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Sciogliere e legare (s.Gregorio Magno)   Elenco di messaggi  
Rispondi | Inoltra Messaggio #385 di 467 |
Disse loro [Gesú]: "La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me, anch`io
mando voi" (Gv 20,21). Il che vuol dire: Come il Padre, che è Dio, ha mandato
me, che sono Dio, cosí anch`io, in quanto uomo, mando voi, uomini. Il Padre ha
inviato il Figlio allorché ha deciso che egli si incarnasse per la redenzione
del genere umano. Il Padre ha voluto che il Figlio venisse a patire nel mondo
tuttavia, pur inviandolo al patire, lo amava. Ora, anche il Figiio invia gli
apostoli che si è scelto; li manda non alle gioie del mondo, bensí verso le
sofferenze di ogni genere, cosí come egli stesso era stato inviato. Il Figlio è
amato dal Padre e nondimeno è inviato alla Passione; i discepoli, del pari, sono
amati da Cristo Signore, e nondimento vengono da lui mandati nel mondo a
soffrire. Perciò è detto: "Come il Padre ha mandato me, anch`io mando voi". Come
dire: Io vi amo con quella stessa carità con la quale sono amato dal Padre,
anche se vi invio nel mondo a soffrire tanti patimenti, anche se vi mando in
mezzo agli scandali dei persecutori.
Per altro, la formula "essere inviato" può anche essere intesa in
rapporto alla natura divina. E` detto, in effetti, che il Figlio è mandato dal
Padre, in quanto è da lui generato. E di ciò è prova il fatto che anche dello
Spirito Santo, uguale in tutto al Padre e al Figlio, e che tuttavia non si è mai
incarnato, è detto che è stato inviato dal Figlio, nel passo di Giovanni:
"Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre" (Gv 15,26). Se però
l`essere inviato fosse sinonimo semplicemente di incarnarsi, in nessun modo si
potrebbe dire che lo Spirito Santo è stato mandato, perché mai si è incarnato.
Invece la sua missione [dello Spirito Santo] è la sua stessa processione, per la
quale egli procede dal Padre e dal Figlio Per cui, come è detto che lo Spirito
Santo è mandato, in quanto procede, cosí è conseguente affermare che il Figlio è
mandato in quanto è generato.

"Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo"
(Gv 20,22). E` il caso ora di chiederci perché mai il Signore donò due volte lo
Spirito Santo: una, mentre era sulla terra, un`altra, quando già era salito al
cielo. In nessun altro passo, oltre questo (cf. At 2,4ss), è detto che lo
Spirito Santo sia stato dato altre volte, ovvero: la prima, nella circostanza
attuale, allorché Gesú ha soffiato sui discepoli, l`altra, piú tardi, quando fu
mandato dal cielo e si mostrò sotto forma di lingue diverse.

Perché allora esso viene dato prima ai discepoli in terra, e poi è
mandato dal cielo, se non perché due sono i precetti della carità, ovvero
l`amore di Dio e del prossimo? In terra, viene dato lo Spirito perché il
prossimo sia amato; lo stesso Spirito ci è poi dato dal cielo, perché sia Dio ad
essere amato. E come vi è una sola carità, ma due sono i precetti, cosí c`è un
solo Spirito, ma due sono le sue effusioni. La prima proviene dal Signore Gesù
ancora sulla terra; la seconda, dal cielo, per ammonirci che nell`amore del
prossimo si apprende come si pervenga all`amore di Dio. Ecco perché lo stesso
Giovanni dice: "Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non
vede?" (1Gv 4,20). Già in precedenza, lo Spirito Santo era presente nelle menti
dei discepoli, in virtù della fede. Però fu dato loro in modo manifesto, solo
dopo la Risurrezione...

"A chi rimetterete i peccati, saranno loro rimessi, e a chi non li
rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20,23). Mi piace osservare a quale
vertice di gloria siano tratti quegli stessi discepoli che erano stati invitati
a caricarsi un immeso fardello di umiltà. Eccoli, infatti, non solo sicuri di
sé, ma con la potestà di legare e sciogliere gli altrui legami. Hanno il potere
di esercitare il giudizio supremo, sí da potere, al posto di Dio, ad uno
ritenere le colpe e ad un altro rimetterle. Era conveniente che cosí venissero
da Dio esaltati coloro che per lui avevano accettato di umiliarsi tanto! Ed ecco
che quelli che piú temono il ferreo giudizio di Dio, sono promossi a giudici
delle anime; condannano e liberano altri, quelli stessi che avevan timore di
essere condannati.

Adesso, il luogo che essi (gli apostoli) ebbero nella Chiesa è preso
dai vescovi, che ricevono la potestà di legare e sciogliere insieme al compito
di governare. Il che è certamente un grande onore, ma è altresí un grave peso.
E` però cosa contraddittoria che diventi giudice della vita altrui chi non sa
tenere le redini della propria. Eppure non raramente accade che ricopra il ruolo
di giudice uno la cui esistenza non collima con il posto che occupa. Per cui,
capita spesso che egli condanna chi non lo merita, o che sciolga altri allorché
è lui stesso legato. Non è infrequente il fatto che, nel legare o sciogliere i
propri sudditi, il vescovo, segua piú gli impulsi del proprio arbitrio che il
valore delle prove. In tal modo, si priva della potestà di sciogliere e di
legare, poiché la esercita secondo il proprio capriccio e non secondo i meriti
dei sudditi. Spesso capita anche che il pastore agisca, nei riguardi del
prossimo, mosso da avversione o da simpatia. Non può serenamente giudicare i
sudditi, chi, nelle cause dei sudditi, si lascia guidare da antipatia o da
simpatia. Ha ragione il profeta a dire: "Fate vivere chi deve perire e fate
morire chi deve vivere" (Ez 13,19). Chi condanna un giusto, condanna a morte uno
che non può morire; si sforza, invece, di far vivere uno che non può rivivere,
chi cerca di assolvere un reo dalla sua pena.

Bisogna quindi ripensare le motivazioni, poi esercitare la potestà di
sciogliere e di legare. Occorre far riferimento alla colpa commessa; vedere
quale penitenza sia susseguita alla colpa, perché la sentenza del pastore
assolva quelli che già il Signore ha visitato con la grazia del pentimento. Solo
allora è valida l`assoluzione data dal presidente (vescovo), poiché si adegua al
giudizio del giudice interiore. Tutto ciò è ben adombrato nella risurrezione di
quel morto da quattro giorni (Lazzaro). Dapprima, il Signore lo ha chiamato e
rianimato, dicendo: "Lazzaro, vieni fuori!" (Gv 11,43); poi, quando il morto
risuscitato venne fuori, i discepoli del Signore lo sciolsero, come sta scritto:
"Essendo quello uscito, cosí legato con i lacci, Gesú disse ai discepoli:
Scioglietelo e lasciatelo andare!" (Gv 11,45). Ecco: I discepoli sciolgono
quando è vivo colui che il Maestro aveva richiamato da morte. Se avessero
sciolto Lazzaro quando ancora era morto avrebbero messo in mostra la corruzione,
non la virtù (del Signore) .

Da questa considerazione discende che noi dobbiamo assolvere, usando la
nostra autorità pastorale, solo coloro che il nostro autore ha vivificati con la
grazia della risurrezione. E se tale opera di rinnovamento sia o no presente al
momento della nostra sentenza, possiamo saperlo nella confessione dei peccati.
Ecco perché a Lazzaro non viene detto soltanto: "Risuscita!", ma anzitutto:
"Vieni fuori!" Finché un peccatore, chiunque esso sia, cela nell`intimo della
propria coscienza la colpa commessa, egli sta chiuso in sé, si nasconde nel
segreto; quando invece confessa liberamente le sue iniquità, allora il morto
viene fuori. Quando, perciò, vien detto a Lazzaro: "Vieni fuori!", è come se si
dicesse a chiunque è morto nel peccato: Perché celi la colpa nel segreto della
tua coscienza? Vieni fuori, con una buona confessione, tu che, con la tua
ritrosia, te ne stai chiuso in te stesso! Che il morto venga fuori, ovvero: Che
il peccatore confessi la sua colpa! A colui che viene fuori risuscitato, i
discepoli, poi, dovranno sciogliere i lacci. In altre parole, i pastori della
Chiesa debbono cancellare la pena meritata da colui che non ha avuto vergogna a
confessare l`iniquità commessa.

Ho voluto dire queste cose succintamente, in ordine alla potestà di
sciogliere e legare, perché i pastori della Chiesa si sforzino di esercitarla
con diligenza e moderazione.

Qualunque sia poi il modo in cui il pastore impone, giusta o meno che
sia la sua sentenza, essa deve essere sempre accettata dal gregge, perché non
capiti che un suddito, pur ingiustamente obbligato, meriti per diversa colpa il
giudizio di condanna. Abbia dunque il pastore il sacro timore di legare e
sciogliere ingiustamente; ma che il suddito, sottoposto alla potestà da pastore,
tema la condanna, anche se ingiusta. E non impugni temerariamente il giudizio
del suo pastore, perché, pur condannato ingiustamente, non si macchi, lui
innocente, di una reale colpa, per la superbia con cui risponde.

Gregorio Magno (Hom. in Ev., 26, 2-6)






[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]




Ven 21 Apr 2006 3:06 pm

dioama
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Inoltra Messaggio #385 di 467 |
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Mario
dioama
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21 Apr 2006
3:06 pm
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