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Dal momento che la Sacra Scrittura è tutta piena di divini precetti,
come mai il Signore parla della carità quasi di un comandamento unico, e dice:
"Questo è il mio comandamento: che vi amiate scambievolmente" (Gv 15,12), se non
perché i comandamenti sono tutti compendiati nell`unica carità e tutti formano
un unico comandamento? Infatti, tutto ciò che ci viene comandato ha il suo
fondamento solo nella carità. Come i molteplici rami di un albero provengono da
una sola radice, cosí le molteplici virtù traggono origine dalla sola carità. E
non ha vigore di verde il ramo del ben operare, se non resta unito alla radice
della carità. Perciò, i precetti del Signore sono molti e al tempo stesso uno
solo: molti per la diversità delle opere, uno per la radice della carità.
Come poi dobbiamo conservare la carità, ce lo insegna quegli stesso che
in varie parti della Scrittura ci ordina di amare gli amici in lui e i nemici
per lui. Possiede, invero, carità vera solo chi ama l`amico in Dio, e il nemico
per Dio.
Vi sono alcuni, infatti, che amano il prossimo per affetto di sangue o
di parentela, e ciò non trova sanzione di condanna nella Scrittura. Ricordiamoci
però che una cosa è ciò che nasce spontaneamente dalla natura, un`altra è quel
che siamo tenuti a praticare in obbedienza al precetto del Signore. Coloro che
amano di amore naturale i loro parenti, amano certamente il prossimo; tuttavia,
essi non acquistano i nobilissimi premi della carità perché il loro amore non è
spirituale, bensí carnale. Ecco perché il Signore Gesú, dopo aver detto: "Questo
è il mio comandamento: che vi amiate scambievolmente", subito aggiunge: "come io
ho amato voi". Quasi a volerci dire: «Amatevi per quei motivi per i quali io
stesso ho amato voi».
Per la qual cosa, fratelli carissimi, va notato con scrupolosa
diligenza che il nostro antico avversario, mentre attrae il nostro spirito verso
il diletto delle cose temporali, ci mette contro qualche prossimo debole, per
strapparci via ciò che amiamo. E non si dà pensiero questo antico avversario,
cosí facendo, di toglierci le cose terrene, bensí di ferire la carità in noi.
Invero, quando ciò si verifica, noi subito diamo in escandescenze, e mentre
bramiamo uscire vittoriosi all`esterno, dentro veniamo gravemente feriti; mentre
all`esterno difendiamo cose da nulla, dentro alieniamo le maggiori, poiché
mentre amiamo le cose temporali, perdiamo il vero amore. Chiunque infatti ci
toglie del nostro, è un nemico. Però se avremo incominciato ad odiare il nemico,
è dentro di noi che si verifica la perdita. Quindi, quando subiamo qualche
sgarbo esterno da parte di un prossimo, rimaniamo ben vigili rispetto al
devastatore dell`anima nostra: nei suoi confronti non si dà modo piú clamoroso
di vittoria, se non quello stesso che usiamo quando ricambiamo con l`amore chi
ci porta via i beni esteriori. Una sola è la prova suprema della carità: amare
anche chi ci si rivela nemico. Ecco perché il Signore Gesú, pur subendo i
tormenti della crocifissione, mostra verso i suoi persecutori sentimenti di
carità, e dice al Padre: "Perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Lc
23,24).
C`è da meravigliarsi dunque se i discepoli amano in vita quei nemici
che il Maestro ha amato proprio mentre veniva ucciso? Egli esprime il culmine
della carità, quando soggiunge: "Nessuno ha un amore piu grande di colui che dà
la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Il Signore era venuto a morire per i
nemici, e tuttavia diceva di voler dare la sua vita per gli amici, per mostrarci
che, senza ombra di dubbio, mentre possiamo trarre merito dall`amore dei nemici,
diventano alla fine nostri amici persino coloro che ci perseguitano.
Gregorio Magno Hom. in Ev., 27, 1 s.
[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]
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"Mario" <dioama@...>
dioama
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