Vi sono diversi modi di ricordare o celebrare il Natale, ma una cosa
rimane comunque immutata: la sua atmosfera che è decisamente bella,
accogliente, avvolgente. Anche chi non crede nella ricorrenza ne è
coinvolto; anche chi non crede nella "festa" ne diviene
involontariamente partecipe e ne gioisce. Di nessun uomo venuto al
mondo si celebra il Natale nella maniera in cui lo si fa per la
nascita di Gesù. Al di là degli sprechi o degli eccessi del
consumismo, che certo poco hanno di cristiano, resta questa atmosfera
sublime, questo incanto, questa storia che è quasi ai confini tra la
realtà e il sogno.
Quando nacque Gesù non vi erano né alberi di Natale, né lampadine
elettriche, né giocattoli, né panettoni; ma in assenza di tutto ciò,
l'atmosfera dovè essere la stessa. In quella notte il cielo e la
terra si incontrarono. Non solo non fu una notte qualunque ma fu una
notte unica irripetibile. In un unico luogo Dio volle che si
incontrassero gli Angeli, i pastori, i Magi e la famiglia umana
rappresentata da Maria e Giuseppe, che ricevevano in dono il Dio
fatto bambino.
Egli poteva venire tra noi già adulto, ma volle invece seguire la
strada di ciascun uomo. Egli non è stato il superuomo, ma volle
essere l'uomo, dichiarandosi "figlio dell'uomo", cioè di Maria e
Giuseppe. Dio entrava nella storia dell'umanità: nella sua povertà,
nella sua miseria, non scegliendo una via privilegiata.
La sua famiglia fu una famiglia povera; il suo albergo fu una umile
grotta; il riscaldamento fu il solo grembo della mamma e forse
l'alito del bue e dell'asinello (Isaia 1:1-3). Tutti i re della terra
sono vissuti nello splendore, Lui nacque nello squallore. Quella
notte contava lo stesso numero di stelle di tante altre notti
precedenti. In apparenza tutto era come sempre: la volta celeste era
trapunta di mille e mille luci immobili costituenti la mappa
stellare. Ma d'improvviso una stella enorme e luminosissima apparve
nel blu della notte fonda. Era un segno e una guida per degli
sconosciuti viaggiatori.
Alla nascita dei grandi della terra sono invitate le persone
importanti, qui l'invito è fatto agli umili: a dei poveri pastori che
nel freddo della notte guardavano i loro greggi. Alla nascita dei
nobili della terra sono invitati gli orchestrali per allietare i
presenti, qui, questa notte, a suonare o cantare sono gli Angeli. E
la gloria del Signore avvolse di luce i pastori (luca 2:9). Che
notte! Mai nessuna notte fu più luminosa di quella. E i pastori
andarono, ma non trovarono un sovrano seduto sul suo trono, bensì un
neonato coricato nella mangiatoia. Ma per fede essi videro in quel
Bimbo tutto ciò che c'era da vedere: che il re era nato, che quel
bimbo era Dio ed era il promesso Salvatore. Che fede! Tutto ciò in
una piccola creaturina! E così, davanti a quella mangiatoia si
inchinarono commossi, prima i docili pastori e poi i nobili re Magi,
e adorarono il re che era nato (mat. 2:11).
E se anche noi volessimo adorare giungeremmo purtroppo tardi? Tardi
addirittura di 2000 anni? No, non arriveremmo tardi, perché nel regno
dello Spirito il tempo non esiste come lo consideriamo noi. E' un
eterno presente; e pertanto andiamo, anche oggi stesso, e adoriamo
con quelli. Gesù ci aspetta anche lì per riceverci e affinchè non
ricaviamo di meno di quello che ricevettero i pastori e re Magi.
Contempliamo in ispirito. La notte incantata è anche per noi.
Dio volle essere visitato sin da fanciullo, e per questo convocò i
pastori, guidò i Magi alla stalla, spinse gli Angeli innanzi a loro e
fece giubilare il vecchio Simeone quando solo quaranta giorni più
tardi lo prese tra le braccia, nel Tempio, lodando Dio per aver visto
con i suoi occhi la "salvezza d'Israele".
Si, in quella notte si concretizzava il progetto di Dio annunciato
già secoli prima, riguardante la nascita di un Salvatore. Il Messia
promesso era nel mondo. La sua nascita già faceva tremare un re, la
cui coscienza incrostata non bastava a essergli di protezione. E
l'Apostolo dell'amore dirà:
«Era la luce vera, che illumina ogni uomo, quella che veniva nel
mondo. Era nel mondo e il mondo fu fatto per mezzo di Lui, ma il
mondo non lo riconobbe. Venne nella sua proprietà e i suoi non lo
accolsero».
I Magi offrirono oro, la materia più preziosa, simile all'amore virtù
per eccellenza (COR. 13:13); incenso: preghiera della fede (apoc. 8:3-
4); e mirra: sostanza che conserva (giov. 19:39), paragonabile alla
speranza. Sono queste le tre "sorelle" della virtù cristiana. I Magi
le tirarono fuori dai loro scrigni, ossia da cuori devoti e
riconoscenti.
La cristianità cattolica è molto legata all'Avvento, cioè a quel
tempo di preparazione al Natale. E ne festeggia poi il giorno.
La cristianità protestante non ha invece giorni particolari nella
propria tradizione: preferisce dire che Cristo ogni giorno
deve "rinascere" nel cuore dell'uomo ed averlo vivo in sé. Ciò è
giustissimo. Oh, se lo facessimo davvero! Di fronte a
questa "diversità", la Bibbia ci viene comunque incontro.
E' scritto: <C'è chi ha devozione al giorno, e chi non ce l'ha> (ROM.
14:5-7); ed aggiunge che nessuno dei due sbaglia in quanto tutti e
due lo fanno "per il Signore"; cioè, sia chi ha tale devozione, sia
chi non ce l'ha. Lo stesso vale per altre pratiche, come il
digiuno. «C'è chi mangia di tutto e chi non mangia». Ma anche in
questo caso, entrambi sono graditi a Dio, perché lo fanno "per il
Signore". E tutto questo affinchè non ci giudichiamo più gli uni gli
altri (14:4); poiché Dio non è un Dio di contrapposizioni, ma di
conciliazioni. E «Beati gli operatori di pace, perché saranno
chiamati figlioli di Dio» (MAT: 5:9).
Natale dovrebbe essere comunque la festa dei poveri. Ma sono i ricchi
chiamati a "dare". I poveri sono quelli nel bisogno.
Perciò la festa è per entrambi, per chi ha bisogno di avere e per chi
ha l'opportunità di dare.
I re Magi erano ricchi e potevano dare. Diedero.
La "festa" è per tutti, ma ciascuno sappia utilizzarla nel modo
giusto.
Dio era ricco e si fece povero. Rinunciò a tutto; e il Natale lo
insegna. Gesù, muto nella culla-mangiatoia, ci ricordi nel suo
silenzio e nella sua tenerezza il dovere dell'uomo: che non è quello
di vivere per la terra e per l'accumulo dei beni, ma di vivere per il
cielo in vista di un destino eterno.