ai nostri piedi il migliore ed il più
splendido mondo. È naturale che noi dovremo essere solleciti di conoscere se
faremmo progresso nella vita spirituale; né può esservi male od imperfezione
in questo desio quando non è disordinato. Se troviamo motivo a supporre che
progrediamo, devo questo produrre in noi grande consolazione; che se al
contrario abbiamo dati a sospettare che in qualche modo siamo deficienti,
proveremo almeno un senso salutare di sicurezza nella persuasione che almeno
non camminavamo allo scuro riguardo ad un oggetto che ci riguarda più
intimamente e più caramente di qualunque altra cosa. L'amore brama sapere se
è gradito e corrisposto, e, quanto a Dio, che non è sdegnato come si
meriterebbe anche il timore è ugualmente ansioso d'avere una tale cognizione
a cagione degli eterni interessi che vi si riferiscono.
Ma per quanto lo desideriamo, non potremo mai avere una nozione esatta del
nostro progresso nella vita spirituale; e ciò per varie ragioni da parte
tanto di Dio, che di noi stessi. Da parte di Dio, perchè Egli suole celare
il suo operare; da parte nostra, perché l'amor proprio esagera quel poco di
bene che facciamo. Non possiamo neppure essere certi se siamo in stato di
grazia, o, come lo esprime la S. Scrittura, se siamo meritevoli d'amore o di
odio. Perché ciascuno di noi porta seco un ripostiglio li peccati secreti ;
e, come ce ne avverte l'ispirata Scrittura, non dobbiamo essere senza timore
neppur riguardo ai peccati rimessi.
Non mancano modi fallaci nei tentare di ottenere questa cognizione cercata
con tanta ansietà dai cuori impazienti. Alla lunga, ogni desio che non è
severamente addestrato e fortemente frenato, diviene disordinato; ed è
appunto quando diviene disordinato che incappa con fatale tendenza nei modi
fallaci di soddisfarsi. Uno di tali fallaci modi è quello di insistere
presso il nostro direttore per intendere il suo parere su di noi; al che
fare egli ha naturalmente molto ritegno, sia perché rifugge dall'apparente
pretesa a doni soprannaturali, quale sarebbe quello del discernimento degli
spiriti, sia perché sa che una tale cognizione non ci quasi mai giovevole.
Quando questa nostra astuzia non ci riesce, noi adottiamo a nostro capriccio
dei segni arbitrari ed artificiali, come i fanciulli piantano bastoncini
nella sabbia poi, misurare il crescere graduato del flusso marino; e, come
possiamo attendercelo, facciamo erronea scelta dove non abbiamo affatto
diritto di scegliere; ed avendo fatto uno sbaglio, ci ostiniamo in esso, e,
come suole umanamente accadere, vi ci ostiniamo tanto più quanto è maggiore
lo sbaglio; e così si terminerà in un'illusione. Anche quando non cerchiamo
di conoscere il nostro proprio stato interiore per mezzo di qualcuno di tali
modi fallaci, erriamo egualmente inquietandoci incessantemente su tale
punto; il che è niente meno che un perdere benedizioni e grazie quasi ad
ogni ora del giorno.
A dir vero, il nostro crescere nella grazia e l'ora di nostra morte hanno
una qualità comune; in nessun modo ci giova averne una nozione certa ed
esatta. Il miglior partito è quello di tenerci umili come quando i nostri
falli sono chiari o lampanti, e come se il bene fosse io noi così piccolo da
essere quasi impercettibile. Non dovrà forse essere tanto maggiore la nostra
umiltà allorché cresciamo veramente nella grazia e facciamo rapidi passi
nell'amor di Dio? È certo che, meno lo sappiamo, altrettanto ci riuscirà più
agevole il mantenerci umili. Inoltre, il difetto d'una tale esatta
conoscenza ci rende più pieghevoli ed ubbidienti non meno alle ispirazioni
dello Spirito Santo dentro di noi, che alle esterne esortazioni del nostro
direttore spirituale. Come l'ignoranza del proprio morbo rende il malato
docile al medico, così accade riguardo alla nostra ignoranza del nostro
progredire nella vita spirituale; oh, quanto il nostro profitto spirituale
dipende da questa doppia ubbidienza alle ispirazioni ed alla direzione! Di
più, l'incertezza stessa è per sé uno stimolo incessante a maggior
generosità verso Dio. Imperocché, il peggiore degli sguardi in noi stessi è
quello che mira il bene a crescere e gonfiarsi mentre lo guarda e perché lo
guarda; ne consegue che chi ha sempre il suo occhio rivolto all'interno dei
suo cuore, ha per lo più una nozione stranamente esagerata di quanto egli
opera per Iddio. Al contrario, la sproporzione tra la grandezza di quanto
Dio ha fatto per noi e lo spirito di paterno amore con cui lo fece, e la
piccolezza di quanto facciamo per Lui e lo spirito taccagno con cui lo
facciamo, è quella che ci fa bramare d'amarlo di più o d'oprar per Lui con
maggior disinteresse. Concludo dunque non essere conducente al nostro
miglior vantaggio il conoscere con esattezza e certezza quanto abbiamo
progredito sulla via della perfezione.
Una certa cognizione del nostro stato spirituale è tuttavia possibile,
desiderabile ed anche necessaria, finché è voluta con moderazione ed è
cercata rettamente. In una lotta così ardua ed incerta, abbiamo bisogno di
consolazione; e il distacco dal mondo non è ancora tale in noi da non
provare una consolazione speciale in sapere che la grazia opera nella nostra
anima. Non possiamo essere molto dediti alla preghiera senza avere più o
meno un barlume dell'operare di Dio in noi; ed inoltre se non conosciamo le
grazie che Dio ci largisce, non sapremmo come corrispondervi. Una tale
cognizione ci è dunque in parte assolutamente necessaria per sostenere la
lotta cristiana, ed i mezzi legittimi d'acquistarla sono la preghiera,
l'esame di coscienza, e le spontanee ammonizioni del nostro direttore
spirituale. Questo basta riguardo al conoscere il nostro proprio stato
spirituale. È un soggetto molto difficile e pericoloso.
Quanto più possiamo risparmiarci una tale cognizione, tanto meglio, perché è
ardua il procurarcela rettamente, o l'usarne con moderazione, pure non se ne
può faro interamente senza, benché la sua importanza sia diversa secondo la
condizione spirituale dell'individuo.
È dunque importante di rappresentarci chiaramente la condizione particolare
della vita spirituale che ci riguarda in questo momento. Vi sono persone
così dette convertite, cioè si rivolsero a Dio e cominciarono una nuova
vita. Esse fanno penitenza per i loro peccati, abiurano certe false massime
che professavano, nutrono verso Dio e verso Gesù Cristo dei sentimenti
diversi da quelli di prima, si assumono certe pratiche devote e
mortificazioni , si impongono certe devote osservanze, e si mettono
all'ubbidienza d'una direzione spirituale. Hanno quindi i loro primi
fervori. Sentonsi amiate da una prontezza soprannaturale in tutto ciò che
riguarda il servizio di Dio, provano una sensibile soavità nella pace, gioia
nei Sacramenti, un nuovo appetito di penitenza e di umiliazioni, una
facilità nella meditazione, e spesso una cessazione, in tutto od in parte,
delle tentazioni. Questi primi fervori possono durare settimane o mesi, ed
anche uno o due anni; ed allora l'opra è compiuta. Vi corrisposero più o
meno fedelmente. Ebbero lo loro esperienze, specialità, sintomi, difficoltà.
Hanno un genio loro proprio ed abbisognano d'una direzione che sia adatta a
loro e che non lo sarebbe ad altri. Ora passarono oltre e non possono essere
da noi raggiunte. Le incontreremo di nuovo al giudizio e non prima. Ma dove
ci lasciarono esse? Al principio d'una nuova fase della vita spirituale, in
un tempo molto critico e di grande rischio. Il solo svanir di fervori che
non furono mai temuti essere più che uno stato passeggero, ci lascia immersi
in uno spiacevole sentimento di tepidezza. Il carattere distintivo del
nostro presente stato è che ci sembra di trovarci più di prima abbandonati a
noi stessi. Sembra che la grazia operi meno in noi. L'antica indole naturale
rialzasi appena cessati i fervori che la comprimevano, e ritorna ad agire
con tremenda vivacità. Ci sembra di trovarci abbandonati alla virilità ed
all'onestà dei nostri propositi e della nostra volontà, e che gli amminicoli
della vita spirituale ci sorreggano meno, od almeno meno sensibilmente. Le
nostre preci divengono più aride. Il terreno che scaviamo è più duro e
pietroso. L'opra sembra tanto meno attraente quanto più diviene solida. La
perfezione non sembra così facile a raggiungersi, e la penitenza sembra
insopportabile. Ora è il tempo di mostrare coraggio, ora il nostro vero
valore è alla prova. Noi cominciamo a calcare le regioni centrali della vita
spirituale, ma esse sono per lo più dei tratti di arido deserto e di
solitudine. È qui che molti retrocedono e trovansi poi rigettali in un lato
da Dio quali santi falliti e vocazioni frustrate. L'anima a cui mi rivolgo è
giunta a questo punto, e si trascina avanti sotto la sferza del sole e dei
venti, sprofondandosi nella sabbia fino all'anca, sfiduciata per la rarità
delle sorgenti d'acqua, gemebonda per difetto di fresco e quieto rezzo, e
molto propensa a sedersi ed abbandonare disperata l'impresa.
Per l'amor di Dio! Non arrestarti. Se il fai, tutto è perduto per te. Dirai:
almeno scorgessi che procedo, potessi almeno persuadermi che faccio strada,
vorrei fare sforzi e trascinare avanti le mie stanche membra! Due val meglio
di uno, dice la Scrittura; così sforziamoci insieme per un poco a procedere,
e parliamo dei nostri aiuti e dei nostri ostacoli. Lo vedi bene, non siamo
santi. Forse non aspiriamo a raggiungere l'altezza dei santi; in tal caso
non dobbiamo farci lecito ciò che è lecito ai santi. Le lezioni di cui
abbiamo bisogno devono essere scarse, sicure, elementari. Ad ogni modo non
dobbiamo né arrestarci, né retrocedere.
Come conoscere se facciamo strada? Non v'è né pozzo né palma che ci valga di
tappa del cammino; non vi è che orizzonte e sabbia. Coraggio! Qui vi sono
cinque segni. Se ne abbiamo uno, bene; se due, meglio ; se tre, ancor
meglio; se quattro, benone; se tutti cinque, è splendida cosa.
1. Se siamo scontenti del nostro presente stato, qualunque egli sia, e
sentiamo il bisogno d'essere qualche cosa di meglio e di più elevato,
abbiamo grande motivo d' esserne grati a Dio, perchè un tale scontento è uno
dei suoi migliori doni, ed un segno sicuro che realmente facciamo progresso
nella vita spirituale. Dobbiamo però tenere a mente che il nostro scontento
di noi stessi deve essere di tale natura che accresca la nostra umiltà o
noti arrechi turbamento della mente o malessere nei nostri esercizi di
devozione. Devo, piuttosto essere effetto d'un impaziente desiderio di
progredire nella santità. combinato con gratitudine per le passate grazie,
con fiducia d'aver grazie future, e con un vivo senso d'indignazione per non
aver adeguatamente corrisposto a lotte le ricevute grazie.
2. L'altro segno della nostra crescita, per quanto appaia strano, è il far
sempre nuove mosse, il ricominciare sempre da capo. In questo faceva
consistere la perfezione il grande sant'Antonio. Eppure da questo traggono
spesso por ignoranza motivo di scoraggiamento coloro che confondono le nuove
mosse nella vita spirituale con l'incessante sorgere e ricadere dei
peccatori abituati. Né si deve confondere queste continue nuove mosse con
l'instabilità, che spesso induce a dissipazione e ci tiene indietro sul
calle conducente al cielo. I nuovi slanci mirano a qualche cosa di più alto,
e così per lo più a cose più ardue ; mentre la instabilità ed incostanza è
stanca del giogo, e cerca varietà ed agiatezza. Le nuove mosse non
consistono neppure nel mutare i nostri libri spirituali, e le nostre
penitenze, o i nostri metodi di preghiera, molto meno i nostri direttori di
spirito. Le sempre nuove mosse consistono principalmente in due cose, cioè
rinnovare la nostra in intenzione per la gloria di Dio, e ravvivare il
nostro fervore.
3. È anche un segno di progresso nella vita spirituale e abbiamo in mira
qualche, cosa di definito: per esempio, se ci sforziamo ad acquistare
l'abito di qualche virtù particolare, o ad abbattere qualche assediante
debolezza, o od avvezzarci ad una data penitenza. Questi sono sintomi di
serietà ed un pegno dell'oprare della divina grazia in noi. Se al contrario
non attacchiamo in nessuna parte le schiere nemiche, non è più pugna ; e se
tiriamo senza mira, non ne risulterà che fumo e rumore, Non v'è probabilità
d'avanzamento se, come suol dirsi, passeggiamo vagamente senza scegliere una
distinta meta dove pervenire, e se non spingiamo attivamente il passo verso
tale meta da noi appositamente scelta,
4. È segno anche migliore che noi progrediamo se ci sentiamo nell'anima un
forte sentimento che Dio vuole da noi qualche cosa di speciale. Talora ci
accorgiamo che lo Spirito Santo ci fa piegare da un lato piuttosto che
dall'altro; che egli desidera in noi la rimozione di qualche difetto, o
l'intrapresa di qualche pio lavoro. Questo viene dagli scrittori di spirito
chiamato attrazione. Taluni hanno un'incessante attrazione durante tutta la
loro vita. In altri l'attrazione muta senza posa. In alcuni essa è cosi vaga
ed indistinta, che non si manifesta che ad intervalli; e non pochi paiono
esserne totalmente immuni (1). L'attrazione contiene naturalmente una
cognizione attiva di sé, non meno che un quieto sguardo interno di
preghiera; ed è un gran dono per la incalcolabile agevolezza che arreca
nella pratica della perfezione; perché somiglia quasi ad una speciale
rivelazione. Il sentire dunque con pacata riverenza questa trazione dello
Spirito Santo, è segna che progrediamo. Non si deve però dimenticare che
nessuno dovrebbe inquietarsi per la mancanza di questa sensazione
spirituale, perché non si trova in tutti i santi e non è indispensabile al
progresso spirituale.
5. Oso anche aggiungere che un cresciuto desiderio generale di essere più
perfetto non è senza valore come indizio di progresso e questo vale ad onta
di quanto dissi sull'importanza d'aver di ritira on oggetto definito. Non
credo che questa brama vaga ci generale di perfezione sia abbastanza
apprezzata. Sicuramente che per sé non basta, non deve per sé sola
acquietarci. Ci è data come viatico o compagna per via. Tuttavia se
consideriamo quanto sono mondani per lo più i buoni cristiani, e quanto sono
ciechi riguardo agli interessi di Gesù, e quanto incredibilmente dura ed
impenetrabile ai principî spirituali hanno l'epidermide, dobbiamo dire che
questo desiderio di santità viene da Dio, che è un grande dono, e che
comprende molto di ciò che è di somma importanza. Che ne siano rese lodi a
Dio per ogni anima così tanto fortunata nel mondo da possedere una tale
bramosia! Essa è quasi inconciliabile colla tepidezza, e questa non è una
lieve raccomandazione in suo favore; e benché molto si trovi ancora oltre ed
al di sopra di essa, pur essa è indispensabile tanto a ciò che è oltre,
quanto a ciò che le è superiore. Non dobbiamo però chiudere gli occhi sui
suoi pericoli. Ogni desio soprannaturale che abbiamo senza corrispondervi,
ci lascia in uno stato peggiore di quello in cui ci trovò. L'espediente più
sicuro è di incorporare senza ritardo il desio in qualche atto, prece,
penitenza, od azione di zelo; non a casaccio e per isbalzo,ma con consiglio
e posatezza.
Ecco dunque cinque segni molto probabili di progresso, nessuno dei quali è
tanto al disopra di noi da essere impraticabile ai più bassi fra noi. Non
intendo di dire che l'esistenza di questi segni basti ad assicurarci che
nella nostra vita spirituale tutto trovasi come dovrebbe trovarsi; ma che
almeno siamo vivi, che camminiamo, che procediamo, e che ci troviamo
nell'atmosfera della grazia e che il possesso di qualcuno di questi indizi è
cosa ineffabilmente più preziosa di qualunque più alta e preziosa cosa che
possa offrirci la terra! Lo ripeto dunque: se abbiamo uno di questi segni,
bene; se due, meglio; se tre, ancor meglio; se quattro, è cosa ottima; se
tutti cinque, è glorioso. Mirate ora! Noi abbiamo fatto un po' di strada;
noi ci siamo inoltrati avanti nel deserto ; che se ci sentiamo un poco i
piedi a bruciare, almeno siamo meno scuorati.
NOTE
1 - Fu notato da Madre da Blonay che i destinati da Dio a spendere gran
parte della loro vita a far da superiori religiosi, non hanno per lo più
alcuna attrazione speciale, perché io spirito che lo Spirito Santo vuol
formare in tali anime, è uno spirito universale.
Testo tratto da: P. F. Faber d'O., I progressi dell'anima nella vita
spirituale, Torino: Marietti, 1906 (trad. della III ed. Inglese, 1859), pp.
1-9.
Cari amici,
per la Festa di Maria Vergine onorato sotto al titolo di aiuto dei cristiani
(24 maggio, che ricorda la liberazione del papa prigioniero di Napoleone e
san Giovanni Bosco), TT.net e' lieta di offrire ai suoi utenti registrati un
libro di pedagogia:
DON BOSCO E LA PEDAGOGIA DEL SUO TEMPO
del prof. Mario Casotti
Presentazione: Il prof. Casotti è stato il più grande pedagogista cattolico
del XX secolo. Osteggiato anche in vita per il suo fermo riferimento a san
Tommaso d'Aquino, a trenta anni dalla morte vede negletta la sua statura e
ormai dimenticate e praticamente introvabili le sue opere.
Molto spesso si è fatto di don Bosco e del suo "metodo preventivo" una sorta
di "manuale dell'educatore buonista" ante litteram. L'opera che qui
presentiamo non è l'ennesimo "pio" libro sulla pedagogia di Don Bosco, ma un
saggio per addetti ai lavori scritto in modo accessibile a tutti, che mette
a confronto l'"attivismo" di san Giovanni Bosco con le moderne e sovversive
"scuole attive" che sono alla radice della pedagogia marxista e, poi,
progressista. Questa breve introduzione restituisce a don Bosco il ruolo di
gigante anche dell'educazione, senza alcun compromesso con la modernità,
nemmeno quella pedagogica.
Al solito, bisogna cliccare su "Libri scaricabili gratis" nella colonna di
sinistra della Home Page.
Vi ricordiamo di nuovo che occorre essere registrati:
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iGpM
TT.net
LA DEVOZIONE A MARIA REGINA DEL CENACOLO
di S.Pietro Giuliano Eymard
La devozione alla Santissima ed Immacolata Vergine Maria è una conseguenza
rigorosa della fede in Gesù Salvatore. Il culto di Maria segue l'amore di
Gesù suo divin Figlio.
Infatti come adorare Gesù Cristo senza onorare Colei che ce l'ha dato? Come
amare Gesù senza amare Maria sua divina e tenera madre, che Egli stesso ha
tanto amato?
La devozione a Maria è dunque il dovere filiale d'ogni cristiano.
Il suo culto è grande, universale nella Chiesa. Ciascuno dei misteri della
sua vita ha una famiglia che l'onora, ciascuna delle sue virtù ha dei
discepoli, che ne fanno la regola e la felicità della loro vita.
Ma, fra i misteri della vita di Maria, ve ne ha uno che li riassume tutti
nella loro santità e nei loro insegnamenti: è la vita di Maria nel Cenacolo,
che onora la vita eucaristica di Gesù.
Maria rimase sulla terra ancora più di venti anni dopo l'Ascensione di Gesù.
La sua dimora fu il Cenacolo, dove Gesù aveva istituito la divina
Eucaristia, dove Egli aveva posto il suo primo tabernacolo.
L'occupazione abituale di Maria era di adorarvi il suo divin Figlio sotto i
veli eucaristici, e dedicarsi alla sua gloria in una missione continua di
preghiera.
Gli adoratori devono dunque onorare con un culto tutto speciale la vita
d'adorazione di Maria e propagarlo nel mondo pio.
Essi hanno bisogno d'un modello e d'una Madre nell'esercizio della loro
sublime vocazione.
La Santissima Vergine Maria, ecco il loro modello perfetto. Ella fu sulla
terra la prima e la più perfetta adoratrice di Gesù, e gli rese con le sue
adorazioni più onore e più gloria che non gli renderanno mai gli angeli ed i
santi.
La divina Madre di Gesù, ecco la loro madre: Gesù in croce loro ha ceduto il
suo posto ed isuoi diritti sopra il di Lei Cuore sì buono. La missione di
Maria è d'allevare i figli del Calvario, di formarli su Gesù loro Salvatore,
di renderli degni del suo amore, e di farne dei perfetti adoratori della sua
adorabile persona nel SS. Sacramento dell'altare.
Gli adoratori studino dunque la vita di Maria nel Cenacolo, onorino e
servano Gesù in unione con Maria, e saranno ben presto perfetti adoratori.
Nel Cenacolo Maria è di continuo occupata ad adorare la SS. Eucaristia; Ella
vive della vita eucaristica di Gesù; si consacra alla gloria di Gesù Cristo
ed al suo regno eucaristico. Studiamo questi tre aspetti della vita di Maria
nostra Madre ai piedi del SS. Sacramento.
CAPITOLO I
MARIA ADORATRICE
Maria fu sempre la prima adoratrice di Gesù in tutti i suoi misteri.
Conveniva infatti che questo Cuore sì puro e sì infiammato d'amore avesse in
tutto l'onore di offrire il primo omaggio, e che ne ricevesse la prima
grazia per comunicarcela. Così Maria per la prima adorò il Verbo incarnato
nel suo seno verginale, e, alla sua nascita, Ella gli offrì il primo dono
dell'amore, la prima confessione della fede. Maria alle nozze di Cana adorò
per prima la potenza di Gesù e la sciolse in favore degli uomini. E per
prima ancora adorò Gesù in croce e si unì al suo sacrificio.
Ma ove l'adorazione di Maria è in tutto il suo primato, nella sua
incomparabile eccellenza, è ai piedi del Tabernacolo.
I
1. - Là Ella adora Gesù nel suo stato permanente, e non nei suoi stati di
passaggio. E il Re sul trono perpetuo del suo amore, legato quaggiù sino
alla fine del mondo, in un mistero che compendia e contiene tutti gli altri.
E Maria passa i giorni e le notti ai piedi della divina Eucaristia. E la
dimora sua prediletta; làv ive il suo amato Gesù, là regna: quale dolce e
amabile comunione fra il Figlio e la Madre!Senza l'Eucaristia, Maria non
avrebbe potuto vivere quaggiù: con essa, la vita le è amabile:Ella possiede
Gesù, è la sua adoratrice per stato e per missione. E gli anni che Maria
passerà nel Cenacolo tutti saranno impiegati, come le ventiquattro ore del
giorno, nell'esercizio abituale dell'adorazione.
2. - Maria adora Gesù Sacramentato con la fede più viva e più perfetta. Ella
adorava, come noi,ciò che non vedeva; è l'essenza e la perfezione della
fede. Dietro quel velo oscuro, sotto quelle apparenze inerti Ella
riconosceva Gesù suo Figlio e Dio con una certezza più grande che quella dei
sensi; Ella confessava la realtà della sua presenza e della sua vita;
l'onorava in tutte le sue qualità e in tutte le sue grandezze. Adorava Gesù
velato, nascosto sotto una forma estranea; ma ilsuo amore passava attraverso
la nube e andava fino ai sacri piedi di Gesù, ch'Ella venerava con il più
tenero rispetto; fino alle mani sante e venerabili che avevano portato il
Pane di vita;Ella benediva il sacro labbro che aveva pronunciato quelle
parole adorabili: «Questo è il mio Corpo; questo è il mio Sangue». Ella
adorava quel cuore tutto infiammato d'amore, donde era venuta la santa
Eucaristia.
Maria avrebbe voluto inabissarsi, come annientarsi davanti a quella divina
Maestà annientata nel Sacramento, per renderle tutto l'onore e tutti gli
omaggi che le sono dovuti.
Quindi onorava la presenza del suo divin Figlio con il rispetto esteriore
più devoto e più profondo: stava in ginocchio con le mani giunte od
incrociate sul petto o stese, quando era sola, verso quel Dio prigioniero
d'amore. Tutto in Lei mostrava il raccoglimento: i suoi sensi erano composti
in una modestia perfetta. La vista sola di Maria, mentre adorava Gesù,
risvegliava la fede,ispirava la devozione ed infiammava il fervore dei
fedeli.
3. - All'omaggio della sua fede umile e devota Maria aggiungeva quello
dell'amore di riconoscenza. Dopo essersi inabissata nel sentimento della
grandezza e della maestà divina, Ella alzava la fronte verso quel Tabor
d'amore, per contemplarne la bellezza e assaporarne la bontà ineffabile
nell'atto sovrano dell'Eucaristia. Ella sapeva i combattimenti e i sacrifici
che questo dono era costato al suo divin Figlio.
Oh! Quanto fu felice Maria, quando, prima della Cena, Gesù le rivelò che
l'ora del trionfo del suo amore era suonata; che Egli stava per istituire il
suo adorabile Sacramento per mezzo del quale avrebbe perpetuata la sua
presenza,sopravvivendo in mezzo a noi, e ogni fedele avrebbe potuto
condividere la felicità della Madre di Dio: riceverlo nel proprio corpo;
vederlo in qualche modo, e godere nel suo stato sacramentale, di tutte le
grazie e di tutte le virtù dei misteri della sua vita passata. Dopo questo
dono dell'Eucaristia, Dio non avrebbe più altro da dare all'uomo che il
Paradiso.
Al felice annunzio, Maria si era prostrata ai piedi di Gesù, benedicendolo
con effusione di tanto amore per gli uomini e per Lei, sua indegna ancella;
si era offerta per servirlo nel suo adorabile Sacramento; aveva consentito
di vedersi ritardare l'ora della sua ricompensa, per poter restare
adoratrice sulla terra, a custodirlo, amarlo e infine morire ai piedi del
suo divin Tabernacolo.
Maria, nelle sue adorazioni al Cenacolo, ravvivava ogni giorno questi
medesimi sentimenti. Alla vista di quel Dio annientato per Lei fino
all'apparenza del pane, Ella prorompeva in trasporti di riconoscenza. Lodava
con tutta l'anima quella bontà superiore ad ogni lode; benediceva e
glorificava quel Sacro Cuore che aveva inventato e attuato la meraviglia
dell'amore divino. Ella rendeva perpetui ringraziamenti per queldono
superiore ad ogni dono, per quella grazia sorgente d'ogni grazia. Era tutta
ardente dinanzi all'Ostia Santa; lacrime di tenerezza e di gioia scorrevano
dai suoi occhi. Il suo cuore non poteva contenere l'ardore dei suoi
sentimenti per il suo Gesù; avrebbe voluto morire e consumarsi d'amore ai
suoi piedi.
4. - Infine Maria si offriva interamente al servizio di amore del Dio
dell'Eucaristia, poiché l'amore perfetto non pone nè condizioni, nè riserve;
non pensa più a sè, non vive più per sè; dimentica se stesso e non vuole
vivere che per Dio del suo cuore. Tutto in Maria andava al servizio
eucaristico di Gesù come verso il suo centro e il suo fine. Una corrente di
grazia d'amore si stabiliva fra il Cuore di Gesù Sacramentato e il Cuore di
Maria adoratrice: erano due fiamme che venivano ad unirsi in un centro
comune. Ah!quanto erano dunque perfette le adorazioni di Maria! Come il
Cuore di Gesù vi doveva trovare le sue compiacenze! E quale gloria ne
venivaa Dio!
II
Ad esempio di Maria, l'adoratore si metta inginocchio nel sacro tempio con
il rispetto più profondo; si raccolga come Maria, si metta in ispirito al
suo fianco per adorare; venga davanti a Nostro Signore con quel
raccoglimento interiore ed esteriore, che prepara mirabilmente l¹anima
all'ufficio angelico dell'adorazione.
Sotto i veli eucaristici, adori Gesù con la fede di Maria e della Santa
Chiesa, le due madri che il Salvatore ci ha dato nel suo amore; adori il suo
Dio come se lo vedesse, lo sentisse, poiché la fede viva vede, sente, tocca,
abbraccia con maggior certezza che non facciano gli stessi sensi.
Per apprezzare il dono dell'adorabile Eucaristia, l'adoratore mediti,
sovente, come Maria, i sacrifici che costò all'amore di Nostro Signore. La
vista del combattimento sostenuto dall'amore e la sua vittoria gli diranno
quale riconoscenza egli deve ad un Dio sì buono. Egli loderà, benedirà,
esalterà la grandezza, la bontà, il trionfo dell'amore, che istituisce la
Santissima Eucaristia come il memoriale sempre vivo, come il dono sempre
rinascente di Lui stesso. E allora con Maria, sua Madre divina, egli si
offrirà a Gesù Sacramentato con tutto il cuore per adorarlo,amarlo e
servirlo in ricambio di tanto amore. Si consacrerà ad onorare lo stato
sacramentale del Salvatore, riproducendo nella sua vita le virtù che Gesù vi
continua e vi glorifica in modo ammirabile. Onorerà quell'umiltà sì
profonda, che va fino all'annientamento sotto le sante specie;quella
abnegazione della sua gloria e della sua libertà che lo rende il prigioniero
dell'uomo:quella obbedienza che fa di Lui il servo di tutti.
In tutti questi omaggi prenderà Maria per modello e protettrice; l'onorerà e
l'amerà come la Regina del Cenacolo e la Madre degli adoratori:titoli fra i
più cari al suo cuore e i più gloriosi per Gesù.
NOTA. - Secondo l'opinione che sembra la più probabile, la SS. Vergine, dopo
l'Ascensione di Nostro Signore, restò in Gerusalemme, ove Essa mori dopo un
certo numerodi anni, che non è possibile determinare.
Ammesso e non concesso che al tempo degli Apostoli non vi fosse l'uso di
conservare la SS. Eucaristia all'infuori della S. Messa, le considerazioni
del P. Eymard sulla vita adoratrice di Maria nel Cenacolo, vengono, per
questo, a cadere? Affatto! Esse sono perfettamente a posto e in accordo con
la più rigorosa teologia. Chi può dubitare, infatti, che Maria era animata
da una fede viva e da un¹ardente amore verso la SS. Eucaristia? Questa fede
e questo amore si manifestarono ogni qual volta le circostanze (Messa e
Comunione) la mettevano in relazione col divin Sacramento. Nessuna creatura,
mai, esercitò come Maria la virtù di religione rispetto alla SS. Eucaristia;
nessuno attuò mai un'adorazione così profonda, una gratitudine così ardente,
una contemplazione così elevata, una preghiera così efficace, una unione
così soprannaturale. Si può dire, dunque, ben a ragione, elle la SS. Vergine
ha aperto la via al culto più recente del SS. Sacramento, esercitando ciò
che in questo culto è essenziale: gli omaggi,cioè, interni ed esterni resi
alla presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia.
Si può ben affermare, dunque, che Maria è la prima adoratrice, per dignità e
per fervore, di Gesù in Sacramento.
Testo tratto da: San Pietro Giuliano Eymard, L'Eucaristia e la Vita
Cristiana, Torino 1954, pp. 108-116. Nota modificata dalla redazione di
Sacerdos.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
MARIA ZELATRICE DELLA GLORIA DI GESÙ
Maria nel Cenacolo si dedicava interamente alla gloria eucaristica di Gesù.
Sapeva che il Padre celeste desiderava che il suo divin Figlio fosse
conosciuto, amato e servito da tutti; sapeva che il Cuore di Gesù aveva sete
di comunicare agli uomini tutti i suoi doni di grazia e di gloria; che lo
Spirito Santo aveva per missione di estendere e perfezionare in tutti i
cuori il regno di Gesù Cristo; che la Chiesa era stata fondata per dare Gesù
al mondo quale suo Re e suo Dio, e conquistare al suo amore tutte le nazioni
della terra. Tutto il desiderio di Maria era dunque di glorificare Gesù nel
SS. Sacramento, di farlo conoscere, amare e servire da tutti. L'amore suo
così grande per Gesù aveva bisogno di espandersi, di sacrificarsi per
consolarsi, a dir così, dell'impotenza nella quale Ella stessa si sentiva,
di glorificarlo quanto avrebbe voluto.
E poi, dopo il Calvario gli uomini erano divenuti suoi figli; Ella li amava
con tenerezza di madre e desiderava il loro maggior bene quantoil proprio.
Ecco perché ardeva dalla brama di far conoscere a tutti Gesù nel SS.
Sacramento,l'infiammare i cuori del suo amore, di vederli tutti legati e
incatenati all'amabile suo servizio,di formarne per lui una guardia
eucaristica, una corte di fedeli e devoti adoratori.
Per ottenere questa grazia, Maria compiva una missione perpetua di preghiera
e di penitenza ai piedi dell'adoratissima Eucaristia; Ella quivi trattava la
salvezza del mondo riscattato dal Sangue divino; nel suo zelo immenso
abbracciava le necessità dei fedeli d'ogni luogo e di tutti i tempi
avvenire, che avrebbero avuto in retaggio la Santissima Eucaristia.
Ma la missione più cara alla sua anima come la più dolce al suo Cuore era di
pregare continuamente per il successo delle predicazioni e delle fatiche
degli Apostoli e di tutti i membri dei sacerdozio di Gesù Cristo. Non deve
perciò fare meraviglia che quei primi operai evangelici convertissero tanto
facilmente delle nazioni intere, dato che Maria se ne stava ai piedi del
trono della misericordia a supplicare per essi la bontà del Salvatore. La
sua preghiera predicava, convertiva le anime; e siccome ogni grazia di
conversione è frutto della preghiera e la preghiera di Maria non poteva
patire rifiuto, così gli Apostoli avevano in questa Madre di bontà la loro
migliore ausiliatrice: beato colui per il quale intercede Maria!
Gli adoratori condividono la missione di preghiera di Maria ai piedi del SS.
Sacramento: è la più bella di tutte le missioni, ed è senza pericoli. E pure
la più santa, perchè è l'esercizio di tutte le virtù. Ed è la più necessaria
alla Chiesa,che ha maggior bisogno di anime d'orazione che di predicatori,
d'uomini di penitenza che d'uomini di eloquenza. Ai giorni nostri, più che
mai,sono necessari uomini che disarmino, mediante la propria immolazione, la
collera di Dio irritato contro i delitti sempre crescenti delle nazioni;ci
vogliono anime che, con le loro suppliche, riaprano i tesori della grazia,
chiusi dall'indifferenza generale; ci vogliono dei veri adoratori,vale a
dire, uomini di fuoco e di sacrificio:quando questi saranno numerosi attorno
al loro Divin Capo, Dio sarà glorificato, Gesù amato;le società ritorneranno
cristiane, conquistate a Gesù Cristo merce l'apostolato della preghiera
eucaristica.
Testo tratto da: San Pietro Giuliano Eymard, L'Eucaristia e la Vita
Cristiana, Torino 1954, pp. 124-126.
S. Pietro Giuliano Eymard
METODO DI ADORAZIONE SECONDO IL METODO DEI QUATTRO FINI DEL SANTO SACRIFICIO
DELLA MESSA
Sit laus plena!
(S. Tom. d'Aquino).
Si divide l'ora di adorazione in quattro parti.
Ad ogni quarto d'ora si onora Nostro Signore per uno dei quattro fini del S.
Sacrificio e cioè: l'Adorazione, il Ringraziamento, la Propiziazione e la
Supplica.
1.o Quarto d'ora - L'ADORAZIONE.
1. - Adorate Nostro Signore prima di tutto con l'omaggio esterno della
persona. Piegate le ginocchia non appena comparite alla vista di Gesù
nell'Ostia adorabile. Prostratevi con grande rispetto dinanzi a lui, in
segno della vostra sudditanza e del vostro amore. Adoratelo in unione coi Re
Magi, allorchè, faccia a terra, adorarono il Dio Bambino adagiato, nella sua
povera greppia, avvolto in poveri pannilini.
2. - Dopo questo primo silenzioso e spontaneo atto di riverenza, adorate
Nostro Signore con un atto esterno di fede. Questo atto è molto utile per
risvegliare i nostri sensi alla pietà cucaristica, ad aprire il cuore di Dio
e ad attirare su noi i tesori della sua grazia. Non bisogna tralasciarlo
mai, e occorre farlo santamente e divotamente.
3. - Offrite a Gesù Cristo l'omaggio di tutto voi stesso, presentandola
dettagliatamente, per ogni facoltà dell'anima. Il vostro spirito, per
conoscerlo sempre meglio; il vostro cuore, per amarlo; la vostra volontà,
per servirlo; il vostro corpo coi suoi sensi, che lo glorifichino ciascuno
secondo il suo modo. Offritegli soprattutto l'omaggio dei vostri pensieri,
mettendo al posto d'onore nella vostra vita, il pensiero dell'Eucaristia; al
culmine dei vostri affetti col chiamare Gesù Re e Dio del vostro cuore;
della vostra volontà, non accettando più altra legge nè altro scopo
all'infuori del suo servizio, del suo amore e della sua gloria; della vostra
memoria per non voler ricordare che lui e così vivere solamentedi lui, in
lui e per lui.
4. - Siccome le vostre adorazioni sono molto imperfette, unitele a quelle
della SS.ma Vergine a Betlemme, a Nazaret, sul Calvario, nel Cenacolo e ai
piedi del Tabernacolo; unitele a tutte le adorazioni che attualmente gli
offre la S. Chiesa e tutte le anime sante che adorano N. Signore in questo
momento e a quelle di tutta la Corte celeste, che lo glorifica nel cielo;
così la vostra adorazione parteciperà della santità e dei merito di esse.
2.o quarto d'ora - IL RINGRAZIAMENTO.
1. - Adorate e benedite l'immenso amore che Gesù dimostra a vostro riguardo
in questo sacramento della sua Persona. Per non lasciarvi solo, orfano in
questa terra d'esilio e di miseria, viene dal cielo apposta per voi, per
tenervi compagnia ed essere il vostro consolatore. Ringraziatelo quanto vi
detta il vostro amore, con tutte le vostre forze, in unione con tutti i
Santi.
2. - Ammirate i sacrifici ch'egli s'impone nel suo stato sacramentale: egli
nasconde la sua gloria divina e corporale, rer non abagliarvi, per non
accecarvi; vela la propria maestà affinchè osiate andare a lui e parlargli
come si parla ad un amico; impastoia la sua potenza per non spaventarvi o
punirvi. Non vi mostra la perfezione delle sue virtù per non scoraggiare la
vostra debolezza, tempera persino l'ardore del suo cuore e dell'amore che
nutre per voi, affinchè possiate sopportarne la forza e la tenerezza. Non vi
lascia intravvedere altro che la sua bontà, quale trasuda e si sprigiona
dalle sacre Specie al pari dei raggi del sole che piovono attraverso una
nube sottile.
Quanto è buono Gesù sacramentatol Egli vi riceve a qualsiasi ora del giorno
e della notte, il suo amore non conosce requie è sempre pieno di dolcezza,
con noi. Dimentica i vostri peccati e le vostre imperfezioni; quando andate
a trovarlo e non vi esprime che la sua gioia, la sua tenerezza, il suo
amore. Quando vi riceve, si direbbe che è lui che ha bisogno di voi per
esser felice. Oh, ringraziatelo, questo buon Gesù, con tutta l'effusione
della vostra anima. Ringraziate il Padre per avervi donato il Figlio e lo
Spirito Santo che sull'altare, mediante il ministero del Sacerdote, lo ha
dinuovo incarnato, proprio per voi, personalmente. Invitate il cielo e la
terra, gli Angeli e gli uomini, che vi aiutino a ringraziare, a benedire, a
glorificare questo così grande amore, che è toccato a voi.
3. - Contemplate lo stato sacramentale nel quale Gesù si è messo per amor
vostro, ispiratevi ai suoi sentimenti e alla sua vita. Nell'Eucaristia egli
è povero come a Betlemme e anche di più, perchè a Betlemme c'era la sua
Madre, mentre qui è solo. Dal cielo non porta assolutamente nulla
all'infuori del suo amore e delle sue grazie. Vedete quanto è obbediente
nell'Ostia Divina: obbedisce prontamente e senza resistere, obbedisce a
tutti, anche ai suoi nemici. Ammirate la sua umiltà: egli s'inabissa fino al
limite del nulla, unendosi sacramentalmente con delle Specie vili ed
inanimate, che non hanno alcun appoggio naturale e non hanno altra
consistenza all'infuori di quella che loro dà la sua onnipotenza, che le
deve conservare con un miracolo continuato. Il suo amore per noi lo fa
nostro prigioniero; Egli si è incarnato fino alla fine del mondo nella sua
prigione cucaristica, che dev'essere il nostro Cielo sulla terra.
4. - Unite il vostro ringraziamento a quello che sgorgò dal cuore della
SS.ma Vergine subito dopo l'Incarnazìone del Verbo e soprattutto dopo la sua
Comunione. Con Lei ripetete in gaudio e felicità il Magnificat della vostra
riconoscenza e del vostro amore, e ripetete seuza mai stancarvi: O
GesùOstia, quanto sei buono, quanto sei amante e degno d'amorel
3.o Quarto d'ora - LA PROPIZIAZIONE.
1. - Adorate e visitate Gesù abbandonato e trascurato dagli uomini nel Suo
Sacramento d'amore. L'uomo trova il tempo per tutto fuorché per andare a
trovare il suo Signore e suo Dio che lo aspetta e lo desidera, nel suo
Tabernacolo. Le vie i ritrovi di piacere sono affollatissimi; la casa di Dio
è deserta. La si fugge,se ne ha orrore; Oh! povero Gesù, potevate mai
aspettarvi tanta indifferenza da parte di quelli che Voi ricomperaste da
Satana, da parte dei vostri amici, dei vostri figliuoli, da parte mia?
2. - Piangete Gesù tradito, insultato, svillaneggiato, crocifisso assai più
indegnamente nel suo Sacramento d'amore che non nel giardino degli ulivi a
Gerusalemme, sul Calvario. Proprio coloro che egli ha amato piú degli altri,
che ha amati di preferenza, che ha arricchiti maggiormente dei suoi doni e
delle suo grazie, l'offendono di più e lo disonorano nella sua casa con la
loro irriverenza, lo crocifiggono di nuovo nel loro corpo e nella loro anima
con la comunione sacrilega, vendendolo in tal modo al demonio, il padrone
dei loro cuori e della loro vita.
Ed io non ho proprio nulla da rimproverarmi? Potevate mai pensare, o mio
Gesù, che il vostro immenso amore per gli Uomini sarebbe stato l'oggetto
della loro malizia, che essi avrebbero ritorto contro Voi stesso le vostre
grazie e i più preziosi doni vostri?
E io, non sorto stato io pure un traditore?
3. - Adorate Gesù e riparate le innumerevoli ngratitudini e profanazioni e
sacrilegi che si commettono nel mondo. Offrite secondo questa intenzione
tutt queste miserie che avete sopportate lungo il giorno o durante tutta la
settimana. Imponetevi qualche penitenza per soddisfare per i vostri peccati,
per quelli dei vostri parenti, e per quelli di coloro che forse voi avete
scanaalizzati col vostro poco rispetto nel luogo santo e con la vostra
sbadataggine.
4. - Ma siccome tutte le vostre opere soddisfatorie e le vostre penitenze
sono ben poca cosa in confronto di tanti delitti, unitele con quelle di Gesù
vostro Salvatore pendente dalla Croce. Raccogliete il sangue divino che
scaturisce dalle sue piaghe e offritelo in propiziazione alla Divina
Giustizia, Prendete i dolori scfferti e le preghiere elevate al Padre
Celeste, sulla Croce, domandate con esse grazia e misericordia per voi e per
tutti i peccatori. Fondete la vostra propiziazione con quella che la SS.
Vergine esplicò ai piedi della Croce o dinanzi all'altare; così otterrete
per voi tutto l'amore che Gesù nutriva per la sua Madre Divina.
4.o Quarto d'ora - LA SUPPLICA.
1. - Adorate nostro Signore che nel SS. Sacrantento prega senza interruzione
l'Eterno Padre per voi; per commuoverlo mostrategli le sue piaghe e il suo
cuore squarciato su voi e per voi. Alla sua preghiera unitela vostra;
chiedete ciò che egli chiede.
2. - E che cosa chiede Gesù al Suo Padre? Che benedica, difenda, esalti la
sua Chiesa, affinchè per essa tutti gli uomini lo conoscano sempre meglio;
lo amino e lo servano.
Pregate per la santa Chiesa così travagliata e perseguitata nella Persona
del Vicario di Gesù Cristo: che Dio la liberi dai suoi nemici, anch'essi
figli suoi, che tocchi loro il cuore, li converta, li riconduca, umili e
penitenti, ai piedi della misericordia e della giustizia.
Gesù prega continuamente per tutti i membri del suo sacerdozio affinchè
tutti siano ricolmi dello Spirito Santo e dei suoi doni, ripieni di zelo per
la sua gloria, completamente dediti alla salvezza delle anime che egli
redense col prezzo del suo sarigue e della sua vita.
Pregate pure per il vostro Vescovo, che Dio lo conservi, che benedica tutti
i desideri del suo zelo, che lo consoli, Pregate per il vostro Pastore, che
Dio accresca su di lui le grazie che gli sono necessarie per condurre a
salvamento e per santificare il gregge affidato alle sue cure. Affinchè
Iddio doni alla sua Chiesa molte e sante vocazioni sacerdotali. Un santo
sacerdote è il più gran dono che possa fare a un popolo: un prete infatti
può salvarlo tutto. Pregate per tutti gli Ordini Religiosi affinché siano
fedeli alla loro vocazione privilegiata; affinché tutti quelli che Iddio vi
chioma abbiano il coraggio e la generosità di seguire l'appello divino, e di
perseverare. Un santo difende e salva il suo paese; la sua preghiera e le
sue virtù, sono più forti di tutti gli eserciti della terra.
3 - Pregate perchè non si snervi il fervore e la perseveranza delle anime
pie che si votano al servizio di Dio nel mondo e vi fanno la parte delle
religiose del suo amore e della sua carità; esse hanno maggior bisogno di
aiuti, perchè sono esposte a maggiori pericoli, e sono più sacrificate.
4. - Domandate la conversione di qualche grande peccatore, a scadenza
determi rrata. Nulla è più gloriosameaice divino di questi colpi di grazia.
Pregate infine per voi stessi, chiedete di diventare migliori, e di passare
bene questo santo giorno; offrite un mazzetto di doni vostri a Gesù vostro
Re e vostro Dio, e chiedetegli infine la sua benedizione.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
S. Pietro Giuliano Eymard - il Padre Nostro davanti all'Eucaristia
IL PATER NOSTER
Quodcumque petieritis Patrem in nomine meo,
hoc faciam, ut glorificetur Pater in Filio (Joan., 14, 13)
1. - Padre nostro che sei nei Cieli - nei cieli eucaristici. A te che siedi
su un trono di amore e di grazia, benedizione, onore e gloria, e potenza nei
secoli dei secoli!
2. - Sia santificato il tuo nome - in noi; nello spirito della tua umiltà,
obbedienza e carità. Affinchè, umili e devoti noi stessi, possiamo farti
conoscere, adorare ed amare nella Eucaristia!
3. - Venga il tuo regno - eucaristico. Regna tu solo in eterno, sopra di
noi, coll'impero del tuo amore, col trionfo delle tue virtù, col dono della
grazia, della vocazione eucaristica, per la tua maggior gloria.
Da' a noi la grazia e la missione del tuo santo amore, affinchè, capaci di
predicare, di estendere, e di diffondere ovunque il tuo regno eucaristico,
adempiamo il tuo desiderio espresso nelle parole: «Sono venuto a portare il
fuoco sulla terra, e che cosa desidero se non che si accenda?» Oh! se noi
pure fossimo degli incendiari di questo fuoco celeste!
4 - Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. - Rendici lieti
di volere te solo, di desiderare te solo, di pensare te solamente. Noi
vogliamo rinnegare noi stessi sempre e in tutto, affinchè l'esempio della
tua santa ebbedienza, benepiacente e perfetta, sia per noi luce e vita. -
Quanto poi allo stato e al progresso della nostra società, io voglio ciò che
tu vuoi, come tu lo vuoi, nei limiti che tu vuoi. Periscano i nostri
pensieri e i nostri desideri, se non vengono da te, verso di te, in te.
5. - Dacci oggi il nostro pane quotidiano. O Signore Gesù, che con la manna
nutristi quotidianamente il tuo Popolo, tu che volesti essere la sola e
totale eredità dei Leviti, ed affidasti agli Apostoli il legato della tua
povertà divina, noi eleggiamo, e vogliamo te per unico ed universale nostro
provveditore ed economo. Tu solo sei cibo e vestimento, tesoro e gloria,
farmaco nella malattia, difesa contro i nostri nemici.
Promettiamo di non accettare e non desiderare affatto l'amicizia del mondo;
tu sarai il nostro tutto, e gli uomini per noi saranno un nulla, da essi ci
aspettiamo soltanto l'oblio e la croce.
6. - E rimetti a noi i nostri debiti. - Perdona, o Signore Gesù, i peccati
della mia gioventù; perdonami i peccati commessi in una vocazione così santa
affinchè mi possa avvicinare cori cuore puro e coscienza tranquilla al tuo
sacro altare, possa servirti nella santità e meriti di lodarti con gli
Angeli e coi Santi. - Perdona i delitti cominessi contro di noi, non fare
vendetta di quei che ci combattono, ci calunniano e ci perseguitano;
ricambia loro bene per male, grazia per delitto, amore per odio.
Come noi li rimettiamo ai nostri debitori. - Di tutto cuore, con carità
vera: con tutta la mente, con infantile semplicità; con tutta la volontà;
noi desideriamo e nel tuo amore auguriamo loro ogni bene, come lo
desideriamo per noi stessi.
7. - E non ci indurre in tentazione. - Allontana dalla tua famiglia
eucaristica le vocazioni false, le fraudolenti, le non rette. Che nessun
superbo o ambizioso, nessun tipo duro o iracondo sia giammai a capo di
questa umile e povera famiglia. Non lasciare che cada in preda a bestie
immonde e perverse l'anima di chi confida in te. Conserva la tua società
immune da qualsiasi scandalo, vergine da ogni vizio; libera da legami
servili col secolo, e che goda di servirti nella santità, nella libertà, in
pace e senza inquietudini.
8. - Ma liberaci dal male. - Liberaci dal demonio della superbia, della
impurità e della discordia, dalle cure e sollecitudini di questa vita,
affinchè gioiosi possiamo dedicarci completamente, noi e le nostre cose, al
tuo servizio eucaristico con cuore puro e con mente libera. Liberaci dai
falsi fratelli affinchè non opprimano la tua società ancora in fasce; dai
sapienti di questo secolo, che non abbiano ad inquinare il tuo spirito che è
in noi; liberaci dagli uomini dotti e superbi, affinché non provochino su di
noi la tua ira e il tuo abbandono; dagli effeminati, che non smorzino
l'ardore della virtù e il vigore della santa disciplina; dagli uomini doppi
e incostanti, che non turbino la nostra semplicità.
9. Amen. - Io spero in te, o Signore; non sarò confuso. Tu solo sei il
buono, il Potente, l'eterno. A te solo sia onore e gloria, amore e
ringrazianiento nei secoli dei secoli.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Io sottoscritto (d'ora in avanti "l'Augurante") chiedo al mio interlocutore
(d'ora in avanti "l'Augurato") di accettare senz'alcun obbligo, implicito o
esplicito, i voti più sinceri dell'Augurante (d'ora in avanti "gli Auguri")
affinché l'Augurato possa trascorrere nel migliore dei modi (ove nella frase
"migliore dei modi" si sottintende da parte dell'Augurante e si presuppone
da parte dell'Augurato un atteggiamento che tenga conto delle problematiche
di carattere sociale, ecologico e psicologico, che non sia causa di tensione
e/o competizione, né comporti o favorisca alcun tipo di assuefazione o di
discriminazione, sia sessista, sia di diverso carattere) per la festività
coincidente al Solstizio d'Inverno convenzionalmente nota come "Natale", ma
che può essere chiamata e celebrata dall'Augurato secondo le sue tradizioni
religiose e/o laiche, premesso il debito rispetto nei confronti delle
tradizioni religiose e/o laiche di persone di qualunque razza, credo o sesso
diverse dall'Augurato, ivi comprese coloro che non praticano alcuna
tradizione religiosa e/o laica. Qualsiasi riferimento a qualunque divinità,
figura mitologica, personaggio tradizionale, reale o leggendario, vivo o
morto che sia; a simboli (ove sono compresi tra l'altro - ma non
limitativamente - canti e rappresentazioni artistiche, letterarie e
sceniche) religiosi, mitologici o della tradizione che possa essere
ravvisato direttamente o indirettamente nei presenti Auguri non implica da
parte dell'Augurante alcun sostegno nei confronti della figura o del simbolo
in questione.
L'Augurante chiede inoltre all'Augurato di accettare gli auguri per un
felice (ove l'aggettivo "felice" viene definito tra l'altro - ma non
limitatamente - come "gratificante dal punto di vista personale,
sentimentale e finanziario e privo di complicazioni di carattere medico,
dirette o indirette") anno 2005. L'Augurante sottolinea che la datazione
"2005" è qui considerata come convenzionale, così com'è considerata
convenzionale la data del 1° Gennaio come inizio dell'anno, e dichiara il
suo assoluto rispetto per altri tipi di datazione legati alle differenti
culture religiose e/o laiche di cui l'Augurante riconosce il prezioso
contributo allo sviluppo dell'attuale società multietnica.
Augurante e Augurato convengono inoltre su quanto segue: - Gli Auguri
valgono a decorrere dalla data del presente accordo al 31 Dicembre 2005,
dopodiché dovranno essere esplicitamente rinnovati da parte dell'Augurante.
- Gli Auguri non implicano alcuna garanzia che i voti di "felicità" espressi
dall'Augurante trovino un effettivo riscontro nella realtà dell'Augurato, il
quale non potrà attribuire all'Augurante alcuna responsabilità civile e/o
penale e/o morale per la loro mancata attuazione. - Gli Auguri sono
trasferibili a terzi purché il testo originale non subisca modifiche o
alterazioni. La libera diffusione del testo non implica tuttavia il pubblico
dominio del testo stesso, i cui diritti appartengono in ogni caso al
detentore del copyright. - L'Augurante declina ogni responsabilità derivata
dall'utilizzo degli Auguri al di fuori dai limiti prescritti; in
particolare, l'Augurante declina ogni responsabilità per eventuali danni
fisici o morali all'Augurato e/o a persone e/o sistemi informatici a lui
collegati derivati dall'invio degli Auguri mediante E-Mail o qualunque altro
metodo di trasmissione, elettronico o di diverso genere, attualmente in uso,
in fase di sperimentazione o non ancora inventato.
Ciò stabilito
Buon Natale e Buon 2005
In Jesu et Maria
Don Alfredo M. Morselli
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
Da: "pierinof@..." <pierinof@...>
Data: Mon, 20 Dec 2004 17:44:47 +0100
A: Sacerdos-owner <Sacerdos-owner@yahoogroups.com>
Oggetto: Re:[Sacerdos] Massimo Caccia - Richiesta contatto
Come il fratello Pietro diacono anche io voglio rispondere all'appello in
questo anno che prepara l'avvento ad un evento che ha avuto una lunga
gestazione ossia la mia ordinazione diaconale che molto probabilmente
coinciderà con la conclusione dell'anno eucaristico.
Mi chiamo Pietro Fontanella (detto Pierino :-)) sono un accolito della
diocesi di Napoli, sono sposato ed ho tre figli e come ho detto sono in
cammino (quasi al temine ) per l'ordinazione (mentre lo scrivo sento una
stana sensazione allo stomaco). No vi assicuro non sono i morsi della fame
ma la consapevolezza di una cosa che mi supera e mi sconvolge e che
all'inizio non ho intrapreso con piena coscienza. Sento davvero tutto il
peso di questa scelta e spesso mi interrogo sulla veridicità di questa
chiamata; lo so, lo so, tutti dicono che Dio sceglie secondo piani
misteriosi e nessuno è profondamente degno della sua chiamata, che lui ci
rende degni, ma vi assicuro che questo non mi consola molto. Se penso alla
responsabilità, all'impegno quotidiano da vivere nel profondo con Dio senza
tentennamenti perchè da diaconi si è posti volenti o nolenti come esempio e
cerniera tra la dimensione clericale e quella laicale, mi tremano le gambe.
Spesso dico a Gesù: ma sei sicuro? sei proprio convinto? Non ti fidare di
me!!! Io non mi fiderei!
Poi mentre lo dico penso:...l'importante è che io mi fidi di Lui!
La mail del Diacono Pietro mi ha consolato molto, il suo entusiasmo, il suo
orgoglio, la sua gioia...non che a me manchino ma sono ancora timoroso, come
Giuseppe di prendere come sposa la Chiesa e quando sento il mio parroco che
scherzand (?) dice è il sentimento sacerdotale represso una grande
lacerazione interiore mi prende!
Fratelli e reverendo padri pregate per me e per gli altri 34 candidati della
mia classe, che prevalga davvero la volontà di Dio sulle nostre scelte e la
Vergine possa guidarci in questo anno ad una piena maturità nello Spirito in
modo da essere modelli di carità per tutti coloro che incontriamo sul nostro
cammino nel fedele servizio a Dio e all'uomo!
Auguri di un Santo Natale
Pietro
PS A tutti i parroci una raccomandazione: divulgate l'importanza della
ministerialità laicale nelle vostre parrocchie perchè la nostre comunità
siano veramente immagine di una Chiesa tutta ministeriale e seguite con
scrupolo e amore il cammino dei vostri parrocchiani che si avviano verso i
ministeri e verso il diaconato. E' un diritto dei vostri "figli" e un dovere
di voi pastori! Grazie per tutto quello che fate!
Da: <valpietro@...>
Data: Mon, 20 Dec 2004 11:33:04 +0100
A: <sacerdos@...>
Oggetto: Diaconi ....permanenti
Salve, sono un diacono uxorato, sono iscritto a questa mailing list da
diversi anni e leggo con grande utilita' quanto scritto nei vari messaggi.
Ho letto quello di Massimo Caccia...ed allora mi sono detto: fatti avanti!
Non so se cio sono altri diaconi...permanenti o no....io preferisco dire
come diceva il mio Vescovo : sei diacono e basta!! Il nostro ministero e'
veramente una grazia di Dio. Si scrive tantissimo sui diaconi e molti
cercano
ancora?? di capire come incasellare il diacono. Molti si preoccupano di
dire "cosa puo' fare", o in cosa si differenzia dal Preesbitero..oppure
cosa potrebbe fare ancora ecc....la cosa piu' bella e' pensare ed essere
consapevoli che il diacono, ricevendo l'Ordine Sacro e' consacrato al
servizio
della chiesa e dei fratelli esprimendo nella sua vita, nelle sue parole
e nelle sue opere Gesu' Cristo servo...che non e' venuto per essere servito,
ma per servire. Questo e' compito di tutti: vescovi, Presbiteri, diaconi,
religiosi, religiose, laici....il diacono e' , o dovrebbe essere...e puo'
essere segno visibile di Gesu' Servo di tutti....dovrebbe essere un cartello
indicatore. Guardando a lui dovrebbe essere piu' facile capire come tutti
soiamo chiamati a servire Gesu' specialmente nei poveri, nei
sofferenti...negli
ultimi.
Quando questo sara' il segno distintivo del diacono sara' a tutti chiaro
chio e' il diacono!
Caro Massimo...sono diacono dal 1997 e sono felice che il Signore mi ha
chiamato a servirlo cosi'. Un lungo periodo di preparazione telogica e
pastorale
ha preceduto la mia ordinazione...circa sette anni. E' giusto che chi domani
sara' chiamato a responsabilita' pastorali sia ben formato e pronto a
rendere
ragione delle proprie scelte, delle proprie parole e atteggiamenti. Con
una fedelta' alla chiesa senza riserve. Sono contento che in questo periodo
molti chiedono anche a me notizie ed informazioni sul ministero diaconale,
e sono molto felice di darle. Raccontando la mia vocazione, i problemi,
le aspettative, le difficolta'....avere la famiglia con te e' una grande
grazia...e il ministero ha una marcia in piu' che non doabbiamo e possiamo
sottovalutare. Auguro a te e a quanti sono intenzionati ad iniziare questo
cammino, tanti auguri perche' discernendo la volonta di Dio, possano
giungere
ad un fecondo servizio ministeriale a favore degli ultimi.
Un caro saluto e un circolare augurio di un Santo Natale per tutti.
diacono Pietro Valenti
Enna
Vi comunichiamo gli aggiornamenti delle rubriche e dei siti del network
www.totustuus.net <http://www.totustuus.net>
1) IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info <http://primopiano.totustuus.info/>
G.P.II: gli attacchi al matrimonio e alla famiglia si fanno ogni giorno più
forti e radicali
"Il tentativo di ridurre la famiglia ad esperienza affettiva privata,
socialmente irrilevante; di confondere i diritti individuali con quelli
propri del nucleo familiare costituito sul vincolo del matrimonio; di
equiparare le convivenze alle unioni matrimoniali; di accettare, e in alcuni
casi favorire, la soppressione di vite umane innocenti con l'aborto
volontario; di snaturare i processi naturali della generazione dei figli
introducendo forme artificiali di procreazione, sono solo alcuni degli
ambiti in cui è evidente il sovvertimento in atto nella società".
2) PAGINE CATTOLICHE:
(Teologia/Mariologia)
La verginità di Maria, oggi (11)
http://www.paginecattoliche.it/303_Roschini.htm
Parte III: "Non conosco uomo". La verginità di Maria «dopo il parto».
CONCLUSIONE: MARIA " SEMPRE VERGINE ". Salutiamo dunque, con la Chiesa e con
tutti i devoti figli di Lei, la Vergine SS. col titolo glorioso di "sempre
vergine". "Sempre vergine" nell'anima e nel corpo, nella mente e nel cuore.
"Sempre vergine" nei pensieri e negli affetti, nelle parole e nelle opere.
"Sempre vergine" sia prima di darci il fiore dei fiori, Gesù, sia nel
darcelo, sia dopo avercelo dato.
(Teologia/storia)
Libro III - Cap. 4 La rivoluzione industriale
http://www.paginecattoliche.it/NEWMO04.htm
Prof. A. Torresani. Le trasformazioni agrarie in Gran Bretagna - Il cotone
americano arriva in Gran Bretagna - Ferro e carbone - La macchina a vapore -
Le vie di comunicazione: strade e canali - Conseguenze sociali della
rivoluzione industriale - Cronologia essenziale - Il documento storico - In
biblioteca.
(Santi)
S. MARIA EUFRASIA PELLETIER (1796-1868)
http://www.paginecattoliche.it/SMARIA_E_PELLETIER.htm
Dopo la professione religiosa fu nominata maestra assistente delle penitenti
e quindi direttrice della loro classe. Per le sue dipendenti cominciò subito
a pregare con fervore "perché - disse più tardi - mi pareva che fosse
proprio questo il miglior modo per giovare loro". Fin dai primi contatti con
le ragazze capì subito che, per non stancarle, non doveva predicare troppo;
che era suo dovere tenerle occupate, cercare di interessarle e di essere
molto giusta e molto materna con esse. Facendo così, quasi senza volerlo,
acquistò presto uno straordinario ascendente sulle traviate.
3) IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info <http://libreria.totustuus.info/>
Inchiesta su Gesù bambino.
Misteri, leggende e verità sulla nascita che ha diviso in due la storia
"23 dicembre. Molta gente, molti auguri. Mi accorgo, però, che nessuno pensa
veramente alla Natività di Cristo e al suo significato". Questo appunto
datato 1947 e scritto da Giovanni Papini nel suo diario è all`origine
dell`Inchiesta su Gesù Bambino che avete tra le mani. Le parole dello
scrittore fiorentino, riscoperte per caso aprendo un libro della mia
biblioteca, sono infatti tremendamente attuali e fotografano la realtà
quotidiana nella quale siamo immersi sotto le feste.
4) UN SACERDOTE RISPONDE:
http://sacerdote.totustuus.info <http://sacerdote.totustuus.info/>
Perché Gesù non preserva i bambini dalla morte?
Adesso io ho 46 anni, e tutto questo tempo è passato veramente in un attimo;
mi ricordo quando ero bambino, il primo giorno di scuola, la prima
Comunione... Quel tempo che sembrava non passasse mai (quando diventerò
grande? quando finirò la scuola? quando avrò diciotto anni?...), è volato
via in un istante. Vivrò forse altri 46 anni? Non lo so, ma, se così fosse,
sarà un altro attimo; anche se vivessi ancora mille anni, sarebbe ugualmente
un altro solo attimo..
5) SANTO DEL GIORNO:
(raggiungibile dal sommario/liturgia e preghiera)
Nella rubrica pubblicata tutti i giorni anche una delle brevi vite di santi
tratte dal volume Un santo al giorno dello scrittore cattolico Rino
Cammilleri (ed. Piemme)
6) TRACCE DI OMELIE:
http://omelie.totustuus.info
Omelia del 25 dicembre 2004 - Santo Natale
"La nascita di Dio. Questa frase suona strana e ha bisogno di essere
spiegata. Ad un certo punto nel tempo Dio ha assunto una natura umana
definita, limitata, e vive una vita sulla terra. Egli è sempre Dio e, nel
tempo, diviene Dio in una natura umana. Perché? Possiamo suggerire alcune
ragioni [...]".
Omelia del 26 dicembre 2004 - Santa Famiglia
"L´obbligo religioso nei confronti dei genitori. Sia nella tradizione
ebraica del Siracide, sia nell´adempimento cristiano così come indicato
nella lettera di Paolo ai cristiani di Colossi, vediamo la natura religiosa
del rispetto filiale e della devozione nei confronti dei propri genitori".
7) AL CINEMA:
http://cinema.totustuus.info
Recensione cinematografica: "Così fan tutti" di A. Jaoui, con A. Jaoui, J.P.
Bacri (voto: 8).
8) DICONO DI NOI:
http://dicono.totustuus.info
PASSI VIRTUALI VERSO LA GROTTA DI BETLEMME
Molti i siti internet che in diversi modi propongono riflessioni e spunti
per vivere con intensità il cammino verso la Natività.
9) FATTISENTIRE.NET
http://www.fattisentire.net
Fecondazione artificiale: sacrifici umani e fuochi di Baal
"La legge 40/2004 costituisce già oggi il minimo accettabile di tutela dei
diritti dei soggetti coinvolti nelle procedure di fecondazione artificiale,
non sono quindi ammissibili modifiche legislative che non potrebbero che
essere largamente peggiorative" (Forum delle Associazioni Familiari,
Newsletter numero 25 del 19-11-2004). http://www.fattisentire.net INVITA a
intervenire sui propri parlamentari chiedendo che la legge 40/2004 non venga
modificata in senso peggiorativo. Per aderire alla e-campagna clicca qui
oppure su http://embrioni.totustuus.info
10) "FLOSCARMELI"
http://www.floscarmeli.org/
La Comunione Spirituale di S.E. Mons. Emmanuel Marie De Giberges
(1855-1920), già vescovo di Valence
http://www.floscarmeli.org/modules.php?name=News=article=469
<http://www.floscarmeli.org/modules.php?name=News&file=article&sid=469>
La comunione spirituale è poco conosciuta e poco praticata, eppure è una
sorgente speciale e incomparabile di grazie: «Essa è per se stessa, dice il
P. Faber, una delle più grandi potenze della terra». - «Per mezzo di essa,
scrive S. Leonardo da Portomaurizio, molte anime arrivarono a gran
perfezione».
Il film «AMEN»:una grossa calunnia e una deformazione della storia di Andrea
Tornielli
http://www.floscarmeli.org/modules.php?name=News=article=470
<http://www.floscarmeli.org/modules.php?name=News&file=article&sid=470>
Per dimostrare che Pio XII e la Santa Sede, «colpevoli» di aver taciuto per
«realpolitik» su quanto accadeva agli ebrei, Costa Gavras compie una serie
di manipolazioni, falsificazioni, omissioni. «Amen» è un film a tesi,
un'opera di pura fantasia, contraddetta dai documenti degli archivi. Lo
spettatore crede di vedere la storia, ma i fatti storici raccontati dal
regista sono tutti manipolati in modo fazioso, a senso unico, per dimostrare
la tesi della colpevolezza della Chiesa e in particolare del Papa.
11) "OPUS DEI... TUTTA LA VERITA'"
http://www.escriva.it
- Video
Un nuovo video di san Josemaría Escrivá è disponibile nella pagina dei Video
(www.escriva.it/video.php <http://www.escriva.it/video.php> ); si tratta del
filmato di un incontro tenuto nel 1974 a San Paolo (Brasile).
- Le opere del fondatore
Nella pagina dei Downloads (www.escriva.it/downloads.php
<http://www.escriva.it/downloads.php> ) la versione completa di "Solco".
- Il codice da Vinci
Nella sezione Documenti (www.escriva.it/documenti.php
<http://www.escriva.it/documenti.php> ) un interessante articolo di Marco
Respinti dal titolo "Le bufale del Codice da Vinci".
- Le news sull'Opus Dei
Tutti gli articoli più recenti e interessanti nella rinnovata pagina delle
News (http://www.escriva.it/phpbb2/viewforum.php?f=1)
12) "AMICI DI JOSEPH RATZINGER"
www.ratzinger.it <http://www.ratzinger.it>
I gulag dimenticati
BILANCI DEL '900: dal 1968 al 1989 un'epoca segnata da utopie che volevano
imporsi e sostituirsi al cristianesimo. Protesta giovanile e comunismo, due
forme di un'unica idea: l'appartenenza a questo mondo
13) "CENTRO CULTURALE CATTOLICO CARLO CAFFARRA"
http://www.caffarra.it
--> 2 dicembre 2004 - Seconda lezione ai docenti universitari "La libertà
umana nella concezione cristiana"
--> 4 dicembre 2004 - Incontro con i fidanzati
--> 8 dicembre 2004 - Omelia per l'Immacolata Concezione di Maria
--> 9 dicembre 2004 - Terza lezione ai docenti universitari "La libertà
umana nella concezione cristiana"
14) STATISTICHE:
Il nuovo banner exchange ha 310 siti aderenti
Iscritti a questa lettera di aggiornamenti: 7.300
15) BENEFATTORI:
http://comeaiutarci.totustuus.info
Alla prossima settimana!
iJpM
TTNet
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
------Messaggio inoltrato
Da: Massimo <magio93@...>
Data: Fri, 17 Dec 2004 21:11:50 +0100
A: <sacerdos@...>
Oggetto: Richiesta contatto
Da tempo sono iscritto a questa mailing list ed ho sempre letto i messaggi
messi in circolazione con estremo interesse. Desiderei contattare,
eventualmente ve ne fossero iscritti, i diaconi permanenti presenti, per
eventuali scambi e riflessioni così come i sacerdoti che collaborano con i
diaconi.
accolito Massimo Caccia, candidato al diaconato permanete nella diocesi di
Novara.
Saluti e fraternità.
------ Fine del messaggio inoltrato
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
La risposta di Ratzinger all'ipotesi di un "cristianesimo
non confessionale" avanzata da Pera
di Vittorio Messori
Aperto, comprensivo, amichevole: ma, al contempo, non
dimentico di essere il prefetto di quello che si chiamò per
secoli Sant'Uffizio.
Dunque, sempre consapevole di essere chiamato a vegliare
sull'ortodossia della dottrina cattolica: e senza sconti,
pur nello stile dell'incontro più cordiale.
Così, il cardinal Joseph Ratzinger dialoga volentieri con il
presidente del Senato, Marcello Pera, pronto a lodarlo per
il suo laico elogio del cristianesimo e disposto ad
apprezzare le sue lucide analisi.
Il porporato ascolta, ma, poi, fissa sorridendo i paletti e
chiarisce se e in che modo la Chiesa possa accettare il
consiglio e l'aiuto di chi rispetta la fede, ma dichiara di
non condividerla, almeno nel suo aspetto sacramentale e
misterico.
Questa compitissima, ma decisiva, schermaglia, nel dialogo
tra il teologo bavarese e il filosofo toscano, sembra essere
stata poco colta da molti che, nei media, hanno commentato
Senza Radici (Mondadori, pp. 134, 7,70).
Il volumetto è l'assemblaggio editoriale di due discorsi
romani degli autori, seguiti da una lettera di Pera a
Ratzinger e viceversa.
Le "radici" cui il titolo allude sono, ovviamente, quelle
cristiane, che la nomenklatura dell'Unione Europea non ha
voluto riconoscere nel preambolo del suo testo
costituzionale.
Il laico Pera non solo se ne rammarica, ma sembra
considerare quasi suicida, o almeno gravemente masochistico,
un simile rifiuto.
In effetti, l'Europa, l'intero Occidente sono sotto
l'attacco di un fanatismo islamico che esigerebbe da noi non
l'abbandono ma, al contrario, un rafforzamento della nostra
identità.
Un "riarmo morale" che non significa né esclusione né
scontro, bensì chiarezza di posizioni, premessa per un
dialogo autentico e anche, se necessario, per una legittima
difesa.
Tutto il pensiero del presidente del Senato è dominato, in
queste pagine, da una denuncia esplicita di quel verminaio
di ipocrisie, di eufemismi, di autocensure, di irrealismi,
di buonismi pelosi che è l'ideologia, ormai vincente in
Occidente, del "politicamente corretto".
Per chi non rispetta questo nuovo dogmatismo "scattano",
dice Pera, "le manette linguistiche" e poi l'espulsione dal
consorzio civile e la condanna all'esilio culturale.
La melensa dottrina della political correctness è
responsabile del relativismo che ispira la vulgata egemone
in Europa e per la quale è vietato dire (tra l'altro) che,
rispetto all'Islam, la cultura creata dall'Occidente
cristiano non è solo "diversa": è "migliore" ed è
auspicabile che si estenda sempre più.
Per recuperare la nostra identità, per attrezzarci alla
sfida epocale ritrovando il nostro sistema di valori, il
laico Pera propone una "religione civile", auspica una
"religione cristiana non confessionale", in cui possano
riconoscersi anche quei non credenti, quei non praticanti
che non accettano la resa all'aggressione islamica.
Sono proposte che fanno drizzare le orecchie, malgrado il
fair play cordialissimo, al cardinal Ratzinger, cui cose del
genere ricordano subito il protestantesimo liberal, padre e
figlio dell'Illuminismo razionalista.
Si è dunque prossimi alla ideologia della massoneria (anche
se il nome non viene fatto), che la Chiesa ha combattuto
proprio perché pretende di essere "un cristianesimo senza
Cristo", una religione non solo senza dogmi, ma anche senza
fede, almeno in quella pienezza che il cattolicesimo
intende.
Ecco, dunque, il prefetto dell'ex Sant'Uffizio mettere in
guardia, pur con il massimo di comprensione e di apertura.
Un rinnovato "ethos mondiale", constata, non può nascere a
tavolino, stabilito da commissioni, da convegni, da pur
nobili auspici di intellettuali.
Può sorgere soltanto da "minoranze creative": cristiani
convinti, cioè, uomini che abbiano fatto l'incontro decisivo
con Gesù come Salvatore, che si nutrano dei sacramenti
amministrati da una Chiesa nella quale riconoscano "la forza
da cui sgorga la vita spirituale".
Credenti espliciti, dunque, che si riconoscano
nell'ortodossia cattolica, che siano in grado di convincere
con l'esempio della gioia di chi ha scoperto nel Cristo
l'evangelica "perla preziosa".
"Simili minoranze cristiane - dice Ratzinger - non hanno
nulla di settario": anzi, possono creare luoghi di incontro,
di ricerca comune, di solidarietà, aprendosi fraternamente a
chi non riesca a comprendere che la prospettiva di fede non
è una zavorra, ma un paio di ali, che i dogmi non sono
sbarre ma finestre verso l'Infinito.
In questo senso, andrebbe superata l'antinomia tra credenti
e laici: precisando, però, che nucleo generatore e centrale
della civil religion proposta da Pera debbono essere gruppi
di cristiani ferventi, anzi di cattolici fedeli.
Questa dunque la ricetta cardinalizia per ritrovare (a
beneficio di tutti) le radici cristiane, per contrastare
quella che chiama "la patologia dell'odio di sé che ha
infettato tanta intellighenzia europea" e che si manifesta
in un relativismo che porta alla rovina, perché pecca della
colpa che il Cristo più duramente ha condannato.
L'ipocrisia farisaica, cioè, ispiratrice di quei
"politicamente corretti" che definiscono integralista,
fanatico, imperialista, chiunque non pratichi la
diffamazione della storia e dei valori di un'Europa che - lo
riconosca o no - venti secoli di Vangelo hanno forgiato.
Corriere della sera 14 Dic 04
LA COMUNIONE SPIRITUALE
di Mons. De Guiberges
già Vescovo di Valence
«Se qualcuno ascolta la mia voce
e mi apre la porta, io entrerò da lui
e farò un banchetto con lui,
ed egli con me».
(Apoc., III, 20).
Non sarebbero completi questi trattenimenti sulla comunione, se non
parlassimo della comunione spirituale.
Infatti il Catechismo del Concilio di Trento, detto Catechismo romano,
perchè è il formulario della dottrina romana, si esprime così: «Bisogna che
i pastori di anime insegnino che non vi è solo una maniera per ricevere i
frutti ammirabili dei sacramento dell'Eucaristia, ma ve ne sono due: la
comunione sacramentale e la comunione spirituale».
La comunione spirituale è poco conosciuta e poco praticata, eppure è una
sorgente speciale e incomparabile di grazie: «Essa è per se stessa, dice il
P. Faber, una delle più grandi potenze della terra». - «Per mezzo di essa,
scrive S. Leonardo da Portomaurizio, molte anime arrivarono a gran
perfezione».
Per trarre da questo inestimabile tesoro tutte le ricchezze che racchiude,
bisogna sapere 1° in che cosa consiste la comunione spirituale, 2° quali
grazie racchiude, 3° in che modo pratico si può fare.
*
* *
In che consiste la comunione spirituale?
Essa è anzitutto una comunione; lo afferma il Concilio di Trento. E dunque
una partecipazione reale alle grazie dell'Eucaristia, benché distinta dalla
partecipazione sacramentale propriamente detta.
Dopo di aver visto quali grazie scendono dall'Eucaristia nelle anime, non
basta, per stimare la comunione spirituale, sapere che ci comunica veramente
una parte considerevole di quei benefizi? Diremo ora in quale misura e fin
dove questo si estenda.
Questa comunione non si fa esteriormente, come la comunione sacramentale, ma
spiritualmente, cioè internamente e mentalmente, senz'alcun atto materiale e
corporale: spiritualmente, cioè soprannaturalmente e divinamente.
Si chiama pure comunione interiore, comunione del cuore, comunione
invisibile e mistica; perchè ci unisce a Gesù in modo misterioso e nascosto,
senz'alcun segno visibile come nella comunione sacramentale. Si chiama
finalmente comunione virtuale, perchè ha la virtù di farci partecipare ai
frutti dell'Eucaristia.
Che cosa si deve fare per comunicarsi spiritualmente? Basterà fare degli
atti di fede e di amore verso Gesù presente nell'Eucaristia? No. Bisogna
formulare espressamente il desiderio di comunicarsi: e perchè questo
desiderio sia sincero, bisogna, essere disposto a comunicarsi
sacramentalmente, se fosse possibile.
Del resto un semplice desiderio, se è vero e profondo, per quanto breve e
rapido, basta a costituire la comunione spirituale. Evidentemente quanto più
il desiderio sarà prolungato, tanto più la comunione sarà fruttuosa; ma con
un semplice slancio del cuore verso Gesù nell'Eucaristia si fa la comunione
spirituale, si partecipa alle grazie della comunione sacramentale.
Ecco come questo avviene:
Nostro Signore è nell'Eucaristia per noi; il suo desiderio di venire in noi,
di essere tutto nostro, di possederci, di vivere in noi, è vivissimo ed Egli
non domanda che di poterlo soddisfare.
«Io ardo di desiderio di darmi a te, diceva Gesù alla Ven. Giovanna Maria
della Croce, e quanto più mi do, tanto più desidero di darmi nuovamente. Io
sono, dopo ciascuna delle tue comunioni, come il pellegrino divorato dalla
sete, al quale si dà una goccia d'acqua e dopo è più assetato ancora. Così
io desidero continuamente di darmi a te». Gesù rivolge queste medesime
parole a ciascuno di voi.
Gesù vorrebbe venire ogni giorno nel vostro cuore con la comunione
sacramentale, ma non gli basta ancora: vorrebbe venire in voi continuamente.
Questo desiderio divino si compie con la comunione spirituale. «Tutte le
volte che tu mi desideri, diceva Gesù a Santa Metilde, tu mi attiri in te.
Un desiderio, un sospiro, basta per mettermi in tuo possesso.»
Nostro Signore spesso rivelò ad anime sante e in maniere diverse, il
desiderio ardente che ha di unirsi a noi.
A S. Margherita Maria diceva: «Il tuo desiderio di ricevermi ha toccato così
dolcemente il mio cuore, che se non avessi istituito questo Sacramento, lo
avrei fatto in questo momento, per unirmi a te».
Nostro Signore incaricava Santa Margherita da Cortona di ricordare ad uri
religioso le parole di Sant'Agostino: «Credi, e tu avrai mangiato»; cioè,
fa¹ un atto di fede e di desiderio verso l'Eucaristia, e tu sarai nutrito da
questo alimento divino.
Alla B. Ida da Lovanio, durante una messa in cui essa non aveva potuto
comunicarsi, Gesù diceva: «Chiamami, e io verrò! , - «Venite, o Gesù!»
esclamò tosto la santa, e si sentì riempire di felicità come se realmente si
fosse comunicata.
E, dopo una comunione spirituale di cui gustava tutte le delizie, Santa
Caterina da Siena si sentiva dire da Gesù: «In qualunque luogo, in qualunque
maniera mi piaccia, io posso, voglio e so soddisfare meravigliosamente i
santi ardori di un'anima che mi desideri».
Questo desiderio di Gesù, di unirsi a noi, è infinito e onnipotente: non
conosce altro ostacolo che la nostra libertà. Gesù ha moltiplicato i
miracoli per venirsi a chiudere nell'ostia, per potersi dare a noi. Che cosa
gli costa il fare un miracolo di più e il darsi direttamente a noi senza
l'intermediario dei Sacramento? Non è forse padrone di se stesso, di tutte
le sue grazie, della sua divinità? E se, chiamato da poche parole, discende
dal cielo nell'ostia, fra le mani del sacerdote, non scenderà direttamente
nel nostro cuore, se vi è chiamato dall'ardore dei nostri desideri?
O meraviglioso potere dell'anima umana! O potenza di un desiderio sincero,
inspirato dall'amore! Potere che permette a ciascuno di voi di fare per sé,
in qualche maniera, ciò che il sacerdote fa per tutti i fedeli!
Agar fuggendo nel deserto e vedendo che il suo bambino sarebbe morto di
sete, alzò al cielo un grido straziante e tosto scaturì una sorgente d'acqua
fresca per salvare la madre e il figlio.
Gridate dunque verso Dio il vostro desiderio e Dio vi risponderà facendo
scaturire dal suo seno, per santificarvi, una sorgente di vita eterna!
Un povero selvaggio non ha un sacerdote che lo battezzi, ma fa salire a Dio
il grido dei suo desiderio, ed eccolo battezzato!
Un povero peccatore si volge a Dio; dalla sua confusione volge i suoi
sguardi alla Bontà infinita; esso ha sete di amore e di perdono, ed eccolo
perdonato!
Voi non potete accostarvi alla santa mensa, sia che già vi siate comunicati
il mattino, sia che qualche ostacolo ve l'impedisca. Gettate su l'ostia del
Tabernacolo degli sguardi di desiderio, manifestate la vostra fame e la
vostra sete a Gesù. Ditegli: o Gesù, venite, io muoio senza di voi! - Gesù
verrà e voi vi sarete comunicati.
Durante la messa, il sacerdote prende l'ostia fra le mani; si raccoglie,
s'inchina e pronunzia poche parole. Tosto il cielo si apre, Gesù discende
alla voce del suo amico che lo chiama: eccolo fra le mani del sacerdote!
O anime pie, raccoglietevi profondamente, concepite nel vostro cuore un
desiderio ardente. Tocco e spinto da questo desiderio, Gesù discende alla
sua sposa diletta: eccolo nel vostro cuore!
O bontà ineffabile, o larghezza infinita, o munificenza senza limiti, o
amore incomprensibile! Dio non è più il sovrano Padrone e la creatura non è
più serva: la creatura diventa il padrone sovrano di Dio e Dio si fa Il
servo più docile e più premuroso della creatura! «Non sono venuto tra voi,
diceva Gesù, per essere servito, ma per servire.» la comunione spirituale è
una vera onnipotenza data alla creatura sul Creatore, all'anima pia, su
Gesù! Il P. Faber ha ragione: «La comunione spirituale è una delle più
grandi potenze della terra! (1)»
*
* *
Come si potranno dunque esprimere i frutti innumerevoli che la comunione
spirituale ci reca?
Si può riassumere tutto dicendo che è una comunione, cioè una partecipazione
all'Eucaristia e alle grazie della comunione sacramentale.
Il Concilio di Trento, parlando dell'uso del sacramento ammirabile
dell'Eucaristia, dice espressamente che «molti la ricevono spiritualmente e
sono quelli che mangiando con il desiderio questo pane celeste che a loro è
offerto, gustano il frutto e l'utilità di questo sacramento.» Dunque,
secondo il Concilio di Trento e secondo tutta la teologia, la comunione
spirituale è un mangiare spiritualmente dei corpo di Nostro Signor Gesù
Cristo. Per conseguenza, tutto ciò che abbiamo detto degli effetti della
comunione sacramentale, si ripete qui, benché in modo diverso e in un grado
inferiore (2).
Il primo effetto della comunione spirituale è dunque di accrescere la nostra
unione con l'umanità e con la divinità dei Verbo incarnato. Questo è il suo
effetto principale, il suo frutto essenziale: tutte le altre grazie che vi
si ricevono, derivano da queste. Eccole in riassunto:
Il fervore è rianimato. «La comunione spirituale, dice il b. Curato d'Ars,
fa su l'anima come un colpo di soffietto sul fuoco coperto di cenere e
prossimo a spegnersi. Quando sentiamo che l'amor di Dio si raffredda,
corriamo presto alla comunione spirituale» Povero cuore! perde così
facilmente il suo calore e si ricopre di ceneri così presto! La comunione
spirituale rianima il focolare e fa sprigionare la fiamma del fervore.
In mezzo alle prove del nostro pellegrinaggio quaggiù, continuamente
c'invade la tristezza, e il nostro cuore si riempie di fitte nebbie.
La comunione spirituale dissipa la caligine, come il sole del mattino; esso
riconduce la gioia nel cuore, rende all'anima la pace.
Essa conserva pure il raccoglimento: è il mezzo più efficace per premunirsi
contro la dissipazione, la leggerezza e tutte le divagazioni della mente e
della fantasia. Essa ci abitua a tenere i nostri sguardi fissi su Gesù, a
conservare con lui una dolce e costante intimità, a vivere con lui in una
continua unione di cuore.
Essa ci distacca da tutto ciò che è puramente sensibile e terrestre; ci fa
sdegnare le vanità che passano, i piaceri del mondo che durano poco. «Essa è
il pane del cuore, dice S. Agostino, essa è la guarigione del cuore» Essa
separa il nostro cuore da tutto ciò che è impuro e imperfetto; lo trasforma
e lo unisce strettamente al cuore di Gesù.
Essa rende le nostre relazioni con Gesù più tenere e più familiari. Essa ci
dà per lui una devozione più ardente e più profonda; essa ci fa meglio
gustare la soavità e la dolcezza della sua presenza. «Quando faccio il segno
di croce, scrive sant'Angela di Foligno, portando la mano al cuore e dicendo
... e del Figlio, provo un vivo amore e una gran dolcezza, perchè sento che
Gesù è lì.»
La comunione spirituale mette Gesù lì, nell'interno del nostro cuore, in una
residenza permanente e incantevole.
La comunione spirituale ha pure un'efficacia meravigliosa per cancellare i
peccati veniali e per rimettere le pene dovute al peccato. Le anime pie che
la praticano sovente e bene, saranno esenti dalle fiamme del purgatorio.
Gesù le trasporterà direttamente dalla terra al cielo, come l'anima di
Giovanna d'Arco, che fu vista, al momento delle sua morte, salire
direttamente in Paradiso, sotto forma di bianca colomba.
La comunione spirituale darà in cielo alle anime che l'avranno fatta bene,
una gloria sorprendente. Nostro Signore diceva a Santa Geltrude che ogni
qualvolta uno guardasse con devozione l'ostia Santa, aumenterebbe la sua
felicità eterna e si preparerebbe per il cielo tante delizie diverse a
misura che avrebbe moltiplicato quaggiù quegli sguardi d'amore e di
desiderio verso l'Eucaristia.
Le anime che si saranno comunicate spesso spiritualmente, splenderanno in
cielo di una luce particolare e gusteranno delle gioie speciali, più dolci e
più deliziose, che gli altri non conosceranno.
La comunione spirituale, aumentando ogni giorno i nostri desideri di
ricevere Gesù, ci spinge alla Comunione sacramentale, c'impedisce di
tralasciarla per colpa nostra, la rende più frequente, ci dispone a
riceverla meglio e a trarne più frutti. La comunione spirituale è, al dire
di tutti i Santi, la migliore preparazione alla comunione sacramentale.
Aggiungete inoltre che la comunione spirituale si può offrire secondo
l'intenzione del prossimo, sia in favore dei vivi, sia in favore dei
defunti.
La beata Margherita Maria raccomandava la comunione spirituale in suffragio
delle anime del Purgatorio, «Voi solleverete assai quelle povere anime
afflitte, essa diceva, offrendo per esse delle comunioni spirituali, per
riparare al cattivo uso da esse fatto delle comunioni sacramentali.»
Finalmente dovete sapere che tutti questi benefici e tutte queste grazie che
derivano dalla comunione spirituale, si ricevono ogni volta nella misura
delle vostre disposizioni, cioè secondo il valore del vostro desiderio. Più
è intenso il vostro desiderio di comunicarvi, più è puro e prolungato, e più
voi parteciperete dei frutti dell'Eucaristia e di tutti i favori che abbiamo
enumerato; tutto questo con nessun altro limite che l'ardore, l'estensione e
la vivezza dei vostri desideri.
I santi sono unanimi nell'esaltare le meraviglie della comunione spirituale.
Arrivano a dire come la Ven. Giovanna Maria della Croce, «che Dio, con
questo mezzo, ci colma spesso delle medesime grazie della comunione
sacramentale»; e, con santa Geltrude e col P. Rodriguez, «qualche volta di
grazie ancora più grandi» ; poiché, nota quest'ultimo, «benché la comunione
sacramentale sia, per se stessa, di una maggiore efficacia, tuttavia il
fervore del desiderio può compensare la differenza».
*
* *
Quale altro incoraggiamento più prezioso si può dare alla comunione
spirituale? E come spingervi di più a praticarla frequentemente?
Quando dunque la farete? - La farete sempre durante la Messa, quando vi
assistete senza potervi comunicare sacramentalmente. «Bisogna, dice il
Rodriguez, divorare con gli occhi dell'anima quel divino alimento. Bisogna
aprire la bocca dell'anima con un ardente desiderio di ricevere questa manna
celeste, e di gustarne lungamente la dolcezza entro il cuore».
Voi farete la comunione spirituale, secondo il consiglio di S. Alfonso, al
principio e alla fine delle vostre visite al SS. Sacramento. Che bella
maniera d'impiegare quel tempo prezioso! Gesù è realmente là, a pochi passi
da voi, ardente di desiderio di venire in voi. Ardete dello stesso desiderio
per lui, e verrà ad unirsi a voi in una dolce intimità. Voi uscirete dalla
chiesa infiammati di amore!
Voi farete la comunione spirituale il mattino appena svegliati.
«Svegliandoti, diceva Gesù a santa Metilde, devi sospirare a me con tutto il
cuore! Desiderami con un sospiro di amore e io verrò in te, opererò in te e
soffrirò in te tutti i tuoi patimenti».
Voi vi comunicherete spiritualmente, dopo la preghiera, dopo la meditazione,
dopo la lettura spirituale, prima e dopo la recita del rosario e la sera
prima di addormentarvi.
Potete fare la comunione spirituale dieci volte, venti volte al giorno,
quante volte volete, poiché bastano pochi istanti, brevi giaculatorie
rivolte a Gesù nell'Eucaristia, per scongiurarlo di venire in voi. Qui non
importa il tempo; importa l'ardore e la veemenza del desiderio, la fame e la
sete dell'anima, lo slancio del cuore!
In quanto alla formula, la migliore sarà quella che uscirà più spontanea e
più viva da voi stessi! Sarà quella in cui metterete più amore e sopratutto
un amore più delicato, più puro, più generoso più disinteressato; quello in
cui farete sentire a Gesù che voi lo amate solo per lui.
Voi gli direte: O Gesù, venite, venite! Io ho bisogno di voi; l'anima mia
sospira e languisce, lontana da voi; tutto mi riesce insipido senza di voi!
O Gesù, io non posso vivere lontano da voi; io muoio senza di voi, o Padre,
Amico, Sposo, o Diletto, venite, venite!
O Amore, o Amore, mettete nel mio cuore gli ardori dei serafini e tutti i
sentimenti più infiammati della vostra Madre santissima!
O Amore infinito, venite ad amare voi medesimo in me: venite ad accendere
nel mio cuore tutti i desideri più ardenti che consumarono il vostro!
Sopratutto, o Amore, che io vi ami per voi! Che io dimentichi me stesso,
scomparisca, mi perda in voi! Venite in me, perchè io non viva più, ma
viviate ve! solo in me!
Come il vostro padre si è glorificato in voi, così glorificate voi stesso in
me! Prendete tutto ciò che è in me per farlo vostro per sempre!
Venite in me per continuarvi l'opera vostra, le vostre preghiere, le vostre
virtù, le vostre sofferenze, le vostre espiazioni, i vostri meriti!
O Gesù, o Diletto, nulla per me, tutto per voi e per sempre! Venite in me,
vivete in me, e voi ed io siamo consumati nell'unità!
Voi farete le vostre comunioni spirituali così o in altri termini anche più
ardenti, con espressioni più fervide e più infiammate. Spesso anche
resterete silenziosi, poiché la bocca diventa impotente a formulare i
desideri del cuore, quando questo si lascia rapire e trasportare dall'amore
divino.
Allora si soffre assai non potendosi esprimere ciò che si sente. Ma Gesù
vede questa sofferenza intima la quale riesce un omaggio perfetto per lui e
lo colma di gioia, perchè gli dimostra più amore che tutte le parole e le
grida del cuore più appassionato.
E tutti questi desideri, tutti questi slanci, tutti questi sentimenti che
Gesù medesimo desta in voi e prova più di voi, pensate voi se non li
ricompenserà!
Con l'ardore dei loro desideri nella comunione spirituale, i santi ottennero
spesso dei miracoli. Si staccarono le ostie dalle mani dei sacerdoti per
darsi spontaneamente ad essi. Apparvero ad essi per comunicarli, degli
Angeli, talora la Ss. Vergine o san Giovanni o Gesù medesimo.
Voi non otterrete simili miracoli: che importa dal momento che ottenete
realmente, benché invisibilmente, le stesse grazie?
Voi riceverete queste grazie, se considerate da una parte il prezzo e il
valore, l'eccellenza e la natura della comunione spirituale; se d'altra
parte voi vi ricorderete cori quanta facilità la potete fare, in qualunque
ora del giorno e della notte.
Come sareste ingrati, colpevoli, inescusabili, se, conoscendo la comunione
spirituale e le ricchezze incalcolabili che racchiude, voi non vi faceste
ricorso almeno una volta al giorno, e anche di più! poiché fra tutti i mezzi
di santificazione ve ne sono forse altri più facili, più efficaci, Più
meravigliosi?
NOTE
1. Non bisognerà tuttavia eguagliare la comunione spirituale alla comunione
sacramentale, né molto meno privarsi di questa sotto pretesto che ci si
supplisce con quella.
2. Nostro Signore mostrava ogni giorno alla pia Paola Maresca un ciborio
d'oro contenente le sue comunioni sacramentali e un ciborio d'argento
contenente le sue comunioni spirituali, indicandole così il valore delle une
e delle altre.
Testo tratto da: Mons. De Guiberges, La Santa Comunione, Faenza: Libreria
Editrice Salesiana, 1914, pp. 171-182.
¹
Il P. Giovanni Croiset e l¹opera sua
Può dirsi il primo, per antichità e autorità, fra i teologi e gli scrittori
della devozione al Sacro Cuore di Gesù, dopo le rivelazioni di
Paray-le-Monial.
La sua vita, nascosta ed operosa in Cristo, passò nel silenzio e
s¹impreziosì di meriti eccelsi nel crogiolo delle prove più amare. Solo
sullo scorcio del 1888, nella circostanza della luminosa rivendicazione del
libro che più degli altri suoi scritti ha reso famoso e benedetto il suo
nome, dal P. Régnault, allora Direttore Generale dell¹Apostolato della
Preghiera, fu tentata una biografia di quest¹uomo esimio; biografia la
quale, a distanza di un secolo e mezzo dalla scomparsa di lui, non poté che
riuscire incompleta. Da essa riepilogheremo qui le cose più per noi a
proposito.
* * *
Nacque il P. Croiset a Marsiglia il 28 agosto 1656. Ventunenne si fece
gesuita, entrando il 16 dicembre 1677 nel Noviziato di Avignone, dove subito
spiccò per la sua tenera e solida pietà.
Personalmente sembra che non s¹incontrasse mai col beato P. Claudio de La
Colombière, morto nel 1682 a Paray. Ma in compenso conobbe ‹ e a questo
scopo intraprese apposta il viaggio di Paray, avendo a compagno il P. de
Villette ‹ S. Margherita Maria, con la quale aveva scambiato prima qualche
lettera sulla devozione al S. Cuore, e mantenne dipoi frequente
comunicazione epistolare.
Applicato all¹insegnamento delle belle lettere, ricevette l¹ordinazione
sacerdotale nel 1690 a Lione.
Quivi nel corso previo degli studi teologici fu condiscepolo del P. Giuseppe
de Gallifet, che nel 1680, dopo il biennio del noviziato era stato sotto la
direzione spirituale del P. de La Colombière. Tra i due ferventi religiosi,
il Gallifet e il Croiset, presto si strinse un legame di santa amicizia, che
unì le loro anime in un medesimo ideale: quello di amare e far amare N. S.
Gesù Cristo.
Di sé il P. Gallifet narra che, colto da febbre maligna nel servire i malati
all¹ospedale e ridotto all¹agonia, uno dei suoi amici da tutti ritenuto come
santo si sentì ispirato a fare per lui questo voto: che se il Signore
rendesse al moribondo la salute, il moribondo, guarito, si sarebbe
consacrato interamente alla causa e alla gloria del S. Cuore. Il P. Gallifet
con vivo stupore dei medici guarì, e dipoi, edotto della cosa, volentieri
ratificò quel voto, e riuscì a sua volta apostolo benemerito del Cuore
divino. Ora, «l¹amico ritenuto da tutti come santo» altri non era che il P.
Croiset.
Sino d¹allora infatti il P. Croiset manifestò doni straordinari. La moglie
di Crisostomo Alacoque, fratello di S. Margherita Maria, era stata sorpresa
da intollerabili sofferenze di stomaco. Il P. Croiset andò qualche volta a
farle visita. La malata si accorse come nel tempo che il Padre si tratteneva
presso di lei, i dolori quasi per incanto cessassero.
Domandò al Superiore che glielo mandasse tutti i giorni. Il Superiore
rispose che quelle meraviglie non lo sorprendevano affatto: volentieri le
manderebbe per suo conforto tutti i giorni il Padre, ma si guardasse bene
dal farli trapelare nulla di ciò che in lei succedeva, perché altrimenti il
Padre, tanto era umile, non sarebbe più ritornato.
* * *
Dopo un secondo periodo d¹insegnamento nel collegio di Aix, il P. Croiset il
20 ottobre 1704 fu fatto superiore della Residenza di S. Croce a Marsiglia.
Nel nuovo ufficio, più a contatto col pubblico, seppe cattivarsi il cuore di
quanti lo conobbero e acquistò fama di ottimo direttore di coscienze. Lo
ricercavano principalmente per la cura dei malati e l¹assistenza ai
moribondi.
Nominato Rettore dello splendido Collegio della Trinità a Lione, sebbene
dovesse tornar a dedicare ai giovani la massima parte del suo tempo e delle
sue premure, ebbe nondimeno parte nella prima celebrazione diocesana della
festa del S. Cuore: certamente ispirò, forse compose lui stesso, la
Notificazione archiepiscopale ad essa relativa che porta la data del 3
dicembre 1718.
Il 31 luglio 1723 i Superiori lo destinarono, nonostante i suoi 67 anni,
Maestro dei Novizi in quel medesimo Noviziato di Avignone, che era stato la
culla della stia vita religiosa. Il nome del Croiset divenne anche lì
popolare, e il buon Padre meritò il titolo di secondo fondatore di quella
casa di probazione, perché coi denari che ricavava dalla stampa dei molti
suoi libri abbellì la magnifica chiesa di S. Luigi e costrusse l¹ala
settentrionale e l¹ala occidentale dell¹imponente fabbricato, che anche oggi
si ammira come uno dei più ragguardevoli della città.
Preposto dipoi al governo della provincia di Lione, rinnovò le sue
benemerenze. Rimase memoria di questo grazioso episodio. Dovendo visitare le
case dei suoi confratelli della Savoia, gli convenne passare da Torino per
recarsi a Chambery. Il duca Vittorio Amedeo II trovavasi allora in guerra
con la Francia, e il P. Croiset, preso per una spia francese, fu fatto
prigioniero e presentato al Duca in persona perché lo interrogasse. Il Duca,
alla risposta che il preteso spione era gesuita, vedendolo in un
atteggiamento di grande umiltà e modestia, gli disse:
‹ Siete forse un fratello coadiutore?
‹ Sono il Provinciale di Lione.
‹ Sareste voi dunque il P. Croiset, l¹autore delle Vite dei Santi?
‹ Altezza, sì.
Il Duca lo colmò di gentilezze, gli attestò tutta la sua venerazione. Lo
volle a tavola vicino a se e lo fece riaccompagnare da una scorta d¹onore.
* * *
Nel maggio del 1732 il P. Croiset, ormai arrivato alla rispettabile età di
76 anni lasciò l¹ufficio di Provinciale, e si ritirò per prepararsi alla
morte, nel caro Noviziato di Avignone. Le sue forze presto declinarono.
Specialmente la memoria cominciò a venirgli meno. Si sforzava tuttavia di
seguire con esemplare fedeltà gli atti comuni. Talvolta gli accadeva di non
saper più rendersi conto di quello che la comunità facesse.
Raccontano che una sera durante la cena, sentendo leggere a tavola una delle
sue opere sottovoce domandasse al novizio che gli sedeva vicino per
assisterlo e servirlo, come si fa coi bambini:
‹ Fratello, chi è l¹autore di questo bel libro?
‹ Ma siete voi, Padre.
‹ Io?! Oh no, non ho mai scritto pagine così belle.
L¹ora della ricompensa si avvicinava. Dopo due giorni di malattia,
determinata da una dolorosa resipola, senza poter ricevere a causa del
frequente vomito il Viatico, il P. Croiset il 31 gennaio 1738, vigilia del
primo venerdì del mese, volava al premio eterno.
Nella partecipazione funebre, spedita quel giorno stesso a tutte le case
della provincia, gli si dava il titolo di uomo «suscitato da Dio per essere
il promotore e il propagatore dell¹ammirabile devozione al Sacro Cuore di N.
S. Gesù Cristo».
Il P. de Guilhermy, nel suo Menologio della Compagnia di Gesù, così parla di
lui: «Dopo 60 e più anni di vita religiosa, mori ad Avignone il P. Giovanni
Croiset, chiamato da Nostro Signore stesso per mezzo di S. Margherita Maria
il vero amico e il futuro apostolo del suo divin Cuore. Queste due parole
bastano per ogni elogio. Dio ha permesso, che non si possa oggi dire, di lui
niente di più ne di meglio. D¹una sì lunga carriera appena resta altro
ricordo che la semplice lista degli uffici da lui sostenuti nell¹Ordine e
quella delle sue molte opere di pietà, tradotte ormai in ogni lingua e
destinate a spargere la conoscenza e l¹amore del Redentore nel mondo
intero».
La ricca produzione letteraria, che ha procurato al P. Croiset un posto
ragguardevole tra gli autori ascetici, non solo riscosse le più ampie lodi
dei buoni ed ebbe l¹onore, come or ora si è detto, di parecchie versioni
nelle principali lingue europee (italiano, spagnolo, portoghese, inglese,
tedesco) e persino in arabo; ma qua e là rimase saccheggiata dai plagi e
dalle indelicate deformazioni di qualche giansenista, di qualche anglicano e
perfino del De Lamennais.
Conosciutissimo e usato anche oggi il suo Ritiro Mensile (1694), nonché le
sue Riflessioni cristiane, (1707). Pedagogicamente utili le Norme per i
Convittori dei Gesuiti (1711). Deliziosi gli Esercizi di pietà per ciascun
giorno dell¹anno (1712-1720), donde in seguito furono estratte le Vite dei
Santi (1723), che tanto erano piaciute al Duca di Savoia. Sagace il
Parallelo tra i costumi del secolo e la morale di Gesù Cristo (1727).
Indovinatissimo Il perfetto modello della gioventù cristiana nella vita di
S. Luigi Gonzaga (1735). Profondo il trattato su Le illusioni del cuore in
ogni sorta di stati e di condizioni (1736).
Queste le precipue opere del P. Croiset. I suoi scritti però nella loro
intera serie comprendono 48 volumi: sì che si può dire che in media dalla
sua penna uscisse più di un volume per anno. Tale fecondità, in mezzo alle
quotidiane sollecitudini dei diversi uffici che sostenne, non si spiega
senza una particolare grazia concessagli dal Signore.
* * *
Ma lo scritto primogenito, che più degli altri ha reso celebre il nome del
P. Croiset, fu e resta la Devozione al S. Cuore di N. S. Gesù Cristo (1692).
La storia di questo libro offre i medesimi caratteri che accompagnarono quel
culto: i più lusinghieri inizi e le più deprimenti contraddizioni e censure:
il silenzio dell¹autore che mai non si difese, e nondimeno il crescente buon
successo dell¹opera, le cui edizioni in Francia non sarebbe facile
enumerare, e le cui versioni d¹ogni parte inondarono l¹Europa cattolica.
Oggi di queste prove fortunatamente non occorre più parlare: l¹opera del P.
Croiset, senz¹ombra alcuna di contrasto letta, meditata, apprezzata, nelle
comunità religiose, nei seminari, nei collegi, rimane sempre come uno dei
lavori più venerandi e pii del suo genere.
Ci basti il sapere che oltre a quanto il P. Croiset aveva attinto dagli
scritti del B. Claudio de La Colombière e dalle conversazioni col P. de
Gallifet, S. Margherita Maria medesima ispirò, caldeggiò, seguì passo per
passo tutto il lavoro. Rimangono una diecina di lettere, dalla Santa
indirizzate al P. Croiset fra il 14 aprile 1698 e il 21 agosto 1690, neppure
due mesi prima ch¹ella morisse.
* * *
L¹origine di questo libro si può ricostruire così. Prima ancora di essere
sacerdote ‹ quindi avanti il 1690 ‹ il P. Croiset scrisse sul S. Cuore un
libretto, o forse più esattamente compilò un opuscolo, che era stato già
pubblicato a Digione, e che in breve ora fu ristampato parecchie volte. S.
Margherita Maria non capiva più in sé dalla gioia. Il P. Croiset le
scriveva:
«Ecco dunque la devozione al Sacro Cuore di Gesù sparsa, predicata,
raccomandata, fiorente dappertutto. Quale consolazione per voi da tale
felice notizia! Il Signore che ha fatto questa meraviglia, ne sia per sempre
lodato e benedetto! Così il vostro ardente desiderio è per metà compiuto.
Persuadetevi che darei volentieri il sangue e la vita, per far conoscere il
mio amabile Salvatore, il quale mi colma con tanta profusione dei suoi più
grandi favori, sebbene io sia il più infedele dei suoi servi».
Ordinato poco appresso sacerdote, il P. Croiset si mise a ritoccare,
completare, ridurre a maggior perfezione il suo lavoro. Intanto S.
Margherita Maria godeva di ravvisarlo in mezzo ad uno scelto drappello,
quando nel parlare delle benedizioni che il Cuore di Gesù riserbava alle
fatiche dei «buoni Padri» diceva: «Vi sono in questa santa Compagnia grandi
amici e favoriti del nostro divino Maestro». Certo il P. Croiset era
compreso «nella corona dei dodici amatissimi, che gli avrebbero procurato la
più gran gloria, e sarebbero stati come dodici astri brillanti attorno al
suo S. Cuore».
* * *
Il 17 ottobre 1690 la santa moriva.
Tre mesi innanzi aveva detto a una delle sue consorelle: «Io morirò
certamente quest¹anno, per non impedire i copiosi frutti che il mio divin
Salvatore vuol ritrarre dal libro sulla devozione al S. Cuore, che il P.
Croiset pubblicherà quanto prima». Senza dubbio se ella fosse stata ancora
in vita, il P. Croiset non avrebbe potuto parlare con piena libertà di lei e
delle sue rivelazioni.
Nel 1691 finalmente il libro vide la luce a Lione, dove due anni dopo una
terza edizione segnò la forma definitiva, di poi sempre conservata sino a
noi. Vi si legge un compendio della vita della santa, che noi qui non
riproduciamo, ma nel quale il P. Croiset per primo presenta il nome e le
virtù dell¹umile eroina alla venerazione dei fedeli.
Giustamente fa notare il P. Daniel che «di colpo il P. Croiset assegna
all¹Alacoque il suo proprio posto negli annali della santità, sì che sembra
che l¹occhio o l¹intuito della fede gli abbia fatto scoprire in anticipo
l¹aureola onde la Chiesa avrebbe col tempo incoronata quella fronte
verginale».
* * *
Oggi più si legge e si rilegge il libro del P. Croiset, più ci si meraviglia
di due cose.
La prima è la sua completa, oserei dire totalitaria orditura, cui nulla
manca, la sicurezza di dottrina, un non so che di semplice, chiaro, soave e
sublime ad un tempo, che nell¹amore intenso a N. S. Gesù Cristo e
nell¹amorosa comprensione dei suoi doni incide il carattere fondamentale
della devozione al S. Cuore.
La seconda, come mai un libro, del quale su quel medesimo argomento forse
non è possibile trovare altro migliore, sia stato tanto censurato al tempo
stesso che era tanto diffuso. Si dichiarava autorevolmente «dotto, benfatto,
idoneo al massimo grado per lo scopo della devozione e del culto che si
aveva di mira» e nondimeno si sarebbe preferito che non vedesse la luce o
non si divulgasse. I tempi non erano maturi: si diffidava di ciò che
sembrava novità: le invettive e le pressioni giansenistiche facevano paura.
L¹umile religioso, non fiatò: nelle altre susseguenti sue opere invano si
cercherebbe l¹ombra di un richiamo al S. Cuore, di un lamento, di un accenno
di polemica. Nulla. Proseguì a lavorare come prima e più di prima: ma quale
dramma interiore di sacrificio eroico!
Il tempo gli ha reso giustizia; e volendo si potrebbero rilevare, nel libro
del P. Croiset, gli inattesi sviluppi o almeno i fecondi germi di tutta
quella fioritura che, attorno al S. Cuore, oggi allieta di grazie il popolo
cristiano e le anime devote. Il giorno di Ritiro mensile, la Visita al SS.
Sacramento, l¹Ora Santa, la Comunione riparatrice, la Guardia d¹onore, ecc.
Non oserei asserire lo stesso circa l¹Apostolato della Preghiera; ma
riuscirebbe facile ravvisarne l¹elemento essenziale nell¹offerta della
propria giornata al S. Cuore; se pure non si volesse cogliere la sostanza
della pia Lega tutta quanta in questo tratto della lettera che il 10 agosto
1689 S. Margherita Maria scrisse al P. Croiset: «Se di questa devozione si
potesse fare una Associazione, nella quale gli Ascritti partecipassero al
bene spirituale gli uni degli altri, io penso che ciò farebbe piacere grande
a questo Cuore divino».
* * *
Il Languet, nell¹accreditata stia Vita di S. Margherita Maria, dà questo
giudizio del classico libro che noi qui, nuovamente tradotto, presentiamo ai
devoti del S. Cuore:
«Tutti quelli i quali vorranno conoscere più in particolare qual sia lo
spirito e la pratica della devozione al Cuore divino del nostro Salvatore, e
ritrarne il frutto che siffatta devozione deve produrre, troveranno in
questo libro di che istruirsi e edificarsi. Non si può meglio di quello che
ha fatto il pio scrittore scoprire i doveri della vera pietà, gli ostacoli
che in noi la indeboliscono, in una parola tutti i sentieri della perfezione
e dell¹amor di Dio. È difficile leggere, senza restare infiammato di questo
santo amore e senza provare viva confusione della tiepidezza nella quale
d¹ordinario viviamo. A questo tende l¹opera di lui, perché a questo tende la
devozione medesima della quale egli svela i sacri misteri».
Ci piace infine terminare con le parole che il P. Croiset, proprio nel 1691,
quando di maggior lena lavorava attorno a questo suo libro, scrisse al P. de
Villette da poco nominato Superiore di Paray:
«Io sono sempre più convinto che tutto è riposto nel perfetto amore di N. S.
Gesù Cristo. Quanta luce, quanta forza, quanta dolcezza nell¹amare un giorno
più dell¹altro Gesù Cristo; non respirare, non pensare, non essere pieno che
di questo amore! Amarlo oggi, per amarlo meglio domani. Credetemi, tutto,
assolutamente tutto, è riposto in questa disposizione del cuore».
La profonda convinzione dell¹autore si trasfonda e si moltiplichi nei
lettori. Ecco l¹augurio, la speranza, il premio della nostra fatica.
G. VENTURINI S.J.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
PARTE II
Mezzi per acquistare questa devozione
CAPITOLO I
Disposizioni che si richiedono per ottenere una tenera devozione al S. Cuore
di Gesù
Le disposizioni necessarie ad avere questa devozione possono ridursi a
quattro: grande orrore del peccato, fede viva, vero desiderio d¹amare Gesù,
raccoglimento interno per quelli che vogliono gustarne le vere dolcezze e
coglierne il frutto.
§ 1. Orrore del peccato.
Siccome il fine della devozione al S. Cuore di Gesù altro non è che l¹amore
ardentissimo e tenerissimo verso di Lui, è chiaro che per possedere questa
devozione bisogna essere nello stato di grazia e sentire estremo orrore di
ogni sorta di peccato, incompatibile con questo amore. Essendo il S. Cuore
la sorgente d¹ogni purezza, non solo non entrerà in Lui nulla di macchiato,
ma soltanto ciò ch¹è al tutto puro e capace di piacergli, e qualunque cosa
si faccia o si dica per amor suo e per la sua gloria, se non si vive
nell¹innocenza, lo disonora. La Corte di Gesù si compone soltanto d¹anime
pure al maggior segno, perché il S. Cuore non può soffrire il peccato. Un
solo capello fuori di posto, cioè, il più piccolo difetto, la più piccola
macchia, gli fa orrore.
Al contrario, quale accesso al S. Cuore non danno una grande innocenza e una
grande purezza? Perché Gesù prediligeva S. Giovanni? Perché, come canta la
Chiesa, la sua castità straordinaria l¹aveva reso degno d¹essere amato d¹un
amore particolare. Egli era amato sopratutto, dice S. Cirillo (Comment. in
Ev. Joan. L. II), perché aveva una somma purezza di cuore.
Tutte le anime che aspirano alla vera devozione al S. Cuore di Gesù,
aspirano al grado di predilette dell¹adorabile Salvatore, e la pratica di
questa devozione consiste propriamente nell¹amore verso Gesù più ténero e
più intimo di quello ordinario dei fedeli. Quando un¹anima si dà poco
pensiero dei peccati veniali deliberati, col proposito d¹astenersi solo dai
mortali, oltre a esporsi a gran pericolo di perdere ben presto con la grazia
l¹innocenza, non deve punto attendersi di gustare le dolcezze inesplicabili
di cui Gesù Cristo riempie d¹ordinario quelli che l¹amano veramente e senza
misura. E¹ dunque evidente che non appena uno si dà alla devozione del S.
Cuore di Gesù, deve risolversi a non tralasciar nulla per acquistare una
purità di cuore che superi di molto la virtù ordinaria dei cristiani, benché
le pratiche stesse di questa devozione siano dei mezzi per acquistare questa
somma purità.
Sull'obbligo dell'abito ecclesiastico*
La peculiarità dell'abito sacerdotale viene efficacemente descritta nel n.
66 del "Direttorio per la vita e il ministero dei presbiteri", intitolato:
"Obbligo dell'abito ecclesiastico"; vale la pena perciò citarlo per intero
corredato anche delle sue note:
«In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove anche i
segni esterni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a scomparire, è
particolarmente sentita la necessità che il presbitero - uomo di Dio,
dispensatore dei suoi misteri - sia riconoscibile agli occhi della comunità,
anche per l'abito che porta, come segno inequivocabile della sua dedizione e
della sua identità di detentore di un ministero pubblico (1). Il presbitero
dev'essere riconoscibile anzitutto per il suo comportamento, ma anche per il
suo vestire, in modo da rendere immediatamente percepibile ad ogni fedele,
anzi ad ogni uomo (2), la sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla
Chiesa.
Per questa ragione, il chierico deve portare "un abito ecclesiastico
decoroso, secondo le norme emanate dalla Conferenza episcopale e secondo le
legittime consuetudini locali" (3). Ciò significa che tale abito, quando
non è quello talare, deve essere diverso dalla maniera di vestire dei laici,
e conforme alla dignità e alla sacralità del ministero. La foggia e il
colore debbono essere stabiliti dalla Conferenza dei Vescovi, sempre in
armonia con le disposizioni del diritto universale.
Per la loro incoerenza con lo spirito di tale disciplina, le prassi
contrarie non si possono considerare legittime consuetudini e devono essere
rimosse dalla competente autorità (4).
Fatte salve situazioni del tutto eccezionali, il non uso dell'abito
ecclesiastico da parte del chierico può manifestare un debole senso della
propria identità di pastore interamente dedicato al servizio della Chiesa.
(5)»
Come si può ben vedere, in questo numero del Direttorio sono state
condensate, in poche righe, le direttive della Chiesa riguardo all'obbligo
dell'abito sacerdotale, segno della propria consacrazione sacerdotale al
servizio di Cristo e della sua Chiesa.
Noi tutti sappiamo quanto i segni siano, da sempre, elementi significativi
nella vita e nella cultura dell'uomo, di ogni latitudine e longitudine,
essendo essi parte della stessa convivenza umana; non è Dio ad aver bisogno
di segni per se stesso, ma è l'uomo che ne ha reale necessità.
I segni, infatti, sono parte integrante dell'umanità e ad essa appartengono.
Fin da fanciulli abbiamo pure imparato ad esprimerci, ad interpretare la
realtà ed a porci dinanzi ad essa attraverso i segni.
Ora, il segno dell'abito sacerdotale, proprio perché segno di appartenenza
totale a Cristo e alla Chiesa, non è facoltativo ma risponde all'esigenza
intrinseca del sacramento dell'ordine di testimonianza pubblica della nuova
identità conferita al ministro ordinato. È, quindi, allo stesso tempo un
diritto e un dovere: di rendere evidente ciò che si è diventati,
manifestandolo pubblicamente agli altri anche nel modo di vestirsi, che non
può essere arbitrario ma deve corrispondere alla nuova identità, di cui ci
si è lasciati liberamente rivestire da Cristo.
L'abito sacerdotale, come ribadisce anche il Direttorio, è dunque un segno
irrinunciabile per chi ha scelto di essere nel mondo sacerdote di Cristo,
cioè suo rappresentante sacramentale.
Su questo argomento il Santo Padre Giovanni Paolo II, indirizzando una Sua
lettera all'allora Vicario di Roma, il Cardinale Poletti, l'8 settembre
1982, evidenziava chiaramente lo scopo evangelizzatore dell'abito
ecclesiastico:
"Inviati da Cristo per l'annuncio del Vangelo, abbiamo un messaggio da
trasmettere, che si esprime sia con le parole, sia anche con i segni
esterni, soprattutto nel mondo odierno che si mostra così sensibile al
linguaggio delle immaginiŠ L'abito, pertanto, giova ai fini
dell¹evangelizzazione ed induce a riflettere sulle realtà che noi
rappresentiamo nel mondo e sul primato dei valori spirituali che noi
affermiamo nell'esistenza dell¹uomo".
Quale presbitero che si presenta visibilmente come tale, non ha già fatto
l'esperienza di dare testimonianza proprio per il fatto di essere
riconosciuto dall'abito che indossa, sul treno o sulla strada, interpellato
magari da una persona che non avrebbe altrimenti mai osato di suonare alla
porta di una canonica per chiedere di parlare con un sacerdote? Oggi, nel
tempo della Nuova Evangelizzazione, il mondo ha bisogno che i sacerdoti
ascoltino l'appello del Santo Padre "Duc in altum", facendosi vedere dagli
uomini con l'abito che li contraddistingue come tali, dappertutto, per
rispondere così ai loro bisogni spirituali.
Un'altra ragione che spiega la rilevanza dell'abito ecclesiastico è quella
che il sacerdote è testimone di Cristo attraverso il suo comportamento
evangelico, mediante ciò la sua carità pastorale che attira gli uomini al
Signore. Anche se tale dimensione è innanzitutto interiore, bisogna
diffidare di trascurare mezzi esteriori che ci aiutano a vivere con fedeltà
questo cammino spirituale. Il nostro essere sacerdoti ci fa manifestare agli
uomini come "uomini di Dio"; l'abito ecclesiastico ci obbliga, quindi, a
comportarci di conseguenza e non già come se non lo fossimo. Pertanto, esso
ci invita a sviluppare sempre di più la coerenza tra la nostra consacrazione
sacerdotale interiore ed il nostro agire esterno, davanti agli uomini. Il
sacerdote si presenta così come un uomo vero, quindi libero.
Perciò la fedeltà all'abito ecclesiastico è, se ben capita, fedeltà che
rimanda al Vangelo ed è, innanzitutto, per tale ragione che la Chiesa,
custode del Vangelo, chiede ai suoi ministri di essere visibilmente
riconosciuti come tali in mezzo agli altri uomini.
Auspico di cuore che ogni studio, approfondimento o insegnamento qualificato
su questa delicata materia, sia sempre animato dall'autentico spirito
cristiano, che non potrà mai non essere anche autenticamente ecclesiale.
Darío Card. Castrillón Hoyos
Prefetto della Conregazione per il clero
Dal Vaticano, 8 dicembre 2003
NOTE
* Premessa di Sua m.za Rev.ma Card Darío Castrillón Hoyos a: MICHELE DE
SANTI, L¹abito ecclesiatico. Sua valenza e storia, Ravenna: Edizioni
Carismatici Francescani, 2004, con un contributo di FRANCO CARDINI.
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera al Card. Vicario di Roma (8 settembre
1982): "L'osservatore Romano", 18-19 ottobre 1982.
Cf. PAOLO VI, Allocuzioni al Clero (17 febbraio 1969; 17 febbraio 1972; 10
febbraio 1978): AAS 61 (1969). 190; 64 (1972), 223; 70 (1978), 191; GIOVANNI
PAOLO II, Lettera ai sacerdoti in occasione del Giovedì Santo 1979 Novo
incipiente (7 aprile 1979), 7: AAS71, 403 - 405; Allocuzioni al Clero (9
novembre 1978; 19 aprile 1979): Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1 (1978),
116; II (1979), 929.
C.I.C., Can 284.
Cf. PAOLO VI, Motu Proprio Ecclesiae Sanctae, 1, 25, 2d: AAS 58 (1966),
770; S. CONGREGAZIONE PER I VESCOVI, Lettera circolare a tutti i
Rappresentanti Pontifici Per venire incontro (27 gennaio 1976); S.
CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA, Lettera circolare The document (6
gennaio 1980): "L¹Osservatore Romano" suppl., 12 aprile 1980.
Cfr. PAOLO VI, Catechesi nell'Udienza generale del 17 settembre 1969,
Allocuzione al Clero (1 marzo 1973); Insegnamenti di Paolo VI, VII (1969),
1065; XI (1973), 176.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
Cari amici, vi comunichiamo gli aggiornamenti delle rubriche e dei siti del
network www.totustuus.it <http://www.totustuus.it>
1) IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info <http://primopiano.totustuus.info/>
La prima "Nota Pastorale" del nuovo arcivescovo di Bologna
«La grande eresia gnostica, pericolo permanente per l'annuncio cristiano,
secondo la quale lo "spirituale" non può avere carne, il Mistero non può
avere storia, Dio non può essere coinvolto nella creazione, è tutt'altro che
assente oggi. L'ingresso di tutto l'umano nel mistero della Redenzione è
ritenuto impossibile o comunque non necessario. La grande tradizione
pastorale della Chiesa cattolica che è sempre stata, ed è tuttora
condivisione di ogni vero bisogno umano in ordine all'incontro con Cristo,
viene semplicemente distrutta alla sua origine da questa posizione».
2) PAGINE CATTOLICHE:
(Teologia/Mariologia)
La verginità di Maria, oggi (1)
http://www.paginecattoliche.it/101_Roschini.htm
Parte Prima. "Concepito di Spirito Santo". La Verginità di Maria "Prima del
parto". Il concetto preciso e completo della Verginità "prima del parto". Il
dogma della verginità di Maria "prima del parto" si riferisce, direttamente,
alla verginità nell'atto del concepimento di Cristo, che è miracoloso;
suppone però, evidentemente (poiché, in caso diverso, non si potrebbe
neppure parlare di verginità nel concepimento) la verginità anteriore ad un
tale atto.
(Teologia/Diritto Canonico)
Preti sposati e celebrazione dell'eucaristia
http://www.paginecattoliche.it/Pretisposati.htm
Pontificio Consiglio per l'interpretazione autentica dei testi legislativi:
Atteso che in qualche nazione un gruppo di fedeli, ha richiesto la
celebrazione della santa messa a sacerdoti che hanno attentato il
matrimonio, è stato domandato a questo Pontificio Consiglio se sia lecito a
un fedele chiedere per una giusta causa la celebrazione dei sacramenti a un
chierico che, avendo attentato il matrimonio, sia incorso nella pena della
sospensione "latae sententiae", la quale però non sia stata dichiarata..
(Santi)
S FEDELE da SIGMARINGA (1578-1622)
http://www.paginecattoliche.it/SFEDELEdaSIGMARINGA.htm
La predicazione continuò a costituire la sua occupazione principale. Per la
salvezza dei fratelli avrebbe dato volentieri la vita. Nessuna fatica,
nessun disagio lo scoraggiò mai. Prima di salire il pulpito faceva mezz'ora
di meditazione davanti al SS. Sacramento. Poi biasimava, con coraggio, i
disordini di tutte le categorie sociali, dal lusso delle donne alle
ingiustizie dei magistrati, ricordando quasi sempre i novissimi e l'obbligo
della penitenza per la salvezza eterna.
3) IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info <http://libreria.totustuus.info/>
Introduzione alla filosofia della religione
«Nella storia delle religioni si parla di "ierofanie" e di "teofanie", cioè
di manifestazioni indirette del sacro o di Dio nella realtà, nel profano.
Possono essere fenomeni eccezionali dotati di particolari qualità, momenti
della vita espressi da persone delegate dal gruppo ad entrare in contatto
con il mondo delle divinità come il sacerdote, l'uomo del sacro. Per il
cristianesimo si tratta di "epifania", ovvero di manifestazione diretta di
Dio all'uomo (Eb 3,1). Tale concetto, unico e fondamentale, è in grado di
rivelare l'essenza stessa del cristianesimo, confermandolo quale vera
religione soprannaturale».
4) QUESTIONI DI BIOETICA:
http://bioetica.totustuus.info <http://bioetica.totustuus.info/>
Risposta al quesito: "Perché la Chiesa si oppose alle autopsie?".
5) UN SACERDOTE RISPONDE:
http://sacerdote.totustuus.info <http://sacerdote.totustuus.info/>
"Come spiegare le discrepanze nei racconti delle visioni dei mistici?"
"Ho notato delle leggere discrepanze nei racconti delle visioni dei mistici,
inerenti, ad esempio, alla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Se
prendiamo suor Emerick o Teresa Noimann ci raccontano che la croce di Gesù
era ben diversa, così come altri particolari non sono perfettamente
aderenti".
6) SANTO DEL GIORNO:
(raggiungibile dal sommario/liturgia e preghiera)
Nella rubrica pubblicata tutti i giorni anche una delle brevi vite di santi
tratte dal volume Un santo al giorno dello scrittore cattolico Rino
Cammilleri (ed. Piemme)
7) TRACCE DI OMELIE:
http://omelie.totustuus.info
Omelia per il 3 ottobre 2004 - Ventisettesima Domenica del Tempo >Ordinario.
"Sembra evidente che il tema dominante, in questa domenica, è la fede, dato
che si menziona nelle tre letture. Alla fine della prima leggiamo: "Il
giusto vive della fede", frase che sarà ripresa da Paolo ed avrà poi una
enorme risonanza nella dogmatica cristiana. Gesù nel vangelo si fissa sull'
efficacia della fede, perfino della fede piccola come un granello di senapa.
Infine Paolo esorta Timoteo a dare testimonianza della sua fede in Cristo
Gesù, e ad accettare con fede e con amore il messaggio trasmesso da Paolo
(seconda lettura)".
8) AL CINEMA:
http://cinema.totustuus.info
Recensione cinematografica: ancora una recensione di "La Passione di Cristo"
di M. Gibson, con J. Caviezel, M. Morgenstern, M. Bellucci - drammatico -
2004
9a) FATTISENTIRE.NET
www.fattisentire.net <http://www.fattisentire.net>
Nuova campagna: Il bluff elettorale delle lobbies anti-famiglia
Il riconoscimento sul piano legale in un numero crescente di paesi e la
conseguente registrazione delle «unioni di fatto», accorda a tali unioni
(solitamente assieme a quelle omosessuali) dei vantaggi sociali simili a
quelli riservati ai matrimoni, senza volerne però gli "obblighi". Tali
vantaggi interpellano la coscienza di tutte le persone che credono alla
famiglia fondata sul matrimonio come un bene per la persona e per la società
umana. Anche in Italia, potenti lobbies - spesso finanziate con denaro
pubblico da Comuni o Province - svolgono da decenni anche un'opera intesa a
condizionare il comportamento di politici e legislatori. Chi volesse
partecipare a questa campagna in difesa della famiglia, clicchi su:
http://profam3.totustuus.info
9b) "CENTRO CULTURALE CATTOLICO CARLO CAFFARRA"
http://www.caffarra.it
==> 13 settembre 2004 - Memoria di san Giovanni Crisostomo alla "Tre giorni"
dei sacerdoti
==> 17 settembre 2004 - Incontro di preghiera per le vittime in Ossezia
==> 18 settembre 2004 - Omelia per le ordinazioni sacerdotali
==> 19 settembre 2004 - Dedicazione dell'altare di Molinella
==> 19 settembre 2004 - Catechesi alle famiglie "Le forze del bene nel
matrimonio e nella famiglia"
10) STATISTICHE:
Il nuovo banner exchange ha 291 siti aderenti
Iscritti a questa lettera di aggiornamenti: 6.556
11) BENEFATTORI:
http://comeaiutarci.totustuus.info
Alla prossima settimana!
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
CAPITOLO VI
Della divozione avuta dai Santi verso il S. Cuore di Gesù Cristo
Essendo l'esempio dei Santi un motivo potente per indurci a una divozione da
essi stessi praticata, e insieme un istruzione salutare per insegnarci a
praticarla, torna opportuno di riferire qui í sentimenti di alcuni di quelli
che verso il S. Cuore di Gesù furono più teneri e più addentro in questa
divozione.
S. Chiara, fervente d'amore per Gesù, a fine di dargli un contraccambio,
stimò di non trovar pratica più propria a mostrargli la sua riconoscenza,
che di salutare e d'adorare più volte al giorno il S. Cuore di Gesù nel SS.
Sacramento; e con questa divozione, com'è notato nella vita di lei, l'anima
sua era satura delle delizie più dolci e delle grazie più segnalate. Nullo
non die Cor Christi salutabat ac venerabatur, quo in pietatis exercitio non
modicis voluptatibus perfundebatur. (Lyra, de Imitatione Iesu patìentis. L.
5, c. 6).
La preghiera di S. Geltrude, posta in fine del libro, è una prova della
stima che la Santa faceva di questa divozione, e lo storico della vita di
lei, descrivendone la morte preziosa, dice che quest'anima beata prese il
volo verso il cielo e si rifugiò nel santuario della Divinità, cioè,
soggiunse egli, nel Cuore adorabile di Gesù che lo Sposo divino le aveva
aperto in un eccesso d¹amore. Beata illa anima expirans, in coelum ad
suavissimum Cor Jesu evolavit. (Cornel c. 3).
Santa Matilde aveva un sentimento sì grande di questa divozione, che sempre
parlava del Cuore adorabile di Gesù e dei favori straordinari che ogni
giorno riceveva per mezzo di questa divozione. L'amabile Salvatore le diede
Lui stesso il suo Cuore per pegno dell'amor suo e per servirle di asilo,
affinchè vi trovasse continuamente un dolce riposo durante la vita e una
consolazione indicibile in punto di morte. Cum iniponeret Missam: Venite
benedicti Patris mei, ineffabili et innsitata quadam replebatur laetitia,
dixitque ad Dominum: ‹ O si unam essem de his nimium benedictis qui hanc
tuam dulcissimam audituri sunt vocem! ‹ Ad quam Dominus respondit: Etiam pro
certo scias, daboque tibi Cor nieum in pignus quod tecum semper habeas, et
in die illa cum hoc desiderium tuum complevero, in testimonium mihi illud
resignes. Do etiani tibi Cor meum in domum refugii, ut in hora defunctionis
tuae nulla via praeterquam in Cor meum perpetuo pausatura declines. (Liber
specialis gratiae P. II, c. 19).
S. Caterina da Siena ebbe a cuore in modo straordinario questa divozione.
Essa fece al suo Sposo divino donazione completa del suo cuore, ricevendo in
cambio il Cuore di Gesù, e protestava che ormai non voleva vivere nè agire
se non secondo i moti e le inclinazioni del Cuore di Gesù Cristo. Sancta
Catharina Senensis pro corde suo petiit et obtinuit Cor Christi, ut Illo
vegetaretur. viveret et ageret quaecumque agebat. (Corn. a Lap. Comment. in
Cant. cantic. c. IV, vers. 9).
‹ Tu stai in pena per la mia salute ‹ scriveva S. Eleazaro a santa Delfina ‹
e desideri sapere mie notizie: va' spesso a trovare l'amabile Gesù nel SS.
Sacramento; entra, entra nel S. Cuore di Lui e avrai mie notizie, perchè mi
troverai sempre lì, chè quella è la mia dimora ordinaria. Hic enim habito.
(Surius, in Vita c. 30).
Ma le parole di S. Bernardo ci rivelano non solo i bei sentimenti del Santo
verso il Cuore adorato, ma ci fanno anche conoscere che la divozione al S.
Cuore di Gesù non è una divozione soltanto dei giorni nostri. «O dolcissimo
Gesù ‹ egli esclama ‹ quante ricchezze racchiudi nel tuo Cuore! Ma perchè
gli uomini si danno sì poca pena della perdita che fanno, col
mostrarsidimentichi e indifferenti verso un Cuore sì amabile? Per me,
aggiunge il Santo, non voglio trascurar nulla, per guadagnarlo e possederlo.
Gli consacrerò ormai tutti i pensieri miei; i sentimenti e i desideri suoi
saranno miei, insomma voglio dar tutto per acquistarmi questo prezioso
tesoro. Ma che bisogno c'è di comprarlo, continua il Santo, mentre esso è
veramente mio? Sì, lo dico francamente, il Cuore di Gesù è mio, perchè Egli
è il mio Capo, e ciò che appartiene al capo non è anche di tutte le membra?
Dunque il Cuore di Gesù sarà in avvenire il tempio dove io non cesserò di
adorarlo, la Vittima che sempre gli offrirò e l'altare dove farò i miei
sacrifici, sul quale le stesse fiamme onde arde il Suo consumeranno anche il
mio. Nel S. Cuore avrò un modello per regolare i moti del mio, un fondo per
pagare ciò che devo alla giustizia divina, un porto sicuro dove, stando in
salvo dai naufragi e dalle tempeste, dirò con David: ‹ Ho trovato il Cuore
per adorare il mio Dio. (II Reg., 7, 27). Sì, ho trovato questo Cuore
nell'adorabile Eucaristia, perchè vi ho trovato il Cuore del mio Re, del mio
Amico, del mio Fratello, cioè il Cuore del mio Redentore adorato. Chi mai
dopo ciò m'impedirà di pregare con fiducia e dì ottenere ciò che avrò
chiesto? Orsù, fratelli miei, entriamo in questo Cuore amato per non uscirne
più. Mio Dio, continua egli, se si prova tanta consolazione al solo, ricordo
del S. Cuore, che cosa sarà l'amarlo teneramente, che sarà l'entrarvi e
restarvi per sempre? Attirami tutto in cotesto tuo Cuore, o Gesù amato,
aprimi il tuo Cuore, che ha per me tante attrattive! Ma questo seno aperto
non ne è forse l'ingresso? E la ferita stessa del S. Cuore non m'invita
forse ad entrarvi? Bonus thesaurus, bona margarita Cor tuum, bone Jesu! Quis
hanc margaritam abiciat? Quin potius dabo omnia, omnes cogitationes et
affectus mentis commutabo, et comparabo illam mihi, iactans omne cogitatum
meum in Corde Domini». (Bern. Tract. de Pass. Domini, c. 3).
Qui si deve aggiungere ciò che.il celebre Lanspergio, uomo conosciutissimo
per i suoi libri pieni d'unzione e di pietà soda, ha scritto su questo
argomento. Si tratta d'un esercizio speciale sulla divozione al S. Cuore di
Gesù, che egli chiama mezzo efficacissimo per accendersi in poco tempo
d'amore ardentissimo verso Dio. Ecco le sue parole:
«Abbi somma cura d'eccitarti senza posa con atti frequenti di divozione
costante a onorare il Cuore amabile di Gesù, tutto pieno d¹amore e di
misericordia verso di te. Per mezzo suo devi chiedere quel che vuoi
ottenere; per mezzo suo e in Lui devi offrire all'Eterno Padre tutte le tue
azioni, perchè il S. Cuore è il tesoro di tutti i doni sopranaturali e di
tutte le grazie.
« Egli è, per così esprimermi, il mezzo per cui ci uniamo a Dio più
strettamente, e per cui Dio stesso si comunica a noi con più liberalità.
Perciò ti consiglio di mettere là dove passi più spesso qualche immagine
divota che rappresenti il S. Cuore di Gesù, la cui vista ti rammenti di
continuo le sante pratiche di devozione verso il Cuore adorato e ti spinga
ad amarlo sempre piùŠ
«Quando ti senti più mosso da tenera devozione, puoi baciare la detta
Immagine con i sentimenti stessi con cui baceresti davvero il S. Cuore di
Gesù Cristo nostro Signore. A questo S. Cuore devi fare ogni sforzo continuo
d'unire il tuo, non volendo più avere altri desideri nè sentimenti che non
siano quelli di Gesù, persuadendoti che il suo Spirito e il suo S. Cuore
passa, per dir così, nel tuo e che di due cuori non se ne formi più che uno
solo. Attingi, attingi quanto ti piace in questo Cuore amato tutti i beni
immaginabili, non potrai esaurirlo mai. Del resto è utile e anche
necessario.onorare con singolare divozione il S. Cuore di nostro Signor Gesù
Cristo, in cui devi rifugiarti in ogni tua necessità a fine di ricavarne il
conforto e l'aiuto che ti abbisognano. Perchè, se anche tutti ti
abbandonassero e ti dimenticassero, ti resterà Gesù, solo amico fedele, e ti
custodirà sempre nel suo Cuore. Affidati a Lui, conta su di Lui; il S. Cuore
di Gesù è l'unico che ti ami sinceramente e che non t'ingannerà mai» (1).
Fin qui Lanspergio nel suo capitolo intitolato: Esercizio di divozione al S.
Cuore di Gesù, nel quale si trovano quelle belle preghiere che riporteremo
nell'ultima parte di questo volume. L'Autore del libro intitolato: Il
cristiano interiore, persona di pietà tanto sublime quanto soda e la cui
opera è piena dello spirito di Gesù Cristo in tutta la sua purezza, ci fa
conoscere per mezzo delle cose che ne ha dette, quale fosse la sua pratica e
quale alta idea avesse della solidità ed importanza di questa divozione.
«Il S. Cuore di Gesù (così al cap. 7 del libro quarto) è il centro
dell'umanità. Quando l'anima nostra sarà distratta e dissipata, bisognerà
menarla dolcemente al S. Cuore di Gesù per offrire all'Eterno Padre le
disposizioni sante di questo Cuore adorabile, ed unire quel poco che
facciamo coll'infinito che fa Gesù: così non facendo niente noi, molto
facciamo per mezzo di Gesù Cristo. Il Cuore divino di Gesù sarà d'ora
innanzi, o anima divota, il tuo Oratorio; in Lui e per mezzo suo offrirai le
tue preghiere a Dio Padre, se vuoi ch'esse gli siano gradite; sarà la tua
scuola dove andrai a imparare la scienza sublime di Dio contraria alle
opinioni e alle disgraziate massime del mondo; sarà il tuo tesoro, dove
andrai a prendere ciò che ti bisogna per arricchirti, la purezza, l'amor
puro, la fedeltà. Ma ciò ch'è più prezioso e più abbonda in questo tesoro
sono le umiliazioni, le sofferenze e l'amore ardente della più grande
povertà. E sappi che la stima e l'amore di queste cose sono un dono sì
prezioso, che non si trova che nel Cuore d'un Dio umanato, come nella sua
prima sorgente; che gli altri cuori, per quanto santi e nobili siano, ne
hanno più o meno, secondo che più o meno ne vanno ad attingere a questo
tesoro, voglio dire nel Cuore di Gesù Cristo ».
Si è osservato infine che non soltanto tutti i Santi della Chiesa, che ci
appariscono arricchiti delle maggiori grazie, nutrirono verso Gesù un amore
ardentissimo e tenerissimo, ma che non ce n'è quasi affatto nessuno di tutti
quelli, che ebbero per Gesù una tenerezza eccessiva, che non abbia avuto una
divozione singolare verso il S. Cuore di Lui. Chi ha letto la vita di S.
Francesco d'Assisi, gli opuscoli di S. Tommaso, le Opere di S. Teresa, le
vite di S. Bonaventura, di S. Ignazio, di S. Francesco Saverio, di S.
Filippo Neri, dì S. Francesco di Sales, di S. Luigi Gonzaga, ecc., hanno
potuto notare la tenera divozione di questi Santi verso il S. Cuore di Gesù.
E a dimostrare che tale divozione è anche ordinaria a tutte le anime elette
che ardono di carità ardentissima verso il nostro amabile Redentore, basta
leggere la vita della gran Serva di Dio Armella Nicolas, defunta
recentemente in fama di santa. Ecco ciò ch'è riferito nella sua vita che ha
per titolo: Il trionfo dell'Amor divino:
«Quando mi toccava qualche dispiacere da parte delle creature, così essa, io
ricorreva al mio amabile Salvatore che subito mi colmava di dolcissime
consolazioni. Si sarebbe detto ch'Egli temeva ch'io soffrissi qualche
dispiacere, tanto era sollecito di consolarmi nelle mie pene e dolori. Assai
spesso anche mi mostrava il suo Cuore aperto, affinché io mi ci nascondessi,
e nello stesso tempo mi trovavo chiusa in quello con tanta sicurezza che
tutti gli sforzi dell'Inferno mi sembravano vere debolezze. Ci fu un tempo
lunghissimo che non potei trovarmi in altro luogo che nel S. Cuore, tanto
che dicevo agli amici: ‹ Se volete trovarmi non mi cercate altrove che nel
Cuore del mio divino Amore, perchè non mi muoverò di li nè giorno nè notte.
Esso è il mio albergo e il rifugio contro tutti i miei nemici» (2).
NOTE
(1) Ad venerationem Cordis piissimi Iesu amore ac misericordia
exuberantissimi studeas teipsum excitare, ac sedula devotione ipsum
frequentare, illud osculando et mente introeundo. Per ipsum petenda petas et
exercitia tua offeras, quia charismatum omnium est apotheca et ostiam, per
quod nos ad Deum et ipse ad nos accedit. Itaque figuram aliquam, dominici
Cordis pones in loco aliquo, quem saepius transire habeas, qua saepius
exercitii tui et amoris tui exercitandi in Deum admonearis, hane intuens
memor sis exsilii, miseraeque capitivitatis in peccatis...
Posses etiam, urgente devotione, interea figuram hanc, idest Cor Domini Jesu
osculari, et animo tuo persuadere quasi verum deificum Cor Domini Jesu sub
labiis habeas osculandum, in quod cor tuum imprimere gestias, atque spiritum
tuum immergere absorberique desideres, videarisque tibi ex gratioso Corde
ipsius attrahere in cor tuum spiritum eius, gratiam quoque et virtutes, ac
prorsus quidquid fuerit tibi (quod mensur,am excedit) salutare. IIis enim
omnibus Cor Iesu exuberantissime scatet. Expedit autem et valde pium est Cor
Domini Iesu devote honorari, ad quod in omni necessitate confugias, unde
consolationem quoque et omne auxilium haurias. Nam ubi cunctorum te
mortalium corda desreruerint, ubi imposuerint tibi, securus esto, hoc
fidelissimum Cor te non decipiet nec derelinquet. (Lansper. Epistol.
paraenetic. l. I, epist. 26).
(2) Scuola del puro amore di Dio aperta ai dotti e agli ignoranti nella
vita meravigliosa d'una povera giovane senza istruzione, contadina e di
condizione serva, Armella Nicolas, detta volgarmente «la buona Armella»
defunta da poco tempo in Bretagna (1671). Scritta da una religiosa. sua
conoscente. (L. II, c. 7, n.16).
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
CAPITOLO V
Come la divozione al S. Cuore di Gesù sia veramente soave
Benchè tutte le pratiche di divozione possano riempire di consolazione
interna ognuno che le eserciti, e non esista opera buona che non sia
accompagnata da piacere e gioia indicibile, testimoni inseparabili della
buona coscienza e che superano ogni altra contentezza; è certo però che Gesù
Cristo non concede maggior abbondanza di grazie, anche sensibili, che alle
pratiche divote rivolte unicamente ad onorarlo nel SS. Sacramento. Quando
mai un S. Francesco, un S. Ignazio, una Santa Teresa, un S. Filippo Neri, un
S. Luigi Gonzaga e tanti altri sentirono il cuore più infiammato d'amore se
non quando si accostarono a questo augusto Sacramento? Quanti sospiri
amorosi, quante lacrime soavi nelle celebrazione o nella partecipazione di
così adorabile Mistero! Di quali consolazioni, di qual torrente di delizie
non furono essi riempiti? Infatti, siccome non esiste altro luogo dove Gesù
si mostri più generoso, così qui più che altrove Egli fa gustare
maggiormente le dolcezze della sua presenza e dei suoi doni. Negli altri
Misteri Egli dona le sue grazie, ma in questo come prima grazia ci dà
veramente e realmente se stesso.
La gioia è inseparabile dai banchetti; Gesù ne dà uno ogni giorno ai
Cristiani nella S. Eucaristia. E chi si meraviglierà se in esso tratta i
suoi amici con tanta piacevolezza e con tanto amore?
Ora siccome la divozione al S. Cuore di Gesù ci trasforma in veri e fedeli
suoi adoratori nel SS. Sacramento, perchè ci consacra in modo speciale a
questo Mistero, così ce ne fa gustare le maggiori delizie. Si direbbe quasi
che N. Signore misuri le grazie singolari che fa in esso col numero delle
offese che vi ha ricevuto; e siccome in nessun altro Mistero Egli ha
ricevuto oltraggi maggiori, così non ce n'è altro dov'Egli ricolmi di
consolazioni più soavi quelli che nulla trascurano per fargli risarcimento
di quegli oltraggi.
Il motivo principale di questa santa pratica è sì puro e sì gradito a Gesù
che non ci deve sorprendere se il migliore e il più santo dei padroni faccia
gustare tanta soavità ai suoi servi riconoscenti e fedeli, specie in un
tempo in cui c'è tanta scarsità di gratitudine, di premura e di vero amore,
anche fra quelli che fanno professione d'amarlo.
Siccome è impossibile amare questa divozione senza aver molto amore verso
Gesù, così è assai difficile che non si sentano nella pratica quelle
dolcezze e consolazioni intime, che sono di solito inseparabili
dall'esercizio dell'amor puro: e come la sola vista delle Piaghe di Gesù
ispira non so quale fiducia nella sua misericordia, così il solo ricordo del
suo Cuore fa provare non so quale dolcezza e gaudio che si sente, ma non si
può esprimere.
È veramente strano che ci si avvicini a Gesù, che siamo da Lui bene accolti
quando lo visitiamo, e tuttavia non si senta da noi almeno quel piacere, che
di solito sentiamo nelle buone accoglienze avute dai Grandi. La causa
funesta di questa disgrazia, ben più grande che non si pensi, dipende dal
nostro poco amore verso Gesù,dalle grandi imperfezioni e dai molti altri
nostri difetti. Ma si può affermare che non trovandosi nessuno di questi
difetti nell'esercizio della vera divozione al S. Cuore di Gesù, tutte le
tenerezze e tutti i suoi favori speciali devono essere, a quanto pare,
inseparabili da questa divozione. Così l'hanno felicemente provato fino ad
oggi tutte le-persone che si sa essere state divote del S. Cuore di Gesù;
così ogni giorno l'esperimentano quelli che le imitano, e questo appunto ci
fa dire che sembra Gesù.non possa negare le sue più dolci intimità agli
amici del suo S. Cuore.
Si è osservato che i Santi più divoti e teneri del S. Cuore.sono stati i più
arricchiti di favori segnalatissimi, e che essi non parlano, quasi mai della
divozione al S. Cuore di Gesù, senza. usare espressioni che rivelano
chiaramente le grazie straordinarie e le dolcezze interne di cui sono stati
colmati. ‹ Oh quanto è buono, quanto è dolce abitare in questo Cuore! grida
S. Bernardo. ‹ O amabile mio Gesù, basta ch'io mi ricordi del tuo sacro
Cuore per sentirmi tutto ripieno di gioia. ‹ O quam bonum, quam iucundum
habitare in Corde hoc... Exultabimus et laetabimur in Te, memores Cordis
tui. ‹ (Vitis mystica. C. IV).
S. Geltrude e S. Matilde per questa divozione ricevettero immensi favori da
Gesù. S. Chiara soleva attestare che alla divozione al S. Cuore di Gesù
doveva, per così dire, quelle dolcezze straordinarie di cui era piena
l'anima sua, quando si presentava, dinanzi al SS. Sacramento; e S. Caterina
da Siena al solo pensare a questo Cuore adorabile si sentiva infiammata
d'amore verso Gesù. Essendo Gesù apparso a S. Matilde, le disse queste belle
parole: ‹ «Figlia, se vuoi essere perdonata di tutte le negligenze fatte nel
mio servizio, abbi una tenera divozione al mio Cuore, ch'è il tesoro di
tutte le grazie ch'io ti concedo senza tregua, ed anche la sorgente di ogni
consolazione interna e d¹ogni dolcezza ineffabile di cui ricolmo i miei
amici. (Liber specialis gratiae. P. III. c. 8).
Il P. de la Colombière non si spiegava diversamente: e benchè Dio l'avesse
condotto per molti anni nelle strade della più sublime perfezione, non già
per via di consolazioni sensibili, ma soltanto d'una fede viva e attraverso
prove fortissime, tuttavia sembrò che lo Spirito divino mutasse sistema
verso di lui, quando l'ebbe ispirato a praticare questa devozione.
Ecco come il Servo di Dio si esprime in proposito in un tratto dei suoi
Esercizi: «Il mio cuore si apre e sente le dolcezze che ho la gioia di
gustare e ricevere dalla misericordia di Dio senza poterlo spiegare. O mio
Dio, che vi comunicate con tanta bontà, alla più ingrata delle vostre
creature e al più indegno dei vostri servi, davvero voi siete buono! Siatene
lodato e benedetto eternamente! Ho compreso che Dio voleva servirsi di me
affinchè procurassi il compimento dei suoi desideri circa la divozione
ch'Egli ha suggerito a una persona a cui si manifesta con grande confidenza.
Perchè, mio Dio. non m'è dato di essere dapertutto e pubblicare ciò che voi
vi aspettate dai vostri servi ed amici?». In un altro luogo: «Basta ‹ grida
‹ basta, o mio Sovrano e amabile Signore, coi favori di cui mi ricolmate! Io
comprendo quanto ne sono indegno; Voi mi avvezzerete a servirvi per
interesse o mi spingerete a fare degli eccessi, perchè per meritare un solo
istante di quelle dolcezze che mi largite, che cosa non farei, se non
m'obbligaste a ubbidire al mio Direttore? Insensato! che dico, meritare?
Perdonatemi, o amabile Padre mio, questa parola! io mi confondo nell'eccesso
della vostra bontà, non so quel che dico. Merito forse io le grazie e le
consolazioni ineffabili di cui mi prevenite e ricolmate? No, mio Dio, siete
Voi solo con le vostre sofferenze a intercedere per me dal Padre vostro
tutti quei favori che ricevo. Siatene eternamente benedetto, e accumulate
sopra di me mali e miserie per darmi i qualche parte nelle vostre. Io non
crederò che mi amiate se non quando mi abbiate fatto soffrire molto e a
lungo».
Così si esprime questo uomo santo nell'eccesso delle dolcezze e delle
interne consolazioni, che provava nell'esercizio d'una tenera divozione
verso il S. Cuore di N. S. Gesù Cristo.
Presentazione del libro L'abito ecclesiastico, sua valenza e storia
presso l'Istituto dell'Enciclopedia Treccani
Le Edizioni Carismatici Francescani informano che il giorno 30 settembre
2004, alle ore 10,00 presso la Sala Igea dell´Istituto dell´Enciclopedia
Treccani, in Piazza dell´Enciclopedia Italiana n. 4 in Roma, verrà
presentato il libro "L´abito ecclesiastico: sua valenza e storia".
La pubblicazione, che è corredata di una prefazione di Sua Eminenza il
Cardinale Darío Castrillón Hoyos, Prefetto della Congregazione per il Clero,
Presidente della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", presenta un excursus
storico redatto dal Sacerdote Don Michele De Santi, Giudice del Tribunale
Ecclesiastico Regionale Ligure, una postfazione di Franco Cardini, ordinario
di Storia Medioevale presso l´Università di Firenze, che ha per argomento il
saio francescano. Il volume, che riporta la Lettera sul tema che il Santo
Padre Giovanni Paolo II ha inviato nel 1982 al Cardinal Vicario Ugo Poletti,
si completa con alcune testimonianze di sacerdoti e religiosi su episodi che
hanno convalidato l'importanza pastorale dell'abito ecclesiastico.
All´incontro, che sarà presieduto dal Prof. Francesco Paolo Casavola,
Presidente dell´Istituto dell´Enciclopedia Treccani, parteciperanno eminenti
personalità tra cui: Sua Eccellenza Rev.ma Mons. Franc Rodé, C.M.,
Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le
Società di Vita Apostolica; un rappresentante della Congregazione per il
Clero; il Vice Presidente del Senato della Repubblica Senatore Prof.
Domenico Fisichella; l´autore del testo, il cui excursus storico è tratto da
una tesi di laurea discussa alla Pontificia Università della Santa Croce di
Roma; il Dottor Gianni Cardinale, giornalista di 30 giorni. Seguirà una
tavola rotonda
Il Segretario Generale
Simone Ortolani
Direttore Editoriale: Sorella Angela Musolesi
c/o Casa di Accoglienza "Regalo di Maria" - via Bassa, 50 - 48010 Mezzano
(Ra)
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Cari amici, vi comunichiamo gli aggiornamenti delle rubriche e dei siti del
network www.totustuus.it <http://www.totustuus.it>
1) IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info <http://primopiano.totustuus.info/>
Mons. Caffarra: Anziani, custodi della dignità
«La storia dell'uomo inizia con l'abbandono della casa paterna: «partì per
un paese lontano». Egli vuole rompere la sua alleanza col Padre ritenendo
che questa rottura sia condizione indispensabile della sua libertà. [...] Il
risultato è che quando l'uomo non vuole servire il Signore suo Creatore
finisce sempre per servire le creature che gli sono inferiori. Servire il
Signore è regnare; l'uomo perde la sua regalità e diventa suddito degli
"elementi di questo mondo"».
2) PAGINE CATTOLICHE:
(Teologia/Mariologia)
La verginità di Maria, oggi (0)
http://www.paginecattoliche.it/100_Roschini.htm
A modo di Prefazione. Introduzione. Limiti dell'argomento. Maria Santissima
perfetta Vergine e perfetta Madre. Il concetto preciso della Verginità in
genere. La formula ternaria della Verginità di Maria. Divisione della
trattazione.
(Messa e liturgia/miscellanea)
Chiave del tabernacolo e purificazione del calice
http://www.paginecattoliche.it/Chiavetabernacolo.htm
Congregazione per il Culto Divino. Finita la distribuzione della comunione
... il diacono o uno dei concelebranti ... presso la credenza purifica la
patena o la pisside sopra il calice prima di procedere alla purificazione
del calice.
(Santi)
S.PIETRO LUIGI M.CHANEL (1803-1841)
http://www.paginecattoliche.it/SPIETROLUIGIMCHANEL.htm
Per salvare le anime che gli erano state affidate, Pietro fu sollecito della
propria santificazione, seguendo il regolamento che si era tracciato, in cui
trovavano posto, ad ore determinate, gli esercizi di pietà, lo studio e la
mortificazione. Digiunava ogni venerdì e la vigilia delle principali feste
della Madonna. Si cingeva abitualmente i lombi con una cintura di ferro
armata di acute punte. Era così avaro del tempo che, quando doveva recarsi a
visitare qualche malato distante dal villaggio, per strada o leggeva o
diceva il rosario.
3) IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info <http://libreria.totustuus.info/>
Alleanza Cattolica. Dal Sessantotto alla «nuova evangelizzazione».
«Invernizzi ha inteso tratteggiare a grandi linee la sua esperienza della e
nell'associazione, che gli deve moltissimo, divenendo quindi, spesso,
insieme narratore e personaggio. Egli testimonia con passione e con coerenza
la vivibilità di un'esperienza cristiana nella realtà che racconta,
mostrando come tale realtà diventi luogo d'incontro privilegiato fra la
cronaca, la storia e la Provvidenza, ove impegnarsi per la regalità sociale
del Signore Gesù, operando per quella Nuova Evangelizzazione che deve
caratterizzare il terzo millennio cristiano».
4) SANTO DEL GIORNO:
(raggiungibile dal sommario/liturgia e preghiera)
Nella rubrica pubblicata tutti i giorni anche una delle brevi vite di santi
tratte dal volume Un santo al giorno dello scrittore cattolico Rino
Cammilleri (ed. Piemme)
5) TRACCE DI OMELIE:
http://omelie.totustuus.info
Omelia per il 26 settembre 2004 - XXVI Domenica del Tempo Ordinario
"Tempo ed eternità sono come i due poli che ci possono servire per
organizzare i testi di questa domenica. Ciò è evidente nel testo evangelico,
che situa il ricco Epulone e Lazzaro prima in questo mondo, e poi nell'
eternità. Implicitamente, si trova anche nella prima lettura, secondo la
quale i ricchi samaritani vivono in orge e lusso, dimentichi del futuro
giudizio di Dio. Per vivere degnamente nel tempo, e raggiungere l'eternità
con Dio, la fede viva in Cristo offre una garanzia sicura (seconda
lettura)".
6) AL CINEMA:
http://cinema.totustuus.info
Recensione cinematografica: "Il Signore degli Anelli - Il Ritorno del Re" di
P. Jackson, con I. McKellen, V. Mortensen, C. Lee, C. Blanchett, L.>Tyler,
I. Holm
7a) FATTISENTIRE.NET
http://www.fattisentire.net
Nuova campagna, contro l'eutanasia "olandese"
Recentemente in Olanda, in cui l'eutanasia era stata già depenalizzata nel
1994, la magistratura ha autorizzato tale procedura medica anche sotto i 12
anni di età in seguito ad un accordo con la clinica universitaria di
Groningen. Ciò è intollerabile e dimostra che, una volta aperta la breccia
dell'amoralità, non vi è più limite che possa bloccarla. La lobby internet
FattiSentire.net lancia la campagna "Cosa ne avrebbe fatto l'Olanda di
questi nuovi storpi?", in riferimento ai dodicenni rimasti menomati dopo la
strage in Ossezia. La "e-campagna" è rivolta al Parlamento europeo ed invita
ad intervenire - come è stato fatto per la Russia e l'Austria - per favorire
di un'inversione di tendenza in materia di eutanasia, che potrebbe
altrimenti essere incoraggiata anche in altri paesi dell'Unione europea. Chi
volesse partecipare a questa campagna per la vita, contro l'eutanasia,
clicchi su: http://eutanasia.totustuus.info.
7b) "CENTRO CULTURALE CATTOLICO CARLO CAFFARRA"
http://www.caffarra.it
==> 6 settembre 2004 - Inizio degli esercizi spirituali agli ordinandi
8) STATISTICHE:
Il nuovo banner exchange ha 289 siti aderenti
Iscritti a questa lettera di aggiornamenti: 6.446
9) BENEFATTORI:
http://comeaiutarci.totustuus.info
Alla prossima settimana!
iJpM
TTNet
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ooo @ (M) o
@ oooooooooo @ oooooooooo @ ooooo
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Regina SS. Rosarii, ora pro nobis!
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
XXIV DOMENICA PER ANNUM (C)
[Cattedrale: giornata dell¹anziano 11-09-04]
1. «Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori». Carissimi
anziani, è questa la bella notizia che ancora una volta la Chiesa ci
comunica: Dio vuole dimostrare in ciascuno di noi la sua misericordia. E
come avviene questa ³dimostrazione² che Dio fa del suo amore nei nostri
confronti? È Gesù stesso che ce lo narra attraverso la più bella parabola di
tutto il Vangelo. In questa parabola viene narrata la storia dell¹uomo e la
cura che Dio ha dell¹uomo.
La storia dell¹uomo inizia con l¹abbandono della casa paterna: «partì
per un paese lontano». Egli vuole rompere la sua alleanza col Padre
ritenendo che questa rottura sia condizione indispensabile della sua
libertà. Quale è il risultato? Alla fine di tutta la vicenda «si mise a
servizio di uno degli abitanti di quella regine, che lo mandò nei campi a
pascolare i porci». Il risultato è che quando l¹uomo non vuole servire il
Signore suo Creatore finisce sempre per servire le creature che gli sono
inferiori. Servire il Signore è regnare; l¹uomo perde la sua regalità e
diventa suddito degli ³elementi di questo mondo²; l¹uomo degrada la sua
grandezza ed è costretto a «saziarsi con le carrube che mangiano i porci».
Come fa l¹uomo ad uscire da questa situazione? quando e come parte dalla
sua schiavitù e si incammina verso suo padre? Egli comincia a fare un
confronto fra la dignità che possedeva nella casa del padre e la sua
situazione attuale; e questo confronto avviene nella coscienza morale
dell¹uomo [«rientrò in se stesso»], inestinguibile testimone della verità
sul bene della nostra persona.
Fate però attenzione: in realtà l¹inizio del cammino di ritorno è una
considerazione un po¹ egoistica. Ha bisogno di mangiare. E l¹uomo da solo
non può andare oltre perché non può credere che il Padre lo voglia
reintegrare nella pienezza della sua dignità originaria, quella di figlio:
«non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei
tuoi garzoni».
Come reagisce Dio di fronte a questa nostra condizione? Qui ogni parola
evangelica va profondamente meditata. «quando era ancora lontano, il padre
lo vide»: Dio non ci perde mai di vista, anche quando siamo lontani da Lui.
Noi possiamo dimenticarlo; Egli non ci dimentica, poiché Egli non può
rinunciare alla sua paternità. Il figlio lo può rinnegare, il Padre non lo
può. «E commosso gli corse incontro»: la commozione di Dio! Quale mistero!
Dio si commuove di fronte alla condizione in cui versa l¹uomo: non è
indifferente di fronte alle nostre degradazioni, Dio si commuove nel vedere
che vogliamo ritornare a Lui. E cosa fa? «gli si gettò ai collo e lo baciò»:
Dio abbraccia l¹uomo; Dio bacia l¹uomo; l¹uomo è riammesso sul suo trono
regale: «portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l¹anello
al dito e i calzari ai piedi». Il perdono di Dio restituisce all¹uomo la sua
dignità.
2. Carissimi anziani, questa è la nostra vicenda, la vicenda di ciascuno
di noi, di tutti: del popolo ebreo, di cui si narra nella prima lettura; di
S. Paolo, di cui si parla nella seconda lettura.
Ma per voi oggi questa pagina evangelica assume un particolare
significato. Da due punti di vista.
La parabola ci rivela la cura che Dio ha dell¹uomo perché non viva in
una condizione non adeguata alla sua dignità. Abbiate sempre viva nella
vostra coscienza questa certezza: non cìè nessuna condizione nella quale Dio
non si cura della dignità della persona. Anche nella vostra che spesso vi
espone a minore rispetto, a causa della vostra età in una società che è
sempre tentata di misurare la dignità della persona col metro della sua
capacità produttiva: l¹uomo ridotta ad una voce o attiva o passiva del
bilancio sociale. Si è giunti perfino a giustificare l¹eutanasia.
Ma c¹è anche un¹altra ragione per cui questa parabola assume per voi
particolare significato.
Voi siete qui per dirmi ancora una volta che volete pregare, che offrite
tutte le vostre sofferenze per ottenere dal Signore per la Chiesa di Bologna
numerose vocazioni sacerdotali e religiose. Chi sono i sacerdoti? i
testimoni e i ministri della misericordia di Dio.
Vi sono profondamente grato. La vostra presenza è di incomparabile
preziosità per la nostra Chiesa.
CAPITOLO IV
Quanto questa divozione sia utile alla nostra salute e perfezione
Se Gesù ha operato tanti prodigi per obbligarci ad amarlo, quali grazie non
farà a quelli che vedrà solleciti di testimoniargli la loro gratitudine e
l'amore ardente? Ci ha amato con tenerezza, dice S. Bernardo, ci ha colmato
di beni quando non l'amavamo, anzi quando non volevamo che ci amasse
(dilexit non existentes sed et resistentes). Quali doni perciò e quali
grazie non verserà su quelli che l'amano e si affliggono nel vederlo sì poco
amato?
Si vede ormai chiaro che la divozione al S. Cuore di Gesù è una prova o
meglio un esercizio continuo d'amore ardente verso di Lui. Ma oltre ed
essere una pratica degli esercizi più santi della nostra Religione, essa ha
un non so che di forte e tenero a un tempo che ottiene tutto da Dio.
Infatti, se Gesù concede grazie tanto grandi a chi è divoto degli strumenti
della sua Passione e delle sue Piaghe, quali favori non concederà a chi
nutre una tenera divozione verso il suo S. Cuore?
Nel proemio di questo libro sono state addotte le ragioni che possono
indurre un uomo saggio a non ricusare di prestar fede alle rivelazioni di
S.Matilde.
Ecco ciò che la Santa narra a questo proposito. (Liber specialis gratiae, P.
4, c. 28). ‹ «Un giorno, dice ella, io vidi il Figlio di Dio che teneva in
mano il suo Cuore più splendente del sole, e raggiante di luce da ogni
parte; e in quel momento l'amabile Salvatore mi fece comprendere che dalla
pienezza di quel Cuore divino sgorgavano tutte le grazie che Dio spande
incessantemente sugli uomini, secondo la capacità di ciascuno».
La stessa Santa qualche tempo prima della sua morte assicurò che, avendo un
giorno chiesto a Nostro Signore con molta istanza una grazia grande per una
persona che l'aveva pregata, Gesù le disse: ‹ Figlia mia, di' alla persona,
per cui mi preghi, che cerchi nel mio Cuore tutto ciò che essa desidera;
abbia grande divozione a questo S. Cuore, tutto mi chieda in Lui. ‹
Come un figlio che per ottenere da suo padre ciò che desidera, non usa altro
artificio che quello suggeritogli dall'amore.
Avendo Dio fatto conoscere, a quella persona, di cui ho parlato nel capitolo
2°, e per la quale il P. de La Colombière sentiva tanta venerazione, le
grazie grandi che aveva unite alla pratica di questa devozione, le fece
comprendere ch'era proprio per ultimo sforzo, a dir così, dell'amore suo
verso gli uomini, ch'Egli s'era deciso a scoprire í tesori del suo S. Cuore,
ispirando loro una divozione destinata a far nascere l'amore verso Gesù nel
cuore dei più insensibili e infiammare quello dei meno ferventi.
«Divulga per tutto, le disse l'amabile Salvatore, ispira, raccomanda questa
divozione alle persone del mondo come mezzo sicuro e facile per ottenere da
me il vero amore di Dio; agli ecclesiastici e ai religiosi come mezzo
efficace per giungere alla perfezione del loro stato; a quelli che
s'affaticano alla salute del prossimo come mezzo certo per commuovere le
anime più indurite; infine a tutti fedeli conie una divozione fra le più
solide e più adatte ad avere la vittoria sulle più forti passioni, a
riportare l'unione e la pace tra le famiglie più discordi, a liberarsi dalle
imperfezioni più inveterate, ad acquistare verso di me un amore ardentissimo
e tenerissimo, e finalmente per arrivare in breve tempo e in maniera
facilissima alla perfezione più sublime».
S. Bernardo pieno di tali sentimenti non parla mai del S. Cuore di Gesù se
non come del tesoro di ogni grazia e della sorgente inesausta di ogni bene.
‹ O dolcissimo Gesù, grida, quante ricchezze chiudi nel tuo Cuore, e a noi
quanto è facile arricchirci, mentre possediamo questo tesoro infinito
nell'adorabile Eucaristia! (1)
In questo Cuore adorabile, dice il Card. S. Pier Damiani, noi troviamo tutte
le armi per la nostra difesa, i rimedi per guarire dai nostri mali, gli
aiuti più validi contro gli assalti dei nemici, le consolazioni più dolci
per conforto delle nostre sofferenze e le delizie più pure a riempirci
l'anima di felicità.
Sei afflitto, perseguitato dai tuoi nemici? Ti spaventa il ricordo dei tuoi
peccati trascorsi? È agitato il tuo cuore da inquietudine, timore, passione?
Vieni a prostrarti dinanzi ai nostri altari; gettati, via, nelle braccia di
Gesù, entra sino nel suo Cuore; esso è l'asilo, è il ritiro delle anime
sante e un luogo di rifugio dove l'anima nostra sta in una sicurezza
perfetta. (Cor Christi asylum perfugii in tentationibus et tributationibus ‹
Blosius: Conclave animae fidelis).
Il S. Cuore di Gesù, dice il divoto Lanspergio, non è soltanto la sede di
ogni virtù, ma è anche la sorgente delle Grazie in cui le medesime si
acquistano e si con servano. Abbi una tenera divozione, verso questo Cuore
amabile, pieno d'autore e di misericordia, continua egli, chiedi per mezzo
di Lui tutto ciò che vuoi ottenere, offri per mezzo di Lui tutte le tue
azioni, perchè il S. Cuore è il tesoro dei doni soprannaturali e, per così
dire, la via per cui ci uniamo a Dio più strettamente, e per la quale più
amorosamente Egli si comunica a noi. Attingi, attingi a tuo piacere nel S.
Cuore tutte le grazie e le virtù che ti abbisognano, e non temere di
esaurire questo Tesoro infinito. Ricorri a Lui nelle necessità, rimani
fedele alle pratiche sante di una divozione così ragionevole e utile, e ne
proverai presto i benefici effetti (2).
Nella vita di S. Matilde abbiamo un'altra illustre prova di ciò che abbiamo
esposto. In una apparizione il Figlio di Dio le comandò d'amare ardentemente
e d'onorare più che poteva nel SS. Sacramento il Suo Cuore, dandoglielo,
come pegno dell'amor suo, per luogo di rifugio in vita e per conforto
nell'ora della morte. Da quel giorno in poi la Santa fu presa da divozione
sì straordinaria verso il S. Cuore e ricevette tante grazie, ch'era solita
dire che se bisognasse scrivere tutti i favori e i beni che aveva ricevuti
per mezzo di questa divozione, nessun libro, per quanto grande, li avrebbe
potuti contenere. (Liber specialis gratiae, P. II c. 19).
Ho risoluto, dice l'autore del « Cristiano interiore » di non dipendere
ormai che dalla Provvidenza divina, senza cercare consolazione o appoggio,
nelle creature. lo devo farmi simile a un bambino che riposa dolceniente
senza inquietuffine e timore nelle braccia della inamma che lo ricopre di
carezze affettuose. Confesso che N. Signore mi tratta appunto così, perchè
senza bisQgno di andar cercando altrove il nutrimento e la ricchezza
dell'anima mia, trovo nel S. Cuore di Lui ogni aiuto e ogni bene che
m'abbisogna, e in tanta abbondanza ne ho e con tanta liberalità ne sono
arricchito, che a volte ne resto pieno di stupore, e temo non vi sia
negligenza da parte mia nel ricevere dal S. Cuore grazie così grandi, mentre
m'affatico tanto poco. (L. 5. e. 23).
Ma se anche in favore di questa dìvozione non si potesse addurre autorità,
esempio o rivelazione particolare, se anche Gesù Cristo stesso non si fosse
spiegato così sovente nè con tanta chiarezza, ci sarebbe bisogno di grandi
ragionamenti per convincere un cristiano che non c'è nulla di più sodo e di
più utile alla salvezza e perfezione nostra di una divozione che ha per solo
motivo l'amore più puro verso Gesù, per fine la riparazione più che sia
possibile delle offese che si commettono nell'adorabile Eucaristia, e di cui
tutte le pratiche tendono ad onorare e far amare ardentemente Gesù Cristo?
Il Salvatore ammirabile, che ha fatto tanto per avere il cuore degli uomini,
potrebbe negare alcuna cosa a quelli che gli chiedono da se stessi un posto
nel Suo Cuore? Se Gesù si lascia dare persino a chi non l'ama, se persino
permette d'essere portato al letto di quei moribondi che quasi mai in vita
si son degnati di visitarlo, insensibili ai suoi segni manifesti d'amore e
agli oltraggi che riceveva nell'adorabile Eucaristia, a quelle persone,
infine, che forse lo hanno esse stesse crudelmente offeso; che non farà per
quei servi fedeli che sensibilmente commossi dal vedere il loro buon Signore
sì poco amato, sì di rado visitato, sì crudelmente oltraggiato, gli fanno di
tanto in tanto ammenda onorevole di tutti i disprezzi ond'è oggetto, e nulla
tralasciano per riparare tanti oltraggi con visite frequenti, adorazioni,
ossequi e sopratutto col loro amore ardente? È chiaro dunque che non c'è
cosa più ragionevole nè più utile della pratica di questa divozione; e
allora perchè portare tante ragioni per farne persuasi i cristiani? (3) .
NOTE
(1) Cor Christi coeleste gazophylacium et aerarium est. (Sermo 1 de
excellentia Joannis evangelistae).
(2) Ad venerationem Cordis piissimi Jesu amore ac misericordia
exuberantissimi studeas teipsum excitare, ac sedula devozione ipsum
frequentare. Per ipsum petenda petas et exercitia tua offeras quia
charismatum omnium est apotheca, ostium per quod nos ad Deum, et ipse ad nos
acceditŠ Gratiam quoque eius et virtutes ac prorsus quidquid fuerit tibi
(quod mensuram excedit) salutare, videaris tibi ex gratioso Corde attrahereŠ
Ad quod in omni necessitate confugias, unde consolationem quoque, et omne
auxilium haurias. (Lansperg. Pharetra divini amoris. Exercitium ad piiss.
Cor Jesu).
(3 - NOTA DELL'EDITORE) I preziosi vantaggi uniti alla pratica della
divozione al Sacro Cuore indicati dal P. Croiset, già da molto tempo erano
stati annunziati da due grandi contemplativi: S. Geltrude, a Helfta in
Sassonia (1256-1302) e Ubertino da Casale nel convento della Verna in Italia
(1248-1305).
Ciò che la prima scrisse a questo riguardo è stato spesso citato, basterà
una parola per ricordarlo. Racconta la vita di Lei che, essendole apparso il
discepolo prediletto, essa domandò al suo celeste Visitatore come mai Egli
che aveva reclinato il capo sul petto del Salvatore nell'ultima Cena, avesse
completamente taciuto i palpiti del Cuore adorato del suo Maestro; e gli
manifestò il suo dispiacere per non avercene detto nulla per nostro
ammaestramento. Il Santo le rispose: ‹ La mia missione era di scrivere per
la Chiesa ancora giovane una parola sul Verbo increato di Dio Padre, parola
che da sola avrebbe occupato ogni intelligenza umana sino alla fine del
mondo, senza però che nessuna potesse mai comprenderla in tutta la sua
pienezza. Rispetto poi al parlare dei palpiti santi del Cuore di Gesù, è
cosa riservata agli ultimi tempi, quando il mondo invecchiato e raffreddato
nell'amore divino, avrà bisogno di riscaldarsi alla rivelazione di questi
Misteri. (Lansperg. Vita della Santa e Rivelazioni geltrudiane. Legatus
divinae pietatis. L. IX, c. 4).
Fra Ubertino da Casale è anche più esplicito, ma molto meno conosciuto. Dopo
avere insegnato a Parigi per nove anni filosofia e teologia, era tornato,
rotto dalla fatica, a riposarsi alquanto in seno alla sua famiglia religiosa
nella solitudine della Verna, dove l'aveva preceduto la sua fama di scienza
e di pietà. I suoi confratelli vollero approfittare della sua dimora tra
loro, pregandolo di scrivere un trattato sul martirio del Cuore dì Gesù: De
cordiali Passione Jesu. Non sapendo resistere alla loro pia importunità egli
si mise al lavoro e, nonostante l'esaurimento delle forze, in sette mesi,
dal 9 marzo al 28 settembre 1305, compose la sua grande opera intitolata:
L'albero della vita, dove in più luoghi dichiara apertamente il futuro
avvento della divozione al S. Cuore, come pure le conseguenze felici che ne
risulteranno per il mondo. Ci piacerebbe mettere sotto gli occhi del lettore
tutto un brano magnifico del libro intorno a questo punto; ma oltre che esso
è troppo lungo, confessiamo di sentirci incapaci di tradurlo conte si
dovrebbe. Ci limiteremo però a darne la sostanza.
«La bontà ineffabile del Salvatore, dice Ubertino, aveva ispirato a S.
Giovanni una familiarità così grande, ch'egli si fece ardito sino a
riposarsi sul petto del suo Maestro. O sonno beato, estatico riposo della
santa contemplazione! Esso è l'immagine dei benefici che Dio dovrà
diffondere alla fine dei tempi sulle anime degli eletti. Verrà giorno che la
Chiesa sarà elevata a una contemplazione così sublime, che si riposerà
realmente sul Cuore di Cristo. Allora dal seno di lei sorgeranno legioni
d'anime generose, che, inebriate dalle delizie gustate sul Cuore del
Salvatore, non respireranno più che per il Maestro divino. Non erano forse
esse quelle che vedeva il profeta allorchè diceva nel Salmo 126: Quando il
Signore avrà mandato ai suoi prediletti quel sonno misterioso, essi
diventeranno davvero la sua eredità, saranno il premio delle sue fatiche, e
la Chiesa per i suoi meriti li darà ala luce. Essi saranno nelle mani del
potentissimo Gesù come frecce elette nelle mani d'un vigoroso e abile
arciere, e se ne servirà per infliggere ai suoi nemici delle ferite salutari
che li faranno cadere pentiti ai suoi piedi.
Beati quelli che regoleranno, i loro desideri secondo i consigli che
riceveranno! La manna tenuta in serbo per i vincitori sarà il loro alimento.
Sarà loro dato completamente aperto il libro della scienza, affinchè
possiedano l'intelligenza delle Scritture, onde possano predicare ai popoli,
alle tribù e alle nazioni. Sarà loro data la misura con la quale piglieranno
le dimensioni del tempio e della città per ristabilirvi il culto divino nel
suo splendore, e per rendere alla Chiesa la sua bellezza offuscata dai
delitti degli empi. Nulla potrà loro nuocere, sarà concesso loro la potestà
di incatenare Satana, e soffriranno la persecuzione con allegrezza: lungi
dall'abbattere il loro coraggio, essa anzi lo rianimerà. A imitazione di S.
Giovanni, che tuffato in una caldaia d'olio bollente non ne risentì nessun
danno, ma ne uscì come da un bagno ristoratore con rinnovata giovinezza,
avranno anch'essi il loro martirio. La caldaia d'olio bollente sarà
l'immensità del Cuore di Gesù che soffre per noi, tutto ardente d'amore; là
dentro essi riceveranno l'unzione fortificante che rende invitti gli atleti,
vi attingeranno una tal sete di sacrificio, che i martirî più spaventevoli
sembreranno un rinfresco delizioso.
Finalmente pure come S. Giovanni, che dei miserabili tentarono invano di
uccidere col presentargli una bevanda mortale, che non servì ad altro che a
restituire la vita a quelli a cui fosse tolta dal veleno, essi vivranno
sicuri tra i cattivi cristiani, senza che l'aria, impestata da
quest'atmosfera, diventi loro funesta; e ben lontano dal trovarvi la morte,
riceveranno anzi il potere di rendere la salute ai peccatori, strappandoli
ai loro disordini.
Parlando dell'Ultima Cena, in seguito alla quale il Signore istituì
l'Eucaristia, Ubertino s'esprime in questi termini:
«Mentre a Giuda, perverso e traditore, il ricevere il Sacramento fu causa
che cadesse maggiormente nelle mani del demonio, perchè lo ricevette
indegnamente, così il diletto Giovanni che lo ricevette degnamente pervenne
a tanta familiarità da riposare sul petto divino di Gesù. O beato sonno ed
estatico riposo della santa contemplazione, che allora in questo Diletto fu
figura degli inestimabili benefici che Dio doveva diffondere nelle anime dei
suoi eletti verso la fine dei tempi! In questo sonno benedetto viene
raffigurata la Chiesa contemplativa che verso la fine dei tempi deve essere
portata a tanto soave gusto della contemplazione, da riposare davvero sul
petto di Gesù, perchè a lei deve essere in modo speciale rivelato il segreto
dell'unione personale in Cristo, la diffusione di questa untone nel suo
Corpo mistico e la trasformazione delle mentì nel DilettoŠ (Arbor vitae
crucifixae Jesu, Libro IV, c. 7).