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Al sentir tante cose terrificanti, si sarebbero turbati gli animi deboli, perciò
il Signore dice subito: "Mettetevi bene in mente di non preoccuparvi di come
rispondere. Vi darò sapienza e bocca cui non potrà resistere nessuno dei vostri
avversari" (Lc 21,14). Come se volesse dire: Non vi spaventate, non temete; voi
scenderete in campo, ma sarò io a combattere; voi muoverete la lingua, ma sarò
io a parlare. E aggiunge: "Sarete traditi dai genitori, fratelli, parenti,
amici, e sarete uccisi" (Lc 21,16). I mali inflitti da estranei recano minor
dolore. Ci fanno piú male le pene che vengono da quelli che credevamo ci
volessero bene, perché al male del corpo si aggiunge il dolore dell`amicizia
perduta...
Ma perché è duro ciò che dice dell`afflizione, della morte, il Signore soggiunge
subito l`idea della risurrezione, dicendo: "Eppure neppure un capello del vostro
capo andrà perduto" (Lc 21,18). Sappiamo, fratelli, che un taglio nella carne fa
male, il taglio del capello non fa male. E il Signore dice ai suoi martiri: "Non
cadrà neppure un capello dal vostro capo", volendo significare: Perché temete di
perdere un membro che fa male, se lo tagliate, quando c`è una promessa che
neanche ciò che al taglio non duole sarà perduto? Continua: "Se saprete
resistere, vi salverete" (Lc 21,19). La salvezza dell`anima è riposta nella
virtù della pazienza, perché la fonte e la protezione di tutte le virtù è la
pazienza. Attraverso la pazienza diventiamo padroni della nostra vita, perché
quando impariamo a dominar noi stessi, allora davvero cominciamo ad essere
padroni di ciò che siamo. Ma la pazienza è non solo tollerare i mali che ci
vengono dagli altri, ma anche non sentirsi mordere contro colui che è causa del
male. Perché se uno sopporta solo in silenzio il male ricevuto, ma desidera che
si faccia giustizia, questi non ha pazienza la mostra soltanto. E` scritto,
infatti: "La carità è paziente, è benigna" (1Cor 13,4). E` paziente, perché
sopporta i mali che vengono dagli altri, ed è benigna, perché ama coloro che
sopporta. Perciò la Verità dice: "Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli
che vi odiano, pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano" (Mt
5,44). Per gli uomini è virtù tollerare i nemici, per Dio è virtù amarli; Dio
accetta solo questo sacrificio, cui dà fuoco innanzi ai suoi occhi, sull`altare
delle buone opere, la fiamma della carità.
Bisogna poi sapere che a volte sembriamo pazienti solo perché siamo incapaci di
rifarci. Ma chi non si vendica, perché non vi riesce, certo non è paziente;
perché la pazienza non sta nell`apparenza, ma nel cuore. Il vizio
dell`impazienza poi sciupa perfino la dottrina, che è la radice delle virtù. Sta
scritto, infatti: "La dottrina dell`uomo forte la si vede nella pazienza" (Pr
19,11). Tanto meno, dunque, uno si rivela dotto, quanto meno si dimostra
paziente. Non può, infatti, dar veramente dei beni, colui che non sa sopportare
il male. E quale sia il valore della pazienza, lo dice la parola di Salomone:
"Il paziente val piú dell`uomo forte, e chi domina il suo animo, vale piú di un
conquistatore di città" (Pr 16,32). E` minor vittoria espugnare una città,
perché i nemici vinti qui son fuori. La vittoria della pazienza è piú grande,
perché qui è l`animo che supera se stesso, quando lo abbatte nell`umiltà della
tolleranza.
Bisogna sapere anche un`altra cosa, che accade spesso ai pazienti. Ed è che, nel
momento che sopportano un`avversità o sentono un`ingiuria, non soffrono nessun
dolore, e così hanno pazienza e nutrono anche buoni sentimenti. Ma poi, quando
ripensano a ciò che gli è stato fatto si sentono stimolati da un fuoco
fortissimo, cercano motivi di vendetta e perdono, nel ripensamento, tutta la
mansuetudine che ebbero prima. E` che il nostro astuto avversario combatte
contro due: uno lo eccita, perché faccia l`insulto; l`altro, l`offeso, lo
provoca alla vendetta. Ma una volta ottenuta la vittoria contro quello che ha
fatto l`ingiuria, si muove con tutte le sue forze contro l`altro che non poté
spingere a restituire l`offesa. E poiché non riuscí ad eccitarlo nel momento in
cui egli fu ingiuriato, si ritira per il momento dal campo e cerca il modo
d`ingannarlo nel segreto del pensiero; vinto sul campo di battaglia, mette tutto
il suo impegno a costruire occulte insidie. In un momento di pace torna
nell`animo del vincitore e richiama alla sua memoria o il danno subito o le
frecciate delle ingiurie; esagera tutto, fa vedere tutto intollerabile e turba
l`animo con tanto furore, che quell`uomo, generalmente paziente, si vergogna
d`aver lasciato passar la cosa impunemente, si duole di non aver restituito
l`ingiuria e cerca l`occasione di farla pagare piú cara. A chi posso assimilare
costoro, se non a quelli che, dopo aver vinto con la loro forza sul campo, si
fanno poi vincere in casa per negligenza? A chi li paragonerò, se non a dei tali
che non si fecero uccidere da una grave malattia, e poi morirono per una
febbricciola insistente? E` dunque veramente paziente colui che in un primo
tempo sopporta senza dolore i mali che riceve, ma sa poi anche, quando ci
ripensa, gioire di quanto ha sopportato.
(Gregorio Magno, Hom., 35, 1.3-6)
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